Oscar Luigi Scalfaro

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l'allarme. »
(Oscar Luigi Scalfaro, 3 novembre 1993)
Oscar Luigi Scalfaro
Oscar Luigi Scalfaro 2.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 28 maggio 1992 –
15 maggio 1999
Primo ministro Giuliano Amato
Carlo Azeglio Ciampi
Silvio Berlusconi
Lamberto Dini
Romano Prodi
Massimo D'Alema
Predecessore Francesco Cossiga
Successore Carlo Azeglio Ciampi

Presidente della Camera dei Deputati
Durata mandato 24 aprile 1992 –
25 maggio 1992
Predecessore Nilde Iotti
Successore Giorgio Napolitano

Ministro dell'Interno
Durata mandato 14 agosto 1983 –
28 luglio 1987
Presidente Bettino Craxi
Amintore Fanfani
Predecessore Virginio Rognoni
Successore Amintore Fanfani

Ministro della Pubblica Istruzione
Durata mandato 26 luglio 1972 –
7 luglio 1973
Presidente Giulio Andreotti
Predecessore Riccardo Misasi
Successore Franco Maria Malfatti

Dati generali
Partito politico DC (1946-1992)
Indipendente (1999-2007)
PD (2007-2012)
Alma mater Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
Firma Firma di Oscar Luigi Scalfaro
sen. Oscar Luigi Scalfaro
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Novara
Data nascita 9 settembre 1918
Luogo morte Roma
Data morte 29 gennaio 2012 (93 anni)
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione Politico, ex magistrato
Legislatura XIII, XIV, XV, XVI (fino al 29/01/2012)
Gruppo Misto
Senatore a vita
Investitura Senatore di diritto
Data 15 maggio 1999
Pagina istituzionale
on. Oscar Luigi Scalfaro
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio Torino
Pagina istituzionale
on. Oscar Luigi Scalfaro
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Gruppo Democratico Cristiano
Collegio I (Torino)
Pagina istituzionale

Oscar Luigi Scalfaro[1] (Novara, 9 settembre 1918Roma, 29 gennaio 2012) è stato un politico e magistrato italiano, nono Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999.

Fu eletto deputato ininterrottamente dal 1946 al 1992, quando, durante la sua presidenza della Camera dei deputati, fu eletto Presidente della Repubblica. In precedenza era stato Ministro dell'Interno nel Governo Craxi I, nel Governo Craxi II e nel Governo Fanfani VI.

Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a sei Presidenti del consiglio: Giuliano Amato (1992-1993), Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), Silvio Berlusconi (1994-1995), Lamberto Dini (1995-1996), Romano Prodi (1996-1998) e Massimo D'Alema (1998-1999). Scalfaro, insieme a Sandro Pertini (che presiedette come membro anziano il Senato nel 1987) ed Enrico De Nicola (presidente della Camera, del Senato e della Repubblica dal 1º gennaio all'11 maggio 1948), ha ricoperto tutte le tre più alte cariche dello Stato: è infatti stato Presidente della Repubblica e Presidente della Camera, oltre ad avere presieduto provvisoriamente il Senato all'inizio della XV Legislatura[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Era figlio del barone Guglielmo (Napoli, 1888Novara, 1963) e di Rosalia Ussino (Canelli, 1880Novara, 1963). Agli Scalfaro, famiglia originaria della Calabria (Sambiase ora Lamezia Terme) fu concesso il titolo baronale sul cognome da Gioacchino Murat con patente del 7 settembre 1814 all'antenato catanzarese Raffaele Aloisio Scalfaro, comandante la Legione Provinciale di Calabria Ultra. Quest'ultimo avrebbe in seguito presieduto il consiglio di guerra che nel 1815 condannò a morte lo stesso Murat[3].

Aveva una sorella, Concetta (Novara, 1916Novara, 2000), che aveva sposato Gaudenzio Cattaneo, sindaco di Stresa[4]. Il padre era nato a Napoli il 21 dicembre 1888 da padre napoletano, mentre la madre era piemontese; ciò indusse Scalfaro a definirsi, nell'occasione di una visita di stato negli Stati Uniti d'America, figlio dell'Unità d'Italia[5].

Ancora dodicenne Scalfaro si iscrisse alla GIAC (Gioventù Italiana di Azione Cattolica), appartenenza che ha sempre ostentato (portò sempre all'occhiello della giacca il distintivo tondo dell'Azione Cattolica visibile anche quando, appena eletto alla massima carica pubblica italiana, fece in televisione le brevi dichiarazioni di rito).

Si formò in ambienti cattolici e sin da giovanissimo partecipò all'attività dell'Azione Cattolica, in un periodo in cui questa organizzazione veniva avversata dal fascismo. In particolare fu attivo negli ambienti della FUCI, che in quegli anni raccolse i maggiori esponenti della futura classe dirigente cattolica. Durante la lotta partigiana, ebbe contatti con il mondo degli antifascisti. Il 16 settembre 1951 presso l'Oasi Santa Maria degli Angeli di Erba fece la professione dei consigli evangelici alla presenza dei fondatori dell'istituto dei Missionari della regalità di Cristo[6].

L'attività di magistrato[modifica | modifica wikitesto]

Scalfaro da giovane

Si laureò in Giurisprudenza all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel 1941, e fu chiamato alle armi e assegnato al 38º Reggimento di Fanteria a Tortona. Sottotenente di Commissariato in Sicilia, fu congedato, in quanto magistrato, nell'ottobre del 1942, prestando il Giuramento di fedeltà al Fascismo che la legge vigente prescriveva per chiunque ricoprisse cariche pubbliche.

Il 26 dicembre 1943 sposò a Novara Mariannuzza Inzitari (Arena, 1924Novara, 1944), che morì, appena ventenne, nel dare alla luce la loro unica figlia, Marianna Scalfaro (nata a Novara il 27 novembre 1944)[7].

