Pietro Fumel

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Pietro Fumel
Pietro Fumel.JPG
1º gennaio 1801 - 17 maggio 1866
Nato a Ivrea
Morto a Roma
Dati militari
Paese servito Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg Regno di Sardegna
Flag of Italy (1861-1946).svg Regno d'Italia
Forza armata Flag of the Kingdom of Sardinia (1848-1851).svg Esercito piemontese
Flag of Italy (1861-1946).svg Regio esercito
Arma Esercito
Grado Tenente
Colonnello
Guerre Prima guerra d'indipendenza italiana

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Pietro Fumel (Ivrea, 1º gennaio 1801Roma, 17 maggio 1866) è stato un militare italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Compiuti gli studi militari, nel 1848-1849 col grado di tenente d'artiglieria prese parte alla prima guerra di indipendenza, in cui si schierò con le truppe del re Carlo Alberto di Savoia. Dopo una rapida carriera che lo portò ai vertici dell'esercito sabaudo, nel 1859 organizzò la difesa armata di Ivrea in previsione di un attacco austriaco. L'anno seguente fu nominato maggiore della Milizia Mobile della città e venne inviato a Bologna, dove appoggiò la popolazione che si ribellava allo Stato Pontificio ed organizzò il plebiscito che sancì l'unione dell'Emilia-Romagna con il Regno di Sardegna.

Successivamente all'unità d'Italia, dopo l'arrivo della spedizione di José Borjes fu mandato in Calabria (precisamente nel Cosentino) con il titolo di colonnello per domare il brigantaggio. La repressione attuata da Fumel fu spietata, usando i metodi più estremi per eliminare i briganti, ricorrendo alla tortura e al terrore, senza distinzioni tra briganti e manutengoli o presunti tali e a prescindere dall'osservanza di qualsiasi garanzia legale.[1] Egli decimò le bande di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo.

Le esecuzioni comandate da Fumel avvenivano in pubblica piazza e lungo le strade. Le vittime venivano decapitate e le loro teste venivano impalate come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le bande brigantesche, altri cadaveri invece venivano gettati nei fiumi. L'episodio più noto della sua attività antibrigantaggio avvenne a Fagnano Castello, quando ordinò la fucilazione di cento contadini inermi.[2]

A Cirò il 12 febbraio del 1862, Fumel scrisse un proclama sulla risoluzione del problema del brigantaggio:

« Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti[3][4] »

L'eco di questo bando arrivò anche a Londra, dove il parlamentare lord Alexander Baillie-Cochrane affermò che «un proclama più infame non aveva mai disonorato i giorni peggiori del regno del terrore in Francia».[5] Persino il suo più stretto collaboratore, l'ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d'aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti».[6] Anche Nino Bixio, così come molti altri comandanti dell'esercito, presero le distanze dalle decisioni di Fumel.

Nonostante ciò, ricevette la cittadinanza onoraria da più comuni calabresi:Cosenza, Bisignano, Roseto Capo Spulico e Amendolara nel 1862, San Marco Argentano[7] l'anno successivo. Allontanato una prima volta dalla provincia di Cosenza per aver incriminato il barone Campagna di San Marco Argentano con l'accusa di favoreggiamento[8], venne rimandato in Calabria nel 1866 come maggior generale ispettore con base a Rogliano[9]. I metodi brutali del colonnello attirarono lo sdegno dell'opinione pubblica europea e, spinto principalmente dalle proteste del parlamento italiano e britannico, il governo decise di rimuoverlo dall'incarico.[10] Il re Vittorio Emanuele II, tuttavia, difese il suo operato e lo decorò con la medaglia d'argento al valor militare. Fumel soggiornò poi a Roma nella speranza di essere eletto senatore a vita dal sovrano sabaudo, tuttavia morì prima di poter sperare nel ricevere la nomina.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, 1966, p.152
  2. ^ Giuseppe Rizzo, Antonio La Rocca, La banda di Antonio Franco, Il coscile, 2002, p.114
  3. ^ Inserto speciale: 1862, un anno di pulizia etnica piemontese. URL consultato il 31 dicembre 2010.
  4. ^ Trascrizione integrale dell'editto del 30 marzo 1862 diretto al sindaco di San Marco Argentano.
  5. ^ Patrick Keyes O'Clery, The making of Italy, Regan Paul, Trench, Trübner, 1892, p.301.
  6. ^ Giacomo Margotti, Memorie per la storia de' nostri tempi dal Congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863, Vol. 3, Stamperia dell'Unione tipografico-editrice, 1865, p.188.
  7. ^ Trascrizione integrale della cittadinanza onoraria di San Marco Argentano a Pietro Fumel.
  8. ^ La famiglia Campagna di San Marco Argentano.
  9. ^ Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio: da ieri a oggi, Pellegrini Editore, 2003
  10. ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier brigantaggio, Controcorrente, 2003, p.91.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Riccardo Giraldi, Il popolo cosentino e il suo territorio, Pellegrini Editore, 2003, ISBN 88-8101-186-7
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