Il nome della rosa
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| Il nome della rosa | |
|---|---|
| Autore | Umberto Eco |
| 1ª ed. originale | 1980 |
| Genere | Romanzo |
| Sottogenere | giallo, storico |
| Ambientazione | monastero medievale, 1327 |
| Protagonisti | Guglielmo da Baskerville |
| Coprotagonisti | Adso da Melk |
| Altri personaggi | Jorge da Burgos, Abbone, Bernardo Gui, Malachia da Hildesheim, Salvatore, Remigio da Varagine, Severino da Sant'Emmerano, Bencio da Upsala, Berengario da Arundel, Venanzio da Selvemec |
Il nome della rosa è un romanzo scritto da Umberto Eco, edito per la prima volta nel 1980. Dopo aver scritto moltissimi saggi, Eco decise di scrivere il suo primo romanzo, dopo alcuni anni di meticolosa preparazione, cimentandosi in un genere abbastanza difficile come il giallo, in particolare con il sottogenere deduttivo.
L'opera è ambientata nel Medioevo e viene presentata come il manoscritto di un anziano frate che ha trascritto un'avventura vissuta da novizio, molti decenni addietro, in compagnia del suo maestro presso un monastero benedettino dell'Italia settentrionale. La narrazione, suddivisa in sette giornate, scandite dai ritmi della vita monastica, vede protagonisti Guglielmo da Baskerville, frate francescano, e il novizio Adso da Melk, il narratore della storia.
| « "Cosa vi terrorizza di più nella purezza?" chiesi. "La fretta" rispose Guglielmo. » | |
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(Umberto Eco, Il nome della Rosa (pagina 388 dell'edizione italiana), 1980)
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Dal romanzo è stato tratto nel 1986 un film omonimo per la regia di Jean-Jacques Annaud.
Indice |
[modifica] Trama
| « Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en francais d'après l'édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l'Abbaye de la Source, Paris, 1842) » | |
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(Umberto Eco, Incipit de Il nome della Rosa, 1980)
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È la fine di novembre del 1327. Guglielmo e Adso si recano in un monastero benedettino di regola cluniacense sperduto sui monti dell'Italia settentrionale (presumibilmente: l'Appennino ligure). Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti i francescani - sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico - e i nemici della curia papale, insediata a quei tempi ad Avignone. I due monaci (Guglielmo è francescano e inquisitore "pentito", il suo discepolo Adso è un novizio benedettino) si stanno recando in questo luogo perché Guglielmo è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al congresso quale sostenitore delle tesi pauperistiche. Allo stesso tempo l'abate, preoccupato che l'inspiegabile morte di un confratello durante una bufera di neve possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui, confida nelle capacità inquisitorie di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci - tra l'altro - attribuiscono misteriose cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo.
Nonostante la quasi totale libertà di movimento concessa all'ex-inquisitore, altre morti violente si susseguono e sembrano tutte ruotare attorno alla biblioteca, vanto del monastero (costruita come un intricato labirinto a cui hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante) e ad un misterioso manoscritto greco. La situazione è complicata dall'arrivo dell'inquisitore Bernardo Gui e dalla scoperta di due eretici della setta dei dolciniani, profughi presso l'ordine dei benedettini (il cellario e il suo amico semianalfabeta): così, in un'atmosfera inquietante, alternando lunghe digressioni storico-filosofiche, ragionamenti investigatori e avvincenti scene d'azione, Guglielmo e Adso si avvicinano alla verità penetrando nel labirinto della biblioteca e scoprendo il luogo dove è custodito il manoscritto fatale (l'ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele), che tratta della commedia e del riso. Alla fine, l'assassino (il vecchio Jorge) divora le pagine avvelenate del testo in modo che più nessuno possa leggerle. Nel tentativo di fermarlo, Guglielmo e Adso generano un incendio che nessuno riuscirà a fermare e che divorerà l’intera abbazia. Adso e il suo maestro partiranno infine da quelle macerie, in cui il giovane tornerà anni dopo, trovando la solitudine più totale, in quello stesso luogo che era stato teatro di omicidi e intrighi, veleni e scoperte.
Il punto centrale del romanzo sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto - come affermato nella Poetica di Aristotele - è possibile ridere di Dio, contrapponendo al dogmatismo la ragione umana e portando al relativismo e alla caduta della religione (un tema classico dalla rivoluzione francese in poi). Il relativismo insegna che il bene e il male sono difficilmente riconducibili a verità assolute, in quanto troppo spesso celati in contesti apparentemente opposti. In altre parole, il bene si può nascondere anche in una realtà del tutto intesa al male e viceversa. Jorge, infatti, è lucidissimo nel suo proposito di salvare l'umanità dalla pericolosa riscoperta del libro di Aristotele ("possiamo ridere di Dio? Il mondo precipiterebbe nel caos"); egli ne intuisce il pericolo ed è lui a provocare la catena di omicidi per impedire la conoscenza del messaggio proibito. Ma proprio l'eccessivo amor di Dio e della sua verità lo porta a compiere un'opera diabolica.
