Brigantaggio

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Conflitto italiano meridionale

La banda del brigante Agostino Sacchitiello di Bisaccia, uno dei più fidati luogotenenti di Carmine Crocco (Foto del 1862)
Data: 1861-1869
Luogo: province dell'ex Regno delle Due Sicilie
Esito: vittoria del nuovo Stato italiano
Casus belli: Insofferenza contro il governo italiano
Schieramenti
Regno d'Italia (1861-1946) ex soldati borbonici, réduci delusi dell'esercito meridionale, disertori del nuovo esercito italiano, braccianti nullatenenti, pastori, rivoltosi repubblicani e briganti sovvenzionati dal deposto Francesco II delle Due Sicilie, Pio IX e Isabella II di Spagna
Comandanti
Emilio Pallavicini
Enrico Cialdini
Alfonso La Marmora
Giuseppe Govone
Raffaele Cadorna
José Borjès
Carmine Crocco
Gaetano Mammone
Luigi Alonzi detto Chiavone
Rafael Tristany de Barrera
Ferdinando Mittica
Damiano Vellucci
Pasquale Romano
Effettivi
120.000 stime di quasi 30.000 armati divisi in colonne militari che condussero una guerriglia
Perdite
stime di quasi 1.000 morti stime di quasi 20.000 morti

Per brigantaggio, termine originariamente riferito a fenomeni di banditismo generico, si suole definire una forma d'insurrezione politica e sociale sorta nel Mezzogiorno italiano (soprattutto in Basilicata, Campania, Molise e Abruzzo) durante il processo di unificazione dell'Italia e il primo decennio del Regno. Gli autori della resistenza furono infatti definiti, in senso dispregiativo, briganti dai militanti unitari.

Secondo diversi storici[1] considerando che gli schieramenti tra loro nemici impegnarono notevoli risorse in uno scontro armato all'interno del nuovo Stato italiano, si può definire guerra civile quella che fu allora combattuta. Persone come Carmine Crocco, Nicola Napolitano, Ninco Nanco, Giuseppe Caruso, Michelina Di Cesare, Antonio Locaso, Luigi Alonzi e Damiano Vellucci furono esponenti di spicco di questo fenomeno.

Indice

[modifica] Etimologia e definizioni

Per approfondire, vedi la voce Brigante.

Il termine brigante è inteso, genericamente, come persona la cui attività è fuorilegge. Sono spesso stati definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti e rivoltosi in determinate situazioni sociali e politiche. Questa definizione ha dato origine al nome brigantaggio, nell'accezione alla quale si fa riferimento quando si parla di conflitto italiano meridionale.

[modifica] Brigantaggio prima dell'unità d'Italia

Il brigantaggio, inteso come fenomeno di delinquenza comune, venne aspramente combattuto durante il periodo napoleonico. In particolare, durante il regno di Gioacchino Murat, è nota l'opera repressiva del brigantaggio calabro da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli. La particolare avversione dei francesi nei confronti del brigantaggio, era dovuta all'utilizzo di queste bande da parte dei nobili latifondisti allo scopo di mantenere i loro contadini in uno stato di profonda sottomissione, al tempo paragonabile alla schiavitù, stroncando ogni contaminazione con gli ideali illuministi importati d'oltralpe. In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I eliminò le bande di briganti attraverso l'opera del generale Richard Church, come nel caso di Papa Ciro, celebre brigante delle Murge[2].

Stefano Pelloni, detto il Passatore, fu un noto brigante dello Stato pontificio particolarmente attivo in Romagna: fu un criminale feroce come pochi altri ma seppe dare di sé un'immagine di combattente contro i soprusi dei ricchi e potenti; tale immagine fu poi divulgata da una certa cultura popolare romagnola che esagerò volutamente nel descrivere Pelloni come un giustiziere difensore di oppressi e miserabili[3], ma in realtà Pelloni fu niente più di un assassino.[4]

[modifica] Brigantaggio post-unitario

Banda del brigante Totaro di San Fele

[modifica] Brigantaggio meridionale

« Si sostenne, oltre alle guerre, la lunga e dolorosa guerriglia del brigantaggio, inacerbitosi nell'Italia meridionale, come di solito nelle rivoluzioni e nei passaggi di governo, e che fu domato finalmente e per sempre: così che la parola 'brigantaggio' poté a poco a poco dissociarsi dal nome del paese d'Italia, al quale era stata congiunta forse più che ad altra parte di Europa, almeno nei tempi moderni. »
(Benedetto Croce, “Storia d'Italia dal 1871 al 1915”, Napoli 1927)

[modifica] L'inizio della rivolta 1860-61

Teste mozzate di contadini esposte in gabbie di vetro nei pressi di Isernia. Tali pratiche furono utilizzate come monito e rappresaglia nei confronti delle comunità insorte.

