Purgatorio - Canto undicesimo
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Il canto undicesimo del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge sulla prima cornice, ove espiano le anime dei superbi; siamo nel mattino dell'11 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 28 marzo 1300.
Indice |
[modifica] Temi e contenuti
- Preghiera dei superbi - versi 1-36
- Omberto Aldobrandesco - vv. 37-72
- Oderisi da Gubbio - vv. 73-108
- Storia di Provenzano Salvani - vv. 109-142
[modifica] La Preghiera dei superbi
L'XI canto si apre con una poetica, e lievemente rivisitata, versione del Padre Nostro biblico. La preghiera, che occupa i primi 36 versi, è pronunziata dalla totalità dei superbi presenti nel primo girone del Purgatorio e termina con una supplica a Dio ("Quest'ultima preghiera, segnor caro,/già non si fa per noi, ché non bisogna,/ ma per color che dietro a noi restaro") che stimola in Dante una riflessione sulla doverosità dei vivi di pregare per le anime del Purgatorio poiché queste, nonostante la loro situazione di sofferenza, continuano a pregare per "Coloro che dietro a noi restaro".
I critici si sono divisi riguardo all'interpretazione della conclusiva supplica all'Onnipotente. I più intendono che questa sia riferita esclusivamente ai versi 19-21, dunque solamente alla parte del Padre Nostro riguardante la tentazione del male. Altri critici, suppongono invece, d'accordo con l'interpretazione dei teologi, che tale supplica sia riferita alla parte della preghiera attribuibile alla vita temporale, ossia dal verso 13 al verso 21.
Posizione: Prima cornice.
Tempo: 11 Aprile 1300.
Spiriti: Superbi.
Pena: Camminano tenendo sulle spalle dei grossi massi, che li costringono a tenere il volto basso. Intanto osservano esempi di umiltà e di superbia punita.
Contrappasso: Come in vita guardavano gli altri dall'alto in basso, ora devono guardare per terra; Come in vita cercavano di superare gli altri, ora devono procedere lentamente.
Incontri: Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio, Provenzano Salvani.
Cosa è accaduto prima: cosa accadrà dopo:
[modifica] Padre nostro dei superbi (versi 1-25)
Il canto si apre con la preghiera del Padre nostro, leggermente modificata (in Purgatorio la preghiera è un momento fondamentale per l'espiazione dei peccati). Essa è pronunciata da tutte le anime che hanno peccato di superbia in vita e ha come fonti i vangeli di Matteo e Luca e alcuni inni paraliturgici medievali. Dante sceglie il Padre nostro perché essa più di altre sottolinea la condizione di sottomissione delle anime superbe.
Le anime recitano che Dio non si trova solo nei cieli ("Pater noster, qui es in caelis"), ma è ovunque (Libro dei Sapienti "Spiritus Domini replevit orbem terrarum" – lo spirito del Signore riempie l'universo), cosa che i teologi ed i Padri della Chiesa affermavano chiaramente. Dio si trova ovunque poiché "caelum et caeli caelorum te capere non possunt" (il cielo e i cieli dei cieli non ti possono contenere).
La preghiera procede con "sanctificetur nomen tuum" (sia santificato il tuo nome) di Matteo e la sua onnipotenza poiché è giusto che venga ricordato. Qui c'è un evidente riferimento alla Trinità con l'onnipotenza (Padre), il nome (Figlio) e il vapore (Spirito Santo). È dunque una parafrasi per indicare il Signore.
Nome: fa riferimento a Gesù, il Verbo;
Onnipotenza: è utilizzato spesso da Dante per indicare la sovranità di Dio su tutte le cose ("Cantico delle creature", San Francesco d'Assisi), in riferimento alla sua "virtus creandi" (San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae);
Vapore: è il logos divino che viene emanato.
