Francesco Saverio Nitti

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Francesco Saverio Nitti
Francesco-Saverio-Nitti1.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 23 giugno 1919 –
15 giugno 1920
Capo di Stato Vittorio Emanuele III
Predecessore Vittorio Emanuele Orlando
Successore Giovanni Giolitti

Ministro dell'Interno
Durata mandato 23 giugno 1919 –
15 giugno 1920
Presidente Francesco Saverio Nitti
Predecessore Vittorio Emanuele Orlando
Successore Giovanni Giolitti

Dati generali
Partito politico Partito Radicale Italiano
Francesco Saverio Nitti
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Partito Partito Radicale Italiano (fino al 26/04/1922)
Partito Democratico Sociale Italiano (dal 26/04/1922)
Legislatura XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI
Gruppo Partito Radicale Italiano
Collegio Muro Lucano
Pagina istituzionale
on. Francesco Saverio Nitti
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Partito Partito Democratico del Lavoro
Collegio Collegio Unico Nazionale
Pagina istituzionale
sen. Francesco Saverio Nitti
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Partito Indipendente
Gruppo Gruppo Misto
Collegio Muro Lucano
Incarichi parlamentari
  • 3ª Commissione permanente (Affari esteri e colonie)
  • Commissione speciale ddl funerali e tumulazione V.E. Orlando
Pagina istituzionale
« Non vi è quasi avvenimento che interessi l'anima nazionale, o l'avvenire del paese, in cui non si ripeta che manca l'uomo. L'uomo è in noi stessi, può esser dato dallo sforzo di tutti, dalla coscienza di tutti: e noi lo attendiamo invece come una forza operante all'infuori di noi. »
(Francesco Saverio Nitti[1])

Francesco Saverio Vincenzo de Paola Nitti (Melfi, 19 luglio 1868Roma, 20 febbraio 1953) è stato un economista, politico, saggista e antifascista italiano. Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia, più volte ministro. Fu il primo Presidente del Consiglio proveniente dal Partito Radicale Italiano e il primo nato dopo l'unità d'Italia. La sua attività di economista fu apprezzata a livello internazionale e diverse sue opere furono distribuite anche all'estero.

Tra i massimi esponenti del Meridionalismo, approfondì le cause dell'arretratezza del sud a seguito dell'unificazione nazionale, elaborò diverse proposte per affrontare la questione meridionale e analizzò le ragioni del brigantaggio nel sud Italia. Durante il fascismo, fu costretto all'esilio a causa di violente persecuzioni da parte degli squadristi, ove sostenne e finanziò attività antifasciste.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Inizi[modifica | modifica sorgente]

Nato a Melfi da Vincenzo e Filomena Coraggio, suo padre fu professore di matematica nella "Scuola di agronomia e agrimensura" di Melfi, ispettore dei Monti Frumentari e commissario prefettizio, mentre sua madre fu una contadina. I suoi ascendenti, di ideali laico-patriottici, parteciparono attivamente a rivoluzioni di stampo liberale. Suo padre, convinto repubblicano di tendenze socialiste, fu un volontario garibaldino, milite della Guardia Nazionale, membro della Giovine Italia e della Falange Sacra di Giuseppe Mazzini e affiliato all'Associazione Emancipatrice Italiana di Giuseppe Garibaldi.[2] Due zii paterni furono condannati a morte durante l'insurrezione antiborbonica a Napoli nel 1848, ma riuscirono a salvarsi con la fuga e l'esilio.[3] Il nonno paterno Francesco Saverio, medico con un passato da carbonaro, fu ucciso dalle bande di Carmine Crocco durante l'assedio di Venosa, il 10 aprile 1861.[4]

La vita della famiglia non fu mai serena, a causa di deboli condizioni economiche, peggiorate dal carattere ribelle e tutt'altro che acquiescente del padre, il quale era spesso protagonista di risse che finivano in guai giudiziari.[5] All'età di sei anni, Nitti si trasferì ad Ariano Irpino per frequentare le scuole elementari e nell'autunno del 1877 entrò nel Convitto Nazionale "Salvator Rosa" di Potenza ove continuò gli studi fino al ginnasio. Nel 1882, Nitti si trasferì a Napoli per concludere il liceo ed intraprendere gli studi universitari. Durante la sua permanenza a Napoli ebbe modo di conoscere Giustino Fortunato, anch'egli originario della Basilicata, che sarà una grande influenza per la formazione culturale e politica del giovane Nitti.

Nel 1888, ancora studente universitario, divenne redattore del "Corriere di Napoli" e corrispondente della "Gazzetta Piemontese". Nello stesso anno pubblicò il saggio L'emigrazione italiana e i suoi avversari, che Nitti volle dedicare al suo mentore Fortunato. Nel 1890, conseguì la laurea in giurisprudenza con una tesi sul "Socialismo cattolico" e collaborò per i giornali La Scuola Positiva e Il Mattino, in seguito divenne direttore della rivista La Riforma Sociale (1894). Nel 1899 ricevette l'incarico di professore di scienza delle finanze e diritto finanziario presso l'Università di Napoli e praticò l'insegnamento anche alla Scuola superiore di agricoltura di Portici. In questo periodo, Nitti si dedicherà strenuamente al tema meridionalista ma anche all'economia italiana e ai destini delle democrazie in Europa.

Attività meridionalista[modifica | modifica sorgente]

Nitti nel 1890

Nitti affrontò diversi temi per risolvere l'emergenza economica del sud, come lo sviluppo industriale di Napoli e la valorizzazione delle risorse naturali presenti nel territorio meridionale, con particolare riferimento alla sua terra di origine, la Basilicata, e inoltre propose molte leggi speciali per il progresso del mezzogiorno. Proprio su questa materia elaborò un programma organico ed innovativo di solidarietà sociale e di interventi per l'espansione delle forze produttive.