All'indomani della spedizione dei mille e della conseguente annessione del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d'Italia, diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono ad esprimere il proprio malcontento verso il processo di unificazione, e si cominciarono a formare gruppi di ex soldati del disciolto esercito napoletano, rimasti fedeli alla dinastia borbonica, e di contadini e pastori che lottavano contro i proprietari terrieri ed i latifondisti [5]. Tra questi si inserirono anche malviventi e latitanti, adusi a vivere alla macchia. I contadini, in particolare, lamentavano la continuità dello sfruttamento da parte dei padroni terrieri i quali, in continuità rispetto al dominio borbonico, continuavano a detenere gran parte della terra del meridione, rendendo i contadini di fatto servi della gleba. Altri motivi che spingevano alla rivolta i contadini erano costituiti dalla privatizzazione delle terre demaniali e dalla leva obbligatoria introdotti (come nel resto d'Italia) dal governo unitario, oltre ad una tassazione più elevata di quella precedentemente in vigore.[6]

Particolare importanza ebbe la diffusa delusione per il fallimento del nuovo governo nel migliorare le durissime condizioni di sfruttamento e sopraffazione, ereditate dai Borbone. Da ultimo, ma non per importanza, l'annessione al Regno d'Italia era sentita dalla popolazione come una minaccia alla propria fede e alle proprie tradizioni.

Già nell'ultima fase della spedizione dei mille i borbonici, asserragliati a nord del Volturno intorno Gaeta, avevano deciso di fare ricorso a formazioni armate irregolari a supporto delle truppe regolari ancora attive tra il Sannio e l'Abruzzo, al fine di coprire il fianco rispetto all'avanzata verso sud dell'esercito sardo, guidato dal generale Enrico Cialdini.

Questa guerra civile interessò tutte le regioni del regno borbonico annesso al regno sabaudo italiano. Una delle zone più strategiche delle forze dei briganti divenne il Vulture e il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli Crocco di Rionero in Vulture.

Esecuzioni e Propaganda

 

« I militari solitamente così avari di immagini, rivelano un'improvvisa prodigalità fotografica durante la repressione del brigantaggio, negli anni successivi all'incontro di Teano. Ecco che d'un tratto l'impassibilità distante e oggettuale, la veduta silente, sono messe da parte, e i cadaveri prima nascosti vengono ostentati. Ufficiali e soldati collaborano a mettere in posa i fucilati davanti all'obiettivo, organizzano messe in scena in cui gli ancora vivi recitano la parte del brigante. Una folla di contadini meridionali e centrali si affaccia in questo modo macabro alla storia della nazione. »
( Giulio Bollati, L'Italiano, Einaudi, Torino, 1983, pp. 142-143.)
Settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione e le sevizie.
Le pubbliche esecuzioni e l'esibizione esemplare dei giustiziati (pratica piuttosto diffusa nel XIX secolo) furono largamente impiegate come monito e come strumento propagandistico al fine di rendere popolare la guerra condotta dall'esercito italiano per reprimere le rivolte nel meridione.

Le svolte del governo sui temi di politica interna e di ordine pubblico in quel primo decennio unitario, da Rattazzi a Minghetti, determinarono le coordinate di un irreversibile declino sociale ed economico del Meridione.

