Giovanni Amendola
| Parlamento italiano Camera dei deputati |
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| Luogo nascita | Napoli |
|---|---|
| Data nascita | 15 aprile 1882 |
| Professione | giornalista, docente universitario |
| Partito | Democrazia liberale, Unione nazionale |
| Legislatura | XXV, XXVI, XXVII. |
| Gruppo | gruppo demosociale |
| Collegio | (Salerno) |
| Incarichi parlamentari | |
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Giovanni Amendola (Napoli, 15 aprile 1882 – Cannes, 7 aprile 1926) è stato un politico e giornalista italiano.
Indice |
[modifica] Biografia
Nacque nel 1882 da genitori originari di Sarno (Salerno).
Nella sede romana della Società Teosofica nel 1903 il giovane Amendola conobbe la futura moglie, l'intellettuale lituana Eva Kuhn. Questa ricorda come, grazie alla teosofia, Amendola "allargò il cerchio delle sue conoscenze ed amicizie e lo stesso orizzonte della sua vita".[1] Si sposarono religiosamente il 25 gennaio 1906 e civilmente il 7 febbraio.
Amendola fu iniziato alla Massoneria di Palazzo Giustiniani il 24 maggio del 1905, nella Loggia Giandomenico Romagnosi all'Oriente di Roma.
Dopo la laurea in filosofia, nel 1911, con una tesi su Immanuel Kant (La Categoria. Appunti critici sullo svolgimento della critica delle Categorie da Kant a noi) collaborò con alcune testate giornalistiche, tra cui Il Leonardo di Giovanni Papini e La voce di Giuseppe Prezzolini. Ostile al liberale Giovanni Giolitti, per la sua politica di compromesso, guardò con interesse al movimento nazionalista. In un primo tempo critico verso la campagna coloniale in Libia, appoggia tuttavia lo sforzo bellico, dalle colonne della Voce, dopo l'inizio del conflitto.
Ottenne la cattedra di filosofia teoretica presso l'Università di Pisa, ma si dedicò prevalentemente al giornalismo. Nel 1912 divenne corrispondente da Roma del Resto del Carlino e nel 1914 passò al Corriere della Sera di Luigi Albertini. Mantenendo posizioni di irredentiste democratiche, si schierò per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale e partecipò al conflitto come ufficiale d'artiglieria del Regio Esercito . Nel 1917 fu tra i promotori del Patto di Roma, un accordo tra rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell'impero austro-ungarico e l'autodeterminazione dei popoli. Tale iniziativa venne poi contraddetta dalla politica del ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, con il quale Amendola polemizzò duramente tra il 1918 e il 1919. [2]
[modifica] Deputato alla Camera
Proprio nel 1919 Amendola venne eletto per la prima volta deputato alla Camera, nel collegio di Salerno, nella lista della Democrazia liberale. Era particolarmente legato alla corrente che faceva capo a Francesco Saverio Nitti, con il quale rimase in contatto fino alla morte. Dopo essere stato fin dal 1916 capo dell'ufficio di Roma del Corriere della Sera, nel 1922 diede vita, insieme ad Andrea Torre, Giovanni Ciraolo e ad altri intellettuali, al quotidiano Il Mondo, destinato a diventare nel giro di pochi anni una delle voci più autorevoli della stampa antifascista.
Fu rieletto alla Camera nel 1921 e l'anno successivo fu nominato ministro delle Colonie da Luigi Facta, allora Presidente del Consiglio.
Amendola era fautore di una linea politica liberal-democratica e si schierò decisamente contro il governo Mussolini, non accettando le posizioni di compromesso che avanzarono altri esponenti della classe dirigente liberale come Giolitti e Salandra.
[modifica] L'opposizione al fascismo
Fu tra i primi a riconoscere la natura "religiosa" del fascismo e, probabilmente, si deve a lui il termine totalitarismo. Le sue posizioni critiche verso il regime gli valsero frequenti intimidazioni e aggressioni, fino a giungere all'aggressione fisica, quando fu bastonato da quattro fascisti e ferito alla testa, il 26 dicembre 1923 a Roma.
Nel 1924 si candida alla Camera nella circoscrizione della Campania in una lista antifascista, l'Unione nazionale e viene rieletto, diventando uno dei massimi esponenti dell'antifascismo. Dopo il delitto Matteotti è tra i deputati che danno vita al cosiddetto «Aventino», rifiutandosi di partecipare alle attività parlamentari fino a quando non fosse stata ripristinata la legalità. Diventa, insieme a Filippo Turati, il massimo esponente dell'opposizione aventiniana e promuove una linea non violenta di opposizione al fascismo, confidando che, dinnanzi alle responsabilità del fascismo nella morte di Matteotti, il re si decida a nominare un nuovo governo. Era contrario a qualsiasi partecipazione popolare nella lotta per abbattere il governo Mussolini e, allo stesso tempo, era ostile a ricercare accordi con altri oppositori del fascismo che non avevano aderito all'Aventino ed erano restati in aula. Questa posizione è stata spesso criticata.