Nei suoi saggi Nord e Sud (1900) e il successivo L'Italia all'alba del secolo XX (1901), Nitti espose la sua tesi sulle origini del dislivello economico e sociale tra settentrione e meridione italiano e criticò il procedimento in cui avvenne l'unità nazionale, che per lui non produsse benefici in maniera equa in tutto il paese e lo sviluppo dell'Italia settentrionale fu dovuto in grande misura ai sacrifici del Mezzogiorno.[6] Fu molto polemico con i governi del suo tempo che, oltre a stanziare fondi di sviluppo maggiormente nelle zone settentrionali, istituirono un regime doganale che favoriva Liguria, Piemonte e Lombardia, accentuando così il divario tra le due parti[7] e mantenendo il sud, a sue parole, come un «feudo politico».[8]

Attraverso le sue ricerche, osservò una grande disparità a livello fiscale tra nord e sud, notando che città meridionali come Potenza, Bari, Campobasso avevano una pressione tributaria superiore a città settentrionali come Udine, Alessandria e Arezzo.[9] Nitti, tuttavia, non lesinò critiche anche alla classe politica del meridione stesso, accusandola di mediocrità e disonestà.[10]

La scienza delle finanze (1903) fu tra le sue opere di economia più rappresentative ed ebbe una distribuzione a livello mondiale. Fu tradotta in diverse lingue (russo, francese, giapponese, spagnolo e portoghese) ed adottata in diverse università, in Italia (fin quando il fascismo lo rese possibile), Russia, Europa centrale e Sudamerica.[11] Con La conquista della forza (1905), Nitti cercò una soluzione per sopperire allo sfruttamento di risorse minerarie come ferro e carbone (di cui l'Italia è carente), puntando sulle potenzialità delle risorse idriche, criticandone la scarsa attenzione della classe politica nei confronti dell'acqua e proponendo una nazionalizzazione del settore idroelettrico.[12]

Attività di deputato e ministro[modifica | modifica sorgente]

Nitti (a sinistra) con il re Vittorio Emanuele III (2º a sinistra) alla commemorazione del cinquantenario dell'unità d'Italia (Torino, 1911).

Nitti esordì in politica nel 1904, con l'elezione a deputato nel Collegio di Muro Lucano. Il suo inizio si rivelò tutt'altro che facile a causa degli strascichi polemici della sua attività meridionalista, i quali resero complesso il suo rapporto con gli altri deputati della Camera e dove il suo primo intervento fu denigrato dal ministro Francesco Tedesco. In questo periodo, Giovanni Giolitti si avvale della sua consulenza tecnica per elaborare la legge sullo sviluppo di Napoli, ispirata al suo saggio Napoli e la questione meridionale (1903). Il progetto nittiano verrà solo realizzato in parte, con la nascita dell'Ente Volturno per la produzione di energia elettrica e di uno stabilimento Ilva a Bagnoli per la produzione dell'acciaio.

Assieme ad Antonio Cefaly e Giovanni Raineri, partecipò alla stesura dell’inchiesta sulla Basilicata e la Calabria, interrogando direttamente il ceto popolare per poter migliorare la sua ricerca. Nitti criticò la Legge speciale sulla Basilicata (1904), poiché riteneva superfluo il piano di lavori pubblici, considerando la formazione del commercio dei prodotti agricoli e la diffusione dell'istruzione come alternativa migliore per lo sviluppo regionale.

Nel 1911 fu nominato da Giolitti ministro dell'agricoltura, industria e commercio, divenendo così il primo meridionalista a ricoprire incarichi ministeriali.[13] Nell'aprile dello stesso anno, Nitti presentò alla Camera il progetto di legge sulla monopolizzazione delle assicurazioni sulla vita, che produsse forti dissensi da parte delle grandi compagnie private e di economisti di pensiero liberista come Luigi Einaudi.[14] La proposta divenne comunque legge nel 1912 e portò alla nascita dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), conosciuto oggi come INA Assitalia.

Nel 1914 elaborò il progetto per la sistemazione idraulica della fiumara di Muro Lucano, che permise la distribuzione di energia elettrica per far funzionare nuovi opifici e industrie. Grazie al suo impegno l'opera fu ribattezzata con il nome di "Lago Nitti".[15] A lui si deve anche la nascita dell'Istituto Zootecnico a Bella, a tutt'oggi punto di riferimento per studi e ricerche universitarie a carattere nazionale e internazionale.

Nel 1917, durante la prima guerra mondiale, fu ministro del Tesoro del governo Orlando, dedicandosi ai problemi della guerra e della ripresa economica. Con il termine del conflitto, seguì le vicende del trattato di pace intravedendo le conseguenze drammatiche per il futuro dell'Europa provocate dall'eccessiva chiusura dei paesi vincitori (compresa l'Italia) in difesa degli interessi nazionali. Sotto il governo Orlando, Nitti istituì nel 1917 l'"Istituto Nazionale per i Cambi con l'estero", al fine di arginare la speculazione dei cambi e quindi l'aggravamento della situazione finanziaria del Paese. Nello stesso anno, con la collaborazione di Alberto Beneduce, fondò l'Opera Nazionale Combattenti, con il compito di elargire assistenza economica e morale ai combattenti ed attuare programmi di bonifica delle terre incolte.

Presidenza del consiglio[modifica | modifica sorgente]

Francesco Saverio Nitti (3° da destra) assieme ad altri membri della commissione italiana di guerra negli Stati Uniti durante la Prima Guerra Mondiale: si riconoscono Guglielmo Marconi e Ferdinando di Savoia-Genova (2° e 3° da sinistra).

In veste di Presidente del Consiglio, fra il 1919-1920, Nitti si oppose in particolare ad atteggiamenti punitivi nei confronti della Germania e alla politica delle riparazioni imposte a quel paese dal Trattato di Versailles. Il 10 settembre 1919, sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci (quindi il confine del Brennero), ma non quelli orientali. Le potenze alleate, infatti, avevano rinviato all'Italia e al neo-costituito regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia) la congiunta definizione dei propri confini.

Gabriele D'Annunzio

Il governo Nitti si trovò davanti a questioni molto delicate come la crisi economica postbellica e l'occupazione di Fiume da parte di Gabriele D'Annunzio. Per risollevare l'economia, il primo ministro attuò una politica che prevedeva processi di riconversione, favorimento dell'esportazione e misure fiscali rigide per i ceti più alti. Tuttavia le scelte adottate dal suo governo non sortirono grandi effetti e il problema ancora persistente sfociò in violenti scontri politici e sindacali (il cosiddetto Biennio Rosso).

La presidenza di Nitti si trovò sempre più in bilico quando il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta Gabriele d'Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendo l'annessione all'Italia.

