Gaetano Bresci

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Gaetano Bresci

Gaetano Bresci (Coiano di Prato, 10 novembre 1869Isola di Santo Stefano, 22 maggio 1901) è stato un anarchico italiano, autore dell'uccisione a Monza del re Umberto I, che era scampato anni prima ad attentati eseguiti da altri anarchici come Giovanni Passannante e Pietro Acciarito.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Prima del regicidio[modifica | modifica sorgente]

Bava Beccaris, il generale che represse l'insurrezione milanese del 1898

Gaetano Bresci nacque il 10 novembre 1869 a Coiano, frazione di Prato, dai contadini Gaspare Bresci (a volte scritto Gasparo o Gaspero) e Maddalena Godi (morti rispettivamente nel 1895 e nel 1889). La sua famiglia era semplice ma non in misere condizioni: nel 1900 suo fratello Angiolo era tenente del Regio Esercito presso il corpo degli artiglieri di Caserta[1], mentre una sorella aveva sposato un affermato ebanista di Castel San Pietro Terme[2]. Iniziò a lavorare in età adolescenziale in un'azienda di filatura e prese contatti con il mondo politico. All'età di 15 anni entrò a far parte di un circolo anarchico di Prato. Nel 1892 fu condannato a 15 giorni di carcere per oltraggio e rifiuto di obbedienza alla forza pubblica, fu schedato come «anarchico pericoloso» e relegato nel 1895 (ai sensi delle leggi speciali di Crispi) a Lampedusa. Ricevuta l'amnistia sul finire del 1896, Bresci riprese il suo lavoro di filatore e mise incinta una sua collega operaia. Forse per evitare i doveri della paternità decise di emigrare negli Stati Uniti, stabilendosi a Paterson (New Jersey), dove trovò lavoro nell'industria tessile e frequentò la comunità anarchica di emigrati italiani. Bresci si distingueva dall'"immigrato italiano medio" in quanto parlava correttamente l'inglese, possedeva anche una macchina fotografica[3] (un piccolo lusso per l'epoca) e interagiva molto con la comunità statunitense, al contrario di molti immigrati italiani (soprattutto i primi che arrivarono negli Stati Uniti) che, per motivi diversi, spesso si auto-ghettizzavano nelle Little Italy. Bresci era considerato anche un "donnaiolo", molto spigliato con le ragazze, aiutato in questo anche da una discreta cultura. Tra i suoi amici e conoscenti di Paterson vi erano Ernestina Cravello, Mario Grisoni, Gino Magnolfi, nomi conosciuti nella comunità anarchica.[4] Negli Stati Uniti si legò all'irlandese Sophie Knieland, dalla quale ebbe due figlie, Maddalena e Gaetanina[5]; quest'ultima sarà anche lei anarchica convinta, e dopo la morte del padre continuò le lotte per una vita migliore degli operai di Paterson, che il padre aveva sostenuto anni prima.

Il re Umberto I

Durante la sua permanenza in America, Bresci venne a conoscenza della feroce repressione nel 1894 dei Fasci Siciliani da parte di Crispi e dei moti popolari del 1898, voluta dal governo di Antonio di Rudinì. In particolare a Milano, a seguito dell'aumento del prezzo della farina e del pane, il cui costo cresceva da anni, il popolo insorse ed assaltò i forni del pane. In quell'anno, a circa quarant'anni dall'annessione della Lombardia al futuro Regno d'Italia dopo la Seconda guerra d'indipendenza (1859), la situazione economica era grave, tanto che in quegli stessi quarant'anni emigrarono circa 519.000 lombardi.[6]

