Rodolfo Graziani

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Rodolfo Graziani
Rodolfo Graziani 1.jpg

Viceré d'Etiopia
Durata mandato 11 giugno 1936 –
21 dicembre 1937
Capo di Stato Vittorio Emanuele III d'Italia
Primo ministro Benito Mussolini
Predecessore Pietro Badoglio
Successore Amedeo duca d'Aosta

Ministro della Difesa nazionale e della produzione bellica della Repubblica Sociale Italiana[1]
Durata mandato 23 settembre 1943 –
25 aprile 1945
Presidente Benito Mussolini
Predecessore nessuno
Successore nessuno

Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito
Durata mandato 1939 –
1941
Predecessore Alberto Pariani
Successore Mario Roatta

Governatore Generale della Libia
Durata mandato 1º luglio 1940 –
25 marzo 1941
Predecessore Italo Balbo
Successore Italo Gariboldi

Governatore della Somalia italiana
Durata mandato 6 marzo 1935 –
9 maggio 1936
Predecessore Maurizio Rava
Successore Angelo De Ruben

Vicegovernatore della Cirenaica
Durata mandato marzo 1930 –
maggio 1934
Predecessore Domenico Siciliani
Successore Guglielmo Nasi

Dati generali
Prefisso onorifico Flag of viceroy of the Kingdom of Italy.svg
Partito politico Partito Nazionale Fascista, Partito Fascista Repubblicano, Movimento Sociale Italiano
Rodolfo Graziani
11 agosto 1882 - 11 gennaio 1955
Nato a Filettino
Morto a Roma
Cause della morte morte naturale
Dati militari
Paese servito Flag of Italy (1861-1946).svg Regno d'Italia
Forza armata Flag of Italy (1860).svg Regio Esercito
Anni di servizio ? - 1943
Grado Generale d'armata
Guerre Guerra italo-turca
Prima guerra mondiale
Guerra d'Etiopia
Seconda guerra mondiale

[senza fonte]

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Rodolfo Graziani (Filettino, 11 agosto 1882Roma, 11 gennaio 1955) è stato un generale e politico italiano.

Venne impiegato nel Regio esercito italiano durante la prima e seconda guerra mondiale. Fu uno dei più importanti gerarchi del fascismo italiano. Operò nella guerre coloniali italiane: nella riconquista della Libia (1921-1931) e durante la Guerra d'Etiopia e nella successiva repressione della guerriglia abissina (1935-1937).

Durante la seconda guerra mondiale divenne governatore e comandante superiore in Libia ma venne duramente sconfitto dall'esercito britannico (1940-1941) e sostituito. Dopo un periodo di ritiro accettò da Mussolini l'incarico, nella costituenda Repubblica Sociale Italiana, di Ministro della Guerra che mantenne fino al crollo finale del 1945, prendendo parte alla lotta contro la Resistenza italiana ed ai tentativi di costituire il nuovo esercito fascista nell'ambito della RSI.

Venne inserito dall'ONU nella lista dei criminali di guerra (per l'uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa) su richiesta dell'Etiopia, ma non venne mai processato. Fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, ma scontati quattro mesi fu scarcerato.[2]

Primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nato in una famiglia borghese (il padre era medico condotto), venne indirizzato inizialmente dai genitori verso gli studi religiosi presso il seminario di Subiaco, ma egli preferì la vita militare. Non avendo sufficiente disponibilità economica per frequentare l'Accademia di Modena, svolse il servizio militare di leva nel plotone allievi ufficiali del 94° Fanteria in Roma. Sembra che in gioventù Graziani avesse simpatie socialiste, tant'è che nel 1904, mentre stava preparando l'esame per passare sottotenente, fu sorpreso da un ufficiale a leggere il giornale Avanti! e rischiò per questo di essere espulso. Se qualcuno avesse indagato meglio, avrebbe inoltre scoperto che Rodolfo Graziani qualche tempo prima aveva partecipato da una marcia di protesta davanti all'ambasciata russa ai tempi dei primi tumulti, inneggiando agli insorti[3]. Il 1º maggio 1904 fu comunque promosso sottotenente e inviato al 92° Fanteria a Viterbo. Nel 1906 divenne ufficiale effettivo nel Primo Reggimento Granatieri di Roma.

Nel 1908 fu destinato in Eritrea. Qui imparò l'arabo e il tigrino, lingue che successivamente gli saranno molto utili. Morso da un serpente nel 1911, rimase per quasi un anno in assai gravi condizioni di salute. Dopo aver preso parte alla Guerra Italo-Turca, fu nominato capitano e partecipò alla Prima guerra mondiale dove, più volte ferito, venne decorato al valor militare.

Nel 1918, a soli 36 anni, divenne colonnello, il più giovane della storia d'Italia. Al termine del conflitto si trasferì a Parma dove, durante il biennio rosso, fu segretamente condannato a morte dal comitato rivoluzionario[senza fonte]. Rendendosi conto che correva dei rischi seri, Graziani rinunciò per un anno ad ogni incarico civile e militare per darsi al commercio con l'Oriente, ma con modesti risultati.

La riconquista della Libia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la guerra venne inviato in Libia, portando a termine la "riconquista" della Tripolitania (1924), che gli valse la tessera ad honorem del Partito Nazionale Fascista[4], e della Cirenaica (1928-1930), a seguito della quale l'11 gennaio 1930 Graziani fu nominato vice governatore della Cirenaica italiana. Graziani aveva capito che la rapidità nei movimenti e negli spostamenti era fondamentale per non dare tregua al nemico e nel fare ciò fu fondamentale l'apporto della cavalleria indigena e dei meharisti integrati nelle "colonne mobili".[5] come avvenne con la conquista italiana di Cufra, strappata ai senussi.

Nel 1931 fu inviato in Cirenaica italiana a reprimere la ventennale rivolta anti-colonialista guidata da ʿOmar al-Mukhtār: egli spostò il suo quartier generale a Zuara e riuscì a riprendere il controllo, anche politico, di quasi tutta la Cirenaica. Badoglio, desideroso di chiudere definitivamente la questione con i ribelli libici, ordinò a Graziani di allontanare la popolazione del Gebel al Akhdar presso cui Al-Mukhtar trovava ricovero e protezione e di trasferirla in appositi campi di concentramento sulla costa[6][7][8].

La decisione fu presa ancor prima della nomina di Graziani a vicegovernatore[9] infatti già da prima si era evidenziato che la sola opzione militare non era sufficiente per fiaccare la resistenza libica ma si doveva coinvolgere nella repressione l'intera popolazione che forniva assistenza[10]. Le popolazioni del deserto del Gebel furono quindi spostate negli appositi campi costruiti sulla costa di cui i più importanti erano Marsa Brega, Soluch, Agedabia, El-Agheila, Sidi Ahmed e El-Abiar[11]. L'erezione dei numerosi campi non mancò di suscitare polemiche in tutto il mondo arabo[11]. La scelta che si rilevò decisiva nello sconfiggere il ribellismo in Cirenaica[12], come più tardi ammise lo stesso Al-Mukhtar[13], nasceva dal bisogno di scindere in maniera definitiva le popolazioni sottomesse dai ribelli i quali avevano dimostrato una notevole vitalità[14]

La maggior parte delle popolazioni seminomadi dell'interno fu quindi fatta affluire nei campi di concentramento ( vedi Deportazioni di massa del Gebel). Nei campi si registrerà un altissimo tasso di mortalità, a causa delle terribili condizioni igienico-sanitarie e della scarsità di cibo e acqua che costò la vita a decine di migliaia di persone[15]. L'11 settembre 1931 nella piana di Got-Illfù dopo essere stato avvistato dall'aviazione italiana il capo libico al-Mukhtār fu preso prigioniero. Al-Mukhtar fu poi condannato a morte per espressa volontà di Badoglio dopo un processo sommario il 16 settembre 1931[16]. Nel maggio del 1934 Graziani fu sostituito in Cirenaica dal nuovo vice governatore Guglielmo Nasi.

