Basilica di Santa Prassede

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Coordinate: 41°53′46″N 12°29′55″E / 41.896111°N 12.498611°E41.896111; 12.498611

Basilica di Santa Prassede
La facciata
La facciata
Stato Italia Italia
Regione Lazio Lazio
Località Roma-Stemma.png Roma
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Prassede vergine e martire
Diocesi Diocesi di Roma
Stile architettonico paleocristiano (esterno e sacello), barocco (interno)
Inizio costruzione VIII secolo
Completamento IX secolo

La basilica di Santa Prassede è un luogo di culto cattolico del centro di Roma, situato nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore, nel rione Monti. L'entrata principale, di rado utilizzata, è in via San Martino ai Monti, mentre l'entrata abituale, ma secondaria, si trova sul lato destro dell'edificio, che dà su via di Santa Prassede.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Planimetria della chiesa
L'interno della chiesa

La chiesa ha origini molto antiche. Attorno alla basilica di Santa Maria Maggiore sorsero molte chiese, tra cui, come attesta una lapide del 491, un titulus Praxedis. Questo fa riferimento alle vicende della famiglia del senatore Pudente (I secolo d.C.), che la tradizione enuclea tra le prime persone convertite a Roma dall'apostolo Paolo; con Pudente si convertirono al cristianesimo anche le figlie Pudenziana e Prassede. L'intera famiglia subì il martirio ed i loro corpi furono deposti nelle catacombe di Priscilla, sulla via Salaria. Il titulus Praxedis sorse nella casa di proprietà di Prassede, la quale soleva nascondervi i cristiani perseguitati: la tradizione racconta che la santa raccoglieva con una spugna il sangue versato dai martiri per versarlo in un pozzo.

Il Liber pontificalis ci informa che papa Adriano I verso l'anno 780 rinnovò completamente ciò che restava del titulus Praxedis. La chiesa attuale invece si deve al rifacimento operato da papa Pasquale I nell'817, che costruì un nuovo edificio sacro al posto del precedente, ormai fatiscente. La nuova chiesa era destinata ad accogliere le ossa dei martiri sepolti nel cimitero di Priscilla. Fin dal IX secolo la chiesa era inserita nel tessuto edilizio a tal punto che la facciata non era visibile dalla strada, come lo è tuttora.

A metà del XII secolo la chiesa fu affidata ai canonici regolari di Santa Maria del Reno di Bologna, i quali però gestirono molto male l'intero complesso, così che papa Celestino III, alla fine del secolo, si vide costretto a togliere loro la chiesa, ed il suo successore, papa Innocenzo III, ad assegnarla, nel 1198, ai monaci di Vallombrosa, che ancora oggi la possiedono. Nella prima metà del XIII secolo, le strutture della navata centrale furono rafforzate con l'inserimento di tre grandi archi e sei grossi pilastri. In questo stesso periodo fu aggiunto il campanile, inserito però occupando parte del transetto di sinistra. Probabilmente a causa della sopravvenuta mancanza di simmetria del transetto, alla fine del secolo fu inserita nel transetto opposto, la cappella che oggi si chiama del Crocifisso.

Altri interventi, interni alla chiesa, si operarono nei secoli successivi, commissionati dai vari cardinali titolari della basilica. In particolare si ricordano gli interventi dei cardinali Antonio Pallavicini Gentili, che rifece la zona del presbiterio; Carlo Borromeo, che rifece la scalinata d'accesso, il portale centrale e la sacrestia, mise la copertura a volte nelle navate laterali, aprì le otto grandi finestre della navata centrale (erano 24 ai tempi di Pasquale I); Alessandro de' Medici commissionò la decorazione di tutta la navata centrale; infine il cardinale Ludovico Pico della Mirandola, nella prima metà del XVIII secolo, su indicazione del sinodo romano del 1725, fece cercare le reliquie antiche, e questo occasionò un nuovo intervento nella zona presbiteriale ed il rifacimento della cripta.

Infine nel corso dei secoli XIX e XX diversi interventi mirarono al recupero delle strutture medievali attraverso la distruzione delle aggiunte successive: così nel 1918 fu rifatto il pavimento in stile cosmatesco, e nel 1937 venne tolto l'intonaco della facciata per ripristinare l'antica struttura.

Il titolo cardinalizio di Santa Prassede fu eretto da papa Evaristo intorno al 112.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Facciata[modifica | modifica wikitesto]

La facciata della basilica, non visibile dalla strada, è all'interno di un cortile quadrangolare delimitato da edifici abitativi. L'accesso allo spazio aperto, che rimarca, seppur in parte, l'antico quadriportico paleocristiano, si ha attraverso una lunga scalinata in discesa che si apre su via di San Martino ai Monti con l'antico protiro originale sorretto da due colonne di spoglio e sormontato da una loggetta in un sobrio stile barocco aggiunta nel XVI secolo.

