Carmine Crocco
| « Il brigante è come la serpe, se non la stuzzichi non ti morde. » | |
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(Carmine Crocco[1])
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Carmine Crocco, detto Donatello[2] (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un brigante italiano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture-Melfese, sebbene il suo controllo si estese fino alle zone dell'Irpinia e della Capitanata. Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini, e la consistenza della sua armata fece della Basilicata il cuore della rivolta antisabauda.[3] Guidato più dall'istinto che da veri e propri ideali, egli combatté prima nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi con la resistenza borbonica e infine per sé stesso, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari savoiardi.[4]
Crocco era alto 1,75 cm (statura considerevole per i suoi tempi), aveva un fisico robusto e una intelligenza non ricca ma chiara, ordinata e sicura, come ebbe a dire il professore Pasquale Penta che lo visitò per uno studio criminologico.[5] In circa quattro anni di latitanza dall'unità d'Italia, fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come "Generale dei Briganti",[6] "Generalissimo",[7] "Napoleone dei Briganti",[8] e su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.[9]
Tuttora al centro di pareri discordanti e, nonostante parte della storiografia dell'Ottocento e di inizi del novecento lo considerò principalmente un ladro e un assassino,[10] a partire dalla seconda metà del novecento la sua figura iniziò ad essere rivalutata come un eroe popolare, in particolar modo dagli autori della tesi revisionista.[11]
Indice |
[modifica] Biografia
[modifica] L'infanzia
Crocco nacque a Rionero in Vulture, paese che contava all'epoca circa 10000 abitanti. Secondo un manoscritto di Gennaro Fortunato, zio del meridionalista Giustino, il soprannome Donatello apparteneva a suo nonno paterno, Donato Crocco.[12] Suo padre Francesco era pastore presso la nobile famiglia venosina di don Nicola Santangelo mentre sua madre, Maria Gerarda Santomauro,[13] era una massaia che coltivava un piccolo campo a Rionero. Secondogenito di cinque figli (tre fratelli: Donato, Antonio e Marco; una sorella: Rosina), visse un'infanzia piuttosto tranquilla, sebbene le condizioni familiari fossero misere e si lavorasse sodo per poter vivere. Crebbe con i racconti di suo zio Martino, un ex sergente maggiore di artiglieria che perse la gamba sinistra a causa di una palla di cannone nell'assedio di Saragozza (durante la Guerra d'indipendenza spagnola) e da cui imparò a leggere e scrivere.
Nel 1836, ancora bambino, assistette ad un episodio che segnò per sempre la sua vita, iniziando a maturare il suo istinto ribelle contro i potenti. Durante una mattinata di aprile di quell'anno, entrò nella propria abitazione un cane levriero che aggredì un coniglio, trascinandolo con sé fuori e lo dilaniò. Suo fratello Donato uccise il cane con un randello. Per sua sfortuna, l'animale apparteneva ad un signorotto del posto, un tale don Vincenzo, che, trovando la bestia morta vicino alla dimora dei Crocco, picchiò violentemente Donato con un frustino.
La madre, incinta di cinque mesi, si frappose tra il signorotto e suo figlio, subendo dall'aggressore un forte calcio al ventre che la costrinse ad una lunga degenza a letto e, per poter rimanere in vita, fu costretta ad abortire. Pochi giorni dopo il signorotto si presentò dal giudice ed accusò il padre, il quale, venuto a conoscenza dell'accaduto, avrebbe tentato di ucciderlo con un'arma da fuoco. I poliziotti si recarono subito a Venosa e portarono Francesco al carcere di Potenza. Si apprese solo dopo due anni e mezzo che non fu suo padre a compiere il gesto ma un anziano del posto, il quale rivelò, in punto di morte, di esser stato lui l'autore del tentato omicidio.[14] La madre, ancora avvilita per la perdita di un figlio non ancora nato, cadde in profonda depressione per l'incarcerazione del marito e, divenuta pazza, fu rinchiusa in manicomio. Per poter mandare avanti la famiglia, furono venduti i loro miseri possedimenti e i figli furono affidati ad altri parenti. Tali eventi molto tristi e difficili resero Crocco sempre più ostile nei confronti della società in cui viveva.
[modifica] L'adolescenza
Con il padre in carcere e la madre con seri problemi di salute, il giovane Crocco, assieme al fratello Donato, andò a lavorare come pastore in Puglia; sporadicamente tornava nel suo paese natio ma sua madre, sempre più logorata da problemi psichici, non lo riconobbe più e morì poco tempo dopo nel manicomio ove fu ospitata. Nel 1845, ancora quindicenne, salvò la vita ad un nobile della zona, don Giovanni Aquilecchia di Atella, che volle attraversare imprudentemente le acque dell'Ofanto in piena. Come compenso, Aquilecchia regalò 50 ducati a Crocco, che li sfruttò per poter ritornare nella sua Rionero dopo il suo soggiorno lavorativo in Puglia, e permise anche la scarcerazione di suo padre, tramite suo cognato don Pietro Ginistrelli, un uomo importante ed influente.
