Regia Marina

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Regia Marina
Emblema della Regia Marina
Emblema della Regia Marina
Descrizione generale
Attiva 17 marzo 1861[1] - 2 giugno 1946
Nazione Italia Italia
Servizio marina militare
Patrono santa Barbara
Battaglie/guerre battaglia di Lissa
battaglia di Kunfida
battaglia del canale d'Otranto
affondamento della corazzata Wien
beffa di Buccari
impresa di Premuda
impresa di Pola
battaglia del Mediterraneo
Comandanti
Comandanti degni di nota Paolo Emilio Thaon di Revel, Benedetto Brin, Domenico Cavagnari, Inigo Campioni, Emanuele Campagnoli, Raffaele De Courten
Simboli
Bandiere

Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Bandiera navale

Naval jack of Italy (1879-ca. 1900).svg Naval jack of Italy (ca. 1900-1946).svg
Bandiera di bompresso

Masthead pennant of the Kingdom of Italy.svg
Fiamma (dal 1943)

Stemma CoA Regia Marina.svg
dal 25 aprile 1941
(solo sulla carta)[2][3]

fonti citate nel corpo del testo

Voci su marine militari presenti su Wikipedia

La Regia Marina fu l'armata navale del Regno d'Italia fino al 1946, anno in cui con la proclamazione della Repubblica assunse la nuova denominazione Marina Militare[4].

Con la caduta di Gaeta il 15 febbraio 1861, la fine del Regno delle due Sicilie sancì l'unione della piccola Real Marina Sarda alla Marina borbonica, che contribuì con equipaggi esperti e navi di buona qualità, al suo potenziamento.[5] Il 17 marzo successivo, con la proclamazione del Regno da parte del Parlamento di Torino, nacque la Regia Marina e l'assertore più convinto della necessità per il Regno d'Italia di dotarsi di una forza navale potente che amalgamasse le competenze delle marine preunitarie, il conte Camillo Benso di Cavour (allora Presidente del Consiglio), non mancò di ribadire il proprio impegno di fare l'Italia una nazione di spiccato carattere marittimo[6]:

« Voglio delle navi tali da servire in tutto il Mediterraneo, capaci di portare le più potenti artiglierie, di possedere la massima velocità, di contenere una grande quantità di combustibile […] consacrerò tutte le mie forze […] affinché l'organizzazione della nostra Marina Militare risponda alle esigenze del Paese[5] »
(Camillo Benso Conte di Cavour)

L'impegno di Cavour portò ad un notevole sviluppo della flotta, che si interruppe con la battaglia di Lissa; perché la Regia Marina tornasse a dotarsi di navi moderne ci vollero dieci anni, con lo sviluppo della classe Caio Duilio. Grazie ad ingegneri navali come Cuniberti e Masdea vennero prodotte classi di navi interessanti, ma sempre in numero limitato a causa delle necessità di bilancio del paese.

La guerra italo-turca fu il primo vero banco di prova per la nuova flotta, schierando in linea praticamente le stesse navi poi impegnate nella prima guerra mondiale, durante la quale, tuttavia, non vi fu mai alcuna vera e propria "battaglia navale" con la flotta austro-ungarica.

Le scelte operate tra le due guerre condizionarono infine pesantemente le strategie e le capacità operative della Regia Marina nella seconda guerra mondiale, durante la quale, pur battendosi validamente, subì una serie di sconfitte senza riuscire ad impedire il sostanziale predominio della Royal Navy nel Mar Mediterraneo.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Con gli accordi del 1815 nel Congresso di Vienna era stato ridisegnato l'assetto dell'Europa dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione francese e delle conseguenti guerre napoleoniche, e il Regno di Sardegna era entrato in possesso di oltre 300 km di costa ligure, lungo i quali iniziarono a svilupparsi gli interessi marittimi del regno[5]. La flotta fu affidata al barone Giorgio Des Geneys, che ne curò il riordino e lo sviluppo, riscuotendo una prima vittoria a Tripoli il 25 settembre 1825, contro il signore della città Jussuf-Bey, in un'operazione mirata a scoraggiare i corsari barbareschi dall'effettuare scorrerie contro le coste del regno[5].

Ritratto di Cavour precedente al 1861

Nel 1850, con primo ministro Massimo D'Azeglio, fu approvata la decisione di dividere il Ministero della Marina da quello della Guerra, e unirlo a quello dell'Agricoltura e del Commercio, che includeva l'industria[7].

A capo del nuovo dicastero fu nominato il conte Camillo Benso di Cavour:

« […] che primo tra i Subalpini aveva divinato l'avvenire della nuova Italia dovesse risiedere nello sviluppo dell'Armata. Della Marina Italiana Cavour è stato il Colbert... ed in ogni cosa buona, efficace e grande compiuta dalla Marina d'Italia in questo mezzo secolo aleggia lo spirito positivo e platonico del Grande Conte, suo vero fondatore[8] »
Il vascello, poi trasformato in pirovascello, Re Galantuomo (ex Monarca della Real Marina del Regno delle Due Sicilie)

Il 7 settembre 1860 Garibaldi fece il suo ingresso a Napoli, e il 15 febbraio cadde Gaeta. La Regia Marina nacque il 17 marzo 1861, segnando la fine della Marina borbonica, a seguito della proclamazione del Regno d'Italia da parte del parlamento di Torino[6]; l'unificazione delle Marine che la costituivano - Marina del Regno di Sardegna, Real Marina del Regno delle Due Sicilie, Marina del Granducato di Toscana e Marina Pontificia - risaliva, invece, al 17 novembre 1860[6]. La squadra navale, che aveva inglobato anche uomini e navi della squadra garibaldina, ereditò la tradizione marinara delle due maggiori marine che avevano concorso a comporla, quella del Regno di Sardegna e, soprattutto, quella del Regno delle Due Sicilie che era la marina militare più potente fra quelle pre-unitarie: dalla marina borbonica provenne infatti gran parte dei mezzi, compreso l'unico vascello che fu mai in servizio con la Regia Marina, il pirovascello Re Galantuomo, in precedenza il borbonico Monarca[9].

Per volontà dello stesso Cavour, dalla marina borbonica si ripresero le uniformi, i gradi e i regolamenti per la nuova Marina unitaria[10]. All'atto dell'unità, la Regia Marina (che allora si chiamava "Armata Navale") disponeva di un buon numero di navi sia a vela che a vapore, ma l'eterogeneità delle componenti che la costituirono ne limitò inizialmente le capacità operative[6]. In effetti delle 80 navi, 58 erano a propulsione mista vela/vapore e 22 a vapore, ma comunque ad un numero rilevante di mezzi non corrispondeva una organicità di uomini e di tattiche di impiego[11].

