Ferruccio Parri

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Ferruccio Parri
Ferruccio Parri 2.jpg

Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 21 giugno 1945 –
8 dicembre 1945
Capo di Stato Vittorio Emanuele III
Predecessore Ivanoe Bonomi
Successore Alcide De Gasperi

Ministro dell'Interno
Durata mandato 21 giugno 1945 –
10 dicembre 1945
Capo di Stato Vittorio Emanuele III
Presidente Ferruccio Parri
Predecessore Ivanoe Bonomi
Successore Giuseppe Romita

Dati generali
Partito politico Pd'A (1942-1945)
CDR (1946)
PRI (1946-1953)
UP (1953-1957)
Indipendente (1957-1981)
Tendenza politica Socialismo liberale
sen. Ferruccio Parri
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Pinerolo
Data nascita 19 gennaio 1890
Luogo morte Roma
Data morte 8 dicembre 1981
Titolo di studio laurea in Lettere e Filosofia
Professione pubblicista
Partito PRI (1946-1953), UdRR (1953), UP (1953-1957), Indipendente nel PSI (1958-1963), Indipendente PCI-PSIUP (1967-1981)
Legislatura I, III, IV, V, VI, VII, VIII
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 2 marzo 1963
Pagina istituzionale
« Se ci fu un presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri »
(Indro Montanelli, L'Italia della guerra civile)
« A Parri è sempre bastato avere la coscienza tranquilla. Per questo non volle mai rinunciare alle sue idee. »
(Enzo Biagi, Era ieri)

Ferruccio Parri (Pinerolo, 19 gennaio 1890Roma, 8 dicembre 1981) è stato un politico e antifascista italiano. Con il nome di battaglia Maurizio fu un capo partigiano durante la guerra di liberazione dal regime fascista in Italia, decorato dagli USA con la Bronze Star Medal. Fu il primo presidente del Consiglio a capo di un governo di unità nazionale istituito alla fine della seconda guerra mondiale. Lo pseudonimo "Maurizio" proveniva dal nome della chiesa di San Maurizio posta sulla cima della omonima collina, nella città natale di Pinerolo.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

L'impegno antifascista[modifica | modifica sorgente]

Laureato in Lettere, insegnò al Liceo Parini di Milano e fu redattore del Corriere della Sera. Prese parte alla prima guerra mondiale in qualità di ufficiale di complemento, nella quale fu ripetutamente ferito, meritando tre medaglie d'argento al valor militare, varie onorificenze italiane e francesi, la promozione a maggiore per meriti di guerra. Partecipò come ufficiale di Stato Maggiore alla preparazione dei piani di battaglia per la vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto.

In qualità di redattore del Corriere della Sera, sebbene richiesto da Luigi Albertini di restare almeno per un certo periodo, dovette allontanarsi dal giornale per non aver accettato la svolta fascista del quotidiano nel 1925; dovette successivamente lasciare il ruolo d'insegnante per non aver preso la tessera del Partito Fascista, necessaria per svolgere la professione. Sospettato di attività antifascista, subì percosse.

Organizzò insieme con Carlo Rosselli, Sandro Pertini e Adriano Olivetti la celebre fuga di Filippo Turati e dello stesso Pertini in Francia da Savona con un motoscafo guidato da Italo Oxilia[1]. Arrestato insieme con Rosselli a Massa, durante il processo davanti al Tribunale di Savona il suo avvocato, Vittorio Luzzati, lo difese ricordando le tre medaglie d'argento conquistate durante la prima guerra mondiale. Parri lo interruppe: «Se considero l'Italia attuale mi vergogno delle mie decorazioni!».[senza fonte] Condannato prima a 10 mesi di carcere e poi a 5 anni di confino per attività antifascista, venne relegato ad Ustica, Lipari e Vallo della Lucania.

Rilasciato nel 1931 fu assunto come impiegato dalla Edison di Milano, ove dopo poco tempo fu promosso dirigente e posto a capo della sezione economica dell'Ufficio Studi della grande azienda elettrica milanese. Continuò a mantenersi segretamente in contatto con il movimento di Giustizia e Libertà, nato in Francia per opera del Rosselli e di altri, che prospettava la nascita in Italia di una democrazia sociale.