In tema di citazioni e ammiccamenti più o meno nascosti (di cui il romanzo è disseminato dall'inizio alla fine) è abbastanza palese che tanto il nome di questo personaggio (Jorge da Burgos), quanto il trinomio cecità/biblioteca/labirinto a lui collegato, costituiscano un'allusione allo scrittore argentino Jorge Luis Borges.
Una curiosità legata al titolo del romanzo, è (parzialmente) svelata alla fine del libro, dove l'ormai vecchio narratore Adso da Melk conclude il suo racconto con un'espressione latina :"Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" (la rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi). Si tratta di un messaggio che - come prima detto - porta a riflettere affinché non si presuma di essere depositari della verità, in quanto questa sarà sempre contestabile se non addirittura risibile. Ma vi traspare anche il senso che l'esperienza, dopo che è stata vissuta, può solo e deve venire raccontata.
| « Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. » | |
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(Umberto Eco, Il nome della rosa, Ultimo Folio, 1980)
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[modifica] Personaggi
- Protagonisti
- Adso da Melk (voce narrante), novizio benedettino al seguito di Guglielmo.
- Guglielmo da Baskerville, francescano, già inquisitore, in visita presso il monastero dove si svolge la vicenda.
- Monaci dell'Abbazia
- Abbone, abate del monastero; è l'unico, insieme al bibliotecario e al suo aiutante, a conoscere i segreti della biblioteca.
- Adelmo da Otranto, miniatore ucciso nel primo delitto.
- Alinardo da Grottaferrata, il più anziano dei monaci e per il suo comportamento considerato da tutti un pazzo ma si rivela utile alla risoluzione della vicenda.
- Aymaro da Alessandria, trascrittore italiano.
- Bencio da Uppsala, giovane scandinavo trascrittore di testi di retorica e nuovo aiuto-bibliotecario.
- Berengario da Arundel, aiuto bibliotecario dell'abbazia.
- Jorge da Burgos, anziano cieco, profondo conoscitore dei segreti del monastero e in passato bibliotecario. È il responsabile della catena di omicidi.
- Malachia da Hildesheim, bibliotecario.
- Nicola da Morimondo, vetraio.
- Remigio da Varagine, cellario ex-dolciniano.
- Salvatore, ex-eretico dolciniano, amico di Remigio; parla una lingua mista di latino e volgare.
- Severino da Sant'Emmerano, erborista.
- Ubertino da Casale, francescano spirituale.
- Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall'arabo, conoscitore dell'antica Grecia e devoto di Aristotele.
- Personaggi minori
- Magnus da Iona, trascrittore.
- Patrizio da Clonmacnois, trascrittore.
- Rabano da Toledo, trascrittore.
- Waldo da Hereford, trascrittore.
- Contadina del villaggio, il cui nome è taciuto; è l'unica donna con la quale Adso prova l'esperienza sessuale.
- Delegazione pontificia
- Bernardo Gui, inquisitore dell'ordine domenicano.
- Bertrando del Poggetto, cardinale a capo della delegazione pontificia.
- Delegazione imperiale (minoriti)
- Berengario Talloni.
- Girolamo di Caffa, vescovo.
- Michele da Cesena, generale dell'ordine dei frati minori e capo della delegazione imperiale.
- Ugo da Novocastro.
- Bonagrazia da Bergamo
[modifica] Interpretazione dei personaggi
I personaggi, anche quelli minori, si offrono ad una doppia (alle volte tripla) lettura; alcuni sono di fantasia e altri realmente esistiti.
Fra' Guglielmo, oltre ad un medievale Sherlock Holmes, ricorda anche in maniera palese il filosofo francescano inglese Guglielmo di Occam, maestro del metodo deduttivo; peraltro, nelle citazioni l'autore inventa una fittizia discendenza discepolare di fra' Guglielmo da Ruggero Bacone, anch'egli filosofo d'Oltremanica tardo-medievale. Infine, il paese di provenienza di Guglielmo si richiama a Il mastino dei Baskerville di Conan Doyle, autore dello stesso Sherlock Holmes. Allo stesso modo Adso ricorda Watson, il non meno celebre aiutante di Holmes, ed entrambi sono narratori in prima persona dei fatti.
