Spedizione dei Mille

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Spedizione dei Mille
parte del Risorgimento
La partenza dei Mille da Quarto (Genova).
La partenza dei Mille da Quarto (Genova).
Data 5 maggio - 26 ottobre 1860
Luogo Sicilia e successivamente Italia meridionale
Esito Vittoria garibaldina, annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, futura Unità d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
  • 1.162 (alla partenza)
  • 20.000 (al momento dello sbarco sul continente)
  • 35.000 (nella fase finale)
50.000
Perdite
500 ? tra morti e feriti[senza fonte] 1.000? tra morti e feriti[senza fonte]
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia


La spedizione dei Mille è un episodio cruciale del Risorgimento, avvenuto nel 1860, quando una spedizione di un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partita dalla spiaggia di Quarto, allora Regno di Sardegna, nella notte tra il 5 e il 6 maggio, sbarcò l'11 maggio in Sicilia, presso Marsala, e successivamente, muovendosi verso nord, con una serie di battaglie vittoriose, riuscì a conquistare il Regno delle Due Sicilie, permettendone l'annessione al nascente stato italiano.

Premesse[modifica | modifica sorgente]

A partire dall'incontro di Plombières con Napoleone III il 21 e 22 luglio 1858 e, soprattutto, dalla firma del trattato di alleanza difensiva fra Francia e Regno di Sardegna del 26 gennaio 1859, il primo ministro Cavour iniziò i preparativi per la liberazione del nord Italia e l'inevitabile guerra all'Austria.

Il 24 aprile 1859 Cavour riuscì a farsi dichiarare guerra dall'Austria, con inizio delle ostilità il 27 aprile. La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio; i termini dell'armistizio di Villafranca riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma non il Veneto, ceduto soltanto con la Terza Guerra d'Indipendenza.

Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna e la Romagna), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e reclamavano l'annessione al Regno di Sardegna, soprattutto grazie, secondo l'opinione di alcuni storici, alla sapiente azione di agenti provocatori pilotati dal Governo piemontese[2], mentre le popolazioni di Umbria e Marche subivano la dura repressione del governo pontificio, il cui esempio più sanguinoso fu il massacro di Perugia.

Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia ed ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

La penisola italiana nel marzo del 1860

Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna, Lombardia (eccetto Mantova), Emilia Romagna e Toscana; lo Stato della Chiesa, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, a questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino che tuttavia si mantenne sempre distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

A questi tre stati indipendenti bisogna aggiungere l'Impero Austriaco di Francesco Giuseppe che ancora poteva essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Veneto come Regno Lombardo-Veneto, il Trentino e il Friuli, oltre al territorio mantovano. Non si dimentichi, inoltre, la Francia nell'ambiguo ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: un'ambiguità che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle cose italiane, sino all'estremo giorno di vita del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860.

Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (col suo mancato sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua esplicita opposizione).

Il Regno delle Due Sicilie, era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con la Gran Bretagna, a cui doveva la sopravvivenza durante il periodo napoleonico , con la "questione degli zolfi"[3]. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[4], avendo rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Gran Bretagna, al cui fianco viceversa prese parte il Piemonte, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

Almeno sulla carta, comunque, il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e, teoricamente, più potente della penisola. Esso, poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso d'Italia) di 93000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più potente di stanza nel Mediterraneo (11 moderne fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[5]. Infine, come ricordava Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[5], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia.

Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II, propose a Francesco Giuseppe, di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Leopoldo II di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale[6], spodestati da insurrezioni non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni.

L'iniziativa, si scontrava direttamente contro la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[7].

Prima della spedizione[modifica | modifica sorgente]

La ricerca di un casus belli[modifica | modifica sorgente]

Il Regno di Sardegna, però, necessitava di un casus belli presentabile per attaccare il Regno delle Due Sicilie. Questa era per lo stato sabaudo, che comunque non emise mai alcuna dichiarazione di guerra nei confronti del reame borbonico,[8][9][10] una condizione indispensabile, dal momento che, fra gli imperativi che la politica europea imponeva al Cavour, v'era presentarsi sempre come lo strumento del ripristino dell'ordine.

