Urbano Rattazzi

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Urbano Rattazzi
Rattazzi by Disderi.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 3 marzo 1862 –
8 dicembre 1862
Monarca Vittorio Emanuele II
Predecessore Bettino Ricasoli
Successore Luigi Carlo Farini

Durata mandato 10 aprile 1867 –
27 ottobre 1867
Predecessore Bettino Ricasoli
Successore Luigi Federico Menabrea

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 11 maggio 1852 –
27 ottobre 1853
Predecessore Pier Dionigi Pinelli
Successore Carlo Bon Compagni di Mombello

Durata mandato 10 gennaio 1859 –
21 gennaio 1860
Predecessore Carlo Bon Compagni di Mombello
Successore Giovanni Lanza

Durata mandato 18 febbraio 1861 –
3 marzo 1862
Predecessore Giovanni Lanza
Successore Sebastiano Tecchio

Dati generali
Partito politico Sinistra storica
Urbano Rattazzi
Bandiera italiana
'
Luogo nascita Alessandria
Data nascita 20 giugno 1968
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione Avvocato
Legislatura VIII, IX, X, XI
Gruppo Sinistra storica
Collegio Alessandria (dalla VIII alla XI Legislatura),
Tortona (IX Legislatura)
Incarichi parlamentari

Presidente della Camera dall'11 marzo 1861 al 7 settembre 1865

Pagina istituzionale
on. Urbano rattazzi
Stemma del Regno di Sardegna Parlamento del Regno di Sardegna
Camera del Regno di Sardegna
Luogo nascita Alessandria
Data nascita 20 giugno 1808
Luogo morte Frosinone
Data morte 5 giugno 1873
Legislatura I, II, III, IV, V, VI, VII
Gruppo Sinistra storica
Collegio Alessandria I (dalla I alla VII Legislatura),
Bioglio (II Legislatura)
Incarichi parlamentari
  • Presidente della Camera dal 12 maggio 1852 al 20 novembre 1853;
  • Presidente della Camera dal 13 gennaio 1859 al 19 luglio 1859

Urbano Rattazzi (Alessandria, 20 giugno 1808Frosinone, 5 giugno 1873) è stato un politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli esordi politici[modifica | modifica wikitesto]

Casa natale di Urbano Rattazzi

Nato a Alessandria, il 20 giugno 1808, da famiglia benestante, si dedicò agli studi di legge, laureandosi a Torino in giurisprudenza e cominciando ad esercitare come avvocato a Casale Monferrato, diventando in breve tempo uno dei più valenti avvocati del senato cittadino. Poco dopo Rattazzi si lasciò distrarre dalla passione politica: infatti nell'agosto del 1847, tenutosi a Casale il congresso dell'Associazione agraria di Torino, fu tra coloro che firmarono un indirizzo, rivolto a Carlo Alberto e ideato dal socio Giovanni Lanza, per avere concessioni maggiori, simili a quelle adottate per Firenze e Roma, come l'istituzione della Guardia civica e la concessione della libertà di stampa.

Il parlamento subalpino[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la concessione dello Statuto Albertino il 4 marzo 1848 e la convocazione per il 17 aprile dei comizi elettorali per l'elezione del primo Parlamento subalpino, l'avvocato piemontese si candidò, nelle file della Sinistra storica, per il collegio di Alessandria I, rimanendo alla Camera dei deputati per ben 11 legislature.

Rattazzi fu un politico tenace e battagliero. Infatti, mentre ancora infuriava la Prima Guerra d'Indipendenza, l'8 giugno 1848, giorno del plebiscito di annessione della Lombardia al Piemonte, si distinse sostenendo un progetto favorevole alla fusione tra i due territori, appoggiando le proposte dei democratici lombardi: mantenimento dell'autonomia del governo provvisorio di Milano fino alla ratifica parlamentare, trasformazione del Parlamento stesso in Consulta, alla quale lo stesso sovrano avrebbe dovuto ricorrere e convocazione della Assemblea Costituente per redigere una nuova Costituzione. Malgrado l'opposizione dei deputati moderati, come Camillo Benso conte di Cavour e di Pier Dionigi Pinelli, la Camera dei deputati approvò la relazione di Rattazzi, che il 6 luglio 1848 ebbe anche l'incarico di stendere la risposta al discorso della Corona.

