Colpevolizzazione della vittima

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La colpevolizzazione della vittima consiste nel ritenere la vittima di un crimine o di altre sventure parzialmente o interamente responsabile di ciò che le è accaduto e spesso nell'indurre la vittima stessa ad autocolpevolizzarsi. Un atteggiamento di "colpevolizzazione" è anche connesso con l'ipotesi che si deve conoscere e accettare una supposta "natura umana" (che sarebbe maligna in questa visione, o tendente all'abuso, alla sopraffazione), e -conseguentemente- adeguarcisi anche a scapito dei propri desideri, opinioni e della propria libertà.

Storia del concetto[modifica | modifica sorgente]

Il concetto di "colpevolizzazione della vittima" è stato coniato da William Ryan con la pubblicazione, nel 1976, del suo libro intitolato appunto "Blaming the victim"[1]. La pubblicazione è una critica al saggio di Daniel Patrick Moynihan "The Negro Family: The Case for National Action" del 1965, in cui l'autore descriveva le sue teorie sulla formazione dei ghetti e la povertà intergenerazionale. Ryan muove una critica a queste teorie in quanto le considera tentativi di attribuire la responsabilità della povertà al comportamento e ai modelli culturali dei poveri stessi. Il concetto è stato ripreso in ambito legale, in particolare in difesa delle vittime di stupro accusate a loro volta di aver causato o favorito il crimine subito.

Colpevolizzazione nei crimini sessuali e/o d'odio[modifica | modifica sorgente]

Il tentativo di rendere la vittima colpevole di ciò che le è accaduto si riscontra con maggiore frequenza nei crimini a sfondo sessuale e nei cosiddetti crimini d'odio. Nel contesto dello stupro e della violenza di genere, questo concetto si riferisce alla tendenza diffusa ad interpretare "colpevolizzandoli" i comportamenti delle vittime. Abusi e violenze sarebbero provocati quindi in molti modi: dal flirtare, al tipo di abbigliamento indossato (in questo caso ci sono interessanti variabili geografiche e culturali), all'essersi trovata nel "posto sbagliato al momento sbagliato"[2][3]. Nell'ambito della violenza domestica e nel mobbing il processo di colpevolizzazione della vittima è stato descritto[4][5] come parte integrante della violenza fisica e verbale: i comportamenti della vittima vengono sistematicamente interpretati come "provocazione" alla violenza[6]. In alcuni casi si cercano di colpevolizzare le vittime anche retrospettivamente, analizzandone il vissuto, il lavoro, lo stato civile, il comportamento, presumendo quindi che la vittima "se l'è cercata" o che abbia "meritato" la violenza subita.[7][8]. In alcuni casi anche l'orientamento sessuale viene usato nel meccanismo di colpevolizzazione della vittima[9][10]. Le violenze e gli abusi sessuali sono particolarmente stigmatizzati nelle culture con costumi restrittivi e tabù riguardanti sesso e sessualità. Ad esempio una persona sopravvissuta ad uno stupro (specialmente se prima era vergine) può essere socialmente percepita come "deteriorata". Le vittime in casi simili possono soffrire a causa del conseguente isolamento, dall'essere rinnegate da amici e parenti, della possibile interdizione al matrimonio o dal divorzio forzato se precedentemente sposate, ed infine possono anche essere uccise[11].

Vittimizzazione secondaria[modifica | modifica sorgente]

Generalmente si parla di "vittimizzazione secondaria" (o "post-crime victimization") quando le vittime di crimini subiscono una seconda vittimizzazione da parte delle istituzioni, dagli operatori e operatrici sociali o dall'esposizione mediatica non voluta. A questo proposito l'assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1985 ha formulato la "dichiarazione dei principi basilari della giustizia per le vittime di reato e abuso di potere" (UN,1986; risoluzione annuale 40/34)[12].

La colpevolizzazione come reazione ad una dissonanza cognitiva[modifica | modifica sorgente]

Alcuni[senza fonte] hanno proposto che il fenomeno della colpevolizzazione della vittima coinvolga l'ipotesi del mondo giusto, in cui la gente tende a considerare il mondo come un posto giusto e non può accettare una situazione in cui una persona soffre senza un valido motivo. Quindi il ragionamento che viene fatto è il seguente: le persone che sono vittime di sventure, devono aver fatto qualcosa per averle attirate su di sé. Questa teoria risale a tempi molto antichi: il biblico Libro di Giobbe ne offre una spiegazione canonica.
I sostenitori di questa visione devono per forza accettare che fare altrimenti richiederebbe loro di abbandonare questo atteggiamento consolidato, e credere invece in un mondo dove "cose cattive" come povertà, stupro, fame e violenza possano accadere anche a "brave persone" e senza un "buon motivo"; ma facendo ciò la dissonanza cognitiva diventa insostenibile e produce la colpevolizzazione della vittima.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ George Kent, "Blaming the Victim, Globally", su "UN Chronicle", rivista on-line pubblicata dal Dipartimento della Pubblica Informazione delle Nazioni Unite.url visitato il 30 marzo 2010
  2. ^ "Londra, donne che odiano le donne", articolo di Francesca Marretta per "Liberazione", URL consultato il 30 marzo 2010
  3. ^ "Indagine shock sulla violenza sessuale: per il 55% degli italiani è colpa delle vittime troppo attraenti", dichiarazioni del presidente dell'Airs, Franco Avenia. URL consultato il 30 marzo 2010
  4. ^ Marie-France Hirigoyen, "Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro", Einaudi 2005, ISBN 88-06-17505-X, ISBN 9788806175054
  5. ^ Marie-France Hirigoyen, "Sottomesse. La violenza sulle donne nella coppia", Einaudi 2006, ISBN 88-06-17974-8, ISBN 9788806179748
  6. ^ Violenza psichica endo-familiare, plagio della vittima e rimedi terapeutici, di Domenico Chindemi e Valeria Cardile (articolo estratto dalla rivista Responsabilità Civile e Previdenza, Fascicolo n. 3/2007, Giuffrè Editore)
  7. ^ Montalto, 15enne stuprata dal branco - "Si è divertita pure lei"
  8. ^ "La donna violata", Natalia Aspesi per la Repubblica
  9. ^ (EN) "Victim Blame in a Hate Crime Motivated by Sexual Orientation ". Url consultato il 30 marzo 2010
  10. ^ Di Gregory M. Herek, Kevin T. Berrill, "Primary and secondary victimization in anti-gay hate crimes: official response and policy" in "Hate crimes: confronting violence against lesbians and gay men"
  11. ^ "Pakistan. 26enne stuprata dal cognato, ora è condannata alla lapidazione"
  12. ^ Anna Costanza Baldry, "Assistenza alle vittime di reato. Obbiettivi, proposte e realtà", documento che illustra le esperienze olandese, inglese ed italiana in merito all'assistenza alle vittime, con bibliografia.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]