Felice Cavallotti

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on. Felice Cavallotti
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Felice Cavallotti.jpg
Luogo nascita Milano
Data nascita 6 ottobre 1842
Luogo morte Roma
Data morte 6 marzo 1898
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Avvocato, poeta, drammaturgo
Partito Estrema sinistra
Legislatura XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX Legislatura del Regno d'Italia
Gruppo Radicale
Coalizione opposizione
Circoscrizione Corteolona (XI-XIII legislatura), Piacenza (XIV-XVI legislatura), Milano (XVII -XVIII legislatura), Pavia (XIX-XX legislatura)
Collegio Milano I
Pagina istituzionale
Cavallotti Firma.jpg

Felice Carlo Emanuele Cavallotti[1] (Milano, 6 ottobre 1842Roma, 6 marzo 1898) è stato un politico, poeta, drammaturgo e patriota italiano, fondatore, insieme ad Agostino Bertani, dell'Estrema sinistra storica, movimento attivo tra il 1877 e l'avvento del Partito Radicale Italiano (1904). Fu soprannominato "il bardo della democrazia".[2][3]

Volontario garibaldino in gioventù, benché la sua fama sia oggi molto inferiore a quella di Mazzini e Garibaldi presso il grande pubblico, all'epoca era considerato il vero erede politico dei due eroi del Risorgimento.[4] Politico idealista e appassionato, combatté molte battaglie per la giustizia sociale e una società autenticamente libera, oltre che contro la corruzione e il colonialismo della classe dirigente crispina. Cavallotti fu considerato il capo incontrastato dell'"Estrema sinistra" nel parlamento dell'Italia liberale pre-giolittiana. Morì tragicamente a 56 anni, dopo essere stato ferito gravemente in duello dal giornalista conservatore Ferruccio Macola.[4]

Oratore efficace, l'opera poetica di Cavallotti è invece considerata più significativa per l'aspetto politico che per la qualità letteraria, ed è principalmente di ispirazione civile e sociale, e in parte anche lirica, simile alla poesia carducciana per quanto riguarda la forma metrica tradizionale. La maggioranza delle sue opere poetiche sono scritte infatti secondo la metrica classica.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni del suo impegno: nelle file dei garibaldini[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Francesco, originario di Venezia, trasferitosi a Milano per ragioni di lavoro e di Vittoria Gaudi, milanese. Dopo un periodo giovanile nel quale simpatizzava per l'azione moderata di Cavour, si convertì alle idee più democratiche e repubblicane di Mazzini (pur non apprezzandone troppo il "dogmatismo" politico), Pisacane e Cattaneo, oltre che, naturalmente, di Garibaldi.[4]

Abbandonata la famiglia a diciotto anni per unirsi alla seconda fase della Spedizione dei Mille, Felice Cavallotti combatté con i Garibaldini nel 1860, e nel 1866 in Valtellina e in Trentino, ove prese parte alla Terza Guerra d'Indipendenza come volontario nel 4º Reggimento comandato dal colonnello Giovanni Cadolini del Corpo Volontari Italiani. Si distinse per valore nella battaglia di Vezza d'Oglio. Nel 1867 fu di nuovo al fianco di Garibaldi nella Roma pontificia, durante la fallita insurrezione che vide di nuovo l'intervento delle truppe francesi in aiuto di Pio IX nella battaglia di Mentana. In questo periodo maturò anche il suo anticlericalismo.[4]

Come scrittore Cavallotti commentò le azioni dei Garibaldini per il giornale milanese L'Unione e per il napoletano L'Indipendente di Alexandre Dumas padre; tra il 1866 ed il 1872 scrisse satire anti-monarchiche per la Gazzetta di Milano e per il Gazzettino Rosa[5].