Alla guida della Resistenza[modifica | modifica sorgente]

Con l'invasione nazista dell'Italia successiva all'armistizio dell'8 settembre, Parri venne subito indicato dai primi gruppi partigiani e dai vari CLN che si andavano formando nell'inverno 1943-1944 come la persona più adatta a prendere la guida della Resistenza per la sua capacità di mediazione tra le varie componenti politiche del movimento[2], per la preparazione militare[3] e per le sue idee azioniste e repubblicane non estremistiche e quindi rassicuranti per gli Alleati occidentali.

Incontrò il capo dei servizi segreti americani, Allen Dulles, dopo essere riuscito a oltrepassare il confine svizzero. L'incontro, ufficialmente definito come "molto cordiale", sebbene non produsse risultati immediati, pose comunque le basi per il riconoscimento da parte anglo-americana dell'esercito partigiano come forza di Liberazione nazionale.

Lapide commemorativa

In seguito, con la costituzione delle prime bande armate, egli divenne il leader del Partito d'Azione nei territori occupati e in seguito lo rappresentò nel Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia. Con la costituzione il 9 giugno 1944 del Comando generale dei Volontari per la Libertà, una sorta di guida militare dei partigiani, Parri fu nominato vice-comandante, insieme al futuro leader comunista, Luigi Longo e al generale Raffaele Cadorna. Egli assunse il nome di battaglia di Maurizio.

Qualche tempo dopo (il 2 gennaio 1945) Parri venne casualmente fatto prigioniero dalle SS. Condotto a San Vittore dove fu anche duramente percosso, il comandante Maurizio venne riconosciuto da un agente di polizia italiano all'Hotel Regina, sede del comando milanese delle SS, e tradotto successivamente nel carcere di Verona, dove aveva sede il Tribunale Speciale della Repubblica Sociale Italiana.

Poche ore dopo il suo arresto era fallito un coraggioso tentativo di liberarlo: una banda dei GAP di Milano, guidato da Edgardo Sogno aveva fatto irruzione nell'Hotel Regina ma la schiacciante superiorità numerica delle SS aveva fatto fallire il colpo, portando anzi all'arresto dello stesso Sogno che venne poi inviato in un campo di prigionia a Bolzano.

Numerose congetture furono aperte sull'arresto di Parri: dopo la guerra voci di popolo asserivano che era stato favorito dai servizi segreti inglesi per indebolire la componente di sinistra della Resistenza. La maggioranza della storiografia oggi ritiene invece che quello di Parri fu un arresto fortuito.

Successivamente, quando il generale Karl Wolff, comandante delle SS in Italia, iniziò a condurre trattative segrete con gli Alleati per una ritirata onorevole delle truppe tedesche dal suolo italiano (Operazione Sunrise), gli Americani, attraverso Allen Dulles, che escogitò il piano, chiesero come prova di "buona volontà" la scarcerazione immediata di Parri e del maggiore degli alpini Antonio Usmiani. Parri e Usmiani i primi giorni di marzo del 1945 furono liberati e condotti in Svizzera. Allen Dulles incontrò i due ex prigionieri a Zurigo e Parri, con coraggio, dichiarò di voler rientrare al più presto in Italia per riprendere la lotta partigiana.[senza fonte]

Di lì a qualche mese, il 25 aprile finiva almeno in Italia la seconda guerra mondiale; tuttavia gli Alleati mantennero sotto la loro amministrazione tutto il Settentrione, ritenendo che unificare in quel momento il Paese poteva provocare il rischio di una guerra civile. Il CLN si adeguò alle disposizioni alleate prendendo in giurisdizione tutto il Centro-Sud mentre al Nord continuava ad operare il CLNAI. Parri rientrato finalmente a Milano fu confermato come rappresentante del Partito d'Azione. Sebbene favorevole alla condanna a morte di Mussolini,[senza fonte] definì una "macelleria messicana" l'oltraggio riservato a Piazzale Loreto al corpo di Benito Mussolini, della Petacci e degli altri fucilati a Dongo.[senza fonte] Come ex capo partigiano, disapprovò le azioni delle bande, soprattutto comuniste, che si dedicavano alla "vendetta", uccidendo ex fascisti.[senza fonte]

Parri presidente del Consiglio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Secondo dopoguerra italiano.

