Luigi Alonzi

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Luigi Alonzi

Luigi Alonzi, detto Chiavone (Sora, 19 giugno 1825Trisulti, 28 giugno 1862), è stato un brigante italiano, fedele a Francesco II delle Due Sicilie, ma anche estimatore del suo contraltare Giuseppe Garibaldi, che aveva assunto a modello[1]. Operò con azioni di brigantaggio e guerriglia contro le truppe del Regio Esercito nella Terra di Lavoro settentrionale e, in particolare, nella zona di Sora. Distintosi in battaglia, fu insignito di diversi riconoscimenti dalla monarchia delle Due Sicilie; tuttavia, in seguito a contrasti con gli ufficiali delle truppe legittimiste spagnole inviate per supportarlo, fu dagli stessi condannato a morte.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] La nascita e i suoi primi anni

Nacque a Sora nella parrocchia di San Silvestro, dove fu battezzato, da una famiglia di contadini e crebbe in campagna in località la Selva. Poi fu militare per diciassette anni. Iniziò da soldato e terminò come secondo sergente del battaglione Cacciatori della Guardia Reale. Per premio fu nominato guardia forestale el comune di Sora, continuando l'attività del nonno Valentino,[2] brigante sanfedista che era stato luogotenente del feroce capomassa Gaetano Mammone ai tempi di Fra' Diavolo.

[modifica] Inizio dell'attività di brigantaggio

All’età di circa 35 anni, entrò in azione nel periodo in cui il generale Enrico Cialdini era impegnato col suo esercito a combattere e reprimere il fenomeno del brigantaggio. Chiavone poteva contare sull’appoggio e sulla protezione della popolazione locale e di buona parte del clero: lo stesso vescovo, monsignor Giuseppe Montieri, dichiarava il proprio disprezzo per i liberali e i sabaudisti, tollerando ampiamente l’azione dei briganti. Alla notizia dell’arrivo di Garibaldi a Napoli e della fuga del re Francesco II a Gaeta, i liberali costituirono un governo provvisorio e il vescovo Montieri lasciò Sora.

[modifica] Riconoscimento da parte di Francesco II e contrasto con l'esercito sabaudo

Quando le truppe borboniche del gen. La Grange intervennero in Terra di Lavoro e nella Marsica per arrestare i liberali antiborbonici, Luigi Alonzi le sostenne con la sua banda di paesani armati; per riconoscenza venne nominato dal re “Guardaboschi” del distretto di Sora e della Valle Roveto: era un riconoscimento del potere che aveva acquisito e Chiavone non tardò ad esercitarlo aggirandosi per tutti i paesi della zona in caccia di liberali. Dopo l’incontro di Teano, tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, tra l’ottobre e il novembre 1860, i liberali ripresero coraggio e sollecitarono l’intervento dell’esercito sabaudo, ma Chiavone poteva trovare rifugio tra le montagne che conosceva come le proprie tasche. In quel periodo la sua banda aumentò notevolmente con l’aggiunta di tutti quegli sbandati dell’esercito borbonico che ora non sapevano di che vivere. Con quella forza incrementò l’intensità della propria azione brigantesca. L’esercito piemontese reagì con dure repressioni contro le popolazioni della Marsica e della Terra di Lavoro che proteggevano i briganti. Nei suoi scontri contro l’esercito sabaudo guadagnava fama presso i filoborbonici e quando la legge sarda instaurò anche nel Sud Italia la leva obbligatoria, molti disertori andarono ad ingrossare le file della banda da lui capeggiata, la quale raggiunse il numero di 500 brigati.

[modifica] Chiavone "Comandante in capo di tutte le truppe del Re delle Due Sicilie"

La banda del brigante Chiavone nel refettorio dell'Abbazia di Trisulti

Quando il Re, assediato a Gaeta, si arrese fuggendo a Roma, sotto la protezione del Papa, Chiavone tormentò tutta la zona del confine meridionale tra l'ex Regno borbonico e lo Stato pontificio, con base a Sora, da dove poteva rimanere in contatto con Francesco II, detronizzato, e poteva facilmente riparare nello Stato Pontificio nel caso si trovasse in difficoltà negli scontri con l'esercito sabaudo. Quello fu il periodo in cui le sue azioni si fecero più intense e violente: ai primi di maggio del 1861 invase e saccheggiò il paese di Monticelli, uccidendo il sindaco e distruggendo i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi[3]. All'intervento dell'esercito sabaudo, la sua banda di briganti non poté evitare lo scontro, ma Chiavone riuscì a salvarsi riparando oltre confine. Per questo e per altro ancora, come segno di riconoscenza, Francesco II gli concesse il titolo di "Comandante in capo di tutte le truppe del Re delle Due Sicilie" e il diritto di fregiarsi del sigillo dei Borbone.

