Giuseppe Pinelli

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Giuseppe Pinelli

Giuseppe Pinelli (Milano, 21 ottobre 1928Milano, 15 dicembre 1969) è stato un anarchico, partigiano e ferroviere italiano, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e durante la Resistenza, vista la sua allora giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta.

Nel mese di novembre del 1966 già militante anarchico, diede appoggio a Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Hunger, Tella e altri ragazzi del giro dei cosiddetti capelloni per stampare le prime copie della rivista Mondo Beat nella sezione anarchica "Sacco e Vanzetti" di via Murilio.

Morì il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba a piazza Fontana, evento noto come Strage di Piazza Fontana.

Le circostanze della sua morte, ufficialmente attribuita ad un malore, hanno destato sospetto a causa di alcune circostanze legate ai momenti del tutto eccezionali vissuti nel capoluogo lombardo a seguito della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Una parte dell'opinione pubblica ha avanzato il sospetto che Pinelli sia stato assassinato e che le indagini siano state condotte con metodi poco ortodossi ed in modo non imparziale. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.

Il caso ha suscitato una polemica politica intrisa di vibrante animosità, tanto da parte di coloro che sostengono la tesi dell'omicidio, quanto da parte delle autorità, ed è peraltro assai arduo isolare la polemica riguardante questo caso da quelle relative, fra l'altro, alla strage di piazza Fontana, al Terrorismo, alla cosiddetta teoria della strategia della tensione, al cosiddetto stragismo di stato, alla repressione dei circoli anarchici italiani ed all'assassinio del commissario Calabresi.

Cenni biografici[modifica | modifica sorgente]

Nato a Milano, nel popolare quartiere di Porta Ticinese, il 21 ottobre 1928, finite le scuole elementari deve andare a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere, per mantenersi e aiutare la famiglia. Legge però molti libri per colmare i suoi studi lacunosi, fino ad avere una buona cultura autodidatta.[1]

Nel 44/'45 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi-Malatesta. Dopo la fine della guerra "Pino", come è chiamato, continua l'attività nel movimento anarchico a Milano.[1]

Pinelli al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa

Nel 1954 vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto. Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della Gioventù Libertaria, due anni dopo è tra i fondatori del circolo Sacco e Vanzetti. Dal novembre 1966 partecipa e sostiene la rivista «Mondo Beat».[1]

Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma, il 1º maggio Pinelli è tra gli inauguratori di un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa. Al nuovo Circolo si succedono cicli di conferenze e assemblee dei primi comitati di base unitari; è tra i promotori della ricostruzione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), l'organizzazione di ispirazione sindacalista rivoluzionaria e libertaria.[1]

Dopo gli arresti degli anarchici per le bombe (poste dai neofascisti di Ordine Nuovo, gli stessi che saranno considerati dietro la bomba di piazza Fontana) esplose il 25 aprile 1969 a Milano, alla stazione centrale e alla fiera campionaria (saranno assolti nel giugno 1971), Pinelli si impegna per raccogliere pacchi di cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere. Nell'ambito della appena costituita Croce Nera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.[1]

Il 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, precedendoli col motorino.[1]

Il contesto[modifica | modifica sorgente]

Il 1969 fu l'anno dell'autunno caldo, il momento di più alta unità e conflittualità operaia dalla nascita della Repubblica. Scioperi, picchetti, occupazioni delle fabbriche e cortei segnarono fortemente la seconda metà di quell'anno, in particolare per l'intensità dello scontro politico in atto che, alimentato da una diffusa ideologia rivoluzionaria dei gruppi della sinistra extraparlamentare nati dopo il Sessantotto, sfociava in violenti scontri di piazza.

In questo clima arroventato, sul finire del 1969, il 12 dicembre, nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano, lo scoppio di una bomba uccise numerose persone.