Dopo il 25 aprile 1945 fece richiesta per entrare nelle Corti straordinarie di Assise, composte da giuristi volontari (per una durata prevista di sei mesi), istituite il 22 aprile su richiesta degli angloamericani per porre un freno ai processi sommari del dopoguerra contro i fascisti, talora degenerati in veri e propri linciaggi[8].

Dal 1º maggio 1945 fu «consulente tecnico giuridico» del Tribunale d'emergenza di Novara, definito da Scalfaro stesso «un tribunale militare di partigiani»[9]. In seguito, quando le Corti di Assise speciali di Novara si trovarono con una quantità insufficiente di magistrati, Scalfaro si trovò a rivestirvi anche il ruolo di pubblico ministero.

Nel luglio 1945, con altri due colleghi, sostenne la pubblica accusa al processo che vedeva imputati, per «collaborazione con il tedesco invasore» e omicidio plurimo, l'ex prefetto di Novara Enrico Vezzalini e i militi Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno, Raffaele Infante. Dopo tre giorni di dibattimento, per i sei imputati fu chiesta la condanna a morte, eseguita il 23 settembre successivo.[9]

In veste di pubblico ministero presso queste corti, Scalfaro ottenne un'altra condanna capitale nei confronti di Stefano Zurlo. La condanna tuttavia non fu eseguita a causa dell'accoglimento del ricorso in cassazione proposto dal condannato e suggerito, a quanto sostenne Scalfaro, da lui stesso.[9][10]

Trattandosi di crimini sui quali, stando al codice penale militare di guerra in vigore, era prevista la pena capitale, la condanna a morte era l'unica pena comminabile dal pubblico ministero (posta naturalmente la fondatezza delle accuse, messa in dubbio dallo stesso Scalfaro decenni dopo[9]), a meno di un rifiuto o dimissione dall'incarico, una scelta che Scalfaro non prese, manifestando dubbi sulla fondatezza dei processi solo tardivamente e descrivendoli, anni dopo, come influenzati dall'incandescente clima e dall'emozione popolare.[9] Alla figlia di Domenico Ricci (conosciuta personalmente da Scalfaro, essendo ella cresciuta accanto a lui, in quanto vicina di casa), che chiedeva a Scalfaro di esprimersi sulla colpevolezza o innocenza del padre ucciso a seguito della prima sentenza, Scalfaro rispose - pur avendo sostenuto l'accusa - di «...non aver elementi per rispondere».[9]

Come membro dell'Assemblea Costituente, Scalfaro fece parte del gruppo che promosse l'eliminazione della pena di morte dall'ordinamento giuridico della Repubblica Italiana. La pena capitale fu mantenuta comunque nel codice penale militare di guerra, dal quale fu espunta il 25 ottobre 1994, durante il suo settennato di Presidente della Repubblica.

I primi passi nella politica[modifica | modifica wikitesto]

Scalfaro durante la IV Legislatura

Arrivò, prima dell'inizio della carriera politica, alla carica di Presidente dell'Azione Cattolica della Diocesi di Novara e Delegato Regionale per il Piemonte.

Alle elezioni per l'Assemblea Costituente si presentò candidato come indipendente nella lista della DC, dopo che a livello nazionale era stato deciso l'appoggio aperto della gerarchia ecclesiastica e delle organizzazioni cattoliche al partito, in funzione di resistenza alla possibile conquista del potere da parte dei social-comunisti (Fronte popolare). Fu eletto con oltre quarantamila preferenze, un numero rilevante per i tempi e superiore al risultato ottenuto da personaggi politici del collegio come Giuseppe Pella e Giulio Pastore.

Lasciò la toga per la politica nel 1946: fu eletto a Torino, fra i più giovani nelle file della Democrazia Cristiana, all'Assemblea Costituente che doveva redigere una nuova Carta Costituzionale. In seguito dichiarò in un libro di non avere mai avuto vocazione per la politica e di essersi trovato alla Costituente senza avere alcuna attrattiva per "quel mestiere"[11].

Anticomunista e antifascista, si iscrisse finalmente alla DC e partecipò alla battaglia politica del 1948 senza abbandonare per questo l'Azione Cattolica che, presieduta da Luigi Gedda, appoggiava la DC con Comitati Civici istituiti per l'occasione; ottenne oltre cinquantamila preferenze.

Secondo un resoconto annotato da Pietro Nenni nel suo diario[12], il 4 dicembre 1952, durante le tumultuose fasi parlamentari legate alla proposta di legge democristiana meglio nota come "legge truffa"[13], mentre già la polemica fra gli schieramenti era al calor bianco, Scalfaro propose che la Camera dei deputati "sedesse in permanenza, domenica compresa..."[12]. Messa ai voti la proposta di Scalfaro, per usare le parole di Nenni «...tutto finì con un pugilato come non si era mai visto. Volarono perfino le palline del banco delle commissioni. Ci furono parecchi contusi e un ferito grave, un usciere.»[12]

Il caso detto "del prendisole"[modifica | modifica wikitesto]

Scalfaro nella VI Legislatura

Considerato persona di rigide vedute, fu protagonista, il 20 luglio del 1950, all'inizio della sua attività parlamentare, di un episodio che fece molto scalpore, poi divenuto noto come "il caso del prendisole".[14]

Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano "da Chiarina", in via della Vite, quando, insieme ai colleghi di partito Umberto Sampietro e Vittoria Titomanlio, Scalfaro ebbe un vivace alterco con una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, da lui pubblicamente ripresa in quanto il suo abbigliamento, che ne mostrava le spalle nude, era da lui ritenuto sconveniente.

Secondo una ricostruzione de Il Foglio, la signora si sarebbe tolta un bolerino a causa del caldo e Scalfaro avrebbe attraversato la sala per gridarle: «È uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino!». Sempre secondo questa fonte, Scalfaro sarebbe uscito dal locale e vi sarebbe rientrato con due poliziotti. L'episodio terminò perciò in questura, ove la donna, militante del Movimento Sociale Italiano, querelò Scalfaro e il collega Sampietro per ingiurie.