Alcuni epiteti di Jorge da Burgos sono direttamente tratti dagli strali lanciati dal doctor mellifluus Bernardo di Chiaravalle contro l'origine diabolica del riso. Il personaggio, peraltro, appare una riuscita caricatura di Jorge Luis Borges: ciò non soltanto per la comune cecità e per l'evidente assonanza dei nomi, ma anche per la diretta discendenza borgesiana dell'immagine della biblioteca come specchio del mondo e persino della planimetria poligonale con cui la biblioteca dell'abbazia è disegnata (cfr. La biblioteca di Babele).
L'ex dolciniano Salvatore - ed il suo grido "Penitenziagite!", con cui accoglie i nuovi venuti all'abbazia - ci riporta alle lotte intestine della chiesa medievale, alle volte anche sanguinose, tra i vescovi cattolici e il movimento degli spirituali, portato avanti dai seguaci di fra' Dolcino da Novara.
Altri sono personaggi storicamente vissuti come il domenicano Bernardo Gui, Ubertino da Casale e Michele da Cesena, tutti primi attori della disputa francescana tra conventuali e spirituali del periodo del papato avignonese di papa Giovanni XXII e dell'impero di Ludovico il Bavaro.
Un'altra notazione può essere fatta sui luoghi dove sono ambientate le storie. Se da un lato Eco non rinuncia a situare l'abbazia nella sua terra natale (la zona di confine tra Liguria e Piemonte), nel nome Adso da Melk probabilmente subisce la suggestione di una delle più importanti biblioteche europee, quella appunto dell'abbazia benedettina di Melk, oggi in Austria, affacciata sul Danubio.
La tecnica con cui vengono assassinati i monaci è chiaramente ispirata dalla leggenda sulla realizzazione del "Jin Ping Mei" (金瓶梅; pinyin: Jīn Píng Méi), un romanzo della letteratura cinese del XVI secolo. Anche la fiaba intitolata Il pescatore venerando e l'arcigno ginn presente nella raccolta Le mille e una notte contiene la descrizione della stessa tecnica con cui i monaci venivano uccisi.
Il nome di Remigio da Varagine, ex dolciniano, può essere ricondotto al frate domenicano Jacopo da Varagine, scrittore in latino, che deve la sua fama ad una raccolta di vite di santi, tra le quali spicca la Legenda aurea, una versione della leggenda della Vera Croce, ripresa tra l'altro anche da Piero della Francesca per il suo ciclo di affreschi in San Francesco ad Arezzo (Storie della Vera Croce).
[modifica] Storia editoriale
Edito per la prima volta in Italia da Bompiani nel 1980 e più volte ristampato, riscosse da subito un notevole successo di critica e di pubblico (a partire da quello anglosassone, e successivamente anche quello italiano), inducendo la riscoperta del genere del romanzo storico, benché possa essergli attribuita la commistione di più generi narrativi (giallo, esoterico, filosofico). Il romanzo ha avuto anche grande successo internazionale, essendo stato tradotto in più di 40 lingue.
Nel 2002 è stato oggetto di un curioso fenomeno, grazie al lancio di un'iniziativa editoriale del quotidiano La Repubblica che lo ha distribuito gratuitamente in oltre un milione di copie.
Anche a causa della sua peculiare struttura, fatta di citazioni di altri testi, il romanzo è stato accusato più o meno apertamente di plagio nei confronti di vari libri. Nel 1989 venne avanzata nei confronti di Umberto Eco un'accusa formale da parte di uno scrittore cipriota, il quale sosteneva che alcuni contenuti del libro erano ripresi da un proprio romanzo, dove due personaggi entravano in un monastero e discutevano con l'abate dell'Apocalisse. Tuttavia le numerose differenze tra la storia cipriota, che si svolgeva ai giorni nostri, e la scarsa rilevanza del colloquio, che occupava solo poche pagine, condusse alla sentenza di un tribunale cipriota, che scagionò lo scrittore italiano assolvendolo nel 1992.[1]
Riguardo alla traduzione in lingua araba del romanzo, nel 1998 Ahmed Somai, primo traduttore tunisino, accusò di plagio il firmatario della edizione egiziana, Kamel Oueid El - Amiri.[2]
[modifica] Piani di lettura
| « [...] Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni. » | |
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(da Il nome della rosa (pagina 440 dell'edizione italiana del 1980))
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Attribuire un genere letterario al romanzo di Eco è assai difficile: esso infatti è stato particolarmente apprezzato per la presenza di molteplici piani di lettura, che possono essere colti dal lettore a seconda del suo background culturale. Pur presentandosi come un giallo, o come un romanzo storico ad una lettura superficiale, il libro è in realtà costruito attraverso una fitta rete di citazioni tratte da numerose altre opere letterarie (esemplare è in questo senso il sogno di Adso, brano costituito in una parte per collage da classici riferimenti alla storia della nascita della lingua volgare), dunque è, in un certo senso, un libro fatto di altri libri. È costante il riferimento linguistico e semiologico. È anche presente, appena sotto la superficie, una forte componente esoterica, e di fondo la storia può essere vista come una riflessione filosofica sul senso e sul valore della verità e della sua ricerca, da un punto di vista strettamente laico, tema del resto comune alle opere successive di Eco.
