Il nome della rosa

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Il nome della rosa
Autore Umberto Eco
1ª ed. originale 1980
Genere Romanzo
Sottogenere giallo, storico, gotico, epico
Lingua originale italiano
Ambientazione monastero medievale, 1327
Protagonisti Guglielmo da Baskerville
Coprotagonisti Adso da Melk
Altri personaggi Jorge da Burgos, Abbone da Fossanova, Bernardo Gui, Malachia da Hildesheim, Salvatore, Remigio da Varagine, Severino da Sant'Emmerano, Bencio da Uppsala, Berengario da Arundel, Venanzio da Salvemec, Alinardo da Grottaferrata

Il nome della rosa è un romanzo scritto da Umberto Eco ed edito per la prima volta da Bompiani nel 1980.

Dopo aver pubblicato numerosi saggi, il semiologo decise di scrivere il suo primo romanzo, cimentandosi nel genere del giallo storico e in particolare del giallo deduttivo. Tuttavia il libro può essere considerato un incrocio di generi, a metà strada tra lo storico e il narrativo.

L'opera, ambientata sul finire dell'anno 1327, si presenta come il manoscritto del monaco Adso da Melk, che, ormai anziano, mette su carta i fatti vissuti da novizio molti decenni addietro in compagnia del proprio maestro Guglielmo da Baskerville. La narrazione si svolge all'interno di un monastero benedettino dell'Italia settentrionale, ed è suddivisa in sette giornate, scandite dai ritmi della vita monastica.

Il romanzo ha ottenuto un vasto successo di critica e di pubblico, vendendo oltre 50 milioni di copie in trent'anni ed essendo tradotto in oltre 40 lingue[1]. Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Strega nel 1981, ed è stato inserito nella lista de "I 100 libri del secolo di Le Monde".

Dal romanzo è stato tratto nel 1986 il film omonimo per la regia di Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery nei panni di Guglielmo e Christian Slater nel ruolo di Adso.

Trama[modifica | modifica sorgente]

« Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en francais d'après l'édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l'Abbaye de la Source, Paris, 1842) »
(Umberto Eco, Incipit de Il nome della rosa, 1980)

Nel prologo, l'autore racconta di aver letto durante un soggiorno all'estero il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un'abbazia dell'Italia settentrionale. Rapito dalla lettura, egli inizia a quel punto a tradurlo su qualche quaderno di appunti prima di interrompere i rapporti con la persona che gli aveva messo il manoscritto tra le mani. Dopo aver ricostruito la ricerca bibliografica che lo portò a recuperare alcune conferme oltre alle parti di testo mancanti, l'autore passa quindi a narrare la vicenda di Adso da Melk.

È la fine di novembre del 1327. Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, e Adso da Melk, suo allievo, si recano in un monastero benedettino di regola cluniacense sperduto sui monti dell'Italia settentrionale. Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti i francescani — sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico — e i delegati della curia papale, insediata a quei tempi ad Avignone. I due religiosi (Guglielmo è francescano e inquisitore "pentito", il suo discepolo Adso è un novizio benedettino) si stanno recando in questo luogo perché Guglielmo è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al congresso quale sostenitore delle tesi pauperistiche. Allo stesso tempo l'abate (già timoroso che l'arrivo della delegazione avignonese possa ridimensionare la propria giurisdizione sull'abbazia), preoccupato che l'inspiegabile morte del giovane confratello Adelmo durante una bufera di neve possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui, confida nelle capacità inquisitorie di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci — tra l'altro — attribuiscono misteriose cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo.

Nonostante la quasi totale libertà di movimento concessa all'ex inquisitore, altre morti violente si susseguono: quella di Venanzio, giovane monaco traduttore dal greco e amico di Adelmo, e quella di Berengario, aiutante bibliotecario alle cui invereconde profferte aveva ceduto il giovane Adelmo. Anche altri monaci troveranno la morte nell'abbazia, mentre i delegati del papa disputano con i francescani delegati dall'imperatore sul tema della povertà della Chiesa cattolica.

Mappa della biblioteca.

Guglielmo scopre che le morti sono riconnesse a un manoscritto greco custodito gelosamente nella biblioteca, vanto del monastero (costruita come un intricato labirinto a cui hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante). Nel monastero sono presenti anche due ex appartenenti alla setta dei dolciniani: il cellario Remigio da Varagine e il suo amico Salvatore, che parla una strana lingua. Remigio intrattiene un commercio illecito con una povera fanciulla del luogo, che in cambio di favori personali riceve cibo dal cellario. Anche il giovane Adso fa la conoscenza della ragazza e scopre così i piaceri della carne.

La situazione è complicata dall'arrivo dell'inquisitore Bernardo Gui, che trova la fanciulla insieme a Salvatore e prende spunto dalla presenza di un gallo nero, che la ragazza affamata avrebbe voluto mangiare, per accusarli di essere cultori di riti satanici e responsabili delle misteriose morti. Dopo aver fatto torturare il povero Salvatore, che confessa il suo passato di dolciniano, Bernardo Gui processa e condanna fra' Remigio, Salvatore e la fanciulla, dichiarandoli colpevoli delle morti avvenute nel monastero.