Poi le anime chiedono che la pace e la beatitudine di Dio scendi su di loro, poiché essi da soli non sono in grado di raggiungerle, nemmeno con il massimo sforzo. Qui c'è un chiaro riferimento a Dante, la cui missione gli riuscirebbe impossibile senza la grazia divina. Come gli angeli gli sono riconoscenti e lo adorano, così deve fare anche l'uomo cantando l'osanna (dal latino hosanna, dall'ebraico hosa-na, salvaci).
Invece di "dacci oggi il nostro pane quotidiano" Dante sostituisce il termine pane con quello di manna, in riferimento al cibo che Dio diede agli Ebrei nel deserto per 40 anni. Per manna si intende il cibo con cui si nutrono le anime del Purgatorio, ovvero la grazia divina. Senza di essa si raggiunge il deserto (la lontananza da Dio perché queste anime si trovano nel punto del Purgatorio più lontano da Dio; oppure il continuo vivere e peregrinare lontano dalla patria celeste). Tale affermazione è da considerarsi una preghiera dai morti ai vivi.
Dio, perdonando gli uomini, ci dà il buon esempio e fa si che anche essi perdonino. Le anime superbe chiedono poi di non essere messe alla prova attraverso l'antiquus hostis (demonio), ma di essere liberate dal male da Dio stesso.
Infine esse dicono che non dedicano questa preghiera solo per loro, ma anche per quelli che sono ancora vivi, affinché possano accorgersi in tempo dei loro errori e peccati. Questo è l'estremo atto di umiltà nei confronti del prossimo (cosa che non seppero far in vita).
[modifica] Le preghiere dei vivi (versi 25-37)
Mentre pregavano, le anime camminavano con un grande masso sulla schiena attorno alla prima cornice. La sensazione che provavano può essere paragonata a quella di angoscia che si prova dopo aver avuto un incubo (pare di aver un grande peso addosso, e ci si divincola tentando di liberarsene).
Allora Dante si domanda che cosa possano fare i vivi sulla terra per le anime ormai defunte. La risposta è semplice: pregare con affetto affinché il loro periodo lontano da Dio si accorci e possano giungere presso di lui puri e lavati dal peccato (come la metamorfosi del bruco in farfalla). Questa questione è stata già trattata nel canto VI.
Poi Virgilio domanda alle anime, dopo avere augurato a loro giustizia e misericordia divina (captatio benevolentiae), di indicargli la via più semplice per arrivare in Paradiso perché Dante è stanco, appesantito dal corpo che ancora ha (c'è anche un riferimento alla fatica astratta di purificazione). L'augurio fa riferimento a Gesù, sceso sulla terra per misericordia rese giustizia e alle spade ardenti e spezzare degli angeli di guardia della Valletta dei principi, che simboleggiavano appunto la giustizia e la misericordia.
[modifica] Omberto Aldobrandeschi (37-72)
Una voce sconosciuta (i superbi, inclinati dal masso, rendono la risposta anonima) dice loro i seguire le anime lungo la parete rocciosa, ove avrebbero trovato il passaggio percorribile anche da un essere umano. Aggiunge poi che, se non gli fosse impedito dal masso, avrebbe guardato chi fosse il vivo per vedere se lo conosceva (contrasto tra orgoglio e umiltà).
Poi l'anima dice di essere italiana, toscana per la precisione. Suo padre era Guglielmo Aldobrandeschi. È chiaro dunque che si tratta di Omberto Aldobrandeschi, membro di una delle più nobili e antiche famiglie toscane. Egli in vita aveva proseguito la politica antisenese già intrapreso dal padre con l'aiuto di Firenze. Morì a Campagnatico in circostanze ignote: alcune cronache riferiscono che sia morto in battaglia, altre che sia stato soffocato da sicari senesi. Il padre Guglielmo non viene citato in giudizio per aver peccato di superbia, quanto per avere procurato quel potere e ricchezza che consentirono al figlio l'arroganza.