Il brigantaggio si contrappose, anzitutto, con le milizie civiche, armate dai notabili e dai possidenti meridionali, che più ebbero a soffrire della stagione di violenze eppoi all'esercito italiano, generalmente indicato come 'piemontese'. Ma ormai il Regno d'Italia era succeduto al cessato Regno di Sardegna e il suo esercito arruolava in grande maggioranza Lombardi, Emiliani, Romagnoli, Toscani, Marchigiani, Umbri: infatti i due comandanti militari della repressioni erano Cialdini, modenese, e Emilio Pallavicini, genovese, e il redattore della legge contro il brigantaggio, Pica, era abruzzese. È chiaro che con piemontese si venne a indicare semplicemente un esponente del nuovo governo unitario.
L'azione delle bande, diffusa un po' in tutto il territorio continentale appartenuto all'ex-Regno delle Due Sicilie, è stata definita, a seconda del punto di vista: brigantaggio (appunto), rivolta, più equanimemente ovvero, da un punto di vista maggiormente ostile alla unità d'Italia, resistenza.

All'estremo sud continua a resistere, e lo farà sino alla primavera del 1861, la cittadella di Messina (che, già nel luglio 1860 aveva smesso di combattere, pattuendo di liberare la città e di non ostacolare Garibaldi nel passare lo stretto) e solo il 20 marzo 1861, tre giorni dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia, si arrese la guarnigione della cittadella di Civitella del Tronto, al confine tra Abruzzo e Marche.

A seguito della partenza dei Borbone di Napoli, dopo la sfortunata conclusione della battaglia del Volturno e dell'assedio di Gaeta, il partito legittimista prese ad organizzarsi per tentare di cacciare l'invasore (supportati dai Borbone di Napoli, esuli a Roma, un poco dai Borbone di Spagna, dalla nobiltà legittimista e da una parte del clero).

Nelle formazioni irregolari, che la popolazione locale denominava masse, affluirono migliaia di uomini: ex soldati dell'esercito sconfitto e disciolto, coscritti che rifiutavano di servire sotto la bandiera italiana, popolazione rurale, banditi di professione e briganti stagionali, che si dedicavano già alle grassazioni nei periodi nei quali non potevano trovare impiego in agricoltura.

Si registravano sollevazioni diffuse, seguite dal rovesciamento dei comitati insurrezionali, sostituiti con municipalità legittimiste. A Napoli, l'ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agiva la propaganda del comitato borbonico della città, che riuscì, perfino, a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia. Nel mese di aprile venne sventata una cospirazione anti-unitaria e arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati del disciolto esercito borbonico.

Nella primavera del 1861 la rivolta divampava ormai in tutto il Mezzogiorno continentale, assumendo spesso le forme di estese jacquerie contadine e, come tali, votate alla sconfitta nel loro impari confrontarsi con un moderno esercito calato in forze a combatterle. Si materializzava, tuttavia, il rischio concreto di un collegamento di tutte le formazioni della rivolta, dalla Calabria alle province contigue allo Stato Pontificio, dove risiedeva il re deposto, Francesco II, con un'azione centrata fra Irpinia e Lucania, ciò che condusse ad un incremento notevole sia delle forze impegnate, sia della ferocia con la quale la repressione delle insorgenze fu attuata.

[modifica] La repressione di Cialdini 1861-66

« Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele. »

Nell'agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini, con poteri eccezionali per affrontare l'emergenza del brigantaggio. Egli seppe rafforzare il partito sabaudo, arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti.

In una seconda fase, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all'ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l'unità italiana, dall'aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell'agosto 1861.

L'obiettivo strategico consisteva nel ristabilire le vie di comunicazioni e conservare il controllo dei centri abitati. Le forze a sue disposizione consistevano in circa ventiduemila uomini, presto passate a cinquantamila unità nel dicembre del 1861.

Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l'istituto delle deportazioni: questa era la forma reale del domicilio coatto.

Nell'agosto 1863 venne emanata la "famigerata" legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

A cavallo degli anni 1862-66 le truppe dedicate alla repressione vennero aumentate sino a 105.000 soldati, circa i due quinti delle forze armate italiane del tempo, quindi il generale Cialdini poté riassumere l'iniziativa, giungendo a eliminare le grandi bande a cavallo con i loro migliori comandanti: difatti furono sgominate le colonne militari di Crocco e quelle pugliesi comandate da Pasquale Romano nella zona di Bari e Michele Caruso nella zona di Foggia. Romano, nativo di Gioia del Colle, era un ex tenente dell'esercito borbonico ed era considerato un abile stratega: la sua morte in battaglia rappresentò la fine della guerriglia organizzata militarmente in Puglia.