In un'atmosfera inquietante, alternando lunghe digressioni storico-filosofiche, ragionamenti investigatori e scene d'azione, Guglielmo e Adso si avvicinano alla verità penetrando nel labirinto della biblioteca e scoprendo il luogo dove è custodito il manoscritto fatale (l'ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele), che tratta della commedia e del riso. Alla fine, il venerabile Jorge, dopo la morte del bibliotecario Malachia, tenta di uccidere Guglielmo offrendogli il manoscritto dalle pagine avvelenate. Ma Guglielmo lo sfoglia con le mani protette da un guanto, e allora il vecchio monaco, in un eccesso di fanatico fervore, divora le pagine avvelenate del testo in modo che più nessuno possa leggerle. Mentre Guglielmo e Adso tentano di fermarlo, Jorge provoca un incendio che nessuno riuscirà a domare e che inghiottirà nel fuoco l'intera abbazia. Adso e il suo maestro partiranno infine da quelle macerie, in cui il giovane tornerà anni dopo, trovando la solitudine più totale, in quello stesso luogo che era stato teatro di omicidi e intrighi, veleni e scoperte.

Indice dei capitoli[modifica | modifica sorgente]

  • Naturalmente, un manoscritto
  • Prologo
  • Primo giorno
    • prima. dove si arriva ai piedi dell'abbazia e Guglielmo dà prova di grande acume
    • terza. dove Guglielmo ha una istruttiva conversazione con l'Abate
    • sesta. dove Adso ammira il portale della chiesa e Guglielmo ritrova Ubertino da Casale
    • verso nona. dove Guglielmo ha un dialogo dottissimo con Severino erborista
    • dopo nona. dove si visita lo scriptorium e si conoscono molti studiosi, copisti e rubricatori nonché un vegliardo cieco che attende l'Anticristo
    • vespri. dove si visita il resto dell'abbazia, Guglielmo trae alcune conclusioni sulla morte di Adelmo, si parla col fratello vetraio di vetri per leggere e di fantasmi per chi vuol leggere troppo
    • compieta. dove Guglielmo e Adso godono della lieta ospitalità dell'Abate e della corrucciata conversazione di Jorge
  • Secondo giorno
    • mattutino. dove poche ore di mistica felicità sono interrotte da un sanguinosissimo evento
    • prima. dove Bencio da Upsala confida alcune cose, altre ne confida Berengario da Arundel e Adso apprende cosa sia la vera penitenza
    • terza. dove si assiste a una rissa tra persone volgari, Aymaro da Alessandria fa alcune allusioni e Adso medita sulla santità e sullo sterco del demonio. Poi Guglielmo e Adso tornano nello scriptorium, Guglielmo vede qualcosa d'interessante, ha una terza conversazione sulla liceità del riso, ma in definitiva non può guardare dove vorrebbe
    • sesta. dove Bencio fa una strano racconto da cui si apprendono cose poco edificanti sulla vita dell'abbazia
    • nona. dove l'Abate si mostra fiero delle ricchezze della sua abbazia e timoroso degli eretici, e alla fine Adso dubita di aver fatto male ad andare per il mondo
    • dopo vespri. dove, malgrado il capitolo sia breve, il vegliardo Alinardo dice cose assai interessanti sul labirinto e sul modo di entrarvi
    • compieta. dove si entra nell'Edificio, si scopre un visitatore misterioso, si trova un messaggio segreto con segni da negromante, e scompare, appena trovato, un libro che poi sarà ricercato per molti altri capitoli, né ultima vicissitudine è il furto delle preziose lenti di Guglielmo
    • notte. dove si penetra finalmente nel labirinto, si hanno strane visioni e, come accade nei labirinti, ci si perde
  • Terzo giorno
    • da laudi a prima. dove si trova un panno sporco di sangue nella cella di Berengario scomparso, ed è tutto
    • terza. dove Adso nello scriptorium riflette sulla storia del suo ordine e sul destino dei libri
    • sesta. dove Adso riceve le confidenze di Salvatore, che non si possono riassumere in poche parole, ma che gli ispirano molte preoccupate meditazioni
    • nona. dove Guglielmo parla ad Adso del gran fiume ereticale, della funzione dei semplici nella chiesa, dei suoi dubbi sulla conoscibilità delle leggi generali, e quasi per inciso racconta come ha decifrato i segni negromantici lasciati da Venanzio
    • vespri. dove si parla ancora con l'Abate,Guglielmo ha alcune idee mirabolanti per decifrare l'enigma del labirinto, e ci riesce nel modo più ragionevole. Poi si mangia il casio in pastelletto
    • dopo compieta. dove Ubertino racconta ad Adso la storia di fra' Dolcino, altre storie Adso rievoca o legge in biblioteca per conto suo, e poi gli accade di avere un incontro con una fanciulla bella e terribile come un esercito schierato a battaglia
    • notte. dove Adso sconvolto si confessa con Guglielmo e medita sulla funzione della donna nel piano della creazione, poi però scopre il cadavere di un uomo
  • Quarto giorno
    • laudi. dove Guglielmo e Severino esaminano il cadavere di Berengario, scoprono che ha la lingua nera, cosa singolare per un annegato, poi discutono di veleni dolorosissimi e di un furto remoto
    • prima. dove Guglielmo induce prima Salvatore e poi il cellario a confessare il loro passato, Severino ritrova le lenti rubate, Nicola porta quelle nuove e Guglielmo con sei occhi va a decifrare il manoscritto di Venanzio
    • terza. dove Adso si dibatte nei pentimenti d'amore, poi arriva Guglielmo col testo di Venanzio, che continua a rimanere indecifrabile anche dopo esser stato decifrato
    • sesta. dove Adso va a cercar tartufi e trova i minoriti in arrivo, questi colloquiano a lungo con Guglielmo e Ubertino e si apprendono cose molto tristi su Giovanni XXII
    • nona. dove arrivano il cardinale del Poggetto, Bernardo Gui e gli altri uomini di Avignone, e poi ciascuno fa cose diverse
    • vespri. dove Alinardo sembra dare informazioni preziose e Guglielmo rivela il suo metodo per arrivare a una verità probabile attraverso una serie di sicuri errori
    • compieta. dove Salvatore parla di una magìa portentosa
    • dopo compieta. dove si visita di nuovo il labirinto, si arriva alla soglia del finis Africae ma non ci si può entrare perché non si sa cosa siano il primo e il settimo dei quattro, e infine Adso ha una ricaduta, peraltro assai dotta, nella sua malattia d'amore
    • notte. dove Salvatore si fa miseramente scoprire da Bernardo Gui, la ragazza amata da Adso viene presa come strega e tutti vanno a letto più infelici e preoccupati di prima
  • Quinto giorno
    • prima. dove ha luogo una fraterna discussione sulla povertà di Gesù
    • terza. dove Severino parla a Guglielmo di uno strano libro e Guglielmo parla ai legati di una strana concezione del governo temporale
    • sesta. dove si trova Severino assassinato e non si trova più il libro che lui aveva trovato
    • nona. dove si amministra la giustizia e si ha la imbarazzante impressione che tutti abbiano torto
    • vespri. dove Ubertino si dà alla fuga, Bencio incomincia a osservare le leggi e Guglielmo fa alcune riflessioni sui vari tipi di lussuria incontrati quel giorno
    • compieta. dove si ascolta un sermone sulla venuta dell'Anticristo e Adso scopre il potere dei nomi propri
  • Sesto giorno
    • mattutino. dove i principi sederunt, e Malachia stramazza al suolo
    • laudi. dove viene eletto un nuovo cellario ma non un nuovo bibliotecario
    • prima. dove Nicola racconta tante cose, mentre si visita la cripta del tesoro
    • terza. dove Adso, ascoltando il "Dies irae", ha un sogno o visione che dir si voglia
    • dopo terza. dove Guglielmo spiega ad Adso il suo sogno
    • sesta. dove si ricostruisce la storia dei bibliotecari e si ha qualche notizia in più sul libro misterioso
    • nona. dove l'Abate si rifiuta di ascoltare Guglielmo, parla del linguaggio delle gemme e manifesta il desiderio che non si indaghi più su quelle tristi vicende
    • tra vespro e compieta. dove in breve si racconta di lunghe ore di smarrimento
    • dopo compieta. dove, quasi per caso, Guglielmo scopre il segreto per entrare nel finis Africae
  • Settimo giorno
    • notte. dove, a riassumere le rivelazioni prodigiose di cui qui si parla, il titolo dovrebbe essere lungo quanto il capitolo, il che è contrario alle consuetudini
    • notte. dove avviene l'ecpirosi e a causa della troppa virtù prevalgono le forze dell'inferno
  • Ultimo folio

