Libia italiana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Libia italiana
Libia italiana – Bandiera Libia italiana - Stemma
(dettagli) (dettagli)
Motto: FERT
Libia italiana - Localizzazione
Dati amministrativi
Lingue ufficiali Italiano
Lingue parlate arabo
Inno Marcia Reale d'Ordinanza
Capitale Tripoli (111 124 ab./1938)
Dipendente da Italia Italia
Politica
Forma di governo Colonia
Re d'Italia Vittorio Emanuele III
Presidente del Consiglio Elenco dei presidenti del Consiglio del Regno d'Italia
Nascita 1934
Causa unione di Tripolitania italiana e Cirenaica italiana
Fine 1947
Causa Seconda guerra mondiale
Territorio e popolazione
Bacino geografico Nordafrica
Massima estensione 1 759 840 (1 873 840 comprendendo anche la Striscia di Aozou) nel 1938
Popolazione 876 563 nel 1938
Economia
Valuta lira italiana
Commerci con Italia, Grecia, Tunisia, Egitto
Varie
Sigla autom. Libia
Religione e società
Religioni preminenti Islam, Cattolicesimo
Religione di Stato Cattolicesimo
Religioni minoritarie Ebraismo
Evoluzione storica
Preceduto da Tripolitana COA.svg Tripolitania italiana
Cyrenaica COA.svg Cirenaica italiana
Succeduto da Regno Unito Francia Amministrazione alleata della Libia

La Libia italiana fu una colonia del Regno d'Italia nell'Africa settentrionale, durata ufficialmente, come colonia unica, dal 1934 al 1939.

La conquista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra italo-turca, Tripolitania italiana e Cirenaica italiana.

Il primo ministro italiano Giovanni Giolitti iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica il 4 ottobre 1911, inviando a Tripoli contro l'Impero Ottomano 1 732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni.

Oltre 100 000 soldati italiani riuscirono a ottenere dalla Turchia quelle regioni attualmente definibili libiche nel Trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, ma solo la Tripolitania fu effettivamente controllata dal Regio esercito italiano, sotto la ferrea guida del governatore Giovanni Ameglio.

Nell'interno dell'attuale Libia (principalmente nel Fezzan), la guerriglia indigena continuò per anni, a opera dei turchi e degli arabi di Enver Pascià e di Aziz Bey.

La riconquista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Riconquista della Libia.

A partire dal gennaio 1922 il governo Facta, tramite il suo ministro per le colonie Giovanni Amendola, avviò un'ampia campagna militare[1] che portò in breve alla riconquista di Misurata.[2] Tra il 1921 e il 1925 il Governatore della Tripolitania, Giuseppe Volpi, diede il via a nuove campagne militari e conquistò Misurata, la Gefara, il Gebel Nefusa e Garian. A stroncare in Cirenaica la dura resistenza dei Senussi provvidero i generali Luigi Bongiovanni e Ernesto Mombelli. Poi furono Emilio De Bono in Tripolitania e Attilio Teruzzi in Cirenaica ad ampliare il territorio sotto controllo italiano.

Il governatore Pietro Badoglio tra il 1930 ed il 1931 occupò tutto il Fezzan e l'oasi di Cufra, al comando del generale Rodolfo Graziani, che era riuscito a ottenere l'apporto della cavalleria indigena e dei meharisti integrati nelle "colonne mobili".[3]

La situazione, nel 1930, era quindi volta a favore degli italiani. La lotta proseguiva solo in Cirenaica, dove resisteva ancora il capo senussita della guerriglia, Omar al-Mukhtar.[4] Per impedire i rifornimenti dall’Egitto, Graziani fece innalzare una lunga barriera di filo spinato lunga 270 chilometri, dal porto di Bardîyah (Bardia) all'oasi di al-Giagbūûb (Giarabub), presidiata costantemente dalle truppe italiane.

