Giovanni Amendola

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Giovanni Amendola
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Amendolag.jpg
Luogo nascita Napoli
Data nascita 15 aprile 1882
Luogo morte Cannes
Data morte 7 aprile 1926
Titolo di studio Laurea in Lettere
Professione Docente universitario, pubblicista, giornalista
Partito Democrazia liberale, Unione Democratica Nazionale
Legislatura XXV, XXVI, XXVII
Gruppo Demosociale
Collegio Salerno
Incarichi parlamentari
Pagina istituzionale

Giovanni Amendola (Napoli, 15 aprile 1882Cannes, 7 aprile 1926) è stato un politico e giornalista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nasce a Napoli nel 1882 da Pietro, originario di Sarno, carabiniere, e Adelaide Aglietta. A due anni è con i genitori a Firenze, dove il padre presta servizio per l'Arma. Si trasferisce poi a Roma, dove consegue la licenza media.

A quindici anni (1897) s'iscrive alla gioventù socialista. L'anno successivo (1898) è apprendista al quotidiano radicale «La Capitale». Nello stesso anno avvengono a Milano i moti popolari. La repressione ordinata dal governo impone lo scioglimento di molte sedi socialiste in tutta Italia. Amendola viene arrestato per aver voluto impedire la chiusura della sede romana.

Negli anni successivi Amendola scrive alcuni articoli per «La Capitale» (direttore Edoardo Arbib), su esoterismo e teosofia. Tramite Arbib entra in contatto con la Loggia della Società Teosofica, che sul finire dell'Ottocento contava adepti quasi in ogni regione d'Italia. Tra il 1900 e il 1905 è membro della loggia capitolina, guidata da Isabel Cooper Oakley. Viene introdotto in un mondo cosmopolita, impara l'inglese e il francese.[1] Quando capisce però che la teosofia che sta studiando, lungi dall'essere una teoria scientifica, altro non è che una variante del protestantesimo, lascia la loggia.[2] Durante quel periodo conosce l'intellettuale lituana Eva Oscarovna Kühn e se ne innamora. Si sposano religiosamente (con rito valdese) il 25 gennaio 1906 e civilmente il 7 febbraio. Dalla loro unione nasceranno quattro figli: Giorgio (1907), Adelaide (1910), Antonio (1916) e Pietro (1918).

La sua ricerca interiore, volta ad individuare una sintesi tra misticismo e razionalismo, lo porta a studiare la poetica del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906). Scrive due articoli per la rivista letteraria fiorentina «Leonardo» di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini.[3], e collabora alla rivista modernista «Il Rinnovamento» (1907-1909). Il 24 maggio 1905 viene iniziato alla massoneria di Palazzo Giustiniani il 24 maggio del 1905, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all'Oriente di Roma.[4] L'anno successivo soggiorna con la moglie a Berlino e Lipsia, dove segue i corsi di Wilhelm Wundt (1832-1920), fondatore di un noto metodo sperimentale in psicologia. Nel 1908 abbandona la massoneria.[5]

Nell'ottobre 1909 si stabilisce con la famiglia a Firenze, dove dirige la Biblioteca filosofica. Tenta di fondare una rivista di studi religiosi di ispirazione modernista finanziata da Alessandro Casati (che Amendola aveva conosciuto ai tempi della collaborazione a «Rinnovamento»), ma il progetto non vede la luce. Collabora con «La Voce», fondata nel 1908 da Prezzolini. Nel 1911 fonda e dirige una sua rivista assieme a Papini, «L'Anima» (1911). In quell'anno si laurea in filosofia con una tesi su Immanuel Kant (La Categoria. Appunti critici sullo svolgimento della critica delle Categorie da Kant a noi). In quell'anno la questione più scottante del dibattito politico italiano è l'utilità di un intervento militare in Libia. Amendola, critico in un primo tempo verso la campagna coloniale in Libia, appoggia tuttavia lo sforzo bellico, dalle colonne della «Voce», dopo l'inizio del conflitto, contribuendo a far aderire all'impresa libica la rivista stessa.[6]

Collabora con «il Resto del Carlino» con articoli di carattere culturale, grazie ai buoni uffici di Mario Missiroli.[7], per diventare poi (luglio 1912) corrispondente da Roma del quotidiano. Alla vigilia delle elezioni del 1913 sollecita i radicali a schierarsi con Giovanni Giolitti (capo del governo) e a staccarsi dai socialisti. Le elezioni confermarono la maggioranza uscente; risultano inoltre quasi tutti eletti i candidati del Patto Gentiloni. Amendola non è contrario all'ingresso dei cattolici nella vita nazionale, ma si esprime contro la creazione di un partito confessionale.