Nel piano di lettura storico presente nel romanzo, i personaggi e le forze che nella vicenda narrata si contrappongono rappresentano in realtà due epoche e due mentalità che in quel periodo storico si sono trovate a fronteggiarsi: da un lato il medioevo più antico, col suo fardello di dogmi, preconcetti e superstizioni, ma anche intriso di una profonda e mistica spiritualità, dall'altro lato il nuovo mondo che avanza, rappresentato da Guglielmo, con la sua sete di conoscenza, con la predisposizione a cercare una verità più certa e intelligibile attraverso la ricerca e l'indagine, anticipazione di un metodo scientifico che in Europa di lì a poco non tarderà ad affermarsi.
L'autore usa un espediente narrativo e così il romanzo scritto da Umberto Eco è in realtà una narrazione al quarto livello di incassamento, dentro ad altre tre narrazioni: Eco dice di raccontare ciò che ha trovato nel testo di Vallet, che a sua volta diceva che Mabillon ha detto che Adso disse... In questo senso Eco non fa che riproporre un artificio letterario tipico dei romanzi inglesi neogotici, e utilizzato anche da Alessandro Manzoni per I promessi sposi.
Un ulteriore piano di lettura può vedere il romanzo come un'allegoria delle vicende italiane contemporanee o di poco precedenti all'uscita de "Il nome della rosa", ovvero la situazione politica degli anni Settanta, con le diverse parti in causa a rappresentare sì l'evolversi politico e spirituale legato al dibattito sulla povertà nel Trecento, ma anche le diverse correnti di pensiero o situazioni proprie degli anni di piombo: Giovanni XXII e la corte avignonese a rappresentare i conservatori, Ubertino da Casale e i francescani nel ruolo dei riformisti, Fra' Dolcino e i movimenti ereticali in quello dei gruppi, armati e non, legati all'area extraparlamentare[3].
[modifica] Fonti di ispirazione
Sin dai nomi, dalle descrizioni dei personaggi e dallo stile scelto per la narrazione, risulta evidente l'omaggio che Eco fa a sir Arthur Conan Doyle e al suo personaggio di maggior successo: Sherlock Holmes.
Guglielmo, infatti, sembra ricavato, per descrizione fisica e per metodo d'indagine, dalla figura di Holmes: le sue capacità deduttive, la sua umiltà e il suo desiderio di conoscenza sembrano infatti riprendere e, a tratti, esaltare gli aspetti migliori del detective britannico. Inoltre proviene dalla contea di Baskerville, che riprende il nome dal miglior romanzo di Doyle, Il mastino dei Baskerville, che per atmosfera può tranquillamente essere considerato come una delle fonti del libro di Eco.
Parallelamente il giovane Adso riprende alcuni aspetti della figura del fido Watson holmesiano. Come Watson è il narratore in prima persona della vicenda e come lui si mostra ottuso e poco attento, nonostante il desiderio di apprendere, e pronto all'azione. Il nomi dei due personaggi (Watson e Adso) presentano inoltre un'assonanza. Adso, a differenza di Watson, tuttavia, alla fine dimostra di non riuscire ad imparare, quasi come se Eco stesso volesse prendere le distanze da Conan Doyle e porsi in una posizione di inferiorità rispetto al maestro inglese.
Evidenti sono anche i riferimenti nel romanzo di Eco a Brother Cadfael, monaco detective medievale protagonista di una serie di romanzi gialli della scrittrice inglese Ellis Peters (1913-1995) a partire dal 1977 con A Morbid Taste For Bones. Marginalmente, si ricorda infine che la ripartizione del testo in base alle ore del giorno (ore canoniche nel romanzo di Eco) è un prestito dal celeberrimo romanzo Ulisse di James Joyce.
Bisogna anche sottolineare come Eco abbia preso spunto dal sistema "a cornice" di Boccaccio: difatti, come nel Decameron abbiamo la peste a Firenze, qui mabbiamo un monaco (Adso da Melk) che scrive un manoscritto, per così dire le sue "memorie"; poi abbiamo il parallelo dei giovani rifugiatisi in una casa in campagna, cioè la riceca di Guglielmo da Baskerville e di Adso da Melk del secondo libro della commedia di Aristotele; infine abbiamo i racconti dei giovani, che nel Nome Della Rosa sono i temi presenti, cioè lo spaccato della mentalità e della situazione politica dell'epoca.