Personaggi[modifica | modifica sorgente]

Protagonisti
  • Guglielmo da Baskerville, frate francescano, già inquisitore, si reca al monastero in cui si svolge la vicenda dietro richiesta dell'imperatore, in qualità di mediatore fra il Papato, l'Impero e l'ordine francescano nell'ambito di un incontro che si terrà nell'abbazia. Guglielmo ricorda in maniera palese il filosofo francescano inglese Guglielmo di Ockham, maestro del metodo deduttivo; peraltro, nelle citazioni l'autore inventa una fittizia discendenza discepolare di Guglielmo da Ruggero Bacone, anch'egli filosofo d'Oltremanica tardo-medievale. Inoltre per il suo aspetto fisico e acume si rifà al noto personaggio Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, somiglianza rafforzata dalla stessa origine di Guglielmo, che richiama uno dei racconti più famosi del detective inglese: Il mastino dei Baskerville[2].
  • Adso da Melk, novizio benedettino al seguito di Guglielmo, è la voce narrante della storia. Come il maestro ricorda Sherlock Holmes, così Adso richiama nel nome e nel rango il suo assistente Dottor Watson. Entrambi inoltre sono narratori in prima persona dei fatti loro accaduti.
Monaci dell'Abbazia
  • Abbone da Fossanova, abate del monastero; è l'unico, insieme al bibliotecario al suo aiutante e a padre Jorge da Burgos, a conoscere i segreti della biblioteca.
  • Jorge da Burgos, anziano cieco, profondo conoscitore dei segreti del monastero e in passato bibliotecario. Il personaggio appare una riuscita caricatura di Jorge Luis Borges: ciò non soltanto per la comune cecità e per l'evidente assonanza dei nomi, ma anche per la diretta discendenza borgesiana dell'immagine della biblioteca come specchio del mondo e persino della planimetria poligonale con cui la biblioteca dell'abbazia è disegnata, che si ispira al racconto La biblioteca di Babele.
  • Adelmo da Otranto, miniatore e primo morto.
  • Alinardo da Grottaferrata, il più anziano dei monaci e per il suo comportamento considerato da tutti affetto da demenza senile ma si rivela utile alla risoluzione della vicenda.
  • Aymaro da Alessandria, trascrittore italiano.
  • Bencio da Uppsala, giovane scandinavo trascrittore di testi di retorica e nuovo aiuto-bibliotecario.
  • Berengario da Arundel, aiuto bibliotecario dell'abbazia.
  • Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall'arabo, conoscitore dell'antica Grecia e devoto di Aristotele.
Personaggi minori
Delegazione pontificia
Delegazione imperiale (minoriti)

Genesi dell'opera[modifica | modifica sorgente]

L'autore, Umberto Eco, nel 1984.