Omberto domanda se Dante e Virgilio avessero sentito nominare la casata degli Aldobrandeschi (o per un atto di superbia o a titolo informativo). Come dice, le grandi imprese e le radici nobili della sua famiglia (collegamento alle virtù cortesi contro le quali polemizza Dante) lo resero così arrogante da disprezzare tutti gli uomini (gente comune, che Eva generò), invece di compendere l'uguaglianza degli uomini davanti a Dio. La colpa però non è della sua famiglia, ma di lui stesso. Mentre parla però Omberto usa il passato, quasi come se fosse solo un ricordo passato, a cui ora si contrappone l'umiltà del Purgatorio.
Arroganza: dal latino arrogare, attribuirsi. Si ha quando un uomo crede di essere quello che non è. Tale peccato non ha fatto torto solo a lui, ma anche alla sua stessa famiglia, che dopo di lui ha continuato la sua strada. Quindi è giusto che porti un tale peso, per pagare il debito che ha nei confronti di Dio poiché non lo ha fatto da vivo. Omberto si rende conto che la nobiltà terrena non ha alcun valore poiché tutti gli uomini sono uguali e avranno la stessa sorte.
[modifica] Oderisi da Gubbio (versi 73-108)
Dante si china per ascoltare meglio ciò che Omberto stava dicendo ma nello stesso tempo ammette indirettamente di aver peccato di superbia in molte occasioni (confesserà il suo peccato solo nel XIII canto). Mentre sta camminando chino, viene chiamato da un'anima che, per vedere in faccia l'uomo vivo, si era scostato un poco dal masso. Si tratta di Oderisi da Gubbio, miniatore Bolognese. Dante si rivolge a lui chiamandolo "frate", ovvero fratello, quasi ad indicare il fatto che tutti gli uomini sono fratelli di un unico padre.
Alluminar: dal francese enluminer, "miniare". Oderisi infatti aveva studiato a Parigi tale arte. Egli ammetterà di non aver portato tanta gloria alla miniatura quanta ne aveva portata Franco Bolognese (miniatore della scuola opposta) e di non possedere quindi onor. Non riconobbe il suo merito in vita, accecato dal desiderio di gloria ed eccellenza. Per sua fortuna si pentì prima di morire e ora di trova in Purgatorio, invece che all'Inferno.
Poi Oderisi si lamenta di quanto sia vana la gloria raggiunta sulla terra (inanis gloria – vana gloria, considerata da Gregorio Magno il primo dei vizi capitali, che egli fa derivare tutti dalla superbia) e soprattutto la superbia umana (rievocazione del canto X). Infatti essa è poco verde (il verde era considerato il colore della freschezza e della fragilità; indica anche la foglia, che indica la fragilità di ogni esperienza umana poiché essa cade dall'albero e muore subito) sulla cima (della pianta della fama oppure "ramo", riferimento alle foglie precedenti; si riferisce anche a Cimabue, citato in seguito).
A questo proposito cita Cimabue (pittore fiorentino del Duecento, maestro di Giotto), il quale credeva di essere il padrone nel campo della pittura e invece il suo allievo Giotto ora gode il suo presunto primato. Oderisi utilizza il passato quasi a indicare che la fama di Cimabue si è fermata alla sola Toscana, al contrario di Giotto (questo all'epoca in cui visse Dante). Ciò indica inoltre che la fama è transitoria poiché è passata in poco tempo da Cimabue a Giotto.
Oderisi cita anche lo stilnovista Guido Guinizzelli (incontrato nel canto XXVI), che ha tolto la fama della poesia volgare (vulgaris eloquentia) a Guido Cavalcanti. Ed ora è forge già nato colui che lo farà dimenticare (forse allusione allo stesso Dante). Tutti prima o poi sono costretti a cedere la loro fama ai posteri. La fama terrena è come il vento (Eneide, Virgilio), prima soffia da una parte poi dall'altra, secondo i cambiamenti dei gusti e della situazione politica e sociale. Pochi sono coloro che fanno affidamento sulla gloria meritata davvero (allusione a Dante).
