Caronte (mitologia)

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« E 'l duca lui: "Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare". »

(Inferno III 94-96)
Caronte, illustrazione di Gustave Doré

Nella religione greca e nella religione romana, Caronte (in greco Χάρων="ferocia illuminata",[1]) era il traghettatore dell'Ade. Come psicopompo trasportava i nuovi morti da una riva all'altra del fiume Acheronte, ma solo se i loro cadaveri avevano ricevuto i rituali onori funebri (o, in un'altra versione, se disponevano di un obolo per pagare il viaggio); chi non li aveva ricevuti (o non aveva l'obolo) era costretto a errare in eterno senza pace tra le nebbie del fiume (o, secondo alcuni autori, per cento anni).

Nella Grecia antica vigeva la tradizione di mettere una moneta sotto la lingua del cadavere prima della sepoltura. La tradizione rimase viva in Grecia fino ad epoche abbastanza recenti ed è probabilmente di origine molto antica. Qualche autore sostiene che il prezzo era di due monete, sistemate sopra gli occhi del defunto o sotto la lingua.

Nessuna anima viva è mai stata trasportata dall'altra parte, con le sole eccezioni della dea Persefone, degli eroi Enea, Teseo, Piritoo e Ercole, Odisseo, del vate Orfeo, della sibilla cumana Deifobe, di Psyche e, nella letteratura e nella tradizione successive a quella greca antica, di Dante Alighieri.

Caronte è figlio di Erebo e Notte.

Nella religione etrusca il suo corrispettivo è Charun.

Descrizioni[modifica | modifica sorgente]

Le due opere più significative in cui s'incontra la figura di Caronte sono sicuramente l'Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante. Alla fine del V secolo a.C., compare nella commedia Le rane di Aristofane, in cui urla insulti nei riguardi della gente che lo attornia. Egli viene descritto con una barba rossa e capelli bianchi e si capisce questo, nella Divina commedia.

Viene spesso detto che Caronte trasportava le anime attraverso il fiume Stige; ciò è descritto nell'Eneide[2]. Comunque per molte fonti, incluso Pausania[3] e, in seguito, l'Inferno di Dante, il fiume era l'Acheronte.

Caronte virgiliano nell'Eneide[modifica | modifica sorgente]

Caronte viene citato nell'Eneide da Virgilio al libro VI, per la prima volta al vv. 299. La sua figura è descritta da espressioni e immagini molto brute e realistiche.

(LA)
« Portitor has horrendus aquas et flumina servat
terribili squalore Charon, cui plurima mento
canities inculta iacet, stant lumina flamma,
sordidus ex umeris nodo dependet amictus. »
(IT)
« Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato. »
(Eneide VI 298-301)
(LA)
« Ipse ratem conto subigit velisque ministrat
et ferruginea subvectat corpora cumba,
iam senior, sed cruda deo viridisque senectus. »
(IT)
« Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno. »
(Eneide VI 302-304)

Caronte Dantesco nella Divina Commedia[modifica | modifica sorgente]

Ritroviamo nel canto III dell'inferno delle terzine che descrivono Caronte in vari lati della sua figura:

- come vecchio e canuto;

« Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave! »
(Inferno III 82-84)

- come nocchiero con la barba e gli occhi infuocati;

« Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. »
(Inferno III 97-99)

- come demone severo, ordinato e sistematico.

« Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia »
(Inferno III 109-111)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ traslitterato Charhov[senza fonte]
  2. ^ Virgilio, Eneide, VI, 369
  3. ^ Pausania, X,28

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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