Per ambientare il suo romanzo, Eco si è ispirato alla Sacra di San Michele, abbazia benedettina monumento simbolo del Piemonte.[4][5]
[modifica] Titolo
Il titolo provvisorio del libro, durante la stesura, era L'abbazia del mistero, poi Eco aveva pensato anche al titolo Adso da Melk (ma poi considerò che nella letteratura italiana - a differenza di quella inglese - i libri aventi per titolo il nome del protagonista non hanno mai avuto fortuna), per approdare infine al titolo Il nome della Rosa tratto dal motto nominalista che chiude il romanzo: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (la rosa esiste prima e a prescindere dal suo nome, ma a noi non ne resta che il nome - nel senso che, come sostenuto dai nominalisti, non possiamo cogliere l'essenza delle cose - diversamente da quanto sostenuto da Aristotele e dalla dottrina cattolica di san Tommaso d'Aquino).
Il titolo inoltre rimanda implicitamente ad alcuni dei temi centrali dell'opera: la frase stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ricorda anche il fatto che di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Così è per la biblioteca e i suoi libri distrutti dal fuoco, ad esempio, e per tutto un mondo, quello conosciuto dal giovane Adso, destinato a scomparire nel tempo. Ma in realtà tutta la vicenda narrata è un continuo ricercare segni, "libri che parlano di altri libri", come suggerisce lo stesso Eco nelle "Postille al Nome della Rosa" [6], le parole e i "nomi" attorno cui ruota tutto il complesso di indagini, lotte, rapporti di forza, conflitti politici e culturali [7].
[modifica] Critica
Il romanzo fu accolto molto bene dalla stampa internazionale, con autorevoli giornali che scrissero parole d'elogio per l'opera e per Eco:
| « Il libro più intelligente - ma anche il più divertente - di questi ultimi anni. » | |
| « Il libro è così ricco che permette tutti i livelli di lettura... Eco, ancora bravo! » | |
| « Brio ed ironia. Eco è andato a scuola dai migliori modelli. » | |
| « Quando Baskerville e Adso entrarono nella stanza murata allo scoccare della mezzanotte e all'ultima parola del capitolo, ho sentito, anche se è fuori moda, un caratteristico sobbalzo al cuore. » | |
[modifica] Postille
Nel 1983 Umberto Eco ha pubblicato, attraverso la rivista Alfabeta, le Postille al Nome della rosa, un saggio con il quale l'autore spiega il percorso letterario che lo ha portato alla stesura del romanzo, fornendo chiarimenti su alcuni aspetti concettuali dell'opera. Le Postille al Nome della rosa sono state poi allegate a tutte le ristampe italiane del romanzo successive al 1983.
Nel paragrafo intitolato “Il Postmoderno, l’ironia, il piacevole”, Eco afferma che il “post-moderno è un termine buono à tout faire”. Inoltre, secondo l’autore, il postmoderno è sempre più retrodatato: mentre prima questo termine si riferiva solamente al contesto culturale degli ultimi vent’anni, oggi viene impiegato anche per periodi precedenti. Tuttavia per Eco il post-moderno non è “una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, un Kunstwollen, un modo di operare”. “Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno, così come ogni epoca avrebbe il proprio manierismo”. In ogni epoca si giunge a momenti in cui ci si accorge che “il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta”. All’inizio del Novecento, per questi motivi, l’avanguardia storica cerca di opporsi al condizionamento del passato, distruggendolo e sfigurandolo. Ma l’avanguardia non si ferma qui, procede fino all’annullamento dell’opera stessa (il silenzio nella musica, la cornice vuota in pittura, le pagine bianche in letteratura etc). Dopo ciò “l’avanguardia (il moderno) non può più andare oltre”. Dunque siamo costretti a riconoscere il passato e a prenderlo con ironia, ma senza ingenuità. “La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente”.
[modifica] Opere derivate
[modifica] Adattamento cinematografico
| Per approfondire, vedi la voce Il nome della rosa (film). |
Dal romanzo di Eco il regista Jean-Jacques Annaud ha tratto un film omonimo, interpretato da Sean Connery (Guglielmo da Baskerville), F. Murray Abraham (Bernardo Gui), Christian Slater e Ron Perlman.
[modifica] Altre
Nel 2005 Rai Radio 2 ha trasmesso un adattamento radiofonico in 35 puntate del romanzo, disponibile in formato RealAudio sul sito RAI.[8]
Dal romanzo fu tratto, ancora negli anni ottanta, uno dei più famosi videogiochi spagnoli per la piattaforma MSX, La abadía del crimen,[9] presto convertito per altri sistemi operativi come Amstrad e, negli anni duemila, per PC/Windows. Nel videogioco, il nome del personaggio principale è stato cambiato in Guglielmo di Occam.