Fama: dal latino rumor, "diceria", "voce che si sparge attraverso la gente".
Infine Oderisi domanda che fama avrà un uomo che muore vecchio rispetto ad uno che muore giovane di fronte allo scorrere di 1000 anni. Dinnanzi all'eternità di Dio 1000 anni sono come un battito di ciglia (Boezio). Inoltre il movimento del cielo delle Stelle fisse impiega 360 secondi per ruotare attorno al proprio asse (iperbole che indica il grosso divario tra le cose terrene e il concetto d'eternità dell'uomo e la creazione di Dio).
[modifica] Provenzano Salvani (versi 109-142)
Provenzano Salvani, capo dei Ghibellini senesi, si avvicina a Dante. Egli combatté e fu uno degli artefici della vittoria a Montaperti (1260). La sua decadenza cominciò dopo la battaglia di Benevento (1266) e poi morì in battaglia, ucciso dai fiorentini, che a questi tempi era superba quanto ora è corrotta (ora la superbia di Firenze ha assunto la forma dell'orgoglio e dell'avarizia). Egli è un esempio della caducità della fama terrena. Quando i Guelfi tornarono a Siena condannarono alla damnatio memoriae la casata dei Salvati, distruggendo le loro case e cancellando ogni segno della loro memoria.
Di nuovo vi è una similitudine tra la fama terrena e la durata del colore dell'erba che rinsecchisce quando c'è troppo sole, lo stesso sole che la fa crescere e germogliare (Bibbia).
Dante dice a Oderisi che il suo discorso lo ho liberato dal suo orgoglio e domanda a chi si stesse riferendo prima. Oderisi racconta allora che stava parlando di Provenzano Salvati, estremamente ambizioso di diventare il padrone di Siena. Egli ebbe la stessa presunzione dei fiorentini prima della battaglia a Montaperti di impadronirsi della sua città. La presunzione è infatti una de filiabus superbiae, una delle figlie della superbia. Così ora è costretto a camminare con il viso chino.
Allora Dante domanda come mai l'anima di Provenzano si trovasse qui, dal momento che se un'anima che per pentirsi attende la fine della sua vita deve prima recarsi nell'Antipurgatorio e aspettare che qualcuno gli dedichi una preghiera prima che trascorra tanto tempo quanto visse. Egli crede infatti che, dato il comportamento di Provenzano, nessuno abbai dedicato a lui una preghiera.
Allora Oderisi gli dice che quando era al massimo della sua potenza e fama si recò al Campo di Siena, al centro della città, e chiese l'elemosina (San Francesco d'Assisi) per liberare dalla prigione l'amico prigioniero di Carlo d'Angiò
Oderisi concluse il suo discorso preannunciando
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Posizione: Prima cornice. Tempo: 11 Aprile 1300. Spiriti: Superbi. Pena: Camminano tenendo sulle spalle dei grossi massi, che li costringono a tenere il volto basso. Intanto osservano esempi di umiltà e di superbia punita. Contrappasso: Come in vita guardavano gli altri dall’alto in basso, ora devono guardare per terra; Come in vita cercavano di superare gli altri, ora devono procedere lentamente. Incontri: Omberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio, Provenzano Salvani.
Cosa è accaduto prima: cosa accadrà dopo:
Padre nostro dei superbi (versi 1-25) Il canto si apre con la preghiera del Padre nostro, leggermente modificata (in Purgatorio la preghiera è un momento fondamentale per l’espiazione dei peccati). Essa è pronunciata da tutte le anima che hanno peccato di superbia in vita e ha come fonti i vangeli di Matteo e Luca e alcuni inni paraliturgici medievali. Dante sceglie il Padre nostro perché essa più di altre sottolinea la condizione di sottomissione delle anime superbe.