La campagna d'Etiopia (il fronte sud)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra d'Etiopia.

La conquista di Neghelli[modifica | modifica wikitesto]

Rodolfo Graziani dal 1935 al 1936 comandò le operazioni militari contro l'Abissinia partendo dalla Somalia Italiana, sul fronte meridionale. I primi scontri li sostenne proprio mentre Badoglio era impegnato nella Battaglia dell'Amba Aradam. Le truppe di ras Destà mossero infatti verso Dolo per attaccare l'armata di Rodolfo Graziani. A Graziani era stato ordinato di mantenere una difesa attiva al fine di mantenere impegnata nel sud il maggior numero di truppe nemiche e di non passare all'offensiva. Prontamente informato del movimento delle truppe di ras Destà, lo attese pronto allo scontro. Sulle colonne abissine in marcia fu scatenata l'aviazione che le decimò. Fu in questa occasione che furono usati per la prima volta i gas asfissianti.

La seguente offensiva italiana ne disperse i resti. il 20 gennaio 1936 Graziani occupò la città di Neghelli. Dopo la vittoria su Ras Destà, contro Graziani, furono schierate le truppe al comando di Wehib Pascià, un generale turco al servizio dell'imperatore etiopico. Wehib cercò di attirare Graziani in una trappola facendolo spingere il più possibile nel deserto dell'Ogaden. Ma nello svolgere tale operazione i reparti italiani al comando di Guglielmo Nasi e del generale Franco Navarra inflissero gravissime perdite agli abissini, tali da far fallire l'operazione e da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'armata abissina.

L'impiego dei gas[modifica | modifica wikitesto]

Il recupero delle salme di Tito Minniti e Silvio Zannoni. L'uccisione dei due aviatori fu il pretesto per l'impiego dei gas

Il 26 dicembre la brutale uccisione del pilota Tito Minniti, che caduto in territorio nemico, era stato torturato, evirato e infine decapitato fu presa a pretesto per l'utilizzo dell'iprite. Alcuni recenti studi rilevano come l'uso di tali ordigni (vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925) fossero stati autorizzati direttamente da Mussolini, che in diversi ordini telegrafati ai due comandanti al fronte ne avrebbe appunto autorizzato l'uso in caso di estrema necessità.[17][18]

Le bombe all'iprite di cui sono un esempio le C500T, dove T era l'abbreviazione di 'Temporizzata': un meccanismo a spoletta le faceva esplodere circa a 250m di quota in modo che ne venisse aumentato il raggio d'azione. Furono utilizzate sul fronte sud comandato da Graziani, nei pressi di Dolo. Graziani il 27 ottobre 1935, poco prima di attaccare la piazzaforte di Gorrahei, ricevette questo telegramma da Mussolini: "Sta bene per azione giorno 29. Autorizzo impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico o in caso di contrattacco". I gas tossici non vennero però utilizzati nell'attacco di Gorrahei quanto alcuni giorni dopo. Il 24 dicembre Graziani inviava tre Caproni 101 bis ad Areri con la missione di bombardare le truppe di ras Destà, che vennero investite di iprite e fosgene. Gli attacchi si ripeterono il 25, 28, 30 e 31 dicembre con un lancio complessivo di 125 bombe. In un dispaccio telegrafico del 10 gennaio 1936 al generale Bernasconi, Graziani proclamava che «Le ultime azioni compiute hanno dimostrato quanto sia efficace l'impiego dei gas.

Al riguardo, S.E. il Capo del Governo, con telegramma odierno n.333, me ne autorizza l'impiego nella contingenza attuale, che ha carattere campale e definitivo per l'armata di ras Destà.»[19]. Le proteste internazionali non tardarono e Mussolini criticò l'operato di Graziani e proibì pubblicamente l'uso di aggressivi chimici [senza fonte]. Ciò nonostante l'iprite fu utilizzata ancora sul fronte nord da Badoglio in almeno due occasioni. Il 30 dicembre 1935 in un bombardamento italiano a Malca Dida, eseguito secondo gli espliciti ordini di Graziani, venne colpito un ospedale svedese causando la morte di 28 ricoverati e di un medico svedese[20].

Pure i soldati abissini utilizzarono armi proibite, in modo particolare i proiettili esplosivi Dum-dum, anch'essi vietati dalla convenzione di Ginevra (cfr. Indro Montanelli), che gli vennero forniti regolarmente dal Regno Unito e dalla Svezia[senza fonte]. Lo storico britannico James Strachey Barnes, fascista, poi naturalizzato italiano con il nome Giacomo, sostenne all'epoca, come riferisce Arrigo Petacco, riguardo all'uso dell'iprite che gli italiani "lo fecero legalmente quando gli abissini violarono altre convenzioni: l'evirazione dei prigionieri, l'impiego delle pallottole esplosive e l'abuso del simbolo della Croce Rossa"[21]. Graziani stesso, nel suo libro Fronte sud del 1938 sostenne la tesi dell'uso del gas per rappresaglia, allo scopo di motivare il suo operato.

L'occupazione di Harar e Dire Daua[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 aprile 1936 Benito Mussolini ordinò a Graziani di raggiungere ed occupare Harar. Graziani raggiunse Dagahbùr, il 25 aprile. Poi le piogge ne rallentarono maggiormente l'avanzata sull'obiettivo prefissato giungendo a Dire Daua poche ore dopo il passaggio dell'imperatore in viaggio verso l'esilio. Graziani, al fine di intercettare il treno che portava in esilio l'imperatore sconfitto e prenderlo prigioniero, chiese più volte il permesso di bombardare i binari per bloccare il treno ma il permesso gli fu negato dal Duce in persona.[22]. Dopo l'occupazione di Harar, Graziani fu nominato Maresciallo d'Italia e marchese di Neghelli.

Viceré d'Etiopia[modifica | modifica wikitesto]

Nominato viceré d'Etiopia, in seguito alla rinuncia di Badoglio, Graziani in questa veste fece costruire numerosi edifici pubblici avvalendosi della manodopera e delle risorse locali. A ciò si affiancò anche una dura opera di repressione da parte degli italiani. Furono istituiti campi di prigionia, erette forche pubbliche e uccisi i rivoltosi.[23]. Ras Destà appena catturato fu passato per le armi.[24]. Graziani ordinò di uccidere i ribelli catturati gettandoli dagli aerei in volo.[senza fonte] Molti militari italiani si fecero riprendere dai fotografi accanto ai cadaveri penzolanti dalle forche o accoccolati intorno a ceste piene di teste mozzate.

