Carlo III di Spagna
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| Dipinto di Anton Raphael Mengs, 1761 Museo del Prado, Madrid. |
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| Regno | 10 agosto 1759 – 14 dicembre 1788 |
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| Predecessore | Ferdinando VI | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Successore | Carlo IV | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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| Nome completo | Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio |
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| Altri titoli | Infante di Spagna (1716-1759) Gran principe ereditario di Toscana (1732-1735) |
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| Nascita | Madrid, 20 gennaio 1716 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Morte | Madrid, 14 dicembre 1788 (72 anni) |
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| Sepoltura | Cripta Reale del Monastero dell'Escorial | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Casa reale | Borbone di Spagna Borbone di Napoli (capostipite) |
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| Padre | Filippo V di Spagna | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Madre | Elisabetta Farnese | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Consorte | Maria Amalia di Sassonia | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Figli | vedi Discendenza | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Religione | Cattolico | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Carlo Sebastiano di Borbone (nome completo: Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio; Madrid, 20 gennaio 1716 – Madrid, 14 dicembre 1788) fu duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I dal 1731 al 1735, re di Napoli e Sicilia senza utilizzare numerazioni (era Carlo VII secondo l'investitura papale, ma rifiutò tale ordinale)[1] dal 1735 al 1759, e da quest'anno fino alla morte re di Spagna con il nome di Carlo III (Carlos III).
Primogenito delle seconde nozze di Filippo V di Spagna con Elisabetta Farnese, era durante l'infanzia solo terzo nella linea di successione al trono spagnolo, e quindi sua madre si adoperò per dargli una corona in Italia rivendicando l'eredità dei Farnese e dei Medici, due dinastie italiane prossime all'estinzione. Grazie ad una sapiente combinazione di diplomazia ed interventi armati, la Farnese riuscì ad ottenere dalle potenze europee il riconoscimento dei suoi diritti dinastici sul Ducato di Parma e Piacenza, di cui divenne sovrano nel 1731, e sul Granducato di Toscana, dove l'anno seguente fu nominato principe ereditario.
Nel 1734, durante la guerra di successione polacca, al comando delle armate spagnole conquistò i vicereami austriaci di Napoli e di Sicilia, e l'anno successivo fu riconosciuto come legittimo re delle Due Sicilie dai trattati preliminari della pace di Vienna, in cambio della rinuncia ai ducati farnesiani e medicei. Capostipite della dinastia dei Borbone di Napoli, restituì alla città l'antica indipendenza dopo oltre due secoli di dominazione straniera, inaugurando un lungo periodo di rinascita politica e ripresa economica.
Alla morte del fratellastro Ferdinando VI nel 1759, fu chiamato a succedergli sul trono di Spagna, dove allo scopo di modernizzare il paese fu promotore di una politica riformista che gli valse la fama di monarca illuminato. In politica estera raccolse tuttavia diversi insuccessi a causa dell'alleanza con la Francia, sancita dal terzo patto di famiglia borbonico, che lo portò a contrapporsi con sorti alterne alla potenza marittima della Gran Bretagna.
[modifica] La successione nei ducati italiani
[modifica] Le ambizioni della Spagna alla nascita di don Carlos
Il trattato di Utrecht, che nel 1713 contribuì a concludere la guerra di successione spagnola, ridusse enormemente il peso politico e militare della Spagna. L'Impero spagnolo restò il più vasto esistente conservando le colonie americane, ma fu privato dei numerosi domini europei. I Paesi Bassi del Sud, il Regno di Napoli, il Regno di Sardegna, il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidii passarono all'Austria; il Regno di Sicilia fu ceduto ai Savoia; mentre l'isola di Minorca e la rocca di Gibilterra, territori della madrepatria, divennero possedimenti della Gran Bretagna.
Filippo V, che con queste perdite territoriali aveva ottenuto il riconoscimento dei suoi diritti al trono, era intenzionato a restituire alla Spagna il prestigio perduto. Nel 1714, dopo la morte della sua prima moglie Maria Luisa di Savoia, il prelato piacentino Giulio Alberoni gli combinò un vantaggioso matrimonio con un'altra principessa italiana: Elisabetta Farnese, nipote e figliastra del duca di Parma e Piacenza Francesco Farnese.[2] La nuova regina, donna energica, autoritaria ed ambiziosa,[3] acquistò rapidamente una grande influenza sulla corte, e dopo aver favorito la nomina dell'Alberoni a primo ministro nel 1715, fu fautrice insieme al prelato di una politica estera aggressiva mirata a riconquistare gli antichi territori spagnoli in Italia.
Nel 1716, dopo poco più di un anno di matrimonio, la Farnese diede alla luce l'infante don Carlos. Il primogenito dell'ambiziosa regina sembrava non avere possibilità di occupare il trono spagnolo, poiché nella linea di successione era preceduto dai fratellastri Luigi e Ferdinando. Da parte di madre poteva invece aspirare ad ottenere il Ducato di Parma e Piacenza in qualità di erede dei Farnese, dinastia che sembrava volgere al tramonto poiché il duca Francesco non aveva figli, così come il suo unico fratello Antonio. Essendo pronipote di Margherita de' Medici, la regina Elisabetta tramandava al suo primogenito anche diritti sul Granducato di Toscana, dove l'anziano granduca Cosimo III aveva come unico possibile erede il figlio Gian Gastone, privo di discendenti e noto per la sua omosessualità.
[modifica] I trattati di Londra, Vienna e Siviglia
La nascita di don Carlos avvenne nel momento in cui il progetto spagnolo di mettere in discussione l'ordine stabilito ad Utrecht rappresentava la più grave minaccia all'equilibrio europeo.[4] Per fronteggiare l'espansionismo della Spagna borbonica, Gran Bretagna, Francia e Province Unite nel 1717 formarono una coalizione antispagnola denominata Triplice Alleanza. Nonostante ciò, Filippo V e Alberoni decisero l'occupazione della Sardegna austriaca e della Sicilia sabauda nel tentativo di riannettere le due isole alla corona iberica.
Il 2 agosto 1718, attraverso il trattato di Londra, anche il Sacro Romano Impero aderì alla coalizione contro la Spagna, che prese quindi il nome di Quadruplice Alleanza. Come condizione di pace le quattro potenze imposero a Filippo V di aderire al trattato di Londra, che prevedeva la sua rinuncia ad ogni pretesa sugli stati italiani, ma il sovrano spagnolo si rifiutò dando inizio alla guerra della Quadruplice Alleanza. Il conflitto si concluse con una nuova sconfitta spagnola ed a pagarne le conseguenze politiche fu soprattutto Alberoni, che fu esautorato ed espulso dalla Spagna. Infine, con la pace dell'Aia del 1720, Filippo V fu costretto ad accettare le disposizioni del trattato di Londra.
Per quando riguardava i diritti dinastici di don Carlos sul Granducato di Toscana e sul Ducato di Parma e Piacenza, il trattato stabiliva che, in caso di estinzione delle linee maschili dei Medici e dei Farnese, poiché sia Elisabetta Farnese che l'imperatore Carlo VI d'Asburgo accampavano diritti sui due ducati, questi sarebbero stati considerati feudi maschili del Sacro Romano Impero, ma nel caso in cui anche la linea maschile della Casa imperiale si fosse estinta, la successione sarebbe spettata ai discendenti maschi della regina di Spagna in qualità di feudatari dell'Impero. Intanto, come compensazione per le rinunce di suo padre ai territori italiani, a don Carlos fu assegnato Porto Longone, località dell'isola d'Elba appartenente allo Stato dei Presidii.[5]
Dopo la guerra, la Spagna si avvicinò alla Francia attraverso tre fidanzamenti: al re francese Luigi XV, di undici anni, fu promessa l'infanta Marianna Vittoria, sua cugina, di tre anni; il principe delle Asturie Luigi, erede al trono spagnolo, e l'infante don Carlos, erede ai ducati italiani, avrebbero invece sposato due figlie del reggente Filippo II d'Orléans, rispettivamente Luisa Elisabetta e Filippa Elisabetta. Il principe Luigi sposò Luisa Elisabetta nel 1722, e due anni dopo Filippo V abdicò in suo favore, ma dopo appena sette mesi di regno il nuovo re di Spagna morì di vaiolo costringendo suo padre a riprendere la corona. Elisabetta Farnese, tornata ad essere la regina consorte, divenne in questo periodo ancora più influente poiché suo marito, oppresso da una forte depressione, la lasciò di fatto padrona della corte spagnola.
Nel 1725 i francesi ruppero il fidanzamento di Luigi XV con l'infanta Marianna Vittoria, e per rappresaglia gli spagnoli sciolsero anche quello tra don Carlos e Filippa Elisabetta, che fu rimandata in Francia insieme alla regina vedova sua sorella.[6] La Farnese decise allora di trattare con l'Austria che, diventata grazie al trattato di Utrecht la nuova potenza egemone in Italia, era il principale ostacolo verso l'espansione spagnola nella penisola. La regina di Spagna propose di fidanzare i propri figli con le figlie dell'imperatore Carlo VI: don Carlos con l'arciduchessa Maria Teresa; e don Filippo, il suo secondo maschio, con un'altra arciduchessa austriaca.[7]
L'alleanza tra le due potenze fu stipulata con il trattato di Vienna del 1725, che in favore di Filippo V sancì la definitiva rinuncia di Carlo VI al trono spagnolo,[8] ed il suo aiuto militare in un tentativo armato di liberare Gibilterra dall'occupazione britannica. L'esito della guerra anglo-spagnola, scoppiata nel 1727 e terminata due anni dopo, confermò tuttavia la sovranità britannica sulla rocca. Durante le trattative di pace, Carlo VI ritirò la sua disponibilità a maritare le figlie con gli infanti spagnoli, e di conseguenza Filippo V ruppe unilateralmente l'alleanza con l'Austria per poi stipulare il trattato di Siviglia con Gran Bretagna e Francia. Quest'ultimo accordo garantì a suo figlio don Carlos il diritto di occupare Parma e Piacenza anche con la forza delle armi.[9]
[modifica] La fine dei Farnese e l'arrivo di don Carlos in Italia
Alla morte del duca Antonio Farnese, avvenuta il 20 gennaio 1731, il conte Daun, governatore austriaco di Milano, ordinò l'occupazione del ducato farnesiano in nome di don Carlos, feudatario dell'imperatore in virtù del trattato di Londra.[5] Tuttavia Il defunto duca di Parma nel suo testamento aveva nominato come erede il «ventre pregnante» della moglie Enrichetta d'Este credendola incinta, ed istituito un consiglio di reggenza, che protestò per l'occupazione del ducato poiché se la duchessa vedova avesse partorito un maschio, questo avrebbe scavalcato il primogenito di Elisabetta Farnese nella linea di successione al trono ducale. Esaminata da un gruppo di medici e levatrici, Enrichetta fu dichiarata incinta di sette mesi, ma in molti, tra cui la regina di Spagna, consideravano il suo stato interessante una messinscena.[10]
Papa Clemente XII cercò a sua volta di far valere gli antichi diritti feudali della Santa Sede sul ducato, ed a questo scopo ne aveva ordinato l'occupazione al suo esercito, che fu però preceduto da quello imperiale. Il pontefice scrisse allora lettere di protesta alle maggiori corti cattoliche d'Europa per far valere le sue ragioni, ed inviò a Parma monsignor Giacomo Oddi in qualità di commissario apostolico per rivendicare il ducato qualora la gravidanza della duchessa vedova si fosse rivelata inesistente. La contesa tra Roma e Vienna arrivò fino alla rottura dei rapporti diplomatici.[11]
Il 22 luglio la Spagna aderì al secondo trattato di Vienna, attraverso il quale ottenne dall'imperatore l'investitura a duca di Parma e Piacenza per il giovane infante, ed in cambio riconobbe la prammatica sanzione, documento che abolendo la legge salica[12] avrebbe permesso all'arciduchessa Maria Teresa di succedere al padre sul trono asburgico.[13] Il 20 ottobre, a Siviglia, dopo una solenne cerimonia in cui suo padre Filippo V gli regalò una spada d'oro appartenuta a Luigi XIV,[14] don Carlos partì finalmente alla volta dell'Italia. Viaggiò via terra fino ad Antibes sulla costa francese, da qui si imbarcò verso la Toscana, ed arrivò a Livorno il 27 dicembre 1731.