Le anime recitano che Dio non si trova solo nei cieli (“Pater noster, qui es in caelis”), ma è ovunque (Libro dei Sapienti “Spiritus Domini replevit orbem terrarum” – lo spirito del Signore riempie l’universo), cosa che i teologi ed i Padri della Chiesa affermavano chiaramente. Dio si trova ovunque poiché “caelum et caeli caelorum te capere non possunt” (il cielo e i cieli dei cieli non ti possono contenere). La preghiera procede con “sanctificetur nomen tuum” (sia santificato il tuo nome) di Matteo e la sua onnipotenza poiché è giusto che venga ricordato. Qui c’è un evidente riferimento alla Trinità con l’onnipotenza (Padre), il nome (Figlio) e il vapore (Spirito Santo). È dunque una parafrasi per indicare il Signore. Nome: fa riferimento a Gesù, il Verbo; Onnipotenza: è utilizzato spesso da Dante per indicare la sovranità di Dio su tutte le cose (“Cantico delle creature”, San Francesco d’Assisi), in riferimento alla sua “virtus creandi” (San Tommaso d’Aquino, “Summa theologiae”); Vapore: è il logos divino che viene emanato.
Poi le anime chiedono che la pace e la beatitudine di Dio scendi su di loro, poiché essi da soli non sono in grado di raggiungerle, nemmeno con il massimo sforzo. Qui c’è un chiaro riferimento a Dante, la cui missione gli riuscirebbe impossibile senza la grazia divina. Come gli angeli gli sono riconoscenti e lo adorano, così deve fare anche l’uomo cantando l’osanna (dal latino hosanna, dall’ebraico hosa-na, salvaci).
Invece di “dacci oggi il nostro pane quotidiano” Dante sostituisce il termine pene con quello di manna, in riferimento al cibo che Dio diede agli Ebrei nel deserto per 40 anni. Per manna si intende il cibo con cui si nutrono le anime del Purgatorio, ovvero la grazia divina. Senza di essa si raggiunge il deserto (la lontananza da Dio perché queste anime si trovano nel punto del Purgatorio più lontano da Dio; oppure il continuo vivere e peregrinare lontano dalla patria celeste). Tale affermazione è da considerarsi una preghiera dai morti ai vivi.
Dio, perdonando gli uomini, ci dà il buon esempio e fa si che anche essi perdonino. Le anime superbe chiedono poi di non essere messe alla prova attraverso l’antiquus hostis (demonio), ma di essere liberate dal male da Dio stesso. Infine esse dicono che non dedicano questa preghiera solo per loro, ma anche per quelli che sono ancora vivi, affinché possano accorgersi in tempo dei loro errori e peccati. Questo è l’estremo atto di umiltà nei confronti del prossimo (cosa che non seppero far in vita).
Le preghiere dei vivi (versi 25-37) Mentre pregavano, le anime camminavano con un grande masso sulla schiena attorno alla prima cornice. La sensazione che provavano può essere paragonata a quella di angoscia che si prova dopo aver avuto un incubo (pare di aver un grande peso addosso, e ci si divincola tentando di liberarsene). Allora Dante si domanda che cosa possano fare i vivi sulla terra per le anime ormai defunte. La risposta è semplice: pregare con affetto affinché il loro periodo lontano da Dio si accorci e possano giungere presso di lui puri e lavati dal peccato (come la metamorfosi del bruco in farfalla). Questa questione è stata già trattata nel canto VI.
Poi Virgilio domanda alle anime, dopo avere augurato a loro giustizia e misericordia divina (captatio benevolentiae), di indicargli la via più semplice per arrivare in Paradiso perché Dante è stanco, appesantito dal corpo che ancora ha (c’è anche un riferimento alla fatica astratta di purificazione). L’augurio fa riferimento a Gesù, sceso sulla terra per misericordia rese giustizia e alle spade ardenti e spezzare degli angeli di guardia della Valletta dei principi, che simboleggiavano appunto la giustizia e la misericordia.