L'attentato ad Addis Abeba contro Graziani e la rappresaglia[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 febbraio 1937, fu organizzata una cerimonia per festeggiare la nascita del principe di Napoli Vittorio Emanuele di Savoia. La cerimonia, alla quale erano stati invitati i notabili locali; si svolse presso il Piccolo Ghebì imperiale. Nel corso della cerimonia era prevista anche una distribuzione di "Talleri d'argento" ai poveri, cosa che iniziò subito dopo l'arrivo dell'abuna Kirillos. A mezzogiorno, improvvisamente, scoppiò una prima bomba, poi di seguito tutte le altre, fino a raggiungere un numero complessivo di nove.

19 febbraio 1937, Graziani con l'abuna Kirillos nel Ghebì poco prima dell'attentato

Così, anni dopo lo stesso Graziani rievocò l'evento:

« La prima bomba, lanciata sul davanti, ebbe troppo alto percorso e cadde sulla pensilina. Mi balenò in mente che si trattasse di fochi di fantasia che dovessero accompagnare la cerimonia; e dentro di me biasimavo l'ufficio politico per non avermene data notizia. La seconda bomba, anch'essa troppo alta, colpì lo spigolo della pensilina sollevando del polverio. Ritenendo che i fuochi d'artificio fossero fatti dall'alto della terrazza e non avendo ancora l'impressione di che si trattasse, discesi d'impeto le scale che dividevano dal piazzale e mi volsi in su per rendermi conto di ciò che avveniva. M'offersi così, bersaglio isolato e ravvicinato, al gruppo degli attentatori. Fu questo il momento nel quale una terza bomba, caduta a una trentina di centimetri da me, m'investiva in pieno producendomi le trecentocinquanta ferite da schegge che m'offesero il lato destro dalla spalla al tallone. Il colpo m'abbatté a terra. Ma subito cercai di rialzarmi. Il generale Gariboldi ed il federale Cortese mi raccolsero e trasportarono nella prima autovettura. Nello stesso momento nel quale ci mettemmo in moto, un'altra bomba fu lanciata, senza che ci colpisse: all'uscita del cancello del parco, un'altra ancora; e appena fuori fummo investiti da una raffica di mitragliatrice. Nulla era stato trascurato; una preparazione da fare invidia ai più raffinati terroristi »
(Rodolfo Graziani, in "Una vita per l'Italia"[25])

Graziani, gravemente ferito, fu subito trasportato all'ospedale della Consolata[26]. Subito alcuni complici degli attentatori aprirono il fuoco a cui risposero pesantemente i carabinieri italiani[27] Cominciò immediatamente il rastrellamento di polizia che portò a numerosi scontri a fuoco nelle strade cittadine, mentre nelle ore successive iniziò la rappresaglia, condotta da miliziani musulmani e da alcuni civili italiani della colonia.

Nell'attentato morirono sette persone di cui quattro italiani e due zaptiè, circa cinquanta furono i feriti ricoverati in ospedale colpiti dalle schegge[28]. Nei tre[2] giorni seguenti, la rappresaglia italiana causa molti morti tra la popolazione etiopica, almeno 3.000 morti secondo le stime britanniche, 30.000 secondo le fonti etiopiche presentate dopo la fine della guerra. Gli accertamenti italiani successivi riportarono il computo dei morti etiopici a più di 300[29]

In realtà, un numero preciso delle vittime della strage non fu mai condotto[2]: ma se la stima etiopica (30.000 uccisioni) è da considerare esagerata, quella dei 300 morti sostenuta dall'Italia è, di converso, enormemente sottostimata: i morti nella rappresaglia furono, infatti, almeno 4.000[2]. Graziani restò ricoverato in ospedale per 68 giorni, i primi dei quali trascorsi in condizioni critiche. In seguito, Graziani ordinò ai soldati italiani di compiere un'incursione nel famoso monastero etiope di Debrà Libanòs, del cui clero copto si ventilò un ruolo ispiratore[2]: nonostante si trattasse solo di flebili indizi[2], fece rastrellare e massacrare indiscriminatamente i monaci e le suore del monastero. Secondo i dispacci tra Graziani a Benito Mussolini, i morti sarebbero stati 449 mentre uno studio degli anni novanta, realizzato in congiunta da un ricercatore inglese e da uno etiope[30] alza la stima fino a 1.400-2.000 morti[2].

"Fra 1.200 e 1.600 monaci. Moltissimi erano giovani e ragazzi, catechisti e diaconi. Tra le vittime delle rappresaglie anche indovini e cantastorie colpevoli di aver predetto la fine del regime".[31] Tra marzo e dicembre centinaia di abissini, tra cui importanti personaggi, vennero imprigionati e deportati in Italia con cinque piroscafi.

Nel novembre 1937 il Duca d'Aosta fu nominato viceré d'Etiopia e Graziani nel febbraio dell'anno seguente rientrò in Italia.

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La campagna del Nordafrica[modifica | modifica wikitesto]

Rodolfo Graziani (al centro).

Nel 1938 il suo nome compare tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio alle leggi razziali fasciste. Il 3 novembre del 1939, a Seconda guerra mondiale già iniziata, Graziani divenne capo di stato maggiore dell'esercito: questa carica lo rendeva però direttamente dipendente da Mussolini, dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia e dallo stesso Badoglio, col quale non correva buon sangue. Anche se contrario all'ingresso dell'Italia nel conflitto, poco dopo la dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) Graziani partecipò ad alcune operazioni minori contro la Francia. Il 24 giugno i francesi chiesero l'armistizio e quattro giorni dopo Graziani tornò a Roma, dove ricevette la notizia della morte di Italo Balbo. Costretto a succedergli nella carica di governatore della Libia, gli venne ordinato dal Duce di invadere l'Egitto.

L'attacco, difficile per le carenze logistiche e di armamento delle forze italiane scarsamente motorizzate, iniziò il 25 agosto sotto la minaccia di Mussolini di ritorsioni verso di lui. Dopo una inutile avanzata fino a Sidi El Barrani (poco contrastata dai mobilissimi reparti inglesi del generale O'Connor), le forze di Graziani rimasero ferme per quattro mesi organizzando grandi e inutili campi trincerati nel deserto mediocremente collegati tra loro e con modeste riserve mobili. La controffensiva inglese del 9 dicembre 1940 (Operazione Compass) travolse completamente lo schieramento italiano: le truppe britanniche, molto inferiori numericamente ma totalmente motorizzate e con alcune centinaia di potenti carri armati Matilda e Cruiser, aggirarono e circondarono le truppe italiane ottenendo un successo clamoroso.

Graziani venne completamente sorpreso e non fu in grado di organizzare una difesa efficace; impiegando a gruppi le sue consistenti forze (invece di radunare tutte le sue truppe e organizzare reparti corazzati di riserva), venne progressivamente battuto dalle forze britanniche a Bardia, Tobruk e Beda Fomm (gennaio-febbraio 1941); fu una disfatta totale; oltre 130.000 soldati italiani vennero catturati[32], tutto il materiale venne perduto, i resti della 10ª Armata ripiegarono sulla posizione di El Agheila perdendo tutta la Cirenaica.

