Brigantaggio

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Viaggiatori attaccati dai briganti, dipinto di Bartolomeo Pinelli (1817)

Col termine brigantaggio si suole definire una forma di banditismo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione, mentre in altre circostanze, esso assume risvolti insurrezionalisti su sfondo politico e sociale.

Sebbene il fenomeno abbia origini remote e riguardi periodi storici e territori diversi, nella storiografia italiana questo termine si riferisce generalmente alle bande armate presenti nel Mezzogiorno tra la fine del XVIII secolo e il primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d'Italia. In particolare, l'attività brigantesca assunse connotati politici e religiosi con le sollevazioni sanfediste antifrancesi. Fu duramente repressa all'epoca del Regno di Napoli e durante l'occupazione napoleonica, borbonica e risorgimentale, allorquando, dopo essersi ulteriormente evoluta, si oppose alle truppe del neonato Stato Italiano.

In questa fase storica, sia all'interno che al di fuori di queste bande e mossi anche da motivazioni di natura sociale e politica, agivano gruppi di braccianti ed ex militari borbonici[1].

Etimologia e definizioni[modifica | modifica sorgente]

Viaggiatori in diligenza durante un assalto di briganti, nella campagna romana, inizio sec XIX (Bartolomeo Pinelli
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brigante.

Il termine brigante descrive generalmente una persona la cui attività è al di fuori della legge. Spesso sono definiti briganti, in senso dispregiativo, combattenti e rivoltosi in particolari situazioni sociali e politiche. L'origine della parola non è ancora chiara e diverse sono le ipotesi sulla sua etimologia.

Origini e cause[modifica | modifica sorgente]

Il brigantaggio sin dalla sua genesi aveva - ed ha tuttora - come causa di fondo la miseria. Oltre a mera forma di banditismo (soprattutto nel Medioevo), il fenomeno ha spesso assunto connotati di vera e propria rivolta popolare. In età moderna, furono coinvolti vari strati sociali, con connessioni e complicità tra signori e banditi, investendo indifferentemente zone urbane e rurali. Il brigantaggio iniziò così a presentare una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra i diversi ceti.[2] Francesco Saverio Sipari, che fu tra i primi a considerare anche l'origine sociale del fenomeno, nel 1863 scrisse: «il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata»[3] e, anticipando anche analoghe osservazioni di Giustino Fortunato, riteneva che il brigantaggio potesse esaurirsi con la "rottura" dell'isolamento delle regioni meridionali, che era dato dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade e di ferrovie, e con l'affrancamento dai canoni del Tavoliere. Francesco Saverio Nitti considerava il brigantaggio (in particolare nel Meridione) un fenomeno complesso, che poteva assumere i connotati di banditismo comune, di reazione alla fame e alle ingiustizie o di rivolta di natura politica. Egli riteneva che il brigante, in gran parte dei casi, si rivelava un paladino del popolo e simbolo di rivoluzione proletaria:

« Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori. »
(Francesco Saverio Nitti[4])

Giustino Fortunato lo considerò «un movimento spontaneo, storicamente rinnovantesi ad ogni agitazione, ad ogni cambiamento politico, perché sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».[5]

Accanto alla miseria, alcuni identificano il brigantaggio come un fenomeno di resistenza, soprattutto in epoca risorgimentale. Il deputato liberale Giuseppe Ferrari disse:«I reazionari delle Due Sicilie si battono sotto un vessillo nazionale, voi potete chiamarli briganti, ma i padri e gli Avoli di questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul trono di Napoli.»[6]. Tuttavia il fenomeno era ben presente anche in altri stati preunitari all'alba dell'unità d'Italia, tra cui lo Stato Pontificio in cui ancor oggi si ricorda la figura de "il Passatore", il Lombardo-Veneto con Carcini, il Regno di Sardegna con Giuseppe Mayno e Giovanni Tolu.

Storia del Brigantaggio in Italia[modifica | modifica sorgente]

Titolo di un bando con i briganti emesso a Siena, dal granduca di Toscana nel 1585
Torquato Tasso catturato da Marco Sciarra
Antica copertina del libretto Istoria del famosissimo e foribondo bandito Abbate Cesare Riccardi, il brigante è rappresentato in mezzo a due compari, sul fondo un villaggio in fiamme, un uomo appeso per i piedi ad un albero e due malviventi che penetrano in una casa attraverso la finestra
Salvator Rosa (1615-1673) raffigurato mentre ritrae un capo brigante, l'artista così riguadagnò la libertà dai briganti di Monte Gauro (Campi Flegrei)[7]

Impero Romano[modifica | modifica sorgente]

Si inizia a parlare di brigantaggio già nell'antica Roma, quando a Taranto intorno al 185 a.C. avvenne un'insurrezione sociale composta perlopiù da pastori, che arrivarono a formare vere e proprie bande.[8] Per risolvere la questione, il pretore Lucio Postumio Tempsano attuò una dura repressione in cui furono condannati circa 7.000 rivoltosi, alcuni dei quali furono giustiziati mentre altri riuscirono ad evadere.[9] Anche Lucio Cornelio Silla prese provvedimenti contro i briganti (a quel tempo chiamati sicari o latrones)[10] con la promulgazione della Lex Cornelia de sicariis nell'81 a.C., che prevedeva pene capitali come la crocifissione e l'esposizione alle belve (ad bestias).[10]

Giulio Cesare affidò nel 45 a.C. al pretore Gaio Calvisio Sabino il compito di combattere con decisione il brigantaggio che si manifestava durante la sua governanza.[11] Nel 26 a.C., Ottaviano Augusto combatté le rivolte brigantesche in Spagna dove agiva Corocotta, un legittimista della Cantabria,[12] mentre Tiberio trasferì 4.000 ebrei in Sardegna per opporre i ribelli, nel timore che le loro bande si trasformassero in insorgenze, istigate da rivali politici.[12]

Medioevo[modifica | modifica sorgente]

In età medievale il brigantaggio si sviluppò in particolar modo nell'Italia centro settentrionale. Si formarono bande composte non solo da comuni banditi ma anche da avversari politici o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza in seguito alla confisca dei loro patrimoni.[13] Per sopravvivere queste persone furono costrette a darsi alla macchia, aggredendo mercanti e viaggiatori.

Nella seconda metà del XIV secolo, si registrarono numerose attività di banditismo nel Cassinate, ad opera di briganti come Jacopo Papone da Pignataro e Simeone da San Germano, i quali, con azioni vessatorie e spoliazioni, perseguitarono le popolazioni locali.

