Vangelo secondo Matteo

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Vangelo secondo San Matteo
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Inizio del Vangelo secondo San Matteo nel Libro di Kells
Datazione 70-100 ma sono state proposte anche datazioni precedenti al 70
Attribuzione Matteo apostolo ed evangelista
Luogo d'origine Antiochia di Siria
Fonti Vangelo secondo Marco, fonte Q
Manoscritti \mathfrak{p}104 (tardo II secolo)
Destinatari comunità di ebrei cristiani

Il Vangelo secondo San Matteo (lingua greca: Κατὰ Μαθθαῖον εὐαγγέλιον, Kata Matthaion Euangelion, o τὸ εὐαγγέλιον κατὰ Μαθθαῖον, To Euangelion kata Matthaion) è uno dei quattro vangeli canonici del Nuovo Testamento e uno dei tre vangeli sinottici. Narra della vita e del ministero di Gesù: ne descrive la genealogia, la nascita virginale e l'infanzia, il battesimo e la tentazione, il ministero di guaritore e predicatore in Galilea, il viaggio a Gerusalemme, segnato dalla cacciata dei venditori dal Tempio e, infine, la crocifissione e risurrezione.

La tradizione cristiana attribuisce la composizione del vangelo a Matteo, uno degli apostoli di Gesù.[1][2] A partire dal XVIII secolo, i biblisti hanno sempre più frequentemente messo in discussione la tradizione, e la maggior parte degli studiosi moderni ritiene che Matteo non scrisse il vangelo che porta il suo nome;[3] l'autore è comunemente identificato con un anonimo cristiano che scrisse verso la fine del I secolo[4] un testo in lingua greca, piuttosto che in lingua aramaica o in lingua ebraica.[5] La ricostruzione ampiamente prevalente tra gli esegeti biblici moderni è che l'autore del Vangelo secondo Matteo (come pure quello del Vangelo secondo Luca) abbia usato come fonte la narrazione del Vangelo secondo Marco per la vita e la morte di Gesù, più l'ipotetica fonte Q per i suoi detti; una ricostruzione che ha avuto minore successo vuole che Matteo sia stato il primo vangelo ad essere scritto, che sia stato usato per la stesura di Luca e che Marco sia il risultato dell'unione di Matteo e Luca.[4][6]

Dei quattro vangeli canonici, Matteo è quello più vicino all'Ebraismo del I secolo; una caratteristica di questo vangelo, ad esempio, è che si sottolinea ripetutamente come Gesù soddisfacesse le profezie ebraiche;[7] gli studiosi concordano sul fatto che l'autore di Matteo fosse un giudeo cristiano, piuttosto che un gentile.[8] L'autore ha disposto gli insegnamenti di Gesù in cinque sezioni: il sermone della montagna (5-7), il discorso della missione (10), la raccolta di parabole (13), le istruzioni per la comunità (18) e infine gli insegnamenti sul futuro (24-25). Similmente agli altri due vangeli sinottici e a differenza del Vangelo secondo Giovanni, in Matteo Gesù parla più del Regno dei Cieli che di sé stesso, e insegna principalmente attraverso brevi parabole o detti piuttosto che con lunghi discorsi.[9] Il racconto della nascita, con l'omaggio dei saggi, la fuga in Egitto e la strage degli innocenti, non ha paralleli negli altri vangeli ed è differente dal corrispondente racconto in Luca.

Tra le peculiarità del Vangelo secondo Matteo c'è il racconto dell'incarico dato da Gesù a Pietro apostolo, che ha avuto una grossa influenza nei secoli successivi.[10] Include molto materiale sugli insegnamenti di Gesù, e si distingue per l'ampio uso di citazioni dell'Antico Testamento e per l'attenzione alla comunità giudeo-cristiana[11], ma anche per affermazioni considerate anti-ebraiche.[12] Si tratta anche dell'unico vangelo che menziona la Chiesa (ecclesia); Gesù ne cita l'autorità e invita i propri discepoli a praticare il perdono (18).[7] Matteo possiede una prosa ritmica e spesso poetica;[13] tra i sinottici è quello più adatto alla lettura pubblica, e probabilmente anche il più noto:[10] integrando la narrazione degli insegnamenti di Marco con la sua peculiare enfasi sulla Chiesa, Matteo è stato il vangelo più popolare, quando i canonici circolavano separatamente.[7]

Composizione[modifica | modifica sorgente]

Simone Cantarini, San Matteo e l'angelo, 1645-1648.