L'unico accadimento che avrebbe potuto soddisfare questa esigenza era una sollevazione dall'interno. Un tale evento avrebbe provato la disaffezione delle popolazioni alla Dinastia che governava a Napoli e, soprattutto, l'incapacità di Francesco di Borbone di garantire, in forme accettabili, l'ordine pubblico nei propri domini.

La Sicilia, come dimostrava la storia dei trascorsi decenni, era terreno fertile, e i liberali meridionali, specialmente quelli rientrati dopo l'amnistia concessa dal giovane Re, lavoravano in tal senso già da tempo.

La situazione interna al Regno delle Due Sicilie[modifica | modifica sorgente]

Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: la rivoluzione indipendentista siciliana del 1820, la rivoluzione calabrese del 1847[11], la rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 e quella calabrese dello stesso anno[12], ed il movimento costituzionale napoletano del 1848.

La morte di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini di Sanza incitati dai notabili filoborbonici

Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Austria. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti e in quella di Antrodoco.

Nel 1860, la situazione appariva più favorevole ai Borbone[rispetto a cosa?]: sin dal 1821, all'esercito era dedicata costante attenzione economica da parte dei regnanti e, nel complesso, rinforzato da reparti composti da arruolati stranieri, appariva fedele alla casa regnante, tuttavia nel giugno dell'anno precedente si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri e parte delle quali vennero disciolte [13].

I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche ad imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare (che, infatti, non mostrò alcun fervore nel corso dell'intera campagna contro Garibaldi). Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti austriache dei liberali che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangeri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo[14].

La popolazione delle province continentali, conservava la suddivisone in due parti politiche, o "due nazioni" secondo la definizione di Vincenzo Cuoco [15]: la prima di possidenti e la seconda dal popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari), quest'ultima era generalmente vicino alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815, il fallimento della Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario[16], mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

I mazziniani e la Sicilia[modifica | modifica sorgente]

Rosolino Pilo

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano, a partire dall'ottobre dell'anno precedente si erano registrati sull'isola focolari di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato ad un tentativo di assassinio.

I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere ad un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni ed obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[17]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[17].

In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo, questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo ad un intervento diretto al di là dello stretto[18]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[18]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo ed il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[19]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[18]. Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[20]. Accompagnato da Giovanni Corraro, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[21].

La rivolta della Gancia a Palermo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta della Gancia.

A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[22], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[23]. Nonostante il fallimento, l'accaduto diede il via ad una serie di manifestazioni ed insurrezioni[22] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 ed il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Nicola Fabrizi il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo ad intraprendere la spedizione[24].

La preparazione della spedizione[modifica | modifica sorgente]

Il ruolo di Cavour[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Camillo Benso, conte di Cavour.
Camillo Benso, conte di Cavour

Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente perché sospettava che l'obiettivo di Garibaldi fosse Roma. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto ad essa, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[25].

Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[26].

Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era portato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[27], poiché attraverso di lui si sarebbe potuta originare la "provvidenziale" sollevazione dall'interno, che avrebbe sconvolto il Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna ad intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista ed osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l’iniziativa[27].

In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[28]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[29], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[30]. Gli ultimi accordi fra Cavour e Vittorio Emanuele II vennero presi in un incontro a Bologna, il 2 maggio.

Il corpo di spedizione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi I Mille.
Manifesto del comitato di Lodi e Crema per la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili" per Garibaldi
Gerolamo Induno: La partenza del garibaldino
Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, dunque, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.