In Toscana operò il senese Ghino di Tacco, rampollo della nobile famiglia Cacciaconti Monacheschi Pecorai che non esitava anche a depredare uomini clericali come l'abate di Cluny, sebbene personalità come Giovanni Boccaccio non lo considerarono crudele con le sue vittime,[14] tanto da essere definito, da una parte della storiografia, un "brigante gentiluomo"[15], Dante lo cita nel sesto canto del Purgatorio della sua Divina Commedia. Queste due citazioni letterarie faranno sì che Ghino di Tacco sia il brigante medioevale italiano la cui fama sia ben sopravvissuta al suo tempo.

Secoli XVI e XVII[modifica | modifica sorgente]

In età moderna proliferarono gruppi di fuorilegge costituiti particolarmente da soldati mercenari sbandati; contadini ridotti alla fame e pastori che si dettero alla macchia, rubando capi di bestiame ai latifondisti. Alle attività di brigantaggio parteciparono anche preti di campagna - simbolo di malcontento e malessere molto diffusi nel clero rurale - che andarono ad ingrossare le file dei banditi[senza fonte].

Stato della Chiesa e Italia Centrale[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda metà del Cinquecento, operò nell'Italia centrale e meridionale il brigante abruzzese Marco Sciarra che, raccolti attorno a sé circa un migliaio di uomini, compì scorrerie e assalti; inimicandosi sia gli spagnoli che lo stato della Chiesa. Nello stesso periodo agiva Alfonso Piccolomini, un nobile appartenente a illustre famiglia senese, che scelse la strada del brigantaggio per combattere lo stato Pontificio, messosi a capo di persone misere egli commetteva atti fuorilegge tra Umbria, Marche e Lazio. Alla fine del Cinquecento, altre bande operarono nell' Italia Centrale, capeggiate da Battistello da Fermo, Francesco Marocco, Giulio Pezzola e Bartolomeo Vallante; mentre nello stesso periodo agiva in Calabria Marco Berardi noto col nomignolo di Re Marcone.

Le cronache di questo periodo riportano pure le gesta di un certo capitano Antino Tocco, nativo di San Donato Val di Comino, il quale nelle aree di confine fra il Frosinate, l'Abruzzo e il Regno di Napoli, combatté i briganti, "de quali ne fece gran strage"[16].

Nel 1557 con una notificazione del commissario di papa Paolo IV si ordina la distruzione del paese di Montefortino vicino a Roma; i suoi abitanti sono dichiarati fuorilegge come "briganti", e i resti dell'abitato distrutto sono cosparsi sale[17]. Decenni dopo emerse sulla scena del brigantaggio Cesare Riccardi (noto come "Abate Cesare"), costretto alla vita clandestina per aver ucciso un nobile nel 1669 e che, nonostante la sua efferatezza, era ricordato da alcuni come un eroe dei più poveri[senza fonte]. Nella lotta contro il brigantaggio s'impegnò con energia papa Sisto V: migliaia di briganti furono trascinati davanti alla giustizia e molti di loro vennero condannati a morte. Il papa inoltre promulgò il divieto di portare indosso armi di media e grossa taglia. Nel giro di un breve periodo il pontefice poteva affermare che il paese fosse in perfecta securitas. La repressione del brigantaggio avvenne con tre metodi: -A) piccoli reparti armati che combattevano i briganti nascosti nei boschi; -B) pagamento di taglie a delatori, disposti a svelare i covi dove si celavano i capibanda; e -C) ai briganti che si erano macchiati di delitti minori era offerta, come alternativa alla pena, la possibilità' di arruolarsi nelle truppe pontifice[18].

Alla fine del secolo XVI la campagna romana, particolarmente nelle province di Frosinone e Anagni fu soggetta a frequenti incursioni di bande di briganti, contro le quali nel 1595 papa Clemente VIII inviò alcune compagnie di cavalleria; analoga azione repressiva venne ordinata dal viceré di Napoli - conte Olivarez - contro briganti che infestavano il regno omonimo. Costoro agivano principalmente aggredendo i viandanti e corrieri nei boschi o nei tratti montuosi delle strade, derubandoli e spesso uccidendoli; in altri casi catturando persone facoltose per estorcerne riscatto. In questo periodo, furono sequestrati due nobili romani: Giambattista Conti vescovo di Castellaneta e Alessandro Mantica arcivescovo di Taranto, che furono liberati dopo il pagamento d'un riscatto ingente[19]. La persistenza del brigantaggio, che rimaneva sempre vigoroso nonostante la repressione a cui era sottoposto, era in gran parte dovuta all'appoggio che esso trovava, ora in questo ora in quello, fra i governi del granduca di Firenze, di Roma e di Napoli. Tale da rappresentare arma nascosta dei diversi governi, poiché come conseguenza dei frequenti dissidi fra il Papa e il Granduca, o il Papa e il Viceré;, alle ostilità diplomatiche si accompagnavano silenziosamente attività brigantesche, favorite a turno dall'uno ai danni dell'altro: da Napoli o Firenze ai danni di Roma e viceversa. Nel 1594 papa Clemente VIII si lamentava col Nunzio di Napoli sul comportamento del Viceré dello stesso regno, dicendo che "mostrandosi favorire i banditi di questo Stato [ossia quello papalino] mette S. B. nella necessità di continuare nelle gravi spese che si son fatte fin adesso nella persecuzione loro".[20].

Vicereame spagnolo di Napoli[modifica | modifica sorgente]

In Aspromonte e nella Sila nel cinquecento, agiva il brigante Nino Martino, il cui ricordo, nella tradizione orale calabrese, ha portato a confonderlo con san Martino il santo dell'abbondanza[21].

Secondo Rovani, durante i due secoli di dominazione spagnola nel napoletano, i banditi dominavano la campagna ed i nobili, se non volevano subirne vessazioni si vedevano obbligati a proteggerli, utilizzandoli come scherani quando possibile, attirandoli a Napoli in momenti politicamente torbidi, come i sussulti filofrancesi del 1647 e 1672. Nel marzo 1645 a Napoli venne promulgato un indulto generale verso tutti i briganti su cui pendesse la condanna di morte; a condizione che si arruolassero nella milizia. Un contemporaneo stimò che ad arruolarsi fossero circa 6000, su di una popolazione di 2 milioni[22].