D'Annunzio detestava Nitti e lo accusava di non tutelare gli interessi dello Stato, tanto che il poeta lo soprannominò con l'epiteto di "Cagoja" (chiocciola in dialetto giuliano), nomignolo in origine affibbiato ad un rivoltoso triestino che, una volta arrestato, divenne noto al tempo per essere una persona sottomessa.[16] Le tensioni con il poeta e le aspre rivolte sociali indebolirono sempre più la sua legislatura. Il 2 ottobre 1919, istituì la Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza, corpo di polizia destinato a mitigare le agitazioni e i tumulti popolari e che sostituì il Corpo delle Guardie di Città.

Le elezioni politiche decretarono la vittoria dei socialisti e Nitti, nonostante gli fosse confermata la fiducia del governo, scelse di dimettersi il 16 novembre, preoccupato anche dalle agitazioni sul fronte interno degli operai e degli agricoltori, ma il re Vittorio Emanuele III lo confermò alla guida del governo. Nell'aprile 1920 Nitti partecipò alla Conferenza di Sanremo, in cui figurarono i rappresentanti delle quattro nazioni vincitrici della prima guerra mondiale.

Il 21 maggio 1920, Nitti formò un nuovo governo ma il mandato fu breve. A Pallanza, il nuovo Ministro degli Esteri Vittorio Scialoja iniziò i negoziati con i rappresentanti jugoslavi per la definizione del confine orientale; tali colloqui non ebbero esito in quanto la controparte insisteva per la fissazione dei confini sulla cosiddetta “Linea Wilson”, che portava il confine a pochi chilometri da Trieste e l'esclusione di Fiume dalle richieste italiane. Ne conseguirono le dimissioni del Governo Nitti II, nel giugno 1920[17]. Il suo posto verrà ripreso da Giolitti.

Nel 1922 Mussolini invitò Nitti ad un'alleanza, con l'intento di formare una coalizione che comprendesse popolari, fascisti, socialisti e chiedendo un posto nel ministero. Nitti (interessato anche nel mettere fuori gioco il suo eterno rivale Giolitti) accettò a due condizioni: niente ministeri politici e militari, scioglimento dei Fasci. Mussolini, concorde, si mostrò interessato solo ad un posto come ministro del lavoro. Nitti (come gran parte dei politici della sua era) sottovalutò la natura del fascismo ed iniziò ad opporsi fermamente all'imminente regime. Il 16 novembre 1922, Mussolini, neopresidente del consiglio, pronunciò alla camera dei deputati il suo primo discorso, il cosiddetto discorso del bivacco. Mentre esponenti politici come Giolitti, Orlando, De Gasperi, Facta e Salandra diedero la fiducia a Mussolini, Nitti si rifiutò di riconoscere la legittimità del governo fascista ed abbandonò l'aula per protesta.[18] A causa della sua astensione, iniziò ad essere vittima di intimidazioni fasciste e, nel frattempo, si ritirò nella sua villa ad Acquafredda di Maratea, sul litorale tirrenico.

La persecuzione fascista e l'esilio[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Amendola

Durante il soggiorno ad Acquafredda, continuò a svolgere l'attività pubblicistica relativa alle problematiche internazionali e collaborando con i più prestigiosi quotidiani europei. In questo periodo si diede alla composizione di una trilogia sull'andamento politico in Europa composta da L'Europa senza pace, La decadenza dell'Europa e La tragedia dell'Europa, la quale verrà ultimata nel 1923. In aggiunta, scrisse diversi articoli per la United Press International, agenzia di stampa statunitense e mantenne stretti contatti con alcune personalità politiche, in particolare con l'amico Giovanni Amendola.

Prati: piazza Cola di Rienzo negli anni venti

In questo periodo, scampò ad un'aggressione di un gruppo fascista giunto davanti alla sua villa, il quale decise di andarsene a seguito della difesa dell'abitazione da parte di alcuni cittadini suoi amici, che vennero a conoscenza del loro arrivo. Gli squadristi rivolsero, tuttavia, minacce di un imminente ritorno. Dopo il soggiorno, Nitti tornò a Roma tentando di fermare il governo fascista per l'ultima volta. Nel 1923 Mussolini, non avendo digerito il dissenso di Nitti verso il fascismo, mandò un gruppo di squadristi a devastare la sua casa nel quartiere Prati, oltreché minacciare lui e la sua famiglia. Nitti fu indotto a prendere la via dell'esilio. Fu il primo di tanti esuli antifascisti, a cui si aggiunsero in seguito Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo, Piero Gobetti, Giuseppe Donati.

Si recò con la famiglia prima a Zurigo e poi a Parigi dove, per 20 anni, si dedicò all'attività antifascista e la sua casa fu punto di riferimento per diversi oppositori del regime, come Pietro Nenni, Filippo Turati, Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini. Nonostante non aderisse organicamente ai movimenti antifascisti in Francia, Nitti li sostenne finanziariamente e fu sua figlia Luigia a partecipare attivamente nel coordinare associazioni come la "Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo" (LIDU), fondata da Luigi Campolonghi e Alceste De Ambris. Nitti viaggiò anche in altre città europee come Bruxelles, Londra, Berlino e Monaco di Baviera, dove tenne discorsi sulla libertà e sulla democrazia.

Il 5 maggio del 1925, Nitti scrisse una lettera al re Vittorio Emanuele III che fu, sostanzialmente, un'accusa di connivenza con Mussolini (che intanto aveva assunto poteri dittatoriali) e incitò il monarca a prendere provvedimenti contro il suo governo.[19] Durante il suo esilio, elaborò il saggio La Democrazia, una delle sue opere più importanti, che costituisce, ancora oggi, una rilevante testimonianza della cultura politica liberal-democratica d'Italia. Nell'agosto 1943, fu arrestato dalla Gestapo a Tolosa e fu deportato in Austria: a Itter ed in seguito a Hirschegg. Durante la prigionia nazista, Nitti scrisse Meditazioni dell'esilio, pubblicate successivamente nel 1947. Tornò libero nel maggio 1945 grazie all'arrivo delle truppe francesi.

Ritorno in Italia[modifica | modifica sorgente]

Da sinistra: Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi e Francesco Saverio Nitti (1945).

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e il ritorno alle istituzioni democratiche, rientrò in Italia, tenendo un discorso al teatro San Carlo di Napoli, e si riaffacciò sulla scena politica. Lucido ma affetto da problemi di deambulazione, non ricoprì incarichi ministeriali, sebbene nel 1945 fu sul punto di essere incaricato di formare un governo di unità nazionale.