Tornato a casa, suo padre era divenuto vecchio e malato; Crocco dovette assumersi il ruolo di mantenere la famiglia, iniziando a lavorare come contadino presso la masseria di don Biagio Lovaglio a Rionero. Un mattino di maggio 1847, conobbe don Ferdinando, il figlio di don Vincenzo, colui che assalì suo fratello e sua madre. Don Ferdinando apparve diverso dal suo genitore e si mostrò gentile nei suoi confronti, rimanendo sconfortato per il male che il padre aveva arrecato alla sua famiglia.
Offrì al giovane Crocco il posto di fattore in una masseria di sua proprietà ma lui preferì avere in affitto tre tumuli di terra, con i quali sperava di guadagnare 200 scudi che gli avrebbero permesso di evitare il servizio militare[15] (sotto il Regno delle Due Sicilie la leva era riscattabile dietro pagamento di una somma alle casse statali). Don Ferdinando promise che avrebbe contribuito al raggiungimento della cifra necessaria al momento della chiamata di leva, ma l'accordo si vanificò, poiché il signorotto unitosi ai rivoluzionari napoletani venne trucidato da alcuni soldati svizzeri a Napoli il 15 maggio 1848. Così Crocco si ritrovò arruolato nell'esercito di Ferdinando II, nel primo reggimento d'artiglieria, prima nella guarnigione di Palermo e poi di Gaeta. L'esperienza militare non durò per molto, poiché Crocco disertò dopo aver ucciso un commilitone.
[modifica] La vendetta e la fuga
Con la sua partenza, fu la sorella Rosina, non ancora diciottenne, ad avere il compito di mantenere la famiglia. Rosina, rimasta in casa a lavorare per tante ore al giorno, ricevette continue proposte da un uomo invaghito di lei, un certo don Peppino Carli. La ragazza, completamente disinteressata, gli mostrò sempre indifferenza e lui, non sopportando i suoi continui rifiuti, andò in giro a diffamarla; infine costui avrebbe incaricato una mezzana di approcciarla. Rosina scioccata sfregio' con il rasoio il viso della mezzana, e quindi, fuggì dai parenti per invocare protezione e aiuto.[16]. Crocco seppe dell'accaduto e, furibondo, volle riparare l'offesa subita dalla sorella.
Conoscendo le abitudini di don Peppino, che generalmente frequentava un circolo per giocare d'azzardo nelle ore serali, attese il ritorno del signorotto davanti la sua abitazione. Al suo arrivo, gli domandò il perché del suo gesto nei confronti della sorella, dandogli del "mascalzone". Don Peppino non tollerò l'aggettivo attribuitogli e gli diede un colpo di frustino in viso. Colto dall'ira, Crocco estrasse un coltello e lo uccise.[17]
Compiuto l'assassinio, fu costretto alla fuga e ad abbandonare il servizio militare, trovando rifugio nel bosco di Forenza, posto in cui era facile trovare altre persone con guai giudiziari. Tuttavia vi sono controversie sulla veridicità dell'evento, poiché Basilide Del Zio, autore di una controbiografia di Crocco e di opere sul brigantaggio nel Melfese, sostenne che tale vicenda del delitto d'onore per vendicare la sorella, nonostante essa sia ripetuta in molte biografie, sia priva di fondamento.[18]
Fu in questo periodo che iniziò ad avere i primi contatti con altri fuorilegge che, in futuro, sarebbero stati suoi sottoposti, come Giuseppe "Ninco Nanco" Summa e Vincenzo "Staccone" Mastronardi, costituendo una banda armata che visse di rapine e furti. Tornato a Rionero, fu arrestato e rinchiuso nel bagno penale di Brindisi il 13 ottobre 1855, ricevendo una condanna di 19 anni di carcere. Il 13 dicembre 1859 riuscì ad evadere, nascondendosi nei boschi di Monticchio.
[modifica] Moti liberali
Scappato dal carcere, Crocco venne a sapere tramite notabili della zona che Camillo Boldoni, membro del comitato insurrezionale lucano, avrebbe fatto concedere la grazia ai soldati disertori che appoggiassero la campagna militare di Giuseppe Garibaldi contro i Borboni (Spedizione dei Mille). Aderì quindi ai moti liberali il 17 agosto 1860, unendosi agli insorti lucani. Crocco seguì Garibaldi fino al Volturno, partecipando anche alla celebre battaglia.[19]
Tornato vittorioso, si recò a Potenza dal governatore Giacinto Albini, il quale assicurò che l'amnistia sarebbe stata acconsentita. In realtà, le cose andarono in direzione opposta: Crocco non ricevette la grazia e fu arrestato.[14] La sua condanna fu aggravata a causa del sequestro di Michele Anastasia, capitano della Guardia Civica di Ripacandida, compiuto con l'aiuto di Mastronardi e avvenuto prima dei moti risorgimentali di agosto. Crocco tentò la fuga verso Corfù ma venne sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato.
Uscito di galera, Crocco, deluso dalla promessa non mantenuta, passò dalla parte della causa legittimista di Francesco II. Nel frattempo, il popolo lucano, afflitto dalla miseria e dagli aumenti dei prezzi sui beni di prima necessità, iniziò a rivoltarsi contro l'appena costituito stato italiano, poiché con il cambiamento politico non ottenne alcun beneficio,[20] mentre la classe borghese (in passato fedele ai Borboni) conservò intatti i propri privilegi dopo aver appoggiato, opportunisticamente, la causa risorgimentale.[21]
Sostenuto dal clero locale e da potenti famiglie come i Fortunato (parenti del meridionalista Giustino), sfruttò il profondo malessere sociale del popolo lucano, riuscendo ad assumere il comando di oltre duemila uomini, di cui la maggior parte erano persone nullatenenti e disilluse dal nuovo governo italiano, oltre che da ex militi del regno borbonico. Al comando di 43 bande, ciascuna affidata ad un sergente coadiuvato da due caporali, Crocco partì all'attacco sotto il vessillo dei Borbone.