La vicenda tenne banco sui giornali e riviste italiane per lungo tempo: la stampa laica accusava Scalfaro di "moralismo" e "bigottismo", quella cattolica lo difendeva. Intervennero nella polemica molti personaggi noti, come il giornalista Renzo Trionfera, il latinista Concetto Marchesi e altri. Alla Camera furono presentate interrogazioni parlamentari nell'attesa di una delibera sull'autorizzazione a procedere (della cui competente Giunta Scalfaro stesso era membro) contro i due parlamentari a seguito della querela sporta dalla signora[15]. Peraltro, poiché la Mingoni aveva dichiarato la sua militanza politica, nella richiesta di autorizzazione a procedere si afferma che dai parlamentari sarebbe stata chiamata "fascista" e minacciata di denuncia per apologia del fascismo[15]. L'episodio fu raccontato dalla stampa anche in una versione secondo la quale Scalfaro avrebbe dato uno schiaffo alla signora.[senza fonte]

Il padre della Mingoni in Toussan (un colonnello a riposo, pluridecorato e già appartenente all'Aeronautica militare) ritenendo offensiva nei confronti della figlia una frase pronunciata da Scalfaro durante un dibattito parlamentare, lo sfidò a duello; al padre subentrò poi come sfidante il marito della signora, anch'egli ufficiale dell'aeronautica. La sfida - che avrebbe violato la legge vigente[16] - fu respinta, la qual cosa, risaputa pubblicamente, fece indignare il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, del quale il quotidiano socialista Avanti! pubblicò una vibrante lettera aperta a Scalfaro. Nella missiva, il comico napoletano rimproverava a Scalfaro un comportamento prima villano e poi codardo.[17]

Il processo per la querela non fu mai celebrato per l'amnistia di tre anni dopo (Decreto del presidente della Repubblica 19 dicembre 1953, n. 922).

La signora Mingoni riferì a distanza di anni che quell'episodio le avrebbe "rovinato la vita"[18] mentre, successivamente, Scalfaro si sarebbe rimproverato «...d'essere andato oltre la giusta misura» nella vicenda[19].

Anni cinquanta/sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Scalfaro nella VII Legislatura

Politicamente Scalfaro fu inizialmente schierato all'ala destra della Democrazia Cristiana. Pur avendo sempre goduto di grande stima (ricambiata) da parte di Alcide De Gasperi,[20] il suo punto di riferimento fu Mario Scelba[21][22] che durante il suo governo lo chiamò a ricoprire (fu il suo primo incarico di governo) il ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed al Turismo e spettacolo. Questo incarico gli procurò molte noie (e molta pubblicità). Nelle competenze del sottosegretario c'era anche quella censoria nei confronti dei film, la cui ammissione al circuito nazionale poteva essere negata se considerati contrari alla pubblica decenza od ammessa solo a condizione che alcune scene (poche o tante che fossero) venissero "tagliate". In risposta al suo operato in tale campo vi fu un fiorire di attacchi ironici da parte della stampa laica che lo gratificò dei nomignoli più bizzarri e sarcastici. Contro di lui si spesero penne come Giovannino Guareschi e Curzio Malaparte.

Nel 1958 Mario Scelba formò nella DC una "corrente" (Centrismo popolare) di politici conservatori che aveva come referenti principali, oltre a lui stesso, che ne era il leader, Guido Gonella, Roberto Lucifredi, Mario Martinelli e Oscar Luigi Scalfaro, tutti componenti il Comitato di direzione. La corrente aveva ne "Il Centro" il suo organo di stampa, e verrà sciolta dal suo stesso leader otto anni dopo.

Coerente alla sua concezione anticomunista, all'inizio degli anni sessanta Scalfaro si oppose fermamente alla cosiddetta "apertura a sinistra" cioè all'ingresso del Partito Socialista Italiano nella compagine governativa (centro-sinistra). In questa battaglia interna al partito ebbe come alleato Giulio Andreotti e la sua corrente. L'alleanza con il partito di Pietro Nenni, auspicata dall'allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, fu poi realizzata da Amintore Fanfani e da Aldo Moro a partire dal 1963.

Il periodo di ombra[modifica | modifica wikitesto]

L'avvento del centro-sinistra segnò il declino definitivo del suo referente Mario Scelba e nell'aprile del 1969 Scalfaro fondò, all'interno della DC, una sua corrente, "Forze libere", ma la scarsa adesione al congresso del partito svoltosi a giugno di quell'anno (meno del 3% dei voti e quattro seggi) non fu incoraggiante: la corrente verrà sciolta ufficialmente quattro anni dopo. Ricoprì l'incarico di Ministro dei Trasporti nel primo governo presieduto da Giulio Andreotti nel 1972 e quello di Ministro della Pubblica Istruzione nel secondo governo Andreotti lo stesso anno.

Nel 1972 polemizzò aspramente contro i socialisti, il cui neo segretario Francesco De Martino auspicava per il governo "equilibri più avanzati", cioè l'ingresso del PCI nella maggioranza di governo. Si batté altrettanto vigorosamente contro l'approvazione della legge Fortuna-Baslini, che introdusse il divorzio in Italia e fu un sostenitore del ricorso al referendum abrogativo della stessa legge, nel quale, tuttavia, vinsero i "NO" (12 maggio 1974: in quell'occasione fu alleato di Amintore Fanfani che aveva promosso la consultazione elettorale abrogativa).

Come esponente dell'ala destra della DC ricoprì comunque molte cariche di governo anche nei primi anni del centro-sinistra, ma nella seconda metà degli anni settanta la sua figura nel quadro politico generale rimase un po' in ombra, e in quel periodo ebbe come unica carica istituzionale la vicepresidenza della Camera dei deputati (da ottobre 1975), che mantenne per quasi otto anni.