[modifica] Influenza culturale
- Oltre ad altre opere di Eco (Il pendolo di Foucault del 1988, L'isola del giorno prima del 1994, Baudolino del 2000), sulla stessa scia si pone il romanzo "Q" di Luther Blissett, spy-story ambientata al tempo della riforma protestante.
- Un albo del fumetto italiano Zagor ha omaggiato l'opera di Eco: L'abbazia del mistero (n. 317-320), realizzato da Moreno Burattini e Gallieno Ferri.
- Il romanzo è stato anche oggetto di una parodia apparsa su Topolino, dal titolo Il nome della mimosa, per i disegni di Giampiero Ubezio.
- Il romanzo ha ispirato la canzone The Sign of the Cross del gruppo heavy metal britannico Iron Maiden, presente nell'album The X Factor, pubblicato nel 1995.
- Il primo album del gruppo visual kei giapponese D si chiama The name of the ROSE, in omaggio al libro.
[modifica] Errori
Alcuni piccoli errori storici presenti sono molto probabilmente parte dell'artifizio letterario, la cui contestualizzazione è documentabile nelle pagine del libro che precedono il prologo, in cui l'autore afferma che il manoscritto su cui è stata successivamente svolta la traduzione in italiano corrente conteneva interpolazioni dovute a diversi autori dal medioevo fino all'epoca moderna [10] .
- Nel romanzo (esattamente il quarto giorno - compieta) si menziona una ricetta a base di peperoni ("carne di pecora con salsa cruda di peperoni"), ovvero un "piatto impossibile". I peperoni furono infatti importati dall'America oltre un secolo e mezzo dopo l'epoca in cui si ambienta il romanzo.
- Lo stesso errore si ripropone in Sesto giorno - terza: Adso sogna una sua rielaborazione della Coena Cypriani nella quale tra le diverse vivande che gli ospiti portano alla tavola compaiono, appunto, anche i peperoni.
- Durante il settimo giorno - notte Jorge dice a Guglielmo che Francesco "imitava con un pezzo di legno i movimenti di chi suona il violino", strumento che non esisteva prima dell'inizio del XVI secolo.
[modifica] Incipit
- Umberto Eco ha dichiarato che l'incipit («Era una bella mattina di fine novembre») è una citazione della famosissima frase «Era una notte buia e tempestosa».[11]
- Il romanzo inizia con "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio", frase con cui iniziano il Vangelo di Giovanni e il Morgante di Pulci.
- Nell'incipit del romanzo compare la seguente frase: "Videmus nunc per speculum et in aenigmate", tratta da una frase di san Paolo[12], che tradotta acquista il seguente significato "Ora (nella vita materiale) vediamo come attraverso ad uno specchio, in maniera confusa, distorta"; si tratta di una citazione già menzionata in un precedente scritto di Eco: Opera aperta (1962, ultima edizione 2006).
[modifica] Indice dei capitoli
- Naturalmente un manoscritto
- Prologo
- Primo giorno
- prima. dove si arriva ai piedi dell'abbazia e Guglielmo dà prova di grande acume
- terza. dove Guglielmo ha una istruttiva conversazione con l'Abate
- sesta. dove Adso ammira il portale della chiesa e Guglielmo ritrova Ubertino da Casale
- verso nona. dove Guglielmo ha un dialogo dottissimo con Severino erborista
- dopo nona. dove si visita lo scriptorium e si conoscono molti studiosi, copisti e rubricatori nonché un vegliardo cieco che attende l'Anticristo
- vespri. dove si visita il resto dell'abbazia, Guglielmo trae alcune conclusioni sulla morte di Adelmo, si parla col fratello vetraio di vetri per leggere e di fantasmi per chi vuol leggere troppo
- compieta. dove Guglielmo e Adso godono della lieta ospitalità dell'Abate e della corrucciata conversazione di Jorge
- Secondo giorno
- mattutino. dove poche ore di mistica felicità sono interrotte da un sanguinosissimo evento
- prima. dove Bencio da Upsala confida alcune cose, altre ne confida Berengario da Arundel e Adso apprende cosa sia la vera penitenza
- terza. dove si assiste a una rissa tra persone volgari, Aymaro da Alessandria fa alcune allusioni e Adso medita sulla santità e sullo sterco del demonio. Poi Guglielmo e Adso tornano nello scriptorium, Guglielmo vede qualcosa d'interessante, ha una terza conversazione sulla liceità del riso, ma in definitiva non può guardare dove vorrebbe
- sesta. dove Bencio fa una strano racconto da cui si apprendono cose poco edificanti sulla vita dell'abbazia