Inoltre Graziani fece deportare l'intera popolazione del Gebel in campi di concentramento situati sulla costa del golfo della Sirte, vicino ad Agheila; tale deportazione causò la morte (per gli stenti e le malattie) di circa 60 000 persone, soprattutto donne e bambini.[5] La popolazione del Gebel ammontava a circa 100 000 persone; lo sgombero dell'altopiano cirenaico iniziò nel giugno 1930 e si protrasse per diversi mesi. Le perdite di vite umane furono dovute specialmente alle epidemie – come quelle collegate alla "spagnola" – ed alle fatiche della lunga ed estenuante marcia (a volte lunga più di 1000 chilometri), oltre che alle violenze ed alle durissime condizioni cui vennero sottoposte quelle popolazioni nei campi di concentramento italiani. Le truppe italiane nel corso di queste operazioni distrussero molti centri abitati sgomberati, insieme alle coltivazioni e al bestiame che ospitavano, e compirono varie esecuzioni sommarie di rappresaglia quando assalite.

Per avere la superiorità numerica e tecnologica nei confronti dei guerriglieri, l'esercito italiano creò dei reparti mobili composti da effettivi italiani e di colore reclutati nelle colonie africane. Questi ultimi erano perlopiù provenienti dall'Eritrea e Somalia, di religione cristiana e ferocemente avversi ai musulmani. Ma non mancavano collaborazionisti libici che ingrossavano le file dei reparti coloniali, considerati dai comandi italiani come poco affidabili (perciò erano un poco discriminati e talora sottoposti a duri trattamenti). Le truppe italiane inoltre, per la prima volta in una guerra coloniale, per affrontare e decimare i guerriglieri, ricorsero ad alcuni aerei ed autoblindo.

Crescita del territorio della Libia italiana

La morte del capo della guerriglia libica Omar al-Mukhtar nel settembre 1931[6], comportò la totale pacificazione delle regioni che, solo con l'unione fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, si sarebbero chiamate Libia. La conquista italiana costò alla Libia pesanti perdite umane e materiali, causando decine di migliaia di morti e sconvolgendo l’arretrata organizzazione sociale ed economica tradizionale.

L'esercito italiano riportò nel corso delle molte operazioni per la conquista della Libia perdite relativamente lievi in confronto a quelle inflitte ai libici: il totale dei militari italiani morti in Libia tra il 1911 e il 1939 è di 8898 persone (nella guerra del 1911-1912 ne morirono 1432).

Al principio degli anni trenta, Mussolini ordinò l'inizio di una vasta immigrazione di coloni italiani nelle aree coltivabili della colonia e cercò l'integrazione della locale popolazione araba e berbera, costituendo anche truppe coloniali.

La repressione attuata da Graziani fu talmente completa[7] che pochi anni dopo, nel corso delle varie campagne militari tra Alleati ed Asse nel nord Africa tra il 1940 ed il 1942, lo stesso Churchill nelle sue memorie[8] si lamentò di non avere avuto alcun supporto da arabi e berberi libici. Furono invece oltre 30 000 gli ascari libici che, tra le truppe coloniali italiane, si distinsero nella seconda guerra mondiale: due divisioni libiche (oltre ad altri reparti, come i "Paracadutisti libici" detti anche Ascari del Cielo) parteciparono nell'attacco italiano all'Egitto nel settembre 1940.

La creazione della Libia[modifica | modifica wikitesto]

Italo Balbo, il "creatore" della Libia nel 1934

Nel 1934, con il R.D. del 3 dicembre sul riordino dell'Africa settentrionale italiana, venne proclamato il Governatorato Generale della Libia (coll'unione della Tripolitania italiana e della Cirenaica italiana) e successivamente i cittadini africani potettero godere dello status di "cittadini italiani libici" con tutti i diritti che ne conseguirono. Mussolini dopo il 1934 iniziò una politica favorevole agli Arabi libici, chiamandoli "Musulmani Italiani della Quarta Sponda d'Italia" e costruendo villaggi (con moschee,[9] scuole ed ospedali) ad essi destinati.