Nel 1977 fu tra i firmatari, insieme a Mariotto Segni, Severino Citaristi, Giuseppe Zamberletti, Bartolo Ciccardini e un altro centinaio di esponenti democristiani, di un documento con il quale si chiedeva al partito di abbandonare la linea politica portata avanti dal segretario Benigno Zaccagnini e di chiudere, contrariamente alla linea intrapresa (e che andava in direzione del cosiddetto "compromesso storico"), qualsiasi apertura nei confronti del Partito Comunista Italiano; i "Cento", come furono chiamati dalla stampa, diedero vita alla corrente "Proposta", che intendeva "garantire ai suoi aderenti di essere rappresentati negli organi del partito e del governo"[23].

Il ritorno alla ribalta[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto 1983 fu chiamato da Craxi a ricoprire una delle cariche più delicate e prestigiose del governo: la titolarità del Ministero dell'Interno, carica che mantenne ininterrottamente fino al luglio del 1987. Il suo periodo al Viminale fu segnato da eventi di una certa gravità, fra i quali la Strage del Rapido 904 (dicembre 1984), l'omicidio da parte delle Brigate Rosse dell'economista Ezio Tarantelli (marzo 1985) e appunto la recrudescenza dell'attività della mafia che nel 1985 tentò l'omicidio del giudice Carlo Palermo e uccise importanti esponenti delle forze dell'ordine in Sicilia.

Nel periodo di massima polemica durante Tangentopoli, in un fax da Hammamet Bettino Craxi gli imputò la proposta di emanazione della direttiva PCM n. 4012/1 del 10 gennaio 1986, in materia di gestione delle spese, che nel corso delle indagini sullo scandalo SISDE si riteneva contenere "un aspetto discutibile e rischioso"[24]. Nel 1989 fu nominato presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla ricostruzione in Irpinia dopo il terremoto del novembre 1980: un incarico che impegnò Scalfaro per due anni.

Eletto Presidente della Camera dei deputati il 24 aprile del 1992, restò per poco tempo in questa carica. Francesco Cossiga si dimise da Presidente della Repubblica nello stesso mese, e l'elezione del successore si trascinò in una serie di votazioni parlamentari senza risultato (Forlani e Vassalli non raggiunsero il quorum); la strage di Capaci dette uno scossone alla vita politica italiana e Scalfaro, sino ad allora considerato un outsider nella corsa al Quirinale, fu eletto alla massima carica istituzionale del Paese subito dopo il tragico evento. "Sponsor" politico di Scalfaro fu allora Marco Pannella, leader del Partito Radicale.

Secondo Indro Montanelli, quando Giovanni Falcone venne ucciso insieme alla moglie e alla scorta, già la scelta si andava restringendo verso le cosiddette "candidature istituzionali", cioè Giovanni Spadolini, allora Presidente del Senato, e Scalfaro Presidente della Camera; anche Giulio Andreotti rivestiva un ruolo istituzionale in quel momento, come Presidente del Consiglio uscente (degli ultimi 3 anni della precedente legislatura), ma la sua candidatura sarebbe stata fermata da Craxi[23]. Per Spadolini, sempre secondo questa interpretazione, sarebbe stato Ciriaco De Mita, ma poi avrebbe prevalso fra i democristiani la convinzione che per quanto "anomalo" Scalfaro sarebbe pur stato un democristiano al Quirinale, mentre per Massimo D'Alema il PDS lo votò perché se non avesse votato Scalfaro poi sarebbe riaffiorata la candidatura di Andreotti[23].

Presidente della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 maggio 1992 Scalfaro fu eletto Capo dello Stato (al sedicesimo scrutinio) con 672 voti, espressi dai democristiani, dai socialisti, dai socialdemocratici, dai liberali, dal PDS, dai Verdi, dai Radicali e dalla Rete. La Lega Nord diede 75 voti al suo candidato Gianfranco Miglio, il Movimento Sociale 63 voti a Cossiga, mentre Rifondazione Comunista diede 50 voti allo scrittore Volponi[23]. Si è trattato di una delle presidenze più controverse della storia repubblicana: benché fortemente sostenuto dai partiti politici sopravvissuti al turbine di Tangentopoli, ha ingenerato forti contrapposizioni, fronteggiate con una decisione che nessuno avrebbe saputo prevedere da un politico approdato quasi per caso al Quirinale.[senza fonte]

Cominciò con il nominare Giuliano Amato presidente del consiglio, avanzando riserve nei confronti dell'autocandidatura di Craxi, che non aveva ancora ricevuto nessun avviso di garanzia (ma il mandato di cattura nei confronti di Silvano Larini già faceva parlare di un avvicinamento degli inquirenti al leader socialista). Nelle memorie di Enzo Scotti, si apprese che il suo segretario generale Gaetano Gifuni avrebbe contattato sia Scotti sia Claudio Martelli per sondare la possibilità di una nomina nelle "seconde file" dei due principali partiti della coalizione di governo, allo scopo di propiziare un avvicendamento generazionale alla guida dei rispettivi partiti.

Accompagnò la riluttanza di Craxi a dimettersi dalla segreteria del PSI con le parole «chi ha salito le scale del potere deve saperle discendere con uguale dignità». Il rifiuto di firmare il decreto-legge Conso sul finanziamento illecito dei partiti lo mise alla testa del moto popolare di ostilità verso il "Parlamento degli inquisiti", e dopo il referendum che abrogò il sistema proporzionale fu tra quelli che spinse per una legge elettorale nuova, in cui il Parlamento operasse "sotto dettatura" dell'esito elettorale. Nel 1993 scoppiò lo "scandalo SISDE", relativo alla gestione di fondi riservati.

