Guerra d'Etiopia
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| Guerra d'Etiopia | |||||||
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Partenza per il fronte dei soldati italiani a Montevarchi |
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| Schieramenti | |||||||
| Comandanti | |||||||
| Emilio De Bono, Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani |
Haile Selassie Ras Immirù Ras Cassa Darghiè Ras Mulughietà Ras Sejum Mangascià |
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| Effettivi | |||||||
| 330.000 uomini | 500.000 uomini | ||||||
| Perdite | |||||||
| fino al 31 dicembre 1936: 3.731 soldati e 619 civili italiani morti (totale 4.350)[1]; tra i 3.000 e i 4.500 ascari morti[2]; circa 9.000 feriti | circa 275.000 soldati morti, circa 500.000 feriti [3] | ||||||
Con il termine guerra d'Etiopia o seconda guerra italo-etiopica (talvolta nota anche come guerra d'Abissinia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce ai combattimenti tra le forze italiane ed etiopi durati sette mesi tra il 1935-1936.
[modifica] Preludio
Dopo il 1929 l'espansione imperiale divenne uno dei temi favoriti del governo fascista di Benito Mussolini che aspirava alla ricostruzione di un impero, sullo stile dell'Impero romano; difatti, osservava Mussolini, Gran Bretagna e Francia possedevano importanti imperi in Africa, così come molte altre nazioni europee.
L'Abissinia, inoltre era l'unico stato, insieme alla Liberia, ancora indipendente, e quindi una sua eventuale invasione non doveva provocare, in teoria, nessun intervento internazionale. Oltre a ciò la vicinanza con l'Eritrea ad est e la Somalia italiana a sud, potevano determinare la creazione di un'importante zona di influenza italiana. Non da ultimo, il livello militare delle truppe etiopi era basso e il paese ricco di risorse naturali; e d'altro canto si poteva vendicare la sconfitta patita durante la campagna d'Africa orientale ad Adua, nel 1896.
[modifica] Le incursioni abissine
Secondo alcuni storici, che si oppongono alle teorie degli studiosi cosiddetti anticolonialisti, lo scoppio dell'ostilità fu provocato dall'Etiopia e dallo stesso negus Selassie, che dalla metà del 1934 consentì a bande armate guidate da ras locali di sconfinare in Eritrea e di attaccare i presidi italiani. L'intenzione era quindi quella di intimorire le autorità italiane e di indurle ad avviare una trattativa per la revisione dei confini, prima che la situazione gli sfuggisse di mano. Coloro che invece danno un giudizio diverso sulle responsabilità del conflitto affermano che è più o meno dal 1925 che Mussolini iniziò a progettare il piano per l'aggressione all'Abissinia[4].
Le controversie più gravi che avvennero tra i due governi furono l'attacco al consolato italiano a Gondar da parte di gruppi armati etiopici, che causarono numerosi morti tra gli ascari eritrei (4 novembre 1934), e l'incidente di Ual Ual (5 dicembre 1934). Ad Ual Ual 1500 soldati abissini aggredirono una postazione militare italiana di confine, composta da circa 200 militari, uccidendone 80: tale episodio sarà il "casus belli".
Mussolini chiese delle scuse ufficiali e il pagamento di un'indennità per le famiglie degli uccisi da parte del governo etiope, conformemente a quanto stabilito nell'accordo del 1928. Il negus Selassie, avendone la possibilità in virtù del medesimo trattato, decise invece di rimettersi, tra le riserve italiane, alla Società delle nazioni (2 gennaio). Ciò provocò la cosiddetta crisi abissina all'interno della Società delle Nazioni, che, per far luce sulla vicenda, si impegnò in un arbitrato tra le parti, temporeggiando. Tuttavia, i rapporti italo-etiopi erano irrimediabilmente compromessi e entrambi gli stati iniziarono a mobilitare le proprie truppe in previsione di un prossimo conflitto.
Tra il 4 e il 7 gennaio 1935 Mussolini incontrò a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval, col quale vennero firmati accordi in virtù dei quali la Francia prometteva di appoggiare diplomaticamente l'Italia in caso di una guerra contro gli Etiopi.[5] Laval sperava in tal modo di avvicinare Mussolini alla Francia, al fine di dar vita ad un'alleanza in funzione anti-nazista (Hitler rivendicava l'Alsazia-Lorena, persa dai tedeschi dopo la prima guerra mondiale).
Il 16 gennaio Mussolini assunse la direzione del Ministero delle Colonie e tre giorni dopo la Società delle nazioni riconobbe "la buona fede" di Italia ed Etiopia nell'incidente di Ual Ual e decise che il caso dovesse essere trattato tra le due parti interessate; tuttavia, il 17 marzo gli abissini presentarono un altro ricorso, appellandosi all'articolo XV dell'organizzazione.