Nel 1867 scrisse una dura e sarcastica poesia, l'ode Le auguste nozze, con ironica dedica a Giovanni Prati, poeta romantico monarchico, in cui prendeva di mira il futuro Umberto I e la neo-sposa Margherita di Savoia, celebrati dal Prati (che pure Cavallotti rispettava per l'onestà e la coerenza[6]).[7] Per la nascita di Vittorio Emanuele III nel 1869, compose invece Il parto e l'amnistia, pubblicato su Il democratico, che gli valse l'arresto per breve tempo per vilipendio al Capo dello Stato, prima di venire quasi subito prosciolto.[8]

L'attività politica[modifica | modifica wikitesto]

« Abbiamo una sola parola d’ordine: onestà; una religione: giustizia ed eguaglianza, libertà e progresso; un’arma: il coraggio delle nostre opinioni »
(Dal primo discorso al Parlamento)
Ritratto con dedica e autografo di Cavallotti

Nel 1873, all'età di 31 anni, Felice Cavallotti fu eletto per la prima volta al Parlamento come deputato di Corteolona. Molto attivo contro gli ultimi governi della Destra storica, Cavallotti fu scettico anche a proposito della Sinistra, che salì al potere nel 1876, e si tenne all'opposizione, denunciandone il trasformismo negli anni di Agostino Depretis[4]:

« Quando il popolo sente le stesse parole pronunciate da uomini di opposte convinzioni, finisce col non credere più in nulla e in nessuno; e s’infiltra in lui lo scetticismo, questa malaria dei popoli liberi, questa peste dei popoli giovani. »

Nella seduta parlamentare dell'11 dicembre 1884, il deputato Felice Cavallotti difese vivacemente il collega di partito Luigi Castellazzo accusato ingiustamente da Giuseppe Finzi come il responsabile della condanna a morte dei martiri di Belfiore del 1852.[4]

I congressi radicali[modifica | modifica wikitesto]

Nei congressi di Roma del novembre 1872[9] e del 13 maggio 1890[10], Cavallotti e Bertani diedero vita all'Estrema sinistra storica, i cui punti programmatici erano completa separazione dello Stato e della Chiesa, decentralismo e federalismo europeo, opposizione al nazionalismo, all'imperialismo e al colonialismo, indipendenza della magistratura dal potere politico, abolizione della pena di morte, tassazione progressiva, istruzione gratuita e obbligatoria, emancipazione e sostegno sociale dei lavoratori, diritti della donna e riduzione del servizio di leva.[11] Nel 1890 aveva chiamato a congresso quasi 500 associazioni radicali e democratiche provenienti da ogni parte della penisola: con il secondo Patto di Roma gettò le basi per partito moderno e organizzato, del quale stese il manifesto programmatico.[2]

Il leader dell'Estrema sinistra[modifica | modifica wikitesto]

La sua idea federalista lo portò alla polemica, assieme con il repubblicano Napoleone Colajanni, contro l'unitarismo dei mazziniani: «Voi volete una unità d'Italia sul modello francese, un modello che ha dato alla Francia il Terrore, il 18 Brumaio e il 2 dicembre: noi vogliamo una unità d'Italia di modello nazionale, una unità italiana...abbastanza ci parlaste di una patria una; ora parliamo un poco di una patria libera».[12]

Dopo la morte di Agostino Bertani, avvenuta nel 1886, la passione di Cavallotti nel rivendicare riforme, ed una riconosciuta generosità d'animo da parte dei contemporanei, gli assicurarono la leadership della sua parte politica ed una popolarità seconda solo a quella di Francesco Crispi.[3]

I suoi discorsi in aula erano interminabili, e una volta parlò per sei ore di fila.[3]

A giugno 1893 Crispi si dimise, avendo una maggioranza risicata, tutti si aspettavano una svolta, ma il Re appoggiò solo un rimpasto, con un governo più a destra del precedente. Crispi subì poi un attentato, cosicché vennero varate leggi anti-anarchiche, che furono estese nell'autunno anche alle associazioni e ai circoli socialisti.[2]

Tramite un'intesa conclusa nel 1894 con Antonio Starrabba, Marchese di Rudinì, uno dei leader della Sinistra Storica moderata, egli ottenne molte concessioni alle richieste radicali.