La facciata, con paramento murario costituito da mattoni a vista, possiede ancora le tre monofore ad arco a tutto sesto paleocristiane e, nella parte inferiore, il portale barocco con timpano marmoreo con un cornicione riccamente scolpito.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

La basilica è a tre navate suddivisa da colonne e dai pilastri che reggono gli arconi di rafforzamento del XIII secolo. La zona del presbiterio è dovuta ai rifacimenti voluti dal cardinale Ludovico Pico della Mirandola ed eseguiti tra il 1728 ed il 1734; in questa occasione furono trovate molte reliquie al di sotto dell'altare maggiore. I lavori portarono alla realizzazione della balaustrata, di tre rampe di scale (due laterali di accesso alla zona presbiterale ed una, quella centrale, alla cripta), del ciborio, del nuovo altare e degli stalli lignei del coro; il centro dell'abside è chiuso da un quadro di Domenico Maria Muratori, che raffigura Santa Prassede che raccoglie il sangue dei martiri.

Questa nuova sistemazione del presbiterio sconvolse i progetti originari di papa Pasquale; infatti l'attuale ciborio diventa il nuovo fulcro di attrazione, sovrapponendosi però alla retrostante decorazione musiva dell'abside.

L'elemento più rilevante della chiesa è il ciclo di mosaici, risalenti al rifacimento del IX secolo fatto eseguire da papa Pasquale I, e che coprono il catino absidale, l'arco absidale e l'arco trionfale.

Catino absidale[modifica | modifica wikitesto]

Papa Pasquale I con in mano il modellino della basilica

L'iconografia del catino absidale è suddivisa in due parti.

  • Nella parte superiore, è collocato al centro, tra nuvole stilizzate, il Cristo in piedi con aureola dorata, in cui campeggia una croce azzurra; egli ha la mano destra alzata per mostrare i segni dei chiodi e la mano sinistra racchiusa attorno ad un rotolo. Sopra il Cristo è la mano di Dio Padre, che, emergendo tra le nuvole, impone al figlio la corona della gloria. Ai lati di Gesù si trovano: alla sua sinistra le figure di san Pietro, santa Pudenziana e un diacono (la cui identificazione è incerta); alla sua destra le figure di san Paolo, santa Prassede e di papa Pasquale I (con l'aureola quadrata che contraddistingue i vivi, e che presenta un modello della chiesa offrendolo a Gesù). Questi sette personaggi sono racchiusi in uno spazio delimitato da due palme, che richiamano il paradiso: sulla palma di sinistra, è raffigurata la fenice (simbolo di nascita e di rinascita). Questa parte è separata dalla successiva dalla rappresentazione stilizzata del fiume Giordano, così come ricorda la scritta ivi apposta (Iordanes).
  • Nella parte inferiore del mosaico absidale sono rappresentati 13 agnelli. Al centro è Cristo, Agnello pasquale, posto su una piccola altura da cui sgorgano i quattro fiumi del paradiso, che scorrono nella direzione dei quattro punti cardinali (simbolicamente rappresentano anche i quattro evangelisti). I sei agnelli per lato, che guardano in direzione dell'Agnello-Cristo, raffigurano i dodici apostoli; ai lati dei due gruppi di apostoli vi sono le rappresentazioni delle città di Betlemme (a sinistra) e di Gerusalemme (a destra). Questa parte inferiore del catino absidale è chiusa dall'iscrizione fatta apporre da papa Pasquale, con la quale il pontefice spera che l'offerta a Cristo del nuovo edificio gli garantisca un posto nel paradiso:
(LA)
« EMICAT AULA PIAE VARIIS DECORATA METALLIS
PRAXEDIS D(OMI)NO SUPER AETHRA PLACENTIS HONORE
PONTIFICIS SUMMI STUDIO PASCHALIS ALUMNI
SEDIS APOSTOLICAE PASSIM QUI CORPORA CONDENS
PLURIMA S(AN)C(T)ORUM SUBTER HAEC MOENIA PONIT
FRETUS UT HIS LIMEN MEREATUR ADIRE POLORUM.
 »
(IT)
« Sfavilla decorata con vari metalli (preziosi) l'aula della santa
Prassede che piacque al signore nel cielo,
per lo zelo del sommo pontefice Pasquale,
innalzato al seggio Apostolico, che ha raccolto ovunque i corpi
di numerosi santi e li ha posti sotto queste mura
fiducioso che il suo servizio gli abbia meritato di venire alla soglia del cielo. »