Una volta verificata l'inesistenza della gravidanza di Enrichetta d'Este, il commissario apostolico Oddi prese possesso del ducato in nome della Santa Sede, mentre il plenipotenziario imperiale in Italia, conte Carlo Borromeo Arese, fece lo stesso in nome di don Carlos. Infine prevalsero le ragioni imperiali e spagnole, cosicché il 29 dicembre la reggenza di Parma in nome dell'infante fu affidata a Dorotea Sofia di Neuburg, sua nonna materna e contutrice (l'altro contutore era il granduca di Toscana Gian Gastone de' Medici), nelle cui mani giurarono i rappresentanti di Parma e Piacenza, ed i deputati delle comunità di Cortemaggiore, Firenzuola, Borgo Val di Taro, Bardi, Compiano, Castell'Arquato, Castel San Giovanni, e della Val Nure. Il papa protestò contro il giuramento, e tentò invano di fare in modo che l'infante riconoscesse i diritti feudali della Chiesa cercando l'investitura pontificia e pagando un tributo annuo a Roma.[15]
Intanto don Carlos, diretto verso Firenze, a Pisa fu colpito dal vaiolo in una forma piuttosto lieve, che però lo costrinse a rimanere a letto per qualche tempo e gli lasciò qualche cicatrice sul volto. Entrò in trionfo nella capitale medicea il 9 marzo 1732, con un seguito di oltre 250 persone a cui poi si aggiunsero numerosi italiani. Nonostante l'infante spagnolo gli fosse stato imposto come successore dalle potenze europee, Gian Gastone de' Medici lo accolse calorosamente e lo ospitò nella residenza granducale di Palazzo Pitti.[16]
Al suo arrivo nella penisola, il giovane infante non aveva ancora compiuto sedici anni. Secondo i contemporanei la rigida educazione che gli era stata impartita in Spagna non aveva avuto un ruolo importante nella sua formazione. Alvise Mocenigo, ambasciatore della Repubblica di Venezia a Napoli, anni dopo disse che «tenne sempre un'educazione lontanissima da ogni studio e da ogni applicazione per diventare da sé stesso capace di governo».[17] Dello stesso parere fu il conte Ludovico Solaro di Monasterolo, ambasciatore sabaudo, che nel 1742 lo descrisse così al suo re:
| « Il di lui talento è naturale, e non stato coltivato da maestri, sendo stato allevato all'uso di Spagna, ove i ministri non amano di vedere i loro sovrani intesi di molte cose, per poter indi più facilmente governare a loro talento. Poche sono le notizie delle corti straniere, delle leggi, de' Regni, delle storie de' secoli andati, e dell'arte militare, e posso con verità assicurare la MV non averlo per il più sentito parlar d'altro in occasione del pranzo, che dell'età degli astanti, di caccia, delle qualità de' suoi cani, della bontà ed insipidezza de' cibi, e della mutazione de' venti indicanti pioggia o serenità.[18] » |
In compenso studiava pittura ed incisione e praticava diverse attività fisiche, pesca e caccia soprattutto.[19] Sir Horace Mann, diplomatico britannico a Firenze, racconta che la sua passione per la caccia era tale che a Palazzo Pitti «si divertiva a tirare con arco e frecce gli arazzi che pendevano dalle pareti delle sue stanze, ed era diventato talmente abile in ciò, che era raro che non colpisse l'occhio a cui mirava».[20] Molto religioso e particolarmente rispettoso dell'autorità materna, don Carlos aveva però un carattere allegro ed esuberante. Il suo aspetto era caratterizzato da un naso molto pronunciato,[21] era descritto infatti come «un ragazzo bruno, magro in viso, con tanto di naso, e sgraziato quanto mai».[22]
Il 24 giugno, festa del patrono di Firenze San Giovanni Battista, Gian Gastone lo nominò Gran principe ereditario di Toscana, permettendogli di ricevere l'omaggio del Senato fiorentino, che secondo la tradizione prestava giuramento di fedeltà nelle mani dell'erede al trono granducale. Carlo VI reagì adirato alla nomina obiettando di non avergli ancora concesso l'investitura imperiale, ma incurante delle proteste austriache i genitori lo inviarono a prendere possesso anche del ducato farnesiano. Il nuovo duca entrò a Parma nell'ottobre 1732 accolto da grandi festeggiamenti. Sul frontone del Palazzo Ducale fu scritto Parma Resurget (Parma risorge), ed al Teatro Farnese ci fu la rappresentazione del dramma intitolato La venuta di Ascanio in Italia, composto per l'occasione da Carlo Innocenzo Frugoni.[23]
Nel 1733, la decisione di don Carlos di rinnovare le antiche pretese farnesiane sui territori laziali di Castro e Ronciglione, tolti ai Farnese ed annessi allo Stato Pontificio da papa Innocenzo X nel 1649,[24] provocò nuove tensioni con la corte papale.[25]
[modifica] La conquista delle Due Sicilie
[modifica] La guerra di successione polacca
| Per approfondire, vedi la voce Guerra di successione polacca. |
Nel 1733, la morte di Augusto II di Polonia scatenò una crisi successoria che ruppe il già precario equilibrio europeo, e la guerra che ne derivò vedeva sul fronte italiano Francia e Spagna, alleatesi con il primo patto di famiglia borbonico, fronteggiare l'Austria con l'appoggio dei Savoia.
Agli spagnoli fu affidato un ruolo marginale nel Nord Italia, ma il principale obiettivo della Farnese era conquistare per il figlio il territorio più esteso tra quelli che il trattato di Utrecht aveva tolto alla Spagna: le Due Sicilie. L'unità politica di questa regione era stata ripristinata nel 1720 con il trattato dell'Aia, grazie al quale l'imperatore Carlo VI, già sovrano di Napoli, aveva ottenuto la Sicilia dai Savoia cedendo loro la Sardegna.
Il 20 gennaio 1734, giorno del suo diciottesimo compleanno, don Carlos si dichiarò maggiorenne, cioè fuori tutela e «libero di governare e amministrare indipendentemente» i suoi stati.[26] Nella lettera con cui gli ordinò di partire, la regina di Spagna riferendosi alle Due Sicilie gli scrisse queste eloquenti parole: «Elevate al grado di libero regno, saranno tue. Va dunque e vinci: la più bella corona d'Italia ti attende».[27] Fu quindi nominato comandante in capo delle truppe spagnole in Italia, ma di fatto il comando supremo apparteneva al generale José Carrillo de Albornoz, conte di Montemar.
Il 27 febbraio, Filippo V lanciò un proclama in cui dichiarava di volersi impossessare del Regno di Napoli perché turbato «dai clamori delle eccessive violenze, oppressioni e tirannia che da tanti anni a questa parte ha commesso il Governo Alemanno». Prometteva inoltre perdoni, assicurava il rispetto dei privilegi, si impegnava ad abolire le tasse imposte dal governo austriaco e a ridurre le altre.[28] Dopo aver passato in rassegna le truppe a Perugia il 5 marzo, don Carlos iniziò la sua marcia verso le Due Sicilie attraverso il territorio dello Stato Pontificio (papa Clemente XII gli concesse il passaggio poiché sperava in un risarcimento per l'occupazione di Parma e Piacenza).[29]
Gli austriaci, già impegnati in Lombardia, disponevano di forze insufficienti per difendere il vicereame ma, nonostante ciò, il 10 marzo l'imperatore Carlo VI dichiarò attraverso un proclama al popolo napoletano di essere fiducioso nella Divina Provvidenza e sicuro della vittoria. La maggior parte della nobiltà del regno appariva però favorevole ad un ritorno degli spagnoli, soprattutto perché sperava che il re di Spagna rinunciasse al trono di Napoli in favore di suo figlio, in modo da poter finalmente accogliere un proprio sovrano e non l'ennesimo viceré al servizio di una potenza straniera.[30]
Giunto a Civita Castellana, il 14 marzo, l'infante emanò a sua volta un editto con cui, oltre a ribadire quanto promesso dal padre, rassicurava i napoletani sulla sua volontà di non introdurre l'Inquisizione nel regno.[31] Pochi giorni dopo, la marina spagnola si impadronì di Procida ed Ischia, ed in seguito inflisse una pesante sconfitta alla flotta vicereale. Il 31 marzo, all'avanzare delle truppe borboniche, il comandante austriaco von Traun, sentendosi accerchiato e costretto ad evitare lo scontro, arretrò dalla sua posizione di Mignano permettendo agli spagnoli di avanzare verso Napoli.