L'armamento ed i quadri[Chiarire: nell'elenco dei Mille non sono presenti quadri provenienti dall'esercito piemontese], qualora non attinti dai Cacciatori, sarebbero giunti dall'esercito piemontese, così come i finanziamenti. Le somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, infatti, ammontarono a lire 7.905.607 e saranno computate, a impresa terminata, nel bilancio del nuovo stato unitario[31]. In ogni caso, l'origine dei fondi avrebbe potuto essere, comunque, attribuita alla sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", iniziata già nell'ottobre 1859 e sostenuta dai comuni e enti nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme: ad esempio la Camera di Commercio di Milano, facendosi voce della borghesia ambrosiana, raccolse 70.226,85 lire per l'acquisto dei fucili[32].

Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche combattenti stranieri. La compagine aveva anche un cappellano, Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, divenne protestante. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

Il Piemonte e il Lombardo[modifica | modifica sorgente]

Il piroscafo Piemonte

Il 3 maggio, a Modena, venne siglato un primo accordo, attraverso il quale si rendevano disponibili ai garibaldini i due vascelli con i quali avrebbero raggiunto la Sicilia. In rappresentanza dello stato sabaudo erano presenti l'avvocato Ferdinando Riccardi e il colonnello Alessandro Negri di San Front, entrambi riconducibili ai servizi segreti piemontesi, avendo essi ricevuto l'incarico dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dell'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[33].

Il giorno seguente, il 4 maggio, l'intesa fu formalizzata: veniva stipulato, con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, il contratto con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione di un dipendente della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da un suo uomo di fiducia, Giacomo Medici), mentre garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro[33].

La sera del 5 maggio, meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi[29], la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto, simulando, come da accordi, il furto delle due navi. Oltre al prezzo d'acquisto dei vascelli, infatti, alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 000 lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 000 lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[34].

Lo svolgimento della spedizione[modifica | modifica sorgente]

Viaggio di trasferimento[modifica | modifica sorgente]

Targa in ricordo della sosta dei mille a Porto Santo Stefano il 9 maggio 1860

I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[35].

Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni ed un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone e acqua potabile.[36] Formalmente Garibaldi ottenne le armi poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito.

Durante la sosta sulle coste toscane il nizzardo ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari di distaccarsi dalla spedizione e tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio. Zambianchi, dopo aver reclutato altri 200 uomini della zona, si inoltrò nel territorio papalino, causando alcuni saccheggi[37]. Il colonnello pontificio Georges de Pimodan, venuto a conoscenza della presenza dei garibaldini, giunse a contrastarli presso Orvieto con una sessantina di carabinieri. Dopo un breve scontro, Zambianchi e i suoi uomini batterono in ritirata, poiché de Pimodan ebbe come supporto i contadini e si previde l'imminente arrivo degli zuavi[37].

Cavour, preoccupato per l'eventuale reazione della Francia, alleata dello Stato Pontificio, dispose il 10 maggio l'invio di una nave nelle acque della Toscana[29] e ordinò l'arresto di Zambianchi[37]. Il colonnello dichiarerà che il suo vero obiettivo era l'Abruzzo[37]. Il piano di Zambianchi sarebbe consistito nel distrarre le truppe borboniche, facendo loro credere che Garibaldi volesse attraversare i territori papalini per attaccare l'Abruzzo. Così facendo, il governo borbonico non sarebbe accorso a difendere le coste siciliane con tutte le sue forze, permettendo a Garibaldi di giungervi senza particolari complicazioni[38].

Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1089 proseguirono nel viaggio.

Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[39]. L’11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[40].

Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio[41] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[42].

Lo sbarco a Marsala[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sbarco a Marsala.
Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.

I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta[43], che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, puntarono poi a Marsala, poiché informati dagli equipaggi di un veliero inglese e di una paranza da pesca siciliana che il porto della città non era protetto da vascelli borbonici[43]. L'assenza di borbonici convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[43], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio.

Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze, quali la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham[44] e che finì per condizionare l'operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie[45][46][47] ed il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi[48][49], da cui conseguì un'azione difensiva tardiva e sterile[50].

Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nella capitale siciliana[51]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860.

I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono, già il 12 maggio, 200 volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.

Proclamazione della Dittatura[modifica | modifica sorgente]

Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele [52]. Il 17 Francesco Crispi viene nominato primo Segretario di Stato [53]. Il 2 giugno furono creati sei dicasteri[54]:

Poi seguirono:

Rappresentante presso il governo provvisorio da parte del Regno di Sardegna fu inviato il siciliano Giuseppe La Farina che a luglio fu costretto a dimettersi per disaccordi con Crispi e al suo posto Cavour inviò Agostino Depretis. E il 20 luglio Garibaldi nominava lo stesso Depretis "prodittattore", con l'esercizio di "tutti i poteri conferiti al Dittatore dai comuni della Sicilia".Il 14 settembre tuttavia Depretis si dimise, non avendo potuto convincere il generale all'annessione diretta della Sicilia al Regno di Sardegna e il 17 si insediò al suo posto Antonio Mordini che restò fino alla conclusione del plebiscito[55] del 21 ottobre 1860. Nel settembre Cavour fece nominare prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino Trivulzio.

Il primo scontro a Calatafimi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Calatafimi e Esercito meridionale.
Francesco Crispi, riconosciuto come l'ideatore della Spedizione dei Mille.

I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio, contro circa 4.000 soldati borbonici guidati dal generale Francesco Landi. Qui, con un eroico gesto, Augusto Elia salva la vita al generale Garibaldi, riportando una grave ferita al volto.

Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo e Partinico, giungendo in vista della città.

La conquista di Palermo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Insurrezione di Palermo.
Dipinto di Cesare Bartolena che raffigura l'imbarco dei volontari livornesi avvenuto il 9 giugno 1860, con l'ultimo contingente di volontari toscani

Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, i garibaldini, il 27, giunsero a Palermo e si apprestarono ad entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari borbonici. Dopo un duro scontro, le truppe reali abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[56] Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio.

Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio ed il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistano tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si aveva un deciso contrattacco delle truppe regie che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i borbonici, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città e ottenendo l'onore delle armi.

In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi ed americani, tra cui Ferdinand Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva i mazziniani, per prendere il controllo della situazione a favore del Regno di Sardegna, senza, però, trovare al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini ed il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione.

Lapide presso il Palazzo Pretorio di Palermo

Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale. Il 2 ed il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1500 fucili da Malta (forniti dagli inglesi). L'11 giugno sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Aglietta, 1000 fucili e molte munizioni.[57] Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi, circa 3500 volontari, 8000 fucili moderni e munizioni[58] Il 5 ed il 7 luglio sbarcarono a Palermo 1800 volontari comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 2000 volontari, quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.

I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale.

La battaglia di Milazzo e la caduta di Messina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Milazzo (1860).

Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo. I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe borboniche aveva lasciato la città.[59] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[59] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. A presidiare la Real Cittadella, affacciata sul porto, rimase solo una piccola guarnigione che non tenterà alcun'azione bellica, ma che si arrenderà solo mesi più tardi. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta. Così veniva completata la conquista dell'isola.

« Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »
(Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo)

Operazioni sul continente[modifica | modifica sorgente]

Dipinto che raffigura lo sbarco dei Mille a Palmi, il 22 agosto 1860
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sbarco a Melito, Insurrezione lucana e Battaglia di Piazza Duomo.

Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi iniziò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.

Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia ed Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.

Battaglia del Volturno - combattimento di Porta Romana, verso Santa Maria Maggiore

Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio), il 19 agosto, sulla spiaggia ionica, ed il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. Garibaldi disponeva ormai di circa ventimila volontari. In Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico; il 30 agosto, a Soveria Mannelli, un intero corpo di oltre diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, si arrese senza combattere ad una colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco.

Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno ad insorgere contro i Borboni),[60] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all'apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[61] Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata. La notte dello stesso giorno dormì ad Eboli nella casa di Francesco La Francesca e poi partì per Napoli.