Datazione[modifica | modifica sorgente]

L'anno di composizione del vangelo non è noto con precisione. Sebbene sia di recente emersa una tendenza a datare il vangelo prima del 70[14], la maggioranza degli studiosi data questo vangelo tra il 70 e la fine del I secolo.[15][16][17] L'opera deve essere stata composta entro la fine del primo secolo[14], perché le opere di Ignazio di Antiochia, in particolare la lettera agli Smirnesi (107-110), presuppongono la lettura del Vangelo di Matteo[18] e presentano forti indizi «per la sua conoscenza delle lettere paoline e del Vangelo di Marco»[19]. Lo stesso autore della Didaché (scritta intorno al 100) mostra a suo volta di conoscere questo vangelo[10] [14].

Dopo il 70[modifica | modifica sorgente]

A favore della datazione maggioritaria, che vuole la composizione del vangelo successiva al 70, è stato rilevato che, poiché nel Vangelo secondo Matteo Gesù sembra fare riferimento alla distruzione di Gerusalemme,[20] la sua stesura debba essere successiva all'assedio di Gerusalemme e la sua conseguente distruzione per opera dei Romani, nell'anno 70.[21] A sostegno di questa tesi, confortata anche dalla diffusa ipotesi di dipendenza dal Vangelo secondo Marco (datato attorno al 70), si evidenzia inoltre come il contesto rifletta già una divisione tra la chiesa e la sinagoga.[22]

Prima del 70[modifica | modifica sorgente]

Diversi studiosi sostengono comunque una data antecedente al 70. Questi autori evidenziano come il riferimento alla sorte del tempio non sia chiaro e come siano invece presenti numerosi passaggi nei quali l'evangelista sembra presupporre l'esistenza del tempio nel momento in cui scrive[22]. Il vangelo potrebbe quindi essere stato scritto nel decennio 60-70, quando è peraltro più probabile che l'apostolo fosse ancora attivo[22]. Una datazione prima del 70 è infatti generalmente preferita da coloro che ritengono che il vangelo sia stato composto da Matteo apostolo;[23] tra questi uno dei più famosi è John Wenham, tra i maggiori sostenitori della ipotesi agostiniana. L’esegeta Francesco Spadafora ha analizzato la dipendenza delle lettere ai Tessalonicesi di Paolo di Tarso dai capitoli 23 e 24 del vangelo di Matteo, che datano 50-51 d.C.: ne conclude che il vangelo di Matteo precedette le due epistole paoline[24]. Concorda il biblista Bernard Orchard, che data il vangelo tra il 40 e il 50[25]. Una testimonianza circa la datazione di Matteo antecedente al 70 proviene anche da due codici georgiani del X e XI secolo, trascritti nel monastero della Santa Croce di Gerusalemme. È lo storico Gerarde Garitte[26] a spiegare che i codici, datati al 902 e al 1074, riferiscono la notizia che il vangelo secondo Matteo fu scritto otto anni dopo l’Ascensione di Gesù, il vangelo di Marco 11 anni dopo, Luca 15 anni dopo e Giovanni 32 anni dopo[27]

Il biblista francese Jean Carmignac, analizzando nelle lingue semitiche il problema sinottico, propone una datazione dell'originale aramaico o ebraico verso il 45 e della traduzione greca (quella pervenutaci) intorno all'anno 50.[28]

Autore[modifica | modifica sorgente]

Matteo che scrive un vangelo, miniatura dei Vangeli di Ebbone, IX secolo.