L'8 giugno a Cagliari, di fronte all'ostilità mostrata in tal senso dalla Gran Bretagna, il duce rivendicò il diritto dell'Italia ad attuare una propria politica coloniale e, il 18 settembre, in un articolo pubblicato sul Morning Post, garantì che non sarebbero stati lesi gli interessi francesi e britannici nell'Africa orientale.
Un potenziale alleato del governo etiope avrebbe potuto essere l'impero giapponese, nazione presa a modello da molti intellettuali di Addis Abeba: tuttavia il 16 luglio l'ambasciatore nipponico a Roma Sugimura Yotaro dichiarò a Mussolini che il suo governo si sarebbe mantenuto neutrale in caso di conflitto. Questa presa di posizione fu approvata da Tokyo, che preferiva rinsaldare i suoi rapporti con l'Italia piuttosto che avvicinarsi all'Etiopia, nazione con cui non vi era alcuna particolare affinità; il 2 agosto una richiesta d'aiuto bellica presentata dal negus a Hirohito venne rifiutata, così come una successiva offerta di alleanza non militare [6]
Ormai sicuro di non rischiare un conflitto su più fronti, il 2 ottobre Mussolini dichiarò guerra all'Etiopia dal balcone di palazzo Venezia: nel proclama il capo del fascismo, rispolverando i temi della "vittoria mutilata", ricordò ai popoli di Gran Bretagna e Francia i sacrifici -non adeguatamente ricompensati- sopportati dagli italiani durante la Grande Guerra; i toni minacciosi ("alle sanzioni militari risponderemo con misure militari, ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra"[7]), un classico dell'oratoria mussoliniana, furono più un artifizio retorico che non un reale progetto di difesa.
[modifica] L'attacco italiano
[modifica] L'offensiva di De Bono
Il 3 ottobre 1935 100.000 soldati italiani ed un considerevole numero di Áscari, sotto il comando del maresciallo Emilio De Bono iniziarono ad avanzare dalle loro basi in Eritrea. Il 5 ottobre il genero del Negus, Hailè Sellasiè Gugsà, passò dalla parte degli italiani permettendo così all'esercito coloniale di avanzare in territorio abissino per molti chilometri, portando con se alcuni reparti e distruggendo l'unica linea telegrafica che collegava l'Eritrea ad Addis Abeba.[8][9]. Il 6 ottobre, tre corpi d'armata italiani occuparono Adua, cittadina presso la quale gli italiani avevano subito una cocente sconfitta nel 1896 durante la campagna d'Africa Orientale. Il 15 ottobre venne occupata Axum, la capitale religiosa dell'Etiopia. Una delle prime decisioni assunte da De Bono sul territorio abissino conquistato fu la liberazione degli schiavi e l'abolizione della schiavitù il 14 ottobre 1935.[10]. Dopo una lunga sosta, il 3 novembre, De Bono riprese la marcia verso Macallè con il I° corpo d'armata del generale Santini e il corpo d'armata eritreo del generale Pirzio Biroli, raggiungendo l'obiettivo sei giorni dopo.
Contemporaneamente, all'inizio della campagna nel nord. sul fronte sud un contingente comandato dal generale Rodolfo Graziani, mosse dalla Somalia Italiana e, in una ventina di giorni, conquistò rapidamente diversi presidi di frontiera quasi senza combattere (Dolo, Oddo e Dagnarei).
[modifica] Le sanzioni
Attaccando il paese africano, che era membro della Società delle Nazioni, l'Italia aveva violato l'articolo XVI dell'organizzazione medesima: "se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alla proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all'astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no".
Per questo motivo, la Società delle Nazioni, espressione principalmente della volontà della Francia e del Regno Unito (i due stati più forti ed influenti), condannò l'attacco italiano il 7 ottobre e il 18 novembre l'Italia venne colpita dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni (nonostante questa non le avesse applicate contro il Giappone nel 1931 in occasione dell'invasione della Manciuria e contro la Germania nel 1934 per la tentata annessione dell'Austria), approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria, Albania e Paraguay. La Germania, comunque, era uscita dalla Società delle Nazioni nel 1933 (essendone stata membro solo dal 1926 al 1933), non rientrando nei termini dell'articolo XVI per l'anno 1934.
Le sanzioni risultarono inefficaci perché numerosi paesi, pur avendole votate ufficialmente, mantennero buoni rapporti coll'Italia, rifornendola di materie prime.Tra queste la Germania: di fatti, la guerra d'Etiopia rappresentò il primo punto di avvicinamento tra Mussolini e Adolf Hitler. Alcune come la Spagna e la Jugoslavia, pur avendole votate comunicarono al Governo italiano che non intendevano rispettarne diverse clausole.