Il giovane Cavallotti

Contro la corruzione e l'autoritarismo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1894 scrisse la celebre Lettera agli onesti di tutti i partiti, in cui afferma: «Come si dimentica presto in Italia! Quest’oblio è il grande aiutatore dei disonesti scoperti».[4] I radicali divennero così "il partito delle mani pulite".[4]

L'Estrema Sinistra arrivò infine a contare ben 80 deputati nel 1897, non tutti però disposti a seguire completamente i suoi ideali di opposizione democratica, ripetendo egli che «ci parlaste abbastanza di un’Italia una; ora parliamo un poco di un’Italia libera!», esclamò verso gli ex compagni risorgimentali, mentre le parole più dure furono contro l'ex garibaldino Crispi, che sulla scia del suo nuovo modello di Bismarck era ormai un repressore delle rivolte sociali, come quella dei Fasci siciliani: «I contadini meridionali chiedevano il pane, e voi gli avete dato il piombo!», affermò Cavallotti.[4]

La repressione siciliana segnò un nuovo punto di contrasto con Crispi. Con lui, prima dello scandalo della Banca Romana, aveva avuto aperture di credito al nuovo governo, ma la corruzione e la violenta repressione in Sicilia, indignarono Cavallotti.[2] Così, quando nel gennaio 1894 la situazione dell'ordine pubblico in Sicilia si aggravò e Crispi ricorse a misure estreme con lo scioglimento dei Fasci, lo stato d'assedio, le repressioni sanguinose, gli arresti arbitrari (tra cui il deputato Giuseppe De Felice Giuffrida e la figlia), Cavallotti insorse verso chi intendeva mettere fuori legge «una infelicissima parte della nazione a cui invece del pane si dà risposta di piombo»[13], lanciando una sottoscrizione, come segno di solidarietà verso il popolo di Sicilia «dai lavoratori d'Italia e da quella stessa borghesia lavoratrice, sul cui capo tanti inconsulti anatemi si invocano, quella borghesia che del lavoro conosce i sacrifici, gli stenti, i doveri e le idealità, e non ha nulla di comune cogli sfruttatori plaudenti allo stato d'assedio».[14]

Monumento a Felice Cavallotti a Verbania

Il 3 marzo 1894, tacciato di demagogia borghese dai socialisti, insorse contro una politica socialmente iniqua, a beneficio dei proprietari e a spese dei poveri; ricordò «le lande squallenti della Sardegna, percorse avvelenate dalla malaria», le «solfatare della Sicilia, dove le creature umane si sottraggono alla sole soltanto per maledirlo», le «creature che maledicono la vita lungo i solchi della valle del Po»[15]

Nella situazione estrema, scattò finalmente un'apertura di solidarietà dei socialisti e dei repubblicani, diffidenti da sempre verso i radicali e Cavallotti, i quali subito promossero nell'ottobre 1894 la Lega italiana per la difesa della libertà. Filippo Turati e Prampolini dovettero riconoscere la sincerità dell'impegno democratico-radicale, mentre scoppiava lo scandalo della Banca Romana.[2]

Tra gli interventi parlamentari del periodo, anche una dura requisitoria contro Giolitti dopo lo scandalo, affermando, nel suo stile irruente, che «mai più, onorevole Giolitti, io le stringerò la mano!», al che Giolitti rispose «Me la stringerà, onorevole Cavallotti, me la stringerà!», cosa che poi avverrà, quando lo scandalo toccherà invece più il vecchio amico del radicale, Francesco Crispi, molto più coinvolto di Giolitti (in realtà più che Crispi stesso, era la moglie, Lina Barbagallo, che aveva sposato dopo l'annullamento del matrimonio con Rosalia Montmasson). Questo lo indusse a scusarsi con lo statista piemontese, il quale lo vorrà tra i cinque probiviri designati dal Parlamento per indagare sul caso. Questa vicenda porrà fine definitiva all'amicizia e ai rapporti di Cavallotti e Crispi, che diverrà allora suo implacabile avversario, rapporto già incrinato irreversibilmente a causa della politica coloniale in Africa[3], secondo Cavallotti solo «spedizioni sterili, come le sabbie che si vanno a conquistare», inutili per le masse contadine italiane (oltre ad essere moralmente contrario), nonché dalla repressione in Sicilia.[4]

Durante i dodici anni sotto la sua guida il partito, che sposò una posizione filo-francese in politica estera, crebbe in numero da venti a settanta deputati, ed al momento della sua morte l'influenza parlamentare di Felice Cavallotti era all'apice.[4]

Nel 1897 Cavallotti sostenne l'insurrezione dei greci di Creta, e avrebbe voluto partire lui stesso per supportarla, ma non poté per gli impegni parlamentari.[2]

