Fausto Bertinotti

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Fausto Bertinotti
Fausto Bertinotti 2008.jpg

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 29 aprile 2006 –
28 aprile 2008
Predecessore Pier Ferdinando Casini
Successore Gianfranco Fini

Segretario Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista
Durata mandato 1994 –
2006
Predecessore Sergio Garavini
Successore Franco Giordano

Dati generali
Partito politico PSI (1960-1964)
PSIUP (1964-1972)
PCI (1972-1991)
PDS (1991-1993)
PRC (1993-2008)
on. Fausto Bertinotti
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Milano, Italia Italia
Data nascita 22 marzo 1940 (74 anni)
Titolo di studio Diploma di Perito industriale
Professione dirigente sindacale, dirigente politico
Partito PRC
Legislatura XII, XIII, XIV, XV
Gruppo Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
Coalizione L'Unione
Circoscrizione I Piemonte 1
Pagina istituzionale
Fausto Bertinotti
Monogramma del Parlamento Europeo
Unione europea
Parlamento europeo
Partito Partito della Rifondazione Comunista
Legislatura VI
Gruppo Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica

Fausto Bertinotti (Milano, 22 marzo 1940) è un ex politico italiano. Già segretario del PRC dal 1994 al 2006, è stato presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008.

A cavallo fra socialismo lombardiano[1] e comunismo ingraiano[2], Bertinotti è un convinto movimentista[3] e pacifista nonviolento[4]. È stato inoltre sindacalista CGIL e iscritto al PSI, PSIUP, PCI, PDS e PRC.

L'infanzia e l'adolescenza[modifica | modifica sorgente]

Fausto Bertinotti nasce a Milano, nel quartiere di Precotto, da Enrico, macchinista delle Ferrovie dello Stato, e da Rosa, casalinga. È il secondogenito, dopo Ferruccio, anche lui ferroviere. Nel 1957 si trasferisce con tutta la famiglia nel paese natale paterno, Varallo Pombia (NO). Nel 1962 si diploma, con tre anni di ritardo per via di tre bocciature alla maturità[5], come perito elettronico all'istituto Omar di Novara[6].

Nel 1965 sposa la diciottenne Gabriella Fagno; la cerimonia avviene in chiesa per volontà della madre di lui, il quale non è credente[7]. Nel 1970 nasce il suo unico figlio, Duccio, così chiamato in onore del partigiano Duccio Galimberti.

Il sindacato[modifica | modifica sorgente]

Aderisce al Partito Socialista Italiano nel 1960. Nel 1964 entra nella CGIL, diventando il segretario della Federazione Italiana degli Operai Tessili (l'allora FIOT) di Sesto San Giovanni, e tre anni dopo diviene segretario della Camera del lavoro di Novara. Sempre nel 1964 è tra i socialisti che rifiutano di fare del Psi un partito di governo e partecipa alla scissione del PSIUP che nel 1972 confluirà nel Partito Comunista Italiano. Dal 1975 al 1985 è segretario regionale della CGIL piemontese (si era infatti trasferito a Torino). Diventa il leader della corrente più a sinistra della CGIL, ovvero Essere sindacato, fortemente critica nei confronti della politica di concertazione condotta dalla maggioranza.

Da questa importante prospettiva prende parte alle lotte operaie di quel tempo, e quindi a quella degli operai della FIAT nel 1980, terminata con i 35 giorni di sciopero e la marcia dei quarantamila che segnò una disfatta per il sindacato e per il Partito Comunista Italiano che quella lotta sostenne. Come sindacalista, sosterrà la necessità di far valere il diritto di sciopero contro le ingiustizie della classe padronale. Nel 1985 entra nella segreteria nazionale della Cgil e si trasferisce a Roma.