Il testo è anonimo, in quanto non presenta il nome dell'autore.[11]

La tradizione cristiana antica attribuisce a Matteo apostolo la composizione dell'omonimo vangelo, risalendo agli scritti di Papia di Ierapoli, nella prima metà del II secolo, il quale affermò che Matteo raccolse i detti di Gesù scrivendoli nella lingua degli Ebrei;[1][2] non risulta siano mai stati proposti altri autori.[22]

A partire dal XVIII secolo gli esegeti biblici hanno messo in discussione la possibilità che Matteo abbia scritto questo vangelo.[29] Allo stato attuale non ci sono evidenze sufficienti per attribuire la redazione finale del testo a Matteo o a un altro autore[30], ma la maggior parte degli studiosi moderni preferisce comunque attribuire Matteo a un anonimo cristiano che scrisse verso la fine del I secolo.[4] Secondo Gerd Theissen, ad esempio, il testo attuale non sarebbe opera di Matteo, ma è probabile che una delle fonti utilizzate per la sua stesura, la fonte Q, fosse ricondotta all'apostolo[31]. Howard Clark Kee ricorda invece come gli insegnamenti e i detti di Gesù furono tramandati oralmente finché non furono infine messi per iscritto; questa teoria è in parte basata sul «fatto che altri scritti cristiani, più tardi, includono detti attribuiti a Gesù che ricordano quelli inclusi nei vangeli, ma per i quali non vi sono equivalenti».[32] Poiché l'attribuzione è molto antica e poiché Matteo è una figura relativamente poco rilevante nella prima letteratura cristiana, l'attribuzione a Matteo ha comunque ancora i suoi sostenitori[33]. Secondo R.T. France, ad esempio, l'apostolo Matteo, per i contenuti e il tono di questo vangelo, rimane il candidato più probabile[22].

Riferimenti a un testo in ebraico[modifica | modifica sorgente]

Il primo riferimento ad un testo scritto dal discepolo Matteo proviene da Papia, vescovo di Hierapolis in Anatolia, negli anni 120. Papia, la cui testimonianza è tramandata da Eusebio di Cesarea (IV secolo),[34] scrisse: «Matteo ordinò in lingua ebraica (o: aramaica) i detti, e ciascuno lo tradusse (o: interpretò) come meglio poté».[35] La notizia che Matteo scrisse il testo in ebraico è confermata da altri autori antichi, tra i quali Ireneo, Origene di Alessandria, Eusebio e Girolamo, che parlano di lingua "ebraica" o "paterna".[36] Tra i vangeli sinottici, quello di Matteo è peraltro quello che concede il maggiore spazio alle parole di Gesù, che occupano circa tre quinti del testo: non stupisce, quindi, che possa essere stato indicato da Papia come una raccolta di detti (logia).[36] Poiché secondo la costante attestazione dei documenti antichi Matteo fu il primo evangelista canonico e poiché Luca accenna a "molti" che hanno scritto i fatti relativi alla vita di Gesù, è stato ipotizzato che il testo in ebraico (o aramaico) di Mattero possa risalire al 50-55[36].

Secondo altri studiosi, però, il passo di Papia non è un riferimento al vangelo, in quanto esso fu composto in greco e non in ebraico.[5] L'interpretazione della precedente citazione di Papia dipende dal significato del termine logia, che letteralmente significa "oracoli", ma il cui uso da parte di Papia è controverso. Tradizionalmente lo si è assunto come un riferimento al Vangelo secondo Matteo; alternativamente si è notato come gli scrittori del cristianesimo delle origini si riferiscano alle parole dell'Antico Testamento come ad "oracoli" per sostenere che si tratti di una lista di profezie dell'Antico Testamento compilata da Matteo; infine, questi logia sono stati interpretati come un elenco di detti (qualcosa di simile all'ipotetica fonte Q). In quest'ultimo caso non si tratterebbe del Vangelo secondo Matteo così come si è conservato, in quanto questo presenta molto materiale oltre ai detti.[5][37]: Allison ricorda, a questo proposito, come fosse peraltro abbastanza comune assegnare a un testo il nome dell'autore di una delle sue fonti[14]

Matteo evangelista[modifica | modifica sorgente]

Come ricordato, a partire dal II secolo, la tradizione cristiana attribuisce questo vangelo a Matteo apostolo.[1]