Il primo governatore fu Italo Balbo che divise nel 1937 la Libia italiana in quattro province (nel 1939 annesse al Regno d'Italia) ed un territorio sahariano:

La Colonizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colonialismo italiano.

Il Regno d'Italia dopo la prima guerra mondiale avviò una colonizzazione che ebbe il culmine, sotto l'impulso di Mussolini, soprattutto verso la metà degli anni trenta con un afflusso di coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. Nel 1939 gli italiani erano il 13% della popolazione, concentrati nella costa intorno a Tripoli e Bengasi (dove erano rispettivamente il 37% ed il 31% della popolazione).

Gran Premio di Tripoli nel 1937

Con gli Italiani si ebbe un incremento del cattolicesimo in Libia, grazie anche alla creazione di numerose chiese e missioni. Al Vicariato apostolico di Tripoli del vescovo Camillo Vittorino Facchinetti nel 1940 era assegnato circa un quarto del totale della popolazione della Libia italiana (includendo i coloni italiani).

In Libia gli italiani costruirono in circa trent'anni (1912-1940) infrastrutture importanti (strade, ponti, ferrovie, ospedali, porti, edifici, e altro ancora). Numerosi contadini italiani resero coltivabili terreni semidesertici, specie nell'area di Cirene. Inoltre il governo italiano creò il Gran Premio di Tripoli, una corsa automobilistica di fama internazionale istituita nel 1925 e svoltasi fino al 1940[10] e la Fiera internazionale di Tripoli fondata nel 1927 e considerata la più antica Fiera internazionale in Africa ancora funzionante annualmente.[11]

Molte furono le attività archeologiche: città romane scomparse (come Leptis Magna e Sabratha) furono riscoperte e si usò queste ricerche e il clamore a esse legato a scopo meramente propagandistico. Negli anni trenta la Libia italiana arrivò ad essere considerata la nuova "America" per l'emigrazione italiana.[12]

Rovine del teatro romano di Sabratha, vicino a Tripoli, ristrutturato durante il Fascismo
«  In Libia nasceranno i 26 villaggi: Oliveti, Bianchi, Micca, Breviglieri, Littoriano, Giordani, Tazzoli, Marconi, Crispi, Garabulli, Garibaldi, Corradini, Castel Benito, Filzi, Baracca, Maddalena, Sauro, Oberdan, D’Annunzio, Mameli, Razza, Battisti, Berta, Luigi di Savoia e Gioda.Dal 1934 Governatore della Colonia Libica è un uomo d’eccezione: il trasvolatore Italo Balbo. E’ proprio Balbo che, tra il 1938 e il 1939, in due migrazioni di massa, farà arrivare dall’Italia migliaia di famiglie di coloni, assegnatarie dei poderi.Nell’operazione di colonizzazione demografica italiana c’è una rivoluzionaria novità: il regime fascista (di Balbo) non tratta le popolazioni libiche autoctone come una razza inferiore da sfruttare ma, riconosciuta loro la cittadinanza italiana, gli riserva lo stesso trattamento dei nazionali. Ai libici, come agli italiani, saranno distribuiti poderi da coltivare. Anche per loro, inoltre, saranno costruiti dieci villaggi rurali libici, questa volta dai nomi arabi: i maggiori erano El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa) ed Azizia (Profumata).Daniele Lembo »


Nel 1938 il governatore Italo Balbo portò 20 000 coloni italiani in Libia e fondò per loro ventisei nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica.[13] Inoltre cercò di assimilare i musulmani libici con una politica amichevole, fondando nel 1939 dieci villaggi per gli Arabi e i Berberi libici: "El Fager" (al-Fajr, "Alba"), "Nahima" (Deliziosa), "Azizia" (‘Aziziyya, "Meravigliosa"), "Nahiba" (Risorta), "Mansura" (Vittoriosa), "Chadra" (khadra, "Verde"), "Zahara" (Zahra, "Fiorita"), "Gedida" (Jadida, "Nuova"), "Mamhura" (Fiorente), "Beida" (al-Bayda', "La Bianca").[14]

Tutti questi villaggi avevano la loro moschea, scuola, centro sociale (con ginnasio e cinema) ed un piccolo ospedale, rappresentando una novità assoluta per il mondo arabo del Nord Africa.