Tra il 1989 e il 1991 è tra i comunisti che non accettano lo scioglimento del Pci, ma seguirà poi il consiglio di Pietro Ingrao, suo storico punto di riferimento, di aderire al Partito Democratico della Sinistra. Nel maggio 1993 lasciò il Partito Democratico della Sinistra accusandolo di condotta incoerente al proprio mandato elettorale causata dalla determinante astensione, al voto di fiducia, per la creazione del Governo Ciampi. A settembre accetta l'invito di Armando Cossutta e Lucio Magri di iscriversi al Partito della Rifondazione Comunista per diventarne, nel gennaio 1994, segretario nazionale. Con l'accettazione alla carica di segretario del Partito della Rifondazione Comunista deve abbandonare ogni incarico sindacale.

La politica[modifica | modifica sorgente]

Bertinotti è, sostanzialmente, un socialista massimalista fin da ragazzo. Nei primi anni sessanta milita nel Partito Socialista Italiano all'interno della corrente di sinistra di Riccardo Lombardi. Quando nel 1966 il PSI si riunifica col PSDI, Bertinotti il giorno prima della fusione non aderisce al nuovo partito[8]. Entra quindi nello scissionista Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, una piccola forza che nel 1972 confluirà in maggioranza nel Partito Comunista Italiano. Il 12 settembre 1972 Bertinotti viene cooptato nel Comitato Regionale piemontese del PCI[9].

Nel PCI Bertinotti si avvicina a Pietro Ingrao e, da ingraiano, nel 1990-1991 si oppone alla nascita del PDS, accettando poi di militarvi fino al 10 maggio 1993 nella corrente dei Comunisti Democratici[10][11][12].

Partito della Rifondazione Comunista[modifica | modifica sorgente]

Gli inizi[modifica | modifica sorgente]

Il 28 settembre 1993 Bertinotti si iscrive al Partito della Rifondazione Comunista[13], consapevole che pochi mesi dopo ne sarebbe diventato il segretario nazionale, grazie all'accordo tra la corrente di Cossutta e quella di Magri nel gennaio 1994[14], per estromettere da segretario Sergio Garavini, che aveva diretto il partito fin dalla fondazione. Curiosamente Bertinotti il 23 aprile 1985 era entrato nella segreteria confederale della CGIL prendendo anche allora il posto di Garavini[15].

Nel 1995, Bertinotti, insieme a Armando Cossutta, decide di rompere l'unità con i partiti dell'alleanza dei Progressisti, e di votare contro la fiducia al neo Governo di Lamberto Dini, proposto dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro per impedire le elezioni invocate da Silvio Berlusconi dopo che Umberto Bossi aveva rotto l'alleanza di centro-destra facendone cadere il governo; contro la scelta di Bertinotti e Cossutta si schierano Garavini, Lucio Magri, Rino Serri, e complessivamente 12 deputati, 3 senatori e 2 europarlamentari del PRC. I parlamentari dissidenti del PRC salvano con il loro voto il Governo Dini, ed escono dal partito.

Grazie a questo salvataggio, vengono evitate le elezioni invocate da Berlusconi, e il centro-sinistra guadagna i 12 mesi di tempo sufficienti per recuperare il consenso popolare facendo dimeticare "il ribaltone" e vincendo le elezioni del 1996, concedendo al partito di Bertinotti e Cossutta un patto di "desistenza" che consentirà al PRC di portare ancora i suoi rappresentanti in parlamento. Con l'uscita di Garavini, dei dirigenti ex ingraiani a lui più vicini, e della corrente di Magri, Bertinotti dapprima resta subalterno a Cossutta, ma poi unisce progressivamente attorno alla sua corrente tutte le anime non filosovietiche rimaste nel partito, compresa la maggioranza degli ex aderenti a Democrazia Proletaria, arrivando a mettere in minoranza la corrente di Cossutta.

Segreteria[modifica | modifica sorgente]

La carica di segretario del PRC gli è confermata anche nel terzo (dicembre 1996), quarto (marzo 1999), quinto (aprile 2002) e sesto (marzo 2005) congresso di Rifondazione. In quest'ultimo, però, la sua relazione ottiene meno consensi del solito, attestandosi circa al 59% delle preferenze. In seguito all'elezione a Presidente della Camera dei Deputati si ritira da segretario del partito e il 7 maggio 2006, il Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista elegge segretario Franco Giordano.