I fatti[modifica | modifica sorgente]

La notte successiva alla strage la polizia fermò 84 sospetti, tra cui Pinelli, che venivano rilasciati man mano che il loro alibi veniva verificato. Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, oltre che tre sottufficiali della polizia in forza all'Ufficio Politico, un agente, ed un ufficiale dei carabinieri, quando dalla finestra dell'ufficio dove stava avvenendo l'interrogatorio precipitò dal quarto piano in un’aiuola della questura. Fu portato all'ospedale Fatebenefratelli, ma ci arrivò già morto.[2]

La prima versione data dal questore Marcello Guida nella conferenza stampa convocato poco dopo la morte dell'anarchico, a cui parteciparono anche il dott. Antonino Allegra, responsabile dell'ufficio politico della questura e il Commissario Calabresi fu di suicidio ("Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto", dalle dichiarazioni del questore[3]), dovuto al fatto che il suo alibi si era rivelato falso, versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile[4][5]. Secondo alcune versioni iniziali della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l'ormai celebre frase: «È la fine dell'anarchia!».

Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. Il giorno successivo, 16 dicembre, in seguito alla comparsa di un testimone, un tassista, veniva arrestato Pietro Valpreda.

Le indagini sulla morte[modifica | modifica sorgente]

La ricostruzione della caduta di Giuseppe Pinelli, effettuata utilizzando un manichino

Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che concluse con una archiviazione. Il 24 giugno 1971 la vedova Pinelli presentò una denuncia. Fu aperta una nuova inchiesta assegnata al giudice Gerardo D'Ambrosio. La sentenza dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell'ottobre 1975. La sentenza concluse che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un malore che avrebbe provocato un involontario balzo del Pinelli dalla finestra della Questura. L'inchiesta accertò inoltre che nella stanza al momento della caduta erano presenti 4 agenti della polizia e un ufficiale dei carabinieri, che furono prosciolti. L'inchiesta della magistratura, condotta da D'Ambrosio, accolse le dichiarazioni dei coimputati, secondo i quali il commissario Calabresi non era presente nel momento della caduta. L'unico testimone, Pasquale Valitutti, anch'egli presente in Questura e trattenuto in una stanza vicina dichiarò sotto giuramento che al contrario il commissario era presente nella stanza da dove cadde Pinelli[6]. Gerardo D'Ambrosio scrisse nella sentenza: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli"[7]

L'assassinio del Commissario Calabresi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli e omicidio Calabresi.

L'assenza del commissario dalla stanza al momento della caduta di Pinelli non sarà tuttavia creduta da parte degli ambienti anarchici e della sinistra e lo stesso verrà fatto segno di una violenta campagna di stampa avente il risultato di isolarlo. Alla campagna di stampa, condotta in maniera assai forte, aderirono molti esponenti della sinistra italiana. Calabresi verrà assassinato nel maggio 1972, da aderenti alla sinistra extraparlamentare. L'assassinio del Commissario inciderà anche nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana.[8]

I sospetti sulla morte di Pinelli[modifica | modifica sorgente]

I fatti strani legati alla morte di Pinelli indussero molti a parlare, sempre più apertamente, di omicidio: Pinelli sarebbe stato gettato dalla finestra.

Le motivazioni[modifica | modifica sorgente]

La prima ragione per credere all'omicidio sarebbe l'incoerenza della pulsione suicida con il carattere di Pinelli. Chi lo conosceva sostenne che fosse da escludere una sua eventuale propensione al suicidio. Secondo queste fonti, Pinelli non avrebbe preso in considerazione l'ipotesi del suicidio, neppure di fronte al pericolo di una condanna all'ergastolo per strage. Al momento della morte non si profilava comunque una condanna, data la mancanza assoluta di prove e l'inconsistenza degli indizi nei suoi confronti.

Valutazioni critiche[modifica | modifica sorgente]

Tra i critici che mettevano in dubbio il verificarsi dei fatti come descritto della posizione ufficiale delle forze o dalla ricostruzione effettuata nel processo molti sostennero, pur non avendo ovviamente prove, ma solo ipotesi, che Pinelli fosse stato coscientemente defenestrato per usare il suo "suicidio" come prova della sua colpevolezza: la versione del suicidio fu effettivamente la prima versione data alla stampa dal questore Marcello Guida, nella conferenza stampa a cui parteciparono anche Calabresi e il dottor Antonino Allegra (responsabile dell'Ufficio politico della questura), versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli, al contrario di quanto affermato durante la conferenza stampa stessa, si rivelò veritiero[9][4].