Dopo l'eventuale vittoria contro gli Alleati, la Libia doveva essere parte del progetto fascista di una Grande Italia nella sua sezione costiera (arancione), mentre l'interno sahariano doveva fare parte dell'Impero Italiano (verde)

Anche il Turismo venne curato con la istituzione dell'ETAL, Ente turistico alberghiero della Libia, il quale gestiva alberghi, linee di autobus di gran turismo, spettacoli teatrali e musicali nel teatro romano di Sabratha, il Gran Premio automobilistico della Mellaha (detto internazionalmente "Tripoli Grand Prix" e disputato dal 1925 al 1940), una località entro le oasi tripoline ed altre iniziative.

All'inizio della seconda guerra mondiale vi erano circa 120 000 Italiani in Libia, ma Balbo aveva in progetto di raggiungere il mezzo milione di coloni italiani negli anni sessanta.[15] Del resto Tripoli aveva già nel 1939 una popolazione di 111 124 abitanti, dei quali 41 304 (37%) erano italiani. Italo Balbo nel 1940 aveva costruito 4 000 km di nuove strade (la più nota era la Via Balbia col suo nome, che andava lungo la costa da Tripoli a Tobruk); analoga crescita invece non ebbero le ferrovie, la cui rete raggiunse la massima espansione (circa 400 km) nel 1926, a parte alcuni tentativi effettuati tra il 1941 e il 1942, poco prima della perdita della colonia.[16]

A partire dal 1937, il governo italiano aveva avviato un processo di integrazione completa della Libia nel Regno: la Libia si avviava infatti a trasformarsi da colonia a regione geografica italiana parificata alle altre. Questo processo iniziò con la proclamazione delle 4 province di Tripoli (TL), Bengasi (BE), Misurata (MU), Derna (DE). La parte meridionale della Libia (territorio del deserto, con capoluoghi Murzuch e El Giof) fu invece organizzato come distretto autonomo gestito direttamente dal Governo centrale. Anche la cittadinanza fu parzialmente equiparata a quella delle Province europee del Regno.

Il 9 di gennaio del 1939 la colonia della Libia fu incorporata nel territorio metropolitano del Regno d'Italia e conseguentemente considerata parte della Grande Italia, col nome di Quarta Sponda e tutti i loro abitanti ottennero la cittadinanza italiana.

Italiani della Libia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Italo-libici.
La palazzina del Segretario Generale al Belvedere a Tripoli 1938

Gli Italiani della Libia erano poche migliaia quando Mussolini salì al potere e riuscì a sconfiggere la guerriglia araba, ma dopo la nomina di Italo Balbo a governatore nel 1934 il loro numero si incrementò continuamente fino ad essere quasi 120 000 nel 1940. Allo scoppio della guerra contro gli inglesi i coloni italiani erano concentrati nella regione costiera della Libia, specialmente nei villaggi agricoli creati da Balbo, mentre gli italiani erano quasi la maggioranza a Tripoli e Bengasi.

Una coppia di coloni italiani nel loro podere in Cirenaica

La seconda guerra mondiale devastò la Libia italiana e costrinse i coloni italiani a lasciare in massa le loro proprietà, specialmente nella seconda metà degli anni quaranta.

Attualmente gli italiani in Libia sono 22 530, quasi lo stesso numero del 1962, in prevalenza operai specializzati delle industrie petrolifere arrivati a fine anni novanta.