I sostenitori dell'attribuzione a Matteo dell'omonimo vangelo notano come il testo rifletta la professione dell'autore, che era un esattore delle tasse: il Vangelo secondo Matteo, infatti, fa riferimento al denaro molto più spesso degli altri, e lo fa utilizzando termini monetari specializzati.[38] Un esattore delle tasse romano come Matteo, inoltre, sarebbe stato in grado di riportare registrazioni accurate e dettagliate. Se fu Matteo a scrivere il vangelo, lo fece con umiltà, se descrive la festa che diede per Gesù come una cena,[39] quando l'autore del Vangelo secondo Luca parla di una grande banchetto.[40] Invece di tentare di nascondere la professione di Matteo, cosa che sarebbe stata segno di inaffidabilità, viene ammesso che egli era un esattore delle tasse, professione molto impopolare tra gli ebrei del I secolo, che spesso consideravano gli esattori traditori e sgherri dell'Impero romano.[41] Tono e contenuto sarebbero quindi in linea con la figura dell'apostolo[22].

Molti studiosi preferiscono però attribuire l'attuale redazione in greco di Matteo a un altro autore. Le ragioni fornite includono la composizione del testo in lingua greca, non in aramaico, e la forte dipendenza supposta dal Vangelo secondo Marco, condivisa da quasi tutti gli studiosi,[32] come pure la mancanza di caratteristiche solitamente attribuite al racconto di un testimone oculare.[42] I manoscritti originali, inoltre, non recavano scritti i nomi degli autori, e per questo motivo i manoscritti greci sopravvissuti recano un'ampia varietà di nomi per i vangeli; se Matteo avesse scritto il vangelo, lo avrebbe intitolato qualcosa come "Il Vangelo di Gesù Cristo", mentre la scelta del titolo "Vangelo secondo Matteo" indica qualcun altro che cerca di spiegare quale sia la versione della storia contenuta nell'opera.[43] Inoltre il vangelo parla sempre alla terza persona, senza frasi del tipo «Io e Gesù», e quando parla dell'apostolo Matteo (ad esempio in Matteo 9,9) lo fa senza indicare che si tratta della persona che sta scrivendo il testo.[43]

Altro autore[modifica | modifica sorgente]

In alternativa a Matteo, gli studiosi moderni hanno suggerito diverse identità per l'autore di questo vangelo: uno scriba o un rabbi ebreo convertito, un giudeo ellenizzato, un gentile convertito che conosceva bene la fede ebraica, o il membro di una "scuola" di scribi all'interno della comunità giudeo-cristiana.[1][44] La maggior parte degli studiosi si orienta per un autore giudeo-cristiano, piuttosto che per un gentile.[8]

Alcuni studiosi hanno suggerito che l'autore, in Matteo 13,52, possa indicare di essere uno scriba istruito quando dice «Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie».[45] Secondo Browning, è possibile che l'autore venisse da una città la cui Chiesa fosse stata fondata dall'apostolo Matteo.[46]

Va ricordato che, dopo Papia, il successivo scrittore a parlare dell'autore del Vangelo secondo Matteo fu Ireneo di Lione nel 185, il quale afferma che ci sono solo quattro vangeli ispirati da Dio, e che furono scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Secondo Ehrman, Ireneo aveva buone ragioni per convincere i suoi lettori dell'origine apostolica dei libri: assieme ad altri capi della Chiesa, Ireneo era coinvolto in un dibattito in materia dottrinale: conosceva infatti, per esempio, un gran numero di persone che credevano che vi fossero due divinità separate, il Dio dell'Antico Testamento e il Dio del Nuovo Testamento. Ciascun gruppo giustificava la propria dottrina facendo riferimento a certi libri; per sostenere l'autenticità di vangeli prima anonimi, vi si sarebbero apposti dei nomi. L'insistenza nell'attribuire la composizione all'apostolo Matteo andrebbe quindi vista, secondo Ehrman, come parte di una campagna contro gli eretici.[2]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Il Vangelo secondo Matteo appartiene al gruppo dei vangeli sinottici, assieme al Vangelo secondo Marco e al Vangelo secondo Luca: questi vangeli sono caratterizzati dal fatto di includere episodi simili, spesso nella stessa sequenza e spesso persino raccontati con le stesse parole; l'interpretazione della relazione tra i tre vangeli sinottici prende il nome di "problema sinottico".