Arco absidale[modifica | modifica wikitesto]

L'iconografia dell'arco absidale fa riferimento al libro dell'Apocalisse, capitoli Apocalisse 4-5. Al centro dell'arco è posta la figura di Cristo-Agnello, all'interno di un medaglione blu: egli è seduto su un trono, ai cui lati ci sono i sette candelabri, che l'Apocalisse identifica con le chiese dell'Asia (1,20). Completano la rappresentazione quattro angeli, quattro esseri viventi e ventiquattro vegliardi: tutte queste figure sono equamente distribuite nella parte destra e sinistra dell'arco absidale.

Gli angeli sono raffigurati in piedi, sopra delle piccole nubi. I quattro esseri viventi sono identificati con i quattro evangelisti: ciascuno infatti porta in mano un libro, il vangelo. A destra c'è l'aquila (Giovanni) ed il toro (Luca); a sinistra un uomo (Matteo) ed il leone (Marco). I vegliardi sono posti sotto gli evangelisti, dodici per parte, suddivisi in tre file di quattro personaggi: essi sono vestiti di bianco, e con le mani velate offrono a Cristo delle corone d'oro.

Arco trionfale[modifica | modifica wikitesto]

In primo piano l'arco trionfale; in secondo piano l'arco absidale
La cripta

L'iconografia dell'arco trionfale fa riferimento al capitolo 21 del libro dell'Apocalisse. Al centro dell'arco, all'interno di una cittadella stilizzata (che rappresenta Gerusalemme), sono raffigurati 21 personaggi. Al centro c'è Cristo con tunica rossa, affiancato da due angeli; al di sotto di questi, a sinistra le figure di Maria e Giovanni Battista, a destra santa Prassede. Seguono i dodici apostoli, sei per lato. Alle estremità si trovano: a sinistra Mosè che tiene in mano una tavola con la scritta Lege (legge); a destra il profeta Elia che tende le braccia verso Cristo. Vicino ad Elia, vi è la raffigurazione di un angelo, con in mano un libro, simbolo dell'antico testamento, ed una canna. La cittadella ha due porte aperte, a destra e a sinistra, entrambe custodite da un angelo.

All'esterno della cittadella, su due ordini, sono rappresentati gli eletti di cui parla l'Apocalisse (7,4 e 14,1). Gli eletti dell'ordine superiore, sono suddivisi in due gruppi, a destra e a sinistra, entrambi guidati da un angelo con le ali alzate e che indica loro l'entrata della città: si possono riconoscere Pietro e Paolo (a destra), vescovi (con casula e pallio), martiri (con la corona), donne riccamente vestite, ufficiali (con la clamide). Nell'ordine inferiore sono raffigurati altri eletti, in modo indistinto, che agitano rami di palma.

Le basi dell'arco trionfale sono state modificate da Carlo Borromeo, per la costruzione di due edicole per la conservazione dei reliquiari; ciò ha comportato la distruzione della parte inferiore del mosaico.

Cripta[modifica | modifica wikitesto]

Anche la cripta, come la zona sovrastante, fu rifatta nel corso degli anni 1728-1734. In precedenza esisteva una camera con le reliquie, a cui si accedeva tramite due scale; essa conservava anche due sarcofagi, le cui iscrizioni indicavano che essi contenevano i corpi di Prassede e Pudenziana. Oggi l'ingresso è unico, e porta ad un corridoio, dove sono collocati quattro sarcofagi, che termina con un altare cosmatesco, ove è presente un affresco, rifacimento settecentesco di quello esistente nell'antica camera reliquiaria ed andato distrutto. Una seconda scala-porta collega la cripta con la cappella del Crocifisso.

Organo a canne[modifica | modifica wikitesto]

Sulla cantoria alla sinistra dell'altar maggiore, che occupa in larghezza e profondità tutto quello che in origine era il braccio sinistro del transetto, si trova l'organo a canne Tamburini opus 246, costruito nel 1942 riutilizzando parte del precedente organo, un Tronci del XIX secolo.

Lo strumento è a trasmissione elettrica, con consolle indipendente situata nel presbiterio. Quest'ultima ha due tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note.

