Rodolfo Graziani
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|---|---|---|---|---|
| Rodolfo Graziani | ||||
| Luogo di nascita | Filettino | |||
| Data di nascita | 11 agosto 1882 | |||
| Luogo di morte | Roma | |||
| Data di morte | 11 gennaio 1955 | |||
| Partito politico | Partito Fascista Repubblicano | |||
| Coalizione | Governo Mussolini della RSI | |||
| Mandato | 23 settembre 1943 - 25 aprile 1945 |
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| Professione | militare | |||
| Predecessore | nessuno | |||
| Successore | nessuno | |||
Il marchese di Neghelli, vicerè d'Etiopia, maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani (Filettino, 11 agosto 1882 – Roma, 11 gennaio 1955) è stato un generale e politico italiano.
Servì nel Regio esercito italiano durante la prima e seconda guerra mondiale.
Indice |
[modifica] Primi anni
Nato in una famiglia italiana priva di tradizioni militari (il padre era medico condotto), viene indirizzato dal padre agli studi religiosi presso il seminario di Subiaco, ma preferisce la vita militare. Non potendosi permettere di frequentare l'Accademia di Modena svolge il servizio militare di leva nel plotone allievi ufficiali del 94° Fanteria in Roma. Il 1º maggio 1904 venne promosso sottotenente e inviato presso il 92° Fanteria a Viterbo. Nel 1906 divenne ufficiale effettivo nel Primo Reggimento Granatieri di Roma.
Nel 1908 fu destinato in Eritrea. Qui imparò l'arabo e il tigrino, lingue che successivamente gli saranno molto utili. Morso da un serpente nel 1911, rimase per quasi un anno in assai gravi condizioni di salute. Dopo aver preso parte alla Guerra Italo-Turca, fu nominato capitano e partecipò alla Prima guerra mondiale dove, più volte ferito, venne decorato al valor militare. Nel 1918, a soli 36 anni, divenne colonnello, il più giovane della storia d'Italia. Al termine del conflitto si trasferì a Parma dove, durante il biennio rosso, fu segretamente condannato a morte dal comitato rivoluzionario. Sentendosi in pericolo, Graziani rinunciò per un anno ad ogni incarico civile e militare per darsi al commercio con l'Oriente, ma con modesti risultati.
[modifica] La repressione della rivolta in Libia
Nel 1921 venne inviato in Libia a reprimere la rivolta anti-colonialista guidata da ʿOmar al-Mukhtār: egli spostò il suo quartier generale a Zuara e riuscì a riprendere il controllo, anche politico, della Cirenaica, sconfiggendo definitivamente l'esercito di al-Muktar nel 1931. Graziani, infatti aveva capito che la rapidità nei movimenti e negli spostamenti era fondamentale per non dare tregua al nemico e nel fare ciò fu fondamentale l'apporto della cavalleria indigena e dei meharisti integrati nelle "colonne mobili".[1].
Nel corso della campagna fece uso di durissime misure anche contro i civili, ritenuti potenziali fiancheggiatori dei resistenti. Nota la vicenda della deportazione di centinaia di migliaia di appartenenti alle tribù nomadi della Cirenaica, che furono rinchiuse in campi di concentramento appositamente preparati. Nei campi si registrerà un altissimo tasso di mortalità, a causa delle terribili condizioni igienico-sanitarie e della scarsità di cibo e acqua che costò la vita a decine di migliaia di persone. La tecnica (già sperimentata dai britannici nella guerra boera) di trasferire le popolazioni civili per impedire ogni appoggio ai resistenti si trasformò, nelle mani di Graziani, in uno strumento di pulizia etnica se non di vero e proprio sterminio pianificato. Per tutte queste azioni venne nominato dagli arabi "Il macellaio di Fezzar". L'11 gennaio 1930 Graziani è scelto personalmente da Benito Mussolini come vice-governatore della Cirenaica. Immediatamente riformò il corpo delle truppe coloniali e diede impulso alle operazioni militari contro la rivolta guidata da ʿOmar al-Mukhtār che nel frattempo era scoppiata. Nel marzo del 1934, concluso l'intervento militare, Graziani affidò la Cirenaica al nuovo governatore Italo Balbo.