[modifica] Al servizio di Francesco II
Crocco, nel periodo di Pasqua del 1861, conquistò la zona del Vulture nel giro di dieci giorni. In ogni territorio conquistato, Crocco dichiarava decaduta l'autorità sabauda e ordinava che fossero esposti nuovamente gli stemmi e i fregi di Francesco II; ogni zona occupata veniva assegnata ad un suo luogotenente. Gli assedi dell'armata di Crocco furono sanguinari e disumani: persone appartenenti, soprattutto, alla classe borghese e liberale venivano ricattate, rapite o barbaramente uccise da Crocco in persona o dai suoi uomini. In gran parte dei casi, però, egli e le sue bande venivano accolti positivamente e supportati dal ceto popolare.[22] Lo stesso governatore della Basilicata, Giacomo Racioppi, dopo l'invasione del comune di Trivigno, affermò: «la plebe si aggiunge ai predoni [...], la colta cittadinanza o fugge, o si nasconde, o muore con le armi alla mano».[23]
Il 7 aprile occupò Lagopesole (rendendo il castello una roccaforte) e il giorno successivo Ripacandida, dove sconfisse la guarnigione locale della Guardia Nazionale Italiana. Il 10 aprile i briganti entrarono a Venosa e la saccheggiarono, istituendo anche qui una giunta provvisoria. Durante l'occupazione di Venosa, morì, per mano dei briganti, Francesco Nitti, nonno dello statista Francesco Saverio, e la sua abitazione fu saccheggiata.[24]
Fu poi la volta di Lavello ed infine di Melfi (15 aprile), dove Crocco fu accolto trionfalmente (anche se alcuni ricordano mestamente l'entrata dei suoi uomini nella città melfitana per via della macabra uccisione e mutilazione del parroco Pasquale Ruggiero).[25] Con l'arrivo di rinforzi piemontesi da Potenza, Bari e Foggia, Crocco fu costretto ad abbandonare Melfi e, con i suoi fedeli, si spostò verso l'avellinese, occupando, qualche giorno dopo, Monteverde, Aquilonia (a quel tempo chiamata "Carbonara"), Calitri, Conza e Sant'Angelo dei Lombardi.[26][27] Il suo arrivo in Irpinia diede uno scossone a diverse popolazioni locali: comuni come Trevico e Vallata insorsero contro i piemontesi e sotto la sua influenza si formarono altre bande nella zona comandate da un suo nuovo luogotenente, il brigante Ciriaco Cerrone.[28]
L'espansione di Crocco riuscì anche a valicare i confini pugliesi, grazie anche all'appoggio del suo subalterno Giuseppe "Sparviero" Schiavone di Sant'Agata di Puglia, occupando la stessa Sant'Agata, Bovino e Terra di Bari.[29] Nell'agosto 1861, Crocco decise improvvisamente di sciogliere le proprie bande, intenzionato a trattare con il nuovo governo. Il barone piemontese Giulio De Rolland, nominato nuovo governatore della Basilicata al posto del dimissionario Giacomo Racioppi, era disposto a trattare con lui ed informò il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re a Napoli, riguardo alle trattative di resa del brigante. Questi però incaricò di dire che «saranno ricompensati quelli che renderanno dei servigi, ma non accorda grazia piena a nessuno è questo un attributo del sovrano».[30]
[modifica] L'incontro con Borjes
| Per approfondire, vedi le voci Spedizione di Borjes e Battaglia di Acinello. |
Crocco tornò sui suoi passi quando il governo borbonico in esilio gli promise rinforzi. Il 22 ottobre 1861, arrivò per ordine del generale borbonico Tommaso Clary, il generale catalano Josè Borjes. Borjes, da poco giunto dalla Calabria, venne a conoscenza, tramite Clary, delle vittoriose gesta di Crocco e organizzò un incontro con lui nel bosco di Lagopesole. Il generale aveva fiducia nelle capacità del brigante rionerese e vide in lui un valido aiuto per tentare un'insurrezione contro i piemontesi.
Borjes voleva trasformare la sua banda in un esercito regolare, quindi adottando disciplina e precise tattiche militari; inoltre programmò di assoggettare i centri minori, dar loro nuovi ordinamenti di governo e arruolare nuove reclute per poter conquistare Potenza, ancora un solido presidio sabaudo. Crocco gli diede retta, sebbene non nutrisse alcuna simpatia per il generale sin dall'inizio, temendo che Borjes volesse sottrargli il comando dei propri territori.[31] Nel frattempo giunse da Potenza un nuovo rinforzo, il francese Augustin De Langlais,[32] che si presentò come agente legittimista al servizio dei Borboni. De Langlais, personaggio ambiguo di cui Borjes ebbe a dire nel suo diario «si spaccia come generale e agisce come un imbecille»,[33] parteciperà a numerose scorrerie accanto al brigante.