Intanto si era sciolto, su pressione della sinistra, il secondo governo Bonomi. I colloqui svoltisi fra Roma e Milano fra maggio e giugno fra le sei principali forze politiche del momento (Democrazia Cristiana; Partito Comunista Italiano; Partito Socialista Italiano; Partito Liberale Italiano; Partito d'Azione; Democrazia del Lavoro) portarono dopo l'affossamento dei nomi di Ivanoe Bonomi, di Pietro Nenni e di Alcide De Gasperi alla scelta di Ferruccio Parri.

Il nome di Parri fu proposto da Leo Valiani affiancato dal socialista Rodolfo Morandi come una personalità intermedia fra le forze di sinistra e quelle centriste presenti nel CNL.[senza fonte] Nel nuovo governo egli assunse ad interim anche il Ministero dell'Interno. Secondo un efficace ritratto che ne fece Indro Montanelli Parri, appena insediatosi, volle «conoscere tutte le pratiche di cui si stava occupando il governo» venendone talmente sommerso da non uscire più dal suo ufficio per giorni e giorni, mangiando soltanto pane e salame e dormendo su una branda da campo al Viminale.[senza fonte]

Il suo governo, seppur lacerato dagli scontri fra l'estrema sinistra e i liberali, riuscì a varare i primi timidi provvedimenti economici per far uscire il Paese dalla situazione post-bellica: il risarcimento pagato in dollari dagli Stati Uniti per le truppe d'occupazione permise il risanamento delle infrastrutture. La linea perseguita in questo senso dai ministri delle Finanze Marcello Soleri, che morì durante l'incarico, e Epicarmo Corbino creò, secondo alcuni, le condizioni per il "miracolo economico" degli anni cinquanta e sessanta.[senza fonte]

Poco dopo fu varata da Parri la Consulta Nazionale: una sorta di Parlamento scelto dai vari partiti in attesa di libere elezioni. Fu tra i primi politici a denunciare l'esistenza della mafia nell'Italia meridionale e a proporre una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata. Spedì al confino l'indipendentista siciliano Finocchiaro Aprile.[senza fonte] Le iniziative di Parri non ebbero seguito, ma anzi furono lasciate cadere dai successori.

In politica estera dovette seguire il delicato tema delle trattative di pace: l'Italia era considerata un paese sconfitto e "provocatore della guerra". Per questo venne esclusa dalla Conferenza di San Francisco dove Parri e De Gasperi, ministro degli Esteri, tentarono di partecipare. Fu totalmente vano il tentativo di far entrare l'Italia nel novero dei paesi alleati con la dichiarazione di guerra all'ormai sconfitto Giappone avvenuta il 15 luglio[4].

Anche alla successiva Conferenza di Potsdam, dove doveva essere deciso come risolvere la questione giuliana, ovvero se annettere Trieste e l'Istria all'Italia o alla Iugoslavia, la partecipazione dell'Italia fu esclusa per un veto esplicito posto da Winston Churchill. A Potsdam la questione giuliana non fu discussa e in un comunicato venne riconosciuto all'Italia di essere stato il primo Paese a rompere l'alleanza con la Germania.

Poco dopo, in seguito ad una serie di visite all'estero di De Gasperi, si era giunti a convocare un nuovo tavolo di trattative, con la partecipazione d'Italia e Iugoslavia sulla questione giuliana e sulle colonie italiane (Africa Orientale, Libia e Grecia). Parri espresse una posizione nettamente solidale con De Gasperi,[spiegare la posizione] contestato dai comunisti di Togliatti vicini invece a Tito. Contemporaneamente alcune sue dichiarazioni di sostegno alle tesi repubblicane[senza fonte] gli alienarono il consenso dei liberali, che guidarono una campagna contro di lui. Benedetto Croce esprimendo il malcontento moderato definì "un forte distacco fra il Paese reale e il Governo". Contro il Governo si accanì anche il movimento dell'Uomo Qualunque, fondato in quel periodo da Guglielmo Giannini.