Omberto Aldobrandeschi (37-72) Una voce sconosciuta (i superbi, inclinati dal masso, rendono la risposta anonima) dice loro i seguire le anime lungo la parete rocciosa, ove avrebbero trovato il passaggio percorribile anche da un essere umano. Aggiunge poi che, se non gli fosse impedito dal masso, avrebbe guardato chi fosse il vivo per vedere se lo conosceva (contrasto tra orgoglio e umiltà).
Poi l’anima dice di essere italiana, toscana per la precisione. Suo padre era Guglielmo Aldobrandeschi. È chiaro dunque che si tratta di Omberto Aldobrandeschi, membro di una delle più nobili e antiche famiglie toscane. Egli in vita aveva proseguito la politica antisenese già intrapreso dal padre con l’aiuto di Firenze. Morì a Campagnatico in circostanze ignote: alcune cronache riferiscono che sia morto in battaglia, altre che sia stato soffocato da sicari senesi. Il padre Guglielmo non viene citato in giudizio per aver peccato di superbia, quanto per avere procurato quel potere e ricchezza che consentirono al figlio l’arroganza.
Omberto domanda se Dante e Virgilio avessero sentito nominare la casata degli Aldobrandeschi (o per un atto di superbia o a titolo informativo). Come dice, le grandi imprese e le radici nobili della sua famiglia (collegamento alle virtù cortesi contro le quali polemizza Dante) lo resero così arrogante da disprezzare tutti gli uomini (gente comune, che Eva generò), invece di compendere l’uguaglianza degli uomini davanti a Dio. La colpa però non è della sua famiglia, ma di lui stesso. Mentre parla però Omberto usa il passato, quasi come se fosse solo un ricordo passato, a cui ora si contrappone l’umiltà del Purgatorio.
Arroganza: dal latino arrogare, attribuirsi. Si ha quando un uomo crede di essere quello che non è. Tale peccato non ha fatto torto solo a lui, ma anche alla sua stessa famiglia, che dopo di lui ha continuato la sua strada. Quindi è giusto che porti un tale peso, per pagare il debito che ha nei confronti di Dio poiché non lo ha fatto da vivo. Omberto si rende conto che la nobiltà terrena non ha alcun valore poiché tutti gli uomini sono uguali e avranno la stessa sorte.
Oderisi da Gubbio (versi 73-108) Dante si china per ascoltare meglio ciò che Omberto stava dicendo ma nello stesso tempo ammette indirettamente di aver peccato di superbia in molte occasioni (confesserà il suo peccato solo nel XIII canto). Mentre sta camminando chino, viene chiamato da un’anima che, per vedere in faccia l’uomo vivo, si era scostato un poco dal masso. Si tratta di Oderisi da Gubbio, miniatore Bolognese. Dante si rivolge a lui chiamandolo “frate”, ovvero fratello, quasi ad indicare il fatto che tutti gli uomini sono fratelli di un unico padre. Alluminar: dal francese enluminer, “miniare”. Oderisi infatti aveva studiato a Parigi tale arte. Egli ammetterà di non aver portato tanta gloria alla miniatura quanta ne aveva portata Franco Bolognese (miniatore della scuola opposta) e di non possedere quindi onor. Non riconobbe il suo merito in vita, accecato dal desiderio di gloria ed eccellenza. Per sua fortuna si pentì prima di morire e ora di trova in Purgatorio, invece che all’Inferno.