Rapporto con il centro-sinistra[modifica | modifica sorgente]

1996: Il patto di desistenza[modifica | modifica sorgente]

Alleato della coalizione dei "Progressisti" perdente alle elezioni politiche del 1994, stipula un patto di desistenza con l'Ulivo nel 1996: Rifondazione non si presentava in alcuni collegi uninominali alla camera e al senato, dando ai suoi elettori l'indicazione di votare per i candidati scelti da Romano Prodi, e il centro-sinistra faceva lo stesso, cioè non si presentava in alcune città, favorendo così l'elezione dei candidati di Rifondazione Comunista.

1999: Il ritiro della fiducia a Prodi[modifica | modifica sorgente]

Le elezioni politiche del 1996 sono vinte dall'Ulivo e Prodi diviene Presidente del Consiglio. Non mancano, durante il suo governo, attriti con Rifondazione Comunista: sulla riforma delle pensioni e, soprattutto, sulla legge finanziaria del 1998, quando, dopo aver votato "a scatola chiusa" due leggi finanziarie indigeste, Prodi si aspetta di incassare il terzo bertinottiano ("senza prendere ordini da chi non fa parte del governo") nel voto di fiducia. Ma il PRC vota contro, il governo cade e alcuni esponenti abbandonano il PRC fondando il partito dei Comunisti Italiani, con a capo Armando Cossutta e Oliviero Diliberto. Il Segretario del PDS Massimo D'Alema diviene così Presidente del Consiglio del successivo governo, con l'appoggio del nuovo gruppo dei Comunisti Italiani di Diliberto-Cossutta e con l'appoggio di Clemente Mastella, passato dalle file di centrodestra a quelle della sinistra.

Il PRC, indebolito dalla scissione, alle elezioni europee del 1999 ha un sostanziale insuccesso, nonostante Bertinotti risulti eletto deputato al Parlamento di Strasburgo. Nelle elezioni politiche del 2001, Rifondazione Comunista è promotrice di una desistenza unilaterale nei confronti della coalizione dell'Ulivo che candida alla presidenza del consiglio Francesco Rutelli. Ottenendo il 5 per cento nel proporzionale e ottenendo alcuni senatori con il riparto proporzionale, Rifondazione Comunista riesce a mantenere una sua rappresentanza in Parlamento.

2002: Il disgelo con l'Ulivo e la nascita dell'Unione[modifica | modifica sorgente]

Dal 2002 inizia il disgelo tra Rifondazione e il Centro-sinistra, che si alleano sia alle elezioni amministrative, sia per le regionali del 2005, nettamente vinte dall'Unione, la nuova denominazione dell'alleanza di centro-sinistra, di cui Rifondazione entra a far parte.

Nel frattempo, Bertinotti è eletto al Parlamento europeo alle elezioni del 2004, ricevendo in tutta Italia circa 380 000 preferenze. Iscritto al gruppo della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica di cui è presidente, è membro della Commissione per i problemi economici e monetari; della Commissione giuridica; della Delegazione alla commissione parlamentare mista UE-ex Repubblica iugoslava di Macedonia.

2005: le primarie dell'Unione[modifica | modifica sorgente]
Fausto Bertinotti durante il governo Prodi.

Alle elezioni primarie del 16 ottobre 2005 per la scelta del capo della coalizione dell'Ulivo alle elezioni politiche del 2006, Bertinotti arriva secondo dopo Prodi, raccogliendo 631.592 voti (il 14,7% dei consensi). La campagna elettorale era basata sullo slogan "Voglio...": tramite internet o post-it i cittadini potevano completare lo slogan indicando cosa volevano dalla coalizione di centrosinistra.

