Fra Diavolo

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Fra Diavolo

Fra Diavolo, al secolo Michele Arcangelo Pezza (Itri, 7 aprile 1771Napoli, 11 novembre 1806), è stato un brigante e militare italiano. Figura dalla condotta in bilico tra il bene e il male, è ricordato per aver preso parte alle insorgenze dei movimenti legittimisti sanfedisti, venendo, così, descritto da una certa memorialistica, come un eroe popolare.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Michele Arcangelo Pezza nacque ad Itri, paese allora parte della Terra di Lavoro, da Francesco Pezza e Arcangela Matrullo, in una delle famiglie più in vista del paese, la famiglia Pezza. È il quarto figlio della famiglia, che ne possedeva nove: i gemelli Giuseppe Antonio e Vincenzo Luca (nati nel 1762), Maria Saveria Giuseppa (nata nel 1766), Francesca Erasma Marianna (nata nel 1768), Giovanni Nicola Pezza (nato nel 1774), Regina Maria Civita Pezza (nata nel 1778), Maria Anna Zaccaria Pezza (nata nel 1776) e Angelo Antonio Pezza (nato nel 1782). Michele Arcangelo, il quinto figlio, deve il suo doppio nome al fatto di essere stato battezzato nella Chiesa di San Michele Arcangelo.

All'età di cinque anni, una grave malattia mise a serio rischio la sua vita. Visto che le cure furono inefficaci, la madre fece un voto a San Francesco di Paola: lo promise frate se si fosse salvato. In realtà il voto non era gravoso: consisteva nel vestire il bambino con un saio da frate sia d'estate che d'inverno. Quando il vestito si fosse consumato, l'avrebbe riportato al santo e così il voto si sarebbe sciolto. Per adempiere al voto materno Michele trascorse tutta l'infanzia vestito con il saio, guadagnandosi il soprannome di «Fra Michele». Quando sciolse il voto, era già entrato nell'adolescenza.

Ricevette la prima istruzione in parrocchia, ma non si rivelò adatto agli studi. Durante una lezione, il canonico Nicola De Fabritiis, suo insegnante, davanti alla sua poca voglia di studiare e alla sua svogliatezza lo apostrofò con la frase: "Tu non sei Fra Michele Arcangelo; tu, tu sei Fra Diavolo"[1]. Una volta cresciuto, Michele aiutava il padre nel lavoro nei campi, ma questi, vedendolo interessato più ai cavalli che alle olive lo mandò a lavorare presso la bottega di un amico bastaio, Eleuterio Agresti, il sellaio del paese. Rimase per alcuni anni nella sua bottega.

Un giorno Eleuterio, durante un'accesa discussione, mise le mani addosso al ragazzo, il quale per tutta risposta uccise il mastro sellaio con un grosso ago usato per imbastire le selle, poi ne assassinò il fratello, Francesco Agresti (detto "Faccia d'Argento"), che gli aveva giurato vendetta. Iniziò quindi un periodo di vagabondaggio sui Monti Aurunci, dove si mise al servizio del barone Felice di Roccaguiglielma nel feudo di Campello. Successivamente si trasferì a Sonnino, nello Stato Pontificio, appoggiandosi ad una famiglia itriana che vi si era trasferita: non sappiamo se servì come birro delle guardie Pontificie, ma sta di fatto che, da latitante, entrò in contatto con numerosi briganti, coi quali instaurò buoni rapporti, ricevendo in breve tempo una considerazione degna di un capo.

Un anno nell'esercito borbonico (1798)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1796 il Regno di Napoli inviò quattro battaglioni del suo esercito a combattere in Lombardia al fianco degli alleati austriaci contro l'esercito di Napoleone Bonaparte, che in quell'anno aveva invaso l'Italia del nord. La Terra di Lavoro diventò un crocevia di truppe e la famiglia di Michele pensò di trarre vantaggio dalla situazione: nel 1797 presentò domanda affinché la pena per il duplice omicidio fosse commutata in servizio militare. La domanda fu accolta e Michele fu arruolato in uno dei reggimenti del Regno di Sicilia. Il comando di polizia stabilì che il servizio militare sarebbe durato tredici anni: ai primi del 1798, dunque, Michele partì soldato in un corpo di fucilieri della fanteria borbonica.