Nominato ministro della Pubblica Istruzione nel Governo Casati (27 luglio -15 agosto 1848), resse per pochi giorni anche i dicasteri dell'Industria, dell'Agricoltura e del Commercio (4 agosto). Si dimise dopo l'Armistizio di Salasco, che interrompeva le ostilità tra Torino e Vienna, sostenendo la necessità di riprendere la guerra contro l'Austria, come richiesto dai deputati democratici radicali. In seguito alla crisi del 16 dicembre 1848, che portò alla caduta del Governo Perrone, dimessosi per il voto favorevole alla Camera della petizione degli studenti universitari torinesi che protestavano contro il nuovo regolamento varato dal ministro della Pubblica Istruzione Carlo Bon Compagni di Mombello, che vietava l'associazione studentesca a fini politici[1], e all'avvento al potere di Vincenzo Gioberti, Rattazzi fu nominato ministro di Grazia e Giustizia: il suo primo atto da ministro fu l'invio di una circolare ministeriale a tutti i vescovi del Regno, minacciandoli di arresto se non avessero cessato di predicare contro le nuove istituzioni. Il ministro rimase in carica fino al 17 febbraio 1849, quando, in dissenso con il Presidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna, che voleva inviare un corpo di spedizione in Toscana per restaurare Leopoldo II e abbattere il governo democratico di Firenze, si dimise insieme a tutto il gabinetto. Il re Carlo Alberto però accettò solo quelle di Gioberti e invitò gli altri ministri a restare in carica, affidando la presidenza al generale Chiodo,nel cui governo fu nominato ministro dell'Interno.

Spettò a lui comunicare alla Camera la denuncia dell'Armistizio il 12 marzo 1849 e la ripresa delle ostilità contro l'Austria il 20 marzo: la guerra però andò male per l'esercito piemontese, che tre giorni dopo venne sbaragliato dalle truppe austriache nella sconfitta di Novara. Ciò portò all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele II e alla caduta del ministero Chiodo, sostituito dal generale Claudio Gabriele de Launay, che aveva fama di reazionario. Fu in questo periodo che Rattazzi prese le distanze dalla sinistra estrema, che rifiutava la ratifica del trattato di pace con l'Austria e propugnava la guerra ad oltranza, credendo che la resistenza ad oltranza avrebbe nuociuto alle libertà statutarie. Allora il deputato piemontese creò una nuova formazione politica, denominata "Centro-sinistra", la quale faceva sua le idee di Sinistra, pur mantenendole su una posizione più moderata. Fu a capo di questo schieramento che, dopo la fine della III Legislatura del Regno di Sardegna, sciolta in novembre, e il Proclama di Moncalieri, venne rieletto deputato il 9 dicembre 1849.

L'appoggio a d'Azeglio e la nascita del Connubio[modifica | modifica wikitesto]

Il centro-sinistra di Rattazzi appoggiò la fase iniziale del Governo d'Azeglio I nei suoi progetti di riduzione dei privilegi ecclesiastici, culminati con le Leggi Siccardi del 9 aprile 1850, che abolivano il foro ecclesiastico, il diritto d'asilo e regolamentava la manomorta, portando la legislazione ecclesiastica piemontese a livello di quella degli altri Stati europei. Soprattutto Rattazzi sostenne l'entrata nell'esecutivo come ministro delle Finanze dell'antico avversario Cavour, che adesso, analogamente al leader di Sinistra, stava creando uno schieramento politico moderato di Destra, (detto "Centro-Destra") allontanandosi dalle ali estreme più reazionarie.