Umberto Eco aveva alle spalle un gran numero di saggi. L'idea di scrivere un romanzo venne alla luce nel 1978, quando un amico editore gli disse di voler curare la pubblicazione di una serie di brevi romanzi gialli. Eco declinò l'offerta e, scherzando, affermò che se mai avesse scritto un romanzo giallo, sarebbe stato un libro di cinquecento pagine con protagonisti dei monaci medievali[3]. Quello che era nato come uno scherzo prese forma quando nella mente dell'autore si creò l'immagine di un monaco avvelenato mentre stava leggendo in una biblioteca. Nelle Postille al Nome della rosa Eco scrisse che "voleva uccidere un monaco", ma in seguito criticò chi aveva preso alla lettera questa dichiarazione, affermando che la sua curiosità nasceva solamente dal fascino che l'immagine di un monaco morto mentre leggeva gli suscitava[4]. Le emozioni connesse a quest'immagine gli derivavano — a suo dire — dalla partecipazione a sedici anni ad un corso di esercizi spirituali presso il monastero benedettino di Santa Scolastica. La visione della biblioteca con il grande volume degli Acta Sanctorum aperti sul leggio e "lame di luce che entravano dalle vetrate opache" gli creò un indelebile "momento di inquietudine"[4].

La decisione di ambientare il romanzo nel medioevo fu una scelta dettata dalla familiarità di Eco con quel particolare periodo storico, che aveva già approfondito in studi e saggi precedenti[5]. Il primo anno, dopo aver avuto l'idea, l'autore lo passò pianificando i luoghi ed i personaggi della sua opera, per "prendere confidenza" con l'ambiente che stava immaginando ed entrare in familiarità con gli attori:

« [...] ricordo di aver passato un anno intero senza scrivere un rigo. Leggevo, facevo disegni, diagrammi, insomma inventavo un mondo. Ho disegnato centinaia di labirinti e di piante di abbazie, basandomi su altri disegni, e su luoghi che visitavo[6]»

Titolo[modifica | modifica sorgente]

Il titolo provvisorio del libro, durante la stesura, era L'abbazia del delitto. Successivamente Eco valutò anche il titolo Adso da Melk, ma poi considerò che nella letteratura italiana — a differenza di quella inglese — i libri aventi per titolo il nome del protagonista non hanno mai avuto fortuna. Infine si decise per Il nome della rosa, perché a chiunque chiedesse, "diceva che Il nome della rosa era il più bello"[6].

La scelta del titolo richiama inoltre il motto nominalista che chiude il romanzo: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ("La rosa primigenia [ormai] esiste [soltanto] in quanto nome: noi possediamo nudi nomi" — nel senso che, come sostenuto dai nominalisti, non possiamo cogliere l'essenza delle cose — diversamente da quanto sostenuto da Aristotele e dalla dottrina cattolica di san Tommaso d'Aquino). Il titolo inoltre rimanda implicitamente ad alcuni dei temi centrali dell'opera: la frase "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ricorda anche il fatto che di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Così è per la biblioteca e i suoi libri distrutti dal fuoco, ad esempio, e per tutto un mondo, quello conosciuto dal giovane Adso, destinato a scomparire nel tempo. Ma in realtà tutta la vicenda narrata è un continuo ricercare segni, "libri che parlano di altri libri", come suggerisce lo stesso Eco nelle Postille al Nome della rosa[7], le parole e i "nomi" attorno a cui ruota tutto il complesso di indagini, lotte, rapporti di forza, conflitti politici e culturali[8].

Incipit[modifica | modifica sorgente]

  • Umberto Eco ha dichiarato che l'incipit del primo capitolo "Era una bella mattina di fine novembre" è una citazione della famosa frase "Era una notte buia e tempestosa", usata da Snoopy per incominciare ciascuno dei suoi romanzi e scritta per la prima volta da Edward Bulwer-Lytton nel 1830[6].
  • Il prologo inizia con "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio", frase con cui iniziano il Vangelo secondo Giovanni e il Morgante di Pulci.
  • Nell'incipit del romanzo compare la frase: "Videmus nunc per speculum et in aenigmate", tratta da San Paolo[9], "Ora (nella vita materiale) vediamo come attraverso uno specchio, in maniera confusa, distorta"; si tratta di un passo già citato in un precedente scritto di Eco: Opera aperta del 1962.

Fonti di ispirazione[modifica | modifica sorgente]

All'epoca della concezione dell'opera, il romanzo storico con ambientazione medievale era stato riscoperto da poco in Italia da Italo Alighiero Chiusano, col suo L'ordalia. Le diverse similarità (ambientazione temporale, genere inteso come romanzo di formazione, e scelta dei personaggi principali, un novizio e il suo maestro, un saggio monaco più anziano), e la notorietà che L'ordalia aveva nel 1979, che un esperto di letteratura come Umberto Eco difficilmente ignorava, fanno ritenere L'ordalia con molte probabilità una delle principali fonti di ispirazione de Il nome della rosa[10].

Dai nomi, dalle descrizioni dei personaggi e dallo stile scelto per la narrazione, risulta invece evidente l'omaggio che Eco fa ad Arthur Conan Doyle e al suo personaggio di maggior successo: Sherlock Holmes. Guglielmo, infatti, sembra ricavato, per descrizione fisica e per metodo d'indagine, dalla figura di Holmes: le sue capacità deduttive, la sua umiltà e il suo desiderio di conoscenza sembrano infatti riprendere e, a tratti, esaltare gli aspetti migliori del detective britannico. Inoltre proviene dalla contea di Baskerville, che riprende il nome dal miglior romanzo di Doyle, Il mastino dei Baskerville, che per atmosfera può tranquillamente essere considerato come una delle fonti del libro di Eco. Parallelamente il giovane Adso riprende alcuni aspetti della figura del fido Watson holmesiano. Come Watson è il narratore in prima persona della vicenda e come lui si mostra ottuso e poco attento, nonostante il desiderio di apprendere, e pronto all'azione. Il nomi dei due personaggi (Watson e Adso) presentano inoltre un'assonanza.

