Pape Satàn, pape Satàn aleppe

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Pluto immaginato da Gustave Doré

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe" è un verso scritto da Dante Alighieri all'inizio del Canto VII dell'Inferno.

Il verso è pronunciato da Pluto, che Dante pone come guardiano del Quarto Cerchio, e recita:

« «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch'elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia.» »

(Dante Alighieri, Divina Commedia - Inferno, VII, vv. 1-6)

Il verso, composto di sole tre parole, è celebre per il suo scandito ritmo di metrica, che gli dà il tono di un'invocazione a Satana (l'unica parola riconoscibile). Secondo alcuni critici si tratta di un'espressione inventata, ma secondo altri ha elementi etimologicamente riconoscibili.

Dalle scarne informazioni di Dante sappiamo che:

  1. Virgilio lo capisce (quel savio gentil, che tutto seppe);
  2. Che è solo l'inizio di qualcos'altro (cominciò Pluto...);
  3. Che è un'espressione di rabbia ("Taci, maledetto lupo! / consuma dentro te con la tua rabbia.");
  4. Che ha un effetto di minaccia verso Dante ("Non ti noccia / la tua paura; ché, poder ch'elli abbia / non ci torrà lo scender questa roccia").

La parola Satàn ripetuta ben due volte e la parola Pape che assomiglia ad un imperativo latino (sebbene non esista alcun verbo riconducibile) fa pensare a una preghiera o a un'invocazione del maligno contro gli intrusi (tanto che Virgilio ripete, leggermente variata, l'espressione "vuolsi così colà..." ).

Dante probabilmente intendeva dare un senso, seppure oscuro, alle parole demoniache mettendo almeno qualcosa di riconoscibile (Satàn), ma lasciando quell'indeterminatezza minacciosa, dove chiunque potesse immaginarvi il significato che più lo spaventasse.

Possibili spiegazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Pape (o papè) potrebbe essere una resa del termine latino papae, greco παπαί papaí, un'interiezione di stupore o di stizza, attestata negli autori antichi (come il nostro Accidenti!)[1].
  • Aleppe potrebbe derivare da alef, la "A" dell'alfabeto ebraico (già alep in quello fenicio, che divenne alfa in quello greco). La deformazione fonetica di alef in aleppe sarebbe analoga a quella del nome Yosef in Giuseppe. In ebraico alef significherebbe anche "numero uno", ovvero "il principio che contiene il tutto" e ciò corrisponderebbe a un attributo della maestà di Dio. Nel tardo medioevo un'espressione del genere sarebbe stata in uso interiezione (come oddio!)[1]. Quindi la frase sarebbe, assieme all'interpretazione di altri esegeti, un miscuglio di latino (papae, genitivo di papa), greco (satan, col significato di "avversario") ed ebraico (aleph o alef prima lettera dell'alfabeto ebraico) e significherebbe "Primo nemico del papa". "Aleppe" potrebbe anche derivare dal latino "alipes" cioè "con le ali ai piedi", con alcuni dipinti raffiguranti angeli con le ali al di sotto dei loro piedi a rafforzare questa ipotesi.
  • Domenico Guerri, che fece una accurata ricerca nei glossari medievali nel 1908[2], le interpretò come "Oh Satana, oh Satana Dio", intese come un'invocazione contro i viaggiatori.
  • Un'ipotesi araba di questo verso, supposta anche per le parole pronunciate da Nemrod in Inferno XXXI vv. 1-4,[3] si trova in *Abbūd Abū Rāshid, primo traduttore arabo della Divina Commedia (Tripoli, 1930 - 1933), il quale interpretò questi versi come una traslazione fonetica di una parlata araba, traducendoli in arabo come Bāb al-shaytān. Bāb al-shaytān. Ahlibu ("La porta di Satana. La porta di Satana. Proseguite nella discesa"). Già precedentemente, alla metà del secolo XX, Armando Troni[4] aveva supposto una probabile origine araba delle parole in questione facendo risalire però aleppe all'imperativo da labba, fermarsi, interpretazione questa che risulta essere la più coerente con il contesto in quanto il senso sarebbe ("La porta di Satana. La porta di Satana. Fermati"). Si osserva che, secondo alcuni studiosi della cultura araba, Dante avrebbe tratto alcune ispirazioni da fonti arabe.[5] Egli infatti non disprezzava il mondo musulmano a priori: se relegava Maometto tra i dannati, egli nominò però ben tre musulmani tra gli Spiriti magni del Limbo: Saladino, Avicenna e Averroè. I dubbi di questa interpretazione nascono però dal significato accondiscendente che non è in linea con quanto suggerito nella narrazione circostante. Si osserva che comunque Dante non conosceva l'arabo e forse voleva solo ricreare la suggestione di quella lingua ascoltata; si è d'altra parte ipotizzato anche che Brunetto Latini, suo amico, possa averlo avvicinato ad elementi della cultura islamica, da lui conosciuta durante gli anni vissuti ad Oviedo nelle Asturie.
  • Esiste anche una teoria, senz'altro interessante per capire la varietà di suggestioni che queste parole hanno suscitato negli studiosi, che interpreta le parole come una traslitterazione dal francese: "Pas paix Satan, pas paix Satan, à l'épée" ("Niente pace Satana, niente pace Satana, alla spada"). Un'altra interpretazione dal francese è "Paix, paix, Satan, paix, paix, Satan, allez, paix" ("Pace, pace, Satana, pace, pace, Satana, andiamo, pace")[1], oppure "Pape Satan allez en paix" (Papa Satana andate in pace). Una traslitterazione dal francese è proposta anche da Benvenuto Cellini nella sua Vita (1558-1562), dove dichiara di aver sentito dire quella frase ("Phe phe Satan phe phe Satan alè phe") durante una lite a Parigi e che traduce come: "Sta' cheto, sta' cheto, Satanasso, levati di costì, e sta' cheto!" (2, XXVII).

Traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

Il problema del senso di questa frase è particolarmente cruciale per ogni traduttore del poema dantesco, che ovviamente è messo in difficoltà dalla apparente mancanza di senso di ciò che viene detto.

Particolarmente brillante la soluzione adottata da Carlo Porta per la sua traduzione di questo passo in milanese. Infatti egli adottò una celebre filastrocca dal significato anch'esso oscuro:

« "Ara bell'Ara discesa Cornara"
el sclamè in ton de raffreddor Pluton
ch'el fava un rabadan del trenta para.
Ma Vergili, sapient e gainon,
per confortamm el dis: "lassa magara
ch'el te diga 'bus negher, gajoffon!'
te specci ai trii pessitt e ona mazzoeura
a vedé chi de nun restarà foeura" »

Le parti in corsivo sono pezzi della filastrocca: essa era usata per una conta, allo scopo di decidere chi restava in gioco e chi no: qui il Porta se ne serve per mostrate a Pluto che il poeta e Virgilio potranno proseguire, ma Pluto non potrà seguirli.

Nei media[modifica | modifica wikitesto]

Il verso è stato usato nel film Amici miei atto III di Nanni Loy, durante la scena della finta messa nera.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Vittorio Sermonti, Inferno, Rizzoli 2001, pag. 134
  2. ^ Domenico Guerri, Di alcuni versi dotti nella "Divina Commedia", Città di Castello, 1908
  3. ^ Daniela Amaldi, "Papé Satàn e Raphèl maì nelle traduzioni arabe dell'Inferno", Egitto e Vicino Oriente, Vol. XXVII, (2004), pp. 209-215
  4. ^ Armando Troni, "Un verso arabo nella Divina Commedia", Annali della Accademia del Mediterraneo, Vol. 2, (1954), pp. 97-100
  5. ^ Philip K. Hitti, "Recent Publications in Arabic or Dealing with the Arabic World", Journal of the American Oriental Society, Vol. 54, No. 4 (Dec., 1934), pp. 435-438, che riporta la nota teoria di Miguel Asín Palacios.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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