Le navi acquisite dalla nuova marina nelle ultime decadi dell'ottocento, pur non essendo particolarmente antiquate, risultavano comunque obsolete dal momento che le tattiche di guerra navale stavano rapidamente rivoluzionandosi in seguito all'introduzione dei cannoni a retrocarica e ad anima rigata, dei proiettili esplosivi e delle corazzature (la prima nave corazzata, la francese La Gloire, frutto dei progetti di Henri Dupuy de Lôme, venne infatti varata nel 1858). Nel 1862 venne pertanto avviato dall'allora Ministro della Marina, ammiraglio Persano, un ambizioso programma di rinnovamento del costo di 2 miliardi di lire dell'epoca, basato esclusivamente sulla costruzione di nuove navi presso cantieri navali stranieri[12] in quanto l'infrastruttura tecnologica del giovane Regno italiano e i suoi cantieri non erano in grado di costruire le moderne navi da guerra.

Questo piano di costruzioni ebbe anche degli aspetti particolarmente innovativi, come l'introduzione in squadra di un ariete corazzato a torri, l'Affondatore ordinato presso la Millwall Iron Work and Shipbulding Company di Londra[13], uno dei primi in assoluto a montare l'armamento principale in torri corazzate brandeggiabili anziché in batteria lungo la fiancata[12]. Inoltre la struttura veniva riorganizzata, basandola su tre dipartimenti navali, Genova, Napoli ed Ancona, ed un moderno arsenale a La Spezia[6]. Per l'epoca della terza guerra di indipendenza già 12 nuove corazzate erano entrate in servizio. Alcune tra esse, fregate corazzate di 2ª classe con scafo in legno e quindi minori esigenze tecnologiche, vennero costruite nei cantieri italiani, precisamente le navi Principe di Carignano, Messina, Roma, Venezia, Conte Verde[6]; altre, come le fregate corazzate della classe Re d'Italia vennero costruite nel cantiere Webb di New York[14], ma si trattava sempre di navi con lo scafo in legno cui veniva applicata una corazzatura a piastre di ferro; al cantiere Mediterranée - La Seyne in Francia venivano commissionate le quattro fregate corazzate della classe Regina Maria Pia[15] e le pirocorvette corazzate della classe Formidabile, tutte con propulsione mista vela - vapore; sempre in Francia vennero costruite le cannoniere corazzate Palestro e Varese[6].

I problemi della neonata Marina[modifica | modifica sorgente]

Dal punto di vista tecnologico, per le nuove navi ordinate, si trattava comunque di navi con scheletro in legno ricoperte da una corazzatura a piastre e con cannoni ad avancarica, diversamente dalla nuova tendenza che si stava affermando con l'inglese HMS Warrior, costruita interamente in ferro, dotata di cannoni a retrocarica e motore a vapore con propulsione ad elica, una combinazione di fattori che rese immediatamente obsolete le navi esistenti[16].

Una foto di un corso dell'Accademia Navale di Livorno risalente al 1890 circa

Altri problemi attanagliavano però la giovane Regia Marina, nonostante la tradizione delle repubbliche marinare del medioevo e del rinascimento, di fatto non c'era continuità tra queste e la nuova marina, a causa della mancanza di una lunga tradizione marinara militare della nuova classe dirigente piemontese, le cui origini si possono far piuttosto risalire all'inizio dell'Ottocento[17] dopo la caduta di Napoleone Bonaparte soprattutto per mano della flotta britannica, ma coadiuvata anche dalla marina borbonica.

Inoltre le divisioni e le ostilità tra gli ufficiali provenienti dalle diverse marine, principalmente tra quelli provenienti dal Regno di Sardegna e quelli del Regno delle Due Sicilie erano decisamente deleterie per lo sviluppo della nuova arma[6]. L'omogeneizzazione delle diverse marine fu inoltre ostacolata dal fatto di aver mantenuto entrambe le precedenti scuole ufficiali (quella di Genova e quella di Napoli) piuttosto che unificarle in un'unica scuola[18], fatto che contribuì a mantenere aperte le divisioni esistenti; il problema venne poi superato con l'istituzione dell'Accademia Navale di Livorno, voluta dall'allora Ministro della Marina, l'ammiraglio Benedetto Brin, ed inaugurata il 6 novembre 1881[19].

Il personale, che per la sua eterogeneità fu uno dei problemi della giovane Regia Marina, era principalmente formato da[20]:

Da Lissa al primo conflitto mondiale[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Lissa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Lissa (1866).

Il "battesimo del fuoco" della neonata Arma avvenne nella battaglia di Lissa, combattuta presso l'omonima isola del Mare Adriatico, nell'ambito della terza guerra di indipendenza del 1866, che vide contrapposta l'Italia all'Impero austriaco. L'allora ministro della Marina Agostino Depretis elaborò un piano che prevedeva il bombardamento ed il successivo sbarco di un corpo d'occupazione a Lissa, sede di una base navale austriaca. Comandante della flotta era l'Ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano[21].

La RN Re di Portogallo del tutto identica al Re d'Italia.

Il 16 luglio 1866 le unità italiane, suddivise in tre squadre partirono da Ancona e due giorni dopo, iniziarono le operazioni contro l'isola. La flotta austriaca guidata dall'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, il quale disponeva di forze inferiori a quelle italiane, partì da Pola per contrastare la forza marittima italiana[21].

Il Re d'Italia affonda dopo essere stato speronato dalla SMS Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff

Il 20 luglio, le formazioni si avvistarono e Persano ordinò di sospendere le operazioni di sbarco a Lissa per riunire la flotta e ingaggiare la battaglia. In quella che fu l'ultima grande battaglia marittima nella quale si svolsero azioni di speronamento, la flotta austriaca inflisse una dura sconfitta a quella italiana, principalmente a causa degli errori commessi dal comandante italiano e delle incomprensioni tra lui ed i suoi sottoposti[21], Vacca e Albini. Per quanto riguarda l'Albini, ad esempio, l'unica cannonata sparata dalle sue navi a Lissa fu per richiamare il Governolo e il Principe Umberto che, contravvenendo agli ordini ricevuti, si stavano recando a dare manforte a Persano. La sconfitta costò la perdita delle due navi corazzate Re d'Italia (pirofregata) e Palestro (pirocorvetta), e ben 640 uomini. Si narra che, dopo la vittoria, l'ammiraglio austriaco dedicò uno sprezzante commento agli sconfitti, del quale esistono diverse versioni leggermente differenti, una delle quali recita: «Uomini di ferro su navi di legno avevano sconfitto uomini di legno su navi di ferro»[22].