Nella seconda metà del secolo XVI, in Calabria nel Crotonese divenne famoso Re Marcone, soprannome di un brigante che radunò una banda armata in lotta contro il viceré spagnolo ed il potere ecclesiastico; autoproclamtosi re su una vasta area della Sila pose una taglia di duemila scudi sopra il Marchese spagnolo che lo combatteva, e dieci per ogni testa di spagnolo ucciso[23].

Secolo XVIII e periodo preunitario[modifica | modifica sorgente]

Regno di Napoli[modifica | modifica sorgente]

Nei territori del regno borbonico gli episodi di brigantaggio furono manifesti ben prima dell'invasione francese del Regno di Napoli, .

Nel 1760 squadre di banditi arrivarono al punto di ordinare che le tasse fossero pagate a loro anziché al fisco, mentre il cardinale Innico Caracciolo fu catturato e liberato solo dopo il pagamento di 180 Doppie come riscatto. Con il termine "Doppia" è intesa la moneta - corrente al tempo - più propriamente chiamata "Doppia di Piemonte" equivalente a una Pistola o 24 Lire Piemontesi.

Un famoso brigante fu Angelo Duca (noto come Angiolillo) che si distinse tra Campania, Puglia e soprattutto in Basilicata. Catturato nel 1784 fu impiccato a Salerno e quindi, smembratone il cadavere, la testa venne esposta a Calitri. Le sue gesta furono ricordate positivamente da Pasquale Fortunato[24] (avo del meridionalista Giustino), che compose un poema su di lui, e da Benedetto Croce che lo definì «di buona pasta, coraggioso, ingegnoso e di una certa elevatezza d'animo».[25]. Secondo lo storico inglese Hobsbawm, Angiolillo rappresenta «l’esempio forse più puro di banditismo sociale»[26]. La complicità fra nobili locali e banditi rendeva difficile combatterne le attività, per cui spesso la lotta contro i loro protettori veniva trascurata.[27]. Il processo ai banditi spesso si svolgeva ad modum belli, ovvero in forma sommaria e veloce: al reo veniva sollecitata la confessione dei crimini di cui era accusato ( di solito si trattava di appartenenza a banda armata in campagna, omicidi, ricatti...), qui si ricorreva alla tortura (sospensione e tratti di fune) per verificare quando confessato dall'imputato; dopodiché all'avvocato difensore era permessa un'ora per organizzare la difesa; a questa seguiva il pronunciamento della sentenza, che veniva eseguita immediatamente. Le teste mozzate dei condannati, erano portate in mostra per le vie di Napoli come ammonimento e conferma dell'avvenuta giustizia[28]. Questa esibizione del cadavere avveniva un po' dappertutto in Italia fino al XIX secolo: per esempio, il cadavere di Stefano Pelloni, detto il Passatore, ucciso in Romagna nel 1851, fu posto su un carretto e portato di paese in paese a dimostrazione del cessato pericolo.

Età napoleonica[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sanfedisti e Insurrezione calabrese (1806-1809).
Stampa dell'epoca illustrante l'assedio finale delle truppe del generale Church al rifugio di Papa Ciro

Il brigantaggio venne fortemente combattuto nel periodo napoleonico. Con la riconquista del Regno di Napoli, sorsero numerosi combattenti antigiacobini noti come sanfedisti, capeggiati dal cardinale Fabrizio Ruffo, che furono appoggiati dai militari napoletani. Tra i rivoltosi si aggregarono numerosi banditi dell'epoca con i loro capi: Pronio, Sciarpa (Fra Diavolo) un pluriomicida che accettò di arruolarsi nell'esercito napoletano, in cambio di commutazione della pena e Gaetano Mammone, descritto da fonti dell'epoca come una persona estremamente crudele; gran parte di costoro furono promossi al grado di colonnello dell'armata regia e insigniti di onorificenze.[29].

Durante il decennio francese, vennero attuate dure repressioni contro i briganti, soprattutto in Basilicata e Calabria, regioni in cui si concentrò maggiormente la reazione. Nel 1806, i generali francesi Andrea Massena e Jean Maximilien Lamarque, saccheggiarono le città lucane di Lagonegro, Viggiano, Maratea e Lauria, dove numerosi rivoltosi vennero afforcati e fucilati senza processo.[30] Il massacro di Lauria in cui circa 1.000 persone furono trucidate per ordine di Massena, fu probabilmente il più feroce.[31]

Nello stesso anno, nel comune calabrese di Soveria scoppiò una rivolta popolare antifrancese, guidata da Carmine Caligiuri. Un gruppo di soveritani, giunti nel comune limitrofo di Scigliano, uccise 10 soldati francesi. Il giorno seguente gli insorti comandati da Caligiuri tesero un'imboscata a 200 elementi delle milizie transalpine, di cui una trentina furono uccisi.[32] Il generale Verdier preparò la rappresaglia, giustiziando i ribelli e dando alle fiamme Soveria e altri comuni che avevano appoggiato l'insurrezione.

Durante il regno di Gioacchino Murat, il brigantaggio antifrancese era sempre attivo e tra le bande più temute del periodo vi era quella di Domenico Rizzo noto come "Taccone". È nota l'opera repressiva contro il brigantaggio calabro-lucano da parte del colonnello francese Charles Antoine Manhès, ricordato da Pietro Colletta per i suoi metodi violenti e crudeli e che fu confermato nel suo incarico anche dopo il ritorno borbonico.

Seconda restaurazione borbonica[modifica | modifica sorgente]
Bartolomeo Pinelli: la cattura del capo brigante Alessandro Massaroni a Monticelli ad opera di truppe congiunte napoletane, pontifice e austriache (20 giugno 1821)
Brigantaggio preunitario: scena di combattimento tra briganti e milizia in un dipinto dell'epoca