L'insurrezione milanese, passata alla storia come la "protesta dello stomaco", durò vari giorni, dal 6 al 9 maggio 1898. Essa fu repressa nel sangue da reparti dell'esercito comandati dal generale Fiorenzo Bava-Beccaris; nella repressione militare vi furono, secondo i dati ufficiali (sicuramente sottostimati, dato che testimoni oculari parleranno di circa 300 vittime[7]) ottanta persone uccise, di cui solo due tra la forza pubblica, e quattrocentocinquanta feriti, dei quali ventidue furono militari; tra le vittime vi furono anche vari mendicanti che si trovavano in fila per ricevere la minestra dei frati in via Monforte, sui quali si sparò col cannone[8]. Bava Beccaris, per tale azione di ordine pubblico, fu insignito con la Croce di grand'ufficiale dell'ordine militare di Savoia dal re Umberto I, il quale per l'occasione inviò a Bava Beccaris un telegramma, reso pubblico, in cui scriveva fra l'altro che l'onorificenza gli era conferita «per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria»[9]. Inoltre Umberto I lo nominò senatore un mese dopo, con un decreto reale del 16 giugno 1898.[10] Gaetano Bresci intendeva vendicare l'eccidio e rendere giustizia, perciò decise di ritornare in Italia con l'obiettivo di uccidere re Umberto, ritenendolo responsabile massimo di quei tragici avvenimenti.[11]Prima di tornare in Italia, inviò del denaro all'operaia che gli aveva dato un figlio a Prato.[12] Una volta giunto in Italia, fu solito allenarsi presso il Tiro a Segno Nazionale di Galceti (Prato) dove poneva distesi al suolo dei fiaschi per il vino, allenandosi a colpire e sfondarne il fondo facendo passare il proiettile per il collo della bottiglia. Prese poi in affitto una camera a Milano in via San Pietro all'Orto n.4[1] e riuscì a spiare per giorni i movimenti e le abitudini del sovrano, che si trovava dal 21 luglio in villeggiatura estiva nella poco distante Villa Reale di Monza[13].

Il regicidio e la condanna[modifica | modifica sorgente]

« Ho attentato al Capo dello Stato perché è responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che lui rappresenta e fa difendere. Concepii tale disegnamento dopo le sanguinose repressioni avvenute in Sicilia in seguito agli stati d’assedio emanati per decreto reale. E dopo avvenute le altre repressioni del ‘98 ancora più numerose e più barbare, sempre in seguito agli stati d’assedio emanati con decreto reale. »
(Gaetano Bresci subito dopo l'arresto[14])
L'attentato in una raffigurazione dell'epoca

La sera di domenica 29 luglio 1900 poco dopo le 22, a Monza, Bresci uccise il re d'Italia Umberto I di Savoia sparandogli contro tre o quattro colpi di rivoltella (Bresci affermò di aver sparato tre volte ma le fonti storiche non concordano, in quanto oltre alle tre nel corpo del re, venne ritrovato un quarto proiettile nella carrozza[12]), colpendolo alla spalla, al polmone e al cuore. Pochi secondi dopo perse conoscenza e morì.[15]. Il sovrano stava rientrando in carrozza nella sua residenza monzese dopo aver assistito a un saggio ginnico cui seguì una premiazione presso la società sportiva "Forti e Liberi". Il regicidio, immortalato in una celebre tavola del pittore Achille Beltrame per La Domenica del Corriere, avvenne sotto gli occhi della popolazione festante che salutava il monarca. Bresci si lasciò catturare dal maresciallo dei carabinieri Andrea Braggio senza opporre resistenza e fu lo stesso carabiniere a salvarlo, proteggendolo dal linciaggio a cui stava per essere sottoposto dalla folla inferocita. Poco dopo affermò: «Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio».[16]

Bresci durante il processo

Bresci, difeso dall'avvocato Francesco Saverio Merlino dopo il rifiuto di Filippo Turati (che temeva repressioni contro il Partito Socialista Italiano; duante un colloquio con Bresci in carcere, Turati rifiutò l'incarico con la motivazione che "non esercitava più da 10 anni la professione"[16]), fu processato per regicidio e condannato all'ergastolo. Ricordiamo che la pena di morte era invece stata comminata a Giovanni Passannante, ventidue anni prima (1878), anche se il suo attentato contro il sovrano era fallito, ed era stata commutata in ergastolo per la grazia concessa dal re Umberto: ma la pena di morte era stata abolita dal Codice Zanardelli del 1889, tranne per alcuni reati militari.[17]