Il viceré Giulio Borromeo Visconti ed il comandante dell'esercito vicereale Giovanni Carafa lasciarono alcune guarnigioni a difesa dei castelli della città, e si ritirarono in Puglia per attendere i rinforzi con cui tentare un'ultima resistenza. Gli spagnoli attaccarono la capitale nei primi giorni di aprile, mentre nel frattempo l'infante riceveva gli omaggi di diverse famiglie nobiliari napoletane, fino alla consegna delle chiavi della città e del libro dei privilegi avvenuta il 9 aprile a Maddaloni da parte di una delegazione di eletti della città.[32]
Cronache dell'epoca riportano che Napoli fu bombardata con umanità, e che i combattimenti avvennero in un generale clima di cortesia tra i due eserciti, spesso tra gli sguardi dei napoletani che si avvicinavano incuriositi.[33] Il primo forte che si arrese agli spagnoli fu il Castello del Carmine (10 aprile), seguito da Castel Sant'Elmo (27 aprile), Castel dell'Ovo (4 maggio) ed infine Castel Nuovo (6 maggio).[34]
[modifica] Il Regno di Napoli torna indipendente
| Per approfondire, vedi le voci Battaglia di Bitonto e Assedio di Gaeta (1734). |
Carlo di Borbone fece il suo ingresso trionfale a Napoli il 10 maggio 1734. Entrato da Porta Capuana come tutti i conquistatori della città, cavalcava circondato dai suoi consiglieri ed era seguito da un gruppo di cavalieri che gettavano monete al popolo. Alla testa del corteo percorse via dei Tribunali, e dopo essersi fermato davanti alla cattedrale per ricevere la benedizione dell'arcivescovo della città, il cardinale Pignatelli, proseguì fino a Palazzo Reale. Due cronisti del tempo, il fiorentino Bartolomeo Intieri ed il veneziano Cesare Vignola, descrissero in modo diverso l'accoglienza che i napoletani gli riservarono. Intieri scrisse che il suo arrivo fu un evento epocale («sono accaduti fatti non succeduti ancora in molti secoli»), e che i popolani festanti gridavano che «Sua Altezza Reale era bello, che il suo viso era come quello di San Gennaro nella statua che lo rappresenta».[35] Vignola invece riportò che «non vi fu quell'acclamazione che veniva supposta», e che la folla applaudiva con «molta languidezza» e soltanto «per dare impulso a chi gettava il denaro perché gettasselo in maggior copia».[36]
Monsignor Celestino Galiani[37] riporta nelle sue Memorie che sabato 14 maggio avvenne il fenomeno della liquefazione del sangue di San Gennaro, un evento ritenuto miracoloso e portatore di buoni auspici per la città, e che i napoletani lo interpretarono come un segno della benevolenza del santo verso l'infante, che il lunedì seguente si recò ad onorarne le reliquie nella Cappella del Tesoro, donando un gioiello del valore di seimila ducati.[38] Il giorno successivo, 15 maggio, attraverso un dispaccio ed una lettera Filippo V proclamò l'indipendenza del Regno di Napoli con suo figlio Carlo come re. Il dispaccio, datato 15 aprile, annunciava:
| (ES)
« Mi muy Claro y muy amado Hijo. Por relevantes razones, y poderosos indispensables motivos havia resuelto, que en el caso de que mis Reales Armas, que he embiado à Italia para hacer la guerra al Emperador, se apoderasen del Reyno de Nàpoles os hubiese de quedar en propriedad como si vos lo hubiesedes adquirido con vuestras proprias fuerzas, y haviendo sido servido Dios de mirar por la justa causa que me asiste, y facilidar con su poderoso auxilio el mas feliz logro: Declaro que es mi voluntad que dicha conquista os pertenezca como a su legitimo Soverano en la mas ampla forma que ser pueda: Y para que lo podais hacer constar donde y quando combenga he querido manifestaroslo por esta Carta firmada de mi mano, y refrendada de mi infrascrito Consegero y Secretario de Estado y del Despacho.[39] »
|
(IT)
« Mio molto Illustre e molto amato figlio. Per rilevanti ragioni e fondamentali motivi avevo disposto che nel caso in cui l'Armata Reale, che ho inviato in Italia per muovere guerra all'imperatore, si fosse impadronita del Regno di Napoli, questo sarebbe dovuto rimanere di vostra proprietà come se voi lo aveste ottenuto con le vostre proprie forze, ed essendo stato servito Dio vista la giusta causa che mi assiste, e facilitato con il suo poderoso ausilio il più felice successo: Dichiaro che è mia volontà che detta conquista vi appartenga in qualità di suo legittimo Sovrano nella più ampia forma che questo comporta: Ed in modo che lo possiate constatare dove e quando convenga ho voluto manifestarvelo con questa Carta firmata di mio pugno, e ratificata dal Consigliere e Segretario di Stato e dell'Ufficio. »
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La lettera, scritta in francese, iniziava invece con le parole «Au roy de Naples. Monsieur mon frère et fils»[40] (Al re di Napoli. Signore mio fratello e figlio). Carlo di Borbone fu quindi il primo sovrano a risiedere a Napoli dopo oltre due secoli di vicereame, ma la conquista del regno non era ancora completa poiché gli austriaci, guidati dal principe di Belmonte Antonio Pignatelli nel frattempo subentrato al Carafa, avevano ricevuto rinforzi e si erano accampati nei pressi di Bitonto. Le truppe spagnole comandate dal conte di Montemar li attaccarono il 25 maggio e riportarono una schiacciante vittoria facendo migliaia di prigionieri, tra cui anche il principe di Belmonte, mentre il viceré Visconti ed altri ufficiali riuscirono a mettersi in salvo sulle navi attraccate a Bari. Per festeggiare la vittoria Napoli fu illuminata per tre notti, ed il 30 maggio Carlo accolse il generale Montemar con tutti gli onori e lo nominò duca di Bitonto.[41]
Cadute Reggio Calabria (20 giugno), L'Aquila (27 giugno) e Pescara (28 luglio), le ultime due roccaforti austriache rimaste nella penisola erano Gaeta e Capua. L'assedio di Gaeta avvenne alla presenza dell'infante e si concluse il 6 agosto. Il 28 dello stesso mese le truppe di Montemar sbarcarono in Sicilia, ed il 2 settembre entrarono a Palermo dando inizio all'invasione dell'isola.[42] Capua, strenuamente difesa da von Traun, si arrese invece il 24 novembre dopo una lunghissima resistenza.[43]
A Napoli i vantaggi dell'indipendenza si avvertirono subito, tanto che già nel luglio 1734 il console britannico Edward Allen scrisse al duca di Newcastle: «È certamente un vantaggio per questa città e questo regno che il Sovrano vi risieda poiché ciò fa sì che si importi denaro e non se ne esporti, cosa che invece accadde al massimo grado con i Tedeschi che avevano asciugato tutto l'oro della popolazione e quasi tutto l'argento per poter fare grandi donativi all'Imperatore [...]».[44]
[modifica] Il periodo napoletano e siciliano
[modifica] La questione dell'investitura
Durante i primi anni del regno di Carlo la corte napoletana fu impegnata in una disputa con la Santa Sede. Il Regno di Napoli era un antico feudo dello Stato della Chiesa e per questo motivo papa Clemente XII, considerandosi l'unico legittimato ad investire i re di Napoli, non riconobbe Carlo di Borbone come legittimo sovrano, ed attraverso il nunzio apostolico gli fece sapere di non ritenere valida la nomina ricevuta dal re di Spagna suo padre. Per tutta risposta, a Napoli una giunta presieduta dal giurista toscano Bernardo Tanucci concluse che l'investitura pontificia non era necessaria poiché l'incoronazione di un re non poteva essere considerata un sacramento. Tanucci attuò inoltre una politica di forte limitazione dei privilegi del clero, i cui vasti possedimenti godevano dell'esenzione fiscale e di una propria giurisdizione. Tuttavia da parte del governo napoletano non mancarono gesti distensivi, come vietare il rientro in patria allo storico pugliese in esilio Pietro Giannone, sgradito alle gerarchie ecclesiastiche.[45]
La situazione si aggravò quando nel 1735, pochi giorni prima dell'incoronazione di Carlo, il papa preferì accettare dall'imperatore anziché da lui la tradizionale offerta della chinea, una cavalla bianca ed una somma di denaro che i re di Napoli offrivano al papa come omaggio feudale ogni 29 giugno, ricorrenza dei santi Pietro e Paolo. La ragione di tale scelta risiedeva nel fatto che Carlo non era stato ancora riconosciuto come sovrano del regno napoletano da un trattato di pace, e quindi l'imperatore continuava ad essere de jure il re di Napoli. Inoltre la chinea imperiale era una consuetudine, mentre quella borbonica era una novità. Il pontefice ritenne quindi che accettare la prima fosse un gesto meno clamoroso, e così facendo provocò lo sdegno del religioso infante spagnolo.[46]
Nel frattempo Carlo era sbarcato in Sicilia, e nonostante la conquista borbonica dell'isola non fosse ancora completa, il 3 luglio fu incoronato sovrano delle Due Sicilie, rex utriusque Siciliae, nell'antica Cattedrale di Palermo.[47] L'incoronazione avvenne aggirando l'autorità del papa grazie all'Apostolica Legazia di Sicilia,[48] privilegio medioevale che garantiva all'isola una particolare autonomia giuridica dalla Chiesa, ed alla cerimonia non presenziò il legato papale come Carlo avrebbe voluto.[49]
Nel marzo dell'anno seguente si aggiunse un ulteriore motivo di attrito tra Napoli e Roma. Nella capitale pontificia si scoprì che i borbonici rinchiudevano cittadini romani nei sotterranei di Palazzo Farnese, proprietà di re Carlo, per reclutarli con la forza nell'esercito napoletano. Migliaia di trasteverini inferociti assaltarono il palazzo per liberarli, ed all'interno dell'edificio si abbandonarono al saccheggio. La folla si diresse poi verso l'ambasciata spagnola in piazza di Spagna, e negli scontri che seguirono furono uccisi diversi soldati borbonici tra cui un ufficiale. Successivamente il tumulto si estese fino a Velletri, dove la popolazione in sommossa aggredì delle guarnigioni spagnole in marcia verso Napoli.[50]
Il saccheggio di una proprietà del sovrano fu ritenuto un grave affronto dalle corti borboniche, di conseguenza gli ambasciatori spagnoli e quelli napoletani abbandonarono Roma, mentre i nunzi apostolici furono allontanati da Madrid e da Napoli. Reggimenti borbonici sconfinarono nello Stato Pontificio e la minaccia fu tale che alcune porte di Roma furono sbarrate e la guardia civica raddoppiata. Velletri fu occupata e costretta a pagare ottomila scudi come città vinta, Ostia fu saccheggiata, mentre Palestrina evitò la stessa sorte grazie al pagamento di un riscatto di sedicimila scudi.[51]
La commissione cardinalizia a cui fu affidato il caso decise di inviare a Napoli una delegazione di prigionieri trasteverini e velletrani come riparazione. I sudditi pontifici furono puniti con pochi giorni di prigione e poi, dopo aver chiesto il perdono reale, furono graziati.[52] Il sovrano napoletano successivamente riuscì ad appianare le proprie divergenze con il papa, e dopo lunghi negoziati, grazie alla mediazione del suo ambasciatore a Roma, il cardinale Acquaviva, ottenne l'investitura il 12 maggio 1738.[53]
Clemente XII morì nel 1740 ed il suo successore, Benedetto XIV, l'anno seguente stipulò un concordato con il Regno di Napoli che permetteva la tassazione di alcune proprietà del clero, riduceva il numero di ecclesiastici, e limitava le loro immunità e l'autonomia della giurisdizione separata attraverso l'istituzione di un tribunale misto.[54]
[modifica] La scelta del nome
Nella bolla d'investitura Carlo di Borbone fu nominato re di Napoli con il nome di Carlo VII, ma questa denominazione non fu mai utilizzata dal sovrano poiché i napoletani preferirono non apporre alcuna numerazione dopo il suo nome per marcare una netta discontinuità tra il suo regno e quelli dei predecessori che regnarono da un trono straniero. In particolare si scelse di non considerare nella serie dei sovrani l'imperatore Carlo VI d'Asburgo, che in passato aveva conteso i troni di Spagna, Napoli e Sicilia a suo padre Filippo V.[55] Sulla questione il contemporaneo Pietro Giannone scrisse:
| « Egli è vero, che i Napolitani non si avanzarono a determinare il numero non sapendo se dovessero dirlo sesto, o settimo, o pure ottavo. Se non si voleva tener conto dell'Imperadore, era d'uopo chiamarlo Carlo VI; ma se, come francese della famiglia Borbone, si volesse fra la serie de' re di Napoli porre Carlo VIII, re di Francia,[56] bisognava dirlo Carlo VII. Ma in ciò fortemente ripugnavano gli Spagnoli, che non volevan soffrire che di quel re francese si avesse conto; sicché, saviamente, non vi poser numero alcuno.[57] » |
In Sicilia invece fu chiamato Carlo III, invece di Carlo V, come avrebbe dovuto essere seguendo la numerazione, perché i siciliani non riconoscevano come loro sovrani legittimi né Carlo I d'Angiò, al quale si erano ribellati, né l'imperatore Carlo VI d'Asburgo, appena privato dell'isola e considerato un usurpatore dai borbonici. Giannone infatti riportò:
| « Ma i Siciliani, poiché essi non aveano l'imbroglio del re Carlo VIII, francamente omesso l'Imperadore, nelle loro monete, [...] determinarono il numero e dissero Carolus III, Siciliae Rex; poich'essi, che non erano stati sotto i re angioini, non riconoscevano altri Carli re di Sicilia se non Carlo V imperadore e Carlo II re di Spagna.[57] » |
Per tutti questi motivi il nuovo sovrano preferì usare in ogni suo decreto una titolatura priva di numerazioni:
| (LA) | (IT)
« Carlo per la Grazia di Dio Re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, etc. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro, etc. Gran Principe Ereditario di Toscana, etc. »
|
[modifica] La pace con l'Austria ed il matrimonio
| Per approfondire, vedi la voce Trattato di Vienna (1738). |
I negoziati per la conclusione del conflitto portarono alla firma dei preliminari di pace il 3 ottobre 1735, le cui disposizioni furono poi confermate il 18 novembre 1738 dal terzo trattato di Vienna. La coalizione borbonico-sabauda vinse la guerra, ma il trono polacco fu occupato dal candidato austro-russo Augusto III, già principe elettore di Sassonia con il nome di Federico Augusto II.