Sebbene l'autore di Matteo abbia composto il suo vangelo in accordo ai propri scopi e dal proprio punto di vista, la maggior parte degli studiosi concordano nel sostenere che abbia ampiamente preso a prestito brani del Vangelo secondo Marco (priorità marciana) e forse anche da una o più fonti ulteriori. Matteo contiene la gran parte dei versetti di Marco, spesso nello stesso ordine,[47] ma spesso modifica Marco, rimuovendone o alterandone frasi ridondanti, parole inusuali o brani che potrebbero mettere Gesù in cattiva luce (ad esempio rimuovendo il commento che Gesù era «fuori di sé» presente in Marco 3,21 o il «non t'importa» in Marco 4,38, eccetera).[48] Di 1.071 versetti totali, Matteo ne condivide 387 con Marco e Luca, 130 solo con Marco e 184 solo con Luca; solo 370 sono peculiari di Matteo.

Le sovrapposizioni nella struttura delle frasi e nella scelta delle parole dei tre sinottici sono state spiegate sostenendo che gli autori dei vangeli copiarono l'uno dall'altro o tutti da una stessa fonte comune. La visione che raccoglie la gran parte del consenso tra gli studiosi è la teoria delle due fonti, secondo al quale l'autore di Matteo si è ispirato al Vangelo secondo Marco e ad una ipotetica raccolta di detti di Gesù, chiamata fonte Q. Una teoria simile ma meno comune, l'ipotesi Farrer, presuppone che Matteo abbia si sia ispirato a Marco, e che per ultimo sia stato composto Luca a partire dagli altri due sinottici. Per la maggioranza degli studiosi, Q fornisce quanto Matteo e Luca hanno in comune, talvolta usando le stesse parole, ma che non è presente in Marco; ad esempio le tre tentazioni di Gesù, le beatitudini, il "Padre nostro" e molti singoli detti.[4][6][49]

Burnett Hillman Streeter[50], propose l'esistenza di una terza fonte, anche questa ipotetica e detta M, dietro il materiale di Matteo assente in Marco e Luca.[51] Per tutto il resto del XX secolo, ci sono state diversi raffinamenti e confutazioni dell'ipotesi di Streeter; ad esempio, nel 1953 Pierson Parker[52] propose una versione precedente di Matteo, detta proto-Matteo, come fonte primaria di Matteo e Marco, con il primo che avrebbe usato anche Q.[53]

Una minoranza di studiosi sostiene la tradizione cristiana, secondo la quale Matteo sarebbe stato il primo vangelo e Marco vi attingerebbe (ipotesi agostiniana e ipotesi Griesbach). Nel 1911, ad esempio, la Pontificia Commissione Biblica[54] asserì che Matteo era stato il primo vangelo, composto dall'evangelista Matteo in lingua aramaica.[55]

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Daniele Crespi, Il sogno di Giuseppe, uno degli episodi presenti nel Vangelo di Matteo.

La maggior parte degli studiosi neotestamentari ritiene che il Vangelo secondo Marco sia stato composto in greco.[5] C'è però un'ampia discussione sull'esistenza di una precedente edizione in aramaico,[56] così come è da valutare la storia della redazione dello scritto attuale in relazione alle sue fonti. All'interno del testo, è ravvisabile una diffusa dimensione giudaico-cristiana, la quale suggerisce un autore di estrazione giudaico-cristiana che scrisse per cristiani di simile estrazione, per i quali enfatizza il soddisfacimento in Cristo delle profezie dell'Antico Testamento. Gesù è raffigurato come il promulgatore di una nuova legge i cui miracoli sono una conferma della sua missione divina. Alcuni studiosi hanno suggerito che il riferimento di Papia ad una raccolta di detti di Gesù da parte di Matteo sia ad una versione più antica del vangelo scritto in lingua aramaica e che fu usata dall'autore del Vangelo secondo Matteo.[21]