[modifica] La continuazione sporadica della rivolta 1866-70

Michelina Di Cesare, brigantessa uccisa dalle truppe italiane nel 1868

Con le sue azioni, il Cialdini aveva raggiunto l'obiettivo strategico principale contro il brigantaggio, cancellando le premesse per una possibile sollevazione generale e militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali: l'insurrezione non era ancora terminata, come dimostrò pure la rivolta del 7 e mezzo in una città importante quale Palermo, ma era venuto meno qualsiasi carattere di azione collettiva, si affievoliva l'appoggio popolare. La resistenza degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo.

Solo nel 1867, infatti, Francesco II delle Due Sicilie sciolse il governo borbonico in esilio. Continuava l'azione di poche e isolate bande d'irriducibili ma, vista l'impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un'eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine.

Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio.

[modifica] Brigantaggio in Basilicata

« E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà... »
Carmine Crocco, emblema del brigantaggio in Basilicata

La guerra civile, perché questi sono i caratteri che drammaticamente assunse quella rivolta, durò oltre cinque anni ed interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine "Donatelli" Crocco di Rionero in Vulture.

Scappato dal carcere perché reo d'aver ucciso un signorotto che picchiò sua sorella, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia fu arrestato e, una volta scarcerato, si unì all'esercito borbonico di Francesco II, lo stesso esercito con cui combattè sotto Garibaldi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo pro-dittatoriale che prevedevano la pena di morte per chi partecipava ai moti di occupazione e rivendicazione delle terre. Le ostilità si aprirono l'8 aprile del 1861 con l'assalto a Ripacandida, seguito da quello di Venosa, dove trovò la morte Francesco Nitti, nonno di Francesco Saverio, futuro presidente del consiglio. L'occupazione si diffuse nel Vulture e talvolta i briganti venivano accolti come liberatori dalle popolazioni affrante e sopraffatte dalla miseria.

Nell'ottobre del 1861, dopo l'assalto a Ruvo del Monte ed il violento scontro accaduto in agosto con i reparti dei Bersaglieri fra Avigliano e Calitri, ai briganti di Crocco e Ninco Nanco si affiancò Josè Borjes, il generale catalano spedito alla ventura nel tentativo di rinfocolare la reazione borbonica nel Mezzogiorno. Ma la sua fu un'impresa inutile e disperata, come ben si intuisce dalle note del suo diario, poiché seppure cercò per diversi mesi di guidare la rivolta al fianco di Crocco, dovette prendere atto della sostanziale indifferenza dei briganti agli astratti programmi politici di restaurazione borbonica. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, Borjes fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo l'8 dicembre dello stesso anno.

Nella primavera successiva, trascorso l'inverno negli impenetrabili rifugi del Vulture, i briganti tornarono all'attacco e nel 1862 la lotta si fece agguerritissima al punto che in agosto il governo proclamò lo stato d'assedio e, successivamente, inviò sul posto il reggimento Ussari di Piacenza. Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si isituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate. L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del De Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale. Il comando delle truppe venne affidato al generale Emilio Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro.

Alcuni briganti lucani: Caruso, Cafo, Lamacchia e Tinna

Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio.Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi e a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo; ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio "quel Gran Pio IX", come egli stesso testimoniò poi, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontifice, lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della guerriglia brigantesca e Carmine Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita nel bagno penale di Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie.

[modifica] Esito e conseguenze

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni "ufficiali" del nuovo Regno d'Italia, dal settembre del 1860 all'agosto del 1861 vi furono nell'ex Regno delle Due Sicilie 8.964 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri, 64 sacerdoti, 22 frati, 60 ragazzi e 50 donne uccisi, 13.529 arrestati, 918 case incendiate e sei paesi dati a fuoco, 3.000 famiglie perquisite, 12 chiese saccheggiate, 1.428 comuni sollevati; poiché ufficiali c'è da considerare che come tali queste cifre furono sicuramente sottostimate dal ministero della guerra, nonostante si riferissero ad un solo anno.