Il dispositivo della sentenza affermò di condannare «...Bresci Gaetano alla pena dell'ergastolo, di cui i primi sette anni in segregazione cellulare continua, all'interdizione perpetua dei pubblici uffici, all'interdetto legale, alla perdita della capacità di testare, ritenendo nullo il testamento che per avventura fosse da lui stato fatto prima della condanna».[16]

Gaetano Bresci fu recluso dapprima a San Vittore[16], a Milano, poi, subito dopo il processo, nel carcere di Forte Longone, a Porto Azzurro sull'isola d'Elba, in una delle venti celle che formano la sezione d'isolamento denominata "la Rissa", sotto una finestra della quale egli scrisse "la tomba dei vivi".[18] Alle ore 12 del 23 gennaio del 1901, dopo un trasferimento via mare sulla nave da guerra Messaggero, Bresci fu rinchiuso nel suo ultimo domicilio. Per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili, nel penitenziario di Santo Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane). Il suo numero di matricola era il 515.[16]

Indossava la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicavano i colpevoli dei delitti più gravi. I piedi erano avvinti in catene e doveva effettuare l'ora d'aria su una terrazza isolata, quando gli altri detenuti erano nelle celle, per evitare la comunicazione con loro che effettuano l'uscita giornaliera nel cortile sottostante.[16] Ogni giorno riceveva il vitto di spettanza: una gamella di zuppa magra e una pagnotta. Aveva facoltà di acquistare generi alimentari allo spaccio, ma si avvalse raramente di questa concessione.[16] Delle sessanta lire depositate presso l'amministrazione dell'ergastolo (e spedite dall'America dalla moglie) riuscì a spenderne meno di dieci. Il comportamento del detenuto fu giudicato tranquillo, normale. Bresci ricevette la visita del cappellano del carcere, don Antonio Fasulo, ma rinunziò al conforto della conversazione. Si fece dare una Bibbia, che leggeva ogni tanto, e poi, tra gli scarsi volumi della biblioteca carceraria (Bibbie, una copia delle Vite dei Santi e pochi dizionari), scelse un vocabolario italiano-francese. Lo troverà aperto, nel pomeriggio del 22 maggio 1901, il direttore del carcere venuto a constatare la sua morte.[19]

Contemporaneamente, a Parigi si ebbe notizia di rapporti fra Maria Sofia di Borbone, detta romanticamente la Regina degli Anarchici, con Errico Malatesta, rapporti probabilmente solo di conoscenza viste le simpatie politiche dimostrate dall'aristocratica nei confronti dei "sovversivi" (la regina si avvicinò agli anarchici solo per incitarli a compiere attentati contro i Savoia, per recuperare il Regno delle Due Sicilie, non per sincero interesse). Benedetto Croce affermò, sbagliando l'anno (riporta il 1904 anziché il 1901) che l'ex regina volesse organizzare con Malatesta l'evasione di Gaetano Bresci, circostanza però smentita dal pensatore anarchico.[20] Si temeva, nel governo, un'azione degli anarchici per liberarlo, mentre l'avvocato Merlino preparava le carte per un revisione del processo, per ottenere una riduzione della pena e il trasferimento in un carcere meno duro, approffittando della presenza di un governo più tollerante, quello di Giuseppe Zanardelli (Merlino aveva già tentato di ottenere una pena bassa al processo, giustificando il gesto di Bresci come "violenza privata contro la violenza dello Stato").[16][21]

La morte[modifica | modifica sorgente]

Il 22 maggio 1901, l'ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registrò la morte del detenuto «Gaetano Bresci fu Gaspero, condannato all'ergastolo per l'uccisione a Monza del re d'Italia». Alle ore 14.55 il secondino Barbieri, che aveva l'incarico di sorvegliare a vista l'ergastolano, ma che si era allontanato per alcuni minuti, scoprì il corpo del Bresci, ormai cadavere, penzolare dall'inferriata alla quale il recluso si era appeso per il collo mediante l'asciugamano in dotazione o, secondo altri, un lenzuolo. Accorsero sia il direttore del carcere cavalier Cecinelli sia il medico, ma soltanto per constatare l'avvenuto decesso. Bresci non aveva dato segni di depressione né di volontà suicide nei giorni precedenti.[16]