Pasquale Valitutti, un anarchico che era stato fermato insieme a Pinelli e si trovava in una stanza vicina[10] affermò sempre che non vide nessuno, dalla finestra della stanza, attraversare il corridoio nei quindici minuti antecedenti il fatto, e che dopo la caduta venne prelevato da due agenti: il commissario Calabresi in persona gli comunicò che l'anarchico si era buttato[6]. Valitutti fu immediatamente trasferito a San Vittore, dove verrà rilasciato il giorno dopo (anche per lui era scaduto il tempo massimo del fermo) senza essere stato interrogato. Quest'ultima testimonianza che, insieme ad alcuni errori e contraddizioni contenute nelle prime versioni date dalle forze dell'ordine[11], metteva in dubbio le affermazioni della polizia, venne ovviamente considerata credibile dai gruppi che ritenevano la morte di Pinelli causata dal tentativo di trovare un capro espiatorio per gli attentati di piazza Fontana. Valitutti sostenne anche di aver visto e di aver parlato alcune volte con Pinelli durante i due giorni, trovandolo provato per gli interrogatori e per la mancanza di sonno (sarebbe stato tenuto appositamente sveglio), sostenendo che Pinelli aveva anche affermato che il suo alibi non veniva creduto.

La sentenza del Tribunale di Milano afferma che tutti i coimputati e gli agenti presenti al quarto piano dell'edificio confermarono che il commissario Calabresi non si trovava nella stanza al momento del fatto e ritiene difficile escludere l'eventualità che Valitutti (unico testimone sotto giuramento) si fosse distratto per il tempo sufficiente ad una persona per attraversare la frazione di corridoio visibile dalla stanza.[12]

I dubbi sulla versione ufficiale[modifica | modifica sorgente]

La versione ufficiale viene considerata inoltre, secondo le stesse fonti, contraddittoria ed incongruente: l'ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull'accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l'interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe.

Riguardo l'ora della precipitazione, la sentenza cita le testimonianze dei quattro giornalisti presenti nella sala stampa della questura, concordi nell'affermare che il fatto avvenne qualche minuto prima della mezzanotte, informazione definita assolutamente certa. La sentenza poi afferma che l'ambulanza fu chiamata alle 00:01, in base all'ora trascritta sul registro delle richieste di intervento pervenute alla centrale operativa del corpo dei vigili urbani.[12]

Le illazioni sulle persone coinvolte[modifica | modifica sorgente]

Uno degli argomenti addotti su cui vengono fatte molte illazioni è la qualità dei soggetti coinvolti, cioè delle 5 persone che erano nella stanza con Pinelli.[13]

Luigi Calabresi era noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di estrema sinistra (fra cui Lotta Continua).

In un primo momento vennero indicati come sospetti gli avanzamenti di grado di alcuni ufficiali ritenuti anch'essi coinvolti nella misteriosa morte, tra cui l'ex fascista Marcello Guida, direttore delle guardie delle carceri di Ventotene (l'isola dove vennero segregati gli anarchici prima di esser trasferiti nel campo di concentramento di Renicci d’Anghiari, in provincia di Arezzo)[14] e Santo Stefano durante il ventennio anche se si accertò poi che si trattava semplicemente di ordinari avanzamenti per anzianità.

La seconda autopsia[modifica | modifica sorgente]

Alcuni organi di stampa, tra cui Lotta continua (n. 12, 14/05/1970) sostenevano che la salma di Pinelli presentasse una lesione bulbare compatibile con quelle che può provocare un colpo di karate. Peraltro, una lesione bulbare avrebbe provocato la morte immediata di Pinelli, il quale è invece deceduto due ore dopo la caduta dalla finestra.

In seguito a tali polemiche, nel 1975, la salma di Pinelli venne riesumata e analizzata. In realtà nella prima perizia necroscopica non si parlava di una lesione bulbare, ma di "un'area grossolanamente ovolare" conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio. Fu fatta quindi una seconda autopsia che confermò il risultato della prima.