2007: le critiche a Prodi[modifica | modifica sorgente]

In alcune interviste Bertinotti rilascia dichiarazioni che fanno scalpore e vengono interpretate dalla stampa nazionale come segnale della prossima caduta del governo Prodi. Bertinotti paragona Prodi a Vincenzo Cardarelli, «il più grande poeta morente», paragona il suo governo ad un brodino caldo, dichiara «questo governo ha fallito». In seguito non smentirà le sue dichiarazioni e il partito di cui è leader di fatto ne prende le difese dopo gli attacchi di alcuni "prodiani". Tuttavia il PRC continua a far parte del governo e della maggioranza che cadrà pochi mesi dopo in seguito alla sottrazione della fiducia da parte del movimento politico di Mastella - ex guardasigilli del Governo Prodi - come per altro confermato durante la trasmissione Che tempo che fa da Prodi stesso. Tuttavia da mesi si consumavano continue schermaglie tra Rifondazione, UDEUR e Italia dei Valori, che logorarono la stabilità della compagine governativa.

In un'intervista del 7 aprile 2008, prima delle elezioni politiche, Romano Prodi attribuì la caduta del governo a «chi ha minato continuamente l'azione del governo, di chi ha fatto certe dichiarazioni istituzionalmente opinabili...», parole che hanno fatto ritenere si riferisse a Bertinotti[16]. A due giorni dal voto, dopo la disfatta elettorale che segna la scomparsa del PRC dal Parlamento, Prodi dichiarerà in un'intervista «A Bertinotti consiglio di rinfrancarsi con un brodino riscaldato».[17] Prodi osservò anche come i responsabili principali della caduta del suo governo, i partiti della sinistra radicale e l'UDEUR, fossero rimasti spazzati via dalle elezioni e commentò il fatto con le parole «si dorme nel letto che si è preparato»[18][19].

Il 6 maggio 2009, Silvio Sircana, ex-portavoce del governo Prodi, dichiarò in un'intervista: «Prodi è colui che si è speso e non poco per "sdoganare" Bertinotti, dandogli l'occasione, miseramente sprecata, come Presidente della Camera, di dimostrare che la questione comunista era definitivamente superata».[20]

Appoggio ai "Movimenti"[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 2001, Bertinotti porta il PRC ad assumere posizioni vicine al movimento alter-mondialista. L'appoggio e la condivisione delle istanze dei movimenti diviene caratteristica della politica del PRC, numerosi esponenti vengono eletti nelle liste di Rifondazione, come Vittorio Agnoletto, Luisa Morgantini, Daniele Farina, Francesco Saverio Caruso. Nel 2005, grazie anche al PRC nasce un importante organismo politico europeo della sinistra d'alternativa, la Sinistra Europea.

L'abolizione della proprietà privata[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo del 2005 rilasciò una intervista al Corriere della Sera in cui dichiarò: «Certo: la proprietà privata non si può abrogare per decreto. Ma è un obiettivo»[21]. Nonostante ciò nel programma politico del PRC non si dice nulla sull'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, anzi da tutti i documenti del partito risulta che esso accetta i rapporti di produzione capitalistici nel senso di non porsi in termini pratici l'obiettivo di abbatterli. In pratica le aspirazioni del PRC e di Bertinotti non vanno dunque oltre la difesa dei diritti sociali dei lavoratori nell'ambito del sistema capitalistico il che conferisce al partito un netto carattere socialdemocratico e non comunista nel senso proprio della parola.

Referendum[modifica | modifica sorgente]

Articolo 18[modifica | modifica sorgente]

È tra i promotori del referendum del giugno 2003, sull'estensione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori anche ai lavoratori subordinati delle aziende con meno di 15 dipendenti. Il referendum fallisce per il mancato raggiungimento del quorum di votanti.

Fecondazione assistita[modifica | modifica sorgente]

Al referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno del 2005, sostiene il per tutti e quattro i quesiti. Il referendum fallisce per il mancato raggiungimento del quorum di votanti (solo il 25,5% degli aventi diritto si reca alle urne, la percentuale più bassa nella storia referendaria della Repubblica).