Non passa molto tempo prima che i francesi del generale Jean Étienne Championnet invadano il Regno, sbaragliando l'esercito borbonico. Il 15 febbraio Napoli cade dopo alcuni giorni di disperata ed eroica resistenza da parte dei Lazzari; Re Ferdinando IV di Borbone ripara a Palermo, mentre viene costituita la repubblica. La conquista di Napoli non garantisce però all'esercito francese, né alla Repubblica Napoletana la sovranità su tutto il territorio del Regno, che specie nelle zone più periferiche è saldamente nelle mani della guerriglia legittimista. Ferdinando IV, deciso a riprendere il trono, stringe un'alleanza con Austria e Inghilterra per muovere guerra ai francesi.

Dopo molti mesi d'inazione, in novembre il re di Napoli dà l'ordine di attaccare Roma. L'esercito, di cui fa parte anche Michele, conquista la capitale il 27 novembre e due giorni dopo il sovrano fa il suo ingresso trionfale in città. Michele vide per la prima volta in vita sua quali sono i vantaggi di conquistare una città: appropriazioni indebite e soprusi che rimangono impuniti. In breve tempo l'esercito napoletano, guidato dall'austriaco Karl Mack von Leiberich, si sfaldò e rimase senza ordini e Michele decise quindi di ritornare da solo al paese natale, Itri. Nel frattempo, l'esercito napoleonico si riorganizzò e si preparò a invadere il Regno di Napoli.

Da brigante a capomassa (1798-99)[modifica | modifica sorgente]

Le armate francesi avrebbero senz'altro dovuto percorrere la via Appia nella loro marcia verso Napoli e Itri si trovava sulla rotta. Michele pensò che attaccare i francesi sarebbe stato facile, per lui che conosceva a menadito la zona: avrebbe inferto molti danni alle forze nemiche. La sua "zona d'azione" è la via Appia Antica, più precisamente le zone che attraversano le montagne comprese fra la pianura di Fondi e la strada verso Formia (Monti Ausoni e Monti Aurunci). I primi ad unirsi a lui furono i suoi fratelli, poi vennero molti altri abitanti del paese: Michele riacquistò il suo soprannome, "Fra Diavolo", e si mise a capo del rivoltosi, che scelsero - come luogo dove aspettare il nemico - il fortino di Sant'Andrea, edificio costruito nel XVI secolo sui resti di antichi templi dedicati ad Apollo e Mercurio.

Sarà proprio questo fortino a diventare la prima roccaforte della massa, il luogo da cui far partire le scorrerie contro i soldati francesi (e contro le carrozze di passaggio). La colonna dell'esercito francese entrò nel territorio di Itri a metà dicembre; nei giorni successivi si verificarono gli scontri con la banda di Fra Diavolo. Gli attacchi furono inaspettati e provocarono un arresto della marcia, tanto che i francesi chiamarono i rinforzi. Il 29 dicembre tre battaglioni polacchi occuparono il fortino, poi entrarono a Itri: il paese fu saccheggiato e molti abitanti furono passati per le armi; tra questi, anche il padre di Fra Diavolo: Michele, mentre guardava per l'ultima volta il padre, giurò vendetta.

Tornò sui monti, raccolse seicento uomini ed elaborò un nuovo piano. Vicino a Itri, a Gaeta si trovava la fortezza più potente del regno: Fra Diavolo pensò di farne la sua base, per coprirsi le spalle prima e dopo gli attacchi. Ma, quando giunse alla fortezza, il 31 dicembre, scoprì che il comandante, il colonnello svizzero Tschudy, aveva concesso la resa ai francesi: Fra Diavolo si sentì tradito dalla viltà dei generali stranieri al soldo del Regno. Riorganizzò le sue truppe e, visto che l'esercito francese aveva già attraversato il Garigliano, decise di sollevargli contro tutta la Terra di Lavoro. Passò uno per uno in tutti i paesi, reclutò uomini e raccolse denari, ma dodici giorni dopo venne a sapere del Trattato di Sparanise: anche il generale Mack si era arreso al nemico senza combattere.