Il 22 novembre la crisi esplose definitivamente: i ministri liberali rassegnarono le dimissioni seguiti dai democristiani. Il PCI e il PSI non lo sostennero e anche il suo partito non ebbe la forza di contrastare la crisi ormai irreversibile. Il 24 Parri lasciò la Presidenza del Consiglio. Convocò i giornalisti al Viminale e si definì vittima di un colpo di Stato; poi presentò polemicamente le dimissioni al CLN e non al luogotenente Umberto di Savoia come prevedeva la legge.[senza fonte] Poco dopo, nell'ultimo Consiglio dei ministri, fu convinto da De Gasperi a rettificare le sue dimissioni e a scusarsi per la sua espressione su un presunto golpe.[senza fonte] Quindi si recò al Quirinale per dimettersi come voleva la prassi.[senza fonte]

Negli anni successivi[modifica | modifica sorgente]

Parri deputato alla Costituente

Acclamato all'unanimità segretario del Partito d'Azione nel dicembre del 1945, guidò il partito al congresso del febbraio 1946, caratterizzato dallo scontro fra le due correnti dette "radicali" e "socialisti". Parri e Ugo La Malfa uscirono dal partito, dando vita alla Concentrazione Democratica Repubblicana, che si presentò alle elezioni politiche del 2 giugno 1946 con una propria lista: vi risultarono eletti i due principali esponenti del movimento, che decisero poi di aderire al Gruppo Repubblicano in seno all'Assemblea Costituente. Nel settembre dello stesso anno, la Concentrazione Democratica Repubblicana confluì nel Partito Repubblicano Italiano. Fu senatore di diritto nella prima legislatura repubblicana (1948) e votò la fiducia ai governi centristi guidati da Alcide De Gasperi.

Fondò con altri resistenti nel 1949 la FIAP - Federazione Italiana Associazioni Partigiane, per evitare l'insorgente egemonizzazione della Resistenza da parte del Partito Comunista. Fondamentale il suo contributo per la nascita dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI). Nel 1953 abbandonò il Pri in disaccordo con la nuova legge elettorale, la legge truffa, e diede vita con Piero Calamandrei al movimento di Unità Popolare. Unità Popolare ottenne appena lo 0,6% ma sarà decisivo nel far mancare alla coalizione vincente il quorum per ottenere il premio di maggioranza.

Pochi mesi prima, il 17 maggio, I Meridiani d'Italia, un giornale di destra, pubblicò un articolo intitolato «Prove clamorose: Parri tradì i partigiani». Parri decise di portare il giornale in tribunale ma il processo non finì mai perché cadde tutto in prescrizione. Fu un processo all'epoca molto seguito: a favore di Parri testimoniarono importanti politici del periodo come il comunista Luigi Longo e il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Pertini ricordò ai giudici come i capi partigiani avessero temuto per la vita del "comandante Maurizio". Uno dei suoi carcerieri riferì che Parri fu duramente percosso dai fascisti mentre lo trascinavano al carcere.

Fu per Parri un duro colpo, Enzo Biagi riporta che confidò al suo avvocato: «Forse non basta vivere pulitamente, per i miei nemici avrei dovuto morire. Ma non è colpa mia se sono ancora qui».[5] Nel 1957 in vista delle imminenti elezioni politiche dell'anno successivo, Parri si candidò come indipendente nelle liste del PSI risultando eletto al Senato. Contestò aspramente il governo Tambroni, che godeva dell'appoggio esterno dei fascisti del MSI, e la sanguinosa repressione delle proteste popolari nel "30 giugno a Genova" e nella Strage di Reggio Emilia.