Carlo di Borbone fu riconosciuto da tutte le potenze europee come legittimo sovrano delle Due Sicilie e gli fu ceduto anche lo Stato dei Presidii, a condizione che questi stati rimanessero sempre separati dalla corona di Spagna. Fu però obbligato a rinunciare al Ducato di Parma e Piacenza, che fu ceduto all'imperatore, ed al diritto di successione sul Granducato di Toscana, che una volta morto Gian Gastone de' Medici sarebbe passato a Francesco Stefano di Lorena, marito dell'arciduchessa Maria Teresa.[60] Carlo conservò comunque per sé e per i suoi successori i titoli di Duca di Parma, Piacenza e Castro e Gran principe ereditario di Toscana,[61] ed ottenne inoltre il diritto di trasferire da Parma a Napoli tutti i beni ereditati dai Farnese.[62]
Contemporaneamente alle trattative di pace, Elisabetta Farnese iniziò ad intavolare negoziati per assicurare al figlio un matrimonio vantaggioso. Sfumata a causa dell'opposizione di Vienna la possibilità di ottenere la mano di una delle arciduchesse austriache, e nonostante la Francia proponesse le sue principesse, la scelta della regina di Spagna ricadde su Maria Amalia di Sassonia, figlia del nuovo re di Polonia Augusto III. La Farnese era intenzionata a consolidare la pace con l'Austria, e Maria Amalia, essendo figlia di una nipote dell'imperatore Carlo VI,[63] rappresentava una valida alternativa ad una delle arciduchesse.[64]
La promessa di nozze fu ratificata il 31 ottobre 1737. Maria Amalia era all'epoca appena tredicenne, fu quindi necessaria una dispensa papale per l'età, ottenuta dai diplomatici napoletani insieme al permesso per il corteo nuziale di attraversare lo Stato Pontificio. La cerimonia fu celebrata per procura a Dresda il 9 maggio dell'anno successivo (il sovrano napoletano fu rappresentato dal fratello maggiore della sposa Federico Cristiano). Il matrimonio agevolò la conclusione della controversia diplomatica con la Santa Sede: il giorno dopo le nozze fu infatti firmata la bolla pontificia che proclamò Carlo re di Napoli.[65]
L'incontro tra i due sposi avvenne il 19 giugno 1738 a Portella, una località al confine del regno presso Fondi, e durante il periodo dei festeggiamenti, il 3 luglio, re Carlo istituì l'Insigne e reale ordine di San Gennaro, l'ordine cavalleresco più prestigioso delle Due Sicilie.[66]
[modifica] I primi anni di regno sotto tutela
Gli inizi del regno di Carlo di Borbone furono caratterizzati da una forte dipendenza dalla corte di Madrid, dove Elisabetta Farnese esercitava la sua influenza su Napoli attraverso due nobili spagnoli a cui aveva affidato il figlio prima di inviarlo in Italia: il conte di Santo Stefano, primo ministro e tutore del re, ed il marchese di Montealegre, segretario di Stato. Santo Stefano in particolare fu per i primi quattro anni del regno di Carlo l'uomo più potente della corte napoletana, tanto da scegliere le frequentazioni e le amicizie del re, premurandosi che nessuno assumesse presso il giovane sovrano un'influenza maggiore della sua.[67] Un'autorità che sarebbe durata molto più a lungo di quella dei due spagnoli fu poi progressivamente ottenuta dal giurista Bernardo Tanucci, definito già nel 1738 il «verdadero inspirador y sostenedor de toda la política napoletana» (vero ispiratore e sostenitore di tutta la politica napoletana).[68]
Tra i primi importanti provvedimenti di Carlo ci furono quelli volti a riformare l'ordinamento giuridico attraverso la soppressione di organi istituiti nel periodo vicereale, inadatti per uno stato indipendente quale era diventato il Regno di Napoli. Attraverso una prammatica sanzione datata 8 giugno 1735 il Consiglio Collaterale fu abolito e sostituito nelle sue funzioni dalla Real Camera di Santa Chiara.
Intenzionato a trasformare Napoli in una grande capitale europea, Carlo affidò a Giovanni Antonio Medrano e ad Angelo Carasale il compito di costruire un grande teatro d'opera che avrebbe dovuto sostituire il piccolo Teatro San Bartolomeo. L'edificio fu realizzato in circa sette mesi, dal marzo all'ottobre 1737, e fu inaugurato il 4 novembre, onomastico del re, da cui prese il nome di Teatro di San Carlo.[69] L'anno seguente commissionò agli stessi architetti, affiancati stavolta da Antonio Canevari, la costruzione delle regge di Portici e di Capodimonte.[70] La prima fu per anni la residenza preferita dei sovrani, mentre la seconda, concepita inizialmente come casino di caccia per la vasta area boscosa circostante, fu in seguito destinata ad ospitare le opere d'arte che Carlo aveva trasferito da Parma.
Nel 1738, l'invadente tutela del conte di Santo Stefano era mal tollerata da Carlo e da Maria Amalia, che ne determinarono la caduta e ne sollecitarono il richiamo in Spagna. Gli successe nella carica di primo ministro il marchese di Montealegre, la cui popolarità a corte non si rivelò maggiore di quella del suo predecessore, ma la cui posizione era saldamente garantita dal favore di Elisabetta Farnese, con cui era in stretto contatto epistolare.[71]
In aprile, la minaccia dei pirati barbareschi, che da secoli terrorizzavano le coste delle Due Sicilie, arrivò al punto che una squadra di sciabecchi algerini irruppe nel Golfo di Napoli e tentò di rapire re Carlo in persona, mentre tornava da una battuta di caccia al fagiano sull'isola di Procida, per condurlo come prigioniero al cospetto del bey di Algeri.[72] Quest'ardita incursione spinse il governo napoletano a prendere provvedimenti drastici contro la pirateria barbaresca: in quegli anni fu migliorata la difesa delle coste con la costruzione di nuove fortificazioni (un esempio è dato dal forte del Granatello a Portici), mentre iniziò la costruzione di una flotta da guerra, il primo nucleo della Real Marina. Si agì anche sul piano diplomatico: furono stipulati un trattato con il Marocco riguardo la pirateria (14 febbraio 1739),[73] ed un «trattato di pace, navigazione e libero commercio» con l'Impero ottomano (7 aprile 1740),[74] di cui gli stati barbareschi del Maghreb (le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli) erano vassalli. Essendo però la sovranità ottomana sulle coste africane puramente nominale, le scorrerie barbaresche furono limitate solo grazie alle numerose vittorie riportate dalla marina napoletana, tra i cui ufficiali si distinse il capitano Giuseppe Martinez, ricordato nella tradizione popolare con il nome di Capitan Peppe.
Allo scopo di incrementare i commerci e di sviluppare i traffici mercantili del porto di Napoli, Carlo invitò gli ebrei a stabilirsi nel regno ricordando l'intraprendenza finanziaria della comunità ebraica di Livorno, che tanto aveva contribuito ad arricchire il porto toscano. Già introdotti nel regno da Federico II di Svevia nel 1220, e scacciati da Carlo V nel 1540, duecento anni dopo la loro espulsione gli ebrei furono chiamati da un editto di Carlo, emesso il 13 febbraio 1740, a dimorare e commerciare nelle Due Sicilie per cinquant'anni, ottenendo protezione, vari privilegi ed immunità.[74] L'editto scatenò un'ondata di antisemitismo fomentata dal clero, ed il re fu bersaglio di diversi libelli diffamatori, tra cui uno che gli attribuiva il titulus crucis ICRJ (Infans Carolous Rex Judæorum).[75]
Nel 1743 Carlo e Maria Amalia fondarono la Real Fabbrica di Capodimonte per la produzione di porcellana, manifattura tipica della cittadina sassone di Meissen, dalla cui prestigiosa fabbrica provenivano alcuni operai che l'elettore di Sassonia, suocero di Carlo, inviò a Napoli.
[modifica] La guerra di successione austriaca
| Per approfondire, vedi le voci Guerra di successione austriaca e Battaglia di Velletri (1744). |
La pace sancita a Vienna ebbe breve durata: nel 1740, alla morte di Carlo VI d'Asburgo, il fallimento della prammatica sanzione scatenò l'ultima grande guerra di successione. La Spagna, insieme a Francia e Prussia, si opponeva all'Austria di Maria Teresa ed alla coalizione che la sosteneva, a cui tra gli altri stati aderirono la Gran Bretagna ed il Regno di Sardegna.