L'ingresso a Napoli[modifica | modifica sorgente]

Intanto, il re Francesco II abbandonava Napoli per portare l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, praticamente senza scorta, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza ed acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo.

Le battaglie del Volturno e del Garigliano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Volturno e Battaglia del Garigliano (1860).

Tra fine settembre e avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati borbonici persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[62] La battaglia terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).

Dopo la sconfitta, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si asserragliarono a Gaeta, ultimo baluardo a difesa del Regno delle Due Sicilie, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto. L'assedio di Gaeta, iniziato dai garibaldini il 13 novembre 1860, fu concluso dall'esercito sabaudo il 13 febbraio 1861. Con la resa di Francesco II, gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio a Roma sotto la protezione di Pio IX.

L'incontro di Teano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Dopo la Battaglia del Volturno, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise, Abruzzo) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d'Italia in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud ed il Nord erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio.

Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche ed Umbria, ancora nelle mani del papa, ed unire così il nord e il sud d'Italia. Al papa, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il solo Lazio, come estremo baluardo del dominio temporale. Durante la Battaglia di Castelfidardo l'esercito sardo si scontrò con quello pontificio, composto da circa 10.000 volontari che, rispondendo all'appello del papa, provenivano da tutti i paesi cattolici d'Europa. Ebbero la meglio i piemontesi che inseguirono i superstiti papalini fino alla piazzaforte di Ancona, dove avvenne l'ultimo scontro, che vide ancora una volta le truppe regie vittoriose.

Vittorio Emanuele II, dopo aver salutato il proprio esercito, si recò quindi a Teano, dove il 26 ottobre del 1860 incontrò Giuseppe Garibaldi che gli consegnò le terre appena conquistate. Con l'incontro di Teano si conclude simbolicamente la Spedizione dei Mille.

Ultime tappe verso la proclamazione del Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno d'Italia (1861-1946) e Plebisciti del Regno d'Italia#1860.

Sulla base dei plebisciti d'annessione dell'ottobre 1860 ed in seguito alle capitolazioni di Gaeta e Messina, il 17 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto ancora resisteva, le regioni meridionali, già parte del Regno di Napoli, entrarono a far parte del Regno d'Italia.

Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14 000 uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera.

Nel novembre 1860 anche Marche ed Umbria, con un plebiscito, scelsero l'unione al Regno d'Italia.

In possesso di un unico regno dalle Alpi alla Sicilia, Vittorio Emanuele II poté essere proclamato Re d'Italia dal nuovo parlamento italiano riunito a Torino. Il sovrano sabaudo, però, mantenne il numerale "II"; ciò ad indicare la continuità tra il vecchio stato piemontese ed il nuovo stato unitario: il Regno di Sardegna cambiava nome in Regno d'Italia, conservando la propria identità statuale, ivi incluso l'apparato normativo e costituzionale, ma moltiplicava il territorio in seguito all'annessione delle Due Sicilie e degli altri Stati della penisola[63].

"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": a questo motto - attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini - avrebbe ispirato tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille.[64]

Il destino dei vinti e dei reduci[modifica | modifica sorgente]

1860. I reduci garibaldini bresciani dei Mille

Agli ufficiali dei disciolti Esercito ed Armata e di Mare delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel più noto Forte di Fenestrelle, ove i più trovarono la morte per fame, stenti e malattie[65][66]. Altri soldati, infine, riuscendo a darsi alla macchia, continuarono a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie unendosi all'orda dei briganti[67].

Agli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[68], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nelle successive azioni belliche dell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Altri, come Enrico Fardella, combatterono nella guerra di secessione americana. Anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, già fuorilegge e, poi, soldato sotto Ferdinando II, amareggiato, secondo taluni, per gli esiti della spedizione o deluso, secondo altri, dalla mancata amnistia, per le sue precedenti condanne, da parte del nuovo governo unitario, sposò la causa legittimista ritornando al brigantaggio, attuato nella sua chiave politica[69].