Inoltre, le sanzioni non riguardarono materie di vitale importanza, come ad esempio il petrolio.[11]. Gran Bretagna e Francia argomentarono infatti che la mancata fornitura di petrolio all'Italia poteva essere facilmente aggirata ottenendo rifornimenti dagli Stati Uniti d'America, che non erano membri della Società stessa. Infatti gli Stati Uniti, pur condannando l'attacco italiano, ritenevano inappropriato che le sanzioni fossero state votate da nazioni con imperi coloniali come Francia e Gran Bretagna.[12]. Conseguentemente, il decreto delle sanzioni fu il risultato di un elaborato e controverso compromesso, noto come Patto Hoare-Laval. Ciò nonostante, gran parte della società britannica non condivideva le sanzioni.[13].
Il 18 novembre le sanzioni divennero operative. Per rispondere alle sanzioni, esattamente un mese dopo, il 18 dicembre, fu proclamata la Giornata della fede, giorno in cui gli italiani furono chiamati a donare il proprio oro per sostenere i costi della guerra.
Durante il corso della guerra e nell'immediata fase prebellica, le truppe etiopi vennero rifornite di armi e mezzi da alcune potenze europee, tra le quali Francia e Regno Unito, che fornirono anche ufficiali per istruire meglio le truppe del Negus, circa il doppio rispetto a quelle italiane.
[modifica] Fronte nord (Badoglio)
[modifica] Prima Battaglia del Tembien
| Per approfondire, vedi la voce Prima battaglia del Tembien. |
Il 28 novembre De Bono venne sostituito dal generale Pietro Badoglio, dato che Mussolini riteneva il vecchio quadrumviro troppo cauto nell'avanzata[14]. Giunto Badoglio sul fronte pose il suo quartier generale a Macallè. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre le avanguardie di ras Immirù attraversato il fiume Tacazzè impegnarono un gruppo bande, al comando del maggiore Criniti. Il reparto italiano fu costretto alla ritirata incalzato dalle preponderanti forze abissine. Le forze di ras Immirù proseguirono nell'offensiva rioccupando lo Scirè.[15]
Contemporaneamente le truppe di Ras Sejum e di Ras Cassa attaccarono nel Tembien costringendo gli italiani a ritirarsi sulle posizioni fortificate di Passo Uarieu.[16].
[modifica] Battaglia di Passo Uarieu
| Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Passo Uarieu. |
Per togliere l'iniziativa al nemico, Badoglio iniziò l'attacco il 20 gennaio. L'offensiva si concluse con un discreto successo italiano e alcune posizione chiave furono occupate. Il giorno seguente però gli abissini passarono al contrattacco e la colonna di camicie nere guidata dal console Filippo Diamanti si trovò isolata in posizione avanzata e, dopo essere stata circondata, venne quasi annientata. Il XII° battaglione ascari intervenne per salvare i pochi sopravvissuti e ripiegare nuovamente su Passo Uarieu difeso dalle forze della 2 Divisione CCNN “28 ottobre” del generale Somma. Gli italiani furono rapidamente stretti d'assedio dagli abissini. Fu inoltre utilizzata tutta l'aviazione disponibile che fece abbondante uso di bombe ed iprite sulle truppe etiopiche. Dopo tre giorni di assedio la colonna del generale Vaccarisi raggiunse gli assediati rompendo l'assedio e disperdendo gli assedianti guidati da Ras Cassa. Se la guarnigione di Passo Uarieu avesse ceduto gli abissini sarebbero dilagati nella piana di Macallè compromettendo l'intera campagna bellica.[17].
La battaglia terminò la mattina del 24 gennaio, e con essa l'intera Prima battaglia del Tembien .
[modifica] Battaglia dell'Endertà
Il 10 febbraio 1936 Badoglio mosse le truppe verso il massiccio dell'Amba Aradam che fu rapidamente accerchiato. L'armata di ras Mulughietà attaccò quindi l'esercito italiano per spezzare l'assedio il 12 febbraio impegnando seriamente la 4 Divisione CCNN “3 gennaio” del generale Traditi.[18] L'imperatore Hailè Selassiè ordinò a Ras Cassa di portare le proprie restanti truppe alle spalle dell'armata italiana ma ciò non fu effettuato. Vista l'impossibilità di proseguire lo scontro con le superiori forze italiane il 15 febbraio le truppe abissine si ritirarono sotto i bombardamenti dell'aviazione italiana. Gran parte dell'armata abissina, durante la ritirata, fu oggetto di attacchi da parte della popolazione locale degli Azebò Galla, in uno di questi attacchi fu ucciso lo stesso ras Mulughietà.
[modifica] Seconda battaglia del Tembien
Il 27 febbraio 1936 portarono le proprie truppe a scontrarsi con l'armata di Ras Cassa che si trovava accampata nel Tembien. La battaglia si limitò alla conquista italiana della vetta dell'Amba Uork dove Ras Cassa aveva predisposto il proprio quartier generale. La mattina del 27 circa centotrenta uomini tra alpini, camicie nere ed ascari scalarono la montagna cogliendo di sorpresa le sentinelle. Lo stesso Ras Cassa sfuggì per poco alla cattura.[19]. L'armata di Ras Cassa fu annientata mentre quella di Ras Sejum, che era poco distante, fu decimata dai bombardamenti aerei. Nel corso della Seconda battaglia del Tembien alcuni reparti italiani occuparono l'Amba Alagi.