Carlo si proclamò neutrale, ma quando suo padre Filippo V gli intimò di mandare delle truppe nell'Italia centrale in appoggio a quelle franco-spagnole che fronteggiavano gli eserciti austriaci e sardo-piemontesi, inviò al fronte diecimila uomini sotto il comando del duca di Castropignano. La Spagna, pur disponendo in battaglia di truppe napoletane, sperava di trarre vantaggio dalla neutralità delle Due Sicilie. Carlo fu però costretto a tornare sui suoi passi nell'agosto 1742, quando il commodoro britannico Martin, al comando di una squadra navale composta da tredici navi, minacciò di bombardare Napoli se non si fosse ritirato dal conflitto. Montealegre, nonostante fosse stato messo in guardia mesi prima del pericolo di un'incursione navale inglese, e convinto che Napoli fosse protetta dalla formale neutralità, fu colto di sorpresa e convinse Carlo a sottostare alle richieste della Gran Bretagna.[76]
La dichiarazione di neutralità del re di Napoli fu fortemente biasimata dai governi di Francia e Spagna, che la ritennero una prova di debolezza, ed inoltre non fu presa in seria considerazione neanche dalle potenze nemiche, che con il trattato di Worms del 1743 decisero che Napoli ed i Presidii sarebbero dovuti tornare all'Austria e la Sicilia ai Savoia. Nel novembre seguente, Maria Teresa si rivolse ai sudditi del Regno di Napoli con un proclama, redatto da esuli napoletani a Vienna, in cui prometteva perdoni e vari benefici, oltre all'espulsione degli ebrei introdotti da Carlo, nella speranza che si ribellassero ai borbonici.[77] L'imminente invasione austriaca riaccese le speranze del partito filo-asburgico, che Tanucci represse disponendo l'arresto di oltre ottocento persone.
Dalla corte di Madrid i genitori di Carlo lo incoraggiarono a prendere le armi additandogli l'esempio del fratello minore, l'infante Filippo, che si era già distinto su numerosi campi di battaglia. Rischiando di perdere il regno conquistato appena dieci anni prima, il 25 marzo 1744, dopo aver emanato un proclama per rassicurare i suoi sudditi, re Carlo prese il comando del suo esercito per contrastare le armate austriache del principe di Lobkowitz che marciavano verso il confine napoletano.[78]
La partecipazione delle Due Sicilie al conflitto culminò l'11 agosto nella decisiva battaglia di Velletri, in cui le truppe napoletane guidate da re Carlo e dal duca di Castropignano, insieme a quelle spagnole agli ordini del conte di Gages, sconfissero nettamente gli austriaci di Lobkowitz infliggendogli gravi perdite. Il coraggio dimostrato dal sovrano napoletano in battaglia spinse il re di Sardegna Carlo Emanuele III, suo nemico, a scrivere che «aveva rivelato una costanza degna del suo sangue e che si era comportato gloriosamente».[79]
La vittoria di Velletri assicurò definitivamente a re Carlo il possesso delle Due Sicilie, ed inoltre il trattato di Aquisgrana, concluso nel 1748, assegnò a suo fratello Filippo i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla accrescendo la presenza borbonica in Italia.
[modifica] Il governo personale dei due regni
Nel 1746, il marchese di Montealegre, procuratosi le antipatie della regina Maria Amalia, e la cui reputazione era compromessa dal non aver saputo far fronte all'incursione inglese del 1742, fu richiamato in Spagna. Gli successe nella carica di primo ministro il piacentino Giovanni Fogliani d'Aragona, la cui nomina rappresentò un passo avanti verso una maggiore autonomia dalla corte spagnola. A luglio la morte di Filippo V e l'ascesa al trono spagnolo del figlio di primo letto Ferdinando VI, segnando la fine del potere di Elisabetta Farnese, concretizzarono l'indipendenza delle Due Sicilie dalla Spagna. Da questo momento Carlo iniziò infatti a regnare autonomamente accentrando su di sé il potere di governo e limitando il potere dei ministri legati a Madrid.[80]
Lo stesso anno il cardinale arcivescovo Spinelli tentò di introdurre l'Inquisizione a Napoli provocando la violenta reazione dei napoletani, tradizionalmente ostili al tribunale ecclesiastico, che implorarono l'intervento di re Carlo. Il sovrano entrò nella Basilica del Carmine e toccando l'arcivescovo con la punta della sua spada gli giurò che non avrebbe permesso l'istituzione dell'Inquisizione nel suo regno. Spinelli, che fino a quel momento aveva goduto del favore del re e del popolo, fu allontanato dalla città. L'ambasciatore britannico Sir James Gray commentò: «Il modo in cui il re si è comportato in questa occasione è considerato come uno degli atti più popolari del suo regno».[81]
Desideroso di costruire un palazzo che potesse rivaleggiare con Versailles in magnificenza, nel 1751 re Carlo decise di edificare una residenza reale a Caserta, località dove possedeva già un padiglione di caccia e che gli ricordava il paesaggio di San Ildefonso in Spagna. La tradizione vuole che la sua scelta ricadde sulla cittadina perché, essendo lontana allo stesso tempo dal Vesuvio e dal mare, garantiva protezione in caso di eruzione del vulcano e di incursioni nemiche. Della costruzione fu incaricato l'architetto italo-olandese Luigi Vanvitelli, che iniziò ufficialmente i lavori il 20 gennaio 1752, trentaseiesimo compleanno del re, dopo una fastosa cerimonia.[82]
A Vanvitelli fu assegnato inoltre il compito di disegnare il Foro Carolino a Napoli (oggi piazza Dante, all'epoca chiamata largo del Mercatello), costruito a forma di emiciclo e cinto da un colonnato alla cui sommità furono poste ventisei statue raffiguranti le virtù di re Carlo, alcune delle quali scolpite da Giuseppe Sanmartino.[83] La nicchia centrale del colonnato avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, mai realizzata, sul cui piedistallo furono incise iscrizioni di Alessio Simmaco Mazzocchi.[84]
Costruzioni che rispecchiano lo spirito illuminato del regno di Carlo sono gli alberghi dei poveri di Palermo e di Napoli, edifici dove gli indigenti, i disoccupati e gli orfani avrebbero ricevuto ospitalità, nutrimento ed educazione. I lavori del primo, che si trova sulla strada che dalla Porta Nuova conduce a Monreale, iniziarono il 27 aprile 1746.[85] La costruzione del Real Albergo dei Poveri napoletano, ispirata dal predicatore domenicano Gregorio Maria Rocco, fu affidata all'architetto Ferdinando Fuga ed iniziò invece il 27 marzo 1751,[86] Il colossale palazzo è ampio solo la metà di quello originariamente progettato.[87] La piazza su cui affaccia porta oggi il nome di piazza Carlo III in onore del re.
Firmò patti di commercio e navigazione con Svezia (30 giugno 1742)[88], Danimarca (6 maggio 1748)[89] e Olanda (27 agosto 1753)[90]; e confermò i vecchi con Spagna, Francia e Gran Bretagna.
Carlo di Borbone fu un re molto amato dai Napoletani, riuscendo ad entrare in sintonia con il popolo e i suoi bisogni. Con il passare degli anni sovrastò anche l'influenza dei suoi ministri, accentrando il potere nelle sue mani e apparendo quindi sempre più come il principale se non l'unico artefice di un periodo di grande risveglio per i regni di Napoli e Sicilia dopo secoli di dominazione straniera.
Il principale merito di Carlo resta, in effetti, quello di aver ricreato la "nazione napoletana", aver reso il Regno indipendente e sovrano. Fu, nondimeno, artefice di una politica di profonde riforme amministrative, sociali e religiose che da tempo attendevano realizzazione.
Fra le iniziative commerciali, per sollevare il Regno dalle difficili condizioni economiche, Carlo istituì la Giunta di Commercio, intavolò trattative con turchi, svedesi, francesi e olandesi, istituì una compagnia di assicurazioni e prese provvedimenti per la difesa del patrimonio forestale, cercò di cominciare a sfruttare le risorse minerarie, istituì consolati e monti frumentari.
Per l'edilizia culturale, sono da ricordare tra gli altri la nuova sede dell'Università, gli scavi di Ercolano e Pompei, l'Accademia Ercolanese, la Biblioteca Reale e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Le Due Sicilie rimasero neutrali durante la guerra dei sette anni (1756-1763), scoppiata quando la Prussia di Federico II invase la Sassonia, madrepatria della regina Maria Amalia. In una lettera al duca di Santa Elisabetta, ambasciatore napoletano a Dresda, Tanucci scrisse: «qui si palpita pel campo sassone e aspettiamo continuamente qualche staffetta che ci porti la libertà di quel Sovrano in qualunque maniera che non offenda il suo decoro».[91].
Carlo e Tanucci temevano le mire espansionistiche di Carlo Emanuele III di Savoia, che il ministro toscano definiva il «Federico italiano, il cui potere usurpando la terra dei suoi vicini è aumentato».[92] Il primo ministro britannico William Pitt avrebbe voluto creare una Lega italiana per fare in modo che il regno napoletano e quello sardo-piemontese combattessero uniti l'Austria di Maria Teresa, ma Carlo rifiutò di aderire. La scelta fu biasimata dall'ambasciatore napoletano a Torino, Domenico Caracciolo, che scrisse:
| « La situazione degli affari italiani non è delle più belle, ma è aggravata dal fatto che il re di Napoli e il re di Sardegna avendo maggior forza degli altri, potrebbero opporsi ai piani dei loro vicini, e difendersi, così, contro i disturbatori della pace se fossero in qualche modo uniti; ma sono separati dalla lontananza e forse anche dai loro diversi sistemi di governo.[93] » |
Anche con la Repubblica di Genova i rapporti furono tesi, poiché Pasquale Paoli, generale dei ribelli indipendentisti còrsi, era un ufficiale dell'esercito napoletano ed i genovesi sospettavano che ricevesse aiuti dal Regno di Napoli.[94]
Il regno di Carlo di Borbone rappresentò per Napoli l'inizio di quella che lo storico Giuseppe Galasso ha definito «l'ora più bella» della storia del regno.[95][96]
[modifica] La successione al trono di Spagna
L'eventualità che Carlo dovesse succedere al fratellastro Ferdinando VI di Spagna, il cui matrimonio fu sterile, fu prevista già dal trattato di Aquisgrana (1748). Poiché il trattato di Vienna (1738) nell'assegnargli le Due Sicilie aveva escluso la possibilità di un'unione personale tra queste e la Spagna, ad Aquisgrana le potenze contraenti stabilirono che, qualora fosse stato chiamato a Madrid, a Napoli avrebbe dovuto succedergli suo fratello minore, Filippo I di Parma, mentre i possedimenti di quest'ultimo sarebbero stati divisi tra Maria Teresa d'Austria (Parma e Guastalla) e Carlo Emanuele III di Savoia (Piacenza), in forza del loro "diritto di reversione" su quei territori.[97] Deciso a mantenere la sua discendenza sul trono napoletano, re Carlo rifiutò di ratificare il trattato di Aquisgrana e fece lo stesso con il trattato di Aranjuez del 1752, stipulato tra Spagna, Austria e Regno di Sardegna, che confermava quanto deciso dal primo.