I problemi che avevano originato il brigantaggio e che, in gran parte, risalivano alla responsabilità del governo borbonico, restavano però irrisolti e, in seguito, per molti abitanti del Sud l'unica speranza di sopravvivenza fu legata all'emigrazione. Lo squilibrio strutturale tra nord e sud d'Italia verrà affrontato in modo più organico dalla classe dirigente italiana e prese avvio il dibattito sulla questione meridionale, nei termini sociali ed economici in cui la conosciamo ancora oggi.

[modifica] Il dibattito storiografico

« Lo stato italiano[8] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti. »

Diversi storici hanno proposto di rivedere i capitoli che riguardano l'insegnamento di alcune pagine del passato italiano. L'opera storiografica offre testi di visioni evidentemente contrapposte con agli opposti estremi la versione governativa dell'epoca e quella di chi sostiene che tale conflitto fu un genocidio contro i cittadini italiani meridionali per mero razzismo. Molti storici hanno sostenuto le varie tesi omettendo o all'opposto esagerando ossia strumentalizzando il numero delle vittime che non è valutabile poiché non documentabile quindi esistono solo stime. Gli studiosi nei loro trattati cercano di rispondere alle seguenti domande:

  • quanti furono, almeno approssimativamente, i morti tra insorti e loro fiancheggiatori nonché tra soldati italiani e poliziotti?
  • i guerriglieri meridionali, prevalentemente disperati miserabili di tutte le categorie, pretendevano solo un aiuto finanziario dal nuovo Stato italiano o ne volevano sovvertire il sistema forse con una repubblica, constatando che i reazionari borbonici erano una netta minoranza?
  • i combattenti meridionali progettavano di provocare una rivolta pure dei nullatenenti settentrionali ai quali poi unirsi per un cambiamento radicale del sistema politico-sociale nazionale?
  • la notevole emigrazione all'estero fu una diretta conseguenza del conflitto o ebbe ragioni totalmente differenti inquadrabili nella questione meridionale?

I ricercatori di storia continuano a scrivere libri cercando di chiarire le questioni ma molte perplessità di vario tipo permangono.

In parte è in corso una rivendicazione del ruolo svolto dal sud come finanziatore dello sviluppo industriale del Regno d'Italia; in altra parte viene accentuato un discorso di storia economica e monetaria come elemento chiave per capire gli squilibri nord-sud. È in questo periodo che il sistema bancario si struttura in modo simile a oggi: un meridione con poche tasse e alta raccolta di risparmi che non vengono investiti nel territorio, ma finanziano le industrie del nord Italia.

La tassazione imposta dal Regno d'Italia, la stessa del nord estesa al nuovo regno, ulteriori aggravi come la tassa sul grano ma soprattutto le politiche protezioniste adottate per favorire lo sviluppo dell'economia industriale del Settentrione colpirono duramente il Mezzogiorno, causando la massiccia emigrazione che si verificò dopo l'unità d'Italia.

L'afflusso di risparmi dagli emigranti (compresi moltissimi Veneti, Romagnoli, Liguri e Piemontesi) alle famiglie fu un importante ammontare di riserve di valuta estera (che valeva molto rispetto alla moneta italiana dell'epoca) che si sommava alle riserve auree (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti ad oltre il 60% del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) integrate (dopo il loro fallimento) con l'acquisizione nella futura Banca d'Italia delle banche del sud.

Taluni critici e storici interpretano il brigantaggio come un sintomo del processo di trasferimento di ricchezza dal Meridione verso il Nord.

[modifica] Brigantaggio in Maremma

Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l'Italia meridionale, si svilupparono in Maremma tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.

In questa area a cavallo tra la Toscana e il Lazio le cause erano da ricercare ad un forte malcontento che si era diffuso nella popolazione, nei primi anni dopo l'Unità d'Italia, quando vennero interrotti, per un certo periodo di tempo, i grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria. Tutto ciò determinò un nascente sentimento nostalgico diffuso per le precedenti politiche di "buon governo" dei Lorena che, nelle campagne, fu terreno fertile per la diffusione del fenomeno del brigantaggio.

Tuttavia, sia in Provincia di Grosseto che nel Viterbese, il fenomeno non è mai divenuto organizzato, in quanto ogni brigante era solitario, aveva i propri allievi, cercava di diffondere il suo stile ma non aspirava mai al controllo di un piccolo "esercito". Le scorrerie e gli atti criminali erano prevalentemente rivolti ai simboli che rappresentavano i grandi proprietari latifondisti e il nuovo Stato italiano; bersagli delle loro azioni, che non erano mai mirate verso la popolazione, erano guardiani, guardiacaccia, grandi tenute padronali e carabinieri.