Alessandro Galante Garrone ha scritto che la sua forza arrivava «dalla coerenza, dalla fedeltà agli ideali, dal senso del limite, dall’impegno per riforme concrete senza sterili intransigenze e senza nessun cedimento alle lusinghe del potere».[4]

I rapporti con il movimento socialista[modifica | modifica wikitesto]

Foto dei volontari all'epidemia di colera di Palermo del 1885: al centro sono seduti Luigi Musini e Felice Cavallotti

Cavallotti, che nel 1871 aveva espresso il proprio appoggio alla Comune di Parigi, mostrava attenzione verso le idee marxiste, pur non condividendo fino in fondo l'approccio di classe alla “questione sociale” che peraltro anche lui denunciava da parlamentare.[4] Se i socialisti vedevano nel Partito Radicale una sinistra borghese, nei fatti radicali e socialisti si trovarono insieme nelle lotte per l'emancipazione delle classi subalterne e nell'opposizione al colonialismo italiano. Il primo operaio ad essere eletto parlamentare, nel 1882, sarà tra le file dei radicali, Antonio Maffi dell'Unione Operaia Radicale.

A Napoli, colpita dall'epidemia di colera, a trovarsi al fianco delle classi popolari nel 1885, assieme a Palermo, e nel 1894 furono il socialista Andrea Costa, l'anarchico Errico Malatesta e il radicale Cavallotti.[4] Per Cavallotti «senza tanto monopolizzare la parola, credo che con me siano in fondo socialisti tutti gli uomini di mente e di cuore che studiano e intendono le miserie, le ingiustizie, i dolori onde sorge il problema sociale, e ne cercano e ne invocano le giustizie e i rimedi».[4]

I rapporti con la massoneria[modifica | modifica wikitesto]

Pur condividendo appieno il carattere radicale e anticlericale che il Gran maestro Ettore Ferrari aveva impresso alla massoneria, Cavallotti non fu mai massone[16][17]. Fu lui stesso a smentire esplicitamente la sua appartenenza all'ordine, con una lettera al direttore dell'Italia Reale del 9 gennaio 1895: «Per semplice esattezza la prego di ripetere che io non sono mai stato massone, non mi sono mai iscritto a nessuna loggia, non faccio parte di alcuna e non credo e non debbo credere che siasi abusato del mio nome. Se fossi massone non ci vedrei nulla a dirlo. Non essendolo, non mi approprio di una qualifica che non ho»[18].

Egli colse anche tutte le occasioni per riaffermare la sua intransigenza come laico nei confronti delle pressioni operate dalla Chiesa sulla politica dello Stato italiano. È anche grazie a lui che a Roma, in Piazza Campo de' Fiori, nel 1889 venne eretta la statua a Giordano Bruno, opera del citato Ettore Ferrari, scultore e Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d'Italia.[4]

Il Cavallotti uomo[modifica | modifica wikitesto]

Nella vita privata lo stile del politico radicale non tradì gli ideali professati. Felice Cavallotti riconobbe e crebbe personalmente i due figli Maria, detta Mariuccia (1867-1895), avuta da una relazione con un'attrice ungherese, e Giuseppe (Peppino), nato nel 1885 da Assunta Mezzanotte; dopo che Cavallotti ottenne la custodia del figlio, Carlo Alberto Giuseppe, la Mezzanotte denunciò il politico per maltrattamenti, onde ottenere lei stessa la custodia, ma l'istanza non fu accolta[19]; Giuseppe venne così chiamato in ricordo del fratello di Felice, Giuseppe Cavallotti detto Peppino, morto nel 1871, durante la guerra franco-prussiana). Entrambi i figli nacquero da due libere unioni fuori dal matrimonio. Mariuccia, sposata col pittore Aleardo Villa, morì giovane, a 28 anni. Peppino si sposò anch'egli ed ebbe Alberto Mario, il nipote di Cavallotti (vedi paragrafo sui discendenti).[20][21]