Presidente della Camera della XV Legislatura[modifica | modifica sorgente]

Il 29 aprile 2006 Bertinotti è eletto Presidente della Camera dei deputati della Repubblica Italiana alla quarta votazione, superando con 337 voti la soglia dei 305 richiesti dal quorum. Ha concluso il suo incarico il 29 aprile 2008.

Contestazioni[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo 2007 viene contestato dai militanti dei Collettivi Universitari durante un convegno all'Università La Sapienza di Roma[22]. Motivo della contestazione non aver contrastato il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan e l'appoggio alla missione militare in Libano (fine 2006). Nel 2008, durante il corteo del primo maggio a Torino, viene contestato da alcuni giovani dei centri sociali, che gli contestano la sua partecipazione alla Fiera Internazionale del Libro, dedicata all'anniversario della fondazione dello stato di Israele.

Candidato a Presidente del Consiglio de la Sinistra l'Arcobaleno[modifica | modifica sorgente]

Per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, Bertinotti è stato scelto come capo della coalizione per la Sinistra l'Arcobaleno, che vede uniti sotto uno stesso simbolo, che non presenta la storica falce e martello, Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica. Questo simbolo non supera la quota percentuale di sbarramento per la camera dei deputati, a livello nazionale, né gli sbarramenti regionali al senato, per cui non ottiene rappresentanti in parlamento.

Ritiro dagli incarichi di direzione politica[modifica | modifica sorgente]

Dopo la sconfitta nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, Bertinotti conferma il proprio ritiro da incarichi di direzione politica, come aveva già annunciato ancor prima della candidatura per la Sinistra l'Arcobaleno: "La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta [...] Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia".[23]

In un'intervista di marzo 2010, ormai fuori dalla vita politica, ha espresso la sua preoccupazione per l'assenza di una sinistra unita; ma ha indicato in Nichi Vendola[24] la speranza per essa. Tuttavia nel numero di agosto 2011 della rivista "Alternative per il Socialismo", Bertinotti prende le distanze dalle ambizioni governative di Vendola[25], distanze che si rafforzeranno con l'appoggio a Rivoluzione Civile lista sostenuta dal Prc (con Pdci, Di Pietro e Verdi)[26].

Presidenza della Fondazione Camera dei Deputati XVI legislatura[modifica | modifica sorgente]

A partire da maggio 2008 Bertinotti è diventato Presidente della Fondazione Camera dei Deputati, incarico spettante ad ogni Presidente della Camera nella legislatura successiva alla cessazione dall'incarico. Con le elezioni politiche del 2013 e l'apertura della XVII legislatura si è concluso anche tale ruolo.

Rivista "Alternative per il Socialismo"[modifica | modifica sorgente]

Da giugno 2007 Bertinotti ha dato vita alla rivista Alternative per il socialismo, un bimestrale di analisi e cultura politica di cui è direttore. La rivista è nata con una finalità molto ambiziosa: contribuire alla ricerca di una cultura politica della trasformazione, oltre le “scadenze” costrittive della quotidianità politica. Queste le parole di Bertinotti a proposito del titolo: Alternative è ciò che è maturato nel nuovo secolo di critica alla globalizzazione capitalistica, e noi tra questo. Noi, è ciò che è cresciuto nel processo di rifondazione, la resistenza e la rottura, e nel suo rapporto con i movimenti. Per il socialismo è una scelta che viene motivata sulla base di quel percorso (percorsi) e che propone un'idea liberata di società aperta, sia come possibilità che come società stessa.

Seminari[modifica | modifica sorgente]