A seguito di un telegramma inviatogli da Graziani, Mussolini disse indignato a Ciano:

« Ecco un altro uomo col quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo »
(Benito Mussolini 15 dicembre 1940 secondo i diari di Galeazzo Ciano[33])

Graziani mostrò gravi carenze di condotta tattica e strategica ed ebbe anche un crollo morale: disperando della salvezza anche della Tripolitania, il maresciallo sollecitò ora (dopo averlo ripetutamente rifiutato) l'arrivo della forze meccanizzate tedesche proposte da Hitler (Afrika Korps)[34].

L'11 febbraio del 1941 venne destituito da Mussolini (molto contrariato per la sconfitta e per la condotta militare del maresciallo). Graziani lasciò la Libia e tornò in Italia: subito alcuni potenti uomini politici chiesero ed ottennero un'inchiesta contro di lui (Roberto Farinacci lo accusò privatamente di "codardia")[senza fonte]. Nel novembre 1941 fu così nominata una commissione d'inchiesta con a capo l'ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel. Nel marzo 1942 questa concluse i propri lavori senza prendere alcun provvedimento. Per oltre due anni Graziani rimase senza nessun incarico.

La Repubblica Sociale Italiana[modifica | modifica wikitesto]

Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana divenne Ministro della Difesa; il primo ad offrigli questo incarico fu Barracu il 22 settembre, ma sulle prime Graziani rifiutò[35]. Il giorno seguente il gerarca sardo lo incontrò a Roma e gli richiese di far parte della nuova compagine governativa "altrimenti" così gli si sarebbe rivolto "il vostro rifiuto potrebbe essere giudicato paura"[36]. Graziani accettò la sfida. Tra i suoi primi atti da ministro vi fu l'approvazione di una legge che imponeva l'arruolamento obbligatorio ed un severo addestramento in Germania; tali provvedimenti, tuttavia, ebbero scarso successo ed anzi rafforzarono la resistenza partigiana, che attirava più facilmente i tanti renitenti alla leva.

Graziani firmò inoltre il bando di richiamo alle armi delle classi 1922 e 1923." Gli iscritti di leva arruolati ed i militari in congedo che durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo, non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefisso, saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell'articolo 144 CPM e puniti con la morte mediante fucilazione al petto " 7 febbraio 1944. Per sottolineare il carattere militare e nominalmente apolitico del suo incarico, dal 6 gennaio 1944 il dicastero da lui tenuto non si chiamò più Ministero della Difesa Nazionale bensì "Ministero delle Forze Armate".

Graziani si impegnò a fondo affinché le forze armate della RSI fossero unitarie e fossero definibili come apolitiche, non dal punto di vista ideologico[37] bensì nel senso propriamente militare di dipendenza diretta dal comando centrale e non dal Partito Fascista Repubblicano[38]. Per imporre il suo piano, minacciò più volte le dimissioni[39] e si recò anche nel quartier generale di Hitler in Germania per conferire con il Führer il 9 ottobre[40]: lo stesso Graziani riportò il non certo incoraggiante commento che il dittatore tedesco gli fece appena lo vide: "Sono spiacente che proprio a voi debba toccare questo ingrato compito"[41].

Sfruttando anche la sua notorietà, Graziani riuscì a condurre in porto un compromesso a lui favorevole: tranne le Brigate Nere di Pavolini, con il quale ebbe forti scontri, riuscì ad avere il controllo di tutte le forze armate della RSI (controllo invero a volte solo nominale, visto che nell'impiego operativo esse furono di fatto subordinate ai comandi militari tedeschi[42]). Il 14 agosto 1944, quando con decreto legislativo il Duce fece entrare la Guardia Nazionale Repubblicana all'interno dell'Esercito Nazionale Repubblicano[43], si può dire che Graziani avesse vinto la sua "battaglia" diplomatica.

Graziani dal 2 agosto 1944 assunse il comando dell'Armata "Liguria" con il LXXV Armee Korps e il "Lombardia" Korps e, da 1 dicembre 1944 al 28 febbraio 1945, del "Gruppo Armate" comprendente la 14ª Armata, che con il LI Gebirgs Korps e il XIV Panzer Korps combatté sulla linea gotica, specialmente nella Garfagnana. Graziani ottenne nella Garfagnana, tra il fiume Serchio e le Alpi Apuane, di bloccare con la Divisione Alpina Monterosa i reparti brasiliani e le forze della 5ª Armata americana, riuscendo tra il 25 e 30 dicembre 1944 (con l'operazione denominata "Wintergewitter", detta in italiano "Offensiva di Natale" o "Battaglia della Garfagnana") a respingere le forze alleate obbligandole a ripiegare fino quasi al mare. Nell'occasione vennero anche catturati diversi prigionieri e ingenti quantità di viveri e materiale bellico: si trattò dell'unica azione nella quale le forze italo-tedesche riuscirono a far arretrare gli Alleati nel 1944.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Con le truppe anglo-americane ormai alle porte, il 26 aprile 1945 firmò la delega al generale Karl Wolff per le trattative di resa a Caserta e la sera del 29 aprile si consegnò a Milano al IV Corpo d'armata statunitense, con la mediazione dell'OSS. Dopo un mese di reclusione a Roma, in giugno fu inviato in Algeria, quale prigioniero di guerra presso il 211 POW Camp di Cap Matifou ed il 16 febbraio 1946 venne rinchiuso nel carcere di Procida. Nel periodo di detenzione egli scrisse tre opere: "Ho difeso la patria", "Africa settentrionale 1940-41" e "Libia redenta".

Rodolfo Graziani ad Affile

Gli Alleati non procedettero ad incriminare Graziani, nonostante le continue richieste da parte delle autorità etiopiche. A tal fine il ministro degli esteri etiopico aveva fornito documentazione relativa ai crimini di guerra italiani come l'uso dell'iprite[44][45] nonché il bombardamento di ospedali della Croce Rossa[46][47].

Il 4 marzo 1948 l'Etiopia presentò la propria documentazione alle Nazioni Unite in cui si accusava l'Italia di sistematico terrorismo in Etiopia, e della intenzione ammessa da Graziani, di uccidere tutte le autorità Amhara. Venne citato, per esempio, un telegramma al Generale Nasi in cui Graziani esprimeva chiaramente questo proposito[48]. La commissione delle Nazioni Unite convenne che vi erano le basi per un processo preliminare a otto Italiani incluso Graziani[49]. Ma gli sforzi etiopici di portare Graziani a processo furono vanificati sia dall'Italia che dall'Inghilterra, e furono di seguito abbandonati sotto la pressione del Ministero degli Affari Esteri, il cui supporto era considerato essenziale dal Governo Etiopico, per le proprie pretese nei confronti dell'Eritrea[50].