La seguente disposizione fonica dell'organo è la seguente:

Prima tastiera - Grand'Organo
Ripieno 6 file
XV 2'
XII 2.2/3'
Ottava 4'
Principale dolce 8'
Principale forte 8'
Principale 16'
Dulciana 8'
Flauto 8'
Flauto ottavinante 4'
Tromba 8'
Seconda tastiera - Espressivo
Voce corale 8'
Oboe 8'
Concerto di viole 8'
Voce celeste 8'
Salicionale 8'
Gamba 8'
Eufonio 8'
Bordone 8'
Flauto armonico 4'
Flauto in XII 2.2/3'
Tremolo
Pedale
Subbasso 16'
Contrabbasso 16'
Bordone 8'
Basso 8'
Ottava 4'

Navata di destra[modifica | modifica wikitesto]

Monumento funebre a Giovanni Battista Santoni, di Gian Lorenzo Bernini

L'ingresso della chiesa in via di Santa Prassede conduce direttamente nella navata destra della basilica.

Cappella del Crocifisso[modifica | modifica wikitesto]

Immediatamente a destra dell'entrata è la cappella del Crocifisso, sorta nel XIII secolo occupando parte dell'antico transetto di destra. L'attuale sistemazione si deve ad Antonio Muñoz nel 1927, a causa delle pessime condizioni in cui versava la cappella; nel suo intento la cappella doveva pure servire a conservare i reperti scoperti nel 1918 durante il rifacimento della pavimentazione. Nella cappella si trovano:

  • la tomba del cardinale Pantaleone Anchier (XIII secolo), titolare della basilica dal 1262 al 1286; l'epigrafe sopra la tomba ricorda il suo assassinio nella cappella il 1º novembre 1286;
  • sulla parte opposta è un grande crocifisso ligneo dipinto, del XIV secolo.

Monumenti della navata destra[modifica | modifica wikitesto]

Tra la cappella del Crocifisso e la cappella di San Zenone, lungo la navata destra, sono posti alcuni monumenti e pitture di particolare interesse artistico e storico:

  • l'affresco della Madonna della salute, incorniciato da un'edicola marmorea, del XIII secolo
  • sul primo pilastro sono collocati tre manufatti di particolare interesse: una epigrafe del IX secolo, con i nomi dei martiri le cui reliquie furono traslate nella basilica da papa Pasquale I; un affresco rappresentante la Crocifissione con san Giovanni e la Madonna (XIII-XIV secolo); il monumento funebre a Giovanni Battista Santoni, opera giovanile di Gian Lorenzo Bernini.

Cappella del cardinale Coëtivy[modifica | modifica wikitesto]

La colonna della flagellazione

Questa cappella custodisce, nella parete di sinistra, il monumento funebre al cardinale Alain de Coëtivy, titolare della basilica dal 1448 al 1474, anno della sua morte. Il monumento, attribuito ad Andrea Bregno è composto da una nicchia con arco e due piedritti: al centro è collocato il sarcofago, sullo sfondo vi sono i busti degli apostoli Pietro e Paolo; nei piedritti sono raffigurate le sante Pudenziana e Prassede.

Sulla parete opposta è l'entrata al sacello di San Zenone; sopra l'ingresso è una quadro di Francesco Gai raffigurante la Flagellazione (1863).

Sacello di San Zenone[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacello di San Zenone.

La cappella fu fatta erigere da papa Pasquale I come luogo funerario per la madre Teodora, e dedicato a san Zenone. Essa rappresenta uno dei rari esempi di cappella romana del IX secolo completamente rivestita di mosaici in stile bizantino.

Colonna della flagellazione[modifica | modifica wikitesto]

In una nicchia, aperta sia sulla cappella di san Zenone che sulla navata destra, si conserva una colonna alta circa 63 cm e con un diametro che varia da 13 a 20 cm, che si ritiene sia stata la colonna alla quale Gesù abbia subito la flagellazione. Questa colonna fu portata a Roma da Gerusalemme dal cardinale Giovanni Colonna nel 1223. La colonna è inserita all'interno di una edicola-reliquiario in bronzo, eseguito nel 1898 su disegno di Duilio Cambellotti.

Cappella Cesi[modifica | modifica wikitesto]

Martirio del beato Tesauro Beccaria di Domenico Pestrini
Tomba di Giovanni Carbone

Questa cappella fu voluta dal barone Federico Cesi e costruita, al posto di una preesistente, nel 1595. La volta fu dipinta da Guglielmo Cortesi: al centro la raffigurazione di Dio padre benedicente in gloria fra angeli; nei pennacchi sono raffigurati papa Pasquale I, san Filippo Neri, santa Francesca Romana e santa Firmina. Gli affreschi delle lunette laterali sono di Ciro Ferri. Le tele delle pareti sono ancora del Cortesi (Adorazione dei Magi e Santi Anna e Gioacchino). La pala d'altare raffigura San Pio X, ed è opera moderna del Bartoli: nel 1954 la cappella è stata ridedicata a papa Sarto.