Tra i briganti della Tucia viterbese, è famoso il brigante "Rufolone" il quale, originario di Sant'Angelo, piccolo borgo tra Roccalvecce e Graffinano, si era trasferito nella vicina Grotte Santo Stefeno ed in particolare, si era insediato presso la macchia di Piantorena.

La macchia di Piantorena, proprietà della famiglia Doria Panphili, si estendeva, da pochi chilometri fuori l'abitato di Grotte Santo Stefano, fino alla valle del Tevere, dove era facile incontrare viandanti più o meno facoltosi che si spostavano sulle poche strade che collegavano tra loro i paesi intorno.

Lo Stato iniziò una lotta serrata per arginare e debellare questo fenomeno criminoso, che si concluse positivamente per esso, dopo alcuni decenni, con l'inizio del Novecento. Contemporaneamente, vennero riprese sia le grandi opere di bonifica che la riforma fondiaria, elementi essenziali per il successivo sviluppo socio-economico.

[modifica] Note

  1. ^ Vedi anche i seguenti articoli on-line, oltre ai testi in bigliografia:
  2. ^ Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Bari, 1942
  3. ^ Massimo Dursi, Stefano Pelloni detto il passatore Cronache popolari: Cronache popolari, 1963
  4. ^ Leonida Costa, Il rovescio della medaglia: storia inedita del brigante Stefano Pelloni detto il Passatore, 1976
  5. ^ Mario Iaquinta, Mezzogiorno, emigrazione di massa e sottosviluppo, pagg. 60-61
  6. ^ Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini del sud, pagg. 94-95
  7. ^ Di Fiore, Gigi, op. cit., Pontelandolfo e Casalduni, un massacro dimenticato, pag. 33
  8. ^ Il brano, scritto nel 1920, si riferisce al Regno d'Italia costituito sotto la monarchia Sabauda.