Parri negli anni settanta

Nel 1963 il presidente della Repubblica Antonio Segni lo nominò senatore a vita, e si iscrisse al Gruppo parlamentare Misto. Alla fine del 1967 in vista delle elezioni politiche del 1968, lanciò, insieme ad alcune eminenti personalità del mondo politico e culturale italiano, l'Appello per l'unità delle sinistre. Alle elezioni molte di queste personalità si presentarono come indipendenti nelle liste PCI-PSIUP. Gli indipendenti eletti al Senato confluirono in un Gruppo parlamentare autonomo denominato Sinistra Indipendente di cui Parri fu il presidente per molti anni, mantenendosi all'opposizione dei vari governi di centrosinistra che guidarono l'Italia negli anni sessanta e settanta. La Sinistra indipendente si caratterizzò per essere un gruppo aperto a personalità provenienti dalla Resistenza ma di diversa estrazione politica, religiosa e sociale, in posizione di alleanza critica in particolare con il PCI.

Fondò e diresse, in quegli anni, il periodico l'Astrolabio, tribuna da cui condusse campagne per la realizzazione di una maggiormente compiuta democrazia e di denuncia del risorgente neo-fascismo. Considerato uno dei padri della Patria, morì a novantuno anni nel dicembre del 1981. Riposa nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova, a pochi metri dalla tomba di Giuseppe Mazzini.

La tomba di Parri al cimitero di Staglieno

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze italiane[modifica | modifica sorgente]

Medaglia d'argento al valor militare (3 volte) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare (3 volte)
«Con audacia e rara intelligenza compiva rischiose ricognizioni, fornendo al comando utili informazioni sul nemico. In due attacchi notturni, si spingeva sotto i reticolati, facendovi brillare tubi di gelatina. Contuso fortemente ad una mano, continuava nel lavoro e, per parecchie notti consecutive, guidava i suoi guastatori alla distruzione delle difese accessorie.

Monte Mrzli, 15 agosto 1915


Ferito durante un attacco nemico notturno, rimase al suo posto, concorrendo ad altro attacco, seguito nel mattino successivo, durante il quale venne ferito. Si ritirò solamente ad azione compiuta.

Mrzli, 23-24 ottobre 1915


Comandante di compagnia, volontariamente più volte uscì in ricognizione, dando sul nemico notizie importanti e precise. All'assalto della trincea avversaria, fu il primo ad occuparla facendo un buon numero di prigionieri, e non abbandonò il suo posto che quando sentì mancarsi le forze per esser stato più volte ferito.

Nova Vas 1-6 e 14 settembre 1916»

Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria

Onorificenze straniere[modifica | modifica sorgente]

Bronze Star Medal - nastrino per uniforme ordinaria Bronze Star Medal

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Parri, su richiesta del comando supremo, scrisse il famoso bollettino della Vittoria firmato dal M.llo d'Italia Diaz.
  • A Parri viene attribuita l'espressione "macelleria messicana". Egli la utilizzò il 29 aprile 1945, esprimendo la ripugnanza di fronte ai macabri fatti di Piazzale Loreto, dove i cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci ed altri gerarchi fascisti furono appesi per i piedi alla tettoia di una pompa di benzina al pubblico ludibrio.
  • Quando s'insediò per il secondo governo dell'era post-fascista, il suo volto era totalmente sconosciuto e, al suo arrivo a Roma in treno, notando una calca di giornalisti chiese ad uno di essi cosa stesse accadendo. La risposta del cronista fu: «Non ci disturbi, stiamo attendendo il presidente del consiglio», pertanto Parri riuscì a raggiungere il Viminale in tranquillità e nel completo anonimato.
  • È l'ultimo Presidente del Consiglio della storia d'Italia ad aver ufficialmente dichiarato guerra ad un altro Stato: ciò accadde il 14 luglio del 1945, quando il suo governo dichiarò aperte le ostilità contro l'Impero Giapponese[6], come già accennato sopra.
  • L'episodio delle dimissioni da Presidente del Consiglio è raccontato da Carlo Levi nell'"Orologio".
  • Il famoso giornalista Tiziano Terzani cominciò la propria attività, tra l'altro, con un incarico affidatogli da Parri per l'Astrolabio, come racconta nel suo ultimo libro "La fine è il mio inizio".
  • Ferruccio Parri fu anche attore, interpretando se stesso nel film Il caso Mattei.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Per la biografia di Italo Oxilia si rimandano alle seguenti opere di Antonio Martino: Fuorusciti e confinati dopo l'espatrio clandestino di Filippo Turati nelle carte della R. Questura di Savona in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria, n.s., vol. XLIII, Savona 2007, pp. 453-516. e Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R.Questura, Gruppo editoriale L'espresso, Roma, 2009.
  2. ^ G.Bocca, Storia dell'Italia partigiana, p. 17.
  3. ^ E.Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. 5, p. 1658.
  4. ^ 1945: GUERRA AL GIAPPONE SULLA CARTA, NATURALMENTE, Il Corriere della Sera, 18 febbraio 2009; questa è stata l'ultima dichiarazione di guerra della storia italiana
  5. ^ Enzo Biagi, Mille camere, A.Mondadori, 1984, p. 39, ISBN 978-88-04-28370-6.
  6. ^ Il Corriere della sera (consultato il 10/09/2009)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Aldo Aniasi, Parri: l'avventura umana, militare, politica di Maurizio, Torino, ERI, 1991.
  • Luca Polese Remaggi, La nazione perduta: Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Bologna, Il mulino, 2004.
  • Guido Quazza, Enzo Enriques Agnoletti, Giorgio Rochat, Giorgio Vaccarino, Enzo Collotti, Ferruccio Parri, sessant'anni di storia italiana, Bari, De Donato, 1983
  • Ferruccio Parri Scritti 1915/1975 a cura di Enzo Collotti, Giorgio Rochat, Gabriella Solaro Pelazza, Paolo Speziale, Milano, Feltrinelli Editore, 1976
  • Carlo Piola Caselli, Il taccuino di Ferruccio Parri sull'Europa (1948-1954), 2012