Da capomassa a capitano di fanteria (1799-1800)[modifica | modifica sorgente]

Fra Diavolo in un'illustrazione di Paolo Giudici, in Storia d'Italia (Nerbini, 1929-32).

A Fra Diavolo non rimase che ritornare a Itri, partecipando nei mesi successivi tutti i tentativi di rivolta antifrancese. In seguito si posizionò con la sua banda lungo la via Appia ad ovest di Itri e intercettò tutti i corrieri che la percorrevano: le comunicazioni tra Roma e Napoli furono azzerate. Oltre ad ottenere il controllo assoluto delle vie di comunicazione, Fra Diavolo dominò il territorio da Gaeta a Capua, che amministrò direttamente[2]: dai suoi monti, teneva d'occhio la fortezza di Gaeta in mano ai francesi.

Nel 1799 si formò una Seconda coalizione contro Napoleone e Fra Diavolo si presentò agli inglesi, nella loro base nell'isola di Procida, come soldato del Regno di Napoli, chiedendo e ottenendo due cannoni e una barca. Fissò la sua base a Maranola, vicino al Golfo di Gaeta e continuò la sua attività di taglieggiamento delle comunicazioni. La sua azione fu così efficace che gli inglesi pronunciarono su di lui parole di elogio che giunsero fino a Ferdinando IV, riparato a Palermo (vi si era trasferito con la corte prima ancora della caduta di Napoli).

In maggio, quando la Seconda coalizione decise di muovere l'assedio alla fortezza di Gaeta, Fra Diavolo fu scelto come comandante delle operazioni: la sua massa, oltre mille uomini, fu riconosciuta come parte dell'esercito regolare. Re Ferdinando lo nomina Capitano, mentre la regina consorte Maria Carolina d'Austria, per mostrargli la propria ammirazione, gli dona una spilla di diamanti. Il 15 maggio Fra Diavolo passò in rivista la truppa: guidò l'assedio via terra, mentre la flotta inglese bloccò la fortezza per parte di mare. Alla fine di luglio, dopo tre mesi d'assedio, il generale francese Girardon avviò i colloqui per la resa, ma volle trattare solamente con gli inglesi, reputando Fra Diavolo niente più che un brigante. Il generale per tutta risposta si preparò all'attacco della fortezza, ma un ordine del cardinale Fabrizio Ruffo, Vicario generale del Regno, gli intimò di non muoversi[3].

Nel frattempo, alla fine di giugno, Napoli era stata liberata e il re aveva fatto ritorno nella capitale. Subito vennero elaborati dei piani per conquistare Roma, che rimaneva in mano ai francesi. Fra Diavolo si recò nel capoluogo partenopeo per partecipare all'organizzazione della campagna militare. Nella capitale soggiornò nel palazzo dell'inglese Sir John Acton, primo ministro del governo borbonico. Il 14 agosto si sposò con Fortunata Rachele De Franco, ragazza napoletana conosciuta durante l'occupazione francese, nella chiesa della parrocchia di Sant'Arcangelo all'Arena: i testimoni di nozze furono due suoi compagni, entrambi di Itri.

Il 20 agosto partì da Napoli con la sua truppa. Il 9 settembre giunse a Velletri, poi si acquartierò ad Albano. Prima di sferrare un attacco sulla Città Eterna attese l'arrivo delle forze regolari napoletane e la massa rimase in quella posizione fino a metà settembre. Per garantire rifornimenti di viveri alla truppa non esitò a calare sui villaggi vicini e a saccheggiarli.[4] Roma fu liberata dalle truppe napoletane il 30 settembre ma il nuovo governo mostrò un'inaspettata diffidenza nei confronti degli insorgenti: alle masse non venne concesso di entrare in città. Anche le truppe di Fra Diavolo furono colpite dal provvedimento. Inoltre vennero disarmate e la loro paga fu tagliata: gli uomini non poterono fare altro che tornare ai loro villaggi.