Divenne membro della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946, deputato all'Assemblea costituente dal 1946 al 1948 e senatore di diritto dal 1948 al 1953. Oltre a Giolitti, Nitti era in un particolare attrito con Vittorio Emanuele Orlando. Nel 1945, all'apertura dei lavori della Consulta Nazionale, Nitti, ormai settantasettenne e con difficoltà motorie, dopo aver saputo che Orlando ironizzava sulla sua condizione di salute, disse «La vecchiaia a qualcuno offende le gambe e ad altri la testa».[20]

Nitti non partecipò alle elezioni del 1948, a causa della morte della moglie avvenuta due mesi prima. Nella primavera del 1952 fu a capo di un cartello elettorale formato dai partiti laici e di sinistra, che si presentò alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma contro la Democrazia Cristiana. Fu anche tra gli ispiratori del movimento politico Alleanza Democratica Nazionale, che alle elezioni politiche del 1953 contribuì in modo decisivo a impedire l'attribuzione alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati del premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta "legge truffa". Nitti morì a Roma il 20 febbraio 1953 per una congestione polmonare, nella sua casa nel centro storico.

Vita privata[modifica | modifica sorgente]

Nel 1898 sposò Antonia Persico, figlia del giurista Federico Persico (1829-1903). Dall'unione nacquero cinque figli: Vincenzo, Giuseppe, Maria Luigia, Federico e Filomena. Federico, morto in giovane età, divenne un noto farmacologo. Anche Filomena fu una ricercatrice biologa, collaborando col marito Daniel Bovet, Premio Nobel per la medicina nel 1957. Francesco Fausto Nitti, suo pronipote, fu un volontario del primo conflitto mondiale, e in seguito, noto antifascista e partigiano, tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà.

Pensiero di Nitti[modifica | modifica sorgente]

Situazione preunitaria[modifica | modifica sorgente]

Mappa della penisola prima dell'unità (1843)

Secondo Nitti, tra il 1810 e il 1860, mentre gli stati dell'Europa occidentale del centro-nord (come Francia, Germania, Gran Bretagna e Belgio) e paesi extraeuropei come gli Stati Uniti stavano conoscendo il progresso, l'Italia preunitaria ebbe grandi problemi di crescita, a causa delle rivolte intestine e delle guerre d'indipendenza.[21] La malaria, soprattutto nel Mezzogiorno, contribuì a compromettere lo sviluppo della penisola.[22]

Nitti ritenne che, prima dell'unità, vi erano marginali differenze tra nord e sud (le quali si sarebbero marcate nel periodo postunitario), nonostante il settentrione si trovasse in una posizione di privilegio rispetto al meridione:

« È stato messo oramai fuori di ogni dubbio, che la differenza fra il Nord e il Sud, minima intorno al 1860, si sia accentuata rapidamente dopo. Cause finanziarie, ordinamenti politici, doganali, distribuzione delle spese di Stato hanno largamente contribuito a determinare e ad accentuare questa differenza di condizioni. Non va però in niuna guisa omesso che l'Italia settentrionale è in condizioni naturali di sviluppo assai superiori al Mezzogiorno: per mancanza o poca diffusione di malaria, per estensione di terre coltivabili, per distribuzione di acque, per situazione geografica, per essere grande via di traffico.[23] »

Inoltre Nitti sostenne che tutta l'Italia preunitaria avvertiva la carenza della grande industria:

« Prima del 1860 non era quasi traccia di grande industria in tutta la penisola. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non avea quasi che l'agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso, almeno nelle abitudini dei suoi cittadini. L'Italia centrale, l'Italia meridionale e la Sicilia erano in condizioni di sviluppo economico assai modesto. Intere provincie, intere regioni eran quasi chiuse ad ogni civiltà.[24] »

Nitti reputò che il regno delle Due Sicilie seguiva un modello economico statico, dovuto, secondo il suo pensiero, alla mancanza di vedute e prospettive moderne. Egli ritenne che il governo borbonico, senza guardare all'avvenire, mirava al semplice scopo di riscuotere meno tasse possibili e mantenere una pressione fiscale bassa, credendo di garantire il bene del popolo, una concezione da lui considerata retriva.[25] Benché apprezzasse l'operato politico-amministrativo del re Ferdinando II tra il 1830 e il 1848 e criticasse i suoi detrattori che ricordavano solamente gli aspetti negativi del suo mandato,[26] egli sostenne che, fra il 1848 e il 1860, il governo borbonico aveva impostato una politica volta ad economizzare su tutto, pur di non creare nuove imposte, evitando anche le concessioni industriali, la formazione di banche e società per azioni.[27]

Nel regno vi era un'esigua spesa a livello infrastrutturale, le province riversavano in una situazione piuttosto retrograda, quasi prive di scuole e strade («una grandissima città per capitale con un gran numero di province quasi impenetrabili» disse Nitti).[27] Egli ritenne però, al tempo stesso, che «vi era uno stato di grossolana prosperità, che rendeva la vita del popolo meno tormentosa di ora».[28] Inoltre si espresse positivamente sugli ordinamenti amministrativi e finanziari dello stato borbonico, giudizio sostenuto anche dal senatore Vittorio Sacchi, inviato a Napoli da Cavour dopo l'unità nazionale. Tale regime economico avrebbe reso il regno delle Due Sicilie lo stato preunitario con minori imposte, con maggiori beni demaniali ed ecclesiastici e con una quantità di moneta due volte superiore a quella di tutti gli altri stati della penisola messi assieme,[29] ma allo stesso tempo il più arretrato del resto d'Italia.[7] Vide in tutto questo accumulo di ricchezza un'occasione mancata per uno slancio economico nel Meridione al momento dell'unità. Sinteticamente Nitti disse:

« Dei Borbone di Napoli si può dare qualunque giudizio: furono fiacchi, non sentirono i tempi nuovi, non ebbero altezza di vedute mai, molte volte mancarono di parola, molte volte peccarono; sempre per timidità, mai forse per ferocia. Non furono dissimili dalla gran parte dei prìncipi della penisola, compreso il Pontefice. Ma qualunque giudizio che si dia di essi non bisogna negare che i loro ordinamenti amministrativi erano spesso ottimi; che la loro finanza era buona, e in generale, onesta.[30] »