In seguito alla seconda restaurazione borbonica, il re Ferdinando I attuò una campagna repressiva nei confronti delle bande di briganti. Il sovrano borbonico, in particolare nell'aprile 1816, aveva infatti emanato un decreto per lo sterminio dei briganti che infestavano Calabria, Molise, Basilicata e Capitanata, conferendo speciali poteri ai vertici dell'esercito[33]. Il 4 luglio 1816 fu stipulato tra il governo papale e quello borbonico, un accordo di collaborazione sullo sconfinamento reciproco delle truppe, tra i territori pontifici e quello del regno borbonico, durante le azioni di repressione del brigantaggio. Questo accordo, poi rinnovato e ampliato il 19 luglio 1818, aveva lo scopo di evitare che lo stato confinante divenisse rifugio per briganti in fuga[34]. Nella Puglia settentrionale, in Capitanata, il brigantaggio era particolarmente attivo (soprattutto nel distretto di Bovino) «...fino ad assumere connotati di massa. Ad esso si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell'assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento»[35]. Nell'ottobre 1817 l generale inglese Richard Church ebbe il comando della sesta divisione militare, comprendente le province di Bari e di Lecce, per combattere il brigantaggio ] fiorente nelle Puglie spesso associato a società segrete antiborboniche come nel caso di Papa Ciro, sacerdote e brigante delle Murge[36]. Gli furono dati ampi poteri, sulla falsariga di quanto era stato fatto nel periodo napoleonico nei confronti di Manhès. La sua azione di Church fu dura ed efficace. Commenta Pietro Colletta:

« De' quali disordini più abbondava la provincia di Lecce, così che vi andò commissario del re coi poteri dell'alter ego il generale Church, nato inglese, passato agli stipendi napoletani per opere non lodevoli, quindi obliate per miglior fama. Il rigore di lui fu grande e giusto: centosessantatré di varie sette morirono per pena; e quindi spavento a' settari, ardimento agli onesti, animo nei magistrati, resero a quella provincia la quiete pubblica. Ma senza pro per il regno perciocché i germi di libertà rigogliavano, animati dalla Carboneria. »
(Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Libro VIII, "Regno di Ferdinando IV (1815-1820)", Capo III, "Errori di governo e loro effetti", XLVIII)

Nel 1818, trasferito Church in Sicilia, fu inviato in Puglia il generale Guglielmo Pepe per organizzare le milizie provinciali da impiegare contro i briganti[37] di Rocco Chirichigno. Nel 1817 nel Cilento la banda dei Fratelli Capozzoli iniziò le sue scorribande, che proseguirono fino al 1828, quando costoro si unirono ai Filadelfi durante i Moti del Cilento, la dura repressione ad opera di Del Carretto stroncò la rivolta, i Capozzoli furono catturati l'anno seguente, giustiziati a Salerno e loro teste mozzate portate in mostra nei paesi circostanti[38].

Il brigantaggio interessò in genere, tutta la permanenza della dinastia borbonica sul trono napoletano:«... La crisi economica del 1825-1826 prostrò il mondo delle campagne diede via alla ripresa della guerriglia rurale e a clamorosi episodi di brigantaggio.»[39] Spagnoletti segnala, in età borbonica, un «...ribellismo endemico, spesso sfociato nel brigantaggio di estese zone delle Calabrie e del Principato Citra...»,[40]. Per l'abilità dimostrata durante il periodo murattiano, Ferdinando I confermò nel suo incarico il generale Charles Antoine Manhès, promosso nel 1827 a inspecteur général de gendarmerie.

Ancora nell'ottobre 1859, pochi mesi prima della fine del Regno delle Due Sicilie, il re Francesco II conferì a Emanuele Caracciolo, comandante in seconda della gendarmeria, destinato nelle tre Calabrie, il potere di arrestare e far processare coloro che si erano macchiati del reato di brigantaggio[41].

Il brigantaggio calabrese di questo periodo ispirò nel 1850 a Vincenzo Padula il dramma "Antonello capobrigante calabrese".

Stato pontificio[modifica | modifica sorgente]

Gendarmi pontifici in perquisizione alla ricerca di briganti nascosti, in una fattoria della campagna romana, inizio secolo XIX
Costumi dei briganti della campagna romana all'inizio del secolo XIX
Brigand costume latium 1820.jpg

Tavola da: Maria Calcott , Maria Graham, Three months passed in the mountains east of Rome, 1820. In testa un alto cappello conico adorno con bande alterne rosse bianche; il corpo ricoperto da un ampio mantello; una giacchetta di velluto blu, gilet ornata con bottoni di filigrana d'argento; camicia di lino; brache aderenti, allacciate sotto il ginocchio; ai piedi le caratteristiche cioce. L'abbigliamento è completato da una cartucciera in cuoio, attorno alla vita (detta "padroncina"); un'altra cintura di cuoio scende dalla spalla a mo' di bandoliera e porta un fodero per coltello, forchetta e cucchiaio; un grosso coltello da caccia posto di traverso sul davanti; un cuore d'argento, contenente una immagine della Madonna e Bambin Gesù, appuntato all'altezza del cuore (un altro simile spesso era appeso al collo). Grossi orecchini d'oro e ed altri oggetti (come anelli, catene, orologi) sempre d'oro arricchivano il costume.[42]

Il continuo imperversare dei briganti negli stati pontifici obbligò il cardinale Fabrizio Spada, segretario di stato di Innocenzo XIII ad emanare il 18 luglio 1696 un apposito editto contro "Grassatori, banditi, facinorosi e malviventi", per obbligare la popolazione alla delazione dei tali, minacciando galera o pena della vita per chi avesse taciuto; promettendo un premio di 100 scudi d'oro per chi avesse causato la cattura di un criminale ricercato[43]. .

Nonostante questo editto, la situazione non sembrò cambiare e, agli inizi del secolo XIX, l'area inclusa fra l'Aquila, Terracina, i fiume Tevere e Garigliano era ancora sempre, soggetta alla frequente attività di briganti.

Nei dintorni di Terracina imperversava per circa 40 anni il brigante Giuseppe Mastrilli, quando questi venne catturato, la sua testa fu esposta a Terracina, rinchiusa in una gabbietta di ferro, a Porta Albina che quindi venne popolarmente chiamata "Porta Mastrilli"[44], la testa rimase esposta fino al 19 ottobre 1822, quando fu rimossa in conseguenza a petizione popolare[45]


Lo storico Antonio Coppi, così descrive al situazione nello stato pontificio, al tempo della Restaurazione: Le provincie prossime a Roma furono per molti anni tormentate dagli assassini (detti volgarmente briganti), male comune colle vicine [aree] napoletane degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e della Puglia. Nelle sollevazioni di molte popolazioni contro i Francesi, allorquando essi occupavano queste regioni, non pochi erano corsi alle armi, più per amore della rapina che della patria. Alcuni si assuefecero in tal guisa al ladroneccio e vi persistettero anche dopo terminati i popolari tumulti. Formati così diversi nocchj[46] di ladri, che scorrevano armati per le campagne, recavansi ad unirvisi molti di coloro che avevano la stessa perversa inclinazione, o che per commessi delitti divenivano fuggiaschi ... Uniti in bande costringevano i contadini ed i pastori a somministrar loro il vitto. Violavano le femmine che potevano raggiungere. Assaltavano i doviziosi, e non contenti di rapir loro quanto portavano, li conducevano sulle montagne e gli imponevano enormi taglie pel riscatto. Se non ricevevano il chiesto denaro li trucidavano fra' più orribili tormenti[47].