Fra Diavolo subì una sorte peggiore: ad Albano venne arrestato (fu preso mentre dormiva) e venne incarcerato a Castel Sant'Angelo. Il capomassa non attese l'inizio del processo: fuggì nella notte tra il 3 e il 4 dicembre. L'arresto era stato ordinato da Diego Naselli, generale dell'esercito napoletano: egli non sapeva però che il 24 ottobre, da Napoli, il sovrano aveva nominato Michele Pezza colonnello di fanteria. Dopo 200 km di fuga, Fra Diavolo giunse a Napoli, dove ottenne di essere ricevuto dal Re: Ferdinando IV credette al suo racconto e lo ricompensò cancellando i debiti che la sua armata aveva contratto per le battaglie sostenute.

Gli anni a Napoli (1800-1806)[modifica | modifica sorgente]

Ai primi del 1800 Pezza ritornò nel paese natìo in qualità di Comandante Generale del dipartimento di Itri. Sua moglie era incinta: nacque Carlo e successivamente arrivò Clementina. Avviato alla vita tranquilla di militare di carriera, non riuscì però ad essere in pace con se stesso per via dei debiti che aveva contratto e che gli erano stati condonati. Prese l'impegno di pagare tutti i finanziatori delle imprese di Gaeta e di Roma, ma per farlo doveva però far annullare il decreto reale che aveva «imposto oblio ai risarcimenti chiesti da' particolari». Per ottenerlo si recò a Napoli con tutta la famiglia, abbandonando l'incarico di Comandante Generale e prendendo un appartamento in affitto in via Marinella. La sua istanza si perse negli uffici dell'amministrazione reale e, dopo molti mesi, scrisse alla persona del Re, chiedendo di poter vendere la propria pensione per rimborsare i suoi finanziatori, «preferendo meglio di patir lui e la sua famiglia, che comparire impuntuale e sentirsi rimproverare di esser divenuto colonnello con gli aiuti e co' soccorsi esatti da essi creditori». La richiesta tuttavia fu respinta.

Da colonnello a ricercato numero uno (1806)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1806 Napoleone riportò una vittoria decisiva sulla Quarta coalizione[5]. Una delle sue prime decisioni fu quella di dichiarare guerra al Regno di Napoli. Il Consiglio di guerra di Ferdinando IV decise di richiamare all'azione i capimassa. Il colonnello Pezza si volse subito all'azione: lasciò Napoli e tornò nelle province a reclutare uomini abili alle armi tra la popolazione. Ma, mentre si preparava alla guerra, gli giunse la notizia che il Re aveva abbandonato Napoli per riparare (come fatto nel 1799) a Palermo. Pochi giorni dopo ricevette un'ordinanza con la quale veniva ordinato ai comandanti militari di non aggredire l'armata napoleonica. «In conseguenza, S. M. comanda che il colonnello Pezza (Fra Diavolo) e gli altri incaricati di battaglioni volanti non facciano alcun movimento, né resistenza contro la detta armata». Giuseppe Bonaparte fu incoronato re di Napoli per volere di Napoleone stesso.

Fra Diavolo fu uno dei due soli comandanti militari che disobbedirono l'ordine: il secondo fu il generale Luigi Philippstadt, principe d'Assia, comandante della fortezza di Gaeta. Fra Diavolo, che aveva sempre desiderato che la fortezza fosse la base delle sue operazioni, vi si recò senza indugio. Pochi giorni dopo i francesi giunsero davanti alla fortezza e la cinsero d'assedio. Nelle settimane seguenti Fra Diavolo si lanciò in spericolate operazioni di disturbo delle postazioni francesi. Poi li sfidò in campo aperto con pochi uomini. Rischiò di essere preso, insieme al fratello Nicola, a Sant'Oliva, ma riuscì a riparare fortunosamente a Maranola, poi a Scauri s'imbarcò per Gaeta.