[modifica] Bibliografia

  • Marc Monnier, Il Brigantaggio da Fra’ Diavolo a Crocco, Lecce, Capone,
  • Pierluigi Moschitti, Briganti e musica popolare dal nord al Sud, Gaeta, Sistema Bibliotecario Sud Pontino,
  • Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, Milano, Longanesi, 1946.
  • Massimo Dursi, Stefano Pelloni detto il passatore: cronache popolari, Giulio Einaudi Editore, 1963.
  • Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1966.
  • Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, 1969.
  • Vincenzo Carella, Il brigantaggio politico nel brindisino dopo l'Unità, Fasano, Grafischena, 1974.
  • Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799-1900), Reggio Calabria, Editori Riuniti, 1976.
  • Leonida Costa, Il rovescio della medaglia: storia inedita del brigante Stefano Pelloni detto il Passatore, Fratelli Lega, 1976.
  • Francesco Barra, Cronache del Brigantaggio Meridionale (1806-1815), Salerno, S.E.M., 1981.
  • Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Milano, Longanesi, 1982.
  • Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860 - Il sergente Romano, Milano, Longanesi, 1982.
  • Antonio De Leo Antonio, Carmine Crocco Donatelli. Un Brigante guerrigliero, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 1983.
  • Raffaele Nigro, I fuochi del Basento, Milano, Camunia, 1987.
  • Giuseppe Bourelly, Il Brigantaggio dal 1860 al 1865, Venosa, Osanna, 1987.
  • Timoteo Galanti, Dagli sciaboloni ai piccioni - Il "brigantaggio" politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865, Sant'Atto di Teramo, Edigrafital, 1990.
  • Carlo Alianello, La conquista del Sud: Il Risorgimento nell'Italia Meridionale, Milano, Edilio Rusconi, 1994. ISBN 9788818700336
  • Carmine Donatelli Crocco, Mario Proto (a cura di) Come divenni brigante - Autobiografia, Manduria, Lacaita, 1995.
  • Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Roma, Grandmelò, 1996. ISBN 9788890013102
  • Ferdinando Mirizzi, Briganti, arrendetevi!: Ricordi di un antico bersagliere, Venosa, Osanna, 1996. ISBN 9788881670932
  • Francesco Gaudioso, Calabria ribelle. Brigantaggio e sistemi repressivi nel Cosentino (1860-1870), Milano, FrancoAngeli, 1996.
  • Alberico Bojano, Briganti e senatori, Napoli, Alfredo Guida Editore, 1997. ISBN 9788871881980
  • Aldo De Jaco, Briganti e piemontesi: alle origini della questione meridionale, Rocco Curto Editore, 1998.
  • Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia!, Edizioni Piemme, 1998. ISBN 88-384-7040-5
  • Antonio Boccia, A sud del Risorgimento, Napoli, Tandem, 1998.
  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia, Roma-Bari, Giuseppe Laterza e figli, 2000. ISBN 88-420-6143-3
  • Salvatore Vaiana, Una storia siciliana fra Ottocento e novecento. Lotte politiche e sociali, brigantaggio e mafia, clero e massoneria a Barrafranca e dintorni, Barrafranca, Salvo Bonfirraro editore, 2000. ISBN 9788862720038
  • Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - Legittimisti e Briganti tra i Borbone e i Savoia, Napoli, Alfredo Guida Editore, 2000. ISBN 9788871883458
  • Aldo De Jaco, Dopo Teano: Storie d'amore e di briganti, Lacaita, 2001. ISBN 9788887280722
  • Francesco Gaudioso, Il banditismo nel Mezzogiorno moderno tra punizione e perdono, Galatina, Congedo, 2001. ISBN 9788880864028
  • Giovanni Saitto, La Capitanata fra briganti e piemontesi, Edizioni del Poggio, 2001.
  • Salvatore Vaiana, La repressione del brigantaggio a Canicattì e dintorni da Francesco Bonanno a Cesare Mori, pubblicato in "Canicattì nuova", Canicattì, 2002.
  • Francesco Gaudioso, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, Galatina, Congedo, 2002. ISBN 9788880864257
  • Mario Iaquinta, Mezzogiorno, emigrazione di massa e sottosviluppo, Luigi Pellegrini Editore, 2002. ISBN 9788881011124
  • Francesco Mario Agnoli, Dossier Brigantaggio. Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Napoli, Controcorrente, 2003. ISBN 9788889015001
  • Josè Borjes, Valentino Romano (a cura di) Don Josè Borges, generale catalano e guerrigliero borbonico, Diario di guerra, Bari, Adda, 2003.
  • Josè Borjes, Tommaso Pedio (a cura di) La mia vita tra i Briganti, Manduria, Lacaita,
  • Carlo Coppola, Controstoria dell'Unità d'Italia, ribellione popolare e repressione militare 1860-1865, Lecce, MCE Editore, 2003.
  • Carmine Donatelli Crocco, Valentino Romano (a cura di) La mia vita da brigante, Bari, Adda, 2005. ISBN 9788880825852
  • Carlo Coppola, Il Brigantaggio nel Salento, Matino, Tipografie S. Giorgio, 2005.
  • Josè Borjes, Con Dio e per il Re. Diario di guerra del generale legittimista in missione impossibile per salvare il Regno delle Due Sicilie, Napoli, Controcorrente, 2005. ISBN 9788889015339
  • Luigi Capuana, Carlo Ruta (a cura di) La Sicilia e il brigantaggio, Messina, Edi.bi.si., 2005.
  • Salvatore Scarpino, La guerra cafona: Il brigantaggio meridionale contro la Stato unitario, Milano, Boroli Editore, 2005. ISBN 9788874930593
  • Francesco Gaudioso, Il potere di punire e perdonare. Banditismo e politiche criminali nel Regno di Napoli in età moderna, Galatina, Congedo, 2006. ISBN 9788880866756
  • Raffaele Nigro, Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri, Milano, Rizzoli Editore, 2006. ISBN 9788817009843
  • Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, Rizzoli Editore, 2007. ISBN 9788817018463
  • Maria Procino, Donne contro: le brigantesse streghe dell’Appennino, in «SLM- Sopra il livello del mare» Rivista dell’Istituto Nazionale della montagna, n. 28, 2006.
  • Valentino Romano, Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista del Sud, Napoli, Crontrocorrente, 2007. ISBN 9788889015391

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