Fra questi il brigante più famoso fu Antonio Gasbarrone detto Gasparrone il cui aiutante Tommaso Transerici fu l'artefice del tentato sequestro di Luciano Bonaparte dalla sua villa tuscolana in Frascati nel 1817. Sei banditi penetrarono in tale villa e, non trovandolo rapirono il suo segretario, per il quale chiesero il pagamento di un riscatto entro 24 ore, pena l'uccisione dell'ostaggio; al rapito spiegarono che, sia pur con rincrescimento sarebbe stato ucciso in caso di non pagamento, in quanto i briganti dovevano salvaguardare la loro fama di uomini d'onore nel mantenere la parola data; i banditi nei loro rapimenti non distinguevano fra uomini e donne, tant' è vero che nello stesso periodo una giovane donna, rapita tra Velletri e Terracina, fu uccisa non essendo stato pagato il suo riscatto[48].

A seguito di queste azioni delittuose il cardinale Ercole Consalvi emise un proclama invitando i banditi ad arrendersi, promettendo loro una debole pena di sei mesi di prigionia a Castel Sant'Angelo, il pagamento loro di una somma di denaro per i giorni di imprigionamento e quindi il loro rilascio. Un certo numero di costoro si consegnarono, furono imprigionati nel castello, dove furono posti in mostra al popolo come animali selvaggi in gabbia ma, promesse nonostanti, non furono liberati al termine del periodo stipulato[49].

Tali misure, tuttavia, non servirono a ridurre il brigantaggio, particolarmente attivo nella provincia di Campagna e Marittima al confine col Regno di Napoli, e il 18 luglio 1819 il cardinale Consalvi emise un duro editto, con il quale decretava la distruzione del paese di Sonnino,nel basso Lazio, giudicato principale luogo di rifugio dei briganti locali e attirante anche malfattori del vicino regno borbonico, e punto di riferimento per bande di fuorilegge di Fondi e di Lenola. Simultaneamente tale editto imponeva lo sfratto forzato degli abitanti. Il comune sarebbe stato suddiviso fra quelli circostanti non coinvolti nel brigantaggio. La distruzione del comune venne sospesa dopo l'abbattimento di venti case; l'ordine di distruzione totale del paese definitivamente annullato l'anno seguente. [50].

Con lo stesso editto il Consalvi, tentando di coinvolgere i comuni nella lotta contro il brigantaggio, li obbligò a difendere il loro territorio dalle incursioni dei briganti e a rimborsare i derubati del denaro pagato a seguito di estorsioni. Contemporaneamente decretò riduzioni temporanee di due anni delle imposte sul sale e sul macinato, per quei paesi che avessero collaborato nella cattura o uccisione dei briganti; incremento delle taglie poste sulla testa dei ricercati e pena di morte per chi li aiutasse[51]. Le guardie armate antibrigantaggio, già istituite nrl 4 maggio 1818, vennero rafforzate e fu concesso il porto d'armi gratuito a tutti i loro appartenenti. Ad ogni comune venne richiesto di munirsi d'una torre campanaria per segnalare incursioni banditesche e chiamare a raccolta per la difesa. Chiunque non rispondesse all'appello della campana, era da considerarsi complice dei malviventi e soggetto a pene pecuniarie e corporali. La resistenza alla forza armata e l'aiuto ai briganti erano punibili fino alla pena di morte, ogni azioni militare completata con successo contro i briganti comportava un automatico avanzamento di grado dell'ufficiale al comando, mentre viceversa, degradazione o espulsione erano previste nei casi di codardia e/o disonore nel corso del servizio. L'editto annunciava che nessun ulteriore amnistia sarebbe stata concessa, ma lasciava un mese di tempo per arrendersi ed appellarsi alla clemenza del Pontefice[52].

Nel 1821 vennero assaliti il monastero dei frati camaldolesi dell'Eremo di Tuscolo e un collegio per fanciulli alle porte di Terracina.

Perdurando il brigantaggio nella provincia, nel 1824 al cardinale Antonio Pallotta venne dato pieno potere, con la nomina a "legato a latere" per combatterlo. Il cardinale si insediò a Ferentino e il 25 maggio emise un editto al fine di estirpare il brigantaggio e rendere sicure le vie di comunicazione, lungo le quali avvenivano numerose aggressioni contro i viaggiatori. Alcune tali furono perpetrate contro viandanti stranieri, provocando così azioni di protesta da parte dei rappresentanti del corpo diplomatico accreditato a Roma[53]. L'operato di Pallotta si rivelò inefficace e dopo due mesi dall'incarico Leone XII, vista anche la necessità di provvedere alla sicurezza nelle strade per i pellegrini che sarebbero giunti a Roma per la celebrazione dell'anno santo 1825; lo sostituì con monsignor Giovanni Antonio Benvenuti affiancato da Ruvinetti, colonnello dei carabinieri papalini[53]. Venne imposto il coprifuoco ai parenti dei briganti e a tutti i sospetti; quest'ultimi inoltre, per poter uscire dal loro comune, dovevano essere muniti di apposito permesso. Furono controllati anche i movimenti dei cacciatori e pastori; imposto l'obbligo di denuncia della presenza di briganti e tutti i delitti attribuibili al brigantaggio vennero sottoposti al giudizio sommario d'un tribunale, presieduto dallo stesso Benvenuti[53].

Molti furono (inizi del secolo XIX) i pittori e gli incisori che illustrarono - soprattutto con tavole litografiche spesso acquarellate a mano - la vita dei briganti. Fra tali artisti, i più famosi furono Bartolomeo Pinelli - il maggiore - F. Cerrone, Muller e Audot, i lavori dei quali sono spesso erroneamente utilizzati per illustrare testi che sono limitati al brigantaggio post-unitario, cioè posteriore alle vicende raffigurate.