- nona. dove l'Abate si mostra fiero delle ricchezze della sua abbazia e timoroso degli eretici, e alla fine Adso dubita di aver fatto male ad andare per il mondo
- dopo vespri. dove, malgrado il capitolo sia breve, il vegliardo Alinardo dice cose assai interessanti sul labirinto e sul modo di entrarvi
- compieta. dove si entra nell'Edificio, si scopre un visitatore misterioso, si trova un messaggio segreto con segni da negromante, e scompare, appena trovato, un libro che poi sarà ricercato per molti altri capitoli, né ultima vicissitudine è il furto delle preziose lenti di Guglielmo
- notte. dove si penetra finalmente nel labirinto, si hanno strane visioni e, come accade nei labirinti, ci si perde
- Terzo giorno
- da laudi a prima. dove si trova un panno sporco di sangue nella cella di Berengario scomparso, ed è tutto
- terza. dove Adso nello scriptorium riflette sulla storia del suo ordine e sul destino dei libri
- sesta. dove Adso riceve le confidenze di Salvatore, che non si possono riassumere in poche parole, ma che gli ispirano molte preoccupate meditazioni
- nona. dove Guglielmo parla ad Adso del gran fiume ereticale, della funzione dei semplici nella chiesa, dei suoi dubbi sulla conoscibilità delle leggi generali, e quasi per inciso racconta come ha decifrato i segni negromantici lasciati da Venanzio
- vespri. dove si parla ancora con l'Abate,Guglielmo ha alcune idee mirabolanti per decifrare l'enigma del labirinto, e ci riesce nel modo più ragionevole. Poi si mangia il casio in pastelletto
- dopo compieta. dove Ubertino racconta ad Adso la storia di fra' Dolcino, altre storie Adso rievoca o legge in biblioteca per conto suo, e poi gli accade di avere un incontro con una fanciulla bella e terribile come un esercito schierato a battaglia
- notte. dove Adso sconvolto si confessa con Guglielmo e medita sulla funzione della donna nel piano della creazione, poi però scopre il cadavere di un uomo
- Quarto giorno
- laudi. dove Guglielmo e Severino esaminano il cadavere di Berengario, scoprono che ha la lingua nera, cosa singolare per un annegato.poi discutono di veleni dolorosissimi e di un furto remoto
- prima. dove Guglielmo induce prima Salvatore e poi il cellario a confessare il loro passato, Severino ritrova le lenti rubate, Nicola porta quelle nuove e Guglielmo con sei occhi va a decifrare il manoscritto di Venanzio
- terza. dove Adso si dibatte nei pentimenti d'amore, poi arriva Guglielmo col testo di Venanzio, che continua a rimanere indecifrabile anche dopo esser stato decifrato
- sesta. dove Adso va a cercar tartufi e trova i minoriti in arrivo, questi colloquiano a lungo con Guglielmo e Ubertino e si apprendono cose molto tristi su Giovanni XXII
- nona. dove arrivano il cardinale del Poggetto, Bernardo Gui e gli altri uomini di Avignone, e poi ciascuno fa cose diverse
- vespri. dove Alinardo sembra dare informazioni preziose e Guglielmo rivela il suo metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori
- compieta. dove Salvatore parla di una magìa portentosa
- dopo compieta. dove si visita di nuovo il labirinto, si arriva alla soglia del finis Africae ma non ci si può entrare perché non si sa cosa siano il primo e il settimo dei quattro, e infine Adso ha una ricaduta, peraltro assai dotta, nella sua malattia d'amore
- notte. dove Salvatore si fa miseramente scoprire da Bernardo Gui, la ragazza amata da Adso viene presa come strega e tutti vanno a letto più infelici e preoccupati di prima
- Quinto giorno
- prima. dove ha luogo una fraterna discussione sulla povertà di Gesù
- terza. dove Severino parla a Guglielmo di uno strano libro e Guglielmo parla ai legati di una strana concezione del governo temporale
- sesta. dove si trova Severino assassinato e non si trova più il libro che lui aveva trovato
- nona. dove si amministra la giustizia e si ha la imbarazzante impressione che tutti abbiano torto
- vespri. dove Ubertino si da alla fuga, Bencio incomincia a osservare le leggi e Guglielmo fa alcune riflessioni sui vari tipi di lussuria incontrati quel giorno
- compieta. dove si ascolta un sermone sulla venuta dell'Anticristo e Adso scopre il potere dei nomi propri
- Sesto giorno
- mattutino. dove i principi sederunt, e Malachia stramazza al suolo
- laudi. dove viene eletto un nuovo cellario ma non un nuovo bibliotecario