Per quanto riguarda il Regno di Sardegna, Nitti intravide un'economia più dinamica rispetto al regno delle Due Sicilie e una maggiore propensione alla trasformazione e alla modernità, sebbene i suoi barlumi di progresso (e del nord in generale) furono, secondo i suoi studi, favoriti maggiormente dall'impulso degli stati e dei capitali dell'Europa centrale e le prime grandi industrie sorte al Nord furono costruite nella maggior parte dei casi da francesi, tedeschi e svizzeri.[31] Nitti imputò la grave crisi economica del regno sardo ad ingenti spese pubbliche. Dopo aver paragonato le diverse voci di spesa, fra i bilanci degli stati preunitari, egli rilevò che la depressione finanziaria del Piemonte, iniziata prima del 1848, si aggravò tra il 1849 e il 1859 a causa di un'enorme quantità di lavori pubblici improduttivi,[32] anche se riconobbe che, al 1860, il Piemonte possedeva «grandissima rete stradale; numerose ferrovie e canali, e opere pubbliche di grande importanza».[33]

Le sue tesi "controcorrente" sulla rivisitazione dell'Italia preunitaria, suscitarono polemiche non solo da parte di numerosi esponenti politici, che vedevano nelle sue parole un revanscismo borbonico e una messa in discussione del mito risorgimentale, ma anche degli stessi meridionalisti. Lo stesso Fortunato non condivise in toto le elaborazioni di Nitti, dichiarando che l'Italia meridionale entrò a far parte del nuovo Regno in condizioni differenti da quelle da lui sostenute,[34] anche se era concorde sul fatto che lo Stato italiano beneficiava maggiormente le province settentrionali a discapito delle meridionali.[35] Anche Salvemini dubitava delle cifre ricavate da Nitti, poiché le riteneva "falsificate" ma, come Fortunato, considerava innegabili i danni economici inflitti al sud dopo l'unità.[36]

Nitti smentì le accuse, ricordando il passato antiborbonico dei suoi ascendenti:

« La mia famiglia è stata tra le più perseguitate, anzi tra le più tormentate dal passato regime, e quando io di esso ho voluto parlare con serenità, com'era dovere, coloro che lo avevan servito o sfruttato, o almeno non avevan combattuto contro di esso, han detto che io volessi fare l'apologia dei Borboni. Poiché appartengo a una razza di perseguitati e non di persecutori, ho appunto perciò maggiore dovere della equità; e trovo che a quaranta anni di distanza cominciamo ad avere l'obbligo e il bisogno di giudicare senza preconcetti.[37] »

Moti risorgimentali[modifica | modifica sorgente]

Nitti, differentemente dai suoi coevi, non riteneva il Risorgimento un movimento scaturito da sentimenti popolari ma il frutto del pensiero delle classi erudite. Egli sostenne che il popolo meridionale, ogni qual volta fosse avvenuta un'invasione, dimostrò sempre fedeltà al re borbonico, anche se manipolato per fini machiavellici, poiché la monarchia, nella sua concezione retrograda, mirava a garantire il suo benessere:

« È un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria. Ma le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re ed i liberali, sono stati sempre per il re: il '99, il '20, il '48, il 60, le classi popolari, anche mal guidate o fatte servire a scopi nefandi, sono state per la monarchia e per il re. Questo concetto popolare (che ho studiato largamente altrove) non è, come si dice, effetto dell'ignoranza o del caso. I Borboni temevano le classi medie e le avversavano ; ma tenevano anche ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo. Nella loro concezione gretta e quasi patriarcale non si preoccupavano se non di contentare il popolo, senza guardare all'avvenire, senza aver vedute prospettive.[38] »

Per evitare il fallimento, la crisi del regno sardo poteva, secondo Nitti, essere risolta solo tramite la fusione della propria finanza con un'altra di uno «stato più grande»[32] ma escluse la tesi di una mera occupazione, poiché Cavour voleva «fare di Napoli a ogni costo e con ogni sacrifizio una grande città industriale: e sviluppare nello stesso tempo le risorse agrarie del Mezzogiorno».[39] Nitti imputò la piaga del mezzogiorno ai politici che lo sostituirono, ipotizzando tra i responsabili anche i meridionali stessi:

« Chiara dunque avea Cavour l'idea della grande opera da compiere, poi che egli intendeva che l'annessione di Napoli e del Mezzogiorno al Regno di Sardegna non erano da considerarsi come una conquista; né il Sud potea nel concetto del grande statista avere, come ebbe infatti in seguito, funzione di semplice colonia, con diritto di rappresentanza nel Parlamento. Ma gli uomini che vennero dopo di lui, o forse le circostanze inevitabili, o forse la stessa azione dei meridionali, determinarono un indirizzo a dirittura opposto. Un regime tributario violento ed esiziale fu applicato repentinamente alle province meridionali.[40] »

Inoltre, rilevò l'ipocrisia di tanti esuli meridionali rientrati in patria e che in passato avevano sostenuto la dinastia borbonica:

« Una delle letture più interessanti è quella dell'Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche. Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzione nostre; o figurano tra i beneficiati, i loro padri, i loro fratelli, le loro famiglie. E sono in generale costoro che più parlano di danni del passato regime; e ne parlano coloro che lo avrebbero dovuto servire da ufficiali dell'esercito, da funzionari largamente retribuiti. Capita perfino di trovare tra i nomi dei revisori del Borbone coloro che adesso più si offendono di vedere del passato regime dare giudizio onesto. È sistema troppo comodo di spiegare la storia quello di attribuire ogni causa di malessere o inferiorità a un uomo o ad una monarchia.[37] »

Ma Nitti non rinnegò l'operato dei patrioti e che, nel bene o nel male, l'unità nazionale portò una grande evoluzione sociale:

« Da tre secoli a questa parte mai l’Italia è stata ciò che è ora: in quarant’anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è sempre il nostro più grande bene, in quarant’anni di unità, noi abbiamo realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto più ricchi, molto più colti, molto migliori dei nostri padri.[41] »

Brigantaggio meridionale[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di un brigante

Nitti considerava il brigantaggio un fenomeno complesso, originato da diverse cause. Per lui il brigantaggio poteva assumere diverse forme: banditismo comune per sfogare i propri istinti, reazione dovuta alla fame e alle ingiustizie della società o rivolta di natura politica in cui le masse sostengono il proprio governo. Egli era contrario ai luoghi comuni del brigante dedito esclusivamente a delitti e grassazioni, definendolo semplicemente «un rivoltato e fra i rivoltati vi erano, come vi sono oggi, i sofferenti, gli idealisti e i perversi».[42] Quindi tra i briganti Nitti vide diverse personalità, oltre a ladri e assassini, persone desiderose di diritti più umani e bramose di giustizia, che seppero guadagnarsi le simpatie dei ceti più bassi.

« Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell'unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell'abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori.[43] »

Egli cita un esempio fra tanti, Angelo Duca (noto come Angiolillo), operante nella Basilicata settentrionale, in Capitanata e nelle province di Avellino e Salerno, per lui «il tipo più singolare, più interessante e quasi più leggendario del brigantaggio meridionale».[42] Menzionò altri briganti, sebbene da lui considerati non al livello di Angiolillo, come Abate Cesare e Peppe Mastrillo, anch'essi dediti ad opere caritatevoli.

Nitti individua l'origine del brigantaggio politico nel 1799, quando il re Ferdinando I di Borbone fu cacciato da Napoli dall'esercito francese e rifugiatosi in Sicilia. Egli aveva bisogno di una guida che accendesse gli animi popolari contro l'invasore, individuandola nel cardinale Fabrizio Ruffo, che Nitti, nonostante non sembri ricordarlo positivamente, considerò «più onesto dei suoi sovrani».[44] Ruffo riuscì a sobillare le classi proletarie, in cui vi erano sia banditi che miserabili.

Brigantaggio politico fu anche, secondo Nitti, la sua recrudescenza nel 1806, quando il Regno di Napoli fu occupato ancora una volta dai francesi e governato prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat. I Borboni, fuggiti di nuovo in Sicilia, aizzarono le masse contro i francesi. Tra il 1810 e il 1860, egli constatò un ritorno del brigantaggio come banditismo comune ma vide alcune eccezioni a carattere sociale come Gaetano Vardarelli. In questo periodo Nitti vide fiorire il cosiddetto manutengolismo. Il brigante doveva avere un protettore, un informatore per compiere al meglio i suoi atti. Il manutengolo lo proteggeva per certi aspetti a causa della paura ma anche dell'avidità, poiché vi erano coloro che speculavano sui briganti e che qualche volta si arricchivano sul loro operaato.

All'indomani dell'unità d'Italia, Nitti vide una situazione simile a quella avvenuta nel 1799:

« Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant'anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. Egli e i suoi, prima di andar via, gittarono in fiamme il reame. L'esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del

brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione.[45] »

Si riformarono così bande di briganti, con i loro capi e i loro manutengoli, e il loro bersaglio principale era la borghesia. Il governo borbonico in esilio sfruttò il malcontento popolare nella speranza di riprendersi il trono e il neogoverno italiano ricorse ad espedienti molto cruenti, che Nitti denunciò:

« Il popolo non comprendeva l'unità, e credeva che il re espulso fosse l'amico e coloro che gli succedevano i nemici. Odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio. L'Italia nuova non ha avuto il suo Manhès; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.[45] »

Questione meridionale[modifica | modifica sorgente]

Nitti considerava la questione meridionale determinata da diversi fattori. Egli accusò, in primis, i governi dell'Italia unita di aver sfruttato le risorse meridionali per soddisfare gli interessi settentrionali:

« I debiti furono fusi incondizionatamente e il 1862 fu unificato il sistema tributario ch'era diversissimo. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse al tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l'asse della finanza. Gl'impieghi pubblici furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona. La partecipazione ai vantaggi delle spese dello Stato fu quasi tutta a vantaggio di coloro che aveano avuto la fortuna di nascere nella valle del Po.[28] »

Secondo il pensiero nittiano, le risorse finanziarie che lo Stato prevelò dai contribuenti furono in massima parte versate nell'Italia settentrionale, consentendo al Nord non solo un maggiore incremento economico e sociale ma anche una maggiore educazione industriale. Nitti lamentò inoltre una maggiore presenza di settentrionali nella pubblica amministrazione e di come il sud non avrebbe funto solo da "colonia" economica ma anche elettorale:

« Il governo delle province, prefetti, intendenti di finanza, generali, ecc., è ancora adesso in grandissima parte nelle mani di funzionari del Nord. Non vi è nessun senso d'invidia in quanto diciamo. Ma vogliamo solo dire che se i governi fossero stati più onesti e non avessero voluto lavorare il Mezzogiorno, cioè corromperne ancor più le classi medie a scopi elettorali, molto si sarebbe potuto fare.[46] »

Ma Nitti non escluse anche la responsabilità delle amministrazioni meridionali, le quali furono da lui criticate di preoccuparsi di cose meno rilevanti:

« È innegabile che politicamente i meridionali hanno rappresentato un elemento di disordine. Le loro amministrazioni locali vanno, d'ordinario, male; i loro uomini politici non si occupano, nel maggior numero, che di partiti locali. Un trattato di commercio ha quasi sempre per essi meno importanza che non la permanenza di un delegato di pubblica sicurezza.[47] »

Non fu esente da critiche anche il popolo del sud che, per lui, mostrò di avere «qualità dissociali o antisociali: poco spirito di unione e di solidarietà, tendenza a ingrandire le cose o addirittura a celarle, per amore di falsa grandezza; per poco spirito di verità».[48] Ritenne che mancasse uno spirito del lavoro nelle classi medie, un'educazione industriale, la buona fede commerciale, l'interesse di ogni cosa pubblica e che i meridionali fossero acquiescenti verso l'amministrazione e la politica in mano alle «persone indegne», pur di trarne piccoli vantaggi individuali.[49] Infatti Nitti riteneva che «la questione meridionale è una questione economica, ma è anche una questione di educazione e di morale».[49] A chiusura del suo saggio Nord Sud scrisse:

« I lettori che in quest'arida ricerca mi han seguito ... han visto che i fatti enumerati provano tutti due cose: che la politica seguita finora è stata più favorevole allo sviluppo del Nord che non a quello del Sud d'Italia; che le differenze attuali non hanno nessun carattere di necessità o di fatalità. Abbiamo molto errato, forse; ma non vi è nulla che la penosa situazione presente renda necessaria. ...Io spero invece che se in questo libro vi sono delle verità, esse saranno accolte da quegli stessi contro i cui interessi verranno ad urtare. Poiché l'avvenire d'Italia è nella unione intima e più grande, nella crescente tendenza unitaria, coloro che sentiranno quanto l'Italia nuova ha fatto per essi, saranno più giusti verso quel Mezzogiorno d'Italia, in cui è la soluzione non solo dei problemi dell'unità, ma dell'esistenza stessa del regime liberale.[50] »

Per fronteggiare la questione meridionale, Nitti era contrario alla consolidazione del settore industriale al nord per poi essere estesa al sud con interventi statali, in cui si sarebbe tratto vantaggio dal minore costo della manodopera. Il pensiero nittiano individua quindi in Napoli il centro propulsore per fare decollare il processo di industrializzazione in tutto il Meridione. In riferimento alla sua natia Basilicata, egli intravide come panacea innanzitutto la conduzione del popolo verso un'educazione industriale e poi la regolarizzazione dei corsi d’acqua, la costruzione di dighe, canali e laghi artificiali che avrebbero funto da base per lo sviluppo industriale della regione. Necessaria era anche una vasta opera di rimboschimento, che avrebbe ridotto la percentuale di terreni franosi.