A questa sconfitta viene tradizionalmente fatto risalire l'uso del fazzoletto nero dal doppio nodo che i marinai italiani indossano ancora al giorno d'oggi come parte della propria uniforme, come simbolo del lutto per l'esito di tale battaglia. In realtà sia nella Real Marina del Regno delle Due Sicilie che nella Regia Marina Sarda era d'uso il fiocco nero[23].

Lissa fu un disastro per la Regia Marina e per l'Italia intera[21] anche perché seguiva di pochi giorni la sconfitta subita dall'esercito a Custoza. Alla sconfitta così pesante, si aggiunsero ben presto le restrizioni economiche nel bilancio, dovute alla crisi economica che aveva colpito il paese:

« Il discredito della Marina e le condizioni di depressione morale, la triste situazione finanziaria del Paese dopo la campagna del 1866, che imponevano grandi economie, implicavano il grave pericolo che rimanesse incompresa la necessità del potere marittimo; il fatto che la Marina italiana nel 1866 aveva mancato ad un compito offensivo non costituiva un insegnamento capace di far emergere come essa tuttavia fosse indispensabile quale mezzo di difesa, data la nostra posizione geografica, l'estensione e la vulnerabilità del litorale[24] »

Il periodo negativo durò ancora un decennio circa; solo dal 1877 con Benedetto Brin ministro, vi fu una costante crescita degli stanziamenti che nel 1890 consentì all'Italia di entrare nel novero delle potenze marittime, arrivando a ricoprire il terzo posto tra le maggiori flotte mondiali.[25] La Regia Marina si dotò, infatti, di nuove e moderne corazzate ed avviò l'ammodernamento della propria flotta. Tra queste, le due navi della classe Caio Duilio che con i loro cannoni da 450 mm potevano distruggere qualunque nave esistente pur non essendo dotate di una corazzatura proporzionata al loro potere offensivo; fatto importante dal punto di vista strategico, le due navi della classe potevano affrontare da sole l'intera squadra navale francese dell'epoca, principale rivale dell'Italia nel Mediterraneo[26]. Inoltre la successiva classe Italia, che rispetto alla classe precedente aveva l'armamento non in torre ma in barbetta, con una corazzatura ancora più ridotta e la cui protezione passiva era costituita da una fitta compartimentazione interna, oltre ad una grande autonomia[27]; altro aspetto notevole della classe Italia era la sua capacità di imbarcare nei suoi grandi volumi interni un elevato numero di soldati, rendendola di fatto l'antesignana di una nave da sbarco e quindi con capacità di proiezione strategica. Un unico aspetto in apparente contrasto con la politica di rafforzamento di Brin fu l'eliminazione nel 1878 della Fanteria Real Marina, gli avi dell'attuale Reggimento San Marco[28]. Dal punto di vista strategico la Regia Marina si rivolse soprattutto al teatro occidentale, in vista di una possibile guerra difensiva con la Francia[29].

I progettisti navali[modifica | modifica sorgente]

In questo periodo la Regia Marina vide crescere un gruppo di progettisti molto preparati, che furono gli artefici della realizzazione delle classi di corazzate ed incrociatori che riportarono la cantieristica navale italiana ai vertici nello scenario mondiale fino alla prima guerra mondiale; tra essi, oltre all'eclettico Benedetto Brin, generale del genio navale oltre che politico, Edoardo Masdea e soprattutto Vittorio Cuniberti che fu il teorizzatore della nave da battaglia monocalibro, della quale articolò per primo il concetto di una nave da battaglia armata solo di cannoni di grande calibro nel 1903. Quando la Regia Marina non perseguì la sua idea per questioni economiche e di volontà politica, Cuniberti scrisse un articolo intitolato An Ideal Battleship for the British Fleet (una nave da battaglia ideale per la flotta britannica) per Jane's Fighting Ships propagandando il suo concetto[30]. Questo, che fu al centro di molte e animate discussioni tecniche su scala mondiale, verrà però realizzato dalla Royal Navy con la sua HMS Dreadnought che precederà di pochissimo la statunitense classe South Carolina[31]. L'idea di Cuniberti avrebbe così radicalmente rivoluzionato il concetto di nave da battaglia e di strategia navale per il dominio dei mari, con una accelerazione che avrebbe visto la fine solo con l'avvento della portaerei al centro di un gruppo da battaglia durante la seconda guerra mondiale[31].

Le sperimentazioni[modifica | modifica sorgente]

Negli anni a cavallo della fine del XIX secolo e l'inizio del XX alcune sperimentazioni vennero svolte a bordo di navi della Regia Marina, ad opera di Guglielmo Marconi. In particolare l'incrociatore Carlo Alberto, della classe Vettor Pisani venne attrezzato per compiere esperimenti di radiocomunicazione a lunga distanza[32]. In particolare, nel 1902 venne dotato di un sistema di antenne disteso tra i due alberi che venne utilizzato per trasmissioni a lunga distanza, sulla tratta tra Ferrol e Poldhu[33]; all'epoca la nave era al comando del contrammiraglio Carlo Mirabello, ed il tenente di vascello Luigi Solari coadiuvò Marconi negli esperimenti; lo stesso Solari venne intervistato dal il Resto del Carlino il 21 gennaio 1903 riguardo al successo delle trasmissioni e alla preparazione tecnica di Marconi[33].

La convenzione navale del 1900 e i problemi nell'Alleanza[modifica | modifica sorgente]

Con il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797, Venezia, l'Istria e la Dalmazia erano passate sotto l'Austria che, grazie a questi possedimenti, cominciò ad esercitare la propria influenza, quasi indisturbata, sul mare Adriatico. Successivamente a favore del Regno d'Italia ci fu l'annessione di Venezia del 1866, che sembrò riequilibrare in parte le cose, anche se l'Impero continuava a possedere l'importante porto di Trieste che, dopo l'apertura del canale di Suez, aveva acquisito a pieno titolo la funzione di porta principale tra Oriente ed Occidente[34].

Ottobre 1911, navi italiane si dirigono verso Tobruk. L'unità capofila è una nave da battaglia classe Regina Elena.

L'egemonia austriaca nell'Adriatico però non vacillò, e per i successivi 38 anni, sembrò che l'Italia si fosse disinteressata dell'Adriatico, mentre l'Austria poteva indisturbata cercare di sopraffare il sentimento di italianità nei territori ad essa soggetti[35]. Forse per non accrescere l'attrito le navi della Marina italiana si astennero dal mostrare la bandiera nell'Adriatico, il dominio austriaco sembrava definitivo, ma verso la fine del XIX secolo, questo periodo di "disinteresse" verso il Golfo di Venezia non fu l'unico problema per la Marina del Governo Crispi. Un forte disavanzo nel bilancio dello Stato diminuì fortemente i fondi destinati alle Forze Armate e anche la Marina risentì particolarmente di questo calo nei finanziamenti[36]. Negli anni seguenti, parallelamente alla crescita delle altre marine, la Marina italiana scese dal terzo al settimo posto tra le potenze marittime, e per la sua sicurezza non poteva fare affidamento nemmeno sugli alleati, in quanto fino al 1900 non esistevano piani navali nell'ambito della Triplice Alleanza che stabilissero una risposta congiunta ad un'eventuale attacco francese[36].