- prima. dove Nicola racconta tante cose, mentre si visita la cripta del tesoro
- terza. dove Adso, ascoltando il "Dies irae", ha un sogno o visione che dir si voglia
- dopo terza. dove Guglielmo spiega ad Adso il suo sogno
- sesta. dove si ricostruisce la storia dei bibliotecari e si ha qualche notizia in più sul libro misterioso
- nona. dove l'Abate si rifiuta di ascoltare Guglielmo, parla del linguaggio delle gemme e manifesta il desiderio che non si indaghi più su quelle tristi vicende
- tra vespro e compieta. dove in breve si racconta di lunghe ore di smarrimento
- dopo compieta. dove, quasi per caso, Guglielmo scopre il segreto per entrare nel finis Africae
- Settimo giorno
- notte. dove, a riassumere le rivelazioni prodigiose di cui qui si parla, il titolo dovrebbe essere lungo quanto il capitolo, il che è contrario alte consuetudini
- notte. dove avviene l'ecpirosi e a causa della troppa virtù prevalgono le forze dell'inferno
- Ultimo folio
[modifica] Edizioni
- Umberto Eco, Il nome della rosa, collana Letteraria, Bompiani, 1984. pp. 514 ISBN 8845207056
[modifica] Bibliografia
- Renato Giovannoli, Saggi su Il nome della rosa, Bompiani, 1985
[modifica] Note
- ^ Articolo del 29 settembre 1992 sul Corriere della Sera, pagina 19
- ^ Articolo del 31 ottobre 1998 sul Corriere della Sera, pagina 35
- ^ È stato lo stesso Eco a tracciare un paragone in un'intervista pubblicata nel 2003 in "Lettera Internazionale" con il titolo "Il romanziere e lo storico": "Per fare un esempio, scrivevo "Il nome della rosa", dove il mio unico interesse era mettere in scena una complessa trama poliziesca all’interno di un’abbazia, che poi ho deciso di situare nel Trecento perché mi erano capitati alcuni documenti estremamente affascinanti sulle lotte pauperistiche dell’epoca. Nel corso della narrazione mi accorsi che emergevano – attraverso questi fenomeni medievali di rivolta non organizzata – aspetti affini a quel terrorismo che stavamo vivendo proprio nel periodo in cui scrivevo, più o meno verso la fine degli anni Settanta. Certamente, anche se non avevo un’intenzione precisa, tutto ciò mi ha portato a sottolineare queste somiglianze, tanto che quando ho scoperto che la moglie di Fra' Dolcino si chiamava Margherita, come la Margherita Cagol moglie di Curcio, morta più o meno in condizioni analoghe, l’ho espressamente citata nel racconto. Forse se si fosse chiamata diversamente non mi sarebbe venuto in mente di menzionarne il nome, ma non ho potuto resistere a questa sorta di strizzata d’occhio con il lettore.
- ^ valsusainfo.it, Dario Reteuna
- ^ Lettera di U.Eco al Rettore A.Salvatori, 20 febbraio 1995
- ^ "Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes" (U. Eco, "Postille al Nome della Rosa, 1983)
- ^ "Sembra infatti proprio "la parola" il tema dominante del racconto, annunciato fino dal titolo Il nome della rosa, presente con intonazioni diverse nei punti strategici della narrazione. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, leggiamo all'inizio del romanzo. I nomi sono segni di segni, con i quali l'uomo tenta di dare un ordine al mondo. Il semiologo Umberto Eco non ha scritto soltanto per divertirsi e divertirci con gli stereotipi del romanzo storico, poliziesco, fantastico. Ha scritto il romanzo filosofico della parola, della sua forza e dei suoi limiti e dell'uso negativo o positivo che l'uomo può farne (...) Il romanzo della parola ne sfiora anche un aspetto fantastico e perturbante. Certe profezie apocalittiche di sventura sembrano prendere corpo per la sola tragica forza evocativa delle parole, quasi non sia più possibile prevedere e arrestare lo sviluppo di un processo di distruzione, una volta che sia messo in moto da una intelligenza malefica". (Tina Borgogni Incoccia - 16 aprile 2001. Lunedì dell’Angelo. La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online)
- ^ Sceneggiato Il nome della Rosa. Rai
- ^ http://www.abadiadelcrimen.com/paco1989.html
- ^ Cfr.Renato Giovannoli (1985) p.424, 428
- ^ Antonio Gnoli, Eco: “Così ho dato il nome alla rosa”. 25 anni fa usciva "Il nome della rosa". Video intervista allo scrittore sui segreti del suo capolavoro, repubblica.it, 13 luglio 2006. Vedi trascrizione.
- ^ Prima lettera ai Corinzi, 13,12.
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