Riferendosi al segretario di Stato spagnolo José de Carvajal y Lancaster, artefice dell'accordo, Tanucci scrisse in una delle sue lettere, datata 27 giugno 1752, queste accese parole:
| « Egli ha ultimamente architettato un trattato che divide la casa reale. Il re delle Due Sicilie ha questi regni per sua primogenitura come permutati con Toscana e Parma. Persuase al Re fratello [Ferdinando VI], e all'altro Re cugino della Francia [Luigi XV], che lo lasciassero fuori del trattato di Aquisgrana, per cui a lui che divenisse re di Spagna si toglievano le Sicilie da trasferirsi all'Infante don Filippo, il quale dovesse allora render Parma e Guastala alla regina d'Ungheria [Maria Teresa], Piacenza al re di Sardegna [Carlo Emanuele III]. Aveva il re delle Sicilie più figli, ai quali per tutte le leggi si deve la di lui successione, e si può eseguire, benché un di essi re di Spagna si voglia escludere dall'Italia. A questi egli era obbligato dalla natura prima che al fratello, il quale non ha alcun diritto sul patrimonio del suo primogenito fratello, che abbia discendenza. Ora il sig. Carvasal senza alcuna considerazione ha piantato per base del nuovo trattato quello stesso trattato d'Aquisgrana e ci vuol forzare ad accettare in pace e senza alcuna necessità quel che in tempo di guerra ci fu permesso di ricusare.[98] » |
Allo scopo di salvaguardare i diritti della sua stirpe, re Carlo intraprese negoziati diplomatici con Maria Teresa e nel 1758 stipulò con lei il quarto trattato di Versailles, in virtù del quale l'Austria rinunciò ai ducati italiani e di conseguenza smise di sostenere la candidatura di Filippo al trono napoletano. Carlo Emanuele III continuò invece ad avanzare pretese su Piacenza, e quando Carlo schierò le sue truppe sul confine pontificio per opporsi ai piani sabaudi la guerra sembrava inevitabile. Grazie alla mediazione di Luigi XV, imparentato con entrambi, il re di Sardegna dovette infine rinunciare a Piacenza ed accontentarsi di un risarcimento finanziario. Il sovrano borbonico riuscì quindi ad assicurare la successione ad uno dei sui figli ed allo stesso tempo a ridimensionare le ambizioni sabaude.[99]
Intanto Ferdinando VI, sconvolto dalla morte delle moglie Maria Barbara di Braganza, iniziò a manifestare i sintomi di quella forma di infermità mentale che aveva già colpito suo padre, ed il 10 dicembre 1758, dopo aver nominato Carlo suo erede universale, si rifugiò a Villaviciosa de Odón, dove morì il 10 agosto successivo. Carlo fu quindi proclamato re di Spagna con il nome di Carlo III e, rispettando quanto stabilito dai trattati internazionali, in attesa di nominare un successore per Napoli assunse il titolo di "signore" delle Due Sicilie abbandonando quello di re.[100]
Essendo il primogenito Filippo affetto da infermità mentale, il titolo di principe delle Asturie, spettante all'erede al trono spagnolo, fu assegnato al secondo maschio Carlo Antonio. Il diritto ad ereditare le Due Sicilie passò allora al terzo maschio Ferdinando, riconosciuto dall'Austria con un trattato firmato a Napoli il 3 ottobre 1759. Carlo abdicò in suo favore il 6 ottobre ed attraverso una prammatica sanzione sancì la definitiva separazione tra la casa reale spagnola e quella napoletana.
Ferdinando divenne re di Napoli a soli otto anni con il nome di Ferdinando IV (Ferdinando III come re di Sicilia), e per consolidare l'alleanza con l'Austria fu destinato a sposare una delle figlie di Maria Teresa. Carlo lo affidò ad un consiglio di reggenza composto da otto membri, tra i quali il più potente era Tanucci, con il compito di governare finché il giovane re non avesse compiuto sedici anni. Le decisioni più importanti le avrebbe comunque prese di persona dalla corte madrilena attraverso una fitta corrispondenza con il fidato Tanucci. Gli altri figli, eccetto Filippo, si imbarcarono con i genitori per la Spagna, ed al loro seguito partì anche il marchese di Squillace (che in Spagna divenne Esquilache).
Diversamente da quanto fece trasferendosi da Parma a Napoli, Carlo non portò con sé in Spagna niente che appartenesse alle Due Sicilie. Un aneddoto riporta che prima di imbarcarsi si tolse persino un anello che aveva trovato durante una visita agli scavi archeologici di Pompei, dicendo: «Anche questo anello è patrimonio dello Stato!».[101]
La flotta salpò dal porto di Napoli il 7 ottobre lasciando dietro di sé una città rattristata per la perdita del suo re, ed arrivò in quello di Barcellona dieci giorni dopo accolta da grande entusiasmo. Nel festeggiare il nuovo sovrano, i catalani gridavano: «¡Viva Carlos III, el verdadero!» (viva il vero Carlo III!), per non confonderlo con il pretendente che avevano sostenuto in opposizione a suo padre Filippo V durante la guerra di successione spagnola, l'arciduca Carlo d'Asburgo (in seguito imperatore Carlo VI), che proprio a Barcellona era stato acclamato re con il nome di Carlo III. Compiaciuto dalla calorosa accoglienza, Carlo di Borbone restituì alla Catalogna parte di quei privilegi di cui aveva goduto prima della sollevazione del 1640, e diversi tra quelli che suo padre le aveva revocato come punizione per essersi schierata contro di lui nella guerra di successione.[102]
[modifica] Il periodo spagnolo
A differenza del suo periodo precedente, la politica di Carlo come monarca di Spagna viene generalmente vista come un insieme di luci ed ombre. Mentre la sua politica interna fu certamente benefica per il Paese, continuando sulla falsariga delle riforme del periodo napoletano, la sua politica estera raccolse più che altro insuccessi. La tradizionale amicizia per la Francia lo condusse infatti a cercare di contrastare la potenza inglese in un momento certamente non favorevole. A causa del "patto di famiglia" con Luigi XV, la Spagna si trovò coinvolta nella fase finale della guerra dei sette anni, con gravi perdite.
Nel 1770 un'altra infruttuosa avventura lo vide nuovamente in guerra contro la Gran Bretagna per il possesso delle isole Falkland. Nel 1779, sebbene riluttante, appoggiò la Francia e i neonati Stati Uniti d'America nella guerra di indipendenza americana, pur consapevole che l'indipendenza delle colonie inglesi avrebbe, di lì a poco, avuto un'influenza nefasta sulla tenuta delle colonie spagnole d'America.
Invece sul fronte interno si adoperò molto per la modernizzazione del Paese.
Appena salito al trono Carlo III nominò come segretario delle finanze e del tesoro il marchese di Squillace e insieme al ministro il re attuò numerose riforme. Venne riorganizzato l'esercito e la marina anche se i risultati in questo campo non furono ottimi a causa dell'intervento nella guerra dei sette anni. Poi venne abolito il calmiere sulle farine e venne liberalizzato il commercio del grano ma tale riforma provocò la rivolta detta Motín de Esquilache a causa del forte aumento del prezzo del pane dovuto ad una carenza a livello Europeo. La manipolazione fatta da settori di nobiltà e la chiesa divenne un attacco diretto alla politica riformista effettuati dai ministri del re. Da Madrid il moto, si estese alle province costringendo il re a bandire il ministro che venne sostituito da Pedro Rodríguez de Campomanes come segretario degli affari economici mentre il conte di Floridabanca divenne primo ministro. Il nuovo governo nominò una commissione per scoprire le cause della rivolta che non fu solo la mancanza del pane e la carestia ma anche la forte propaganda di gesuiti e di nobili che furono esiliati sia i primi che i secondi nel 1767 e con tale manovra vennero confiscati loro tutti i beni. Un'altra iniziativa da ricordare fu la riforma fiscale che ridimensionò ancor di più i privilegi fiscali di clero e nobiltà grazie all'introduzione di un'imposta sul reddito e di un catasto (molto simile a quello che aveva applicato a Napoli).
A causa dell'espulsione dei gesuiti si creò un forte problema nelle università del regno che furono drasticamente riorganizzate con insegnanti illuministici mentre vennero ridotte le ore di teologia e di giurisprudenza a favore delle discipline scientifiche. Vennero create scuole professionali per divenire artigiani e accademie artistiche in più i soldi delle confische vennero spesi in donazioni a studenti poveri e per costruire ospizi e ospedali.
Tuttavia i ministri e il re si dimostrarono attivi soprattutto nella protezione dell'agricoltura. Vennero infatti ridistribuite in modo più equo le terre, vennero riformati i contratti agricoli e soprattutto venne abolita la mesta, l'associazione degli allevatori e quindi molte terre usate a pascolo vennero trasformate in floride fattorie. Poi Campomanes elaborò un decreto teso a ripopolare l'Andalusia e le aree della Sierra Morena, terre mal sfruttate e in preda ai nobili e al banditismo. A tal fine furono convinti a emigrare lì cattolici fiamminghi e tedeschi e anche disoccupati spagnoli; quella che fino a pochi anni prima era area depressa, migliorò di molto la propria capacità produttiva. Nel 1778 venne liberalizzato il commercio spagnolo con l'America e con le Filippine e vennero costituite alcune società commerciali. Altre misure furono la creazione del Banco di San Carlo,la costruzione di opere pubbliche, come ad esempio il Canal imperiale d'Aragona e soprattutto gli enormi lavori urbanistici nelle città spagnole.
Durante il suo governo vennero organizzati anche i primi censimenti mentre, per ovviare alla scarsità demografica, vennero stabiliti aiuti alle famigli numerose. Il re organizzò un vasto e molto ambizioso programma di crescita industriale basato su industrie tessili e meccaniche; grazie a ciò alcune regioni come le Asturie e la Catalogna si industrializzarono piuttosto in fretta, le esportazioni di lana grezza vennero fortemente ridotte e aumentarono quelle di tessuti lavorati. Per rendere più efficiente l'economia venne riorganizzata la moneta, vennero costruite in ogni provincia le Società degli Amici del Paese, precursori delle moderne camere di commercio in più vennero ridotti i dazi doganali. Nel contempo il sistema legislativo fu modernizzato: venne abolita la tortura, ristretta la pena di morte e tolto gran parte del potere all'Inquisizione anche se questa non fu abolita.
Organizzò il sistema sanitario, di raccolta dei rifiuti, fognario e di illuminazione del paese; a Madrid diresse un ambizioso piano di costruzioni, con grandi viali, come ad esempio i monumenti Cibeles, Nettuno, la porta di Alcalá, la costruzione del giardino botanico, l'ospedale di San Carlos (il Museo Regina Sofia di oggi), e l'edificio del Museo del Prado (ad esempio, del Museo di Storia Naturale). In definitiva quindi il suo regno può essere a pieno titolo inserito nella corrente detta del dispotismo illuminato, rappresentando per la Spagna, un periodo di prosperità.