[modifica] Battaglia dello Scirè
A fine febbraio le truppe italiane attaccarono l'armata di Ras Immirù che, forte di 30000 uomini, si era attestata nello Scirè. Inizialmente gli abissini riuscirono a contrattaccare validamente infliggendo pesanti perdite ad una colonna della Divisione Fanteria Gavinana, ma poi per sfuggire all'accerchiamento, d'intesa con l'imperatore, si ritirarono verso il fiume Tacazzè. Come gia successo all'armata di ras Mulughietà, anche le truppe di Ras Immirù furono decimate durante la ritirata dagli assalti dei guerriglieri Azebò Galla. Inoltre furono sorprese dall'aviazione italiana mentre guadavano il Tacazzè venendo annientate. Ras Immirù con i pochi uomini rimasti fedeli si rifugiò sulle montagne. A questo punto l'esercito italiano occupò tutti i centri più importanti della regione (Gondar, Socotà).
[modifica] Battaglia di Maychew
| Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Maychew. |
Haile Selassie, dopo la sconfitta di ras Immirù, radunò la propria guardia imperiale e mosse verso nord, incontro all'esercito italiano. Le due armate si incontrarono nella conca di Maychew. Gli italiani giunti prima si occuparono di predisporre le fortificazioni e di disboscare il terreno. Le truppe di Haile Selassie arrivarono a fine marzo. Il 31 marzo 1936, all'alba, gli abissini attaccarono gli alpini ma furono bloccati e infine respinti. Infine attaccò la guardia imperiale che riuscì a conquistare diverse posizioni. Il contrattacco italiano fu portato dagli ascari del "Battaglione Toselli" a cui si affiancarono poi gli alpini italiani. La battaglia terminò con gravi perdite in entrambi gli schieramenti. Il giorno seguente Haile Selassie ordinò la ritirata verso Dessiè. Anche in questo caso le truppe imperiali in ritirata furono decimate dalla popolazione locale in rivolta. Presso Lalibela le truppe imperiali furono addirittura attaccate dagli Azebu Galla.[20] Il 15 aprile il generale Alessandro Pirzio Biroli occupò Dessiè.
[modifica] Fronte sud (Graziani)
[modifica] La conquista di Neghelli
Sul fronte sud, nel frattempo, mentre Badoglio era impegnato nella Prima battaglia del Tembien, le truppe di ras Destà mossero verso Dolo per attaccare l'armata di Rodolfo Graziani. A Graziani era stato ordinato di mantenere una difesa attiva al fine di mantenere impegnata nel sud il maggior numero di truppe nemiche e di non passare all'offensiva. Prontamente informato del movimento delle truppe di ras Destà, lo attese pronto allo scontro. Sulle colonne abissine in marcia fu scatenata l'aviazione che le decimò. Fu in questa occasione che furono usati per la prima volta i gas asfissianti. La seguente offensiva italiana ne disperse i resti. il 20 gennaio 1936 Graziani occupò la città di Neghelli. Dopo la vittoria su Ras Destà, contro Graziani, furono schierate le truppe al comando di Wehib Pascià, un generale turco al servizio dell'imperatore etiopico. Wehib cercò di attirare Graziani in una trappola facendolo spingere il più possibile nel deserto dell'Ogaden. Ma nello svolgere tale operazione i reparti italiani al comando di Guglielmo Nasi e del generale Franco Navarra inflissero gravissime perdite agli abissini da far fallire l'operazione e da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'armata abissina.
[modifica] L'impiego dei gas e i proiettili esplosivi Dum-dum
Il 26 dicembre la brutale uccisione del pilota Tito Minniti, che caduto in territorio nemico, era stato torturato, evirato e infine decapitato fu presa a pretesto per l'utilizzo dell'iprite; alcuni recenti studi riconducono in ultima analisi la responsabilità sull'uso di tali ordigni (vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925) direttamente a Mussolini, che in diversi ordini telegrafati ai due comandanti al fronte ne avrebbe autorizzato l'uso in caso di estrema necessità.[21] Le bombe all'iprite di cui sono un esempio le C500T, dove T era l'abbreviazione di 'Temporizzata': un meccanismo a spoletta le faceva esplodere in quota in modo che ne venisse aumentato il raggio d'azione furono utilizzate sul fronte sud comandato da Graziani, nei pressi di Dolo. Le proteste internazionali non tardarono e Mussolini criticò l'operato di Graziani e proibì pubblicamente l'uso di aggressivi chimici. Ciò nonostante l'iprite fu utilizzata ancora sul fronte nord da Badoglio in almeno due occasioni. Il 30 dicembre 1935 in un bombardamento italiano a Malca Dida, eseguito secondo gli espliciti ordini di Graziani, venne colpito un ospedale svedese causando la morte di 28 ricoverati e di un medico svedese[22].