Tenta la carriera accademica ottenendo la libera docenza in Filosofia teoretica, ma nel 1913 non ottiene nessuna cattedra. L'anno successivo (aprile 1914) è nominato per un anno docente di Filosofia teoretica all'Università di Pisa. Pochi mesi dopo (giugno) viene assunto alla redazione romana del «Corriere della Sera» (già all'epoca il maggiore quotidiano italiano). Rinuncia per sempre all'attività accademica, per rimanere a Roma ed avviarsi alla carriera pubblicistica e politica.

Mantenendo posizioni irredentiste democratiche, si schiera per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Tenente di artiglieria sul fronte dell'Isonzo, è insignito di una medaglia di bronzo al valor militare. Tornato in Italia, la carriera pubblicistia e quella politica proseguono parallelamente. Nel 1916 è capo dell'ufficio di Roma del «Corriere della Sera». Nel 1917 è tra i promotori del Patto di Roma, un accordo tra rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell'impero austro-ungarico e l'autodeterminazione dei popoli. Tale iniziativa venne poi contraddetta dalla politica del ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, con il quale Amendola polemizzò duramente tra il 1918 e il 1919.[8]

Deputato alla Camera[modifica | modifica wikitesto]

La lapide commemorativa dell'inizio dell'attività politica di Amendola, posta sulla facciata del palazzo municipale in piazza IV Novembre

Alle elezioni politiche del 1919 Amendola si candida con il partito Democrazia Liberale.[9] È eletto nel collegio di Salerno. Entra così per la prima volta in Parlamento. La sua lista sostiene la corrente che fa capo al leader radicale Francesco Saverio Nitti, personaggio con il quale rimarrà in contatto fino alla morte.

È rieletto alla Camera nel maggio 1921; entra nel gruppo parlamentare "Democrazia unitaria". Poi lascia il «Corriere della Sera» per fondare un nuovo quotidiano con Andrea Torre (anch'egli salernitano e proveniente dal «Corriere») e Giovanni Ciraolo. Il 26 gennaio 1922 vede la luce «Il Mondo», destinato a diventare nel giro di pochi anni una delle voci più autorevoli della stampa democratica. Proteso ad unificare i vari gruppi liberaldemocratici in Parlamento, il 29 aprile 1922 Amendola fonda il Partito della Democrazia Sociale. Poi, alleandosi con Nitti, fonda il «Partito democratico italiano» (giugno 1922). Alla nuova formazione aderiscono 32 deputati. Il gruppo dei fondatori del «Mondo» si spacca: Andrea Torre cede infatti «Il Mondo» alla corrente di Amendola. L'anno seguente aderirà al fascismo.[10] In agosto Amendola è chiamato nel secondo governo Facta, in quota liberaldemocratica, a ricoprire la carica di ministro delle Colonie.

L'opposizione al fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la marcia su Roma e l'insediamento del governo Mussolini (16 novembre 1922) Amendola sceglie una linea di ferma opposizione. Difensore delle prerogative del Parlamento, si schiera decisamente contro il governo Mussolini, non accettando le posizioni di compromesso che avanzano altri esponenti della classe dirigente liberale, come Giovanni Giolitti e Antonio Salandra. Le sue posizioni critiche verso il regime gli valsero frequenti intimidazioni e aggressioni, fino a giungere all'aggressione fisica, quando fu bastonato da quattro fascisti e ferito alla testa, il 26 dicembre 1923 a Roma.

Nell'aprile 1924 si candida alla Camera nella circoscrizione della Campania. Viene rieletto, diventando uno degli esponenti più in vista dell'opposizione. Nel mese successivo dà vita all'«Unione meridionale», trasformata in Unione Nazionale nel novembre successivo. Dopo il delitto Matteotti Amendola scrive sul «Mondo» (giugno 1924): “Quanto alle opposizioni, è chiaro che in siffatte condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. […] Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l'illegalismo, esso è soltanto una burla”.[11] Successivamente coalizza le opposizioni (socialista, cattolica e liberale) in quella che passerà alla storia come «Secessione dell'Aventino». Annuncia che non avrebbe partecipato alle attività parlamentari fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità. Insieme al socialista Filippo Turati, promuove una linea di opposizione non violenta al governo, confidando che, dinnanzi alle responsabilità del fascismo nella morte di Matteotti, il re si decida a nominare un nuovo governo. È contrario a qualsiasi partecipazione popolare nella lotta per abbattere il governo Mussolini ma, allo stesso tempo, rimane ostile a ricercare accordi con altri oppositori del fascismo che non avevano aderito all'Aventino ed erano restati in aula.