Cappella di san Bernardo degli Uberti[modifica | modifica wikitesto]

Sorta nel XVIII secolo con questa nome, oggi è dedicata alla Madonna del Rosario, dopo la nuova sistemazione degli interni effettuata nel 1886. In essa si trovano i dipinti di Domenico Pestrini con il Martirio del beato Tesauro Beccaria, di Angelo Soccorsi con la figura di Pietro Igneo Aldobrandini e la pala d'altare raffigurante il santo a cui inizialmente fu dedicata la cappella.

Navata centrale[modifica | modifica wikitesto]

La navata centrale della basilica fu risistemata tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. Nel 1868 infatti fu inserito il soffitto a cassettoni e nel 1918 fu rifatto il pavimento in stile cosmatesco.

Di notevole effetto scenico è il ciclo pittorico delle pareti, eseguito fra il 1594 ed il 1596, con Storie della passione di Cristo, in otto scene, opera di Giovanni Balducci, Paris Nogari, Girolamo Massei, Agostino Ciampelli, Baldassarre Croce. Nella parete di controfacciata, ai lati del portale d'ingresso, è rappresentata l'Annunciazione di Stefano Pieri, in due riquadri. Sulla parete di fondo della navata destra è posto il monumento funebre di Silvio Santacroce, degli inizi del XVII secolo; mentre a sinistra è posta, per terra, la tomba di Giovanni Carbone (l'iscrizione reca la data ed il luogo della morte: Roma, 24 settembre 1388).

Navata sinistra[modifica | modifica wikitesto]

In fondo alla navata sinistra è collocata una edicola del XVIII secolo. Sul fondo è inserita una lastra di marmo nero: la leggenda vuole che sia la pietra sulla quale Prassede dormiva e con la quale fu chiusa la sua tomba. Ai lati dell'edicola sono due affreschi raffiguranti i genitori della santa, Pudente e Sabina.

Cappella di san Pietro[modifica | modifica wikitesto]

Fu edificata nel 1721 e rifatta nel 1735. La tela dell'altare, di autore ignoto, raffigura la Visita di san Pietro a casa del senatore Pudente. Nelle pareti laterali sono due dipinti di Giuseppe Severoni con le figure di Santa Pudenziana e San Giovanni Battista.

Cappella di san Carlo Borromeo[modifica | modifica wikitesto]

È stata edificata nel 1735; su di essa incombe una cupola con piccola lanterna. Ai quattro lati della cappella, entro delle nicchie, sono quattro statue di angeli che rappresentano le virtù cardinali (XVIII secolo). La pala dell'altare è di Etienne Parrocel e raffigura San Carlo che ringrazia Dio per la fine della peste. Alle pareti laterali due dipinti di Ludovico Stern (1709-1777) con San Carlo in preghiera e San Carlo in estasi.

Cappella Olgiati[modifica | modifica wikitesto]

È stata realizzata da Martino Longhi il vecchio tra il 1583 ed il 1586, e commissionata dagli Olgiati, banchieri comaschi, che ebbero un momento di gloria romana, occupando vari incarichi nella Camera Apostolica. All'interno si conservano tre monumenti funebri di membri della famiglia. La volta è completamente affrescata, opera del Cavalier d'Arpino (1587), con un ciclo pittorico ricco di figure, quali Ezechiele, Geremia, Michea, Mosè, san Gregorio Magno, san Girolamo, sant'Agostino, sant'Ambrogio fra angeli e sibille: al centro è l'Ascensione di Gesù fra gli apostoli e la Vergine.

La pala dell'altare è di Federico Zuccari e raffigura l'Incontro di Gesù con la Veronica. Ai lati dell'altare, del Cavalier d'Arpino, due dipinti con i santi Andrea e Bernardo di Chiaravalle. Alle pareti, altre due tele raffiguranti la Risurrezione di Cristo e l'Assunzione di Maria al cielo.

Cappella di san Giovanni Gualberto[modifica | modifica wikitesto]

Edificata nella prima metà del XIX secolo e dedicata al fondatore dei Vallombrosani, è stata completamente rifatta nel 1933, con pitture e mosaici di Giulio Bargellini.

Sacrestia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla navata di sinistra si accede alla sacrestia della basilica, edificata per volontà di Carlo Borromeo (suo lo stemma al centro della volta), e dove sono conservate diverse tele di autori come Agostino Ciampelli, Giovanni de Vecchi, Guglielmo Cortese.

Collegamenti[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]