Partito da Lagopesole, assieme alle sue bande e con Borjes, Crocco raggiunse le sponde del Basento, ove riuscì a reclutare nuovi combattenti, e occupò Trivigno, mettendo subito in fuga le guardie nazionali. Caddero sotto la sua occupazione altri centri come Calciano, Salandra, Aliano. Il 10 novembre, ottenne una netta vittoria su un gruppo di bersaglieri e guardie nazionali durante la battaglia di Acinello, uno dei più importanti conflitti del brigantaggio postunitario.[34] Conquistati altri centri come Grassano, Guardia Perticara, San Chirico Raparo e Vaglio, l'esercito di Crocco giunse nelle vicinanze di Potenza il 16 novembre ma, per divergenze diplomatiche con Borjes, la spedizione verso il capoluogo non venne effettuata e l'armata dei briganti riversò verso Pietragalla.
Il 22 novembre, i briganti giunsero a Bella e conquistarono Ruvo del Monte, Balvano, Ricigliano e Pescopagano. Con l'arrivo dell'ennesimo rinforzo militare piemontese, Crocco esaurì le risorse sostenere altre battaglie e ordinò ai suoi uomini la ritirata verso i boschi di Monticchio. Appena tornato, Crocco decise di rompere i rapporti con il generale Borjes, perché era insicuro di vincere e non credeva più alla promessa del governo borbonico di un massiccio rinforzo di militari.[35] Il generale catalano, non sopportando il suo cambio di rotta, si recò a Roma con i suoi 22 uomini per fare rapporto al re ma, catturato durante il tragitto da alcuni regi soldati capeggiati dal maggiore Enrico Franchini, venne fucilato assieme ai suoi fedeli a Tagliacozzo. Crocco rimase con De Langlais, il quale sparirà dalla scena poco dopo. Con la fuoriuscita dei legittimisti stranieri, Crocco iniziò ad incontrare le sue prime difficoltà, poichè alcuni suoi uomini iniziarono ad agire contro i suoi ordini.[36]
[modifica] Il tradimento di Caruso
Da quel momento, il brigante rionerese, rimasto senza un sostegno militare ed economico, minacciò ricchi signori di morte e di bruciare le loro proprietà se non l'avessero supportato a livello finanziario, arrivando a compiere depredazioni, ricatti e sequestri di personalità importanti delle zone, al fine di estorcere migliaia di ducati.[37] Le scorrerie di Crocco arrivarono fino alle zone di Foggia, Bari, Lecce, Ginosa e Castellaneta e si ritrovò a collaborare in diverse occasioni con il brigante pugliese Sergente Romano. Nel febbraio 1862, i due briganti giunsero con i loro uomini nei dintorni di Andria e Corato, uccidendo dei militi della Guardia Nazionale e depredando alcune masserie. Dinnanzi all'apparente invincibilità degli uomini di Crocco, intervennero in aiuto della coalizione regia anche soldati della Legione ungherese, che diedero filo da torcere al capobrigante e le sue bande.[38]
Nel 1863, il generale Fontana, i capitani Borgognini e Corona organizzarono trattative di resa con i briganti. Crocco, Caruso, Coppa e Ninco Nanco si presentarono di propria volontà, i quali furono ospitati in una casa di campagna nelle vicinanze di Rionero. Durante il banchetto, Crocco promise di condurre tutti i suoi uomini alla resa e se ne andò. In realtà il capobrigante non fece più ritorno e l'accordo saltò.[39] Nel marzo 1863 le sue bande (tra cui quelle di Ninco Nanco, Caruso, Caporal Teodoro, Sacchetiello e Malacarne), attaccarono un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidato dal capitano Bianchi, e circa una ventina di loro furono picchiati ed uccisi.
Caruso, fino a quel momento una delle sue migliori sentinelle, entrò in attrito con il suo capo e si allontanò dalla banda. Nel frattempo il generale Franzini, che si occupò di combattere il brigantaggio nel Melfese, fu sostituito, per motivi di salute, dal generale Emilio Pallavicini, proveniente dal comando della zona militare di Spinazzola (Pallavicini, militare di lunga carriera, era già noto per aver bloccato Garibaldi sull'Aspromonte mentre tentava di raggiungere lo Stato Pontificio). Caruso si arrese al generale Fontana il 14 settembre 1863 a Rionero, preparando la sua ritorsione nei confronti di Crocco e dei suoi ex alleati. Affidato al generale Pallavicini, svelò alle autorità i piani e i nascondigli della sua organizzazione e, per via delle sue informazioni, numerosi briganti trovarono la morte e il loro esercito si indebolì progressivamente.
[modifica] L'arresto e la morte
Con il rinnegamento di Caruso, l'esercito di Crocco fu costretto a nascondersi nei boschi a causa dei massicci rinforzi alla Guardia Nazionale inviati dal governo regio. Nei giorni successivi tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati, ristabilendo l'autorità sabauda. Crocco, ormai rimasto solo con una manciata di uomini e accerchiato dai cavalleggeri di Lucca e Monferrato, fu costretto a dividere la sua banda in piccoli gruppi posti in luoghi strategici, come i boschi di Venosa e Ripacandida.