Qualche mese dopo propone a Benedetto Croce di scrivere un manifesto che riunisse le maggiori intelligenze antiregime (da tale appello nacque poi il Manifesto degli intellettuali antifascisti). La secessione dell'Aventino non produce i risultati sperati. Alla fine del 1924 il governo Mussolini è ancora in carica.

All'inizio del 1925 Mussolini dà il giro di vite decisivo alla già repressiva politica del governo nei confronti delle opposizioni. Archiviata la crisi dell'anno precedente, il fascismo inizia ad instaurare la dittatura con una serie di leggi liberticide. A farne le spese furono sono gli antifascisti, compreso Amendola e l'Unione Nazionale. Il 20 luglio 1925, il deputato viene aggredito da una quindicina di sicari armati di bastone all'albergo Pace di Montecatini (PT).[12] Si fa visitare a Parigi, alla fine dell'anno ed agli inizi del 1926. Viene operato: i chirurghi rilevano un ematoma sulla regione corrispondente all'emitorace sinistro.

Amendola viene allora trasferito a Cannes, in Provenza, dove muore all'alba del 7 aprile 1926 nella clinica Le Cassy Fleur, non essendosi più ripreso dalle percosse ricevute.[13] L'episodio fu l'ultimo di una lunga serie di intimidazioni ricevute da Giovanni Amendola, dal figlio Giorgio, e dalla redazione de Il Mondo.

Gli eredi[modifica | modifica wikitesto]

La coppia aveva avuto quattro figli:

Il figlio Antonio fu molto attivo, anche all'interno dei Gruppo Universitario Fascista (GUF) e dei Littoriali della cultura e dell'arte, nell'organizzare l'antifascismo tra gli intellettuali italiani sotto il regime mussoliniano.[16] Il figlio Giorgio Amendola è stato un partigiano e un politico del comunista, come pure il fratello Pietro.

Nel 1950 fu concessa una pensione straordinaria alla vedova di Giovanni Amendola, Eva Kühn.[17]

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

I giornalisti italiani hanno dedicato alla memoria di Giovanni Amendola il loro Istituto di previdenza (INPGI).[18][19]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Maine de Biran. Quattro lezioni tenute alla Biblioteca filosofica di Firenze nei giorni 14, 17, 21 e 24 gennaio 1911, Firenze, La rinascita del libro, 1911.
  • La volontà è il bene. Etica e religione, Roma, Libreria Editrice Romana, 1911.
  • La categoria. Appunti critici sullo svolgimento della dottrina delle categorie da Kant a noi, Bologna, Stabilimento poligrafico emiliano, 1913.
  • Etica e biografia, Milano, Studio editoriale lombardo, 1915.
  • Il Patto di Roma, con Giuseppe Antonio Borgese, Ugo Ojetti, Andrea Torre, Roma, La Voce, 1919.
  • Il patto di Roma e la polemica. Discorso tenuto da Giovanni Amendola il 18 maggio 1919 agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino, Sarno, Fischetti, 1919.
  • Le forme essenziali della nostra vita politica e il rinnovamento postbellico, Sarno, Fischetti, 1919.
  • Una battaglia liberale. Discorsi politici (1919-1923), Torino, Piero Gobetti, 1924.
  • La democrazia. Dopo il 6 aprile 1924, Milano, Corbaccio, 1924.
  • Per una nuova democrazia. Relazioni e discorsi al I Congresso dell'Unione nazionale, con altri, Roma, Soc. ital. di edizioni, 1925.
  • Illegalismo fascista. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati il 6 giugno 1924, Padova, R. Guerrini, 1943.
  • La nuova democrazia, Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1951.
  • La democrazia italiana contro il fascismo. 1922-1924, Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1960.
  • Discorsi politici. 1919-1925, Roma, Camera dei deputati, 1968.
  • La crisi dello stato liberale. Scritti politici dalla guerra di Libia all'opposizione al fascismo, Roma, Newton Compton, 1974.
  • L'Aventino contro il fascismo. Scritti politici. (1924-1926), Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1976.
  • Contro il fascismo nel Mezzogiorno. Lotta politica nel Salernitano (1919-1925) nella corrispondenza con Benedetto e Gherardo Marone, Napoli, Storia di Napoli e della Sicilia, 1978.
  • Giovanni Amendola e la cultura italiana del Novecento (1899-1914). Alle origini della nuova democrazia, II, Lettere ad Alessandro Casati, Roma, ELIA, 1978.
  • Carteggio Croce-Amendola, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982.
  • Carteggio, 1897-1909, Roma-Bari, Laterza, 1986. ISBN 88-420-2704-9
  • Carteggio, 1910-1912, Roma-Bari, Laterza, 1987. ISBN 88-420-2927-0
  • Scritti su Giovanni Vailati, con Luigi Einaudi, Norberto Bobbio, Crema, Leva Artigrafiche, 1999.
  • Carteggio, 1919-1922, Manduria, P. Lacaita, 2003. ISBN 88-88546-16-2
  • Carteggio, 1923-1924, Manduria, P. Lacaita, 2006. ISBN 88-89506-48-2