Il cortile interno del carcere di Santo Stefano

Le circostanze della sua morte destarono subito qualche perplessità. Voci sotterranee, fatte circolare da cella a cella e presto uscite dal penitenziario, avvalorano un'ipotesi alternativa.[16]
Tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, avrebbero immobilizzato il Bresci buttandogli addosso una coperta e poi lo avrebbero massacrato a pugni. Nel gergo carcerario questo trattamento è chiamato "fare il Sant'Antonio o santantonio": serve a dare una lezione ai riottosi, ma qualche volta questa lezione è mortale. Ad esempio, Sandro Pertini (detenuto al carcere di Santo Stefano durante il ventennio fascista) sostenne, nell'aula dell'Assemblea Costituente nel 1947 che Bresci era stato ucciso in questo modo.[16] Un "delitto contro lo Stato" sarebbe stato dunque punito con un "delitto di Stato". Secondo i medici che effettuarono l'autopsia, il corpo era in stato di decomposizione, e non era morto da sole 48 ore.[22] Qualche incertezza vi è anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di Santo Stefano: si veda la testimonianza di Luigi Veronelli, che disegnò una mappa, basandosi su alcune indicazioni presenti sulle tombe[23]; secondo altre, il suo corpo venne gettato in mare. Molte delle tombe del cimitero del carcere (usato anche come posto di confino durante il fascismo) sono senza nome, anche se in seguito sono state apposte nuove targhette, seguendo la mappa di Veronelli. Una delle croci di legno è stata identificata come la tomba di Bresci.[22][24]

Le sole cose certe rimaste di lui furono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra) e, conservati presso il Museo criminologico di Roma, la rivoltella con cui compì il regicidio, la sua macchina fotografica con i reagenti per sviluppare le foto, e due valigie di effetti personali sequestrati nella sua camera in affitto di Milano.[16]

Ci sono poi alcuni misteri che circondano ancora la figura dell'"anarchico venuto dall'America", come la fantasia popolare lo aveva ribattezzato. Riguardano prevalentemente alcuni documenti spariti misteriosamente: non è infatti mai stata trovata la pagina 515 che descriveva il suo "status" di ergastolano e le circostanze della sua morte; nessuna informazione su di lui è disponibile all'Archivio di Stato di Roma; non è mai stato ritrovato – come testimonia un'approfondita biografia di Arrigo Petacco – il dossier che Giovanni Giolitti scrisse sulla vicenda Bresci.[16]

Qualche anno dopo la morte del regicida, Ezio Riboldi, primo sindaco socialista di Monza, fece visitare la cappella espiatoria all'allora giovane esponente della sinistra rivoluzionaria Benito Mussolini, il quale con un sasso appuntito incise la scritta: «Monumento a Bresci».[25]

Reazioni[modifica | modifica sorgente]

Come era già accaduto ai suoi predecessori Passannante e Acciarito, tutti gli amici più stretti e i parenti di Bresci vennero arrestati nel tentativo di dimostrare che il regicida non aveva agito individualmente, ma aveva preso parte a un vastissimo complotto anarchico internazionale. Anche la polizia di Paterson fu mobilitata per dimostrare l'esistenza di tale complotto, ma non trovò assolutamente alcuna prova; si trovarono invece testimonianze che indicavano il contrario.[4]

Il quotidiano socialista Avanti, divenuto capro espiatorio benché non fosse affatto vicino agli anarchici, subì un'aggressione da parte dei conservatori, in seguito alla quale furono arrestati alcuni lavoratori del giornale invece degli aggressori. Molti anarchici in tutta Italia furono arrestati, colpevoli di apologia di regicidio.