Chiavone, da quel momento, prese ad ostentare il suo titolo con un abbigliamento piuttosto eccentrico e pittoresco: giacca e pantaloni di velluto, corpetto rosso con doppia fila di bottoni dorati, sandali, cravatta, fascia azzurra, sciarpa, cintura con un pugnale e due pistole, cappellaccio di feltro, orologio d’oro, bracciali, collane e anelli. Nonostante la vanità, sollecitata dalla sua amante Olimpia Cocco (in passato consorte di un altro noto brigante quale Carmine Crocco)[4] che vedeva in lui un redivivo Napoleone, Chiavone, in quell'estate del 1861, scateno’ una reazione continua e rabbiosa recando serie perdite al nemico con saccheggi e uccisioni. Le sue scorribande venivano operate su un territorio molto esteso lungo il confine, dalla zona di Fondi fino alla Marsica. Molti paesi furono occupati e devastati. Molto vivo, in Ciociaria, il ricordo dello scontro vittorioso a Boville Ernica (vecchia Bauco) sull’accreditato generale piemontese De Sonnaz... e poi le incursioni di Monticelli, Lenola, Castelliri, Val Roveto. Era diventato così arrogante da preannunciare ai sindaci il proprio arrivo, e lo faceva con lettere su carta intestata, piene di errori grammaticali e ortografici. Il 26 maggio 1861, la sua banda irruppe in Sora, durante i festeggiamenti patronali, col solo intento di seminare lo scompiglio e di sfidare la forza pubblica del nuovo governo. In quella occasione, consentì ai suoi uomini di distruggere il busto di Vittorio Emanuele II, ma protesse quello di Garibaldi[5]. Questa, come altre scorribande contribuirono ad aumentare ancora maggiormente la fama della banda di Chiavone: molti erano coloro che vi volevano far parte allettati dall’avventura e dalla paga di 6 carlini al giorno (più del triplo rispetto a quanto poteva sperare di guadagnare un contadino). La sua banda comprendeva anche molti avventurieri stranieri e qualche pezzo d’artiglieria.

[modifica] Decadenza

La certosa di Trisulti.

Ma nell’inverno del 1861 le cose cambiarono. L’eccessivo attaccamento all’amante Olimpia che lo rendeva meno combattivo ed eccessivamente cauto nell’iniziativa, unito alla mancanza di rifornimenti e alla stringente controffensiva nemica, crearono disagi, risentimenti e contestazioni in seno alla banda. Insufficienti, ormai, erano il ristoro e gli aiuti che potevano fornire i monasteri di confine di Casamari, Scifelli e Trisulti. Cosi, molti dei briganti della sua banda lo abbandonarono e maggiore divenne il potere degli stranieri nella formazione. Tra questi spiccava per ambizione e zelo rivoluzionario il tedesco Ludwig Richard Zimmermann.

Nello stesso inverno Chiavone dovette ricevere l’ufficiale spagnolo Rafael Tristany de Barrera, mandato da Francesco II con l’intento di potenziare e riorganizzare la banda decimata e indisciplinata e di addestrarla secondo le regole militari della guerriglia. Alle difficoltà sul piano organizzativo e militare si aggiunse la incontenibile gelosia tra il capo indigeno della guerriglia alla frontiera pontificia e i mestieranti della guerra provenienti da vari paesi d’Europa. Il conflitto tra Chiavone, geloso del potere, e questi ultimi, che lo vedevano e disistimavano come un rustico capobanda in crisi, arrogante e inetto, portò alla frantumazione della banda. Nonostante tutto, Chiavone, nella primavera del 1862 riprese l’attività con i pochi uomini che gli erano rimasti, assaltò alcuni paesi con l’intento ormai di rifornirsi, spingendosi fino a Castel di Sangro. Verso la fine di giugno l’odio tra le due fazioni di legittimisti porto’ alla drammatica conclusione del rapporto di forza tra il capobanda sorano e gli stranieri. Sulle montagne di Sora, dove sempre rientrava per star vicino alla sua Olimpia, prima che potesse reagire Chiavone venne intercettato da una compagnia di “tristanisti” (come spregiativamente venivano chiamati dai "chiavonisti" i simpatizzanti di Tristany) ed arrestato. Un tribunale improvvisato da Tristany e Zimmermann lo condannò subito alla pena di morte. La sentenza fu eseguita il 28 giugno 1862 in un bosco vicino all’abbazia di Trisulti.

[modifica] Note

  1. ^ Cfr. Giordano Bruno Guerri, Il Sangue del Sud, Milano, Mondadori, 2010, p. 130, ISBN 978-88-0460330-6
  2. ^ Guerri, op. cit.
  3. ^ Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, Milano, Daelli, 1864, p. 270. (ISBN non disponibile)
  4. ^ www.brigantaggio.net
  5. ^ Giordano Bruno Guerri, op. cit., p. 130

[modifica] Bibliografia

  • Michele Ferri e Domenico Celestino, Il brigante Chiavone - Storia della guerriglia filoborbonica alla frontiera pontificia (1860-1862), Prefazione di Franco Molfese, Edizione Centro Studi Cominium, Casalvieri 1984, pag. 405.
  • Michele Ferri, Il brigante Chiavone - Avventure, amori e debolezze di un grande guerrigliero nella Ciociaria di Pio IX e Franceschiello, Ed. a cura dell’Azienda di Promozione Turistica di Frosinone, Sora 2001, pag. 320.
  • Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud, Mondadori, 2010. ISBN 88-04-60330-5

[modifica] Collegamenti esterni

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