Così, dal 5 novembre al 5 dicembre 1900 ebbe luogo una serie di incontri atti a regolamentare l'eventualità di una guerra navale, al termine dei quali fu deciso che la flotta italiana in caso di conflitto, avrebbe dovuto assumersi la difesa di tutto il Mediterraneo ad eccezione dell'Adriatico, affidato alla flotta austriaca, mentre la Germania sarebbe rimasta a difendere i suoi interessi nel Mare del Nord. In sintesi, l'Austria non si sarebbe allontanata dal suo "bacino". Se i risultati militari non procedevano a dovere, i rapporti politici non andavano meglio tra i paesi dell'Alleanza. Ad inizio del secolo, mentre i rapporti con la Francia andavano migliorando, quelli con l'Austria tornavano a diventare ostili, e la Triplice Alleanza iniziò a mostrare segni di cedimento, proprio quando subì un altro colpo con l'occupazione italiana della Tripolitania e della Cirenaica[36].

L'Italia tentava di assumere un ruolo di rilievo nella politica coloniale europea, abbandonata dopo le sconfitte in Eritrea e Somalia, ma che voleva essere ripresa nei territori nordafricani che costituivano parte dell'Impero ottomano. Chiaramente i rapporti tra i due paesi si deteriorarono rapidissimamente e il 28 settembre 1911 fu consegnata la dichiarazione di guerra all'Impero turco[36].

La guerra italo-turca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra italo-turca.
La RN Libia.

Durante il conflitto la Regia Marina fu pesantemente impegnata, sia per appoggiare le operazioni a terra che per contrastare le operazioni della flotta turca, che comunque non era molto consistente. La squadra navale italiana dell'ammiraglio Raffaele Borea-Ricci il 30 settembre si presentò davanti al porto di Tripoli, il 2 ottobre iniziarono i bombardamenti e il 5 un contingente di Fanteria di Marina comandato dal capitano di vascello Umberto Cagni occupò la città[28]; successivamente nel mese di ottobre furono occupate dalla Fanteria di Marina in ordine Tobruk (il 4), Derna (il 19), Bengasi (il 20), Homs (il 21)[28] e Zuara, mentre la Marina fu utilizzata nuovamente per occupare le isole di Rodi e il Dodecaneso, anch'esse sotto dominio ottomano.[36] Nel teatro dell'Egeo infatti una consistente forza navale operò in modo da impedire qualunque movimento turco in mare, bombardando il 19 aprile 1912 i forti dei Dardanelli[37] con le unità da battaglia come le corazzate classe Regina Margherita e gli incrociatori corazzati classe Pisa e Garibaldi, mentre reparti da sbarco occupavano le isole Sporadi meridionali[38].

Un secondario teatro di operazioni fu la costa libanese, dove gli incrociatori corazzati Garibaldi e Ferruccio il 24 febbraio 1912, in un'azione congiunta affondarono la vecchia cannoniera turca Avnillah e la torpediniera Angora nel porto di Beirut. Nel Mar Rosso, la battaglia di Kunfida del 7 gennaio 1912 vide una flottiglia italiana composta da un incrociatore e due cacciatorpediniere prevalere su sette cannoniere (tutte affondate) ed uno yacht armato turchi. Infine il 18 luglio 1912 una squadriglia di torpediniere comandata dal capitano di vascello Enrico Millo tentò il forzamento dello stretto dei Dardanelli, ma l'azione venne abortita dopo che una torpediniera si incagliò e venne recuperata dopo varie ore, sotto il tiro dei cannoni turchi; perduto l'effetto sorpresa e non potendo concludere l'operazione col favore dell'oscurità, la squadriglia invertì la rotta senza perdite. La Marina in questo modo riuscì dopo Lissa ad avere successo in un'altra importante campagna militare[39].

La convenzione navale del 1913[modifica | modifica sorgente]

Fin dal 1900 le finanze dello Stato italiano avevano ricominciato a migliorare e lo stesso bilancio della Marina si attestò su buoni livelli. Il 1º aprile 1913 il viceammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel assunse l'incarico di capo di Stato Maggiore della Regia Marina[40], incarico delicato in un periodo di rapide evoluzioni tecnologiche e incertezze politiche nello Stato e nelle stesse Forze Armate. L'ammiraglio fu molto critico fin dall'inizio nei rapporti che legavano l'Italia alle potenze centrali che riteneva insufficienti a garantire un successo in caso di conflitto contro un'alleanza franco-russa. Secondo il nuovo capo di Stato Maggiore, in caso di conflitto, la Marina italiana non avrebbe dovuto preoccuparsi di difendere anche gli interessi delle altre potenze, bensì concentrarsi sui propri, e agire politicamente e militarmente in questo senso; ma l'obbligatoria obbedienza alla politica vincolò Thaon di Revel ad indire una nuova riunione diplomatica interalleata per rivedere gli accordi navali in vigore[41].

I lavori ebbero luogo a Vienna tra il 3 e il 23 giugno 1913, in cui l'Italia riuscì a convincere gli alleati che solo con un concreto aiuto della stessa flotta austriaca, quella italiana avrebbe potuto garantire la sicurezza nell'Adriatico, altrimenti a rischio in caso di attacco da parte della forte flotta francese. Tali osservazioni ritenute valide però dovettero ottenere in cambio l'assegnazione in caso di guerra del Comando supremo delle forze navali alleate all'Austria-Ungheria[41].

In sintesi, l'Italia era riuscita ad allontanare la flotta austriaca dall'Adriatico, nel quale in caso di conflitto sarebbero rimaste forze navali miste tra le più antiquate a protezione delle coste. La preoccupazione tuttavia era se la flotta della Triplice Alleanza sarebbe stata in grado, e per quanto tempo, di contrastare efficacemente la flotta dell'Intesa[41].

Il potenziamento[modifica | modifica sorgente]

Dall'assunzione del comando della Regia Marina, Thaon di Revel dovette provvedere ad un riordino generale dell'Arma: per la scarsità di fondi che colpì la Marina negli ultimi decenni del XIX secolo, la sua organizzazione, il suo potenziale e le componenti della sua flotta erano afflitti da diversi problemi, che andavano dalla scarsa potenza delle difese costiere allo scarso livello di mezzi e materiali fino alle carenze numeriche e addestrative a livello di personale[42]. L'ammiraglio iniziò quindi un determinato confronto con le istituzioni politiche per tentare di dare al paese uno strumento navale adatto, bilanciato, efficiente e moderno, dotato di navi da battaglia, ma al contempo provvisto di una grande varietà di unità sottili e siluranti così come sommergibili e idrovolanti; macchine che nelle marine europee avevano raggiunto un ragguardevole livello di sviluppo[42].