Pure i soldati abissini utilizzarono armi proibite, in modo particolare i proiettili esplosivi Dum-dum, anch'essi vietati dalla convenzione di Ginevra (cfr. Indro Montanelli), che gli vennero forniti regolarmente dal Regno Unito e Svezia. Lo storico britannico James Strachey Barnes sostiene, come riferisce Arrigo Petacco, riguardo all'uso dell'iprite che gli italiani "lo fecero legalmente quando gli abissini violarono altre convenzioni: l'evirazione dei prigionieri, l'impiego delle pallottole esplosive e l'abuso del simbolo della Croce Rossa"[23].
[modifica] L'occupazione di Harar e Dire Daua
Il 15 aprile Benito Mussolini ordinò a Graziani di raggiungere ed occupare Harar. Graziani raggiunse Dagahbùr, il 25 aprile. Poi le piogge ne rallentarono maggiormente l'avanzata sull'obiettivo prefissato giungendo a Dire Daua poche ore dopo il passaggio dell'imperatore in viaggio verso l'esilio. Graziani, al fine di intercettare il treno che portava in esilio l'imperatore sconfitto e prenderlo prigioniero, chiese più volte il permesso di bombardare i binari per bloccare il treno ma il permesso gli fu negato dal Duce in persona.[24]. Dopo l'occupazione di Harar Graziani fu nominato Maresciallo d'Italia e marchese di Neghelli.
[modifica] La vittoria e l'impero
[modifica] L'occupazione di Addis Abeba
Di fronte ad una situazione sempre più disperata, il 2 maggio Haile Selassie abbandonò la guida delle truppe etiopi e la capitale e si recò in esilio col tesoro della corona. Il 5 maggio le truppe di Badoglio entrarono nella capitale Addis Abeba.
[modifica] La proclamazione dell'Impero
La vittoria venne ufficialmente comunicata da Mussolini al popolo italiano la sera del 5 maggio 1936, dopo un messaggio del maresciallo Pietro Badoglio.
Il 7 maggio l'Italia annetté ufficialmente l'Abissinia, e il 9 maggio, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell'Impero[25], riservando per Vittorio Emanuele III la carica di Imperatore d'Etiopia e per entrambi quella di Primo Maresciallo dell'Impero.
Mussolini stabilì che, nell'indicare la data sui documenti ufficiali e sui giornali, occorresse scrivere, accanto al conteggio degli anni a partire dalla nascita di Gesù, anche quello a cominciare dal 28 ottobre 1922 (tale disposizione era già in uso) affiancato da quello dalla fondazione dell'impero (ad esempio, il 1936 era indicato come "anno 1936, XIV dell'Era Fascista, I dell'Impero").
Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana vennero riunite sotto un unico Governatore, e il nuovo possedimento coloniale venne denominato Africa Orientale Italiana.
Il 4 luglio la Società delle Nazioni decretò terminata l'applicazione dell'articolo XVI e le sanzioni caddero il 15 dello stesso mese (l'unico stato che si oppose fu il Sudafrica, dove pure vigeva l'Apartheid contro la popolazione nera).
Per un certo periodo in Etiopia si verificarono continui attacchi della guerriglia fedele all'Imperatore appena deposto, che venne duramente repressa anche con fucilazioni sommarie.