L'esercito di Pallavicini lo sorprese sull'Ofanto, ove le sue truppe vennero decimate il 25 luglio 1864. Davanti ad una sconfitta ormai inevitabile, Crocco, auspicandosi un aiuto da parte del clero, giunse nello Stato Pontificio il 25 agosto 1864 per incontrare il papa Pio IX, il quale aveva sostenuto la causa legittimista. In realtà, il brigante fu catturato dai soldati del papa a Veroli, per poi essere incarcerato a Roma. Tutto questo suscitò in lui un'amara delusione nei confronti del pontefice e, oltre all'arresto, gli venne confiscata una cospicua somma di denaro che aveva portato con sé nello stato Papale.[40]
Nel frattempo, molti uomini sotto il suo comando come Caporal Teodoro, Donato "Tortora" Fortuna, Vincenzo "Totaro" Di Gianni e Michele "Il Guercio" Volonnino furono giustiziati o costretti ad arrendersi, sferrando un duro colpo al brigantaggio nel Vulture-Melfese. Il 25 aprile 1867, Crocco fu tradotto a Civitavecchia, e, imbarcato su un vapore delle Messaggerie Imperiali Francesi, venne destinato a Marsiglia per poi essere esiliato ad Algeri. Giunto nei pressi di Genova, il governo italiano, intercettò l'imbarcazione e si sentì autorizzato a farlo arrestare ma Napoleone III ne reclamò il rilascio, sostenendo che non si aveva diritto d'arresto su una nave di un altro Stato.[41]
Crocco fu improvvisamente rispedito nella zona pontificia a Paliano, poi portato a Caserta, Avellino ed infine a Potenza. La sua fama era tale che, durante i suoi passaggi da una prigione all'altra, numerose persone accorrevano per poterlo vedere di persona.[42] Dopo il processo tenuto presso la Corte d'Assise di Potenza, il brigante venne condannato a morte l'11 settembre 1872 ma la pena fu poi commutata nei lavori forzati a vita in circostanze oscure, poiché altri briganti con capi d'imputazione simili furono giustiziati.
Secondo Del Zio, le ragioni furono probabilmente a sfondo politico-diplomatico, perché il Governo italiano avrebbe dovuto subire il volere francese.[43] Francesco Guarini, avvocato difensore di Crocco, disse: «Se Crocco fu mandato a Marsiglia, per essere poi tradotto in Algeri, ciò avvenne per transazioni diplomatiche fra il Governo pontificio ed il Governo francese, coll'acquiescenza del Governo italiano».[41] Conclusa la sentenza, il brigante venne prima assegnato al bagno penale di Santo Stefano e poi nel carcere di Portoferraio, in provincia di Livorno, ove passò il resto della sua vita fino al 18 giugno 1905, data della sua morte.
[modifica] Vita personale
Oltre alla già citata relazione con la brigantessa Filomena Pennacchio, Crocco fu legato inizialmente ad una donna chiamata Olimpia. In seguito, quando divenne comandante di un proprio esercito di rivoluzionari, ebbe una relazione con Maria Giovanna Tito, conosciuta quando la brigantessa si aggregò alla sua banda.[44] Da allora lo seguì fedelmente, rompendo la relazione di Crocco con Olimpia, la quale instaurò in seguito un rapporto di convivenza con Luigi Alonzi detto "Chiavone", brigante della provincia di Frosinone.[44] La Tito poi fu abbandonata dal capobrigante, che si era invaghito della vivandiera della banda di Agostino Sacchitiello, luogotenente di Crocco di Sant'Agata di Puglia. Nonostante la fine della loro relazione, Maria Giovanna continuò ad operare sotto le dipendenze di Crocco, fino al 1864, quando fu arrestata.[44]
[modifica] Le memorie
Durante la sua detenzione, il brigante iniziò la stesura della sua autobiografia, realizzata in due manoscritti. Il più noto è quello elaborato con l'ausilio di Eugenio Massa, un capitano del regio esercito, interessato a farsi raccontare gli avvenimenti di cui è stato protagonista.
Massa pubblicò il racconto di Crocco, allegando l'interrogatorio del rinnegato Caruso, in un libro denominato Gli ultimi briganti della Basilicata: Carmine Donatelli Crocco e Giuseppe Caruso (1903), che fece molto discutere sociologi e linguisti.[45] L'opera fu ripubblicata più volte nel dopoguerra da diversi autori quali Tommaso Pedio (Manduria, Lacaita, 1963), Mario Proto (Manduria, Lacaita, 1994) e Valentino Romano (Bari, Adda, 1997).
L'altra versione autobiografica, che non subì alcuna revisione linguistica, venne pubblicata dall'antropologo Francesco Cascella nell'opera Il brigantaggio: ricerche sociologiche ed antropologiche (1907), con la prefazione di Cesare Lombroso.