Ecco gli italiani in Libia secondo diverse stime e censimenti:

Anno Italiani Percentuale Abitanti Libia Fonte
1936 112 600 13,26% 848 600 Enciclopedia Geografica Mondiale K-Z, De Agostini, 1996
1939 108 419 12,37% 876 563 Guida Breve d'Italia Vol. III, C.T.I., 1939
1962 35 000 2,1% 1 681 739 Enciclopedia Motta, Vol. VIII, Motta Editore, 1969
1982 1 500 0,05% 2 856 000 Atlante Geografico Universale, Fabbri Editori, 1988
2004 22 530 0,4% 5 631 585 L'Aménagement Linguistique dans le Monde

Le stime precedenti, soprattutto per quanto concerne il dato riferito al 2004, riguardano i parlanti l'italiano e non i cittadini italiani. Secondo i dati in possesso del Governo italiano e verificabili presso gli Uffici diplomatici e consolari della Repubblica in Libia, gli italiani in Libia negli anni 2000 sono meno di 1 000, poiché la manodopera delle imprese italiane che si registra come "italiana" è in realtà asiatica.

Anche la stima sui parlanti è piuttosto generosa: in linea di massima, parlano italiano le generazioni dei più anziani nelle due grandi città (Tripoli e Bengasi), rimasti in poche decine di vecchi coloni.

La fine della Colonia[modifica | modifica wikitesto]

Nel Trattato di Pace del 1947 l'Italia ha dovuto rinunciare a tutte le sue colonie, compresa la Libia. Vi fu comunque nel 1946 un vano tentativo di mantenere la Tripolitania come colonia italiana (assegnando la Cirenaica alla Gran Bretagna ed il Fezzan alla Francia).

Per gli Italiani della Libia iniziò nel secondo dopoguerra un difficile periodo, contrassegnato dalla loro emigrazione. Anche la Libia italiana fu ridimensionata, perdendo la nuova Libia indipendente la Striscia di Aozou nel 1994 (ottenuta da Mussolini nel 1935 dalla Francia e restituita al Ciad).

Nel 1962 gli Italiani in Libia erano ancora circa 35 000. Ma dopo il colpo di stato del colonnello Gheddafi del 1969, circa 20 000 italiani furono costretti a cedere improvvisamente i propri beni e le proprie attività economiche il 7 ottobre 1970 (ancora oggi le varie associazioni di profughi e rimpatriati si battono per ottenere un risarcimento dallo Stato italiano). Furono assunte anche iniziative di carattere emblematico, come lo smantellamento dell'arco dei Fileni (1973), che Gheddafi riteneva un simbolo del periodo coloniale.

Dopo la nazionalizzazione delle imprese italiane, rimase in Libia solo un ristretto numero di italiani. Nel 1986, dopo la crisi politica tra Stati Uniti e Libia, il numero degli italiani si ridusse ancora di più, raggiungendo il minimo storico di 1 500 persone, cioè meno dello 0,1% della popolazione. Negli ultimi anni, dopo il riavvicinamento tra l'Occidente e la Libia e la fine dell'embargo economico, alcuni italiani dell'epoca coloniale sono ritornati in Libia. Attualmente sono solo alcune decine di vecchi pensionati.

Rapporti dell'Italia con l'ex colonia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Relazioni bilaterali tra Italia e Libia.

I rapporti tra l'Italia e la Libia sono stati caratterizzati da una parte da lunghe discussioni sulla compensazione per i danni subiti dai Libici durante il colonialismo italiano e dall'altra da richieste di risarcimenti da parte dei rimanenti italiani in Libia (che furono costretti a perdere tutte le loro proprietà ed a esulare come quasi apolidi[17] in Italia dopo l'ascesa al potere del colonnello Gheddafi nel 1969).