Vi sono diverse testimonianze (Papia,[57] Ireneo di Lione,[58] Clemente Alessandrino,[59] Tertulliano,[60] Origene,[61] Panteno,[62] Eusebio di Cesarea,[63] Epifanio di Salamina,[64] San Girolamo[65]) che Matteo scrisse originariamente in alfabeto ebraico e nel "dialetto ebraico", che si pensa sia l'aramaico. Nel XVI secolo Erasmo da Rotterdam, curatore della prima edizione della Bibbia greca, fu il primo a dubitare dell'esistenza di una versione originaria in ebraico o aramaico del Vangelo secondo Matteo, basandosi sull'assenza di testimonianze dirette, in quanto nessuno affermava di aver visto tale versione. La maggior parte degli studiosi, che ritengono Matteo scritto originariamente in greco e non la traduzione di una precedente versione in aramaico,[66] presumono che le testimonianze degli scrittori cristiani dei primi secoli facciano riferimento a uno o più documenti distinti dall'attuale Vangelo secondo Matteo.

Una minoranza di studiosi è sostenitrice della composizione in aramaico del Vangelo secondo Matteo, posizione che prende il nome di "priorità aramaica".[67] Questi studiosi generalmente considerano la Peshitta e le versioni del Nuovo Testamento in antico siriaco più vicine agli autografi originali. Secondo gli esegeti della Scuola esegetica di Madrid, il Vangelo di Matteo e il suo sostrato aramaico risalirebbe ai primi dieci anni successivi alla morte di Gesù, quindi prima del 45.[68]

Un testo ebraico del Vangelo secondo Matteo fu pubblicato nel XIV secolo dal polemicista ebraico spagnolo Ibn Shaprut; sebbene sia normalmente considerato la sua traduzione, vi sono indizi che stesse usando un testo preesistente, basato su qualcosa di più antico dell'attuale testo greco. Esiste anche un codice su papiro che contiene Matteo da 5,38 alla fine e che sembra contenere indizi di un testo più antico; alcuni passaggi hanno un senso più chiaro, come l'invocazione degli Ebrei a Gesù «Hoshanna nella casa di Davide» ("Salvezza, preghiamo, nella casa di Davide") invece che «Hoshanna al figlio di Davide» ("Salvezza, preghiamo, per il figlio di Davide") in Matteo 21,9 e 21,15.[69]

Stile[modifica | modifica sorgente]

Caravaggio, L'ispirazione di Matteo.

Il vangelo è scritto in un buon greco, in linea con lo stile dei Settanta, la traduzione greca della Bibbia di epoca ellenistica. Il periodare è semplice e predilige frasi brevi collegate dalla congiunzione "e".[11]

Il testo presenta diversi tratti tipicamente semitici: è il caso, ad esempio, dell'espressione "Regno dei Cieli", che si ritrova solo in Matteo e riprende alla lettera la formula usata da Gesù (malkuta dishemajja in aramaico) per evitare, in linea con la tradizione rabbinica, l'impiego del nome di Dio.[36] Frequente e l'applicazione del parallelismo, tipica della poesia ebraica, e soprattutto del parallelismo antitetico, per cui a un'affermazione viene fatta seguire la negazione del suo contrario.[36]

Destinatari[modifica | modifica sorgente]

Vi sono indizi a favore del fatto che Matteo sia stato scritto per una comunità di ebrei cristiani. In 18,15-17 Gesù istruisce i propri discepoli a trattare un membro ostile della comunità come un «gentile e un esattore delle tasse».[70] In 17,24-27 Gesù e Pietro discutono se sia giusto pagare la tassa del tempio, e dopo aver suggerito di non doverla pagare, Gesù fornisce miracolosamente una moneta a Pietro e gli dice di pagare la tassa per entrambi; dopo la prima guerra giudaica, i Romani utilizzarono i proventi della tassa del tempio per ripagare i costi della guerra: questo passaggio potrebbe essere un riferimento alle dispute interne alla comunità ebraica cristiana sull'opportunità di continuare a pagare questa tassa.[70]

Luogo di composizione[modifica | modifica sorgente]

Antiochia di Siria, Resti della chiesa dedicata a San Pietro.