Partita dalla bancarotta fraudolenta di un'agenzia di viaggi i cui titolari erano funzionari del servizio segreto del Viminale, un'inchiesta della magistratura fece emergere fondi "neri" per circa 14 miliardi depositati a favore di altri 5 funzionari; ci furono l'intervento del Consiglio superiore della magistratura per dissidi fra il magistrato che indagava e il suo procuratore capo, quello della commissione parlamentare d'inchiesta sui servizi segreti, presieduta da Ugo Pecchioli, e quello del ministro dell'Interno Nicola Mancino, e tutti si misero a indagare sull'operato del Servizio mentre a San Marino venivano individuati altri 35 miliardi di uguale sospetta provenienza. Nel frattempo la figlia di Scalfaro, Marianna, fu fotografata in compagnia dell'architetto Adolfo Salabé (la vera ragione dell'incontro era il suo progetto per l'arredamento del palazzo del Quirinale e l'appartamento di rappresentanza nella Palazzina del Presidente)[25], sospettato di intrattenere affari per lui eccessivamente vantaggiosi con l'ente[26] e che nel 1996 patteggiò la pena per le diverse imputazioni ricevute[27].

I funzionari fornivano versioni di uso "regolare" dei fondi riservati, ma in ottobre uno degli indagati, Riccardo Malpica, ex direttore del servizio e agli arresti da due giorni, affermò che Mancino e Scalfaro gli avrebbero imposto di mentire; aggiunse inoltre che il SISDE avrebbe versato ai ministri dell'interno 100 milioni di lire ogni mese. La sera del 3 novembre 1993 Scalfaro si presentò in televisione, a reti unificate e interrompendo la telecronaca diretta della partita di Coppa Uefa tra il Cagliari e la squadra turca del Trabzonspor,[28] con un messaggio straordinario alla nazione nel quale pronunciò l'espressione "Non ci sto",[29], parlò di "gioco al massacro" e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia della classe politica travolta da Tangentopoli nei suoi confronti.

Nei giorni successivi i funzionari furono indagati per il reato di "attentato agli organi costituzionali",[30] accusa dalla quale furono prosciolti nel 1996 per decorrenza dei termini (ma senza formula piena).[31] Nel 1994 i funzionari furono poi condannati, dimostrando la fondatezza della accuse di Scalfaro[32] e nel 1999, concluso il settennato, Scalfaro fu denunciato da Filippo Mancuso per presunto abuso d'ufficio relativamente al suo periodo come Ministro dell'interno e sempre sull'ipotesi di illecita percezione dei detti 100 milioni al mese; circa l'effettiva percezione vi erano state diverse versioni di Malpica[33] e la denuncia di Mancuso provocò numerose prese di posizione, come quella di Oliviero Diliberto, in quel momento Guardasigilli, il quale ricordò che la Procura di Roma aveva comunicato il 3 marzo 1994 che «...nei confronti dell'onorevole Scalfaro non sussiste alcun elemento di fatto dal quale emerga un uso non istituzionale dei fondi»[34].

Lo stesso Scalfaro, del resto, nel maggio 1994, durante una visita al santuario di Oropa, aveva ammesso la percezione di tali fondi: «Sfido chiunque a dimostrare che chi è stato ministro dell'Interno, e non solo io, ha dato una lira fuori dai fini istituzionali»[35][36]. La sortita aveva provocato una richiesta trasversale di spiegazioni da parte di esponenti di Alleanza Nazionale, Forza Italia e Partito Democratico della Sinistra, ma il Quirinale, almeno nell'immediato, si tacque[35]. Dopo le elezioni del 1994, in seguito alla vittoria elettorale del Polo delle Libertà, al momento in cui Silvio Berlusconi stava predisponendo la lista dei ministri, Scalfaro ritenne sgraditi alcuni nomi, tra cui spiccava la nomina di Cesare Previti (che era indagato ma non ancora condannato) ancora al Ministero della Giustizia, spostato alla Difesa e sostituito da Alfredo Biondi nel ruolo di Guardasigilli. In un colloquio preliminare con il futuro Presidente del Consiglio, a Scalfaro fu attribuita la frase «Devo insistere: per motivi di opportunità quel nome non può andare.»[37][non chiaro]

Il comune favore riservatogli dai nuovi partiti emersi dal crollo della cosiddetta "Prima Repubblica" si spaccò quando - nel dicembre del 1994 - invece di sciogliere le Camere dopo le dimissioni del governo uscito dalle elezioni di sei mesi prima (come richiesto insistentemente dall'uscente premier Berlusconi), tentò con successo di formare un nuovo governo in base al dettame costituzionale secondo il quale, una volta eletto dal popolo sovrano, la sovranità è esercitata dal Parlamento; a sostegno della sua iniziativa fu ricordato che la Costituzione prevede che la funzione di deputati e senatori della Repubblica sia esercitata senza vincoli di mandato, per cui è consentito cambiare schieramento e appoggiare formazioni politiche diverse dalla lista in cui si è stati eletti. Quando Scalfaro svolse le consultazioni, ascoltò anche le componenti interne ai partiti per comprendere se vi erano in Parlamento i voti per un'ipotesi di "governo tecnico": ricevutane rassicurazione - anche grazie all'opposizione dei presidenti delle Camere Carlo Scognamiglio e Irene Pivetti alla fine anticipata della legislatura - in un famoso discorso di fine anno invitò Berlusconi ad un passo indietro, promettendo che il nuovo governo avrebbe avuto un incarico a termine e un presidente di fiducia dello stesso Berlusconi.

Questi scelse il suo Ministro del Tesoro Lamberto Dini, e assistette nell'anno successivo al progressivo spostamento dell'asse del governo così nato verso il centro-sinistra, che vinse le successive elezioni. Lo snodo decisivo per tale spostamento fu la sfiducia individuale votata al ministro della giustizia Filippo Mancuso: questi, accusato di aver dato corso ad una serie di ispezioni ministeriali nei confronti dei giudici che indagavano su Berlusconi[38], si difese in Senato con un feroce discorso in cui scelse come bersaglio proprio il Quirinale.