Il personale[modifica | modifica sorgente]

Dopo la guerra di Libia, il personale di servizio della Regia Marina subì una pesante riduzione, e per questo motivo l'ammiraglio Thaon di Revel fece presente dal primo momento del suo insediamento come capo di Stato Maggiore al Ministero le gravi carenze di personale di ogni livello che affliggeva la Marina. Thaon di Revel propose che venissero completati il prima possibile i quadri organici degli ufficiali e che la forza del Corpo Reale Equipaggi (CRE) fosse aumentata per avere almeno al completo gli uomini delle navi da battaglia[42].

Purtroppo però queste richieste, per ragioni di bilancio, non trovarono accoglimento[43], e al 1914 il numero degli ufficiali comprensivi della riserva e del complemento era pari a 2.163 unità delle quali un migliaio di vascello, mentre il personale CRE ammontava ad appena 40.000 uomini[42].

Nelle colonie del Corno d'Africa e poi della Libia fin dal 1902 la Regia Marina reclutò ascari di marina. L'arruolamento era volontario tra gli eritrei, somali e poi tra i libici di età compresa tra 16 e 30 anni[44]. Oltre che per negli equipaggi marittimi della Flotta del Mar Rosso, gli ascari prestavano servizio anche nel Corpo delle Capitanerie di Porto[45].

Le difese costiere[modifica | modifica sorgente]

Per molti anni venne privilegiato l'approntamento delle difese costiere tirreniche, invece le coste adriatiche rimasero ad un livello di arretratezza preoccupante: le artiglierie erano obsolete e inconsistenti al confronto con le moderne artiglierie navali di cui erano dotate le navi da battaglia, cosicché queste potevano infliggere gravi danni restando fuori dalla portata delle batterie costiere.

Nel maggio 1913 la Commissione Suprema per la Difesa dello Stato approvò un piano di lavori per la sistemazione difensiva del litorale per una spesa di 124.173.000 lire con lo scopo di riordinare alcune batterie antisiluranti e delle stazioni fotoelettriche. Ad un anno di distanza, e dopo l'approvazione di un altro programma finanziario, fino all'ingresso in guerra, nessuno dei lavori di adeguamento previsti era in opera; l'Italia si presentava quindi con delle grosse carenze difensive soprattutto e paradossalmente proprio nell'Adriatico, mare in cui ci si stava preparando a convogliare la maggior parte degli sforzi[42].

Le costruzioni navali[modifica | modifica sorgente]

Prova di velocità della RN Giulio Cesare nel 1914.

Agli inizi del secolo era stato approvato un programma di costruzioni navali con l'impostazione di tre grandi unità navali ogni tre anni, in modo da sostituire quelle più vecchie, e in tempi relativamente brevi costruire una flotta moderna e omogenea. Nonostante la Regia Marina considerasse come nemico potenziale la Francia, in seguito al potenziamento navale austriaco messo in atto nel 1908, lo Stato Maggiore italiano presentò un elaborato nel quale si presentava una strategia che consisteva nell'assumere il ruolo di flotta bloccante e costringere la flotta austriaca all'interno dei suoi sicuri porti[46].

Questa strategia richiedeva però un elevato numero di unità, in rapporto minimo di 2 a 1, ma come al solito i fondi disponibili non furono sufficienti a sostenere lo sforzo economico richiesto, che fu quindi ridotto dopo la firma della convenzione navale del 1913. Nella primavera del 1914, senza contare le unità più datate, la Regia Marina aveva in servizio tre unità monocalibro di ottimo livello per velocità, potenza e protezione: il Dante Alighieri (prima dreadnought costruita in Italia e progettata da Masdea), il Giulio Cesare (entrambe da 19.500 tonnellate) e il Leonardo da Vinci da 22.400 tonnellate, una quarta, il Conte di Cavour (24.550 t) era prossima all'ingresso in linea, mentre il Caio Duilio e l'Andrea Doria da 22.700 t erano in allestimento[46]. A queste si aggiungevano la Divisione Corazzate del tipo Regina Elena, le due Margherita e gli incrociatori corazzati tipo Pisa e San Giorgio anch'essi dotati di buone prestazioni generali, oltre ai tre vecchi Garibaldi da 7.350 tonnellate. Il resto della flotta era poi completata dagli esploratori Quarto, Bixio, Libia e Marsala, cui era previsto vi si aggiungessero i piroscafi della classe Città, armati con cannoni da 120 mm[46].

Nel 1910 aveva avuto inizio la costruzione di due cacciatorpediniere tipo Audace e otto di tipo Indomito da 680 t, quest'ultime di buona qualità, su cui l'ammiraglio fece affidamento, così nel 1913 furono impostati 8 cacciatorpediniere classe Rosolino Pilo, da 770 t simili alle classi Audace e Indomito. Quell'anno furono poi approntati anche tre esploratori leggeri da 1.000 t classe Alessandro Poerio e l'anno successivo iniziò la costruzione delle tre unità della classe Mirabello, simili alle Poerio ma da 1.500 t, veloci e potenti che rientravano sempre nella categoria degli esploratori leggeri. Il naviglio di squadra era poi completato da 11 cacciatorpediniere classe Soldato da 400 tonnellate, sei cacciatorpediniere classe Borea da circa 370 t e 5 Lampo da 350 t costruiti un decennio prima. Infine in linea vi erano poi 28 torpediniere da 200 tonnellate, e torpediniere costiere di vario tipo con compiti di pattugliamento, scorta e antisommergibile[46].

I sommergibili[modifica | modifica sorgente]

Il Nautilus in uscita dal Mar Piccolo a Taranto, sotto il Ponte Girevole, 1911.

Già dal 1890 la marina italiana si interessò della nuova arma sottomarina, quando fu impostato e prodotto nell'Arsenale di La Spezia il sommergibile Delfino, che però non ebbe molta fortuna in quanto il progetto dopo un primo abbandono fu reso operativo solo quattordici anni dopo. Quando nel 1913 Thaon di Revel assunse il comando, si dimostrò subito molto interessato allo sviluppo dei mezzi subacquei, tanto che riuscì a far approvare un programma che portasse il numero di unità sommergibili dalle iniziali 12 al numero di 36, insufficienti nei confronti delle 92 unità già in possesso della marina francese, ma decisamente superiori alle 6 in possesso della marina austriaca[47].