L'idea di una alleanza tra i due schieramenti moderati di Destra e Sinistra maturò già dal dicembre 1851, quando in Francia, con un colpo di Stato, il presidente della Seconda Repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte, si autoproclamò Imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III, instaurando un governo autoritario. I liberali piemontesi temevano che anche in Piemonte potesse avvenire una situazione analoga, sebbene le correnti reazionarie di Destra non avessero che scarsi consensi nel Paese, a causa della strenua difesa dei privilegi clericali. Per prevenire uno spostamento dell'asse politico alla Destra estrema, Cavour decise, all'insaputa del Presidente del Consiglio, di allearsi con la Sinistra moderata di Rattazzi. L'accordo, chiamato ironicamente "Connubio", nel senso di matrimonio, dagli avversari[2], fu sancito dall'incontro tra i due capi politici nel gennaio del 1852, presenti anche i due mediatori, Michelangelo Castelli per Cavour e Domenico Buffa per Rattazzi. Il programma era semplice e chiaro: abbandono delle ali estreme del Parlamento e alleanza fra conservatori e democratici moderati su un programma di stampo liberale che prevedesse il rafforzamento delle libertà costituzionali e il progresso civile ed economico della Nazione[3].

Il primo banco di prova del nuovo patto fu l'applicazione della legge De Foresta, un provvedimento restrittivo sulla libertà di stampa che impediva le offese sui giornali piemontesi ai capi di Stato e di governi stranieri, in discussione alla Camera in febbraio. Pur personalmente contrario alla legge, Rattazzi in Parlamento annunciò che avrebbe appoggiato la proposta legislativa, a patto che l'esecutivo non ponesse più provvedimenti restrittivi. La Destra invece aveva chiesto un irrigidimento della norma, mentre Cavour propose piccoli ritocchi che non ne modificassero in sostanza il contenuto e non attentassero al principio di libertà. Il 5 febbraio 1852 Cavour pronunciò alla Camera un memorabile discorso sulla libertà di stampa, mentre cinque giorni dopo, il 10 febbraio, la Camera approvò la legge con 100 voti a favore e 44 contrari: la Destra votò con i deputati moderati di Cavour, mentre la Sinistra, estrema e moderata, disperse i voti tra contrari e favorevoli, poiché i singoli deputati votarono singolarmente dopo il discorso di Rattazzi di combattere la legge in senso progressista.

Tuttavia il primo vero successo del Connubio fu l'elezione, il 4 marzo di quell'anno, di Rattazzi a vicepresidente della Camera, dopo un rimpasto governativo favorevole a Cavour. Intanto, deceduto il presidente Pinelli il 23 aprile, il conte propose il capo della Sinistra moderata alla successione, in opposizione al candidato governativo Carlo Bon Compagni di Mombello, venendo eletto l'11 maggio 1852 Presidente della Camera dei deputati, alla terza votazione, raccogliendo 74 voti favorevoli contro i 52 del rivale, a cui andarono i voti di Destra, di alcuni della Sinistra e dei deputati più vicini a d'Azeglio. Quest'ultimo, contrariato dall'intraprendenza del suo ministro, presentò immediatamente le dimissioni a Vittorio Emanuele II, il quale, anch'egli ostile al cambiamento dell'asse politico a Sinistra, le rifiutò, riconfermandogli l'incarico il 16 maggio. D'Azeglio quindi poté varare il suo secondo governo, estromettendo da esso Cavour, sostituito al dicastero delle Finanze da Luigi Cibrario, ma la nuova compagine ministeriale si rivelò estremamente debole, dimostrandolo nel tentativo di istituire nel regno il matrimonio civile, progetto approvato dalla Camera ma arenatosi al Senato. A questo punto l'obiettivo degli uomini del Connubio fu di portare Cavour alla Presidenza del Consiglio, riuscendoci il 4 novembre 1852, dopo le dimissioni di d'Azeglio.

Gli incarichi ministeriali e la Crisi Calabiana[modifica | modifica wikitesto]