I delusi dall'unità[modifica | modifica sorgente]

Garibaldi raffigurato in un affresco sul muro di un edificio a Guardabosone, in provincia di Vercelli

All'indomani dell'unità, molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse dallo stato unitario appena formatosi. Nelle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia.

Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[70]. La cocente delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[71]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.

Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.»[72][73]

Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II[74] e dalle floridissime condizioni del regno borbonico, cessò di colpo[75]. Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[76] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[77] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale.

Storiografia[modifica | modifica sorgente]

Critica storiografica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille, Revisionismo del Risorgimento e Brigantaggio postunitario.

La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano ed ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[78] e la cosiddetta "Questione meridionale".

Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte della damnatio memoriae che toccò alla dinastia borbonica e al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia. Nel decennio successivo all'unità si scatenò una vera e propria guerra civile[79]: furono necessari 140.000 militari[80], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), l'esercizio del diritto di rappresaglia sulla popolazione civile, nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni)[81] per poter pacificare le province dissidenti. Nell'iconografia tradizionale, la discussa figura di Garibaldi assume facilmente le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti.

Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia (1861), scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[82]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia, Palermo, Stabilimento tipografico Francesco Lao, 1860, pag. 126. URL consultato il 27 settembre 2010. (ISBN non esistente)
  2. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, p. 25. ISBN 88-383-1828-X.
  3. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi, 1982, pp. 15-16. ISBN 88-18-01157-X.
  4. ^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967, pag. 412. (ISBN non esistente)
  5. ^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, pag. 142. ISBN 88-04-59355-5.
  6. ^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografico-editrice, 1863, pag. 88. URL consultato il 22 settembre 2010. (ISBN non esistente)
  7. ^ Nicomède Bianchi, Op. cit., pag. 82. URL consultato il 22 settembre 2010.
  8. ^ Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, Utet, Torino, 2004, p. 99.
  9. ^ Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 331.
  10. ^ Mario Spataro, I primi secessionisti: separatismo in Sicilia, Napoli, 2001, p. 50.
  11. ^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non non essendoci unità d’intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
  12. ^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
  13. ^ vedi pag 231 Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Mondadori direct, 2012
  14. ^ De Cesare, op. cit., p. 5-6
  15. ^ vedi pag 11 Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011
  16. ^ Il brigantaggio postunitario si configurò come un fenomeno assai complesso dove le tre classiche chiavi di lettura dello stesso (quella liberale-crociana, quella marxista-gramsciana e quella legittimista), prese singolarmente, non sono sufficienti per la comprensione di tutte le sue componenti (quella politica, quella sociale e quella delinquenziale). Angelo D'Ambra, Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, Grottaminarda, Delta 3 Edizioni, 2010, p. 5. ISBN 88-6436-112-3.
  17. ^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869, pp. 498-500. (ISBN non esistente)
  18. ^ a b c Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2001, pag. 236. ISBN 88-420-6362-2.