Poi Oderisi si lamenta di quanto sia vana la gloria raggiunta sulla terra (inanis gloria – vana gloria, considerata da Gregorio Magno il primo dei vizi capitali, che egli fa derivare tutti dalla superbia) e soprattutto la superbia umana (rievocazione del canto X). Infatti essa è poco verde (il verde era considerato il colore della freschezza e della fragilità; indica anche la foglia, che indica la fragilità di ogni esperienza umana poiché essa cade dall’albero e muore subito) sulla cima (della pianta della fama oppure “ramo”, riferimento alle foglie precedenti; si riferisce anche a Cimabue, citato in seguito). A questo proposito cita Cimabue (pittore fiorentino del Duecento, maestro di Giotto), il quale credeva di essere il padrone nel campo della pittura e invece il suo allievo Giotto ora gode il suo presunto primato. Oderisi utilizza il passato quasi a indicare che la fama di Cimabue si è fermata alla sola Toscana, al contrario di Giotto (questo all’epoca in cui visse Dante). Ciò indica inoltre che la fama è transitoria poiché è passata in poco tempo da Cimabue a Giotto. Oderisi cita anche lo stilnovista Guido Guinizzelli (incontrato nel canto XXVI), che ha tolto la fama della poesia volgare (vulgaris eloquentia) a Guido Cavalcanti. Ed ora è forge già nato colui che lo farà dimenticare (forse allusione allo stesso Dante). Tutti prima o poi sono costretti a cedere la loro fama ai posteri. La fama terrena è come il vento (Eneide, Virgilio), prima soffia da una parte poi dall’altra, secondo i cambiamenti dei gusti e della situazione politica e sociale. Pochi sono coloro che fanno affidamento sulla gloria meritata davvero (allusione a Dante). Fama: dal latino rumor, “diceria”, “voce che si sparge attraverso la gente”.
Infine Oderisi domanda che fama avrà un uomo che muore vecchio rispetto ad uno che muore giovane di fronte allo scorrere di 1000 anni. Dinnanzi all’eternità di Dio 1000 anni sono come un battito di ciglia (Boezio). Inoltre il movimento del cielo delle Stelle fisse impiega 360 secoli per ruotare attorno al proprio asse (iperbole che indica il grosso divario tra le cose terrene e il concetto d’eternità dell’uomo e la creazione di Dio).
Provenzano Salvati (versi 109-142) Provenzano Salvati, capo dei Ghibellini senesi, si avvicina a Dante. Egli combatté e fu uno degli artefici della vittoria a Montaperti (1260). La sua decadenza cominciò dopo la battaglia di Benevento (1266) e poi morì in battaglia, ucciso dai fiorentini, che a questi tempi era superba quanto ora è corrotta (ora la superbia di Firenze ha assunto la forma dell’orgoglio e dell’avarizia). Egli è un esempio della caducità della fama terrena. Quando i Guelfi tornarono a Siena condannarono alla damnatio memoriae la casata dei Salvati, distruggendo le loro case e cancellando ogni segno della loro memoria. Di nuovo vi è una similitudine tra la fama terrena e la durata del colore dell’erba che rinsecchisce quando c’è troppo sole, lo stesso sole che la fa crescere e germogliare (Bibbia).
Dante dice a Oderisi che il suo discorso lo ho liberato dal suo orgoglio e domanda a chi si stesse riferendo prima. Oderisi racconta allora che stava parlando di Provenzano Salvati, estremamente ambizioso di diventare il padrone di Siena. Egli ebbe la stessa presunzione dei fiorentini prima della battaglia a Montaperti di impadronirsi della sua città. La presunzione è infatti una de filiabus superbiae, una delle figlie della superbia. Così ora è costretto a camminare con il viso chino.
Allora Dante domanda come mai l’anima di Provenzano si trovasse qui, dal momento che se un’anima che per pentirsi attende la fine della sua vita deve prima recarsi nell’Antipurgatorio e aspettare che qualcuno gli dedichi una preghiera prima che trascorra tanto tempo quanto visse. Egli crede infatti che, dato il comportamento di Provenzano, nessuno abbai dedicato a lui una preghiera. Allora Oderisi gli dice che quando era al massimo della sua potenza e fama si recò al Campo di Siena, al centro della città, e chiese l’elemosina (San Francesco d’Assisi) per liberare dalla prigione l’amico Carlo d’Angiò. Oderisi concluse il suo discorso preannunciando