Gli ultimi anni della sua vita saranno amareggiati dalla discordia con il figlio a Napoli, ed in particolare con la nuora, Maria Carolina, figlia dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, decisa a limitare l'influenza spagnola (e quindi di Carlo III) nella corte di Napoli.
Morì il 14 dicembre del 1788, proprio a pochi mesi dallo scoppio della Rivoluzione francese che avrebbe bruscamente chiuso la sua epoca.
[modifica] Carlo III ed i simboli nazionali spagnoli
Il 3 settembre 1770 Carlo III dichiarò la Marcha Granadera marcia d'onore ufficializzandone l'uso nelle occasioni solenni. È stata da allora utilizzata de facto come inno nazionale della Spagna, ad eccezione del breve periodo della seconda repubblica (1931-1939).
Si deve a Carlo III anche la scelta dei colori e del disegno dell'attuale bandiera spagnola, che derivano da quelli del pabellón de la marina de guerra, bandiera della marina militare introdotta dal re il 28 maggio 1785. Fino ad allora sulle navi da guerra spagnole sventolava il tradizionale vessillo bianco borbonico con lo stemma del sovrano, sostituito perché difficilmente distinguibile dalle bandiere degli altri regni borbonici.[103]
[modifica] Genealogia
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Filippo V (1700-1746)
Figli
Luigi I (1724)
Ferdinando VI (1746-1759)
Carlo III (1759-1788)
Figli
Carlo IV (1788-1808)
Figli
Ferdinando VII (1808-1833)
Figli
Isabella II (1833-1874)
Figli
Alfonso XII (1874-1885)
Figli
Alfonso XIII (1886-1939)
Figli
Juan (1939-1975)
Figli
Juan Carlos I (1975-oggi)
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[modifica] Discendenza
Da Maria Amalia di Sassonia, sua unica moglie, Carlo ebbe tredici figli di cui solo sette raggiunsero l'età adulta. Nacquero tutti mentre il padre regnava sulle Due Sicilie.
| Nome | Nascita | Morte | Note |
|---|---|---|---|
| Maria Isabella | 6 settembre 1740 | 1º novembre 1742 | |
| Maria Giuseppina | 20 gennaio 1742 | 3 aprile 1742 | |
| Maria Isabella | 30 aprile 1743 | 5 marzo 1749 | |
| Maria Giuseppina | 6 luglio 1744 | 8 dicembre 1801 | |
| Maria Luisa | 24 novembre 1745 | 15 maggio 1792 | Sposò il granduca di Toscana Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena, poi imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Leopoldo II. |
| Filippo | 13 giugno 1747 | 19 settembre 1777 | Insignito alla nascita del titolo di duca di Calabria, fu successivamente escluso dalla successione per incapacità mentale. |
| Carlo Antonio | 11 novembre 1748 | 20 gennaio 1819 | Alla morte del padre divenne re di Spagna con il nome di Carlo IV continuando il ramo spagnolo dei Borbone. Sposò sua cugina Maria Luisa di Borbone-Parma. |
| Maria Teresa | 29 novembre 1749 | 29 aprile 1750 | |
| Ferdinando | 12 gennaio 1751 | 4 gennaio 1825 | In seguito all'ascesa di suo padre al trono spagnolo, continuò il ramo napoletano della dinastia diventando re di Napoli con il nome di Ferdinando IV e re di Sicilia con il nome di Ferdinando III. Nel 1816 unificò i due regni nel Regno delle Due Sicilie ed assunse il nome di Ferdinando I. Sposò l'arciduchessa Maria Carolina d'Asburgo-Lorena. |
| Gabriele | 11 maggio 1752 | 23 novembre 1788 | Sposò Maria Anna Vittoria di Braganza, figlia dei sovrani Maria I e Pietro III del Portogallo. |
| Maria Anna | 3 luglio 1754 | 11 maggio 1755 | |
| Antonio Pasquale | 31 dicembre 1755 | 20 aprile 1817 | Sposò una delle figlie di suo fratello Carlo IV, Maria Amelia. |
| Francesco Saverio | 7 febbraio 1757 | 10 aprile 1771 |
Il sovrano rimase sempre fedele alla consorte, condotta insolita in un'epoca in cui nelle corti l'amore era percepito principalmente come uno svago extra-matrimoniale. Charles de Brosses, in visita a Napoli, circa il suo affetto per la moglie scrisse: «Ho notato che non vi è letto nella camera del re, tanto puntuale egli è ad andare a dormire nella camera della regina. Senza dubbio questo è un bell'esempio di assiduità coniugale».[104] Osservò una rigorosa castità extra-coniugale anche quando nel 1760 la prematura morte della regina lo lasciò vedovo a soli quarantaquattro anni; nonostante tutte le corti europee sperassero in un suo secondo matrimonio, forte delle sue convinzioni religiose rispettò una rigorosa astinenza sessuale, resistendo a pressioni politiche, proposte di alleanza, e a tentativi di seduzione.[105]
[modifica] Onorificenze
[modifica] Note
- ^ Vedi La scelta del nome.
- ^ Elisabetta era figlia di Odoardo II Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg. Dopo la morte di Odoardo, Dorotea ne sposò il fratello minore Francesco, che quindi era allo stesso tempo zio e patrigno di Elisabetta.
- ^ Queste qualità della Farnese, contrapposte all'instabile carattere di Filippo, indussero lo storico Michelangelo Schipa ad affermare che Carlo era nato «da un principe francese, che valeva men di una donna, e da una principessa italiana, che valeva assai più di un uomo» (Schipa, op. cit., p. 70; Gleijeses, op. cit., p. 44).
- ^ Doyle, op. cit., p. 444.
- ^ a b Articolo V del trattato di Londra (trattati, op. cit., pp. 11-13).
- ^ Acton, op. cit., p. 31.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 46.
- ^ Carlo VI era stato il contendente di Filippo V durante la guerra di successione spagnola, ed a causa delle sue rivendicazioni sul trono iberico, Spagna ed Austria erano ufficialmente ancora in guerra dal 1701.
- ^ Articoli IX-XIII del trattato di Siviglia (trattati, op. cit., pp. 262-264).
- ^ Botta, op. cit., vol. VIII, pp. 104-105; Drei, op. cit., pp. 287-288.
- ^ Botta, op. cit., vol. VIII, libro trentesimottavo, pp. 105-106.
- ^ Legge medioevale che escludeva la discendenza femminile dalla successione.
- ^ La prammatica sanzione doveva essere riconosciuta da tutte le potenze europee per avere efficacia. Per questo motivo la politica estera di Carlo VI, deciso ad assicurare un futuro alla sua dinastia, fu improntata alla ricerca dell'approvazione internazionale del documento (Doyle, op. cit., p. 447).
- ^ La spada è oggi conservata nella sala d'armi del Museo di Capodimonte a Napoli. Luigi XIV la donò a suo nipote Filippo prima di inviarlo in Spagna nel 1700. Carlo la tramandò poi a suo figlio Ferdinando durante la cerimonia in cui lo nominò suo successore sul trono di Napoli il 6 ottobre 1759.
- ^ Botta, op. cit., vol. VIII, libro trentesimottavo, pp. 106-108.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 46-48.
- ^ Schipa, op. cit., p. 19; Gleijeses, op. cit., p. 48.
- ^ Schipa, op. cit., p. 72.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 48.
- ^ Acton, op. cit., pp. 17-18.
- ^ Questa caratteristica lo accomuna a suo figlio Ferdinando IV di Napoli, soprannominato "Re Nasone" dai suoi sudditi.
- ^ Schipa, op. cit., p. 74.
- ^ Acton, op. cit., pp. 18-19.
- ^ Per approfondire, vedi la voce Ducato di Castro.
- ^ Muratori, op. cit., p. 6.
- ^ Acton, op. cit., p. 20.
- ^ Acton, op. cit., p. 20; Colletta, op. cit., p. 66.
- ^ Schipa, op. cit., p. 108; Gleijeses, op. cit., p. 49.
- ^ Acton, op. cit., p. 20.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 50.
- ^ Colletta, op. cit., p. 72.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 50-53.
- ^ Acton, op. cit., pp. 23-24; Gleijeses, op. cit., pp. 55-56.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 50-53.
- ^ Acton, op. cit., p. 25; Gleijeses, op. cit., p. 59.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 58.
- ^ Zio del più famoso abate Ferdinando Galiani.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 58-59.
- ^ Schipa, op. cit., p. 128; Gleijeses, op. cit., p. 60.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 60.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 61-62.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 62-63.
- ^ Colletta, op. cit., p. 40.
- ^ Acton, op. cit., p. 36.
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 63-64.
- ^ Colletta, op. cit., p. 99.
- ^ Acton, op. cit., pp. 28-29.
- ^ Di Pinto, op. cit., p. 271.
- ^ Acton, op. cit., p. 35.
- ^ Muratori, op. cit., pp. 66-67.
- ^ Muratori, op. cit., pp. 66-68. Colletta riporta invece quarantamila scudi per Velletri e quindicimila per Palestrina (Colletta, op. cit., pp. 99-100).
- ^ Colletta, op. cit., pp. 100-101.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 35.
- ^ Acton, op. cit., p. 64.
- ^ Ceva Grimaldi, op. cit., p. 721. Si veda inoltre lo schema presente nella pagina.
- ^ Carlo VIII di Francia, rivendicando l'eredità degli Angioini, nel 1495 invase il Regno di Napoli proclamandosi re con il nome di Carlo IV in opposizione ai sovrani della dinastia aragonese allora regnante. Il successivo re di Napoli di nome Carlo, il re di Spagna ed imperatore Carlo V d'Asburgo, si chiamò anch'esso Carlo IV di Napoli escludendolo dalla numerazione.
- ^ a b Pietro Giannone, Vita scritta da lui medesimo , Università di Roma "La Sapienza", Biblioteca Italiana, 2003. URL consultato il 29-9-2009.
- ^ Rex Neapolis fino all'incoronazione del 3 luglio 1735 a Palermo.
- ^ Si veda questo elenco di decreti conservati negli archivi statali spagnoli.
- ^ Atto di cessione del Ducato di Parma e Piacenza all'Imperatore, e del diritto di successione sul Granducato di Toscana alla Casa di Lorena. 1º dicembre 1736 (trattati, op. cit., p. 329-332).
- ^ Gli stemmi dei Farnese e dei Medici continuarono infatti ad essere rappresentati come punti dell'arme nello stemma dei Borbone di Napoli.
- ^ Portò con sé a Napoli la collezione di opere d'arte, gli archivi e la biblioteca ducale, i cannoni dei forti, ed anche la scalinata di marmo del Palazzo Ducale (Acton, op. cit., p. 32). Tale patrimonio artistico è oggi conservato nel Museo di Capodimonte (Galleria Farnese), mentre nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) sono esposte anche le opere provenienti dal Palazzo Farnese di Roma, trasferite a Napoli da Ferdinando di Borbone (Collezione Farnese).