Tra coloro che celebrarono il regicidio vi furono un prete ed un farmacista savonese, che vennero immediatamente arrestati per questo. A Bresci, infatti, erano stati dedicati feste e brindisi, tanto in Italia quanto a Paterson. La maggioranza degli anarchici, anche coloro che erano solitamente contrari alla violenza, espresse sostegno all'azione di Bresci.[4][26] Lev Tolstoj, anarchico cristiano nonviolento, non approvò il gesto in sé, ma ne comprese le motivazioni profonde:

« Se Alessandro di Russia, se Umberto non hanno meritato la morte, assai meno l'hanno meritata le migliaia di caduti di Plevna o in terra d’Abissinia. Sono terribili tali uccisioni non per la loro crudeltà o ingiustizia ma per l'irragionevolezza di coloro che le compiono. Se gli uccisori di re sono spinti ad essere tali da un sentimento personale di indignazione suscitato dalle sofferenze del popolo in schiavitù di cui appaiono loro responsabili Alessandro, Carnot, Umberto o da un sentimento personale di offesa e vendetta, allora tali azioni per quanto ingiuste appaiono comprensibili. »
(L. Tolstoj, Non uccidere)

Commemorazioni[modifica | modifica sorgente]

Monumento a Bresci a Carrara
  • Nella città di Carrara è stato dedicato a Bresci un monumento, nell'area antistante il cimitero in Loc. Turigliano,[27] in marmo di Carrara, opera dello scultore milanese Carlo Sergio Signori.[28]
  • La città di Prato ha dedicato, nel 1976, una strada al concittadino anarchico. Si trova vicino a piazza del Mercato Nuovo.
  • Umberto Eco nello scritto intitolato "Elogio a Franti" (articolo raccolto nel Diario Minimo del medesimo) suggerisce ironicamente che il detto personaggio, tratto dal libro Cuore di Edmondo de Amicis in cui riveste il ruolo di birbante e cinico (che Eco rilegge come emblema di opposizione sociale) tanto da ridere riguardo l'anniversario dei funerali del re Vittorio Emanuele II, abbia, divenuto adulto, assunto il nome d'arte di Gaetano Bresci.
  • Due delle maggiori associazioni dedicate alla memoria della Resistenza italiana contro il nazifascismo, l'ANPI e la FIAP, sezioni di Carrara, hanno deposto fiori e una corona d'alloro presso il suddetto monumento a Bresci, durante una manifestazione pubblica il 2 novembre 2013[29], poiché, secondo le associazioni, Bresci «sacrificò la sua vita per quegli stessi ideali anarchici e di liberazione» che animavano gran parte della «Carrara antifascista e partigiana».[30]

Canzoni su Bresci o che lo ricordano[modifica | modifica sorgente]