Il 5 giugno 1948 si aprì contro Graziani un processo, al termine del quale, il 2 maggio 1950, il Tribunale Militare speciale di Roma lo condannò a 19 anni di carcere, di cui però 17 gli furono condonati. Si riconobbe che l'imputato non fosse in grado di incidere sulle decisioni del Governo della RSI, anche se Graziani durante la RSI fu ministro delle Forze Armate e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani (il famoso bando Graziani, appunto). Scontati quattro mesi di pena residua, Graziani tornò poi in libertà[2].

Nel 1952 si iscrisse al MSI, di cui divenne presidente onorario un anno dopo. Nel 1953 avviò una causa legale, con richiesta di sequestro del film Anni facili, ritenendo che alcune scene della pellicola lo deridessero[51]. Nel gennaio del 1954, durante il congresso di Viareggio, pronunciò un discorso nel quale tracciava le sue idee per rilanciare il movimento. Negli ultimi giorni della sua vita si trasferì da Affile a Roma.

La salute mentale di Graziani[modifica | modifica wikitesto]

La carriera di Rodolfo Graziani fu puntellata da particolari e curiosi episodi che, nel loro insieme, sembrerebbero aver provocato in lui un progressivo stato di disagio mentale; disagio che trovò il suo exploit durante il comando del Maresciallo nella Campagna del Nordafrica, quando ebbe definitivamente a crollare. Per lo più, tali episodi sono riconducibili ad un costante e continuo circolare di voci diffamatorie (e stravaganti, va detto) nei suoi confronti, che lo accompagneranno sin da quando era un ufficiale inferiore. Quasi per un caso, Graziani ne fu infatti costantemente bersaglio nel corso di tutta la sua carriera.

La prima delle tante voci sul futuro maresciallo iniziò a circolare nel primo dopoguerra. Essa lo voleva figlio di Andrea Graziani, il generale italiano della Grande Guerra passato tristemente alla storia come fucilatore di prima categoria. Il ché, in realtà, non attirò su di lui molte simpatie, costringendolo (specialmente nel 1919 quando era a Parma con il suo reggimento) addirittura a travestirsi per non farsi riconoscere, o ad evitare di indossare la divisa militare. Le voci continuarono per diverso tempo, accompagnate dalla paura di un attentato nei suoi confronti, ed ebbero a scuoterlo psicologicamente.

Passarono diversi anni, e quando Graziani fu spedito da Mussolini in Libia per combattere Omar al-Mukhtar, altre voci iniziarono a circolare. A "giustificazione" della violenza che il generale stava impiegando in Libia iniziò infatti a spargersi la voce - in Italia come in colonia - che Graziani, da bambino, abitasse con la famiglia nella colonia eritrea, ed ivi avesse assistito allo stupro ed all'uccisione della madre, del padre e della sorellina, che lui stesso era stato costretto ad uccidere per sottrarla ad ulteriori sofferenze. Da qui, si diceva, sarebbe nato il suo profondo odio verso gli africani, che ora si manifestava nella violenza perpetrata nella riconquista della Libia. A poco valsero gli sforzi del furioso Graziani, che iniziò a tempestare di telegrammi ministeri e giornali chiedendo smentite: le voci continuarono, diventando per lui un vero incubo.

Nel 1936, il Graziani comandante del Fronte Sud in Etiopia dovette di nuovo confrontarsi con altre leggende suo suo conto. La storia sugli africani si era infatti trascinata fino a lì, con solo una leggera modifica nei contenuti: la vittima delle africane lussurie, ora, non era più solo la sua famiglia, ma anche lui. Come se non bastasse per farlo andare su tutte le furie, a questo "classico" della sua storia si aggiunse un'altra voce di corridoio: Graziani odiava gli africani, e specialmente i musulmani, perché era di religione ebraica. Tale affermazione, contestualizzata nel fatto che il futuro Maresciallo allora comandava truppe somale di religione islamica, si rivelò molto dannosa. Graziani si premurò allora di trasformare tale voce appena sussurrata in un caso giornalistico: perse la testa, iniziando a tempestare febbrilmente ambasciate, ministeri e giornali di telegrammi, chiedendo a gran voce smentite. Tanto fu però fatto che Graziani, livido di rabbia e con una paranoia incalzante, fu costretto a recarsi nella moschea di Mogadiscio e prostrarsi in segno di riverenza ad Allah.

Altro episodio fortemente destabilizzante per la sua salute mentale fu la caduta in un pozzo in Etiopia, poco prima della sua nomina a Viceré. Egli infatti, in visita in una chiesa ortodossa locale, inciampò su un gradino, fracassando il tetto di un vecchio pozzo e precipitandovi dentro. Ovviamente pensò subito che si trattasse di un attentato contro la sua vita, non tanto ordito dai nativi, ma da chi a Roma gli voleva male.

Il colpo di grazia al suo stato di salute mentale, già reso abbastanza precario dalla caduta nel pozzo, che ne aveva acuito la paranoia, fu dato dall'attentato di Addis Abeba. Se infatti già di per sé lo scoppio delle bombe non aveva certo migliorato l'equilibrio mentale del maresciallo, arrivò a peggiorarne ulteriormente la situazione anche il fatto che nei giorni successivi all'attentato che lo aveva costretto in ospedale, nei ministeri e nei circoli militari italiani iniziò a circolare la voce che Graziani fosse stato evirato da una scheggia, e anche che fosse in procinto di rimanere zoppo. Oltre a questa voce, ricominciarono inoltre a circolare le vecchie storie: Graziani figlio di fucilatori, Graziani violentato dagli africani, Graziani assassino di consanguinei. Tutte insieme in una tempesta perfetta.

Il maresciallo esplose. Vedendovi dietro delle manovre politiche dei colleghi militari a lui ostili (Badoglio in primis), il Graziani iniziò a tempestare gli uffici ministeriali chiedendo rettifiche in prima pagina, smentite, comunicati ufficiali e punizioni esemplari per i calunniatori. Qualcuno fece giustamente notare che, essendo le voci anonime, sarebbe stato però impossibile punire qualcuno, e Graziani ebbe allora a rispondere che, se necessario, si sarebbero dovuti mobilitare i servizi segreti.

Comunque sia, i riferimenti alle sue presunte mutilazioni continuarono per diverse settimane, anche a seguito della sua dimissione dall'ospedale: continuava la battaglia del Viceré d'Etiopia contro i fantasmi che lo davano per evirato e prossimo alla paralisi. Una battaglia che Graziani ebbe ad affrontare in maniera poco ortodossa, confermando i già serpeggianti dubbi sul suo stato di salute mentale. Ad una parata militare in Addis Abeba, ad esempio, Graziani, tra la popolazione allibita, si mise prima a danzare da solo in mezzo alla strada per dimostrare di non essere menomato, e poi, fattosi largo tra la folla, improvvisò una corsa al galoppo durata diversi metri. Il tutto con la pretesa che i giornali italiani pubblicassero le foto del Viceré intento a danzare e galoppare per le strade del nuovo Impero italiano. Ovviamente il regime impedì la pubblicazione delle medesime, giacché avrebbero probabilmente fatto il giro d'Italia e d'Europa, ridicolizzando il Paese.