Riprendendo la vicenda SISDE, Mancuso affermò che Gaetano Gifuni avrebbe cercato di orientare la sua relazione nella precedente veste di presidente della commissione governativa di indagine: la relazione sarebbe dovuta cambiare e l'affermazione della non illiceità della dazione mensile di danaro da parte del SISDE - a Scalfaro quando era ministro dell'interno - si sarebbe dovuta trasformare nell'affermazione dell'inesistenza del fatto storico di tale percepimento di somme. Queste e altre circostanze (tutte riconducibili, comunque, al cosiddetto "ribaltone" del dicembre 1994) portarono, nel centro-destra, alla nascita di una diffusa ostilità verso il Capo dello Stato, accentuata dopo la vittoria del centro-sinistra nelle elezioni del 1996: segnatamente, la legge sulla par condicio (termine da lui stesso impiegato in più di una pubblica esternazione, per affermare l'esigenza della parità delle armi comunicative sulle reti televisive per tutti gli attori politici)[39] fu vista come un attacco alla potenzialità più dirompente del sistema mediatico di Silvio Berlusconi.[non chiaro]

Nell'ultima parte del settennato gli attivisti giovanili di Alleanza nazionale contestarono il Capo dello Stato nei suoi viaggi nelle città italiane. Mentre la sua caratteristica più gelosamente custodita era stata l'affermazione di un ruolo super partes, agli attacchi ricevuti rispose invocando sempre più esplicitamente il sostegno dalla maggioranza di governo. Ne derivò un ruolo più dipendente da quest'ultima, coronato dal fatto che appena divenuto senatore a vita votò la fiducia al secondo governo D'Alema, cioè ad un Presidente del consiglio da lui stesso nominato per il primo mandato.

È stato l'unico Capo dello Stato (tra quelli cessati dalla carica) della storia d'Italia a non aver nominato alcun senatore a vita, a causa di un problema legato all'interpretazione della Costituzione: non è chiaro infatti se il limite di 5 senatori a vita sia da intendersi come limite massimo di nomine a disposizione di ciascun Presidente oppure a disposizione del Presidente della Repubblica come figura istituzionale (quindi comprendendo anche quelli nominati dai predecessori). Il Presidente Scalfaro era fedele alla seconda interpretazione, a differenza dei suoi due predecessori Pertini e Cossiga, che avevano nominato 5 senatori a vita ciascuno. Il suo mandato presidenziale si è concluso il 15 maggio 1999.

Nomine presidenziali[modifica | modifica wikitesto]
Governi
Giudici della Corte costituzionale
Senatori a vita

Oscar Luigi Scalfaro non nominò alcun senatore a vita

Attività successive alla Presidenza della Repubblica e morte[modifica | modifica wikitesto]

Il senatore a vita Scalfaro nel 2009.

Terminato il suo mandato da Capo dello Stato, Scalfaro divenne senatore a vita in quanto Presidente Emerito della Repubblica, aderendo al gruppo misto. Nel corso della XIV Legislatura ha presentato numerosi disegni di legge riguardanti l'emigrazione e ha manifestato il dissenso soprattutto per la proposta di riforma costituzionale avanzata dalla Casa delle Libertà e dal terzo governo Berlusconi.

Da senatore a vita si è dedicato soprattutto a girare l'Italia, partecipando a numerosi incontri sulla difesa della Carta costituzionale, il no alla guerra e l'impegno dei cattolici in politica. Ha, inoltre, dato avvio assieme ad alcuni giovani collaboratori (Alberto Gambino, Stefano Magnaldi, Mattia Stella) ad iniziative nel campo della formazione dei giovani alla vita politica (tra queste in particolare il Laboratorio per la polis, rete di cultura e formazione politica). Dal 2002 al giugno 2011 ha ricoperto anche la carica di Presidente dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia[40].

Durante la primavera del 2006 è stato Presidente del Comitato "Salviamo la Costituzione" e a capo del Comitato per il No al Referendum sulla Riforma Costituzionale, composto dai partiti del centro-sinistra, dalle principali organizzazioni sindacali, dai Comitati Dossetti, dalle associazioni ASTRID, Libertà e Giustizia, ANPI, ACLI, Giovani per la Costituzione, Laboratorio per la polis e altri. Promosse dunque una bocciatura per via referendaria, poi avvenuta col 61,3% il 25 e 26 giugno 2006. In questa veste è stato nuovamente oggetto delle critiche del centrodestra, promotore della riforma poi bocciata, insieme al suo successore al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi, anche lui schieratosi per il No al referendum (tuttavia successivamente, poiché ancora in carica al Quirinale fino al mese di maggio).

In apertura della XV Legislatura è stato Presidente provvisorio del Senato della Repubblica (perché senatore più anziano dopo Rita Levi-Montalcini che si era dichiarata non in grado di svolgere quel compito), fino all'elezione alla presidenza di Franco Marini, da lui sostenuto. Il 19 maggio 2006, come già aveva anticipato, ha votato la fiducia al governo Prodi II. Durante la XV Legislatura ha votato più volte in favore del governo Prodi e della maggioranza di centro-sinistra, anche in occasioni determinanti e con voti di fiducia.

Nel 2007 ha aderito al Partito Democratico, pur non iscrivendovisi, ed è stato presidente del Comitato pro Veltroni-Franceschini nel Lazio per le primarie del 14 ottobre 2007.[41][42] Ha presieduto l'associazione Salviamo la Costituzione nata dall'omonimo comitato costituitosi nel 2006. Nel settembre 2011 è stato chiesto al sindaco di Roma Gianni Alemanno di conferirgli la cittadinanza onoraria[43]. È morto nel sonno il 29 gennaio 2012, a Roma all'età di 93 anni[44]. Per suo volere le esequie sono state celebrate l'indomani in forma privata, anziché con funerale di Stato come previsto dalla legge per i presidenti emeriti della Repubblica.[45]