Rattazzi rimase alla presidenza della Camera fino al 27 ottobre 1853, quando fu chiamato nel Governo Cavour I come ministro della Giustizia; successivamente, dal 6 marzo 1854, ottenne anche il dicastero dell'Interno ad interim. In qualità di ministro della Giustizia fu un alacre lavoratore e riformatore: su sua iniziativa vennero infatti proposti progetti di legge per il riordino del sistema giudiziario, la riforma del codice penale, l'ammissione al beneficio del patrocinio dell'avvocato dei poveri, e soprattutto, la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose. Questo provvedimento, presentato il 28 novembre 1854, scatenò una vivissima opposizione che culminò nella cosiddetta Crisi Calabiana: infatti, per prevenire il rafforzamento degli ambienti clericali, vicini alla corte e alla Destra reazionaria, oltre che in conformità ai principi liberali del governo, il ministrò propose al Parlamento un progetto di legge che prevedeva la soppressione degli congregazioni religiose del Regno, eccetto quelle dedite alla cura dei bisognosi e all'istruzione, devolvendone i beni ad un fondo di risparmio che potesse essere in grado di pagare uno stipendio ai sacerdoti più disagiati. Senza cedere alla Sinistra estrema, che voleva la soppressione totale degli ordini religiosi piemontesi, la legge passò alla Camera il 2 marzo 1855 con 117 voti a favore e 36 contrari. Ma il Senato, insieme al re, che non voleva rompere con il Vaticano, su proposta di alcuni eminenti senatori cattolici, propose che l'episcopato offrisse 900.000 lire per il sostentamento dei parroci poveri, nel tentativo di neutralizzare la legge sui conventi. La proposta del Senato fu accettata dal papa e quindi girata al governo, che però rifiutò decisamente, minacciando le dimissioni se il testo originario non fosse stato mantenuto. Il 25 aprile 1855, Vittorio Emanuele II cercò di sondare il generale Giacomo Durando per formare un nuovo esecutivo, ma il tentativo fallì, mentre il giorno dopo, in Senato, il senatore Luigi Nazari di Calabiana, vescovo di Casale, ufficializzò la proposta dell'episcopato, non specificandone le condizioni per permettere al futuro governo di operare una conciliazione. Infine, il 27 aprile, costatata l'opposizione del re e l'impossibilità di far passare la legge, il gabinetto si dimise.

La proposta di Calabiana fu vista come un'ingerenza clericale negli affari interni del Regno di Sardegna, dove si susseguirono violente dimostrazioni anti-clericali, mentre il 2 maggio Cavour informava il re che un governo di Destra avrebbe significato rinunciare alla politica italiana e Durando, il giorno dopo, in difficoltà a formare la compagine ministeriale,rinunciò al mandato, adducendo come motivo l'inaccettabilità della proposta del vescovo di Casale e i problemi di ordine interno che avrebbe significato uno spostamento a Destra. Quindi, seppur riluttante, Vittorio Emanuele II dovette riaffidare, il 4 maggio, il mandato al governo dimissionario, che ritornò alla guida del Paese. Ritornava tuttavia il problema spinoso della legge sui conventi, bloccata al Senato, che fu modificata con un emendamento proposto dal giurista Luigi Des Ambrois e da Giacinto Collegno, il quale prevedeva che i religiosi presenti nei conventi soppressi non sarebbero stati cacciati, ma vi sarebbero rimasti fino alla naturale estinzione della loro comunità. Sottoposto al Senato il 10 maggio, l'emendamento, pur contestato dalla Destra clericale, passò con 47 voti favorevoli, 45 contrari e 3 astenuti. Il testo definitivo fu approvato dai senatori il 22 maggio, quindi, rimandato alla Camera, venne approvato il 28 maggio, malgrado le contestazioni dei clericali e le critiche della sinistra, e firmata dal re il giorno dopo[4]. A ciò seguì, il 26 luglio, la scomunica di Pio IX al sovrano, al governo e ai parlamentari che avevano approvato la legge.

La rottura con Cavour[modifica | modifica wikitesto]