Legazione delle Romagne[modifica | modifica sorgente]

Stefano Pelloni, detto il Passatore, fu un noto brigante dello Stato pontificio particolarmente attivo in Romagna nella prima metà del secolo XIX. Finì ucciso in uno scontro con le truppe papaline a Russi nel 1851. Nonostante la sua ferocia, seppe dare di sé un'immagine di combattente contro i soprusi dei ricchi e potenti; tale immagine fu poi divulgata da una certa cultura popolare romagnola, che esagerò volutamente nel descrivere Pelloni come un giustiziere difensore di oppressi e miserabili; arrivando a definirlo "Passator cortese" e utilizzandone persino il ritratto come marchio di vini autoctoni[54].

Regno Lombardo Veneto[modifica | modifica sorgente]

Il Veneto e l'area della Bassa Mantovana, in particolare le province di Padova, Venezia, Rovigo e Mantova si trovarono anch'esse sottoposte a scorrerie di briganti, riunitisi in piccole bande composte da disertori dell'esercito austriaco, del precedente esercito del regno Italico e persone in condizioni di indigenza. A seguito dell'accentuarsi di attività' criminali nei pressi di Este le autorità austriache istituirono due sezioni venete e lombarde del tribunale statario, che dal giugno 1850 al giugno 1853 svolsero 1400 processi, emettendo «1.144 sentenze di morte di cui 409 eseguite»[55]

Italia postunitaria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brigantaggio postunitario.
Carmine Crocco, uno dei più famosi briganti post-unitari
Figura di "squadrigliere" dell'esercito papalino

Con la nascita del Regno d'Italia nel 1861, Sorsero di bel nuovo insurrezioni popolari, questa volta contro il nuovo governo, che interessarono le ex province del Regno delle Due Sicilie. Il serio peggioramento delle condizioni economiche; l'incomprensione e indifferenza della nuova classe dirigente, per la popolazione da loro amministrata; l'aumento delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità; l'aggravarsi della questione demaniale, dovuta all'opportunismo dei ricchi proprietari terrieri.[56] Tali furono le cause principali del brigantaggio post-unitario[57]. Il quale secondo alcuni, rappresenta una delle prime guerre civili dell'Italia contemporanea[58] e fu soffocato con metodi brutali, tanto da scatenare polemiche persino da parte di esponenti liberali[59] e politici di alcuni stati europei.Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal.[60]

Alcune correnti di pensiero,[61] lo considerano sorta di guerra di resistenza, benché tale ipotesi sia molto controversa.

I briganti del periodo erano principalmente persone di umile estrazione sociale, ex soldati dell'esercito delle Due Sicilie ed ex garibaldini, tra cui vi erano anche banditi comuni. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli. Numerosi furono i briganti del periodo che passarono alla storia. Carmine "Donatello" Crocco, originario di Rionero in Vulture (Basilicata), fu uno dei più famosi briganti di quel periodo. Egli riuscì a radunare sotto il suo comando circa duemila uomini, compiendo scorribande tra Basilicata, Campania, Molise e Puglia,[62] affiancato da luogotenenti come Ninco Nanco e Giuseppe Caruso.

Da menzionare è anche il campano Cosimo Giordano, brigante di Cerreto Sannita, che divenne noto per aver preso parte all'attacco (e al successivo massacro) ai danni di alcuni soldati del regio esercito, accadimento che ebbe come conseguenza una violenta rappresaglia sulle popolazioni civili di Pontelandolfo e Casalduni, ordinata dal generale Enrico Cialdini. Altri noti furono Luigi "Chiavone" Alonzi, che agì tra l'ex Regno borbonico e lo Stato Pontificio, e Michele "Colonnello" Caruso, uno dei più temibili briganti che operarono in Capitanata. Anche le donne parteciparono attivamente alle rivolte postunitarie, come le brigantesse Filomena Pennacchio, Michelina Di Cesare, Maria Maddalena De Lellis e Maria Oliverio.

Per acquietare la ribellione meridionale, furono necessari massicci rinforzi militari e promulgazioni di norme speciali temporanee (come la legge Pica in vigore dall'agosto 1863 al dicembre 1865 su gran parte dei territori continentali del precedente regno delle Due Sicilie ), dando origine uno scontro che porterà migliaia di morti. La repressione del brigantaggio postunitario fu molto cruenta e fu condotta da militari come Enrico Cialdini, Alfonso La Marmora, Pietro Fumel, Raffaele Cadorna e Ferdinando Pinelli, che destarono polemiche per i metodi impiegati. Alla sconfitta di questo brigantaggio contribuì anche il cambiamento di atteggiamento dello stato Pontificio, che dal 1864 non fornì più appoggio ai briganti, arrestando lo stesso Crocco, che cercava rifugio nel suo territorio che non fu più terra franca per i briganti, iniziando a sua volta a combatterli, istituendo un apposito reparto di "squadriglieri", facendo nel 1867 un accordo di collaborazione reciproca con le autorità italiane sullo sconfinamento delle truppe all'inseguimento di briganti in fuga ed emanando lo stesso anno un editto firmato dal Delegato apostolico Luigi Pericoli, per le province di Frosinone e Chieti, che ricalcava le tematiche della legge Pica[63].

Fine ottocento e inizio novecento[modifica | modifica sorgente]

Falò con briganti maremmani, fine secolo XIX

Fenomeni di brigantaggio, seppur di diversa natura da quelli che coinvolsero l'Italia meridionale a seguito dell'annessione al regno sabaudo, si svilupparono o continuarono ad essere presenti in diverse regioni d'Italia tra la seconda metà dell'Ottocento e i primi anni del Novecento.

In Maremma, area a cavallo tra la Toscana e il Lazio, le cause sono attribuibili ad un forte malcontento che si era diffuso nella popolazione, nei primi anni dopo l'Unità d'Italia, quando furono interrotti grandi lavori di bonifica idraulica e la riforma fondiaria. Tra i protagonisti di questo brigantaggio è ricordato Domenico Tiburzi, considerato un protettore dei deboli contro le ingiustizie e le disuguaglianze sociali; altri fuorilegge furono Ranucci, Menichetti e Albertini.

Tuttavia, sia in Provincia di Grosseto che in quella di Viterbo, questo fenomeno - a differenza del brigantaggio meridionale - non divenne mai organizzato, in quanto ogni brigante era solitario, pur avendo i propri seguaci tra i quali cercava di diffondere il suo stile, non aspirava mai al controllo di un piccolo esercito. Le scorrerie e gli atti criminali erano prevalentemente rivolti ai simboli rappresentanti i grandi proprietari latifondisti e il nuovo Stato italiano; il bersaglio delle loro azioni, apparentemente non intese per la popolazione, erano i simboli dell'autorità pubblica: guardiani; guardacaccia e i carabinieri oltreché alle grandi tenute stesse.