Emigrazione[modifica | modifica sorgente]

Emigranti italiani diretti negli Stati Uniti

Nel dibattito sviluppatosi intorno alla questione dell’emigrazione, Nitti assunse un atteggiamento controcorrente. I pensatori suoi contemporanei, quali Carpi, Robustelli e Florenzano, la consideravano una possibile causa di sfascio della società contadina e possibile generatrice di un preoccupante spopolamento nazionale,[51] mentre Nitti, nel primo lavoro in cui affrontò l’argomento (su cui, si deve ricordare, ebbe tutt’altro che un pensiero rigido e statico) dal titolo L’emigrazione italiana e i suoi avversari (1888), si espresse in maniera differente.

Condividendo il pensiero di Giustino Fortunato (a cui l’opera è dedicata) nella stessa materia, difese il diritto ad emigrare analizzando e contrapponendosi alle principali argomentazioni contro il fenomeno. In occasione del disegno di legge presentato il 15 dicembre 1888, considerò la proposta, che voleva autorizzare il Ministero dell'Interno ad intervenire per bloccare l’emigrazione quando questa raggiungeva un dato limite, come:

« una violazione aperta di ogni sentimento di libertà individuale. Il diritto che l'art. 5 del disegno di legge concede al Ministero dell’Interno di limitare l’arruolamento “così quanto alle province nelle quali possa farsi, come quanto ai paesi pei quali sia destinato”. Perciò, quando un qualunque ministero dell’interno crederà esagerata l’emigrazione di una provincia, potrà facilmente, non concedere licenze agli agenti, e, vietando gli arruolamenti, sotto qualunque pretesto, arrestarla.[52] »

Per Nitti tutti i malefici effetti attribuiti al fenomeno dell’emigrazione erano da considerarsi irreali, frutto per lo più di analisi sbagliate oppure dolosamente create per andare incontro ad interessi di classe. Non si poteva, secondo il meridionalista, ritenere che l’emigrazione avrebbe creato uno spopolamento nazionale, in quanto nel Regno d’Italia vi era un alto tasso di natalità, e per quanto concerne ai danni economici, all’aumento dei salari o alla svalutazione dei terreni, sostenne che rilevazioni attente e sistematiche non avevano documentato nulla di ciò, ed in relazione all’accusa di non riuscire di fatto a migliorare le condizioni degli emigrati, Nitti affermò che ciò poteva essere accaduto nell’America del Nord (a causa della “concorrenza” degli emigrati irlandesi, inglesi e tedeschi ma ciò non poteva essere affatto vero per gli italiani che si erano recati nell’America Latina.[51]

Per le cause della specifica emigrazione nelle provincie meridionali, Nitti si soffermò sulle condizioni economiche, ai rapporti di classe e all’assetto della distribuzione fondiaria del Mezzogiorno.

« Chi non ha visto la condizione dei braccianti delle province del Mezzogiorno d’Italia, non può avere una idea esatta della miseria grande che li costringe ad abbandonare il proprio paese. Si aggiunga a tutto questo l’infingardaggine e la cattiveria delle classi dirigenti. In alcune province ogni borghese che possa contare sopra un cinquecento o seicento lire di rendita annua si crede in diritto di non lavorare e di vivere, come essi dicono, di rendita. Non mai, come in molti paesi dell’Italia meridionale, ho visto maggior numero di vagabondi, e di persone che vivono di rendita.[53] »

Per Nitti, quindi, l’emigrazione degli italiani meridionali era la risposta sociale alle condizioni socio-economiche esistenti nel Mezzogiorno, una risposta spontanea, ineluttabile e inderogabile, «poiché se per alcune parti dell’Italia superiore, l’emigrazione è un bisogno sociale, per molte province dell’Italia meridionale è una necessità, che viene dal modo come la proprietà è distribuita. Fino a che certe cause non si rimuovono, non si potranno evitare certi risultati».[54] In questo modo il meridionalista arrivò ad equiparare il fenomeno migratorio con un altro fenomeno endemico del Mezzogiorno, quello del brigantaggio, sostenendo la tesi che il voler limitare, o addirittura sopprimere, l’emigrazione, avrebbe potuto far sfociare nuovamente il malcontento della classe più povera nella guerriglia:

« poiché a noi, in alcune delle nostre province del Mezzogiorno specialmente, dove grande è la miseria e dove grandi sono le ingiustizie che opprimono ancora le classi più diseredate dalla fortuna, è una legge triste e fatale: o emigranti o briganti.[55] »

Opere[modifica | modifica sorgente]