Frattanto, mentre era in corso il dibattito sulla legge sui conventi, era scoppiata la Guerra di Crimea, alla quale Francia e Inghilterra chiesero la partecipazione del Piemonte: Rattazzi, dapprima contrario all'entrata in guerra a fianco di francesi e inglesi, ne divenne in seguito un convinto sostenitore, difendendo nel gennaio 1855 alla Camera con la sua foga oratoria il trattato di alleanza e la convenzione con cui Torino entrava in guerra contro la Russia. Frattanto però l'asse clericale, che odiava Rattazzi per la legge sui conventi ed era ostile al governo anche a causa della cattiva situazione delle finanze sarde dovuta ad un ristagnamento economico, si era rinsaldato; lo si vide quando, nel giugno del 1857 scoppiarono alcuni moti repubblicani a Genova, ideati da Giuseppe Mazzini (condannato a morte in contumacia), presto sedati dalle forze dell'ordine. L'opposizione non mancò di rinfacciare al ministro dell'Interno di non aver saputo prevenire i disordini: Rattazzi si difese brillantemente alla Camera, ma i suoi avversari politici cominciarono a convincere Cavour a separarsi dal collega di governo, ritenuto troppo imprudente e imprevedibile. In principio il conte resistette, ma dopo le elezioni generali per il rinnovo della Camera, avvenute il 15 novembre 1857 e che videro un leggero sorpasso delle ali estreme di Destra e Sinistra a scapito dei candidati governativi, Cavour, pressato anche da Napoleone III, che mal tollerava la sua presenza al dicastero dell'Interno per le sue idee troppo spinte, lo convinse a ritirasi dal governo il 15 gennaio 1858. Da allora Rattazzi, sebbene elogiato alla Camera dal primo ministro e da questi ricompensato con la presidenza della stessa nel dicembre dello stesso anno, ebbe per il vecchio alleato un senso di risentimento profondo, stringendo al contempo i rapporti con Vittorio Emanuele II, attraverso anche l'appoggio dell'amante del re, Rosa Vercellana, nominata contessa di Mirafiori.

L'unità d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa sulla casa natale

Dopo l'armistizio di Villafranca dell'11 luglio 1859 che segnò la fine della Seconda Guerra d'Indipendenza e le dimissioni di Cavour dal governo, il politico piemontese entrò a far parte del gabinetto La Marmora come ministro degli Interni. Grazie a lui il governo ottiene poteri straordinari, che gli consentirono di governare senza il consenso del Parlamento: ne approfittò per far ridisegnare al governo i confini del Piemonte, con l'annessione della Provincia di Novi e della ex Provincia di Bobbio, evitando il passaggio per la Camera con il R.D. n. 3702 del 23 ottobre 1859, noto come Decreto Rattazzi, che inoltre ridisegnava la geografia amministrativa sarda, dividendo lo Stato in province, circondari, mandamenti e comuni, creando un'amministrazione fortemente centralizzata sul modello francese. Lasciato il portafoglio dell'Interno il 21 gennaio 1860, il 18 febbraio 1861, dopo le elezioni parlamentari indette per consentire ai deputati dell'Italia centrale e meridionale di entrare a far parte del Parlamento, Rattazzi divenne primo Presidente della Camera dopo l'Unità d'Italia. In quella veste diresse la discussione parlamentare sulla proclamazione del Regno d'Italia[5] e poi quella dell'intitolazione degli atti del governo.

La Presidenza del Consiglio e la questione romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: questione romana.

Il 3 marzo 1862, caduto il ministero Ricasoli, Rattazzi ricevette da Vittorio Emanuele II la nomina a Presidente del Consiglio, assumendo anche l'interim dell'Interno e degli Esteri. L'esecutivo era composto quasi esclusivamente da ministri piemontesi e contraddistinto dalla presenza di numerosi indipendenti vicini alla Sinistra. Uno dei primi atti del nuovo governo fu la sottoscrizione, il 22 marzo 1862, del primo trattato del Regno d'Italia con uno Stato estero: la Repubblica di San Marino, a cui venne assicurata la protezione militare da qualsiasi minaccia esterna e stabiliva relazioni commerciali. In politica interna, grazie all'operato del suo ministro delle Finanze Quintino Sella, vennero unificati i sistemi tributari e monetari, con l'introduzione, il 24 agosto 1862, della lira italiana, che sostituì tutti i precedenti sistemi di monetazione degli Stati preunitari.