Nel 1914 la flotta contava oltre al Delfino anche cinque Glauco da 160 tonnellate costruiti prima del 1910, il Foca poco più grande e otto classe Medusa da 250 tonnellate muniti di due tubi lancia siluro, il Nautilus e il Nereide da 225 tonnellate e il Giacinto Pullino da 355 tonnellate a cui a dicembre verrà affiancato il Galileo Ferraris[48]. All'inizio delle ostilità venne anche requisito l'Argonauta, esemplare unico costruito per la marina zarista, che fu al centro di un singolare dirottamento durante il collaudo[49][50].

L'aviazione marittima[modifica | modifica sorgente]

Un Macchi L.3 con il suo equipaggio.

L'Italia fu la prima nazione ad impiegare il mezzo aereo in un conflitto, precisamente durante la guerra italo-turca[51], e da allora, l'arma aerea fece notevoli progressi anche grazie all'interesse di Thaon di Revel, che diede un impulso nell'acquisizione di nuove macchine e la costruzione di aeroscali e stazioni di idrovolanti.

La Regia Marina iniziò a provare interesse verso l'aviazione all'inizio del XX secolo cominciando ad adattare alcune sue unità anche al compito di nave aerostiera. Fu nell'ambito delle esercitazioni effettuate nell'ottobre 1907 che l'incrociatore corazzato Elba, così adibito, effettuò delle operazioni di ricognizione ed avvistamento di zone minate operando grazie a palloni frenati. Pur conseguendo risultati giudicati contrastanti, negli anni seguenti venne dato seguito a quella teoria[52].

In quegli anni si stava sviluppando anche l'aviazione con il "più pesante dell'aria" e la nuova tecnologia ebbe sostenitori nella sua applicazione in campo navale, quali il tenente di vascello Fausto Gambardella, ipotizzando anche la creazione di unità appositamente studiate per trasportare aerei, idea molto simile al futuro concetto della portaerei. Un pilota di aerostato, Ettore Cianetti della Brigata Specialisti del Genio di Roma, si espresse invece negativamente ed in favore del dirigibile, pur se limitatamente ad operazioni in quota nelle vicinanze di stazioni costiere, affermando che un suo utilizzo non era possibile data la sua tecnologia difficilmente applicabile alle operazioni militari[52]. Perplessità smentite dal rapido evolversi del mezzo.

La crescente curiosità verso il nuovo mezzo aereo creò la disponibilità di un primo nucleo di piloti i quali fondarono una scuola di pilotaggio a Venezia, che nel marzo 1913 venne presa in carico dalla Regia Marina e battezzata Squadriglia "San Marco", e che poteva contare su una flotta già di otto idrovolanti di vari modelli[52].

Nel maggio 1913, sempre sotto l'impulso del capo di Stato Maggiore, fu decisa la costituzione di una sezione "Aviazione marittima" presso il 1º Reparto dello S.M. e, nel marzo del 1914, fu istituito il 5º Reparto che permise alla Marina di possedere un servizio aeronautico embrionale, con alcune stazioni, pochi piloti e un numero esiguo di idrovolanti[53].

Il 5º Reparto successivamente presentò alcuni piani di ampliamento, riuscendo ad arrivare allo scoppio del conflitto con una "flotta" composta da 14 idrovolanti di vario tipo, ripartiti tra la scuola di Venezia, quella di La Spezia e le grandi unità Dante Alighieri, Amalfi e San Marco; un nuovo aeroscalo a Ferrara con l'aeronave "M2", un aeroscalo a Jesi, uno in costruzione a Pontedera, un'aeronave collaudo tipo "V" a Vigna di Valle[54].

L'approssimarsi del conflitto[modifica | modifica sorgente]

L'agosto 1914[modifica | modifica sorgente]

Con l'attentato di Sarajevo e il cataclisma politico che ne derivò, l'Italia decise per la neutralità, come per altro fecero altri paesi europei, ma oramai la miccia della guerra era stata accesa, e l'Italia si trovò a dover affrontare una situazione molto critica: da una parte l'alleanza ufficiale con gli Imperi centrali che avevano dato inizio alle ostilità, e dall'altra i forti interessi che il governo italiano avrebbe potuto sfruttare per un'alleanza con l'Intesa[55]. Il 3 agosto dopo la dichiarazione di neutralità il Ministro della Marina emanò a tutte le capitanerie di porto la circolare n°27380:

« Pubblicata dichiarazione di neutralità Italia presente conflitto alcune Potenze europee stato guerra stop
Raccomando quindi V.S. vigilare ogni cura osservanza regole dover derivanti neutralità base codice marittimo integrato Convenzioni Aja cui Governo Re attienesi sebbene non ancora ratificate stop
V.S. riceverà istruzioni massima, intanto qualora abbia bisogno chiarimenti cioè applicazione qualche caso su indicate regole rivolgasi urgenza telegrafo Ministro stop
Impartisca istruzioni uffici dipendenti. Millo (ammiraglio Enrico Millo di Casalgiate, in sostituzione dell'indisposto Ministro della Marina n.d.r.»

La neutralità influì non tanto sulla Regia Marina ma soprattutto sui piani difensivi dei suoi alleati, infatti con la flotta tedesca impegnata nel Mare del Nord, la flotta austriaca si trovò improvvisamente sola contro le forze navali dell'Intesa, rispetto alle quali, considerando anche solo la flotta francese, era decisamente inferiore. Così l'Austria decise di richiudersi all'interno dei suoi porti, e il fronte marittimo si contrasse entro la fascia costiera orientale dell'Adriatico fino allo sbocco del canale d'Otranto[56].

Ma la neutralità dell'Italia, fu un elemento di cui l'ammiraglio austriaco Anton Haus dovette tener conto, in quanto un intervento del Regno d'Italia a fianco dell'Intesa avrebbe fatto diventare la Marina italiana il maggior antagonista della flotta austriaca, e per questo motivo venne deciso di mantenere il quanto più possibile intatta la flotta e tenerla pronta contro un possibile scontro con l'Italia.