Le cariche[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Conversazioni, Roma, Edizioni Paoline, 1961.
  • Amen, Siena, Cantagalli, 1980; 1992.
  • Le chiacchierate di Oscar Luigi Scalfaro alla Sala Francescana di S. Damiano, San Damiano, Edizioni Sala Francescana di cultura P. Antonio Giorgi, 1984; 1985.
  • La mia Costituzione. Dalla Costituente ai tentativi di riforma, conversazione con Guido Dell'Aquila, Firenze-Antella, Passigli Editori, 2005.
  • Non arrendetevi mai. Colloquio con Oscar Luigi Scalfaro a cura di Federica di Lascio e Davide Paris, Ed. Paoline, Milano, 2007.
  • Quel tintinnar di vendette. Giustizia difficile tra protagonismo dei magistrati e ritorsioni della politica, a cura di Guido Dell'Aquila, Roma, Università La Sapienza, 2009.
  • Di sana e robusta Costituzione. Intervista di Carlo Alberto dalla Chiesa, con Gian Carlo Caselli, Torino, Add, 2010.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 28 maggio 1992 al 15 maggio 1999:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro
Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana
Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto

Personalmente è stato insignito della:

Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte
— 31 luglio 1973[46]

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Collare dell'Ordine Piano (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Collare dell'Ordine Piano (Santa Sede)
— Città del Vaticano
Compagno d'Onore Onorario dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Compagno d'Onore Onorario dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta)
— 11 ottobre 1993
Compagno d'Onore Onorario con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Compagno d'Onore Onorario con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta)
— 16 novembre 1995
Collare dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
— 1996
Cavaliere di Gran Croce del Grand'Ordine del Re Tomislavo (Croazia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce del Grand'Ordine del Re Tomislavo (Croazia)
«Per l'eccezionale contributo alla promozione dell'amicizia e della cooperazione allo sviluppo tra la Repubblica di Croazia e la Repubblica Italiana.»
— Zagabria, 17 dicembre 1997[47]
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca)
— 19 ottobre 1993
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia)
— 30 aprile 1998
Collare dell'Ordine della Croce della Terra Mariana (Estonia) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine della Croce della Terra Mariana (Estonia)
— 1997
Commendatore di Gran Croce dell'Ordine delle Tre Stelle (Lettonia) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore di Gran Croce dell'Ordine delle Tre Stelle (Lettonia)
Gran Croce dell'Ordine di Vytautas il Grande (Lituania) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine di Vytautas il Grande (Lituania)
— 1997
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Polonia)
— 4 giugno 1996
Balì di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria Balì di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM)
Membro di I Classe dell'Ordine della Doppia Croce Bianca (Slovacchia) - nastrino per uniforme ordinaria Membro di I Classe dell'Ordine della Doppia Croce Bianca (Slovacchia)
— 1997