Le memorie di Crocco trascritte con il capitano Massa sono tuttora oggetto di dibattito e sono stati avanzati dubbi sull'autenticità dei suoi scritti. Secondo Tommaso Pedio, alcuni episodi raccontati non rispondono al vero o non vengono fedelmente ricostruiti,[46] Benedetto Croce ritenne, senza mezzi termini, che il manoscritto fosse un falso.[47]
Del Zio considerò il brigante quale autore del documento, ma definì poco veritiera la storia raccontata; per costui, infatti, Crocco "mentisce in molti punti, esagera in altri, occulta quasi sempre e costantemente le sue brutalità, le sue lordure.[48] Indro Montanelli dichiarò che si tratta di un componimento "viziato dall'enfasi e dalle reticenze, ma non privo di spunti descrittivamente efficaci sulla vita dei briganti, e abbastanza sincero".[49]
[modifica] Riferimenti
[modifica] Spettacolo
- Carmine Crocco è il personaggio principale del cinespettacolo "La storia bandita" che si tiene ogni anno, durante i mesi estivi, nel Parco della Grancìa a Brindisi di Montagna, al quale assistono migliaia di persone l'anno (nel 2000, gli spettatori ammontarono a 3000).[50] La manifestazione è curata da artisti come Michele Placido, Jean-François Touillard, Antonello Venditti e Lucio Dalla. Tra gli attori figurano Orso Maria Guerrini, Nanni Tamma e Lina Sastri.
- Nel 1980 lo scrittore Raffaele Nigro incentrò la sua opera teatrale "Il grassiere" intorno alle vicende di Crocco e degli altri briganti Caruso, Ninco Nanco e Filomena Pennacchio contrapposti al favoleggiato "ufficiale della grascia" (cioè delle tasse), detto appunto il Grassiere. L'opera fu portata in scena dalla compagnia Gruppo Abeliano di Bari in tutta Italia durante la stagione 1981/1982. Crocco fu interpretato dall'attore Raffaele Antini.
- Nel 2005, per commemorare il centenario della sua morte, l'"Associazione Culturale Skenè" di Rionero ha allestito la commedia popolare dal titolo "La Ballata del generale Crocco", scritta e diretta dal professore Mauro Corona.
- Un altro spettacolo, ideato e realizzato da Corona, è quello che viene riproposto ogni anno, nel mese di luglio, sempre a Rionero denominato "La Parata dei Briganti", rivisitazione storica dell'epopea brigantesca, allestita nel centro storico della città, dove si racconta la loro vita, le loro gesta e i processi di Crocco del 1870 e 1872 presso il tribunale di Potenza.
- Nel 2005, analogamente alle iniziative sopracitate, l'amministrazione comunale di Portoferraio, governata dal sindaco Caterina Schezzini, inaugurò una manifestazione teatrale per onorare i suoi cent'anni dalla morte. Ospite d'onore fu lo scrittore Vincenzo Labanca, autore di diverse opere sul brigantaggio in Basilicata.[51]
- L'epopea e la vita di Carmine Crocco sono raccontate nello spettacolo: Terra Promessa. Briganti e Migranti di Marco Baliani, Felice Cappa e Maria Maglietta (2011).
[modifica] Cinema e TV
- La sua storia ispirò il film Li chiamarono... briganti! (1999) di Pasquale Squitieri, nel quale Crocco fu interpretato da Enrico Lo Verso. Il film subì numerose critiche negative e fu improvvisamente ritirato dalle sale cinematografiche.[52]
- Il film Darsi alla macchia di Fulvio Wetzl ricostruisce quattro episodi inediti della vita di Carmine Crocco, attraverso i racconti orali raccolti tra gli anziani di Rionero e Barile. Nel film lo scrittore Raffaele Nigro contestualizza Crocco e il brigantaggio nella storia e nell'epica.
- Nel film Basilicata coast to coast (2010) di Rocco Papaleo, vi è un personaggio chiamato Carmine Crocco (interpretato da Antonio Gerardi), un chiaro riferimento al brigante.
- La miniserie televisiva Il generale dei briganti di Paolo Poeti, di prossima trasmissione su RAI 1, verterà sulla figura dello storico capo dei briganti lucani, interpretato da Daniele Liotti.
[modifica] Letteratura
- Le gesta del brigante sono ampiamente raccontate nel romanzo L'eredità della priora di Carlo Alianello, da cui fu anche tratta l'omonima miniserie televisiva.
- Maria Rosa Cutrufelli si ispirò a Crocco per la realizzazione del romanzo La briganta, la cui storia della protagonista, Margherita, è simile a quella del brigante rionerese.[53]
[modifica] Musica
- I Musicanova, gruppo fondato da Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò, gli hanno dedicato la canzone Il Brigante Carmine Crocco, contenuta nel disco Brigante se more (1980).
- Il Canzoniere Grecanico Salentino ha menzionato il brigante e il suo braccio destro Ninco Nanco nella canzone Quistione Meridionale, dall'album Come farò a diventare un mito (1983), il testo è stato composto dalla scrittrice Rina Durante, le musiche da suo cugino Daniele, il quale ripropose il pezzo nel disco E allora tu si de lu sud (2009). Lo stesso Canzoniere Grecanico Salentino, guidato dal figlio di Daniele, Mauro, lo rieseguì in Focu d'amore (2010).
- Il cantautore di origini melfitane Ferdy Sapio (già noto per aver partecipato alla composizione di tormentoni come Mon petit garçon di Yu Yu e El Tipitipitero di Cecilia Gayle)[54] ha scritto in suo onore il brano So Crocc, contenuto nel disco L'Arco di San Lorenzo (2004).