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Emblema della Regno d'Italia Predecessore: Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Successore: Stemma dei Savoia
Ivanoe Bonomi giugno 1945 - dicembre 1945 Alcide De Gasperi I
Camillo Benso, conte di Cavour (1861-1861)  | Bettino Ricasoli (1861-1862)  | Urbano Rattazzi (1862-1862)  | Luigi Carlo Farini (1862-1863)  | Marco Minghetti (1863-1864)  | Alfonso La Marmora (1864-1866)  | Bettino Ricasoli (1866-1867)  | Urbano Rattazzi (1867-1867)  | Luigi Federico Menabrea (1867-1869)  | Giovanni Lanza (1869-1873)  | Marco Minghetti (1873-1876)  | Agostino Depretis (1876-1878)  | Benedetto Cairoli (1878-1878)  | Agostino Depretis (1878-1879)  | Benedetto Cairoli (1879-1881)  | Agostino Depretis (1881-1887)  | Francesco Crispi (1887-1891)  | Antonio di Rudinì (1891-1892)  | Giovanni Giolitti (1892-1893)  | Francesco Crispi (1893-1896)  | Antonio di Rudinì (1896-1898)  | Luigi Pelloux (1898-1900)  | Giuseppe Saracco (1900-1901)  | Giuseppe Zanardelli (1901-1903)  | Giovanni Giolitti (1903-1905)  | Tommaso Tittoni (1905-1905)  | Alessandro Fortis (1905-1906)  | Sidney Sonnino (1906-1906)  | Giovanni Giolitti (1906-1909)  | Sidney Sonnino (1909-1910)  | Luigi Luzzatti (1910-1911)  | Giovanni Giolitti (1911-1914)  | Antonio Salandra (1914-1916)  | Paolo Boselli (1916-1917)  | Vittorio Emanuele Orlando (1917-1919)  | Francesco Saverio Nitti (1919-1920)  | Giovanni Giolitti (1920-1921)  | Ivanoe Bonomi (1921-1922)  | Luigi Facta (1922-1922)  | Benito Mussolini (1922-1943)  | Pietro Badoglio (1943-1944)  | Ivanoe Bonomi (1944-1945)  | Ferruccio Parri (1945-1945)  | Alcide De Gasperi (1945-1946)
Predecessore Ministro degli Interni del Regno d'Italia Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Ivanoe Bonomi 21 giugno 1945 - 8 dicembre 1945 Giuseppe Romita

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