Tra i briganti della Tuscia viterbese, è famoso Luigi Rufoloni detto "Rufolone", originario di Sant'Angelo, piccolo borgo tra Roccalvecce e Graffignano, che s'era trasferito nella vicina Grotte Santo Stefano insediandosi nella macchia di Piantorena, proprietà della famiglia Doria Pamphili, dove era facile incontrare viandanti più o meno facoltosi, che si spostavano sulle poche strade che collegavano i paesi limitrofi.

Nell'Italia settentrionale Francesco Demichelis, detto il Biondin fu attivo con la sua banda soprattutto nella zona delle risaie del Novarese.

Sul finire dell'Ottocento il brigantaggio era ancora vivo nella Basilicata, sebbene esso si fosse molto ridotto rispetto al decennio napoleonico e agli albori dell'Unità), con Michele di Gè - la cui autobiografia fu una delle fonti usate da Gaetano Salvemini per intervenire sulla questione meridionale, ed Eustachio Chita - generalmente considerato l'ultimo brigante lucano (i cui resti sono tuttora conservati nel Museo di Cesare Lombroso a Torino). In Calabria vi era Giuseppe Musolino, che acquistò notorietà anche sulla stampa straniera e divenne protagonista di canzoni popolari calabresi. Musolino si diede al brigantaggio dopo essere stato condannato per omicidio, malgrado le sue proteste d'innocenza, vendicandosi di coloro che lo avevano compromesso e tradito. Costui godeva dell'aiuto della popolazione locale, la quale vedeva in lui - com'era il solito - un simbolo di reazione contro le ingiustizie e i soprusi di quel tempo.

Lo Stato Italiano iniziò una lotta serrata, per arginare e debellare questo fenomeno, che si ridusse con l'inizio del Novecento.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Brigantaggio in Treccani.it. URL consultato il 06 febbraio 2011.
  2. ^ Giuseppe Galasso, Unificazione italiana e tradizione meridionale nel brigantaggio del Sud, in Il brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d'Italia, Atti del convegno di studi storici (Napoli, 20-21 ottobre 1984), edito dall'«Archivio Storico per le Province Napoletane», terza serie, a. XXI-CI dell'intera collezione (1983), p. 4.
  3. ^ Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Adelphi, Milano 1992, p. 473 riporta per stralci la Lettera ai censuari del Tavoliere pubblicata dallo zio materno, Francesco Saverio Sipari, riproposta integralmente da L. Arnone Sipari, Francesco Saverio Sipari e la «Lettera ai censuari del Tavoliere», in R. Colapietra (a cura di), Benedetto Croce ed il brigantaggio meridionale: un difficile rapporto, Colacchi, L'Aquila 2005, pp. 87-102.
  4. ^ Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p. 44
  5. ^ Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio: 1927-1932, Laterza, 1981, p.14
  6. ^ Teodoro Salzillo, Roma e le menzogne parlamentari, Malta, 1863, p.34.
  7. ^ Salvatore Muzzi, pag 148, in Figli del popolo venuti in onore: operetta storico-morale, 1867
  8. ^ Tarquinio Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse, Piemme, 1997, p.16.
  9. ^ Clara Gallini, Protesta e integrazione nella Roma antica, Laterza, 1970, p.41.
  10. ^ a b Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Guida, 2000, p.13.
  11. ^ Giuseppe Pennacchia, L'Italia dei briganti, Rendina, 1998, p.17.
  12. ^ a b Giuseppe Pennacchia, L'Italia dei briganti, Rendina, 1998, p.18.
  13. ^ Brigantaggio in www.laciociaria.it. URL consultato il 30-11-2010.
  14. ^ Giovanni Boccaccio, Novelle di Giovanni Boccaccio, G. Barbèra, 1869, p.167
  15. ^ Giovanni Cherubini, Scritti toscani, Salimbeni, 1991, p.242
  16. ^ vedi pag. 52 in Giovanni Paolo Mattia Castrucci, Giovanni Domenico carmelitano, Descrittione del ducato d'Aluito nel regno di Napoli, in Campagna Felice. Di Gio: Paolo Matthia Castrucci, d'Aluito dottor filosofo, e medico. Stampata nell'anno 1633. e ristampata nell' anno 1684. Francesco Corbelletti, 1686 Roma, Napoli
  17. ^ Cesare Cantù, Storia universale di Cesare Cantù , Volume 2; Volume 8, libro decimoquinto, cap. XXVII, nota 6, Unione Tipografico-Editrice, 1888
  18. ^ Picturesque Brigands
  19. ^ cfr pag 16-17 di Antonio Coppi, Discorso sul Brigantaggio dell'Italia media e meridionale dal 1572 al 1825 Tip.Salviucci, Roma, 1867
  20. ^ Pag 455-456, Francisco Protonotari, Nuova antologia, Rivista di scienze, lettere ed arti, Volume 54, Anno XV, Direzione della Nuova Antologia, Roma, 1880
  21. ^ vedi pag 30-31 in Carlo Levi, Prima e dopo le parole: scritti e discorsi sulla letteratura, Donzelli Editore, 2001
  22. ^ Pag 455, Francisco Protonotari, Nuova antologia, Rivista di scienze, lettere ed arti, Volume 54, Anno XV, Direzione della Nuova Antologia, Roma, 1880
  23. ^ Le Gesta di Re Marco
  24. ^ Benedetto Croce, Il brigante Angiolillo, Osanna, 1986, p.33.
  25. ^ Benedetto Croce, Il brigante Angiolillo, Osanna, 1986, p.57.
  26. ^ E.J. Hobsbawm, I ribelli, Einaudi, Torino 1966, p. 21.
  27. ^ cfr 292-293 in Giuseppe Rovani, Storia delle lettere e delle arti in Italia: giusta le reciproche loro rispondenze ordinata nelle vite e nei ritratti degli uomini illustri dal secolo XIII fino al nostri giorni, Volume 2, Borroni e Scotti, Milano, 1856
  28. ^ Marco Corcione, Modelli processuali nell'antico regime: la giustizia penale nel tribunale di campagna di Nevano, Istituto di Studi Atellani, Frattamaggiore, 2002
  29. ^ vedi pag 131 , F. Gaudioso, 2006
  30. ^ Tommaso Pedio, Storia della Basilicata raccontata ai ragazzi, Congedo, 1994, p.133.
  31. ^ Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale, Capone, 1987, p.28.
  32. ^ Massimo Viglione, Rivolte dimenticate: le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Città Nuova, 1999, p.277.
  33. ^ Decreto n. 343 del 22 aprile 1816, in «Collezione delle leggi e decreti reali del Regno di Napoli», semestre I, Stamperia reale, Napoli 1816, pp. 256-258.
  34. ^ Vedi pag. 27 e 30 di Antonio Coppi, Discorso sul Brigantaggio dell'Italia media e meridionale dal 1572 al 1825 Tip.Salviucci, Roma, 1867
  35. ^ Cit. da Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 222
  36. ^ Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Laterza, Bari, 1942.
  37. ^ Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 222
  38. ^ Charles Didier (1831)
  39. ^ Cit. da Angelantonio Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 53.
  40. ^ cit. da Angelantonio Spagnoletti op. cit., p. 57
  41. ^ Decreto n. 424 del 24 ottobre 1859, in «Collezione delle Leggi e de' decreti reali del Regno delle Due Sicilie», semestre II, Stamperia Reale, Napoli 1859, pp. 274-275
  42. ^ cfr pag. 154-155 Maria Calcott , Maria Graham, Three months passed in the mountains east of Rome, 1820
  43. ^ cfr pag 17-18 di Antonio Coppi, Discorso sul Brigantaggio dell'Italia media e meridionale dal 1572 al 1825, Tomo VII, Tip.Salviucci, Roma, 1867
  44. ^ I briganti di Terracina e dintorni
  45. ^ [http://www.villasantostefano.com/villass/brigantaggio/la_testa_di_mastrilli.htm Gioacchino Giammaria La testa di mastrilli
  46. ^ arcaismo: nuclei
  47. ^ Vedi p. 359 et passimin Antonio Coppi, Annali d'Italia dal 1750: 1820-1829,.Tipografia di Giuseppe Giusti, Lucca, 1843
  48. ^ cfr pag 414-415 in William Hendry Stowell, The Eclectic review, Volume 15; Volume 33, 1821
  49. ^ cfr pag 415 in William Hendry Stowell, The Eclectic review, Volume 15; Volume 33, 1821
  50. ^ cfr. p. 423 Paolo Macry, Angelo Massafra, Fra storia e storiografia: scritti in onore di Pasquale Villani, Mulino, 1994
  51. ^ cfr pag 88-89, Archivio storico per la Calabria e la Lucania,, Volume 48,1981
  52. ^ cfr pag. 231-237 Maria Calcott , Maria Graham, Three months passed in the mountains east of Rome, 1820
  53. ^ a b c vedi pag. 31 Gaetano Moron, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Vol XC, Tipografia L'emiliana, Venezia, 1858
  54. ^ Massimo Dursi, Stefano Pelloni detto il passatore Cronache popolari: Cronache popolari. 1963
  55. ^ vedi Luigi Piva, O soldi o vita: brigantaggio in Bassa Padovana e nel Polesine alla metà dell'Ottocento, Grafica Atestina, 1984 citato in Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella Il rogo delle case e 400 morti che nessuno vuole ricordare, Corriere della sera, 22 settembre 2010
  56. ^ G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo stato italiano, vol. II
  57. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi, 1972, p.247.
  58. ^ Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento, Mondadori, 1999, p.238.
  59. ^ «Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'Italia un sistema di sangue. E il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema» (Nino Bixio). Citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Guida Editore, 2000, p. 263.
  60. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.244-245.
  61. ^ Vedi anche i seguenti articoli on-line, oltre ai testi in bibliografia:
  62. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, Trabant, 2008, p. 87.
  63. ^ Civiltà Cattolica, Cronaca contemporanea Cose Italiane, Anno decimo ottavo, Vol X, Serie VI, 1867