[modifica] La campagna d'Etiopia (il fronte sud)
| Per approfondire, vedi la voce Guerra d'Etiopia. |
[modifica] La conquista di Neghelli
Rodolfo Graziani dal 1935 al 1936 comandò le operazioni militari contro l'Abissinia partendo dalla Somalia Italiana, sul fronte meridionale. I primi scontri li sostenne proprio mentre Badoglio era impegnato nella Battaglia dell'Amba Aradam. Le truppe di ras Destà mossero infatti verso Dolo per attaccare l'armata di Rodolfo Graziani. A Graziani era stato ordinato di mantenere una difesa attiva al fine di mantenere impegnata nel sud il maggior numero di truppe nemiche e di non passare all'offensiva. Prontamente informato del movimento delle truppe di ras Destà, lo attese pronto allo scontro. Sulle colonne abissine in marcia fu scatenata l'aviazione che le decimò. Fu in questa occasione che furono usati per la prima volta i gas asfissianti.
La seguente offensiva italiana ne disperse i resti. il 20 gennaio 1936 Graziani occupò la città di Neghelli. Dopo la vittoria su Ras Destà, contro Graziani, furono schierate le truppe al comando di Wehib Pascià, un generale turco al servizio dell'imperatore etiopico. Wehib cercò di attirare Graziani in una trappola facendolo spingere il più possibile nel deserto dell'Ogaden. Ma nello svolgere tale operazione i reparti italiani al comando di Guglielmo Nasi e del generale Franco Navarra inflissero gravissime perdite agli abissini da far fallire l'operazione e da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'armata abissina.
[modifica] L'impiego dei gas e i proiettili esplosivi Dum-dum
Il 26 dicembre la brutale uccisione del pilota Tito Minniti, che caduto in territorio nemico, era stato torturato, evirato e infine decapitato fu presa a pretesto per l'utilizzo dell'iprite; alcuni recenti studi riconducono in ultima analisi la responsabilità sull'uso di tali ordigni (vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925) direttamente a Mussolini, che in diversi ordini telegrafati ai due comandanti al fronte ne avrebbe autorizzato l'uso in caso di estrema necessità.[2][3].
Le bombe all'iprite di cui sono un esempio le C500T, dove T era l'abbreviazione di 'Temporizzata': un meccanismo a spoletta le faceva esplodere in quota in modo che ne venisse aumentato il raggio d'azione furono utilizzate sul fronte sud comandato da Graziani, nei pressi di Dolo. Le proteste internazionali non tardarono e Mussolini criticò l'operato di Graziani e proibì pubblicamente l'uso di aggressivi chimici. Ciò nonostante l'iprite fu utilizzata ancora sul fronte nord da Badoglio in almeno due occasioni. Il 30 dicembre 1935 in un bombardamento italiano a Malca Dida, eseguito secondo gli espliciti ordini di Graziani, venne colpito un ospedale svedese causando la morte di 28 ricoverati e di un medico svedese[4].
Pure i soldati abissini utilizzarono armi proibite, in modo particolare i proiettili esplosivi Dum-dum, anch'essi vietati dalla convenzione di Ginevra (cfr. Indro Montanelli), che gli vennero forniti regolarmente dal Regno Unito e Svezia. Lo storico britannico James Strachey Barnes, fascista, poi naturalizzato italiano con il nome Giacomo, sostenne all'epoca, come riferisce Arrigo Petacco, riguardo all'uso dell'iprite che gli italiani "lo fecero legalmente quando gli abissini violarono altre convenzioni: l'evirazione dei prigionieri, l'impiego delle pallottole esplosive e l'abuso del simbolo della Croce Rossa"[5].