Intanto a Roma, ai Fori imperiali, a pochi mesi dall'attentato, si tenne la parata militare per la commemorazione del primo anno dalla vittoria in Etiopia. Graziani, essendo impossibilitato a parteciparvi, telegrafò a Roma chiedendo a gran voce che alla sfilata, accanto a De Bono e Badoglio, sfilasse il suo cavallo. La cosa, ovviamente, non fu accolta, anche qui per evitare il ridicolo. Una buona notizia, però, il generale l'ebbe: le voci sul suo stato di salute fisico avevano quasi smesso di circolare. Erano state infatti sostituite da quelle sul suo stato di salute mentale. Fu un cambiamento che Graziani, evidentemente, non notò, continuando la sua personale battaglia contro i calunniatori, ottenendo così l'effetto contrario a quello voluto: le stravaganze e le azioni pittoresche, infatti, altro non facevano che confermare la sua precaria situazione mentale. Lettera dopo lettera, corsa al galoppo dopo corsa al galoppo, le voci iniziarono a diventare più insistenti, ed a Roma si iniziò a prendere seriamente in considerazione tali rumori. A togliere ogni dubbio rimasto ed a trasformare quelle voci in realtà ci pensò nuovamente Graziani. Egli infatti, ancora in qualità di Viceré, ebbe l'idea di farsi fotografare nudo in varie posizioni (profili, frontale, retro), per poi inviare le foto (con allegati dei certificati medici) a ministeri, alti ufficiali, gerarchi, circoli militari e persino a Mussolini: fu la goccia che fece traboccare il vaso. Ignorando ogni richiamo, Graziani, anche a seguito del fatto, continuò a tempestare Palazzo Venezia di telegrammi con deliri di ogni sorta e genere, chiedendo sempre le solite punizioni esemplari (ora allargate anche a chi, non a torto, ne contestava non più l'idoneità fisica al servizio, ma quella mentale). Mussolini, gelido, lo liquidò con uno "Stia calmo..."[52], rimuovendolo dall'incarico in Etiopia.

Il sacrario di Affile[modifica | modifica wikitesto]

Il comune di Affile ha dedicato a Graziani un sacrario nel parco di Radimonte, inaugurato l'11 agosto 2012[53]. L'erezione del sacrario di Graziani ha suscitato scalpore a livello internazionale[54][55][56][57][58][59]. In Italia la stampa nazionale ha raccontato l'intitolazione del sacrario sottolineando i trascorsi di Graziani e le sue responsabilità storiche. Il sindaco di Affile al Fattoquotidiano, che seguì la giornata celebrativa evidenziando i rilievi critici, arrivò a dire: " Graziani? Un esempio per i giovani". L'altro aspetto sul quale si è concentrata l'attenzione della stampa è stato l'utilizzo dei fondi pubblici per la realizzazione dell'opera, celebrativa di un gerarca fascista, in periodo di austerità[60]. Dopo un mese di mobilitazioni[61][62][63][64], appelli e interrogazioni parlamentari[65] che hanno contestato la scelta del comune di Affile, scelta invece difesa dalla destra politica, la stampa nazionale si è più diffusamente occupata del risvolto storico-politico della questione[66].

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1980 un film, Il leone del deserto, di coproduzione Usa e Siria, fu dedicato alla lotta di liberazione libica contro il colonialismo italiano: nella pellicola, parzialmente finanziata da Muʿammar Gheddafi, si narrano in maniera molto dettagliata alcune tecniche di guerra adottate. All'epoca vi fu un procedimento contro tale film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola non è mai stata distribuita in Italia, finché, in occasione della visita del leader libico Gheddafi in Italia, è stato trasmesso dall'emittente satellitare Sky nel giugno del 2009. Il regista, Moustapha Akkad, fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato di terroristi filoiracheni[67]. Tra gli interpreti Rod Steiger impersona Mussolini, Oliver Reed impersona Graziani ed Anthony Quinn impersona il leader della resistenza libica ʿOmar al-Mukhtār.

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

La canzone Lettera al Governatore della Libia scritta da Franco Battiato e Giusto Pio e interpretata da Giuni Russo nell'album Energie (1981) fa riferimento implicito a Rodolfo Graziani. Tale riferimento venne reso esplicito nella versione dello stesso brano incisa da Franco Battiato nell'album dal vivo "Giubbe Rosse" (EMI 1989) dove il testo leggermente modificato recita "Lo sai che quell'idiota di Graziani farà una brutta fine".

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Verso il Fezzan, Tripoli, Cacopardo, 1929; Bengasi, Pavone, 1934.
  • La situazione cirenaica. Conferenza tenuta all'Istituto fascista di cultura, 23 novembre, a. IX, Bengasi, La Cirenaica, 1930.
  • Cirenaica pacificata, Milano, A. Mondadori, 1932.
  • L'avvenire economico della Cirenaica, Roma, Pinciana, 1933.
  • Prefazione a Sandro Sandri, Il principe sahariano. [Amedeo di Savoia duca d'Aosta], Roma, L'azione coloniale, 1933.
  • Il volto della Cirenaica per la visita del re. [Raccolta di fotografie precedute da scritti di Paolo Orano, Dante Maria Tuninetti e Rodolfo Graziani], Roma, Pinciana, 1933.
  • La riconquista del Fezzan, Milano, A. Mondadori, 1934.
  • Prefazione a Marco Pomilio, Con i dubat, Fronte Sud, Firenze, Vallecchi, 1937.
  • Prefazione a Adriano Grande, La legione Parini (da Sabaudia a Diredaua), Firenze, Vallecchi, 1937.
  • Pace romana in Libia, Milano, A. Mondadori, 1937.
  • Il fronte sud, Milano, A. Mondadori, 1938.
  • La giornata coloniale dell'anno XVI in Roma. Parole pronunciate da S. E. il maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani il 22 maggio 1938-XVI, al teatro Adriano, Roma, Castaldi, 1938.
  • Ho difeso la patria, Milano, Garzanti, 1947.
  • Africa settentrionale, 1940-1941, Roma, Danesi, 1948.
  • Processo Graziani, 3 voll., Roma, Ruffolo, 1948.
  • La Libia redenta. Storia di trent'anni di passione italiana in Africa, Napoli, Torella, 1948.
  • Prefazione a Franz Maria D'Asaro, I... datteri matureranno.... [versi]. Premio Tripoli, Roma, Unitas, 1949.
  • Una vita per l'Italia. Ho difeso la patria, Milano, Mursia, 1986; riediz. Con un inedito diario dei giorni della prigionia, Milano, Mursia, 1998. ISBN 88-425-2439-5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia
Commendatore con placca dell'Ordine di San Silvestro Papa - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore con placca dell'Ordine di San Silvestro Papa
Balì Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria Balì Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
Medaglia di bronzo al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valore militare
Medaglia di bronzo al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valore militare
Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri
Medaglia militare al merito di lungo comando (20 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia militare al merito di lungo comando (20 anni)
Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni)
Medaglia commemorativa delle Campagne d'Africa - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle Campagne d'Africa
Medaglia commemorativa della guerra italo-turca 1911-1912 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-turca 1911-1912
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915–1918 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915–1918 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria
Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale (ruoli combattenti) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale (ruoli combattenti)
Predecessore Vicegovernatore della Tripolitana Successore
Domenico Siciliani 1930 - 1934 Guglielmo Nasi
Predecessore Governatore Generale della Somalia Italiana Successore Flag of the colony governor of the Kingdom of Italy.svg
Maurizio Rava 6 marzo 1935 - 9 maggio 1936 Unito al governatorato dell'AOI
Predecessore Governatore della Somalia Italiana
(come parte dell'AOI)
Successore Flag of the colony governor of the Kingdom of Italy.svg
Titolo inesistente 9 maggio - 22 maggio 1936 Angelo De Ruben
Predecessore viceré d'Etiopia Successore Flag of viceroy of the Kingdom of Italy.svg
Pietro Badoglio 11 giugno 1936 - 21 dicembre 1937 Amedeo di Savoia
Predecessore Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano Successore Flag of the chief of staff of armed force.svg
Alberto Pariani 1939 - 1941 Mario Roatta
Predecessore Governatore della Libia Successore Flag of the colony governor of the Kingdom of Italy.svg
Italo Balbo 1º luglio 1940 - 25 marzo 1941 Italo Gariboldi