Il caso venne quindi chiuso attribuendo la morte di Pinelli ad un malore attivo, secondo la sentenza del giudice Gerardo D'Ambrosio: lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi come nel caso di un collasso, avrebbe subito un'alterazione del centro di equilibrio, che causò la caduta. Nessuna imputazione, né per omicidio colposo né per abuso d'ufficio (Pinelli era trattenuto illegalmente dopo che il fermo era ormai scaduto) né per falso ideologico (per aver dichiarato che Pinelli si era suicidato) verrà mai contestata a nessuna delle persone coinvolte.

La controinchiesta delle Brigate Rosse[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Inchieste di Robbiano di Mediglia.

La Commissione Stragi accertò che sulla strage di Piazza Fontana la controinchiesta delle Brigate Rosse arrivò alla conclusione che la strage fu opera di una collaborazione tra anarchici (probabilmente inconsapevoli capri espiatori), fascisti e servizi segreti.

Il 10 gennaio 1991 un pentito delle BR, Michele Galati, riassunse i risultati della controinchiesta sulla strage di Piazza Fontana al giudice istruttore di Venezia.
Il pentito affermò davanti al giudice che la controinchiesta era arrivata alla conclusione che materialmente l'ordigno era stato posto nella banca da anarchici (Valpreda o Pinelli), che pensavano di attuare un attentato dimostrativo, non mortale e a banca chiusa; timer ed esplosivo (molto più potente del previsto) erano stati messi a disposizione da una cellula nera. I risultati della controinchiesta su piazza Fontana furono tenuti riservati, secondo Galati, perché concludeva che Pinelli aveva collocato la bomba ed era morto suicida perché sconvolto. L'inchiesta delle Br, secondo il racconto di Galati, concluse che la strage avvenne per un errore nella valutazione dell'orario di chiusura della banca.
Nel settembre 1992, anche l'allora segretario del PSI, Bettino Craxi fece affermazioni analoghe, così come l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.[15]

Queste conclusioni sono in contrasto con le sentenze giudiziarie, che hanno invece affermato l'innocenza degli anarchici, attribuendo la strage al gruppo neofascista Ordine Nuovo, sebbene le condanne dei presunti esecutori e mandanti furono prescritte o essi stessi non furono processabili, perché già assolti in via definitiva.

Il ricordo di Pinelli[modifica | modifica sorgente]

Tomba di Giuseppe Pinelli, cimitero di Turigliano, Carrara. La lapide in basso reca l'epitaffio, tratto da uno di quelli presenti nell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters:
La macchina del «Clarion» di Spoon River venne distrutta
e io incatramato e impiumato,
per aver pubblicato questo il giorno che gli Anarchici
furono impiccati a Chicago:
"Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada,
colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava di ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
"Non guarda in faccia a nessuno."
Poi un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ecco, le ciglia erano tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un'anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda".
EDGAR LEE MASTERS
(Epitaffio di Carl Hamblin, traduzione di Fernanda Pivano)[16]

Il 20 dicembre 1969 si svolsero i funerali di Giuseppe Pinelli, al cimitero di Musocco, a cui parteciparono la famiglia, i compagni anarchici e alcuni intellettuali come Franco Fortini (che ne scriverà un resoconto giornalistico), Vittorio Sereni, Marco Forti e Giovanni Raboni.[17] Successivente, il corpo di Pinelli sarà traslato nel cimitero di Turigliano, vicino a Carrara, e sulla lapide verrà apposta anche una poesia di Edgar Lee Masters, Carl Hamblin[18] tratta dall'Antologia di Spoon River (libro che Pinelli aveva regalato al commissario Calabresi nei giorni in cui la polizia indagava gli anarchici per le bombe dell'aprile 1969).[19]

La figura di Pinelli è stata presa, in ambienti anarchici, a simbolo dell'opposizione al potere costituito in genere ed in particolare al potere poliziesco.

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Nei mesi successivi alla morte di Pinelli il "Comitato cineasti contro la repressione" raccolse numerosi materiali per la realizzazione di un lungometraggio sulla vicenda di Giuseppe Pinelli; due gruppi di lavoro, coordinati da Elio Petri e Nelo Risi, portarono a termine l'opera. Il film, Documenti su Giuseppe Pinelli, uscì nel 1970 e circolò attraverso i canali politici del PCI e del Movimento Studentesco.