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eva Kühn Amendola: Vita con Giovanni Amendola, Parenti, Firenze 1960
  • Giorgio Amendola: Una scelta di vita, Rizzoli, Milano, 1976 ISBN 88-17-12610-1
  • Simona Colarizi: I democratici all'opposizione: Giovanni Amendola e l'Unione Nazionale (1922-1926), Il Mulino, Bologna, 1973
  • Antonio Sarubbi: Il Mondo di Amendola e Cianca e il crollo delle istituzioni liberali (1922-1926), Milano, 1998 ISBN 978-88-464-0514-2 (1986, 1998)[20]
  • Elio d'Auria: Liberalismo e democrazia nell'esperienza politica di Giovanni Amendola, Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro, 1978
  • Elio d'Auria: Giovanni Amendola: Epistolario 1897-1926, 6 volumi, La Terza e La Caita, Roma-Bari, 1986-2011
  • Elio d'Auria (a cura di): Giovanni Amendola e la Crisi dello Stato Liberale. Scritti Politici dalla guerra di Libia all'opposizione al Fascismo, Newton Compton Editori, Roma, 1974

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La moglie ricorda che "allargò il cerchio delle sue conoscenze ed amicizie e lo stesso orizzonte della sua vita". Cfr. Eva Kuhn Amendola, Vita con Giovanni Amendola. Epistolario 1903-1926 Parenti, Firenze, 1960, p. 17
  2. ^ Michele Magno, L'altro Amendola in Il Foglio, 21 dicembre.
  3. ^ Giampiero Carocci, Giovanni Amendola nella crisi dello stato italiano (1911-1925), Milano, Feltrinelli, 1956. Pag. 11.
  4. ^ Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie di Massoni famosi, Roma-Milano, Erasmo Edizioni-Mimesis, 2005, p. 12.
  5. ^ Michele Magno, op.cit.
  6. ^ G. Carocci, op.cit, pag. 20.
  7. ^ Michele Magno, op.cit.
  8. ^ Giovanni Amendola: Il Patto di Roma e la "polemica". (Discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino). Tipografia Fischetti, Sarno 1919. Online: Il patto di Roma e la "polemica" : discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino: Amendola, Giovanni, 1882-1926
  9. ^ Michele Magno, op.cit.
  10. ^ Nuovi finanziamenti del quotidiano furono forniti dal ricco proprietario sicialiano Filippo Pecoraino, già finanziatore dell'«Ora» di Palermo.
  11. ^ Michele Magno, op.cit.
  12. ^ Secondo altre fonti, in località La Colonna a Pieve a Nievole, sempre in provincia di Pistoia.
  13. ^ «Colpito da un male incurabile», secondo il sarcastico commento di Antonio Casertano, Presidente della Camera dei deputati.
  14. ^ Articolo su Pietro Amendola
  15. ^ Dal '48 al '69 Pietro era deputato per il PCI.
  16. ^ Elisabetta Castellani, Come siamo diventati antifascisti, http://www.ilmanifesto.it/25aprile/01_25Aprile/9501rs08.01.htm
  17. ^ Camera dei deputati Seduta pomeridiana del 21 giugno 1950 pagina 2 di questo documento online (p. 19858; 19860/19881)
  18. ^ Giovanni Amendola, una vita per la democrazia (e il giornalismo), di R.F.C.
  19. ^ INPGI
  20. ^ Informazione sul libro

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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Giuseppe Girardini 26 febbraio - 20 ottobre 1922 Luigi Federzoni

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