Evidenti sono anche i riferimenti nel romanzo di Eco a Brother Cadfael, monaco detective medievale protagonista di una serie di romanzi gialli della scrittrice inglese Ellis Peters (1913-1995) a partire dal 1977 con A Morbid Taste for Bones, tradotto in italiano col titolo La bara d'argento, in cui fratello Cadfael ha come aiutanti due novizi. Marginalmente, si ricorda infine che la ripartizione del testo in base alle ore del giorno (ore canoniche nel romanzo di Eco) è un prestito dal celeberrimo romanzo Ulisse di James Joyce.

Sacra di San Michele, il monastero al quale s'ispirò Eco per l'abbazia di Sant'Ambrogio dove risiedono Guglielmo e Adso.

Per ambientare il suo romanzo, Eco si è ispirato alla Sacra di San Michele, abbazia benedettina monumento simbolo del Piemonte[11]. Per lo scriptorium dell'Abbazia, Eco ha tenuto presente anche l'Abbazia di San Colombano di Bobbio. Inoltre anche la biblioteca e l'intera abbazia di San Gallo in Svizzera sono state tra le fonti cui l'autore ha attinto per immaginare il monastero in cui è ambientato il romanzo Il nome della Rosa[12] (in particolare è da menzionare la Pianta di San Gallo. All'inizio del romanzo, prima del manoscritto, è riportata la pianta di un'abbazia).

Alla fine del terzo Giorno è presente una citazione dal V Canto dell'Inferno di Dante, la cui opera è citata un paio di volte. Inoltre, Adso racconta un proprio svenimento con le parole "Caddi come un corpo morto cade" che sono una chiara citazione della Commedia. Guglielmo invece parla di Malachia come di un "Vaso di coccio tra i vasi di ferro" richiamando Manzoni.

Nel sogno di Adso, vengono citate due frasi che oggi sono famose perché ritenute fra i primi documenti del volgare italiano: "Traete, filii de puta!", da un'iscrizione nella Basilica di San Clemente in Roma, e "Sao ko kelle terre per kelle fini ke ki kontene..." dai Placiti cassinesi.

La scena in cui Adso copula con la contadinella è un collage di spezzoni del Cantico dei cantici e di brani di mistici che descrivono le loro estasi. In questo modo Eco ha cercato di trasmettere come un monaco sperimenterebbe il sesso attraverso la sua "sensibilità culturale"[3].

La tecnica con cui l'assassino uccide i monaci è ripresa dal film Il giovedì (1963) di Dino Risi.[13]

Il manoscritto[modifica | modifica sorgente]

La finzione del manoscritto ritrovato, utilizzata da Umberto Eco, è un espediente letterario già usato da altri autori nella storia della letteratura: per esempio Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, Walter Scott in Ivanhoe, Nathaniel Hawthorne ne La lettera scarlatta, Cervantes nel Don Chisciotte (il manoscritto arabo di Cide Hamete Benengeli), Matteo Maria Boiardo nell'Orlando Innamorato, Ludovico Ariosto nell'Orlando furioso, Giacomo Leopardi nel preambolo al Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco nelle Operette morali.

Storia editoriale[modifica | modifica sorgente]

Eco aveva già un rapporto di lunga data con la Bompiani, che aveva pubblicato tutti i suoi lavori precedenti e che avrebbe preso Il nome della rosa "a scatola chiusa". Tuttavia pensò in un primo momento di consegnarlo all'editore Franco Maria Ricci per farlo pubblicare con una tiratura limitata di mille copie in un volume raffinato[6]. La notizia che Eco aveva scritto un romanzo si sparse però velocemente e l'autore ricevette molteplici proposte dalla Einaudi e dalla Mondadori che vedevano del potenziale ne Il nome della rosa. A quel punto Eco tornò sui suoi passi e decise che tanto valeva lavorare con il suo editore storico[6]. Così nel 1980 il romanzo fu pubblicato da Bompiani con una tiratura di 30.000 copie[2].

Il romanzo è stato più volte ristampato nel corso degli anni ed è arrivato a vendere circa 30 milioni di copie in Italia e nel mondo, dove è stato tradotto in oltre 40 lingue[1]. Nel 2002 è stato oggetto di un curioso fenomeno, grazie al lancio di un'iniziativa editoriale del quotidiano La Repubblica che lo ha distribuito gratuitamente in oltre un milione di copie.

Nel 2011 Eco ha rivisitato Il nome della rosa effettuando delle modifiche che hanno portato il libro ad allungarsi di 18 pagine[14]. Questo lavoro di correzione ha generato critiche controverse, tra cui quella di Pierre Assouline di Le Monde, che ha accusato l'autore di voler abbassare il livello del romanzo e semplificarne la lingua per andare incontro alle generazioni digitalizzate[15]. Eco ha respinto le accuse affermando che il suo è stato solo un piccolo lavoro di "cosmesi"[2], volto soprattutto a sveltire certi passaggi per preservare il ritmo della narrazione; eliminare certe ripetizioni; togliere degli errori che da anni gli pesavano e modificare leggermente l'aspetto fisico dei personaggi, che erano a suo dire "troppo grotteschi"[2][14].