Nel 2009 ha tenuto un seminario nel corso di Diritto costituzionale presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Perugia[27]. Tra ottobre e dicembre 2012 ha tenuto un ciclo di seminari dal titolo "La Costituzione, tra crisi della democrazia e nuovi totalitarismi", presso l'Università del Salento.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Come ha confessato al quotidiano Liberazione è un grande appassionato di world music e fan della band inglese dei Clash dai quali, dichiara, ha spesso tratto energia e ispirazione la sua politica economica e culturale internazionalista e multiculturalista. Ha inoltre donato una copia del cd della band londinese Sandinista! al subcomandante Marcos durante il loro incontro in Messico.[senza fonte]
  • Fausto Bertinotti ha devoluto un risarcimento per diffamazione ad una parrocchia della periferia di Roma. È un ammontare di 60.200 euro che i legali di Omnibus Weekend di La7 hanno versato alla parrocchia alla fine di ottobre 2007.[28]
  • Per il 2006 ha dichiarato un reddito di 213.195 € che ne fanno il quarto politico più ricco della Camera dei deputati[29].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sergio e Fausto, un'amicizia uccisa dall'Operaio Metafisico
  2. ^ CGIL, quella difficile ripresa
  3. ^ BENVENUTI GUERRIGLIERI
  4. ^ Bertinotti ai Disobbedienti: l'esproprio è sopraffazione
  5. ^ Il giovane Fausto, un ripetente incallito che stava con i cowboy
  6. ^ Corriere della Sera del 3 marzo 2003 [1]
  7. ^ Corriere della Sera del 4 aprile 2006 [2]
  8. ^ Otto esponenti socialisti respingono l'unificazione in La Stampa, 25 novembre 1966.
  9. ^ PIEMONTE: DECINE DI SEZIONI DEL PSIUP ENTRANO NEL PCI
  10. ^ CGIL: L'USCITA DI BERTINOTTI DAL PDS - IL DOCUMENTO
  11. ^ CGIL: L'USCITA DI BERTINOTTI DAL PDS - IL DOCUMENTO (2)
  12. ^ CGIL: L'USCITA DI BERTINOTTI DAL PDS - IL DOCUMENTO (3)
  13. ^ PRC: ADERISCONO BERTINOTTI E ALTRI TRENTA
  14. ^ PRC: BERTINOTTI SEGRETARIO? COSSUTTA E MAGRI
  15. ^ Lama: «Così riducono quasi a zero le possibilità di evitare il referendum»
  16. ^ Prodi, addio cantando Bob Dylan, intervista del 7 aprile 2008
  17. ^ Prodi: Per due volte ho battuto Silvio per due volte sono stato mandato via, articolo del 15 aprile 2008 de La Repubblica
  18. ^ Prodi ai traditori: fuori dalle Camere chi mi fece cadere
  19. ^ Prodi amaro: si dorme nel letto che si è preparato
  20. ^ Bertinotti attacca: Prodi spregiudicato uomo di potere
  21. ^ Aldo Cazzullo, «Voglio la fine della proprietà privata» in Corriere della Sera, 03 marzo 2005.
  22. ^ La Repubblica del 26 marzo 2007 [3]
  23. ^ Politiche 2008, netta vittoria del Pdl, maggioranza chiara anche in Senato
  24. ^ Bertinotti, 70 anni tra lotta e lusso Quelle sofferenze dentro al Palazzo - Repubblica.it » Ricerca
  25. ^ http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=17905&catid=39&Itemid=68 «Nessun governo con il Pd» Bertinotti, applausi dagli ex
  26. ^ Fausto Bertinotti: Sto con Ingroia, ci vuole una lista alternativa a Monti e al centrosinistra
  27. ^ Aldo Cazzullo, Bertinotti dal comunismo al gossip: mi sento inattuale in Corriere della Sera, 4 febbraio 2010. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  28. ^ Causa vinta, e Fausto regalò 40 mila euro a un prete
  29. ^ REDDITI DELLA CAMERA
  30. ^ Rainews24 | Unipol. Berlusconi ascoltato dai magistrati. Per i DS doveva farlo prima. Fassino: fatto grave l'annuncio in TV

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore
Pier Ferdinando Casini 29 aprile 2006 - 28 aprile 2008 Gianfranco Fini
Predecessore Segretario di Rifondazione Comunista Successore Rifondazione Comunista logo.svg
Sergio Garavini 1994 - 2006 Franco Giordano
Predecessore Leader di la Sinistra l'Arcobaleno Successore
Nessuno 2008 Nessuno

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