- ^ La madre di Maria Amalia, Maria Giuseppa d'Asburgo, era figlia del defunto imperatore Giuseppe I, fratello maggiore di Carlo VI.
- ^ Michelangelo Schipa definì il matrimonio «un mezzo termine fra l'inclinazione spagnuola e l'avversione viennese ad un connubio austro-borbonico» (Schipa, op. cit., p. 173; Gleijeses, op. cit., p. 67).
- ^ Gleijeses, op. cit., pp. 67-68.
- ^ Acton, op. cit., pp. 46-50; Gleijeses, op. cit., pp. 70-74.
- ^ Acton, op. cit., p. 33.
- ^ Gleijeses, op. cit., p. 94.
- ^ Acton, op. cit., p. 38.
- ^ Acton, op. cit., pp. 53-54.
- ^ Acton, op. cit., p. 60.
- ^ Lamberto Radogna, Storia della Marina Militare delle Due Sicilie, Milano, Mursia, 1978. p. 17.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 38.
- ^ a b del Pozzo, op. cit., p. 39.
- ^ Becattini, op. cit., pp. 112-113.
- ^ Acton, op. cit., pp. 65-66; Gleijeses, op. cit., pp. 75-76.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 48.
- ^ Acton, op. cit., pp. 67-69.
- ^ Acton, op. cit., pp. 70-71; Gleijeses, op. cit., pp. 78-79; Schipa, op. cit., p. 492.
- ^ Acton, op. cit., pp. 72-73; A riguardo lo storico Franco Valsecchi ha scritto: «La morte di Filippo V significava la fine della patria potestas esercitata dalla Spagna sulla corona napoletana. Il regno di Carlo era stato, fino allora, una monarchia ispano-italica: si avvia, da questo momento, a divenire una monarchia italiana» (Valsecchi, op. cit., p. 88).
- ^ Acton, op. cit., p. 85.
- ^ Acton, op. cit., pp. 86-87.
- ^ Schipa, op. cit., p. 732.
- ^ del Pozzo, op. cit., pp. 93-94.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 53.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 67.
- ^ Acton, op. cit., p. 91.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 44.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 56.
- ^ del Pozzo, op. cit., p. 63.
- ^ Lettera del 12 ottobre 1756 cit. in Tanucci, op. cit., vol. IV, p. 219.
- ^ Acton, op. cit., p. 102.
- ^ Acton, op. cit., p. 104.
- ^ Acton, op. cit., p. 103.
- ^ Giuseppe Galasso, P. A. Allum (a cura di) Intervista sulla storia di Napoli, Roma-Bari, Laterza, 1978. (Saggi tascabili Laterza; 47). p. 108.
- ^ Giuseppe Galasso. «Borboni, l’età dorata che restò una promessa». Corriere della Sera, 30-novembre-2009. URL consultato in data 31-12-2009.
- ^ Articolo VII del trattato di Aquisgrana (Aix-la-Chapelle) (trattati, op. cit., pp. 401-408.
- ^ Tanucci, op. cit., vol. III, p. 13.
- ^ Acton, op. cit., pp. 113-114; Domenico Caracciolo scrisse che fu «un colpo fatale alle speranze ed ai disegni del Re di Sardegna» (ivi, p. 115).
- ^ Acton, op. cit., p. 114.
- ^ Acton, op. cit., p. 115.
- ^ Vaca de Osma, op. cit., pp. 125-126.
- ^ Vaca de Osma, op. cit., p. 221.
- ^ Acton, op. cit., p. 53.
- ^ Rimase indifferente alla marchesa de la Croix, nobildonna francese introdotta a corte con il compito di sedurlo dal drammaturgo Beaumarchais (Vaca de Osma, op. cit., pp. 146-150).
[modifica] Bibliografia
[modifica] Fonti primarie
- (ES) Collezione di trattati della Spagna dal regno di Filippo V al 1801 , Madrid, Imprenta Real, 1801. URL consultato il 15-6-2009.
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- Bernardo Tanucci, Lamberto Del Bianco (a cura di) Epistolario vol. IV, 1756-1757 , Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1984. URL consultato il 26-12-2009.
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[modifica] Fonti secondarie
- Sul periodo parmense
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- Sul periodo napoletano e siciliano
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- Francesco Ceva Grimaldi, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente , Napoli, Stamperia e calcografia Vico Freddo Pignasecca 15, 1857. URL consultato il 7-11-2008.
- Pietro Colletta, Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825 vol. I , Capolago, Tipografia Elvetica, 1834. URL consultato il 7-11-2008.
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- Gaetano Falzone, Il regno di Carlo di Borbone in Sicilia. 1734-1759, Bologna, Pàtron Editore, 1964.
- Vittorio Gleijeses, Don Carlos, Napoli, Edizioni Agea, 1988. ISBN 88-85849-20-2
- Vittorio Gleijeses, La Storia di Napoli vol. III, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1974.
- Mirella Mafrici, Il re delle speranze. Carlo di Borbone da Madrid a Napoli, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998. ISBN 88-8114-695-9
- Francesco Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri vol. II, Palermo, Sellerio editore, 2003. ISBN 88-389-1914-3
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- (ES) Antonio Domínguez Ortiz, Carlos III y la España de la Ilustración, Madrid, Alianza Editorial, 2007. ISBN 84-206-9583-1
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- Sulla storia europea del XVIII secolo
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[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
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[modifica] Collegamenti esterni
- Biografia sul sito ufficiale della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie (ramo "francese" o "italiano"). URL consultato il 16-11-2008.
- Alfonso Grasso. Carlo di Borbone, il re progressista in Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 27-9-2009.
- Fara Misuraca. La nascita del regno meridionale, Carlo III e Bernardo Tanucci in Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 27-9-2009.
- Francesco di Rauso. Le monete delle Due Sicilie coniate nella zecca di Napoli durante il regno di Carlo di Borbone in Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 27-9-2009.
| Predecessore: | Duca di Parma e Piacenza | Successore: |
|---|---|---|
| Antonio Farnese | Carlo I 29 dicembre 1731 – 3 ottobre 1735 |
Carlo VI d'Asburgo |
| Predecessore: | Re di Napoli | Successore: |
|---|---|---|
| Carlo VI (Carlo VI d'Asburgo) |
15 maggio 1734 – 10 agosto 1759 | Ferdinando IV |
| Predecessore: | Re di Sicilia | Successore: |
|---|---|---|
| Carlo IV (Carlo VI d'Asburgo) |
3 luglio 1735 – 10 agosto 1759 | Ferdinando III (Ferdinando IV di Napoli) |
| Predecessore: | Re di Spagna | Successore: |
|---|---|---|
| Ferdinando VI | Carlo III 10 agosto 1759 – 14 dicembre 1788 |
Carlo IV |
| Duchi di Parma e Piacenza | ||
|---|---|---|
| Farnese (1545 - 1731) |
Pier Luigi · Ottavio · Alessandro · Ranuccio I · Odoardo I · Ranuccio II · Francesco · Antonio | |
| Borbone di Spagna (1731 - 1735) |
Carlo I | |
| Asburgo d'Austria (1735 - 1748) |
Carlo VI del Sacro Romano Impero · Maria Teresa | |
| Borbone di Parma (1748 - 1802) |
Filippo I · Ferdinando I | |
| Napoleonidi (1802 - 1814) |
Jean-Jacques Régis de Cambacérès (Parma) · Charles-François Lebrun (Piacenza) | |
| Asburgo-Lorena (1814 - 1847) |
Maria Luigia | |
| Borbone di Parma (1847 - 1860) |
Carlo II · Carlo III · Roberto I | |
| Re di Napoli | ||
|---|---|---|
| Angioini (1282 - 1422) |
Carlo I · Carlo II · Roberto · Giovanna I · Carlo III · Ladislao · Giovanna II · Renato | |
| Aragonesi (1442 - 1516) |
Alfonso I · Ferdinando I · Alfonso II · invasione di Carlo VIII di Francia · Ferdinando II · Federico I · invasione di Luigi XII di Francia · Ferdinando III | |
| Asburgo di Spagna (1516 - 1700) |
Carlo IV · Filippo I · Filippo II · Filippo III (interrotto dalla repubblica del 1647) · Carlo V | |
| Borbone di Spagna (1700 - 1713) |
Filippo IV | |
| Asburgo d'Austria (1713 - 1734) |
Carlo VI | |
| Borbone di Napoli (1734 - 1806) |
Carlo (VII) · Ferdinando IV (interrotto dalla repubblica del 1799) | |
| Napoleonidi (1806 - 1815) |
Giuseppe Bonaparte · Gioacchino Murat | |
| Borbone di Napoli (1815 - 1816) |
Ferdinando IV | |
| Nel 1816 i regni di Napoli e Sicilia vengono uniti nel Regno delle Due Sicilie | ||
| Re di Sicilia | ||
|---|---|---|
| Altavilla (1130 - 1198) |
Ruggero II · Guglielmo I · Guglielmo II · Tancredi · Ruggero III (non incoronato) · Guglielmo III · Costanza ed Enrico | |
| Hohenstaufen (1198 - 1266) |
Federico I · Corrado I · Corrado II · Manfredi | |
| Angioini (1266 - 1282) |
Carlo I | |
| Aragonesi (1282 - 1516) |
Pietro I · Giacomo · Federico II o III · Pietro II · Ludovico · Federico III o IV · Maria e Martino I · Martino II · Ferdinando I · Alfonso · Giovanni · Ferdinando II | |
| Asburgo di Spagna (1516 - 1700) |
Carlo II · Filippo I · Filippo II · Filippo III · Carlo III | |
| Borbone di Spagna (1700 - 1713) |
Filippo IV | |
| Savoia (1713 - 1720) |
Vittorio Amedeo | |
| Asburgo d'Austria (1720 - 1735) |
Carlo IV | |
| Borbone di Napoli (1735 - 1816) |
Carlo (V) · Ferdinando III | |
| Nel 1816 i regni di Napoli e Sicilia vengono uniti nel Regno delle Due Sicilie | ||
| Re di Spagna | ||
|---|---|---|
| Asburgo (1516 - 1700) |
Carlo I · Filippo II · Filippo III · Filippo IV · Carlo II | |
| Borbone (1700 - 1808) |
Filippo V · Luigi I · Filippo V · Ferdinando VI · Carlo III · Carlo IV · Ferdinando VII | |
| Bonaparte (1808 - 1813) |
Giuseppe I | |
| Borbone (1813 - 1868) |
Ferdinando VII · Isabella II | |
| Savoia (1870 - 1873) |
Amedeo I · I repubblica | |
| Borbone (1874 - 1931) (1975 - oggi) |
Alfonso XII · Alfonso XIII · II repubblica · Reggenza franchista · Juan Carlos I | |