Secondo stime del governo libico (contestate dall'AIRL) nel suo complesso la conquista della Libia e le successive repressioni italiane costarono la vita di circa 100 000 cittadini libici su una popolazione stimata di 800 000 abitanti.[18] Dopo trattative durate diversi anni tra il Governo italiano e il leader libico Mu'ammar Gheddafi, il 30 agosto 2008 è stato firmato un accordo che prevede una compensazione del valore complessivo di 5 miliardi di dollari usa. La compensazione comprende la realizzazione di diverse infrastrutture tra cui l'autostrada da Ras Jdeir ad Assaloum, collegando Egitto con Tunisia attraversando la costa libica. Duecento abitazioni. Il pagamento delle pensioni di guerra ai libici che vennero impiegati in combattimento dal Regio Esercito Italiano. La creazione di un comitato di consultazioni politiche e di un partenariato economico. Il finanziamento di borse di studio per studenti libici. La fornitura di un radar per il controllo delle frontiere meridionali della Libia realizzato da Finmeccanica. Il 30 agosto 2008 è stata inoltre restituita la statua Venere di Cirene. L'accordo che comprende diverse fasi di attuazione con scadenze comprese dai 25 ai 40 anni comprende un ampio capitolo relativo alla lotta all'immigrazione clandestina diretta in Italia, alla collaborazione industriale e alle forniture energetiche. Rimane non completamente risolta la questione relativa ai cittadini italiani espulsi dalla Libia nel 1970.

Personaggi italiani[modifica | modifica wikitesto]

I personaggi italiani nativi della Libia, distinti per città di nascita sono:

L'attrice internazionale Rossana Podestà, nata a Tripoli nel 1934

Tripoli[modifica | modifica wikitesto]

Bengasi[modifica | modifica wikitesto]

Derna (Cirenaica)[modifica | modifica wikitesto]

Homs[modifica | modifica wikitesto]

Barca[modifica | modifica wikitesto]

Zauia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Federica Saini Fasanotti, p. 41
  2. ^ Federica Saini Fasanotti, p. 42
  3. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Milano, Edizioni Mondadori Le Scie, 2002, pp. 309-310.. "Aveva intuito la strategia giusta per battere la guerriglia che ci aveva angosciato per vent'anni: mobilità, rapidità negli spostamenti, bisogna essere più veloce del nemico, non dargli tregua, arrivare sempre prima di lui. E gli ascari eritrei e libici, i meharisti e la cavalleria indigena servirono perfettamente allo scopo; integrati nelle "colonne mobili" diedero un apporto fondamentale alla pacificazione della Libia, grazie alle autoblinde, ai camion, all'aviazione che consentivano di spingersi nel cuore dei santuari nemici dove fino ad allora l'asprezza del deserto aveva fermato perfino l'impeto degli ascari."
  4. ^ Omar Al Mukhtar era dotato di un'eccellente visione strategica, e con il sostegno delle popolazioni locali, ostili all'espansione italiana nelle regioni interne della Libia, costui impediva agli italiani di riprendere il controllo della provincia. Grazie a una perfetta conoscenza dell'impervio territorio, pur disponendo solo di un modesto drappello di uomini (che non superò mai le 3000 unità) scatenò una spietata guerra per bande contro le truppe italiane, infliggendo loro pesanti perdite spesso con atrocità. Su ordine di Graziani, le forze italiane per sradicare la guerriglia dei senussiti in Cirenaica ricorsero a metodi di rappresaglia spietati contro la popolazione locale accusata di appoggiare il ribellismo. La confraternita senussita, che appoggiava la guerriglia, fu privata dei suoi beni e sottoposta a una dura repressione (più di trenta capi religiosi vennero deportati in Italia e le zavie, centri politici ed economici dell'ordine, vennero confiscate).
  5. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Vol. IX. Il fascismo e le sue guerre 1922-1939, Feltrinelli, Milano 2002 (nona edizione), pag. 181
  6. ^ Ormai privo di ogni sostegno e sconfitto, Omar al-Mukhtar vide disperdersi i guerriglieri e fu ferito e catturato l'11 settembre 1931 durante la Battaglia di Uadi Bu Taga in uno scontro a fuoco con collaborazionisti libici, che per poco non lo fucilarono.Domenico Quirico nel suo libro "Lo squadrone bianco" scrisse che "a catturare Omar al-Mukhtar fu uno squadrone di altri libici che servivano nei nostri reparti a cavallo... Fu pura fortuna, perché il destriero di quel vecchio guerriero nella fuga inciampò facendo cadere a terra il suo padrone. L'uomo aveva un fucile a tracolla a sei cartucce, ma essendo ferito a un braccio non riusciva a puntare la sua arma. Il libico che vestiva la nostra divisa puntò il fucile e stava per sparare, non c'era pietà in quella guerra fratricida. Si fermò quando l'uomo lanciò un grido: 'Sono Omar el Muchtàr'. Fu trasferito via mare a Bengasi, dove subì una parvenza di processo ed ebbe un breve colloquio con Graziani." Il 16 settembre venne impiccato in catene nel campo di concentramento di Soluch, davanti a 20 000 libici fatti affluire dai vicini lager. La morte di Omar Al-Mukhtar segnò la fine della resistenza libica e la riunificazione delle tre province sotto il comando italiano.
  7. ^ Video con immagini dell'accoglienza a Mussolini da parte delle popolazioni libiche nel 1937
  8. ^ Winston Churchill, The Second World War, London, 1952. ISBN 978-0-7126-6702-9
  9. ^ “Soluch-Cirenaica, Moschea costruita dal Governo Italiano”. 1935 ca.
  10. ^ Video of Tripoli Grand Prix
  11. ^ 2010 "Tripoli International Fair" in inglese)
  12. ^ [1]
  13. ^ Ion Smeaton Munro, Trough Fascism to World Power: A History of the Revolution in Italy.
  14. ^ Nuove cittadine per Arabi: sezione Libia
  15. ^ Hellen Chapin Metz, Libya: A Country Study.
  16. ^ Ferrovie italiane nella colonia libica
  17. ^ Situazione legale degli Italiani profughi (in inglese)
  18. ^ Angelo Del Boca, Italiani Brava Gente?