La figura di Pinelli appare anche nei film Romanzo di una strage (2012) di Marco Tullio Giordana (interpretato da Pierfrancesco Favino) nell'episodio Il commissario (2014) della miniserie televisiva Gli anni spezzati (interpretato da Paolo Calabresi).

Musica[modifica | modifica sorgente]

Sono state composte diverse canzoni su Pinelli, come diverse versioni de La ballata del Pinelli[20] o Ballata dell'anarchico Pinelli, scritta sia dal cantautore pisano di LC Pino Masi che da G. Barozzi, F. Lazzarini, U. Zavanella (giovani anarchici mantovani) la sera stessa dei funerali e successivamente rielaborata, ampliata e musicata da Joe Fallisi nel 1969[21]. La canzone viene tutt'oggi abitualmente portata sul palco, con un testo molto simile all'originale e l'arrangiamento modificato, da Claudio Lolli, uno dei più politicizzati cantautori italiani.

Nel febbraio 1970, il cantastorie Franco Trincale compose un Lamento per la morte di Giuseppe Pinelli, che divenne molto popolare e fu inciso in diversi album di questo artista.

Riccardo Mannerini, poeta anarchico e paroliere (collaboratore di De André) scrive su questo tema il testo di un brano musicale per i New Trolls, Ballata per un ferroviere (1970).

Sempre del 1970 è Povero Pinelli, sulla musica di Povero Matteotti (rielaborazione a sua volta di Povero Cavallotti[22]), scritta da Luisa Ronchini con una strofa aggiunta da Giovanna Marini, per il Canzoniere Popolare Veneto.

La canzone Asilo "Republic" di Vasco Rossi contenuta nell'album Colpa d'Alfredo del 1980 è tratta dalla vicenda di Giuseppe Pinelli, affrontata con ironia e metafore:

« Dice che è stata una disattenzione della maestra
e subito uno si è buttato giù dalla finestra »

Anche il gruppo folk emiliano dei Modena City Ramblers ha citato il caso all'interno di una loro canzone presente su un demotape autoprodotto del 1993 intitolato Combat Folk, la canzone è intitolata Quarant'anni:

« Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze
e anarchici distratti cadere giù dalle finestre »

Il gruppo ska romano Banda Bassotti cita il ferroviere nella canzone Luna Rossa contenuta in Avanzo de cantiere, cover di Piazza Fontana degli Yu Kung:

« Notti di sangue e di terrore

scendono a valle sul mio paese
chi pagherà le vittime innocenti?
chi darà vita a Pinelli il ferroviere? »

Teatro[modifica | modifica sorgente]

Alla vicenda di Pinelli si ispirò anche un'opera teatrale di Dario Fo: Morte accidentale di un anarchico (ma in realtà il riferimento quasi esplicito che viene fatto è per Andrea Salsedo, per motivi di censura).

Pittura[modifica | modifica sorgente]

L'opera pittorica di Enrico Baj, che doveva essere esposta a Milano lo stesso giorno dell'omicidio Calabresi, intitolata I funerali di Pinelli, si ispira anch'essa a questi eventi.[17]

Letteratura e giornalismo[modifica | modifica sorgente]

Della vicenda Pinelli si occupò lungamente Camilla Cederna, giornalista di fama, che pubblicò la sua testimonianza in un libro intitolato Pinelli. La finestra sulla strage, edito nel 1971 e ripubblicato nel 2004.

Il citato poeta anarchico genovese Riccardo Mannerini ha scritto "Il Ferroviere".

Le lapidi commemorative[modifica | modifica sorgente]

La lapide commemorativa apposta dagli anarchici.
La lapide commemorativa apposta dal Comune di Milano.

Ogni anno, a Milano si organizzano diverse manifestazioni per non dimenticare Pinelli e la strage di piazza Fontana dove è stata apposta una lapide che recita: A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della questura di Milano; 16/12/1969.