Felice Cavallotti viene descritto come persona dal carattere passionale e testardo, spesso soggetto a cambi d'umore e atteggiamenti teatrali, ma fedele a sé stesso e ai suoi principi, e di provata integrità morale.[3] Frequentemente, per porre fine alle numerose dispute e diverbi, come consuetudine dell'epoca, Cavallotti lanciava e riceveva molte sfide a duello, che intraprendeva senza indugio per il suo senso dell'onore.[3] Abile schermitore e duellante, nel corso della sua vita combatté trentatré duelli, senza mai uccidere nessun avversario e senza regole all'ultimo sangue, e vincendone la maggioranza. Molte volte il duello con la spada si concludeva con la "toccata" dell'avversario e le ferite gravi erano rare.[22]

Un altro aneddoto indicativo del suo carattere fu il fatto che prestò il giuramento di fedeltà allo Statuto Albertino, che era, come norma, imposto per entrare in carica come deputato, solo dopo averne pubblicamente contestato la validità in nome del suo repubblicanesimo. Dopo aver giurato, ribadì che non riteneva comunque valido il giuramento di fedeltà alla monarchia.[3]

Litografia coeva raffigurante il duello tra Ferruccio Macola e Cavallotti nel giardino di Villa Cellere presso Roma. Chi lanciò la sfida fu Cavallotti, che venne dato subito per favorito avendo vinto in precedenza già ben trentadue duelli.

Il duello fatale[modifica | modifica wikitesto]

« Non passa giorno, quando d'amari / Ricordi il flutto sul cor si spezza,
Senza che il guardo cerchi ne' cari / Volti una mesta lunga dolcezza,
E il core, in memore linguaggio muto, / Alle tre imagini mandi un saluto. »
(Felice Cavallotti, Tre ritratti - Giulio Pinchetti, Giulio Uberti, Giuseppe Cavallotti, 1878)

Felice Cavallotti morì il 6 marzo 1898, ucciso in duello dal conte Ferruccio Macola (che sarebbe finito suicida anni dopo), direttore del giornale conservatore Gazzetta di Venezia, che lo aveva sfidato in seguito ad un diverbio. Il radicale aveva tacciato di mentitore il conte, responsabile di avere pubblicato una notizia non verificata relativa ad una querela che egli aveva ricevuto come deputato. Cavallotti propose il duello e Macola, più giovane di vent'anni, accettò, rilanciando la sfida e proponendo l'uso del guanto e delle sciabole affilate come armi. I "padrini" di Cavallotti furono i deputati Camillo Tassi ed Achille Bizzoni.[22][23]

L'ultimo duello - che come tutti quelli combattuti dal vecchio garibaldino non doveva essere all'ultimo sangue - di Felice Cavallotti ebbe luogo a Roma, presso Porta Maggiore, in un giardino nella villa della contessa Cellere, nel primo pomeriggio.[22]

Il monumento a Felice Cavallotti presso i Giardini Pubblici di Alessandria (opera di Giovanni Rapetti)

Dopo pochi minuti, al terzo attacco, Felice Cavallotti venne ferito gravemente, raggiunto alla bocca dalla sciabola dell'avversario, che gli trafisse contemporaneamente la carotide e il palato.[3][24] Cavallotti perse quasi subito conoscenza, per il dissanguamento, e, portato all'interno della villa e soccorso, morì pochi minuti dopo soffocato dal sangue, alle ore 15:30.[22] Benché i duelli fossero ufficialmente proibiti dal 1875, venivano tollerati, ma in caso di morte di un duellante venivano considerati un omicidio, seppur con le attenuanti dell' "onore", e perciò passibili di condanna fino a 5 anni di carcere.[25] Il Macola sarà condannato dalla Corte d'Assise di Roma il 21 ottobre 1898 a soli 13 mesi di reclusione in quanto non gli verranno riconosciute le aggravanti contemplate dall'art. 239 del codice penale. I padrini furono pienamente assolti. Ferruccio Macola, a seguito della vicenda, venne emarginato dalla vita politica e sociale, e anni dopo, nel 1910, si suicidò.[22]

Con la morte di Cavallotti, gli elementi dell'Estrema sinistra storica in Italia persero un leader, e la Casa di Savoia un instancabile oppositore: due mesi dopo, priva della sua guida carismatica, la sinistra democratica non poté efficacemente opporsi alla svolta repressiva e poliziesca del governo, culminata nella strage dei moti di Milano da parte del generale conservatore Fiorenzo Bava Beccaris. Nel 1900 la violenza politica e lo scontro sociale ebbero il suo atto più clamoroso nell'assassinio del re Umberto I da parte dell'anarchico Gaetano Bresci. I radicali furono quindi guidati per un certo periodo da Ettore Sacchi, successore di Cavallotti.[4]