Negli ultimi giorni di aprile Fra Diavolo fu chiamato dal monarca a Palermo. L'inglese Sidney Smith, ammiraglio della flotta reale, gli prospettò un progetto che ricalcava l'impresa dell'Esercito della Santa Fede di sette anni prima: la sollevazione delle Calabrie e l'avanzata dell'esercito fino a Napoli. Il 28 giugno Smith fu nominato comandante in capo della spedizione e Fra Diavolo fu il suo luogotenente. L'operazione cominciò il giorno dopo e Fra Diavolo, alla testa della sua «Legione della Vendetta», sbarcò da navi inglesi ad Amantea e conseguì ripetute vittorie sui francesi.

Il generale francese Verdier riparò verso Cassano ma fu respinto dagli abitanti, che si erano sollevati in massa. Proprio quando la sollevazione stava diventando generale, la flotta inglese lo richiamò e lo ricondusse a Palermo, con i calabresi che furono lasciati alla mercé dei nemici. Giunto alla corte del re, Fra Diavolo fu ricompensato con il titolo di Duca di Cassano, dal nome dell'eroica città. Nei giorni successivi i francesi repressero i moti di ribellione in Calabria: erano diventati i padroni del Regno, avendo anche conquistato la fortezza di Gaeta. Fra Diavolo tentò un'impresa disperata: sollevare, alle spalle dei francesi, la Campania. Il 2 settembre sbarcò a Sperlonga e poi si diresse a Itri.

Decise cosa fare in base al numero di uomini che sarebbe riuscito a raccogliere. In cinquecento risposero al suo appello, troppo pochi per affrontare i francesi in campo aperto. Sottrasse ai nemici due cannoni e si trincerò a Sora, al confine con l'Abruzzo. Sora fu attaccata da tre lati; le truppe francesi erano soverchianti. Dopo tre giorni i due cannoni smisero di funzionare e Fra Diavolo allora si gettò nella valle del fiume Roveto (29 settembre). I francesi, presi di sorpresa, non ebbero il tempo di reagire. Si rifugiò sulle montagne di Miranda e divenne il ricercato numero uno del Regno di Napoli.

Ridotta la massa a trecento uomini, Fra Diavolo si mosse di paese in paese cercando inutilmente di sollevare la popolazione contro il nemico. Attraversò Esperia, Pignataro, Bauco (oggi Boville Ernica), Isernia. Intanto i francesi bloccarono tutti gli accessi alle valli. Fra Diavolo si era rintanato, ma non poteva uscire più dal suo nascondiglio. Fu posta sulla sua testa la taglia di 17.000 ducati e maestro di caccia fu nominato il colonnello Joseph Léopold Sigisbert Hugo (padre dello scrittore Victor Hugo). L'inseguimento durò quindici giorni, al termine del quale la massa di Fra Diavolo fu stretta nella valle di Boiano.

Qui Fra Diavolo dovette accettare il combattimento, che avvenne in ottobre. La battaglia durò sei ore anche perché la pioggia, che cadeva da giorni, aveva reso inservibili i fucili. Si combatté all'arma bianca, l'attacco francese fu respinto (nella battaglia morirono quattrocento francesi e quaranta insorti) e Fra Diavolo sfuggì alla cattura ancora una volta. Si diresse verso Benevento con centocinquanta uomini rifugiandosi nelle Forche caudine, dove pensava di essere al sicuro. Invece Hugo lo trovò e lo affrontò. Questa volta il numero delle vittime fu a favore dei francesi e Fra Diavolo rimase con circa cinquanta uomini.

L'ultima battaglia e la morte[modifica | modifica sorgente]

Giunto sulla spiaggia di Cava de' Tirreni, passò l'ultima rivista dei suoi uomini, stabilendo che il gruppo si sarebbe separato e che ognuno avrebbe preso la sua strada. Vagò per giorni e giorni da un paese all'altro, finché il 1º novembre, esausto, fu catturato a Baronissi: condotto in prigione a Napoli, fu condannato a morte dal Tribunale straordinario. Fu giustiziato per impiccagione in piazza del Mercato l'11 novembre, vestito con l'uniforme di brigadiere dell'esercito borbonico, e il suo corpo venne lasciato molte ore bene in vista, come monito alla popolazione. Non appena la Real Famiglia apprese dell'impiccagione di Pezza, celebrò il suo funerale nella Cattedrale di Palermo.