[modifica] Esercito Italiano in Etiopia nell'aprile 1936
Il comandante superiore fu il generale Emilio De Bono (3 ottobre - 14 novembre 1935) poi sostituito dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio (dal 15 novembre 1935)
Le truppe Italiane in Etiopia, nell’aprile 1936 erano così composte:
- I Corpo d’Armata generale Ruggero Santini
- Divisione Fanteria Sabauda generale Italo Gariboldi
- Divisione Fanteria Assietta generale Enrico Riccardi
- Divisione Alpina Pusteria generale Negri-Cesi
- 4 Divisione CCNN “3 gennaio” generale Traditi
- II Corpo d’Armata generale Pietro Maravigna
- Divisione Fanteria Gavinana generale Villasanta
- Divisione Fanteria Gran Sasso generale Adalberto di Savoia-Genova
- 3 Divisione CCNN “21 aprile” generale Appiatti
- III Corpo d’Armata generale Ettore Bastico
- Divisione Fanteria Sila generale Bestini
- 1 Divisione CCNN “23 marzo” generale Siciliani
- IV Corpo d’Armata generale Ezio Babbini
- Divisione Fanteria Cosseria generale Olivetti
- 5 Divisione CCNN “1 febbraio” generale Terrazzi
- 2 Divisione CCNN “28 ottobre” generale Umberto Somma
- Corpo d’Armata indigeno generale Alessandro Pirzio Biroli
- Divisione Eritrea generale Pesenti
- Divisione Eritrea generale Dalmazzo
- Forze Armate della Somalia generale Rodolfo Graziani
- Divisione fanteria Peloritana generale Bertoldi
- 1 Divisione Fanteria “Libia” generale Guglielmo Nasi
- 6 Divisione CCNN “Tevere” generale Boscardi
- Truppe indigene della Somalia generale Luigi Frusci
[modifica] Le perdite umane
Per quanto riguarda la Guerra d'Etiopia, le statistiche fino al 31 dicembre 1936 (e quindi comprendenti oltre 6 mesi di guerriglia dopo la fine del conflitto vero e proprio) parlano di 2.317 morti per l'esercito, 1.165 della milizia, 193 dell'aeronautica, 56 della marina, 78 civili nell'eccidio del cantiere Gondrand, 453 operai e 88 uomini della marina mercantile, per un totale di 4.350 morti; di questi "solo" 2.000 caduti in combattimento, gli altri per malattia. Inoltre circa 9.000 feriti e 18.200 rimpatriati per malattia[26]. Le stime sulle perdite degli ascari sono assai vaghe, da 3.000 a 4.500 morti[27]. Nel complesso, gli italiani persero più uomini per malattie e incidenti che non per la guerra. Ad esempio, per quanto riguarda l'aeronautica, se si considerano solo le perdite nel periodo della campagna, i morti scendono a 160: di questi solo 40 in combattimento e 44 in incidenti aerei; lo stesso vale per gli aerei: solo 8 velivoli furono abbattuti dagli abissini, mentre ben 65 furono perduti per incidenti o avarie.
Relativamente alle perdite tra gli etiopi, i dati sono molto discordi; dopo la seconda guerra mondiale il negus Hailé Selassié fornì all'Onu la sua stima ufficiale: 760.300 morti tra militari e civili, 5.000 abitazioni e 2.000 chiese distrutte e 14 milioni di capi di bestiame. Per tutti gli storici però questa è una stima decisamente eccessiva; il noto storico italiano Angelo Del Boca ha calcolato che fra il 1890 e il 1941 morirono in battaglia 450.000 fra etiopici, somali, libici ed eritrei; tuttavia questi dati tengono conto anche di tutte le altre colonie italiane e di altri conflitti, come la guerra di Libia.
[modifica] Il massacro di Amezegna Washa
Tra il 9 e l'11 aprile 1939 una carovana di «salmerie» dei combattenti di Abebè Aregai, guida del movimento di guerriglia, con un seguito di donne e bambini, si rifugiò nella grotta di Amezegna Washa (antro dei ribelli) del monte Amba Aradam dopo essere stata individuata dall'aviazione italiana. Pur essendo circondata, la carovana rifiutò di arrendersi, e venne attaccata con il ricorso di bombe all'iprite. Circa 800 sopravvissuti all'attacco uscirono allo scoperto per arrendersi e furono fucilati, mentre le truppe italiane minavano le entrate delle grotte vista l'impossibilità di entrarvi per terminare il lavoro con i lanciafiamme.[28]
Curiosità: da questo episodio nasce la parola "ambaradam", che in italiano indica grande confusione, baraonda[29]
[modifica] Canzoni derivate dalla Campagna
Sono derivate molte canzoni dalla Guerra etiope: tra questa la più famosa è certamente Faccetta nera, cantata anche in dialetto romanesco, tedesco, inglese e francese.
Si ricordano anche Povero Selassiè, O morettina, Noi tireremo dritto, In Africa si va, Adua, Stornelli neri, L'ha detto Mussolini, e anche la canzone "Campagna d' Abissinia" ("Se prenderemo il Negus gliene farem di belle...").
[modifica] Fine dell'Impero
| Per approfondire, vedi la voce Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1940-1942). |
Alcuni alti ufficiali militari italiani ritennero impossibile difendere e mantenere in possesso l'Africa orientale in caso di guerra contro la Gran Bretagna; giudicando arduo rifornire la colonia attraverso lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez, controllati dai britannici.
L'Africa Orientale Italiana cessò definitivamente di esistere nel dicembre 1941 sotto i colpi dell'esercito britannico, dopo una resistenza disperata messa in atto dalle truppe italiane, soprattutto nella battaglia di Cheren e nel novembre al comando del generale Guglielmo Nasi a Gondar, l'ultimo baluardo di resistenza dopo che Addis Abeba si era arresa alle forze britanniche in maggio. L'Abissinia venne conquistata dai britannici, i quali restaurarono sul trono l'imperatore Hailè Selassiè.