Il luogo di origine del Vangelo secondo Matteo è stato identificato con Antiochia di Siria,[71] con un insieme di comunità urbane nelle sue vicinanze, o con uno degli insediamenti più grandi della Galilea.[46][72]

Le ragioni di questa identificazione risiedono nell'associazione con il giudaesimo palestinese e la sua interpretazione della Legge e, al contempo, nell'accettazione del mondo non-ebraico e nell'ammissione di pagani nella comunità cristiana dopo la Pasqua. La distruzione di Gerusalemme è inoltre importante ma non sembra vissuta in prima persona: l'associazione con la città siriaca trova conferme anche nel ruolo predominante di Pietro apostolo, specie nella sua interpretazione dei comandi di Gesù, che aveva lasciato Gerusalemme e si era recato appunto ad Antiochia.[73]

È inoltre significativo rilevare che le prime citazioni del vangelo si hanno proprio in Siria, dove viene letto e citato da Ignazio nella Lettera agli Smirnesi e dall'autore della Didaché[31].

Struttura e contenuto[modifica | modifica sorgente]

Inizio del Vangelo secondo Matteo in lingua latina, secondo un antico manoscritto.

Il Vangelo di Matteo, secondo la maggior parte degli studiosi,[74] appare strutturato in sette parti. Le cinque parti centrali presentano il ministero di Gesù mediante cinque sezioni narrative e cinque discorsi sul Regno dei Cieli, visto da varie angolazioni. A queste parti si aggiungono un inizio sull'infanzia di Gesù ed una conclusione sui fatti legati alla risurrezione di Gesù.

Ecco come si presenta la struttura del Vangelo:

  1. Nascita ed infanzia di Gesù: 1-2;
  2. La promulgazione del Regno dei Cieli:
    1. Sezione narrativa: 3-4
    2. Discorso della Montagna: 5-7
  3. La predicazione del Regno dei Cieli:
    1. Sezione narrativa: dieci miracoli: 8-9
    2. Discorso apostolico: 10
  4. Il mistero del Regno dei Cieli:
    1. Sezione narrativa: 11-12
    2. Discorso in parabole: 13,1-52
  5. La Chiesa, primizia del Regno dei Cieli:
    1. Sezione narrativa: 13,53-17,27
    2. Discorso ecclesiastico: 18
  6. L'avvento definitivo del Regno dei Cieli:
    1. Sezione narrativa: 19-23
    2. Discorso escatologico: 24-25
  7. Passione e Risurrezione di Gesù: 26-28.

Gli insegnamenti e i cinque discorsi[modifica | modifica sorgente]

Carl Bloch, Il Sermone della Montagna, XIX secolo.

L'insegnamento di Gesù viene presentato dall'autore del vangelo in quattro sintesi[31]:

  1. la regola aurea ("Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.", 7,12),
  2. il doppio comandamento dell'amore ("Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso", 22,37-39),
  3. la triade sulla parte determinante della legge ("la giustizia, la misericordia e la fedeltà", 23,23),
  4. le sei opere di misericordia ("Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.", 25,35-45).

La struttura del vangelo, costruita intorno a cinque grandi discorsi (discorso della montagna, quello della missione dei dodici, quello contenente le parabole, quello sulla vita delle comunità e infine quello escatologico), evidenzia inoltre l'importanza data dall'autore alle parole di Gesù[31].

A livello di contenuto, nonostante alcuni tratti polemici, va rilevato come forse nessun altro documento antico mostra maggiore sensibilità ai temi dell'amore e della pace in contrasto con l'odio e la vendetta[14]. Il perdono, suggerito da Luca in sette volte, è qui ad esempio proposto nella forma di "settanta volte sette". La tendenza alla riconciliazione appare evidente anche nella volontà di preservare il vecchio e il nuovo, conservando l'eredità ebraica, e di colmare le distanze tra credenti di origine giudea e pagana. È significativo, a questo proposito, che il testo di Matteo sia diventato il più comune sia tra i giudeo-cristiani che tra i cristiani di origine pagana[14].