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La Stampa, 24 settembre 1943, p. 1, "Mussolini ha costituito il nuovo governo fascista", elenco dei ministri.
  2. ^ a b c d e f g h Angelo Del Boca, Graziani, Rodolfo, Dizionario Biografico degli Italiani, volume 58 (2002), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani
  3. ^ Generali, Domenico Quirico, Oscar Mondadori, pag. 326 rg.14
  4. ^ A. Cova, Graziani. Un generale per il regime, Newton Compton, Roma, 1987.
  5. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Milano, Mondadori, Le Scie, 2002, pp. 309-310 "Aveva intuito la strategia giusta per battere la guerriglia che ci aveva angosciato per vent'anni: mobilità, rapidità negli spostamenti, bisogna essere più veloce del nemico, non dargli tregua, arrivare sempre prima di lui. E gli ascari eritrei e libici, i meharisti e la cavalleria indigena servirono perfettamente allo scopo; integrati nelle "colonne mobili" diedero un apporto fondamentale alla repressione della rivolta libica, grazie alle autoblinde, ai camion, all'aviazione che consentivano di spingersi nel cuore dei santuari nemici dove fino ad allora l'asprezza del deserto aveva fermato perfino l'impeto degli ascari."
  6. ^ Giorgio Rochat, op. cit., p. 11: "Badoglio, che aveva ben altre glorie, lasciò a Graziani il successo della repressione cirenaica, ma la svolta decisiva della deportazione fu sua, con l'avallo del ministro De Bono e di Mussolini"
  7. ^ Federica Saini Fasanotti, op. cit., p. 300:Badoglio gli fece notare come utilizzando i soliti mezzi della controguerriglia non si sarebbe ottenuto niente: per vincere sarebbe stato necessario dividere le popolazioni dai partigiani. E c'era un solo modo per farlo: allontanarla dal Gebel
  8. ^ Nicola La Banca, op. cit., p. 189:Graziani non agì da solo e nelle grandi linee egli obbedì al piano già determinato fra Badoglio e Mussolini
  9. ^ Nicola La Banca, op. cit., p. 188:Graziani prese possesso della sua carica di vicegovernatore della Cirenaica, e quindi formalmente sottoposto al governatore Badoglio, nel marzo 1930, quando il piano suddetto era stato ormai delineato e concordato fra Roma e Tripoli
  10. ^ Nicola La Banca, op. cit., p. 186
  11. ^ a b Nicola La Banca, op. cit., p. 193
  12. ^ Nicola La Banca, op. cit., p. 194:"Nella storia della guerra italiana per la Libia furono lo snodo decisivo per il controllo finale della regione orientale, e con essa dell'intera colonia."
  13. ^ http://www.istoreto.it/amis/testim.asp?idtes=126&idsch=113: Dopo la cattura alla domanda del Presidente del Tribunale: "Hai ordinato riscossioni di decime da parte dei sottomessi?" Omar: Prima sì, dopo no, cioè da quando le popolazioni sono state allontanate
  14. ^ Nicola La Banca, op. cit., p. 194
  15. ^ Federica Saini Fasanotti, op. cit., p. 304 e seguenti
  16. ^ Federica Saini Fasanotti, op. cit., p. 300 Badoglio, in un telegramma del 14 settembre, ordinò a Graziani di procedere immediatamente con il processo e di condannarlo a morte secondo le consuetudini locali
  17. ^ Bernard Bridel. Les ambulances à Croix-Rouge du CICR sous les gaz en Ethiopie su Le Temps (in francese)
  18. ^ «Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.» «Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini».
  19. ^ Comando delle Forze Armate della Somalia, La guerra italo-etiopica, cit., vol III, allegato n.313, p 401.
  20. ^ Andrea Molinari, La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale, Hobby & work; pagina 99
  21. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, p. 118
  22. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, p. 165 "Viaggiando lentamente sull'altipiano fradicio di pioggia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin Chapman Andrews, console britannico a Harar".
  23. ^ «Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Mussolini.» «Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini.»
  24. ^ Giuseppe Mayda, "Storia Illustrata", Anno XI, n. 114, maggio 1967, nell'articolo "Graziani il Maresciallo dal pugno di ferro", p. 74 "Quindi Graziani allestì campi di concentramento, fece passare per le armi i capi rivoltosi. Ras Destà venne fucilato appena catturato."
  25. ^ Rodolfo Graziani, Una vita per l'Italia, Milano, Mursia, 1994, p. 78
  26. ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani, articolo su "Storia illustrata", 1971 p. 99 "Quando Graziani era caduto a terra, un capitano dei carabinieri gli aveva salvato la vita freddando, con due colpi di pistola, due attentatori nell'atto di lanciargli contro altre bombe. Dopo lo scoppio della nona bomba, ci fu una sequenza serrata di altri lanci che però non produssero danni perché gli ordigni, ancora con la linguetta attaccata, risultarono inoffensivi."
  27. ^ Beppe Pegolotti, L'attentato a Graziani, articolo su "Storia illustrata", 1971 pag 99 "Ci fu una breve sparatoria contro il Piccolo Ghebì. Erano alcuni complici, capeggiati da un armeno, che sparavano all'impazzata, allo scopo di facilitare la fuga dei lanciatori."
  28. ^ Angelo Del Boca Gli italiani in Africa Orientale III, Milano, Mondadori, 2000 p. 83: "I morti sono sette: un carabiniere, due soldati di sanità, due zaptiè, un tecnico italiano che aveva curato l'impianto degli altoparlanti e il chierico copto che reggeva l'ombrello dell'abuna. Il termine, che significa "padre nostro", è usato per riferirsi rispettosamente a un prete copto. I feriti, più o meno gravi, sono una cinquantina, fra i quali il vice-governatore generale S.E. Armando Petretti, i generali Liotta, Gariboldi e Armando, i colonnelli Mazzi e Amantea, il governatore di Addis Abeba S.E. Siniscalchi, l'on. Fossa, il federale Cortese, l'abuna Cirillo, l'ex ministro etiopico a Roma Afework e i giornalisti Appelius, Pegolotti, Poggiali e Italo Papini. Il più grave di tutti è il generale Liotta, che ha perso l'occhio destro e al quale debbono amputare una gamba. Quanto a Graziani, egli è stato investito da 350 schegge, ha perso molto sangue, ma dopo che il capitano medico Tarquini lo ha operato per allacciargli l'arteria femorale destra, le sue condizioni vengono giudicate soddisfacenti"