[modifica] L'occupazione di Harar e Dire Daua
Il 15 aprile 1936 Benito Mussolini ordinò a Graziani di raggiungere ed occupare Harar. Graziani raggiunse Dagahbùr, il 25 aprile. Poi le piogge ne rallentarono maggiormente l'avanzata sull'obiettivo prefissato giungendo a Dire Daua poche ore dopo il passaggio dell'imperatore in viaggio verso l'esilio. Graziani, al fine di intercettare il treno che portava in esilio l'imperatore sconfitto e prenderlo prigioniero, chiese più volte il permesso di bombardare i binari per bloccare il treno ma il permesso gli fu negato dal Duce in persona.[6]. Dopo l'occupazione di Harar Graziani fu nominato Maresciallo d'Italia e marchese di Neghelli.
[modifica] Viceré d'Etiopia
Nominato viceré d'Etiopia, in seguito alla rinuncia di Badoglio, Graziani in questa veste fece costruire numerosi edifici pubblici avvalendosi della manodopera e delle risorse locali. A ciò si affiancò anche una dura opera di repressione da parte degli italiani. Furono istituiti campi di prigionia, erette forche pubbliche e uccisi i rivoltosi.[7]. Ras Destà appena catturato fu passato per le armi.[8]. Graziani ordinò di uccidere i ribelli catturati gettandoli dagli aerei in volo. Molti militari italiani si fecero riprendere dai fotografi accanto ai cadaveri penzolanti dalle forche o accoccolati intorno a ceste piene di teste mozzate. Per tutti questi fatti, dai giornali italiani del dopoguerra Graziani fu soprannominato "il macellaio d'Etiopia".
[modifica] L'attentato ad Addis Abeba contro Graziani e la rappresaglia
Il 19 febbraio 1937, fu organizzata una cerimonia per festeggiare la nascita del principe di Napoli Vittorio Emanuele di Savoia. La cerimonia, alla quale erano stati invitati i notabili locali; si svolse presso il Piccolo Ghebì imperiale.
Nel corso della cerimonia era prevista anche una distribuzione di "Talleri d'argento" ai poveri, cosa che iniziò subito dopo l'arrivo dell'abuna Kirillos. A mezzogiorno, improvvisamente, scoppiò una prima bomba, poi di seguito tutte le altre, fino a raggiungere un numero complessivo di nove.
Graziani, gravemente ferito, fu subito trasportato all'ospedale della Consolata[9]. Subito alcuni complici degli attentatori aprirono il fuoco a cui risposero pesantemente i carabinieri italiani[10] Cominciò immediatamente il rastrellamento di polizia che portò a numerosi scontri a fuoco nelle strade cittadine, mentre nelle ore successive iniziò la rappresaglia, condotta solitamente da civili italiani della colonia. Nell'attentato morirono sette persone di cui quattro italiani e due zaptiè, circa cinquanta furono i feriti ricoverati in ospedale colpiti dalle schegge [11].
Nei giorni seguenti le rappresaglie del governo causarono molti morti tra la popolazione etiopica. almeno 3.000 morti secondo le stime britanniche, 30.000 secondo le fonti etiopiche. Gli accertamenti italiani successivi riportarono il computo dei morti etiopici a più di 300[12] È utile ricordare che sebbene le fonti italiane fossero ampiamente giustificazioniste, quelle britanniche e francesi, che erano allora ostili all'Italia (avevano votato le sanzioni), sono esagerate in senso opposto. Graziani restò ricoverato in ospedale 68 giorni dei quali, i primi giorni li trascorse tra la vita e la morte.[13]
"Nel febbraio 1937 in seguito ad un tentativo di omicidio ai danni del vicere' italiano nell'Africa orientale, Graziani ordino' ai soldati italiani di compiere un'incursione nel famoso monastero etiope di Debre Libanos, dove gli attentatori si erano rifugiati per breve tempo, e fece uccidere i monaci e le suore del monastero". (traduzione dalla pagina in inglese Italian East Africa - Wikipedia).
