Alfonso La Marmora

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Alfonso La Marmora
Alfonso La Marmora.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 28 settembre 1864 –
20 giugno 1866
Capo di Stato Vittorio Emanuele II
Predecessore Marco Minghetti
Successore Bettino Ricasoli

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna
Durata mandato 19 luglio 1859 –
21 gennaio 1860
Predecessore Camillo Benso di Cavour
Successore Camillo Benso di Cavour

Dati generali
Partito politico Destra storica

Alfonso Ferrero della Marmora (o Alfonso della Marmora o Alfonso La Marmora) (Torino, 17 novembre 1804Firenze, 5 gennaio 1878) è stato un generale e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Alfonso fu il dodicesimo nato, settimo tra i maschi, dei sedici figli del marchese Celestino Ferrero della Marmora e di Raffaella Argentero di Bersezio. Tra i fratelli di Alfonso, ci furono altri tre generali La Marmora, il senatore Carlo Emanuele, braccio destro di re Carlo Alberto, il senatore Alberto che fu anche scienziato e studioso e Alessandro fondatore del corpo dei Bersaglieri.

Diplomato presso l'Accademia militare di Torino nel 1822, nel 1823 fu incaricato dal Re di Sardegna Carlo Alberto di dirigere il rammodernamento dell'artiglieria sarda.

Come il fratello Alessandro La Marmora, fondatore dei Bersaglieri, Alfonso Ferrero della Marmora fu un riformatore dell’esercito sabaudo. Dopo numerosi viaggi in Europa, mise a punto un nuovo corpo di artiglieria a cavallo, le Voloire, sul “modello degli affusti di tipo Gribeauval”, un tipo di cannoni ad alta manovrabilità messo a punto alla fine del Settecento da Jean Baptiste Vaquette de Gribeauval. Il nuovo corpo venne istituito l’8 aprile 1831 con Regie Patenti della regina Maria Cristina di Savoia, dopo che le prime due batterie erano già state predisposte nel 1828 quando Alfonso era ancora tenente.

Nel 1848 ottenne il grado di colonnello e la medaglia d'argento durante l'assedio di Peschiera. Il 5 agosto 1848 liberò Carlo Alberto dai rivoluzionari milanesi. Nel mese di ottobre dello stesso anno, venne promosso generale e successivamente divenne ministro della guerra con il gabinetto Perrone, carica riottenuta nel 1849 con Vincenzo Gioberti.

Dopo la sconfitta di Novara fu inviato a Genova che era insorta contro la monarchia sabauda, rivendicando l'indipendenza ligure. La Marmora sedò la ribellione nota come Moti di Genova al prezzo di una feroce repressione :

« A mezzogiorno del 5 aprile ‘49 le batterie dei piemontesi cominciarono a sparare sulla città. Il bombardamento durò 36 ore, provocando incendi, crolli, devastazioni sui quartieri più poveri e una moltitudine di vittime e feriti. Poi entrarono in azione i bersaglieri e furono saccheggi, stupri e violenze d'ogni genere contro gli insorti[1] »

Al termine della rivolta e della risposta militare si contarono più di 450 morti. Dopo questa azione, La Marmora fu promosso tenente generale.

Con Massimo d'Azeglio e Camillo Cavour fu nominato nuovamente ministro della guerra e riorganizzò l'esercito rendendolo forte e flessibile, nonostante il ridotto numero degli effettivi. Egli infatti fu l'ispiratore della legge 20 marzo 1854 n. 1676, passata alla storia come legge La Marmora.

Nel 1855 fece parte del corpo di Spedizione Sardo in Crimea durante la guerra di Crimea, distinguendosi nella battaglia della Cernaia. Una volta firmata la pace venne promosso generale di corpo d'armata. Combatté a San Martino nel 1859 contro l'esercito austriaco. Dopo l'armistizio di Villafranca fu per sei mesi Presidente del Consiglio, in sostituzione di Cavour, che si era dimesso.

Nel 1860 fu inviato a Berlino e San Pietroburgo con il compito di ufficializzare il riconoscimento del Regno d'Italia presso gli altri paesi europei. Successivamente ottenne la carica di governatore di Milano. Nel 1861 venne nominato prefetto di Napoli e comandante della città, sostituendo Enrico Cialdini nella repressione del brigantaggio.

Il 15 settembre 1864 il capo del governo Marco Minghetti sottoscrisse una convenzione franco-italiana, in forza della quale otteneva da Napoleone III il ritiro della guarnigione francese da Roma, ma accettava di trasferire la capitale da Torino a Firenze. Il Re licenziò Minghetti con un telegramma e, il 28 settembre 1864, lo sostituì con il La Marmora. Nel corso del suo governo egli trasferì la capitale in tempo record (3 febbraio 1865) ed ottenne dalla Spagna il riconoscimento del Regno d'Italia. Nel 1865 rassegnò le dimissioni, ma subito dopo per ordine del Re si ritrovò a dover formare un nuovo ministero: come primo ministro stipulò l'Alleanza italo-prussiana (1866) e, pur di rimanere coerente ad essa, rifiutò l'offerta austriaca del Veneto in cambio della neutralità italiana in quella che sarà la Terza guerra di indipendenza.

Il 20 giugno 1866 lasciò il governo per partecipare alla terza guerra di indipendenza con la carica di comandante in capo del Regio Esercito, ma, a causa della sconfitta di Custoza del 24 giugno 1866, ne fu esonerato durante l'armistizio di Cormons (12 agosto 1866). Fu ancora a capo, per un breve periodo, del corpo d'armata di Firenze, dove nel frattempo era stata trasferita la capitale.

La casa Firenze in via Cherubini in cui trascorse gli ultimi anni e dove è ricordato da due lapidi sulla facciata

Dopo la presa di Roma fu primo luogotenente del Re d'Italia nei territori ex-pontifici. Infine si ritirò a vita privata. Morì a Firenze il 5 gennaio 1878. Venne sepolto nella città avita di Biella, nella cripta La Marmora presso la chiesa di San Sebastiano dove riposano anche gli altri tre fratelli generali.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Tra le sue opere più rappresentative possiamo ricordare:

  • Un episodio del Risorgimento italiano (1849),
  • Segreti di stato nel governo costituzionale (1877),
  • Un po' più di luce sugli eventi politici e militari del 1866 (postuma, 1879).

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze italiane[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia
— 28 novembre 1855[2]
Medaglia piemontese della guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia piemontese della guerra di Crimea
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare

Onorificenze straniere[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia)
Médaille militaire - nastrino per uniforme ordinaria Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 - nastrino per uniforme ordinaria Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia inglese della Guerra di Crimea

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tratto da Il Secolo XIX - n.12 del 18 gennaio 2004
  2. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno di Sardegna Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Camillo Benso conte di Cavour luglio 1859 - gennaio 1860 Camillo Benso conte di Cavour
Emblema della Regno d'Italia Predecessore: Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Successore: Stemma dei Savoia
Marco Minghetti settembre 1864 - giugno 1866 Bettino Ricasoli I
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Emilio Visconti-Venosta 28 settembre 1864 - 29 giugno 1866 Bettino Ricasoli (ad interim)

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