  • Ascanio Celestini, La casa del ladro (a Gaetano Bresci); canzone (trasmessa nel programma Parla con me di Serena Dandini l'8 febbraio 2007):[31] vi si parla di un assassino che entra «come un ladro nella casa del ladro» - cioè del padrone – per ucciderlo. Il testo non parla di Bresci, ma è stato a lui dedicato dall'autore. Questo pezzo musicale è stato riproposto durante il Concerto del Primo maggio in piazza San Giovanni Laterano a Roma.
  • Assalti Frontali, Banditi nella sala
  • The Gang, Bandito senza tempo, contenuta nell'album Le radici e le ali
  • DDT, La Savoiarda, contenuta nell'album Skaglia!
  • Inno individualista, canto popolare anarchico
  • Viva il nostro Bresci, anonimo
  • Marco Valdo M.I., Gaetano , gracié and pendu
  • Viene citato in una strofa alternativa di Addio a Lugano ("scritta" da un anonimo a livello popolare tra gli anarchici livornesi, a differenza del resto del testo, opera di Pietro Gori)[32]
  • L'hanno ammazzato Umberto Primo, sull'aria e la metrica degli Stornelli d'esilio di Gori; anonimo[33]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b quotidiano la Stampa del 31/07/1900, p.1
  2. ^ S.Lapi, Rassegna storica del Risorgimento: organo della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano, vol.55. 1968, p.54
  3. ^ Bresci era solito portare sempre con sé la macchina fotografica (a dire il vero anche abbastanza costosa), una moda dei giovani americani del tempo. La macchina fotografica lo accompagnò anche il giorno in cui uccise Umberto I.
  4. ^ a b c Fabrizio Montanari, Ernestina e Gaetano Bresci
  5. ^ Gaetanina Bresci. Lo spettacolo al teatro La Baracca
  6. ^ CSER (Centro Studi sull'Emigrazione, di Roma).
  7. ^ Milano 1898, cannonate sulla folla
  8. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Volume settimo. La crisi di fine secolo e l'età giolittiana, Feltrinelli, Milano 1986 (seconda edizione), pag. 59.
  9. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Volume settimo. La crisi di fine secolo e l'età giolittiana, Feltrinelli, Milano 1986 (seconda edizione), pag. 60.
  10. ^ Scheda Senato: sen. Bava Beccaris Fiorenzo
  11. ^ Arrigo Petacco, L'anarchico che venne dall'America, Mondadori, Milano, 1974, p.91.
  12. ^ a b L'anarchico Bresci «Ho commesso il fatto con palle tre»
  13. ^ Gianni Oliva, I Savoia, Mondadori, p.433
  14. ^ Gaetano Bresci, tessitore, anarchico e uccisore di re di Massimo Ortalli
  15. ^ Dal Corriere della Sera
  16. ^ a b c d e f g h i j k l m Andrea Gaddini, Gaetano Bresci
  17. ^ La pena di morte in Italia
  18. ^ Biografia di Gaetano Bresci
  19. ^ Un dizionario di francese
  20. ^ Errico Malatesta, il Manifesto, 03/01/2007
  21. ^ Arringa dell'avvocato Francesco Saverio Merlino al processo contro Gaetano Bresci, rivista Il Pensiero, pag. 172 e segg. (Una difesa in Corte d'Assise)
  22. ^ a b Estratto da: Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re
  23. ^ Articolo di Veronelli riportato su A-Rivista anarchica
  24. ^ Anche gli ergastolani ora hanno un nome... piccoli splendidi passi nel carcere dell’isola di Santo Stefano
  25. ^ Indro Montanelli, Ritratti, Milano, Rizzoli, 1988, p. 296. ISBN 88-17-42803-5.
  26. ^ Malatesta su Bresci
  27. ^ Immagine e articolo su la Repubblica del 4 maggio 1990.
  28. ^ Luciano Caramel e Massimo Bertozzi (a cura di), Carlo Sergio Signori 1906-1988. Sculture dipinti disegni, catalogo della mostra tenuta a Massa nel 1997, Bologna, Grafis, 1997. ISBN 88-8081-081-2.
  29. ^ ANPI e FIAP depongono fiori al monumento a Bresci
  30. ^ Corona di fiori per Bresci e invito alla mostra al Cap
  31. ^ Parlaconme
  32. ^ Addio a Lugano su antiwarsongs
  33. ^ L'hanno ammazzato Umberto Primo

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Francesco Saverio Merlino, La difesa di Gaetano Bresci alla Corte d'assise di Milano, Bologna, Casa Editrice La Controcorrente, 1912.
  • Ugoberto Alfassio Grimaldi, Il re "buono", Milano, Feltrinelli, 1970.
  • Cesare Gildo Silipo, Un re: Umberto I, un generale: Bava Beccaris Fiorenzo, un anarchico: Gaetano Bresci, Milano, Il centro della copia, 1998.
  • Giuseppe Galzerano, Gaetano Bresci: vita, attentato, processo, carcere e morte dell'anarchico che giustiziò Umberto I, Casalvelino Scalo, Galzerano, 2001.
  • Arrigo Petacco, L'anarchico che venne dall'America. Storia di Gaetano Bresci e del complotto per uccidere Umberto I, Milano, Oscar Mondadori, 2001. ISBN 88-04-49087-X.
  • Fabio Santin e Marco Riccomini, Gaetano Bresci: un tessitore anarchico, Montespertoli, MIR Edizioni, 2006. ISBN 88-88282-88-2.
  • Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re; scheda su Nova Delphi Libri, Roma, maggio 2011.
  • Manlio Cancogni, Gli angeli neri. Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara, Mursia, 2011. ISBN 9788842544715.
  • Alessandro Affortunati, Fedeli alle libere idee. Il movimento anarchico pratese dalle origini alla Resistenza, Milano, Zero in condotta, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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