Nel novembre 1937 il Duca d'Aosta fu nominato viceré d'Etiopia e Graziani nel febbraio dell'anno seguente rientrò in Italia.
[modifica] La seconda guerra mondiale
Nel 1938 il suo nome compare tra i firmatari del Manifesto della razza in appoggio alle leggi razziali fasciste. Il 3 novembre del 1939, a Seconda guerra mondiale già iniziata, Graziani divenne capo di stato maggiore dell'esercito: questa carica lo rendeva però direttamente dipendente da Mussolini, dal Re Vittorio Emanuele III di Savoia e dallo stesso Badoglio, col quale non correva buon sangue. Anche se contrario all'ingresso dell'Italia nel conflitto, poco dopo la dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) Graziani partecipò ad alcune operazioni minori contro la Francia. Il 24 giugno i francesi chiesero l'armistizio e quattro giorni dopo Graziani tornò a Roma, dove ricevette la notizia della morte di Italo Balbo. Costretto a succedergli nella carica di governatore della Libia, gli venne ordinato dal Duce di invadere l'Egitto.
L'attacco, impossibile viste le condizioni fisiche e logistiche dei soldati italiani, iniziò il 25 agosto sotto la minaccia di Mussolini di ritorsioni verso di lui. La campagna militare ricevette un duro colpo quando il 27 ottobre i gerarchi fascisti decisero l'attacco alla Grecia: disperando della riuscita nell'impresa, Graziani approvò l'arrivo della milizia tedesca Afrika Korps (prima aveva rifiutato per ben tre volte l'aiuto offerto da Adolf Hitler) e lasciò il comando delle truppe dell'asse ad Erwin Rommel. L'11 febbraio del 1941 lasciò la Libia e tornò in Italia: subito alcuni potenti uomini politici chiesero ed ottennero un'inchiesta contro di lui (Roberto Farinacci lo accusò privatamente di "codardia") ma tale azione non portò ad alcun risultato. Per oltre due anni Graziani rimase senza nessun incarico.
[modifica] La Repubblica Sociale Italiana
Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana divenne Ministro della Difesa. Per prima cosa fece approvare una legge che imponeva l'arruolamento obbligatorio ed un severo addestramento in Germania. L'effetto fu di rafforzare la resistenza partigiana, che attirava più facilmente i tanti renitenti alla leva.
[modifica] Ultimi anni
Con le truppe anglo-americane ormai alle porte, la sera del 29 aprile 1945 Graziani si arrese a Milano al IV Corpo d'armata statunitense. Dopo un mese di prigionia a Roma, in giugno fu inviato in Algeria ed il 16 febbraio del 1946 venne rinchiuso nel carcere di Procida. Nel periodo di detenzione egli scrisse tre opere: "Ho difeso la patria", "Africa settentrionale 1940-41" e "Libia redenta". Nel frattempo, la sua adesione al Movimento Sociale Italiano non migliorò la situazione ed il 5 giugno del 1948 si aprì contro di lui un processo che lo condannò a 19 anni di carcere, di cui però 17 gli furono condonati, grazie ad alcuni cavilli trovati non solo dai suoi avvocati ma anche dagli stessi giudici.
Questi infatti, sia con il caso di Rodolfo Graziani che con quelli di altri fascisti della Repubblica Sociale Italiana, stabilirono che l'imputato non fosse in grado di incidere sulle decisioni del Governo, anche se Graziani durante la RSI fu ministro della Difesa e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani (il famoso bando Graziani, appunto). In più, sempre come esempio, l'efferatezza delle torture inflitte era stabilita in base al ribrezzo causato dalle torture al torturatore stesso!