Anche a causa della sua peculiare struttura, fatta di citazioni di altri testi, il romanzo è stato accusato più o meno apertamente di plagio nei confronti di vari libri. Nel 1989 venne avanzata nei confronti di Umberto Eco un'accusa formale da parte di uno scrittore cipriota, il quale sosteneva che alcuni contenuti del libro erano ripresi da un proprio romanzo, dove due personaggi entravano in un monastero e discutevano con l'abate dell'Apocalisse. Tuttavia le numerose differenze tra la storia cipriota, che si svolgeva ai giorni nostri, e la scarsa rilevanza del colloquio, che occupava solo poche pagine, condusse alla sentenza di un tribunale cipriota, che scagionò lo scrittore italiano assolvendolo nel 1992[16]. Riguardo alla traduzione in lingua araba del romanzo, nel 1998 Ahmed Somai, primo traduttore tunisino, accusò di plagio il firmatario della edizione egiziana, Kamel Oueid El - Amiri[17].

Postille[modifica | modifica sorgente]

Nel 1983 Umberto Eco ha pubblicato, attraverso la rivista Alfabeta, le Postille al Nome della rosa, un saggio con il quale l'autore spiega il percorso letterario che lo ha portato alla stesura del romanzo, fornendo chiarimenti su alcuni aspetti concettuali dell'opera. Le Postille al Nome della rosa sono state poi allegate a tutte le ristampe italiane del romanzo successive al 1983[6].

Nel paragrafo intitolato "Il Postmoderno, l'ironia, il piacevole", Eco afferma che il "post-moderno è un termine buono à tout faire". Inoltre, secondo l'autore, il postmoderno è sempre più retrodatato: mentre prima questo termine si riferiva solamente al contesto culturale degli ultimi vent'anni, oggi viene impiegato anche per periodi precedenti. Tuttavia per Eco il post-moderno non è "una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, un Kunstwollen, un modo di operare". "Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno, così come ogni epoca avrebbe il proprio manierismo". In ogni epoca si giunge a momenti in cui ci si accorge che "il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta". All'inizio del Novecento, per questi motivi, l'avanguardia storica cerca di opporsi al condizionamento del passato, distruggendolo e sfigurandolo. Ma l'avanguardia non si ferma qui, procede fino all'annullamento dell'opera stessa (il silenzio nella musica, la cornice vuota in pittura, le pagine bianche in letteratura etc). Dopo ciò "l'avanguardia (il moderno) non può più andare oltre". Dunque siamo costretti a riconoscere il passato e a prenderlo con ironia, ma senza ingenuità. "La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente"[18].

Piani di lettura[modifica | modifica sorgente]

« [...] Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni. »
(Umberto Eco, op. cit., p. 440)

Attribuire un genere letterario al romanzo di Eco è assai difficile: esso infatti è stato particolarmente apprezzato per la presenza di molteplici piani di lettura, che possono essere colti dal lettore a seconda della sua preparazione culturale. Pur presentandosi come un giallo, o come un romanzo storico ad una lettura superficiale, il libro è in realtà costruito attraverso una fitta rete di citazioni tratte da numerose altre opere letterarie, dunque è, in un certo senso, un libro fatto di altri libri[7]. È costante il riferimento linguistico e semiologico. È anche presente, appena sotto la superficie, una forte componente esoterica, e di fondo la storia può essere vista come una riflessione filosofica sul senso e sul valore della verità e della sua ricerca, da un punto di vista strettamente laico, tema del resto comune alle opere successive di Eco.

Nel piano di lettura storico presente nel romanzo, i personaggi e le forze che nella vicenda narrata si contrappongono rappresentano in realtà due epoche e due mentalità che in quel periodo storico si sono trovate a fronteggiarsi: da un lato il medioevo più antico, col suo fardello di dogmi, preconcetti e superstizioni, ma anche intriso di una profonda e mistica spiritualità, dall'altro lato il nuovo mondo che avanza, rappresentato da Guglielmo, con la sua sete di conoscenza, con la predisposizione a cercare una verità più certa e intelligibile attraverso la ricerca e l'indagine, anticipazione di un metodo scientifico che in Europa di lì a poco non tarderà ad affermarsi.

L'autore usa un espediente narrativo e così il romanzo scritto da Umberto Eco è in realtà una narrazione al quarto livello di incassamento, dentro ad altre tre narrazioni: Eco dice di raccontare ciò che ha trovato nel testo di Vallet, che a sua volta diceva che Mabillon ha detto che Adso disse... In questo senso Eco non fa che riproporre un artificio letterario tipico dei romanzi inglesi neogotici, e utilizzato anche da Alessandro Manzoni per I promessi sposi.

Un ulteriore piano di lettura vede il romanzo come un'allegoria delle vicende italiane contemporanee o di poco precedenti all'uscita de "Il nome della rosa", ovvero la situazione politica degli anni settanta, con le diverse parti in causa a rappresentare sì l'evolversi politico e spirituale legato al dibattito sulla povertà nel Trecento, ma anche le diverse correnti di pensiero o situazioni proprie degli anni di piombo: Papa Giovanni XXII e la corte avignonese a rappresentare i conservatori, Ubertino da Casale e i francescani nel ruolo dei riformisti, Fra Dolcino e i movimenti ereticali in quello dei gruppi, armati e non, legati all'area extraparlamentare[19].

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Nonostante gli apprezzamenti e il suo successo editoriale, Eco lo considera un libro sopravvalutato e si dispiace che i lettori vi siano così affezionati, quando gli altri suoi romanzi sono, a suo dire, migliori:

« Io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente i migliori, ma per la legge di Gresham, quello che rimane più famoso è sempre il primo[4]»

La stampa italiana ed internazionale, invece, accolse con grande entusiasmo Il nome della rosa e molti critici scrissero parole d'elogio per l'opera di Eco.