  19. ^ Federico Gasperetti, Nicola Fano, Castrogiovanni, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010, pag. 115. ISBN 88-6073-536-X. URL consultato il 9 ottobre 2010.
  20. ^ Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, Berisio Editore, 1967, pp. 196-197. (ISBN non esistente)
  21. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, pp. 79-80-81. ISBN 88-384-3142-6.
  22. ^ a b Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 23-25. ISBN 978-88-96576-09-0. URL consultato il 16 ottobre 2010.
  23. ^ Salvatore Vecchio, La terra del sole: antologia di cultura siciliana, Vol. 2 - Dal Risorgimento ai nostri giorni, Caltanissetta, Terzo millennio, 2001, pag. 15. ISBN 88-8436-008-0.
  24. ^ Alfonso Scirocco, Op. cit., pag. 238.
  25. ^ Rosario Romeo, Vita di Cavour, Bari, Laterza, 2004, pp. 457-458. ISBN 88-420-7491-8.
  26. ^ Francesco Crispi, Repubblica e Monarchia, Torino, Tipografia Vercellino, 1865, pag. 21. URL consultato il 17 ottobre 2010. (ISBN non esistente)
  27. ^ a b Vincenzo Botta, Sulla vita, natura e politica del conte di Cavour, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1862, pag. 68. URL consultato il 18 ottobre 2010. (ISBN non esistente)
  28. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, pp. 150-151. ISBN 88-383-1828-X.
  29. ^ a b c Rosario Romeo, Op. cit., pp. 459-460.
  30. ^ Roberto Martucci, Op. cit., pp. 153.
  31. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, pag. 264. ISBN 88-384-3142-6.
  32. ^ Come riportato nel verbale del consiglio camerale del 28 gennaio 1860.
  33. ^ a b Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Napoli, Guida Editore, 2002, pag. 39. ISBN 88-7188-489-2.
  34. ^ Aldo Servidio, Op. cit., pag. 93.
  35. ^ Giuseppe Cesare Abba, Storia dei Mille, Bemporad, 1926 (1904)
  36. ^ Sommario
  37. ^ a b c d Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 65.
  38. ^ Giovanni La Cecilia, Storia dell'insurrezione siciliana, Tip. Sanvito, Milano, 1860, p. 66.
  39. ^ Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona: Diario privato politico-militare (1860), Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, pp. 78-79. ISBN 88-7692-210-5. URL consultato il 28 ottobre 2010.
  40. ^ Carlo Pellion di Persano, Op. cit., pag. 8.
  41. ^ Alberto Santoni, Storia e politica navale dell'età moderna: XV-XIX secolo, Roma, Ufficio storico della marina militare, 1998, pag. 305.
  42. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, pag. 165. ISBN 88-383-1828-X.
  43. ^ a b c Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1900, pp. 204-205. (ISBN non esistente)
  44. ^ Editori Vari, Cronaca degli avvenimenti di Sicilia da aprile 1860 a marzo 1861, Harvard College Library, 1863, pp. 78-80
  45. ^ Giuseppe Garibaldi in Franco Russo (a cura di), Memorie, Roma, Avanzini e Torraca, 1968, pag. 388. (ISBN non esistente)
  46. ^ Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1909, pag. 204. (ISBN non esistente)
  47. ^ Raleigh Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Milano, Rizzoli, 2001, pag. 164. ISBN 88-17-86671-7.
  48. ^ Antonio Saladino, L'estrema difesa del regno delle Due Sicilie (aprile-settembre, 1860), Napoli, Società napoletana di storia patria, 1960, pag. xxiii. (ISBN non esistente)
  49. ^ Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1909, pag. 203. (ISBN non esistente)
  50. ^ Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, Giunti Editore, 1997, pag. 496. ISBN 88-09-21256-8.
  51. ^ De Gregorio, op. cit., p. 8
  52. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Ifocusdellastoria/PIR_Ladittaturagaribaldina
  53. ^ [1]
  54. ^ [2]
  55. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/agostino-depretis_(Dizionario-Biografico)/
  56. ^ Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della revoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Tipografia Franco, Torino, 1861, p. 54.
  57. ^ Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1911
  58. ^ Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962
  59. ^ a b Giuseppe Ricciardi, Vita di G. Garibaldi, G. Barbera Editore, Firenze, 1860, p. 70.
  60. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
  61. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, Edizioni Trabant, 2009, p. 11
  62. ^ Girolamo Arnaldi, Storia d'Italia, Volume 4, UTET, Torino, 1965, p. 167