Amendola era fautore della politica di vecchia maniera, basata sulle posizioni personali e sul clientelismo, e in questo è forse da individuare uno dei maggiori limiti della sua politica. Tuttavia si rendeva conto che, con il sorgere della società di massa, non era possibile lasciare i partiti privi di organizzazioni sul territorio e perciò, nel maggio 1924, diede vita alla Unione meridionale, trasformata in Unione Nazionale nel novembre successivo. Era un tentativo di organizzare le forze liberali antifasciste. Qualche mese dopo propose a Benedetto Croce di scrivere un manifesto che riunisse le maggiori intelligenze antiregime (da tale appello nacque poi il Manifesto degli intellettuali antifascisti).
Nel 1925 Mussolini diede un giro di vite alla libertà politica. Superata la crisi Matteotti, il fascismo iniziò ad instaurare la dittatura con una serie di leggi liberticide. A farne le spese furono tutti gli antifascisti, compreso Amendola e l'Unione Nazionale. Il 20 luglio 1925, il deputato liberale fu aggredito dagli squadristi in località La Colonna a Pieve a Nievole (in provincia di Pistoia) e non si sarebbe più ripreso dalle percosse subite.
Muore a Cannes, in Francia, dopo lunga agonia provocata dalle percosse ricevute a Serravalle Pistoiese.[3]
L'episodio fu l'ultimo di una lunga serie di intimidazioni ricevute da Giovanni Amendola, dal figlio Giorgio, e dalla redazione de Il Mondo.
[modifica] Gli eredi
Nel 1950 fu concessa una pensione straordinaria alla vedova di Amendola.[4]
La coppia ebbe quattro figli:
- Ada (Adelaide) (1910 - 1980)
- Antonio (28 febbraio 1916 - 20 ottobre 1953)
- Giorgio (Roma, 21 novembre 1907 – Roma, 5 giugno 1980)
- Pietro (Roma, 26 ottobre 1918 - Roma, 7 dicembre 2007)[5][6]
Il figlio Antonio fu molto attivo, anche all'interno dei GUF e dei Littoriali della cultura e dell'arte, nell'organizzare l'antifascismo tra gli intellettuali italiani sotto il regime mussoliniano.[7]
Il figlio Giorgio Amendola è stato un partigiano, e un politico e scrittore comunista, come pure il fratello Pietro.
I giornalisti italiani hanno dedicato nel dopoguerra al nome di Giovanni Amendola il loro Istituto di previdenza (INPGI "Giovanni Amendola").[8][9]
[modifica] Opere
- Maine de Biran. Quattro lezioni tenute alla Biblioteca filosofica di Firenze nei giorni 14, 17, 21 e 24 gennaio 1911, Firenze, La rinascita del libro, 1911.
- La volontà è il bene. Etica e religione, Roma, Libreria Editrice Romana, 1911.
- La categoria. Appunti critici sullo svolgimento della dottrina delle categorie da Kant a noi, Bologna, Stabilimento poligrafico emiliano, 1913.
- Etica e biografia, Milano, Studio editoriale lombardo, 1915.
- Il Patto di Roma, con Giuseppe Antonio Borgese, Ugo Ojetti, Andrea Torre, Roma, La Voce, 1919.
- Il patto di Roma e la polemica. Discorso tenuto da Giovanni Amendola il 18 maggio 1919 agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino, Sarno, Fischetti, 1919.
- Le forme essenziali della nostra vita politica e il rinnovamento postbellico, Sarno, Fischetti, 1919.
- Una battaglia liberale. Discorsi politici (1919-1923), Torino, Piero Gobetti, 1924.
- La democrazia. Dopo il 6 aprile 1924, Milano, Corbaccio, 1924.
- Per una nuova democrazia. Relazioni e discorsi al I Congresso dell'Unione nazionale, con altri, Roma, Soc. ital. di edizioni, 1925.
- Illegalismo fascista. Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati il 6 giugno 1924, Padova, R. Guerrini, 1943.
- La nuova democrazia, Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1951.
- La democrazia italiana contro il fascismo. 1922-1924, Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1960.