Nel novembre 1988, una lapide simile a quella di piazza Fontana viene apposta a Roma all'ingresso della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza.[23]

Nel marzo 2006 il Comune di Milano, come il sindaco Gabriele Albertini aveva promesso di fare prima della fine del proprio mandato, ha cercato di placare le polemiche sulla presenza della lapide (che di fatto ufficializza la versione secondo cui Pinelli sarebbe stato assassinato), sostituendola con una lapide simile in cui il testo è stato cambiato per renderlo meno accusatoria: la nuova lapide recita "innocente morto tragicamente" al posto di "ucciso innocente". La sostituzione è avvenuta di notte e non è stata precedentemente annunciata, ufficialmente per evitare possibili incidenti.

La decisione ha trovato l'opposizione degli ambienti anarchici. La sostituzione della targa è stata considerata da alcuni esponenti del mondo anarchico e della sinistra come un'operazione elettorale dovuta alle imminenti elezioni politiche e elezioni amministrative per il sindaco.

Il 23 marzo 2006, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa hanno ricollocato in piazza Fontana la loro targa, completa della dicitura originale. Pertanto ora in quel luogo vi sono due targhe che commemorano Giuseppe Pinelli. L'allora sindaco Albertini affermò che avrebbe chiesto alla giustizia civile di far rimuovere nuovamente la targa degli anarchici, sostenendo che per decenni è stata tollerata una targa che occupava abusivamente il suolo pubblico ma, attualmente, la targa è li collocata.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f Giuseppe Pinelli su Anarcopedia
  2. ^ Giampaolo Pansa -Il Riformista - 17 maggio 2009
  3. ^ Colpo di scena: un fermato si uccide in questura, articolo del "Corriere della Sera" del 16 dicembre 1969, riportato da isole.ecn.org
  4. ^ a b Dossier a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, contenente gli articoli Colpo di scena: un fermato si uccide in questura del "Corriere della Sera", Clamoroso colpo di scena nelle indagini sui terroristi e Gesto rivelatore da "La Notte" del 16 dicembre 1969 e l'articolo Improvviso dramma in questura: l'anarchico Pinelli si uccide del settimanale "Epoca"
  5. ^ [1], articolo di ricostruzione dei fatti del sito temporis
  6. ^ a b Tommaso De Berlanga, Il testimone Valitutti: «Calabresi era proprio lì», Il manifesto, 12 dicembre 2009, p.7
  7. ^ (16 maggio 2002 - D'AMBROSIO: CALABRESI NON C'ENTRA CON LA MORTE DI PINELLI - "SETTE", settimanale del "Corriere della sera" - Attualità / parla il procuratore di Milano) (- stralci dell'intervista a SETTE)
  8. ^ (Commissione Stragi: audizione Allegra)
  9. ^ Una finestra sulla storia, articolo di ricostruzione dei fatti del sito temporis, riportato da Internet Archive
  10. ^ Testimonianza di Pasquale Valitutti su Pinelli
  11. ^ Come è morto Giuseppe Pinelli, ricostruzione dei fatti della testata on-line Temporis
  12. ^ a b http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/docs/4-2635_sentenza_pinelli.pdf
  13. ^ Camilla Cederna, Pinelli. La finestra sulla strage, 1971
  14. ^ http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/307/15.htm, Gli anarchici e la Resistenza, Direttore delle guardie a Ventotene è un certo Marcello Guida. Nel dicembre 1969 è questore di Milano. È lui che dichiara suicida il defenestrato Giuseppe Pinelli.
  15. ^ Michele Brambilla, Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto., Rizzoli, Milano 1994
  16. ^ Carl Hamblin
  17. ^ a b "I funerali di Pinelli" finalmente a Palazzo Reale
  18. ^ Testo
  19. ^ Pinelli, Calabresi, Sofri
  20. ^ La Ballata del Pinelli nelle sue diverse versioni da "Canzoni contro la guerra"
  21. ^ La Ballata del Pinelli nella versione di Joe Fallisi
  22. ^ conosciuta anche come Felice Cavallotti o La morte in duello di Felice Cavallotti, canto popolare lombardo della fine del XIX secolo
  23. ^ Anna Lisa Tota, La memoria contesa: studi sulla comunicazione sociale del passato, FrancoAngeli, 2001, p. 207. URL consultato l'8 giugno 2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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