Subito dopo la morte di Cavallotti, per larga parte dell'opinione pubblica, Francesco Crispi, sebbene non più Primo ministro ed ormai in completo declino politico, dopo la sconfitta di Adua e l'obbligato ritiro a vita privata, apparve come il vero responsabile del duello e il mandante morale dell'uccisione del politico radicale[26], tanto che il poeta Lorenzo Stecchetti gli si rivolse apertamente coi versi:

« Nel mortal duello / non fu tua la vittoria.
Con un colpo di spada o di coltello / non si uccide la Storia![27] »
Tomba di Felice Cavallotti a Dagnente

Tuttavia non esistono prove reali sul fatto che Crispi avesse favorito o addirittura voluto l'omicidio di Cavallotti.[22]

Per la morte di Felice Cavallotti, anche Giosuè Carducci pronunciò un discorso funebre pieno di passione all'Università di Bologna. Un corteo di tre chilometri ne accompagnò il feretro fino al cimitero di Dagnente (oggi frazione di Arona), sul Lago Maggiore, dove venne sepolto. Il leader socialista Filippo Turati lo commemorò con un discorso al cimitero di Milano, dove la bara si fermò durante il viaggio da Roma a Dagnente, per ricevere gli onori della sua città natale: «Caro Felice, recliniamo oggi sulla tua bara la nostra rossa bandiera, del colore che pure tu amavi, sapendo che la sua ombra non ti sarà molesta».[4][28]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Alcune canzoni popolari ricordano Cavallotti, tra cui Felice Cavallotti (nota anche come La morte in duello di Felice Cavallotti o Povero Cavallotti), la cui struttura musicale verrà ripresa negli anni '20 per il canto antifascista Povero Matteotti, e negli anni '70 per Povero Pinelli e Ballata per Franco Serantini.[29][30]

Discendenti[modifica | modifica wikitesto]

Tra i discendenti diretti del poeta e politico, tramite il figlio Giuseppe detto Peppino, vi sono il politico Alberto Mario Cavallotti (nipote) e l'attrice Elisabetta Cavallotti (discendente di quinta generazione, pronipote di Peppino Cavallotti).[31][32]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Copertina del libro Poesie scelte

Tra le opere di Felice Cavallotti possono essere ricordate:

  • Storia dell'insurrezione di Roma nel 1867 (1869)
  • Alcibiade (1872)
  • Guido (1873)
  • I Messenii (1874)
  • Anticaglie (1879)
  • La marcia di Leonida (1880)
  • I Pezzenti (1881)
  • La figlia di Jefte
  • Nicarete ovvero La Festa degli Alòi
  • Poesie scelte (1883)
  • Opere (Milano 1881—1885)
  • Lea (1890)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Treccani.it; a volte riportato invece, come terzo nome, Emmanuele
  2. ^ a b c d e f g NEL CENTENARIO DELLA MORTE 1898 - 1998
  3. ^ a b c d e f g h Indro Montanelli, Felice Cavallotti, il "Bardo della Democrazia"
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Giancarlo Iacchini, Felice Cavallotti
  5. ^ Encyclopædia Britannica Online
  6. ^ Quando morì Giovanni Prati, Felice Cavallotti seppe dire parole nobili: «...o cantore di Savoja, se fu questa la tua fede del primo giorno e dell'ultimo, non sarà carme democratico che ti sfrondi l'alloro, poiché vanto al poeta è il vivere coerente, e morire avvolto tra le pieghe della propria bandiera.»
  7. ^ Alessandra Colla, Giustizia è fatta
  8. ^ Indro Montanelli, Sergio Romano - L'Italia dei notabili - 1861-1900: La storia d'Italia # 9
  9. ^ Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano, 1973, pag. 128.
  10. ^ Alessandro Galante Garrone, cit.., pagg. 273 e succ.ve.
  11. ^ Galante Garrone, ibidem
  12. ^ A.Galante Garrone, Felice Cavallotti, p. 674
  13. ^ Galante Garrone, p. 635
  14. ^ Galante Garrone, p.636
  15. ^ Galante Garrone, p.637
  16. ^ Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano, 1973, pag. 252
  17. ^ Aldo A. Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 1992, pag. 209
  18. ^ Rosario F. Esposito, La massoneria e l'Italia. Dal 1800 ai nostri giorni, Edizioni paoline, Roma, 1979, pag. 480, n.
  19. ^ [1]
  20. ^ Treccani Dizionario Biografico
  21. ^ A. Galante Garrone, Felice Cavallotti, pag. 536
  22. ^ a b c d e f Rino Tripodi, L'ultimo duello di Felice Cavallotti
  23. ^ Duello d'altri tempi, Macola-Cavallotti
  24. ^ Paolo Valera, Mussolini, Milano 1924. (Riedito 1975, 1995, 2000) pag 139
  25. ^ La legge era ripresa nel Codice penale italiano (1889): «Art. 237. Chiunque sfida altri a duello, ancorché la sfida non sia accettata, è punito con la multa sino a lire 500; ma se egli sia stato la causa ingiusta e determinante del fatto dal quale è derivata la sfida, la pena è della detenzione sino a due mesi. Va esente da pena chi sia stato indotto alla sfida da grave insulto o da grave onta. Chi accetta la sfida, qualora sia stato la causa ingiusta e determinante del fatto dal quale essa è derivata, è punito con la multa da lire 100 a 1.500. Se il duello avvenga, si applicano soltanto le disposizioni degli articoli seguenti.
    Art.238. Chiunque fa uso delle armi in duello è punito, se non cagioni all'avversario lesione personale, con la detenzione sino a due mesi. Se il colpevole sia stato la causa ingiusta e determinante del duello la detenzione è da 15 giorni a 4 mesi.
    Art. 239. Il duellante è punito con la detenzione: 1) da 6 mesi a 5 anni se uccida l'avversario o gli cagioni una lesione personale da cui derivi la morte; 2) da un mese a due anni se gli cagioni una lesione personale. I padrini o secondi sono puniti con la multa da lire 100 a 1.000 se il duello non abbia per effetto alcuna lesione personale.»
  26. ^ 8 marzo 1898: cordoglio per la morte di Felice Cavallotti
  27. ^ L i b e r e R e c e n s i o n i: "La morte di Felice Cavallotti"
  28. ^ Discorsi di Turati
  29. ^ Ballata per Franco Serantini - Ivan Della Mea
  30. ^ da non confondere con la quasi omonima Ballata di Franco Serantini
  31. ^ Fondo Felice Cavallotti
  32. ^ Cavallotti, Elisabetta

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Felice Cavallotti - La morte di Felice Cavallotti in duello è narrata da un canto lombardo, disponibile presso Wikisource in italiano.
  • Alberto Savinio in Narrate, uomini, la vostra storia (1942) ne delinea un profilo ironico.
  • P. Bardazzi, Felice Cavallotti nella vita, nella politica e nell'arte, Milano-Palermo, 1898.
  • Benedetto Croce, Felice Cavallotti, in “La letteratura della nuova Italia”, vol. II, pagg. 167-177, Bari, 1914.
  • L’Italia radicale. Carteggi di Felice Cavallotti (1867-1898), a cura di L. Dalle Nogare e S. Merli, Milano, 1959.
  • Democrazia e socialismo. Carteggi di Napoleone Colajanni: 1878-1898, a cura di Salvatore Massimo Ganci, Milano, 1959.
  • R. Colapietra, Felice Cavallotti e la democrazia radicale in Italia, Brescia, 1966.
  • G. Orsina, Il partito radicale nell’età giolittiana, Carocci, Roma, 1998
  • Alessandro Galante Garrone, L'Italia corrotta - 1895 -1996, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 31
  • Alessandro Galante Garrone, Felice Cavallotti, UTET, Torino, 1976, riedito 2000, pagine 760, collana La vita sociale della nuova Italia ISBN:9788802028033 (fuori catalogo, attualmente non disponibile in nuove edizioni)
  • Giovanni Spadolini, I Radicali dell'Ottocento da Garibaldi a Cavallotti, Le Monnier, Firenze, 1982

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