« La Marina austro-ungarica teneva le bocche dei cannoni dirette contro la Francia e la Gran Bretagna, ma aveva gli occhi rivolti verso l'Italia[57] »

La Regia Marina si prepara alla guerra[modifica | modifica sorgente]

Il Duca degli Abruzzi, comandante dell'Armata Navale

I vertici della Marina presentarono immediatamente una serie di relazioni al capo di Stato Maggiore e al Consiglio dei ministri sullo stato della Forza Armata analizzata il primo agosto 1914, da cui l'ammiraglio Thaon di Revel rilevava che in un'ipotesi di conflitto tra l'Alleanza e l'Intesa, il rapporto tra le forze navali era sfavorevole per l'Alleanza, considerando anche che un intervento inglese nel Mediterraneo assieme alla flotta francese avrebbe reso praticamente impossibile ogni speranza di vittoria degli Imperi centrali nel Mediterraneo, anche con l'intervento italiano a fianco dell'Austria[58]. Inoltre la grande estensione di coste italiane, e la mancanza di adeguate difese costiere soprattutto per i poli industriali marittimi di Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Palermo e Ancona avrebbero reso vulnerabili questi centri, che sarebbero stati certamente obiettivi delle eventuali offensive marittime anglo-francesi. Poi c'era la questione delle colonie, in quanto in caso di conflitto la Regia Marina avrebbe incontrato seri problemi a mantenere i collegamenti con queste, essendo le rotte in questione sotto controllo inglese[58].

Tutte queste motivazioni di carattere marittimo influenzarono sicuramente anche le scelte politiche che l'Italia fece nei mesi successivi, ma nonostante l'iniziale neutralità, il Ministero della Guerra intensificò gli stanziamenti alla Marina in modo da cominciare un'opera di potenziamento della flotta, del personale, delle difese costiere e degli stessi piani di guerra. Quindi mentre si incrementava lo strumento militare, i vertici della Marina consideravano anche il probabile impegno armato contro l'Impero austro-ungarico, e di conseguenza modificarono i piani che prevedevano il mare Adriatico come principale teatro delle operazioni di guerra[59].

Il primo provvedimento a livello operativo allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914, fu posta al comando di S.A.R. il Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria. Fu ripresa l'ipotesi, già avanzata nel 1908, di un atteggiamento attendista della flotta avversaria a protezione dei suoi potentissimi porti che avrebbe agito solo con operazioni di naviglio minore per logorare la flotta italiana, alla ricerca del momento più favorevole per sferrare un decisivo attacco con le unità maggiori; e come evidenziato già nel 1908, l'unica strategia attuabile doveva consistere nel blocco del traffico nemico, con l'intento di far uscire dai porti le unità maggiori per portarle lontano dalle basi e impegnarle in battaglia[59].

Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro dell'Armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austriache di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[60].

Intanto mentre la diplomazia e la politica lavoravano alacremente per assicurare al paese le più vantaggiose condizioni per entrare in guerra a fianco dei più probabili vincitori, a fine 1914 cominciava a preoccupare la situazione in Albania, specialmente per la sua parte più meridionale dove l'avanzata austriaca in Serbia minacciava di portare sotto l'influenza dell'Impero lo stato albanese; questo avrebbe penalizzato fortemente la possibilità di controllare il Canale d'Otranto, la tanto importante porta per l'Adriatico. Così venne deciso di instaurare rapidamente dei presidi a Saseno e Valona, con delle azioni presentate come "esercizio di polizia marittima per impedire il contrabbando di armi" per cui fu incaricata la Marina, che occupò le città in cui il 25 dicembre fece sbarcare i primi marinai in attesa dell'arrivo dell'esercito che avvenne quattro giorni dopo[61].

La Marina nella Grande Guerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazioni navali nel mare Adriatico (1914-1918) e Naviglio militare italiano della prima guerra mondiale.
Unità navali italiane impegnate nella caccia ai sommergibili, durante la prima guerra mondiale.

Al momento dell'entrata in guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali il 24 maggio 1915, la Regia Marina fu impegnata in azioni di pattugliamento dell'Adriatico, di supporto all'ala destra dell'esercito impegnato sull'Isonzo e di blocco del litorale austro-ungarico e del canale d'Otranto.

Nel corso del conflitto venne dato notevole impulso, sul fronte dei mezzi a disposizione, allo sviluppo della componente aerea della Marina. Furono infatti utilizzati, da quest'ultima, oltre agli aerei e ai dirigibili di stanza a terra anche idrovolanti installati a bordo e furono inoltre concepiti ed approntati nuovi mezzi d'assalto e mezzi veloci:

L'Italia inoltre costruì e mantenne in servizio diverse corazzate, ma queste non parteciparono ad alcuna battaglia navale degna di nota. Per la maggior parte della durata del conflitto le marine italiana ed austriaca mantennero infatti una sorveglianza relativamente passiva verso la controparte. Entrambe le parti compirono comunque alcune azioni di rilievo:

  • il sommergibile tedesco UB 14, in quel momento operante come l'austroungarico U.26 in quanto la Germania non aveva ancora dichiarato guerra all'Italia, affondò l'incrociatore Amalfi, con soli 67 morti su un equipaggio di oltre 1300 uomini[62];
  • Le corazzate Benedetto Brin a Brindisi il 27 settembre 1915 e Leonardo Da Vinci a Taranto il 2 agosto 1916 affondarono a seguito di esplosioni, una delle possibilità prese in considerazione per spiegare questi episodi, è che siano state sabotate dagli Austriaci;
  • nella battaglia del canale di Otranto, tra il 14 e il 15 maggio 1917, alcune unità austriache, gli incrociatori Novara, Helgoland e Saida, scortati da due cacciatorpediniere e tre sommergibili, tentarono il forzamento della barriera ma furono contrattaccati da una formazione alleata al comando dell'ammiraglio italiano Alfredo Acton, composta dagli incrociatori inglesi Dartmouth e Bristol, appoggiati da cacciatorpediniere italiani e francesi; 14 pescherecci antisommergibile vennero affondati dalle navi austriache, ma il Novara rientrò gravemente danneggiato a Cattaro a traino del Saida, e solo per la protezione offerta dalle altre unità che costrinsero le navi alleate ad interrompere l'inseguimento[63].
  • 9 dicembre 1917 - porto di Trieste: Luigi Rizzo provocò l'affondamento della corazzata austriaca Wien.
  • 10 febbraio 1918 - beffa di Buccari: Costanzo Ciano, Luigi Rizzo e Gabriele d'Annunzio provocarono l'affondamento di quattro piroscafi; l'azione ebbe notevole risonanza e contribuì a risollevare il morale delle truppe per il lancio su Vienna, da parte di d'Annunzio, di bottiglie contenenti un messaggio ed ornate di nastri tricolori.
  • 10 giugno 1918 - impresa di Premuda: il tenente Luigi Rizzo e il guardiamarina Giuseppe Aonzo alla guida dei MAS 15 e 21 provocarono l'affondamento della corazzata austriaca Szent István. Questa azione è tuttora ricordata e celebrata con la Festa della Marina.
  • 1º novembre 1918 - impresa di Pola: con una "mignatta" il maggiore Raffaele Rossetti e il tenente medico Raffaele Paolucci affondarono la corazzata Viribus Unitis.