Nel 1952 si iscrisse al MSI, di cui divenne presidente onorario un anno dopo. Nel gennaio del 1954, durante il congresso di Viareggio, pronunciò un discorso nel quale tracciava le sue idee per rilanciare il movimento. Accusato di golpismo dai detrattori e di mancanza di attinenza con la realtà da altri suoi camerati, preferì ritirarsi dalla vita politica con profondo dispiacere. Negli ultimi giorni della sua vita, sentendo vicina l'ora della fine, si trasferì da Affile a Roma, preferendo così morire nella "città eterna".
[modifica] Curiosità
Nel 1980 un film, Il leone del deserto, di coproduzione Usa e Siria, fu dedicato alla lotta di liberazione libica contro il colonialismo italiano: nella pellicola, che sembra in parte prodotta grazie al finanziamento di Muʿammar Gheddafi, si narrano in maniera molto dettagliata alcune tecniche di guerra adottate. All'epoca vi fu un procedimento contro tale film per "vilipendio delle Forze Armate". La pellicola non è mai stata distribuita in Italia, finché, in occasione della visita del leader libico Gheddafi in Italia, è stato trasmesso dall'emittente satellitare Sky nel giugno del 2009. Il regista, Moustapha Akkad, fu ucciso in Giordania nel 2005 in un attentato di terroristi filoiracheni.[1]
Tra gli interpreti Rod Steiger impersona Mussolini, Oliver Reed impersona Graziani ed Anthony Quinn impersona il leader della resistenza libica ʿOmar al-Mukhtār.
Giuni Russo nell'album Energie (1981) ha intitolato una canzone > ("Lettera Al Governatore Della Libia") scritta con Franco Battiato e Maria Antonietta Sisini. Successivamente Franco Battiato ha inciso "Lettera al Governatore della Libia" (nell'album dal vivo "Giubbe Rosse" - EMI 1989) modificando leggermente il testo con un riferimento esplicito a Graziani.
[modifica] Citazioni di Graziani
- Io mi sono sentito fascista dalla nascita[14]
| Predecessore: | Vicegovernatore della Tripolitana | Successore: |
|---|---|---|
| Domenico Siciliani | 1930 - 1934 | Guglielmo Nasi |
| Predecessore: | Governatore Generale della Somalia Italiana | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Maurizio Rava | 6 marzo 1935 - 9 maggio 1936 | Unito al governatorato dell'AOI |
| Predecessore: | Governatore della Somalia Italiana (come parte dell'AOI) |
Successore: | |
|---|---|---|---|
| Titolo inesistente | 9 maggio - 22 maggio 1936 | Angelo De Ruben |
| Predecessore: | Vicerè d'Etiopia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Pietro Badoglio | 11 giugno 1936 - 21 dicembre 1937 | Amedeo di Savoia |
| Predecessore: | Governatore della Libia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Italo Balbo | 1º luglio 1940 - 25 marzo 1941 | Italo Gariboldi |
[modifica] Note
- ^ Domenico Quirico Lo squadrone bianco Edizioni Mondadori Le Scie 2002 pag. 309-310 "Aveva intuito la strategia giusta per battere la guerriglia che ci aveva angosciato per vent'anni: mobilità, rapidità negli spostamenti, bisogna essere più veloce del nemico, non dargli tregua, arrivare sempre prima di lui. E gli ascari eritrei e libici, i meharisti e la cavalleria indigena servirono perfettamente allo scopo; integrati nelle "colonne mobili" diedero un apporto fondamentale alla repressione della rivolta libica, grazie alle autoblinde, ai camion, all'aviazione che consentivano di spingersi nel cuore dei santuari nemici dove fino ad allora l'asprezza del deserto aveva fermato perfino l'impeto degli ascari."
- ^ Bernard Bridel. Les ambulances à Croix-Rouge du CICR sous les gaz en Ethiopie su Le Temps (in francese)
- ^ «Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco.» «Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini».