- Discorsi politici. 1919-1925, Roma, Camera dei deputati, 1968.
- La crisi dello stato liberale. Scritti politici dalla guerra di Libia all'opposizione al fascismo, Roma, Newton Compton, 1974.
- L'Aventino contro il fascismo. Scritti politici. (1924-1926), Milano-Napoli, R. Ricciardi, 1976.
- Contro il fascismo nel Mezzogiorno. Lotta politica nel Salernitano (1919-1925) nella corrispondenza con Benedetto e Gherardo Marone, Napoli, Storia di Napoli e della Sicilia, 1978.
- Giovanni Amendola e la cultura italiana del Novecento (1899-1914). Alle origini della nuova democrazia, II, Lettere ad Alessandro Casati, Roma, ELIA, 1978.
- Carteggio Croce-Amendola, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982.
- Carteggio, 1897-1909, Roma-Bari, Laterza, 1986. ISBN 88-420-2704-9
- Carteggio, 1910-1912, Roma-Bari, Laterza, 1987. ISBN 88-420-2927-0
- Scritti su Giovanni Vailati, con Luigi Einaudi, Norberto Bobbio, Crema, Leva Artigrafiche, 1999.
- Carteggio, 1919-1922, Manduria, P. Lacaita, 2003. ISBN 88-88546-16-2
- Carteggio, 1923-1924, Manduria, P. Lacaita, 2006. ISBN 88-89506-48-2
[modifica] Bibliografia su Giovanni Amendola
- Eva Kühn-Amendola: Vita con Giovanni Amendola, Parenti, Firenze 1960
- Giorgio Amendola: Una scelta di vita, Rizzoli, Milano, 1976 ISBN 88-17-12610-1
- Simona Colarizi: I democratici all'opposizione: Giovanni Amendola e l'Unione Nazionale (1922-1926), Il Mulino, Bologna, 1973
- Antonio Sarubbi: Il Mondo di Amendola e Cianca e il crollo delle istituzioni liberali (1922-1926), Milano, 1998 ISBN 978-88-464-0514-2 (1986, 1998)[10]
- Elio d'Auria: "Liberalismo e democrazia nell'esperienza politica di Giovanni Amendola", Società Editrice Meridionale, Salerno-Catanzaro, 1978
- Elio d'Auria: "Giovanni Amendola: Epistolario 1897-1926, 6 volumi", La Terza e La Caita, Roma-Bari, 1986-2011
- Elio d'Auria: (a cura di) "Giovanni Amendola e la Crisi dello Stato Liberale. Scritti Politici dalla guerra di Libia all'opposozione al Fascismo", Newton Compton Editori, Roma, 1974
[modifica] Note
- ^ Eva Kuhn Amendola, Vita con Giovanni Amendola. Epistolario 1903-1926 Parenti, Firenze, 1960, p. 17
- ^ Cfr. Giovanni Amendola: Il Patto di Roma e la "polemica". (Discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino). Tipografia Fischetti, Sarno 1919. Online: [1]
- ^ «Colpito da un male incurabile», secondo il sarcastico commento di Antonio Casertano, Presidente della Camera dei deputati.
- ^ Camera dei deputati Seduta pomeridiana del 21 giugno 1950 pagina 2 di questo documento online (p. 19858; 19860/19881)
- ^ Articolo su Pietro Amendola
- ^ Dal '48 al '69 Pietro era deputato per il PCI.
- ^ Cfr. Elisabetta Castellani, Come siamo diventati antifascisti, http://www.ilmanifesto.it/25aprile/01_25Aprile/9501rs08.01.htm
- ^ Giovanni Amendola, una vita per la democrazia (e il giornalismo), di R.F.C.
- ^ INPGI
- ^ Informazione sul libro
[modifica] Altri progetti
Wikiquote contiene citazioni di o su Giovanni Amendola
[modifica] Collegamenti esterni
- (1996) Emeroteca Tucci: Mostra e catalogo illustrato "Giovanni Amendola a settant'anni dalla morte"
- Giovanni Amendola nella memoria del figlio Giorgio di Giovanni Cerchia
- Il giornalismo italiano da Giovanni Amendola alla Liberazione
- Giovanni Amendola, una vita per la democrazia (e il giornalismo) dall'archivio dell'Università di Pisa
- Piero Gobetti: Amendola, in: La Rivoluzione liberale, n.22 del 31 maggio 1925; online: [2]
- Dizionario biografico Treccani
| Predecessore: | Ministro delle Colonie del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Giuseppe Girardini | 26 febbraio - 20 ottobre 1922 | Luigi Federzoni |
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