Letteratura, opera e cinema[modifica | modifica sorgente]

Victor Hugo scrisse di lui: "Fra Diavolo personificava quel personaggio tipico, che si incontra in tutti i paesi invasi dallo straniero, il brigante-patriota, l’insorto legittimo in lotta contro l’invasore. Egli era in Italia, ciò che sono stati, in seguito, l’Empecinado in Spagna, Canaris in Grecia e Abd-el-Kader in Africa!"[6]

Nel 1830, il compositore francese Daniel Auber usa la storia del brigante per comporre l'opéra-comique Fra Diavolo, ou L'hôtellerie de Terracine, su libretto di Eugène Scribe e Casimir Delavigne (i quali, ad onor del vero, si prendono molte licenze sulla storia originale). L'opera viene rappresentata per la prima volta il 28 gennaio 1830 all'Opéra Comique di Parigi. Il libretto della versione italiana è tradotto ed adattato da Manfredo Maggioni.

Con gli inizi del XX secolo, anche il cinema si è interessato alla storia del bandito di Itri. Ecco un elenco dei film a lui dedicati:

Fra i tanti titoli, sicuramente il più famoso è la versione comica del 1933 di Hal Roach, interpretata da Stanlio e Ollio, con Dennis King nel ruolo di Fra Diavolo. Il film usa le musiche originali di Auber come colonna sonora e, nella versione italiana, il libretto di Manfredo Maggioni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Piero Bargellini, Fra Diavolo, 1932, Vallecchi, pag 37.
  2. ^ La sua amministrazione ha lasciato anche un bilancio, in cui sono riportati con esattezza le poste in avere e le poste in dare. Cfr. Piero Bargellini, Fra Diavolo, Firenze, Vallecchi, 1956, pagg. 100 e 146.
  3. ^ Ruffo non si fidava delle truppe a massa, che ammirava per il coraggio, ma al tempo stesso aborriva per la rapacità e la ferocia. Quanto ai capimassa, come Fra Diavolo, avrebbe preferito che fossero stati affiancati da ufficiali regolari.
  4. ^ Luca Topi, "C'est absolumment la Vandée". L'insorgenza del Dipartimento del Circeo (1798-1799), FrancoAngeli, Milano, 2003, pag. 156.
  5. ^ La Terza coalizione (1805) non ebbe un influsso sulle vicende del Regno di Napoli.
  6. ^ fradiavoloitri.org (pagina consultata il 27 febbraio 2010)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Barra, Michele Pezza detto Fra Diavolo. Vita avventure e morte di un guerrigliero dell'800 e sue memorie inedite, Cava de' Tirreni, Avagliano, 1999.
  • Ernesto Jallonghi, Fra' Diavolo (colonnello M. Pezza) nella storia e nell'arte, Firenze, Società Tipograffica Editrice Cooperativa, 1910.
  • Piero Bargellini, Fra Diavolo, Firenze, Vallecchi, 1932.
  • Francesco Perri, Fra Diavolo, Firenze, F. Fussi, 1948; Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006. ISBN 88-498-1544-1.
  • Giuseppe dall'Ongaro, Fra' Diavolo, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1985.
  • Roberto Giardina, La leggenda di Fra Diavolo: l'avventurosa storia del brigante buono, Casale Monferrato, Piemme, 1995. ISBN 88-384-2407-1.
  • Pino Pecchia, Il Colonnello Michele Pezza (frà Diavolo). Protagonista dell’Insorgenza in Ciociaria e Terra di Lavoro. 1798-1806, Fondi, Arti Grafiche Kolbe, 2005.
  • Pino Pecchia, Cimeli di frà Diavolo. Memorie del bicentenario della morte di Michele Pezza (1806-2006), Fondi, Arti Grafiche Kolbe, 2009.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

La figura di Fra Diavolo compare nel romanzo di Alexandre Dumas La Sanfelice, che tratta gli eventi che portarono alla costituzione della Repubblica Partenopea.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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