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • La formazione de l’Impero Coloniale Italiano, 3 vol., Treves, Milano 1938-1939.
  • La Rinascita della Tripolitania – Memorie e studi sui quattro anni di governo del conte Giuseppe Volpi di Misurata, Mondadori, Milano 1926
  • Tripoli. Piccola guida pratica e pianta della città. Tripoli, UCIPU, 1938
  • Antonicelli, Franco. Trent'anni di storia italiana 1915-1945. Mondadori. Torino, 1961.
  • Bertarelli, Luigi Vittorio. Guida d'Italia : Possedimenti e colonie, Touring Club Italiano, Milano, 1929
  • Bollati, Ambrogio. Enciclopedia dei nostri combattimenti coloniali, Einaudi, Torino 1936.
  • Calace, Francesca (a cura di), «Restituiamo la Storia» – dagli archivi ai territori. Architetture e modelli urbani nel Mediterraneo orientale. Gangemi, Roma, 2012 (collana PRIN 2006 «Restituiamo la Storia»)
  • Canevari, Emilio. Le campagne di Libia, da: La guerra italiana – retroscena della disfatta, Tosi, Roma 1948/50.
  • Casoni, Giambattista. La Guerra Italo-Turca 29 settembre 1911-18 ottobre 1912; Bemporad, Firenze 1914.
  • Chapin Metz, Hellen. Libya: A Country Study. Washington: GPO for the Library of Congress, 1987.
  • Del Boca, Angelo. Gli italiani in Libia. Vol. 1: Tripoli bel suol d'Amore. Milano, Mondadori, 1997.
  • Del Boca, Angelo. Gli italiani in Libia. Vol. 2. Milano, Mondadori, 1997.
  • Del Boca, Angelo. La disfatta di Gasr Bu Hadi, Mondadori, Milano 2004.
  • Fantoli, Amilcare. Guida della Libia del Touring Club Italiano. Parte prima. Tripolitania. Milano, TCI, 1923,
  • Ferraioli, GianPaolo. Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Soveria Mannelli, Rubbettitno, 2007.
  • Gaslini, Mario Dei. Col Generale Cantore alla caccia del Gran Senusso, Anonima Editoriale Esotica, Milano 1926.
  • Graziani, Rodolfo. Cirenaica pacificata, Mondadori, Milano 1932.
  • Graziani, Rodolfo. La riconquista del Fezzan, Mondadori, Verona 1934.
  • Graziani, Rodolfo. Pace romana in Libia, Mondadori, Milano 1937.
  • Invrea, Ademaro. La Cavalleria Libica in Cirenaica, Stamperia Coloniale, Bengasi 1939.
  • Mainoldi, Pietro. La conquista della Libia. Cronistoria dell'occupazione militare 1911-1930. Bologna, SAI, 1930
  • Maravigna, Pietro. Come abbiamo perduto la guerra in Africa. Le nostre prime colonie in Africa. Il conflitto mondiale e le operazioni in Africa Orientale e in Libia. Testimonianze e ricordi. Tipografia L'Airone. Roma, 1949.
  • Ottorino MezzettiMezzetti, Ottorino. Guerra in Libia – esperienze e ricordi, Cremonese Editore, Roma 1933.