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il cognome ha pronuncia sdrucciola, ossia si legge con l'accento sulla terzultima sillaba. Scalfaro era solito indicare graficamente l'accentazione corretta, firmandosi Scàlfaro, con un accento sulla prima a. Vedi la voce del DOP: http://www.dizionario.rai.it/poplemma.aspx?lid=10923&r=267274.
  2. ^ Ha ricoperto quest'ultima carica in forza del regolamento del Senato che assegna la presidenza provvisoria (sino cioè all'elezione del Presidente) al senatore più anziano.
  3. ^ Andrea Borella Annuario della Nobiltà Italiana Edizione XXXI Teglio (SO) 2010 S.A.G.I. Casa Editrice vol. II pag. 1854 e tracce di sangue blu nelle vene di Scalfaro, Corriere della Sera, 14 agosto 2003. URL consultato il 24 agosto 2010.
  4. ^ Andrea Borella Annuario della Nobiltà Italiana Edizione XXXI Teglio (SO) 2010 S.A.G.I. Casa Editrice vol. II pag. 1854
  5. ^ Andrea Borella "Annuario della Nobiltà Italiana" Edizione XXXI Teglio (SO) 2010 S.A.G.I. Casa Editrice vol. II pag. 1854 e (EN) Discorsi cerimoniali fra Scalfaro e Bill Clinton, 2 aprile 1996
  6. ^ http://www.fratiminori.it/downloads/Notiziario/notiziario226.pdf
  7. ^ Andrea Borella, Annuario della Nobiltà Italiana, Edizione XXXI, Teglio (SO) SAGI Casa Editrice, 2010, vol. II, pag. 1854
  8. ^ Paolo Granzotto, La vera storia di Oscar Luigi Scalfaro antifascista doc. URL consultato il 15 settembre 2008.
  9. ^ a b c d e f Scalfaro e la figlia del fascista fucilato «Lo interrogai. Era colpevole? Non so»
  10. ^ La Suprema Corte riconobbe fondato il ricorso e rinviò il caso alla Corte d'Assise di Torino, la quale condannò l'imputato a trent'anni di carcere, ridotti poi a sei dall'intervenuta amnistia generale (dal testo Scalfaro, una vita da Oscar di cui alla bibliografia).
  11. ^ Oscar Luigi Scalfaro, Non arrendetevi mai, Edizioni Paoline, 2007 - ISBN 88-315-3206-5
  12. ^ a b c Pietro Nenni, Diario, in Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia del miracolo, Rizzoli, 1987. Annotazioni alla data del 9 dicembre 1952
  13. ^ Si trattava di una norma che, approvata l'anno successivo, avrebbe assegnato un premio di maggioranza alla formazione politica che avesse ottenuto il maggior numero di voti.
  14. ^ Roberto Gervaso, Oscar Luigi Scalfaro ne: I sinistri, pp. 347-351
  15. ^ a b La richiesta di autorizzazione a procedere
  16. ^ L'art. 394 e sgg. del Codice penale italiano puniva i duellanti e i portatori di sfida con la reclusione fino a sei mesi e una contravvenzione, salvo pene maggiori in presenza di danni o lesioni all'avversario.
  17. ^
    « Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti.
    La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei principi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata.
    Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
    Abusi del genere comportano l'obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all'attenzione pubblica, per ogni loro atto.
    Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.
    principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis »
    (Lettera di Totò a Oscar Luigi Scalfaro sul celebre caso detto "del prendisole" pubblicata sull'Avanti! del 23 novembre 1950, citata da Giorgio Caldonazzo e Paolo Fiorelli in Scalfaro, una vita da Oscar)
  18. ^ da ilSalvagente.it
  19. ^ da Repubblica.it
  20. ^ Roberto Gervaso, Oscar Luigi Scalfaro ne: I sinistri, p. 346
  21. ^ Luca Telese, Da conservatore a progressista ‒ La storia politica di Scalfaro
  22. ^ Divenuto Presidente della Repubblica, Scalfaro nominerà suo portavoce il nipote di Mario, Tanino Scelba
  23. ^ a b c d Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, RCS, 1993
  24. ^ Comitato Parlamentare per i Servizi di Informazione e Sicurezza. Primo rapporto sul sistema di informazione e sicurezza: "Esso consisteva nell'aver previsto una distruzione annuale dei documenti di spesa e comunque una distruzione all'atto del cambio del Direttore del Servizio o del Ministro competente. D'altro canto, la previsione relativa al rendiconto era ancora generica"; cfr. ((http://www.sisde.it/sito%5CRivista3.nsf/servnavig/5)).
  25. ^ Corriere della Sera: Quel «portafoglio» targato Sisde
  26. ^ Su Adolfo Salabé: Corriere della sera e commissione d'inchiesta
  27. ^ Archiviostorico.corriere
  28. ^ Storia del Cagliari calcio
  29. ^
    « A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l'allarme. Non ci sto non per difendere la mia persona, che può uscire di scena ogni momento, ma per tutelare, con tutti gli organi dello Stato, l'istituto costituzionale della Presidenza della Repubblica. [...] »
    (Oscar Luigi Scalfaro. Dal messaggio straordinario alla nazione andato in onda a reti unificate alle ore 22 e 30 circa del 3 novembre 1993)
  30. ^ Quotidiano.net
  31. ^ Archiviostorico.corriere
  32. ^ Archiviostorico.corriere
  33. ^ Dapprima disse che la vicenda riguardava un periodo successivo a quello di Scalfaro ministro, in seguito disse di avergli fornito quei fondi a partire dalla fine del 1987.
  34. ^ La Repubblica
  35. ^ a b La Repubblica
  36. ^ Archiviostorico.corriere
  37. ^ Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia del novecento, Rizzoli, 2000, pag.583
  38. ^ Secondo l'intervento dell'allora senatore Previti dinanzi all'Assemblea del Senato, queste iniziative avrebbero suscitato l'opposizione del centro-sinistra perché destabilizzavano lo «...stratificato e immobile sistema di potere così caro alla partitocrazia di cui ancora in questo Parlamento vi è così vasta rappresentanza»: Atti parlamentari, Senato della Repubblica, resoconti stenografici, Assemblea, 18 ottobre 1995, p. 38.
  39. ^ L'espressione par condicio è mutuata da quella giuridica della par condicio creditorum ossia la situazione che deve determinarsi secondo il diritto fallimentare, per il quale tutti i creditori chirografari del fallito debbono essere posti nelle medesime condizioni relativamente alla divisione dei beni residui (art. 2741 C.C., Concorso dei creditori e cause di prelazione, primo comma: «I creditori hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salve le cause legittime di prelazione») Vedi: Umberto Albanese, Massime, enunciazioni e formule giuridiche latine., Milano, Ulrico Hoepli Editore, 1997. ISBN 88-203-2057-6. pp. 278-279
  40. ^ Valerio Onida nuovo Presidente INSMLI
  41. ^ TM News, 29 gennaio 2012.
  42. ^ La Repubblica, 29 gennaio 2012.
  43. ^ La Repubblica
  44. ^ Corriere della Sera, 29 gennaio 2012
  45. ^ Legge 7 febbraio 1987, n. 36 - Disciplina delle esequie di Stato
  46. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  47. ^ (HR) Odluka o odlikovanju Veleredom kralja Tomislava s lentom i Velikom Danicom, Narodne novine, 17 dicembre 1997. URL consultato il 6 novembre 2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Roberto Gervaso, I sinistri, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1997, ISBN 88-04-43233-0
  • Filippo Ceccarelli, Il letto e il potere, Milano, TEADUE, Tascabili degli Editori Associati (licenza Longanesi), 1996
  • Giorgio Caldonazzo – Paolo Fiorelli, Scalfaro, una vita da Oscar, Bergamo, Ferruccio Arnoldi Editore, 1996
  • Massimo Franco, Il re della Repubblica, Milano, Badini & Castoldi, 1997, ISBN 88-8089-327-0
  • La mia Costituzione. Dalla Costituente ai tentativi di riforma, conversazione con Guido Dell'Aquila, Firenze-Antella, Passigli Editori, 2005. ISBN 88-368-0951-02
  • Quel tintinnar di vendette. Giustizia difficile tra protagonismo dei magistrati e ritorsioni della politica, a cura di Guido Dell'Aquila, Roma, Università La Sapienza, 2009.
  • Giovanni Grasso, Scalfaro. L'uomo, il presidente, il cristiano, presentazione di Andrea Riccardi, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2012, ISBN 978-88-215-7577-8

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore Presidential flag of Italy (mod.1992).svg
Francesco Cossiga 28 maggio 1992 - 15 maggio 1999 Carlo Azeglio Ciampi
Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore Emblem of Italy.svg
Leonilde Iotti 24 aprile 1992 - 25 maggio 1992 Giorgio Napolitano
Predecessore Ministro dell'Interno Successore Emblem of Italy.svg
Virginio Rognoni 4 agosto 1983 - 28 luglio 1987 Amintore Fanfani
Predecessore Ministro dei Trasporti e dell'Aviazione Civile della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Angelo Raffaele Jervolino 23 febbraio 1966 - 12 dicembre 1968 Luigi Mariotti I
Italo Viglianesi 12 febbraio 1972 - 26 giugno 1972 Aldo Bozzi II
Predecessore Ministro della Pubblica Istruzione Successore Emblem of Italy.svg
Riccardo Misasi 26 luglio 1972 - 7 luglio 1973 Franco Maria Malfatti

Controllo di autorità VIAF: 24715915 LCCN: n96058641 SBN: IT\ICCU\CFIV\022238