« Il libro più intelligente — ma anche il più divertente — di questi ultimi anni. »
(Lars Gustafsson, Der Spiegel)
« Il libro è così ricco che permette tutti i livelli di lettura... Eco, ancora bravo! »
(Robert Maggiori, Libération)
« Brio ed ironia. Eco è andato a scuola dai migliori modelli. »
(Richard Ellmann, The New York Review of Books)
« Quando Baskerville e Adso entrarono nella stanza murata allo scoccare della mezzanotte e all'ultima parola del capitolo, ho sentito, anche se è fuori moda, un caratteristico sobbalzo al cuore. »
(Nicholas Shrimpton, The Sunday Times)
« Nel filone dei racconti filosofici di Voltaire. »
(L'Express)
« È riuscito a scrivere un libro che si legge tutto d'un fiato, accattivante, comico, inatteso... »
(Mario Fusco, Le Monde)
« Mi rallegro e tutto il mondo delle lettere si rallegrerà con me, che si possa diventare bestseller contro i pronostici cibernetici, e che un'opera di letteratura genuina possa soppiantare il ciarpame... L'alta qualità e il successo non si escludono a vicenda. »
(Anthony Burgess, The Observer)
« L'impulso narrativo che guida il racconto è irresistibile. »
(Franco Ferrucci, The New York Times Book Review)
« Benché non corrisponda ad alcun genere (logicamente non può, deve essere a-generico) è meravigliosamente interessante. »
(Frank Kermode, The London Review of Books)

Non sono mancate tuttavia voci assai più critiche, in particolare riguardo l'attendibilità storica del romanzo:

« [...] presentazione prima letteraria e poi cinematografica di un Medioevo falsificato ed elevato a "simbolo ideologico"; i temi della più trita polemica anticattolica di sempre, il cui scopo "positivo" si compendia nell'apologia della modernità come carattere specifico del mondo contemporaneo. »
(Massimo Introvigne, Cristianità n. 15, febbraio 1987[20])
« Mini-museo antireligioso posto dall'altra parte di una cortina di ferro sempre presente. »
(Régine Pernoud, 30 Giorni, gennaio 1987)
« [...] un romanzo bello e falso come Il Nome della Rosa, che in materia di Medioevo esprime un’attendibilità storica inferiore ai fumetti di Asterix e Obelix. »
(Mario Palmaro, La Bussola Quotidiana, settembre 2011)

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Il 9 luglio 1981, otto mesi dopo la pubblicazione del libro, Il nome della rosa vinse il Premio Strega, il più alto riconoscimento letterario in Italia[21][22]. Nel mese di novembre 1982 ottenne in Francia il Prix Médicis nella categoria opere straniere[23]. Nel 1983 il romanzo entrò nell'"Editors' Choice" del The New York Times[24] e nel 1999 fu selezionato tra "I 100 libri del secolo" dal quotidiano francese Le Monde.

Influenza culturale[modifica | modifica sorgente]

Errori[modifica | modifica sorgente]

Alcuni errori storici presenti sono molto probabilmente parte dell'artifizio letterario, la cui contestualizzazione è documentabile nelle pagine del libro che precedono il prologo, in cui l'autore afferma che il manoscritto su cui è stata successivamente svolta la traduzione in italiano corrente conteneva interpolazioni dovute a diversi autori dal medioevo fino all'epoca moderna[27]. Eco inoltre ha segnalato di persona alcuni errori ed anacronismi che erano presenti nelle varie edizioni del romanzo fino alla revisione del 2011:

  • Nel romanzo si menziona una ricetta a base di peperoni ("carne di pecora con salsa cruda di peperoni"), ovvero un "piatto impossibile". I peperoni furono infatti importati dall'America oltre un secolo e mezzo dopo l'epoca in cui si ambienta il romanzo. Lo stesso errore si ripropone più avanti quando Adso sogna una sua rielaborazione della Coena Cypriani, nella quale tra le diverse vivande che gli ospiti portano alla tavola compaiono, appunto, anche i peperoni[14]. Un anacronismo simile si ritrova quando nel romanzo viene citata la zucca, che viene confusa con la cicerbita, menzionata in un erbario dell'epoca[14].
  • Durante il settimo giorno-notte, Jorge dice a Guglielmo che Francesco d'Assisi "imitava con un pezzo di legno i movimenti di chi suona il violino", strumento che non esisteva prima dell'inizio del XVI secolo[14].
  • In un punto del romanzo Adso afferma di aver fatto qualcosa in "pochi secondi" quando quella misura temporale non era ancora utilizzata nel medioevo[14].

Trasposizioni[modifica | modifica sorgente]

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Il nome della rosa (film).

Dal romanzo di Eco il regista Jean-Jacques Annaud ha tratto un film omonimo, interpretato da Sean Connery (Guglielmo da Baskerville), F. Murray Abraham (Bernardo Gui), Christian Slater (Adso) e Ron Perlman (Salvatore).

Altre[modifica | modifica sorgente]

Nel 2005 Rai Radio 2 ha trasmesso un adattamento radiofonico in 35 puntate del romanzo, disponibile in formato RealAudio sul sito RAI[28].

Dal romanzo fu tratto, ancora negli anni ottanta, uno dei più famosi videogiochi spagnoli per la piattaforma MSX, La abadía del crimen[29], presto convertito per altri sistemi operativi come Amstrad e, negli anni duemila, per PC/Windows. Nel videogioco, il nome del personaggio principale è stato cambiato in Guglielmo di Occam.