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Francesco Barra, Cronache del Brigantaggio Meridionale (1806-1815), Salerno, S.E.M., 1981.
  • Luigi Capuana, La Sicilia e il brigantaggio, Roma, Stabilimento Tipografico Italiano, 1892.
  • Gaetano Cingari, Brigantaggio, proprietari e contadini nel Sud (1799-1900), Reggio Calabria, Editori Riuniti, 1976.
  • Leonida Costa, Il rovescio della medaglia: storia inedita del brigante Stefano Pelloni detto il Passatore, Fratelli Lega, 1976.
  • Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - Legittimisti e Briganti tra i Borbone e i Savoia, Napoli, Alfredo Guida Editore, 2000, ISBN 978-88-7188-345-8.
  • (FR) Charles Didier, Les Capozzoli et la police napolitaine, in Revue des Deux Mondes, Tome II, 1831, pp. 58–69
  • Carmine Donatelli Crocco in Mario Proto (a cura di), Come divenni brigante - Autobiografia, Manduria, Lacaita, 1995.
  • Massimo Dursi, Stefano Pelloni detto il passatore: cronache popolari, Giulio Einaudi Editore, 1963.
  • Michele Ferri e Domenico Celestino, Il brigante Chiavone - Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860-1862), Centro Studi Cominium, 1984.
  • Michele Ferri, Il brigante Chiavone - Avventure, amori e debolezze di un grande guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello, APT - Frosinone, 2001.
  • Timoteo Galanti, Dagli sciaboloni ai piccioni - Il "brigantaggio" politico nella Marca pontificia ascolana dal 1798 al 1865, Sant'Atto di Teramo, Edigrafital, 1990.
  • Francesco Gaudioso, Il banditismo nel Mezzogiorno moderno tra punizione e perdono, Galatina, Congedo Editore, 2001, ISBN 978-88-8086-402-8.
  • Francesco Gaudioso, Brigantaggio, repressione e pentitismo nel Mezzogiorno preunitario, Galatina, Congedo, 2002, ISBN 978-88-8086-425-7.
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  • Antonio Lucarelli, Il brigantaggio politico del Mezzogiorno d'Italia (1815-1818), Milano, Longanesi, 1982.
  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia, Roma-Bari, Giuseppe Laterza e figli, 2000, ISBN 88-420-6143-3.
  • Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Milano, Feltrinelli, 1983.
  • Marc Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di frà Diavolo sino ai giorni nostri, aggiuntovi l'intero giornale di Borjès finora inedito, Firenze, G. Barbera, 1863.
  • Marc Monnier, Il Brigantaggio da Fra’ Diavolo a Crocco, Lecce, Capone.
  • Raffaele Nigro, Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri, Milano, Rizzoli Editore, 2006, ISBN 978-88-17-00984-3.

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