  63. ^ Giorgio Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Collana "Manuali Giuffré", Milano, Giuffrè Editore, 1970, p. 138.
  64. ^ Sulla frase vd. ora C. Gigante, "Fatta l'Italia, facciamo gli Italiani". Appunti su una massima da restituire a d'Azeglio", in "Incontri. Rivista europea di studi italiani" XXVI, 2/2011, pp. 5-15 (http://www.rivista-incontri.nl/index.php/incontri/article/view/18/18).
  65. ^ Neoborbonici all'assalto di Fenestrelle 'In quel forte ventimila soldati morti', La Repubblica, 5 maggio 2010. URL consultato il 29 luglio 2010.
  66. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, p. 178.
  67. ^ Rassegna storica del risorgimento, Vol. 48, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1961, pag. 438. URL consultato il 6 ottobre 2010. (ISBN non esistente)
  68. ^ Luciano Bianciardi, Daghela avanti un passo, Bietti, 1969.
  69. ^ Carmine Crocco in Marcello Donativi (a cura di), Come divenni brigante, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 7-10. ISBN 88-96576-04-0. URL consultato il 27 novembre 2011.
  70. ^ Giovanni Verga, I Malavoglia, collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, 1983. ISBN 88-04-52519-3.
  71. ^ Anna Banti, Noi credevamo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1967. (ISBN non esistente)
  72. ^ Galli Andrea, «Però l’Italia è nata storta» - Intervista a Francesco Mario Agnoli, Avvenire, 16 marzo 2010. URL consultato il 25 maggio 2010.
  73. ^ Raffaele Lombardo, Giuseppe Garibaldi, un falso eroe per un'incompiuta Unità d'Italia, Provincia di Catania. URL consultato il 27 aprile 2010.
  74. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX: discoursi ai giovani d'Italia, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p. 118. (ISBN non esistente).
  75. ^ Emilio Gentile (a cura di), Carteggio 1865-1911, Bari, Laterza, 1978, p. 65.
  76. ^ Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Laterza Editore, 1966, p.287.
  77. ^ Carmine Cimmino, L'Unità d'Italia fatta da delusi e "moribondi" in www.ilmediano.it. URL consultato il 21 dicembre 2010.
  78. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana:storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
  79. ^ Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861, Roma, Tipografia Salviucci, 1863, pag. 64. URL consultato il 29 settembre 2010. (ISBN non esistente)
  80. ^ Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
  81. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Napoli, Rizzoli Editore, 2007, pag. 259. ISBN 88-17-01846-5.
  82. ^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Bologna, Nicola Zanichelli, 1880. (ISBN non esistente)
  • Luciano Bianciardi, Daghela avanti un passo : Breve storia del Risorgimento italiano, Milano, Bietti, 1969. (ISBN non esistente)
  • Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Casale Monferrato, Piemme, 1998. ISBN 88-384-3142-6.
  • Denis Mack Smith, Cavour, Milano, Bompiani, 1984. (ISBN non esistente)
  • Denis Mack Smith, I Savoia re d'Italia, Milano, Rizzoli, 1990. ISBN 88-17-33601-7.
  • Raffaele De Cesare, Fine di un regno, Citta' di Castello cid=De Cesare, S.Lapi tipografo editore, 1900. ISBN 88-17-33601-7.
  • Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
  • Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale: unità e unificazione dell'Italia (1860-2000), Guida, Napoli, 2000 ISBN 88-7188-489-2.
  • Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento , Rizzoli, Milano, 2007 ISBN 88-17-01846-5.
  • Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti Editore, Firenze, 1997 ISBN 88-09-21256-8.
  • Giuseppe De Gregorio, Sullo sbarco dei Mille a Marsala, Roma, Enrico Voghera, 1907.
  • Raffaello Ricci, Memorie della Baronessa Olimpia Savio, Fratelli Treves Editori, Milano, 1911
  • Lucio Villari (a cura di), Il Risorgimento, Storia, documenti, testimonianze, 8 volumi editi da La Biblioteca di Repubblica-L'Espresso, 2007
  • Arrigo Petacco, O Roma o Morte, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2010

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Per il cinema:

Per la televisione:

Canzoni sulla spedizione dei Mille[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]