- ^ Andrea Molinari, La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale, Hobby & work; pagina 99
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, p. 118
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 165 "Viaggiando lentamente sull'altipiano fradicio di pioggia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin Chapman Andrews, console britannico a Harar".
- ^ «Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Mussolini.» «Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini.»
- ^ Giuseppe Mayda Storia Illustrata Anno XI n.114 maggio 1967 nell'articolo "Graziani il Maresciallo dal pugno di ferro" pag.74 "Quindi Graziani allestì campi di concentramento, fece passare per le armi i capi rivoltosi. Ras Destà venne fucilato appena catturato."
- ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani", articolo su Storia illustrata, 1971 p. 99 "Quando Graziani era caduto a terra, un capitano dei carabinieri gli aveva salvato la vita freddando, con due colpi di pistola, due attentatori nell'atto di lanciargli contro altre bombe. Dopo lo scoppio della nona bomba, ci fu una sequenza serrata di altri lanci che però non produssero danni perché gli ordigni, ancora con la linguetta attaccata, risultarono inoffensivi."
- ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani", articolo su Storia illustrata, 1971 pag 99 "Ci fu una breve sparatoria contro il Piccolo Ghebì. Erano alcuni complici, capeggiati da un armeno, che sparavano all'impazzata, allo scopo di facilitare la fuga dei lanciatori."
- ^ Angelo Del Boca Gli italiani in Africa Orientale III Edizioni Mondadori 2000 pag 83 "I morti sono sette: un carabiniere, due soldati di sanità, due zaptiè, un tecnico italiano che aveva curato l'impianto degli altoparlanti e il chierico copto che reggeva l'ombrello dell'abuna. Il termine, che significa "padre nostro", è usato per riferirsi rispettosamente a un prete copto. I feriti, più o meno gravi, sono una cinquantina, fra i quali il vice-governatore generale S.E. Armando Petretti, i generali Liotta, Gariboldi e Armando, i colonnelli Mazzi e Amantea, il governatore di Addis Abeba S.E. Siniscalchi, l'on. Fossa, il federale Cortese, l'abuna Cirillo, l'ex ministro etiopico a Roma Afework e i giornalisti Appelius, Pegolotti, Poggiali e Italo Papini. Il più grave di tutti è il generale Liotta, che ha perso l'occhio destro e al quale debbono amputare una gamba. Quanto a Graziani, egli è stato investito da 350 schegge, ha perso molto sangue, ma dopo che il capitano medico Tarquini lo ha operato per allacciargli l'arteria femorale destra, le sue condizioni vengono giudicate soddisfacenti"
- ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani", articolo su Storia illustrata, 1971 pag 100 testimonia Beppe Pegolotti, presente agli avvenimenti che "c'è da dire che ci fu molta esagerazione da parte dei corrispondenti esteri, circa il numero degli uccisi, che fu fatto ascendere addirittura a tremila. L'eccidio fu pesante. Ma gli accertamenti stabilirono il numero in circa trecento. Si ebbero, purtroppo, diversi casi di esecuzione sommaria, ai quali tuttavia le truppe rimasero estranee. I cadaveri furono lasciati per tre giorni sui margini delle strade, nei prati antistanti i "tucul". Il mercato indigeno fu distrutto dalle fiamme, incendiati furono anche certi gruppi di "tucul" dove erano stati trovati fucili e munizioni."
- ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani", articolo su Storia illustrata, 1971 pag ""
- ^ Biografia nel sito dell'ANPI
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[modifica] Collegamenti esterni
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| Capitale | Addis Abeba |
| Imperatore d'Etiopia | Vittorio Emanuele III, re d'Italia e re d'Albania (dal 1939) |
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| Sovrano | Vittorio Emanuele III, re d'Italia, imperatore d'Etiopia (dal 1936) e re d'Albania (dal 1939) | |