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Eco rivede Il nome della rosa in la Repubblica (Roma), 15 luglio 2011, p. 49. URL consultato il 25 gennaio 2014. 2) http://www.ranker.com/list/best-selling-books-of-all-time/jeff419
  2. ^ a b c d Paolo Di Stefano, Eco: così ho rivisto "Il nome della rosa" ma salvatemi dai critici militanti in Corriere della Sera, 31 gennaio 2012. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  3. ^ a b (EN) Lila AzamZanganeh, Umberto Eco, The Art of Fiction No. 197, The Paris Review. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  4. ^ a b c  Infodem TV. Umberto Eco Odio 'Il nome della rosa', è il mio peggior romanzo. YouTube. URL consultato in data 25 gennaio 2014.
  5. ^ Gaither Stewart, Il sogno medievale (parte 2) in Cyberitalian.it. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  6. ^ a b c d e f Antonio Gnoli, Eco "Così ho dato il nome alla rosa" (PDF) in la Repubblica, 9 luglio 2006. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  7. ^ a b Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, Bompiani, 1983.
    «Si fanno libri solo su altri libri e intorno ad altri libri. […] I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata. Lo sapeva Omero, lo sapeva Ariosto, per non dire di Rabelais o di Cervantes.».
  8. ^ Tina Borgognoni Incoccia, I nomi e le rose, La Repubblica Letteraria Italiana, 16 aprile 2001. URL consultato il 25 gennaio 2013.
    «Sembra infatti proprio "la parola" il tema dominante del racconto, annunciato fino dal titolo Il nome della rosa, presente con intonazioni diverse nei punti strategici della narrazione. "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio", leggiamo all'inizio del romanzo. I nomi sono segni di segni, con i quali l'uomo tenta di dare un ordine al mondo. Il semiologo Umberto Eco non ha scritto soltanto per divertirsi e divertirci con gli stereotipi del romanzo storico, poliziesco, fantastico. Ha scritto il romanzo filosofico della parola, della sua forza e dei suoi limiti e dell'uso negativo o positivo che l'uomo può farne [...] Il romanzo della parola ne sfiora anche un aspetto fantastico e perturbante. Certe profezie apocalittiche di sventura sembrano prendere corpo per la sola tragica forza evocativa delle parole, quasi non sia più possibile prevedere e arrestare lo sviluppo di un processo di distruzione, una volta che sia messo in moto da una intelligenza malefica.».
  9. ^ Prima lettera ai Corinzi, 13,12.
  10. ^ Giacomo Alessandroni, Memoria. Marco Beck ricorda Italo Alighiero Chiusano in Letture, nº 614, febbraio 2005. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  11. ^ Dario Reteuna, Sacra di San Michele, Valsusainfo.it. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  12. ^ Svizzera, Touring editore, 2014, pag. 234
  13. ^ note a Daniele Luttazzi, Lolito. Una parodia, pp. 514-15.
  14. ^ a b c d e f Maurizio Bono, Eco: così ho corretto Il nome della rosa in La Repubblica, 5 settembre 2011. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  15. ^ Paolo Di Stefano, L'arte di rifare in Corriere della Sera, 29 agosto 2011-5 settembre 2011. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  16. ^ Plagio? Assolto Eco in Corriere della Sera, 29 settembre 1992, p. 19. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  17. ^ Il nome della rosa: lite fra traduttori in Corriere della Sera, 31 ottobre 1998, p. 35. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  18. ^ Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, Bompiani, 1983.
  19. ^ Alessandra Fagioli, Il romanziere e lo storico in Lettera Internazionale, nº 75, 2003. URL consultato il 25 gennaio 2014.
    «Per fare un esempio, scrivevo "Il nome della rosa", dove il mio unico interesse era mettere in scena una complessa trama poliziesca all'interno di un'abbazia, che poi ho deciso di situare nel Trecento perché mi erano capitati alcuni documenti estremamente affascinanti sulle lotte pauperistiche dell'epoca. Nel corso della narrazione mi accorsi che emergevano – attraverso questi fenomeni medievali di rivolta non organizzata – aspetti affini a quel terrorismo che stavamo vivendo proprio nel periodo in cui scrivevo, più o meno verso la fine degli anni settanta. Certamente, anche se non avevo un'intenzione precisa, tutto ciò mi ha portato a sottolineare queste somiglianze, tanto che quando ho scoperto che la moglie di Fra' Dolcino si chiamava Margherita, come la Margherita Cagol moglie di Curcio, morta più o meno in condizioni analoghe, l'ho espressamente citata nel racconto. Forse se si fosse chiamata diversamente non mi sarebbe venuto in mente di menzionarne il nome, ma non ho potuto resistere a questa sorta di strizzata d'occhio con il lettore.».
  20. ^ Massimo Introvigne, Contro «Il nome della rosa» in Cristianità, vol. 15, nº 142, febbraio 1987, pp. 7-11.
  21. ^ I Vincitori del Premio Strega, Strega.it. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  22. ^ Stefano Salis, Come si diventa Umberto Eco in Il Sole 24 ORE. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  23. ^ (ES) Premio en Francia a la primera novela del semiólogo Umberto Eco in El País, 23 novembre 1982. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  24. ^ (EN) Editors' Choice 1983 in The New York Times, 4 dicembre 1983. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  25. ^ Iron Maiden - Origine delle Canzoni, digilander.libero.it/ironluca. URL consultato il 25 gennaio 2014.È preferibile sostituire con una fonte più autorevole
  26. ^ (EN) Mystery of the Abbey, Days of Wonder. URL consultato il 25 gennaio 2013.
  27. ^ AA. VV., op. cit., pp. 424, 428
  28. ^ Sceneggiato Il nome della Rosa, Rai. URL consultato il 25 gennaio 2014.
  29. ^ (ES) Intervista a Paco Menéndez, Abadiadelcrimen.com, 1989. URL consultato il 25 gennaio 2014.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]