Il problema più grave però riguardava la questione nazionale, in quanto per completare l'unificazione mancavano ancora il Veneto e Roma. Il 7 marzo Rattazzi aveva detto in Parlamento che a Roma bisognava andarci con il consenso della Francia e per vie diplomatiche, ma intanto il Partito d'Azione e i Comitati di provvedimento per Roma e Venezia, riuniti a Genova, acclamarono Garibaldi come loro presidente per guidarli alla lotta contro l'Austria e il papato. Per prevenire le proteste internazionali, il primo ministro il 13 maggio ordinò l'arresto di alcuni garibaldini a Sarnico, sul confine con il Trentino, dove si stavano radunando per una probabile spedizione nel Veneto, con l'accusa di "insurrezionalismo". Alcuni degli arrestati furono tradotti a Brescia, dove la popolazione, indignata, assaltò la prigione per liberali, provocando l'intervento dell'esercito che sparò sulla folla, provocando 3 morti. L'episodio mise in subbuglio l'opinione pubblica e scatenò l'attacco dei deputati e dei giornali di Sinistra, vicini a Mazzini e Garibaldi, che nei giorni seguenti accusarono ferocemente l'operato del governo. Durante gli eventi che precedettero la crisi di Aspromonte, Rattazzi non seppe o non volle fermare con tempismo l'azione di Giuseppe Garibaldi, che voleva ritentare la Spedizione dei Mille passando dalla Sicilia per conquistare Roma. Le minacce francesi di intervento armato spinsero il re a sconfessare l'azione del patriota italiano, mentre il governo fu costretto a ricorrere ad una spedizione militare che dovette affrontare l'eroe in campo aperto all'Aspromonte il 29 agosto, terminata con il ferimento e l'arresto del condottiero. Travolto dalla crisi scaturita e attaccato per le azioni anti-garibaldine da Ricasoli e da esponenti di estrema Sinistra, il 29 novembre annunciò l'intenzione di dimettersi, mentre l'indomani, scartata l'ipotesi di sciogliere la Camera, Vittorio Emanuele II accettò le dimissioni del ministero, e su consiglio dello stesso Rattazzi, diede un mandato esplorativo prima a Cassinis, che rinunciò, poi a Luigi Carlo Farini, che l'8 dicembre 1862 fu nominato primo ministro.

Tornato al potere il 10 aprile 1867, succedendo a Ricasoli come nel 1862, dovette affrontare due problemi: la liquidazione dell'asse ecclesiastico e, di nuovo, la Questione romana. Il 15 agosto 1867 fu varata la legge che sopprimeva tutti gli ordini religiosi presenti nel Regno, ritenuti superflui alla vita religiosa del Paese, mentre agli enti ecclesiastici rimasti (seminari, diocesi, parrocchie, canonicati, fabbricerie e ordinariati) fu imposto un aggravio fiscale del 30 %.

Frattanto, profittando della popolarità derivatagli dalla vittoria di Bezzecca, Garibaldi stava ritentando l’impresa di invadere Roma, raccogliendo un corpo di volontari ai confini con il Lazio. Rattazzi stavolta agì in tempo facendo arrestare Garibaldi a Sinalunga, ma quando il generale fuggì rocambolescamente da Caprera e sbarcò in Toscana per invadere i resti dello Stato pontificio (impresa che si concluderà con la disastrosa battaglia di Mentana), Rattazzi fu costretto dal Re a dimettersi il 27 ottobre 1867. Così terminò la sua carriera politica, pur restando alla Camera come deputato e intervenendo frequentemente nei lavori parlamentari. Morì infine il 5 giugno 1873 a Frosinone, a 64 anni.

Rattazzi è stato sepolto nel cimitero monumentale di Alessandria.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1863 sposò Maria Wyse Bonaparte (1833-1902), vedova. Maria era figlia di Thomas Wyse, diplomatico inglese, e di Letizia Cristina Bonaparte, figlia di Luciano; dunque Maria era nipote di Napoleone.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1867
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1867