Attendibilità storica[modifica | modifica sorgente]

Soltanto il vangelo di Matteo riporta la strage degli innocenti compiuta da Erode distinguendosi così dagli altri tre vangeli canonici. Il gesto è compatibile con il carattere di Erode[11], le cui gesta[75] si ritrovano anche in altre fonti[76]: la strage ci è però nota solo tramite Matteo e non ci sono quindi sufficienti elementi per determinare che sia un fatto realmente accaduto.

Altri temi[modifica | modifica sorgente]

Il vangelo appare particolarmente accurato in materia di denaro, cifre e valori (vedi i vers. 17,27, 26,15, 27,3), il che appare compatibile con l'esperienza di esattore delle tasse da parte dell'apostolo.

Matteo mette inoltre molto in risalto la misericordia di Dio che aveva consentito a lui, disprezzato esattore di tasse, di divenire ministro della buona notizia e compagno intimo di Gesù. Questo è evidente dal fatto che egli è l'unico Evangelista che insiste ripetutamente sul fatto che oltre al sacrificio sia necessaria misericordia (cfr 9,9-13, 12,7, 18,21-35).

Il vangelo secondo Matteo è infine un eccellente ponte fra le Scritture ebraiche e quelle greche cristiane. Identifica in maniera inequivocabile il Messia e Re del promesso Regno di Dio, fa conoscere i requisiti per divenire seguaci di Gesù, e l'opera che essi devono compiere sulla terra. Egli mostra che prima Giovanni Battista, poi Gesù e infine i suoi discepoli annunciarono che "Il Regno dei Cieli si è avvicinato". Questo tema di insegnare la buona novella del Regno permea tutto il vangelo tanto che esso termina con le parole riportate in 28,18-20:

« Mi è stato dato ogni potere in cielo e terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi fino alla fine del mondo. »

Il vangelo di Matteo nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Mills, p. 942.
  2. ^ a b c Ehrman (2001), p. 44.
  3. ^ Ehrman (2004), p. 92
  4. ^ a b c d Levine (2001), p.372-373.
  5. ^ a b c d Ehrman (2001), p. 43.
  6. ^ a b Howard Clark Kee (1997), p. 448.
  7. ^ a b c Harris, Stephen, Understanding the Bible. Palo Alto: Mayfield. 1985.
  8. ^ a b Paul Foster, "Why Did Matthew Get the Shema Wrong? A Study of Matthew 22:37", Journal of Biblical Literature, Vol. 122, No. 2 (Summer, 2003), pp. 309-333.
  9. ^ Levine (2001), p. 373.
  10. ^ a b c "Matthew, Gospel acc. to St." Cross, F. L., ed. The Oxford dictionary of the Christian church. New York: Oxford University Press. 2005
  11. ^ a b c d Daniel J. Harrington, The Gospel of Matthew, 1991.
  12. ^ Stanton (1989), p. 60.
  13. ^ Stanton (1989), p. 59.
  14. ^ a b c d e f Dal C. Allison Jr., "Matthew", in Muddiman e Barton, "The Gospels - The Oxford Bible Commentary", 2010.
  15. ^ Brown (1997), p. 172.
  16. ^ Ehrman (2004), p. 110 e Harris (1985) indicano l'intervallo 80-85.
  17. ^ Schnackenburg (2002) e Harrington (1991) propongono una datazione tra l'85 e il 90, Allison (2010) indica una preferenza della maggioranza per l'ultimo quarto del primo secolo.
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  27. ^ Secondo lo studioso Gino Zaninotto il contesto di questa datazione così precisa è il Sinodo di Gerusalemme dell’836 (Cfr. Gino Zaninotto, Haute datation des Évangiles dans un document rédigé au Synode de Jérusalem en 836, in «La Lettre des Amis de l'Abbé Jean Carmignac», n.23, marzo 1995, pp. 67)
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  68. ^ "[...] podemos afirmar que los oríginales semíticos de Mateo y Juan se escribieron en fecha no muy lejana de los hechos; sin duda alguna dentro de los diez primeros años después de la muerte y resurrección de Jesús." ¿Esperó Jesús un fin del mundo cercano? Mariano Herranz Marco, José Miguel García Pérez, Ediciones Encuentro. Madrid, 2003, p.35.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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