Con il trattato di pace di Parigi del 1947 l'Abissinia ingrandì il suo territorio raggiungendo lo sbocco sul mare, annettendo l'Eritrea, la quale ha riconquistato l'indipendenza solo negli anni '90, in seguito alla vittoria del Fronte di Liberazione Eritreo.
La Somalia, invece venne affidata nel 1950 all'Italia, sotto forma di amministrazione fiduciaria, per poi essere dichiarata indipendente nel 1960, una volta unita alla parte sotto dominio britannico.
[modifica] Note
- ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 128
- ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pagine 717-718
- ^ "Secondary Wars and Atrocities of the Twentieth Century"
- ^ "Guerra fascista contro l'Etiopia: un eccidio con i gas asfissianti"
- ^ Langer, William L. ed., An Encyclopaedia of World History. Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, p. 990.
- ^ J. Calvitt Clarke, "Japan and Italy squabble over Ethiopia: The Sugimura affair of July 1935", Selected Annual Proceedings of the Florida Conference of Historians, 6 (Dec. 1999): 9-20. (ultimo accesso: 13/04/09)
- ^ Il testo completo del discorso
- ^ Domenico Quirico Lo squadrone bianco Edizioni Mondadori Le Scie 2002 pag. 321 "Il 5 ottobre il genero (Hailè Sellasiè Gugsà) passa armi e bagagli al nemico, portandosi dietro la sua piccola armata oltre le linee italiane dopo aver distrutto l'unica linea telegrafica che collega la frontiera a Addis Abeba. Apre così un gigantesco varco nelle linee di ras Sejum che ci fronteggia, garantendoci una passeggiata militare di decine di chilometri con cui abbellire i nostri primi giorni di guerra."
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 89 "Inoltre, la stampa nazionale diede molto rilievo alla defezione del degiac Gugsà, il primo dei tanti capi abissini che si lasceranno conquistare da quella che lo storico Giovanni Artieri, allora corrispondente di guerra, definiva scherzosamente "la cavalleria di san Giorgio", alludendo all'immagine raffigurata sulle sterline, grazie alle quali gli inglesi si erano impossessati di gran parte del loro impero. Gli italiani, comunque, non distribuirono sterline ma gli argentei talleri di Maria Teresa di cui i ras erano avidi".
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 90 " Il primo atto ufficiale compiuto da De Bono subito dopo l'inizio del conflitto fu la liberazione degli schiavi. E non poteva non farlo: l'abolizione della schiavitù era il principale motivo con cui l'Italia giustificava l'aggresione all'Etiopia davanti alla Lega delle Nazioni".
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 98 "Le misure economiche applicate contro l'Italia erano peraltro non molto gravose. Si limitavano alla proibizione di qualsiasi credito e all'embargo sulle armi e su una serie di prodotti necessari alle industrie di guerra, salvo però il carbone e il petrolio. Soprattutto di quest'ultimo l'Italia aveva assoluto bisogno, visto che allora non ne produceva neppure un litro".
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 99 "Secondo il governo di Washington, tradizionalmente anticolonialista, la guerra all'Abissinia era certamente ingiusta e l'Italia meritava la condanna, ma altrettanto era ingiusto che le sanzioni fossero state applicate per volontà del Regno Unito che, essendo un impero coloniale, non aveva maggiori giustificazioni dell'Italia. Meglio quindi restarne fuori e mantenere buoni rapporti con gli italiani".
- ^ Arnold H.M. Jones e Elizabeth Monroe, Storia d'Etiopia, 1935: "Nessuno dovrebbe avere a ridire sull'espansione italiana, notevole e pressante. L'Italia è una nazione che abbisogna di materie prime per le sue industrie in via di sviluppo e di uno sbocco per la sua popolazione in eccesso. È arrivata ultima nella corsa alle colonie e a causa di un governo inefficiente è stata poco considerata alla Conferenza di Versailles. Le si deve una riparazione".
- ^ Dal sito dell'ANPI
- ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000 pag.477 "Fra il 13 e il 14 dicembre le avanguardie di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggendo miracolosamente all'osservazione aerea, si avvicinano ai guadi del Tacazzè e nella notte fra il 14 e il 15 attraversano il fiume in due punti. Circa duemila uomini, al comando del fitautari Sciferra, uno dei luogotenenti di Ajaleu, guadano il Tacazzè a Mai Timchet, dove passa la carovaniera Gondar-Adua, e subito impegnano il Gruppo Bande del maggiore Criniti, forte di mille ascari e appoggiato dallo squadrone di carri veloci Esploratori del Nilo al comando del capitano Crippa. Un secondo contingente, costituito da tremila soldati di ras Immirù, in divisa cachi e dotato del miglior armamento (mitragliatrici pesanti, mitra di fabbricazione belga e bombe a mano), varca il fiume ad Addi Aitecheb, quindici chilometri più a monte e, guidato dai monaci di Debrà Abbai e da paesani, punta per viottoli ritenuti impraticabili al passo di Dembeguinà, con il proposito di tagliare la ritirata agli ascari del maggiore Criniti."