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Bartolotta, Parlamenti e governi d'Italia dal 1848 al 1970, vol. I, Vito Bianco Editore, Roma, 1971, p. 3-4.
  2. ^ L'espressione fu coniata dal deputato di Destra Ottavio Thaon de Revel.
  3. ^ Rosario Romeo, Vita di Cavour, Laterza, Bari, 2004, p. 213.
  4. ^ Ivi, p. 300.
  5. ^ Atti del parlamento italiano (1861)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Cacciabue, Bartolo Gariglio, Gustavo Mola di Nomaglio, Roberto Sandri Giachino e Sandro Gastaldi, L'alto di Masio atleta. Studi su Urbano Rattazzi (1808-1873), la sua famiglia, il suo paese, Castell'Alfero, Espansione Grafica, 2008, ISBN IT\ICCU\TO0\1708446ISBN non valido (aiuto).
  • Renato Balduzzi, Robertino Ghirindelli e Corrado Malandrino (a cura di), L'altro Piemonte e l'Italia nell'età di Urbano Rattazzi, Milano, Giuffrè Editore, 2009, ISBN 88-14-15308-6.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore
Pier Dionigi Pinelli
Carlo Bon Compagni di Mombello
Giovanni Lanza
11 maggio 1852 - 27 ottobre 1853
10 gennaio 1859 - 21 gennaio 1860
18 febbraio 1861 - 3 marzo 1862
Carlo Bon Compagni di Mombello
Giovanni Lanza
Sebastiano Tecchio
Emblema della Regno d'Italia Predecessore: Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia Successore: Stemma dei Savoia
Bettino Ricasoli marzo 1862 - dicembre 1862 Luigi Carlo Farini I
Bettino Ricasoli aprile 1867 - ottobre 1867 Luigi Federico Menabrea II
Camillo Benso, conte di Cavour (1861-1861)  | Bettino Ricasoli (1861-1862)  | Urbano Rattazzi (1862-1862)  | Luigi Carlo Farini (1862-1863)  | Marco Minghetti (1863-1864)  | Alfonso La Marmora (1864-1866)  | Bettino Ricasoli (1866-1867)  | Urbano Rattazzi (1867-1867)  | Luigi Federico Menabrea (1867-1869)  | Giovanni Lanza (1869-1873)  | Marco Minghetti (1873-1876)  | Agostino Depretis (1876-1878)  | Benedetto Cairoli (1878-1878)  | Agostino Depretis (1878-1879)  | Benedetto Cairoli (1879-1881)  | Agostino Depretis (1881-1887)  | Francesco Crispi (1887-1891)  | Antonio Starabba di Rudinì (1891-1892)  | Giovanni Giolitti (1892-1893)  | Francesco Crispi (1893-1896)  | Antonio Starabba di Rudinì (1896-1898)  | Luigi Pelloux (1898-1900)  | Giuseppe Saracco (1900-1901)  | Giuseppe Zanardelli (1901-1903)  | Giovanni Giolitti (1903-1905)  | Tommaso Tittoni (1905-1905)  | Alessandro Fortis (1905-1906)  | Sidney Sonnino (1906-1906)  | Giovanni Giolitti (1906-1909)  | Sidney Sonnino (1909-1910)  | Luigi Luzzatti (1910-1911)  | Giovanni Giolitti (1911-1914)  | Antonio Salandra (1914-1916)  | Paolo Boselli (1916-1917)  | Vittorio Emanuele Orlando (1917-1919)  | Francesco Saverio Nitti (1919-1920)  | Giovanni Giolitti (1920-1921)  | Ivanoe Bonomi (1921-1922)  | Luigi Facta (1922-1922)  | Benito Mussolini (1922-1943)  | Pietro Badoglio (1943-1944)  | Ivanoe Bonomi (1944-1945)  | Ferruccio Parri (1945-1945)  | Alcide De Gasperi (1945-1946)
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Bettino Ricasoli 4 marzo 1862 - 31 marzo 1862 Giacomo Durando
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Bettino Ricasoli 3 marzo 1862 - 8 dicembre 1862 Ubaldino Peruzzi I
Bettino Ricasoli 10 aprile 1867 - 27 ottobre 1867 Filippo Antonio Gualterio II
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Riccardo Sineo 17 febbraio 1849 - 23 marzo 1849 Pier Dionigi Pinelli
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Felice Merlo 16 dicembre 1848 - 17 febbraio 1849 Riccardo Sineo
Predecessore Ministro dell'Istruzione del Regno di Sardegna Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Carlo Bon Compagni di Mombello 27 luglio 1848 - 4 agosto 1848 Vincenzo Gioberti
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