[modifica] Altro
- Il documentario Carmine Crocco, dei briganti il generale racconta la vicenda del brigante di Rionero ricostruendo il clima di quegli anni. Scritto da Antonio Esposto e Massimo Lunardelli, è stato prodotto da Niccolò Bruna per l'associazione torinese Colombre nel 2008.
- Michele Placido è suo discendente da parte paterna.[50]
- Il brigante è anche la mascotte dei tifosi della "C.S. Vultur Rionero", squadra di calcio del suo paese natale.
- Sempre a Rionero, è stato inaugurato, nel novembre 2008, un museo a lui dedicato: La Tavern r Crocc (La Taverna di Crocco).[55]
[modifica] Note
- ^ Ribolla, op. cit., p. 61.
- ^ Pedio, op. cit., p. 264.
- ^ Di Fiore, op. cit., p. 197.
- ^ Eugenio Massa. Carmine Crocco, un vero generale. URL consultato il 3 dicembre 2008.
- ^ De Leo, op. cit., p. 119.
- ^ Recensione del documentario "Carmine Crocco dei briganti il Generale", su www.colombre.it. URL consultato il 16 luglio 2009.
- ^ Montanelli, op. cit., p. 89.
- ^ Antonio Celano. «Recensione a: Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia (Della Porta, 2010)». URL consultato in data 30 maggio 2011.
- ^ De Leo, op. cit., p. 112.
- ^ Vittorio Bersezio lo definì "un tristo, un ladro, un assassino", Bersezio, op. cit., p. 25; Basilide Del Zio un "ladro feroce, assassino volgare", Del Zio, op. cit., p. 116.
- ^ "il motore e il banditore della rivoluzione contadina". Carlo Alianello, L'eredità della priora, Feltrinelli, 1963, p. 568.
- ^ Michele Traficante. «LA CANTINA DEI BRIGANTI:Ricreato a Rionero l’ambiente brigantesco con la “Tavern r’ Crocco”». museodicrocco.ilcannocchiale.it. URL consultato in data 1 novembre 2010.
- ^ Il nome della madre è controverso. Il nome più diffuso è Maria Gerarda Santomauro, come riportato da Tommaso Pedio in Dizionario dei Patrioti Lucani, Trani, 1972. Tuttavia, durante il processo nei confronti di Crocco, nella sentenza della Corte d'Assise di Potenza viene riportato il nome di Maria Gerarda Libutti, Basilide Del Zio, Il brigante Crocco e la sua autobiografia, pp.209
- ^ a b Montanelli, op. cit., p. 86.
- ^ L'esenzione totale dalla leva militare era prevista per le sole province al di là del Faro.
- ^ Come divenni brigante, op. cit., p. 30.
- ^ Pedio, op. cit., p. 265.
- ^ "Il capitano Massa, in data 24 aprile 1902, mi scriveva: «Il Crocco nella sua autobiografia dice che il 19 marzo 1849 andò soldato, e che prestò servizio per 42 mesi. «Egli soggiunge che da Gaeta ove trovavasi di guarnigione, ebbe notizia che certo don Peppino... di Rionero, avesse cercato sedurne la sorella, e che a tale notizia divisò disertare 'Avevo una pendenza di onore, continua il Crocco, la risolsi con una sfida al coltello e poscia fuggii da Gaeta, riuscendo a giungere incolume a Rionero, dove uccisi il seduttore di mia sorella'». Ed il Massa, ben a ragione, diceva essere questo un punto oscuro del Crocco, e dallo studio del processo e dalle notizie assunte dai contemporanei del suo paese, come nel Municipio, mi è risultato essere completamente falso. E un'asserzione gratuita del bandito, che, per non classificarsi ladro, e condannato come tale, inventa una storia d'onore, la crea con tutte le forme della fantasia, la dipinge minutamente e cerca contornarla talmente bene da crederla quasi egli stesso. E si appassiona a questa sua credenza, e la costituisce come base di tutti i suoi delitti". Del Zio, op. cit., p. 120.
- ^ Pedio, Brigantaggio meridionale, Capone, 1987, p.64
- ^ "Odi di famiglie ed ambizioni personali, prepotenze della nuova classe dirigente che, nuova ai piaceri del comando, sfoga i propri rancori e le proprie ambizioni avvalendosi della protezione che le deriva per i suoi rapporti con i rappresentanti del nuovo regime; la incomprensione che la nuova classe dirigente mostra nei confronti dei miseri e degli oppressi, che nessun beneficio hanno ottenuto con la conseguita trasformazione politica". Tommaso Pedio, Reazione alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata, La Nuova libreria de V. Riviello, 1961, p. 6.
- ^ "Uomini che, sempre devoti al Borbone, soltanto nell’estate del 1860 aderirono al Comitato dell’Ordine e ne accettarono il programma sol perché convinti che la sua realizzazione avrebbe consentito loro di difendere antichi privilegi e di continuare a rimanere classe dirigente". Tommaso Pedio, La Basilicata Borbonica, Lavello, 1986, p. 7.
- ^ Montanelli, op. cit., p. 88.
- ^ Del Zio, op. cit., p. 143
- ^ Del Zio, op. cit., p. 129
- ^ Città di Melfi, storia e origini. URL consultato il 27 gennaio 2008.
- ^ A. Maffei count, Marc Monnier, Brigand life in Italy, vol.2, Hurst and Blackett, 1865, p.39
- ^ Del Zio, op. cit., p. 23.