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 115 "Nei giorni che seguirono gli abissini incoraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell'offensiva: Immirù riconquistò la regione dello Scirè giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel Tembien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandonare anche il villaggio di Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che sbarrava l'ingresso alla conca di Macallè, dove si riorganizzarono in un campo trincerato".
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 115 "Se ras Cassa fosse riuscito a superare il passo avrebbe avuto via libera per penetrare nel profondo delle retrovie dello schieramento italiano e aggirando Macallè sfondare verso Adua e l'Eritrea.".
- ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000 pag.552 "Il 12, mentre la manovra di Badoglio si va ormai delineando con l'investimento e il tentativo di aggiramento delle posizioni etiopiche, gli uomini di ras Mulughietà si fanno finalmente vivi sulla sinistra dello schieramento italiano, impegnando sul costone di Enda Gaber le camicie nere della 3 Gennaio. Per almeno dieci volte, approfittando anche della nebbia che grava sullòa zona di Taga Taga, i soldati del degiac Uodagiò Ubiè scendono all'attacco dal costone di Enda Gaber, appoggiati da un nutrito fuoco di mitragliatrici e di pezzi da 47"
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 139 "Ma nelle prime ore del 27 febbraio si svolse lo spettacolare episodio della "conquista della Montagna d'oro", che accenderà la fantasia degli stessi abissini. Centotrenta uomini, fra alpini, camicie nere e ascari, armati di moschetto, pugnale e bombe a mano, dopo un'arditissima scalata notturna della montagna, raggiunsero la cima alle sei del mattino cogliendo di sorpresa le sentinelle. Ras Cassa fece appena in tempo a fuggire".
- ^ Domenico Quirico Lo squadrone bianco Edizioni Mondadori Le Scie 2002 pag. 321 "Il massacro più metodico e orribile subito dall'esercito di Hailè Selassiè non lo compiono i nostri ascari, gli aeroplani o i gas di Badoglio, ma gli Azebu galla e gli Zabagnà che fanno a pezzi, derubano ed evirano migliaia di guerieri intenti penosamente a tornare a casa. E questo per rubare loro il fucile, i talleri che hanno in tasca, un mantello più colorato, un muletto, e per saldare i vecchi conti. Sono loro che hanno sgozzato il vecchio signore della guerra, ras Mulughietà, mentre affranto, vegliava il corpo del figlio, anch'egli vittima di quegli instancabili sciacalli."
- ^ Bernard Bridel. Les ambulances à Croix-Rouge du CICR sous les gaz en Ethiopie su Le Temps (in francese)
- ^ Andrea Molinari, La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale, Hobby & work; pagina 99
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, p. 118
- ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero pag 165 "Viaggiando lentamente sull'altipiano fradicio di pioggia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin Chapman Andrews, console britannico a Harar".
- ^ Testo completo del discorso
- ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 128
- ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pp. 717-718
- ^ Paolo Rumiz, "Etiopia: quella strage fascista mai raccontata", la Repubblica, 22 maggio 2006.
- ^ De Mauro "Dizionario della lingua italiana" [1]
[modifica] Bibliografia
- Pietro Badoglio. La guerra d'Etiopia. Milano, Mondadori, 1936.
- Elvio Cardarelli. Dove la vita si nasconde alla morte: la guerra d'Etiopia raccontata da un soldato. Vetralla, Ghaleb Ed., 2008.
- Emilio De Bono. La preparazione e le prime operazioni. Roma, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, 1937.
- Angelo Del Boca. L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori e sconfitte.. Milano, Mondadori, 1992.
- Angelo Del Boca. I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia. Roma, Editori Riuniti, 1996.
- Angelo Del Boca. La guerra d’Abissinia 1935-1941. Milano, Feltrinelli, 1965.
- Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali, Bari, Laterza, 2000. ISBN 88-420-6001-1
- Nicola Labanca. Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana. Bologna, Il Mulino, 2007. ISBN 8815120386.
- Nicola Labanca. Una guerra per l'impero. Memorie della campagna d'Etiopia. Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 8815108084.
- Rodolfo Graziani. Fronte del Sud, Milano, A. Mondadori, 1938.
- Anthony Mockler. Haile Selassie's War. New York, Olive Branch Press, 2003.
- Achille Starace. La marcia su Gondar. Milano, A. Mondadori, 1937.
- Adriano Grande "La legione Parini" prima ed. 1937, Edizioni Vallecchi;
[modifica] Voci correlate
- Africa Orientale Italiana
- Amba Aradam
- Áscari
- Campagna d'Africa Orientale
- Colonia Eritrea
- Corno d'Africa
- Crimini di guerra italiani
- Giovanni De Alessandri
- Impero coloniale italiano
- Ras Sejum
- Tito Minniti
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