Francesco Saverio Nitti
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Luogo nascita Melfi
Data nascita 19 luglio 1868
Luogo morte Roma
Data morte 20 febbraio 1953
Professione economista, giornalista
Partito Partito Radicale storico
Legislatura XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI
Gruppo Radicale
Circoscrizione Muro Lucano, Potenza
on. Francesco Saverio Nitti
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Melfi
Data nascita 19 luglio 1868
Luogo morte Roma
Data morte 20 febbraio 1953
Professione economista, giornalista
Partito Unione Nazionale per la Ricostruzione
Gruppo Unione Democratica Nazionale
Collegio Collegio unico nazionale
sen. Francesco Saverio Nitti
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Melfi
Data nascita 19 luglio 1868
Luogo morte Roma
Data morte 20 febbraio 1953
Professione economista, giornalista
Partito Indipendente
Legislatura I
Gruppo Misto
Circoscrizione III disp. transitoria Cost.ne
Pagina istituzionale
  • L'emigrazione italiana e i suoi avversari (1888)
  • Il socialismo cattolico (1891)
  • Leone X e la sua politica secondo documenti e carteggi inediti (1892)
  • La popolazione e il sistema sociale (1894)
  • Eroi e briganti (1899)
  • Nord e Sud (1900)
  • L'Italia all'alba del XX secolo (1901)
  • La città di Napoli (1902)
  • Napoli e la questione meridionale (1903)
  • La Scienza delle finanze (1903)
  • La ricchezza dell'Italia (1905)
  • La conquista della forza (1905)
  • Il capitale straniero in Italia (1915)
  • La guerra e la pace (1916)
  • L'Europa senza pace (1921)
  • La decadenza dell'Europa (1922)
  • La tragedia dell'Europa (1923)
  • La pace (1925)
  • Bolscevismo, fascismo e democrazia (1927)
  • La Democrazia (1933)
  • L'inquiétude du monde (1934)
  • La déségrégation de l'Europe (trad. it. La disgregazione dell'Europa, 1946) (1938)
  • Meditazioni dell'esilio (1947)
  • Meditazioni e ricordi (1953)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p.13
  2. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p.3-5
  3. ^ Francesco Saverio Nitti, Meditazioni dell'esilio, Edizioni scientifiche italiane, 1947, p.18
  4. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p.5
  5. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p.14
  6. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.108
  7. ^ a b Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.117
  8. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.120
  9. ^ Francesco Saverio Nitti, Domenico De Masi, Napoli e la questione meridionale, Guida, Napoli, 2004, p.84.
  10. ^ Francesco Saverio Nitti, Domenico De Masi, Napoli e la questione meridionale, Guida, Napoli, 2004, p.17.
  11. ^ La scienza delle finanze in Fondazione Francesco Saverio Nitti. URL consultato il 1º dicembre 2010.
  12. ^ La conquista della forza, Il capitale straniero in Italia in Fondazione Francesco Saverio Nitti. URL consultato il 29 novembre 2010.
  13. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p.163
  14. ^ Riccardo Faucci, Luigi Einaudi, UTET, Torino, 1986, p.44
  15. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, meridionalismo e europeismo, Laterza, 1985, p.207
  16. ^ Tommaso Antongini, Un d'Annunzio ignorato, Mondadori, Milano, 1963, p.215.
  17. ^ Paolo Alatri, Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica (1919-20), Feltrinelli, Milano, 1959, pag. 163.
  18. ^ Gianfranco Bianchi, Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma, 1978, p.264
  19. ^ Francesco Barbagallo, Francesco Saverio Nitti, UTET, Torino, 1984, p.489
  20. ^ Giulio Andreotti, Vincio Delleani, Visti da vicino, Volume 2, Rizzoli, Milano, 1982, p.46.
  21. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.19
  22. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.21
  23. ^ Francesco Saverio Nitti, La ricchezza dell'Italia, Roux e Viarengo, 1905, p.56
  24. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Roux e Viarengo, 1900, p.2
  25. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.111
  26. ^ "Pochi principi italiani fecero tra il '30 e il '48 il bene che egli fece. Mandò via dalla corte una turba infinita di parassiti e di intriganti: richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gli inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata, istituì il telegrafo, fece sorgere molte industrie, soprattutto quelle di rifornimento dell'esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi [...] È passato alla storia come "Re bomba" e non si ricordano di lui che il tradimento della Costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia, e le terribili lettere di Gladstone". Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p. 41
  27. ^ a b Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.112
  28. ^ a b Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.118
  29. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.113
  30. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux Roux e Viarengo, 1900, p. 31
  31. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.129
  32. ^ a b "La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il '49 e il '59 da un'enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinata una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro stato più grande". Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1900, p.30
  33. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1900, p.37 e 38
  34. ^ "L'Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno". Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910), vol.2, Laterza, 1911, p.340
  35. ^ Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio 1865-1911, Laterza, 1978, p. 64-65
  36. ^ "Quanto alla esattezza delle cifre, non mi meraviglierei che il Nitti da buon meridionale le abbia falsificate. Ma nell'insieme i danni economici derivati al sud dall'unità non credo si possano negare.". Gaetano Salvemini, , Sergio Bucchi Carteggio, Laterza, 1988, p.345
  37. ^ a b Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p.109
  38. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p.110-111
  39. ^ Francesco Saverio Nitti, Domenico De Masi, Napoli e la questione meridionale, Guida, Napoli, 2004, p.56
  40. ^ Francesco Saverio Nitti, Domenico De Masi, Napoli e la questione meridionale, Guida, Napoli, 2004, p.58.
  41. ^ Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p.125
  42. ^ a b Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p. 57
  43. ^ Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p. 44
  44. ^ Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p.62
  45. ^ a b Francesco Saverio Nitti, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, 1958, p. 73
  46. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux Roux e Viarengo, 1900, p. 11
  47. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Roux e Viarengo, 1900, p.9
  48. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.130
  49. ^ a b Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino-Roma, 1901, p.131
  50. ^ Francesco Saverio Nitti, Nord e Sud, Casa Editrice Nazionale Roux Roux e Viarengo, 1900, p. 207
  51. ^ a b Enzo Alliegro, La Basilicata e il “Nuovo Mondo”: inchieste e studi sull’emigrazione lucana (1868-1912)’’, Consiglio Regionale di Basilicata, 2001.
  52. ^ Francesco Saverio Nitti, L’emigrazione italiana e i suoi avversari, Torino, Roux, 1888, pag. 68.
  53. ^ Francesco Saverio Nitti, L’emigrazione italiana e i suoi avversari, Torino, Roux, 1888, pag. 68.
  54. ^ Francesco Saverio Nitti, L’emigrazione italiana e i suoi avversari, Torino, Roux, 1888, pag. 73.
  55. ^ Francesco Saverio Nitti, L’emigrazione italiana e i suoi avversari, Torino, Roux, 1888, pag. 73-74.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Paolo Alatri, Nitti, D'Annunzio e la questione adriatica (1919-20), Milano, Feltrinelli, 1959.
  • Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, Garzanti, 1973.
  • Indro Montanelli, L'Italia di Giolitti, Milano, Rizzoli, 1974.
  • Indro Montanelli, L'Italia in camicia nera, Milano, Rizzoli, 1977.
  • Carlo Sforza, L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Roma, Mondadori, 1945.
  • Fabrizio Manuel Sirignano, Salvatore Lucchese, Pedagogia civile e questione meridionale. L'impegno di Francesco Saverio Nitti e Gaetano Salvemini, Pensa Multimedia, Lecce 2012

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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