- ^ Notizie storiche sul brigantaggio in Irpinia. URL consultato il 7 maggio 2010.
- ^ Capellino, op. cit., p. 174.
- ^ Tommaso Pedio, Archivio storico per la Calabria e la Lucania, Volume 30, p.137
- ^ Del Zio, op. cit., p. 143.
- ^ Augustin Marie Olivier De Langlais (all'epoca definito erroneamente De Langlois) nacque a Nantes nel 1822. Ex impiegato delle dogane francesi, poco si conosce della sua vita ed è misterioso il motivo della sua presenza in Basilicata, di cui dubitarono anche Giustino Fortunato e Benedetto Croce, che lo definì un "cerveau brulè". Per alcuni fu un infiltrato del governo francese, mandato per tenere d'occhio l'operato di Crocco. Terminata la collaborazione con il brigante, tornò in Francia come impiegato nelle ferrovie. Morì nel 1902.
- ^ Marc Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane, G. Barbera, 1862, p.137
- ^ Molfese, op. cit., p. 102.
- ^ Del Zio, op. cit., p. 149.
- ^ Del Zio, op. cit., p. 154.
- ^ Del Zio, op. cit., p. 154.
- ^ Del Zio, op. cit., pp. 159-160.
- ^ Del Zio, op. cit., pp. 172.
- ^ Come divenni brigante, op. cit., p. 100.
- ^ a b Del Zio, op. cit., p. 201.
- ^ Come divenni brigante, op. cit., p. 82.
- ^ "Intanto, non senza ragione, nella coscienza pubblica si sospettò che, non vedendosi eseguita la sentenza di morte, ed era trascorso un anno alla data, influenze straniere, e quindi ragioni di Stato, ci dovettero essere, e si disse che il Governo italiano dove' subire il volere francese, e che perciò trascorse un anno per la commutazione della pena. Certo, con quaranta capi di accusa, con tanti delitti commessi, e quando la pena di morte non era ancora stata abolita, commutarsi questa nei lavori forzati a vita, impressionò fortemente ed i sospetti divennero certezza. E questa certezza era anche avvalorata dal fatto successo nel porto di Genova a bordo di un vapore delle Messaggerie Imperiali, che trasportava Crocco in Francia. Giunto questo vapore nel porto di Genova, proveniente da Civitavecchia, e sapendosi che Crocco era a bordo, il Governo italiano si crede' autorizzato a farlo arrestare. Non la pensò così Napoleone III, il quale ne reclamò il rilascio, sostenendo che non si aveva diritto dell'arresto sulla nave di altra Nazione. E Crocco venne riconsegnato, e forse, anche la pena di morte, per considerazioni e condizioni politiche, dove' essere commutata. Forse furono supposizioni, forse furono sospetti, ma non si può mettere in dubbio che ebbero un fondamento di realtà: fondamento che per lo meno è accennato a quanto successe all'udienza del 21 agosto." Del Zio, op. cit., p. 201.
- ^ a b c Maria Giovanna Tito su www.brigantaggio.net. URL consultato il 2 aprile 2009.
- ^ Raffaele Nigro. Il brigantaggio nella letteratura. eleaml.org. URL consultato il 7 gennaio 2012.
- ^ Tommaso Pedio, Archivio storico per la Calabria e la Lucania: Volumi 42-43, 1975, p.244
- ^ Molfese, op. cit., p. 402.
- ^ Del Zio, op. cit., p. 113.
- ^ Montanelli, op. cit., p. 93.
- ^ a b «La storia bandita»: un film dal vivo sui briganti. URL consultato il 3 novembre 2008.
- ^ Il 18 giugno sull'Isola d'Elba per il Centenario della morte del Generalissimo. URL consultato il 28 novembre 2009.
- ^ Intervista ad Enrico Lo Verso. URL consultato il 9 giugno 2010.
- ^ Maria Ornella Marotti, Gabriella Brooke, Gendering Italian fiction: feminist revisions of Italian history, Fairleigh Dickinson Univ Press, 1999, 211
- ^ Curriculum di Ferdy Sapio. URL consultato il 1 luglio 2010.
- ^ Sito del Museo di Crocco. URL consultato il 12 dicembre 2009.
[modifica] Bibliografia
- Carmine Crocco, Come divenni brigante, Edizioni Trabant, 2009.
- Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli, 2007. ISBN 88-17-01846-5
- Indro Montanelli, L'Italia dei notabili. (1861-1900), Rizzoli, 1973. ISBN 9788817427159
- Tommaso Pedio, Storia della Basilicata raccontata ai ragazzi, Congedo Editore, 1994. ISBN 88-365-2141-X
- Basilide Del Zio, Il brigante Crocco e la sua autobiografia, Tipografia G. Grieco, 1903.
- Marc Monnier, Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle provincie napoletane, G. Barbera, 1862.
- Antonio De Leo, Carmine Cròcco Donatelli: un brigante guerrigliero, Pellegrini, 1983.
- Felice Capellino, Il Soldato italiano: giornale militare, Tip. Cotta e Capellino, 1863.
- Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli, 1966.
- Romolo Ribolla, Voci dall'ergastolo, Loeschner, 1903.
- Vittorio Bersezio, Il regno di Vittorio Emanuele II, Roux e Favale, 1895.
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