  • Ministero degli Affari Esteri. L’Italia in Africa. Serie storico-militare. Volume I: L’opera dell’Esercito. Tomo III: Avvenimenti militari e impiego. Libia. Testo di Massimo Adolfo Vitale, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1962
  • Pantano Gherardo. Ventitré anni di vita africana, Casa Editrice Militare Italiana, Firenze 1932.
  • Pelegatti, AsprenoBertè, Enrico. Il XV Battaglione Indigeni d’Eritrea – Note storiche, Stabilimento d’Arti Grafiche, Tripoli 1916.
  • Petragnani, Enrico. Il Sahara Tripolitano, Sind. It. Arti Grafiche, Roma 1928.
  • Piccioli, Angelo. La nuova Italia d’oltremare. L’opera del Fascismo nelle Colonie italiane., Notizie, dati, documenti raccolti d’ordine di S.E. Emilio De Bono, Ministro delle Colonie. Prefazione di Benito Mussolini. 2 vol., Mondadori, Milano 1933, pp. 845–1776, 791 riproduzioni fototipiche, 189 carte geografiche e topografiche e 159 rappresentazioni grafiche.
  • Piccirilli, Tito. Fra gli Ascari Eritrei, Caparrini, Empoli 1936.
  • Ralz, Odorico. Le operazioni libiche sul 29º Parallelo Nord, Sindacato Italiano Arti Grafiche, Roma s.d. (1930 circa).
  • Sarti, Roland. The Ax Within: Italian Fascism in Action. Modern Viewpoints. New York, 1974.
  • Spada, Franco. Dopo la guerra. Dal Trattato di Losanna alla partenza del primo Governatore della Cirenaica, Zanichelli, Bologna 1914.
  • Smeaton Munro, Ion. Trough Fascism to World Power: A History of the Revolution in Italy. Ayer Publishing. Manchester (New Hampshire), 1971. ISBN 0-8369-5912-4
  • Taylor, Blaine. Fascist Eagle: Italy's Air Marshal Italo Balbo. Montana: Pictorial Histories Publishing Company, 1996. ISBN 1-57510-012-6
  • Teruzzi, Attilio. Cirenaica verde, Mondadori, Milano 1931.
  • Tuccari, Luigi. I governi militari della Libia 1911-1919 (2 voll.), Fusa, Roma 1994.
  • Tuccimei, Ercole. La Banca d'Italia in Africa, Presentazione di Arnaldo Mauri, Collana storica della Banca d'Italia, Laterza, Bari, 1999.
  • Tuninetti, Dante Maria. Il mistero di Cufra, Ed. Calcagni, Bengasi 1931.
  • Ufficio Stampa e Propaganda del Governo della Cirenaica, Kufra, Numero Unico per il Primo Anniversario celebrativo dell’Impresa: 20 gennaio 1932-X, Alfieri & Lacroix, Milano 1932.
  • Zoli, Corrado, Nel Fezzan. Note e impressioni di viaggio, Alfieri & Lacroix, Milano 1926.
  • Nicola La Banca, La guerra italiana per la Libia 1911 1931, Il Mulino, Bologna, 2011
  • Federica Saini Fasanotti, Libia 1922-1931 le operazioni militari italiane, Stato Maggiore dell'Esercito ufficio storico, Roma, 2012

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]