  29. ^ Beppe Pegolotti, L'attentato a Graziani, articolo su "Storia illustrata", 1971 pag. 100. L'articolo riporta la testimonianza di uno degli italiani presenti agli avvenimenti, Beppe Pegolotti: "c'è da dire che ci fu molta esagerazione da parte dei corrispondenti esteri, circa il numero degli uccisi, che fu fatto ascendere addirittura a tremila. L'eccidio fu pesante. Ma gli accertamenti stabilirono il numero in circa trecento. Si ebbero, purtroppo, diversi casi di esecuzione sommaria, ai quali tuttavia le truppe rimasero estranee. I cadaveri furono lasciati per tre giorni sui margini delle strade, nei prati antistanti i "tucul". Il mercato indigeno fu distrutto dalle fiamme, incendiati furono anche certi gruppi di "tucul" dove erano stati trovati fucili e munizioni."
  30. ^ I. L. Campbell, D. Gabre-Tsadik, La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del massacro di Debra Libanòs, in «Studi piacentini», 1997, n. 21, pp. 70-128
  31. ^ Andrea Semplici, La strage cancellata, in "Nigrizia", 1997, n. 2, pp. 19-21.
  32. ^ E. Bauer Storia controversa della seconda guerra mondiale, volume 3, DeAgostini, 1971.
  33. ^ Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, p. 488, BUR, Milano 1990.
  34. ^ Descrizione esaustiva della condotta del maresciallo in Africa in R.Canosa Graziani, Oscar Mondadori 2004; G. Rochat Le guerre italiane. 1935-1943, Torino, Einaudi, 2005.
  35. ^ F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, p. 559
  36. ^ R. Graziani, Ho difeso la patria, Milano, Gruppo Ugo Mursia, 1986, p. 375
  37. ^ "[...] L'obbligo di astenersi da ogni attività politica non significa indifferentismo o agnosticismo. Il giuramento di fedeltà alla Repubblica significa non solo adesione alla nuova forma politica dello Stato, ma adesione al complesso delle dottrine del fascismo, che danno valore e carattere e contenuto storico alla Repubblica. E tutto ciò senza la minima delle riserve mentali. Non ci sono porte socchiuse alle spalle. Chi giura, brucia i vascelli dietro di sé.»", Mussolini, Opera Omnia, p. 39 , Ai comandanti dell'esercito repubblicano, 28 gennaio 1944, cit. in Monica Fioravanzo, Mussolini e Hitler: la Repubblica sociale sotto il Terzo Reich, Donzelli, Roma, 2009, p. 136.
  38. ^ F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, p. 579
  39. ^ F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, p. 585
  40. ^ F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, p. 581
  41. ^ R. Graziani, Ho difeso la patria, Milano, Gruppo Ugo Mursia, 1986, pp. 430-431
  42. ^ Gianni Oliva, L'Ombra Nera, Milano, Mondadori, 2007, p. 13
  43. ^ Qui il testo del decreto
  44. ^ Richard Pankhurst dichiara che (tradotto dall'inglese) "il ministero Etiopico degli affari esteri abbia fornito alla Lega delle Nazioni informazioni inconfutabili, sui crimini Fascisti, incluso l'uso di gas velenoso ed il bombardamento di ospedali ed ambulanze della Croce Rossa, sin dalle prime ore dell'invasione Italiana del 3 ottobre 1935, fino al 10 aprile dell'anno dopo" (Pankhurst, Richard "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)", Northeast African Studies, Volume 6, Number 1-2,1999)
  45. ^ Ato Ambay della Commissione Etiope per i Crimini di Guerra che aveva cominciato ricerche preliminari, informò la Commissione per i Crimini di Guerra dell'ONU, il 31 dicembre 1946 che non vi erano apparentemente alcune difficoltà nell'ottenere prove sufficienti a giustificare il processo a Graziani per crimini contro l'umanità specialmente legati al massacro del Febbraio 1937. (Pankhurst, Richard. "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)
  46. ^ (EN) Pankhurst, Richard "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)", Northeast African Studies, Volume 6, Number 1-2,1999
  47. ^ Pankhurst, R. "Il bombardamento fascista sulla Croce Rossa durante l'invasione dell'Etiopia (1935–1936)," Studi Piacentini (1997), XXI, 129–52
  48. ^ La fonte (in lingua inglese) riporta questa frase dal telegramma: «Keep in mind also that I have already aimed at the total destruction of Abyssinian chiefs and notables and that this should be carried out completely in your territories» (Tenga a mente, anche, che ho già mirato alla totale distruzione dei capi e notabili abissini e che questa azione dovrebbe essere compiuta fino in fondo nei territori sotto il vostro controllo). In: Pankhurst, Richard "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)", Northeast African Studies, Volume 6, Number 1-2,1999, p. 127
  49. ^ Pankhurst, Richard "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)", Northeast African Studies, Volume 6, Number 1-2,1999, p. 136
  50. ^ Pankhurst, Richard "Italian Fascist War Crimes in Ethiopia: A History of Their Discussion, from the League of Nations to the United Nations (1936–1949)", Northeast African Studies, Volume 6, Number 1-2,1999, p. 135-137
  51. ^ Si trattava delle scene del film di Luigi Zampa nelle quali viene rappresentato in modo sarcastico un raduno di nostalgici, ispirate ad un incontro di ex combattenti realmente avvenuto ad Arcinazzo nell'ottobre 1952.
  52. ^ Generali, Domenico Quirico, pag. 323
  53. ^ Inaugurato sacrario per Rodolfo Graziani, polemiche sui fondi regionali - Corriere Roma
  54. ^ Gaia Pianigiani, Village's Tribute Reignites a Debate About Italy's Fascist Past
  55. ^ Lucía Magi, Sombras fascistas en un pueblo italiano
  56. ^ Italian memorial to war criminal sparks controversy
  57. ^ Italy memorial to Fascist hero Graziani sparks row
  58. ^ Josephine McKenna, Mayor defends monument to fascist leader convicted of war crimes
  59. ^ Why Italians Honored a Fascist Butcher General Rodolfo Graziani ?
  60. ^ Nello Trocchia, Ad Affile va in scena la celebrazione del gerarca fascista. A spese nostre, Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2012
  61. ^ Affile, imbrattato mausoleo di Graziani
  62. ^ ANPI, Celebrare il criminale di guerra Graziani è un'offesa all'Italia democratica
  63. ^ Manifestazione indetta dalla comunità etiope
  64. ^ Il monumento a Graziani si deve abbattere
  65. ^ Interrogazione 3-03033 presentata da Vincenzo Maria Vita
  66. ^ Gian Antonio Stella, Quel mausoleo alla crudeltà che non fa indignare l'Italia in Corriere della Sera, 30 settembre 2012. URL consultato il 30 settembre 2012.
  67. ^ Ucciso il regista arabo di «Halloween» - IlGiornale.it

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