Marinai combatterono anche a terra: infatti una brigata di fanteria di marina venne schierata nei ranghi della 3ª armata del duca d'Aosta e varie batterie costiere appoggiarono la fanteria dell'esercito; la brigata non era costituita come reparto ufficiale, tanto che la Fanteria di Marina verrà riformata solo a guerra finita, ma compagnie di "marinai fucilieri" (che era il nome della specializzazione dopo la riforma Brin) combatterono a Grado e a Cortellazzo[64] ("Cortellazzo" è appunto il nome del battaglione logistico dell'attuale reggimento "Carlotto", che svolge funzioni di scuola e logistica, abbinato al "San Marco" nella "Forza da Sbarco della Marina Militare"); inoltre un gruppo di artiglieria fu creato con i marinai superstiti dell'affondamento dell'incrociatore Amalfi ed impiegato con l'XI corpo d'armata sul Carso e un "raggruppamento Artiglieria Marina" con 100 cannoni venne creato ed inquadrato nel VII corpo d'armata che operava sul fianco destro della 3ª armata[64]. Successivamente, all'inizio del 1918, le varie compagnie vennero raggruppate in un reggimento costituito da tre battaglioni di fanti di marina, "Grado", "Caorle" e "Monfalcone", cui se ne aggiunse un quarto, il "Golametto", e un reggimento di artiglieria su otto gruppi. Il "Monfalcone" verrà il 9 aprile 1918 intitolato al suo ex comandante, MOVM alla memoria Andrea Bafile[64]. Inoltre imbarcazioni leggere pattugliarono i fiumi contro le infiltrazioni austriache e unità leggere coprirono dal mare le operazioni costiere[65].

Il primo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

La conferenza di Washington per il disarmo navale postbellico, conclusasi nel febbraio del 1922 con il trattato navale[66], stabilì che vi sarebbe dovuta essere la parità nel dislocamento complessivo tra le marine italiana e francese sia per quanto riguardava le navi da battaglia (175.000 tonnellate ciascuna, nell'art. 4)[66] che le portaerei (60.000 tonnellate ciascuna, nell'art. 7): tale decisione influenzò lo sviluppo della flotta italiana nel corso degli anni tra le due guerre mondiali, condizionandolo al mantenimento dell'equilibrio con la Francia[66].

Divisa di gala, maggiore del Corpo sanitario militare marittimo, 1924

Durante quasi tutta la vita precedente della Regia Marina le cariche di capo di stato maggiore ed anche di norma di ministro della marina erano state ricoperte da marinai competenti (escluso Persano), e fino al 1925, anche dopo l'ascesa al potere di Mussolini, il capo di stato maggiore fu Thaon di Revel; in quell'anno, dopo la crisi legata all'omicidio Matteotti, Mussolini assunse ad interim i tre ministeri della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica[67].

L'incrociatore Armando Diaz, della classe Condottieri durante una visita in Australia nel 1934 o 1935.

Il governo fascista decise di ammodernare la Regia Marina, con l'obiettivo di essere in grado di sfidare la Mediterranean Fleet (flotta del Mediterraneo) della Royal Navy britannica: tra la fine degli anni venti ed i primi anni trenta fu iniziata la costruzione di incrociatori pesanti da 10.000 tonnellate, cui fece seguito quella di cacciatorpediniere e sommergibili (l'impegno nella costruzione di quest'ultima tipologia di battelli fu notevole, fino a raggiungere nel giugno del 1940, con più di cento unità[68], un numero di assoluto rilievo; di questi, 59 erano battelli entro le 600 t appartenenti alla Serie 600, il cui numero non era limitato dal trattato di Washington) e delle corazzate della classe Littorio. Venne anche pianificato il rimodernamento delle corazzate classe Cavour e classe Duilio, che in realtà si trasformò in una ricostruzione pressoché totale, lasciando solo il 40% della struttura originaria, e i cannoni originari (13 pezzi da 305/46 mm)[69] divennero 10 pezzi da 320/44 mm, in pratica i precedenti ritubati e con l'eliminazione della torre centrale[69]. Il progetto di rimodernamento venne firmato dal generale del genio navale Francesco Rotundi e dall'ammiraglio Eugenio Minisini, che allungarono le navi con una falsa prora di 10 m, migliorandone anche il coefficiente di finezza e sostituirono le caldaie a carbone con moderne caldaie a nafta[70].

Questa imponente mole di lavoro nella realtà produsse quattro navi da battaglia con cannoni da 320/40 che avrebbero dovuto fronteggiare le corazzate inglesi delle classi Queen Elizabeth e Revenge e gli incrociatori da battaglia della classe Renown con cannoni da 381 mm, decisamente più potenti come armamento e (le prime) anche come corazzatura. Le corazzate della classe Littorio potevano invece reggere senz'altro il confronto, ma avevano comunque una grossa limitazione di fondo: l'autonomia di 3.920 miglia a 20 nodi[71] le metteva in grado di effettuare operazioni esclusivamente nel bacino del Mediterraneo.

Allo scopo di rendere, in prospettiva, minimo un contatto tra le navi italiane ed i vascelli britannici, la Regia Marina basò la sua strategia di sviluppo su navi veloci con cannoni a lunga gittata. A questo scopo sviluppò cannoni di calibro inferiore ma di gittata maggiore di quelli delle controparti britanniche; inoltre per ottenere velocità maggiori le navi italiane di nuovo progetto vennero dotate di una corazzatura più leggera e dimensioni contenute (come ad esempio, nel caso dell'incrociatore Giovanni dalle Bande Nere). In realtà la corazzatura di queste unità era praticamente inesistente, visto che era di 24 mm contro, per esempio, i 102 mm della contemporanea classe Leander inglese; questo avrà un peso determinante in molti scontri navali, come la battaglia di Capo Spada[72].

Si aggiunga che poca o nulla cura fu dedicata alla ricerca scientifica di apparecchiature di scoperta, come il radar e il sonar (o ecogoniometro), che pure erano oggetto di studi nelle università italiane e negli stessi laboratori militari, come dimostrano gli studi del prof. Ugo Tiberio e di Guglielmo Marconi[73], principalmente per le scelte dell'ammiraglio Cavagnari, nominato da Mussolini capo di stato maggiore della marina nel 1933 e successivamente sottosegretario alla marina (senza che lasciasse la carica militare)[67]; lo stesso valeva per gli strumenti di puntamento diurno e il munizionamento per il combattimento notturno[67], e Cavagnari affermò, riguardo ai radiolocalizzatori di "non volere trappole tra i piedi"[74], mentre l'ammiraglio Iachino scriveva fosse meglio[74]

« ... procedere con estrema cautela nell'accettare brillanti novità tecniche che non siano ancora collaudate da una esperienza pratica sufficientemente lunga »

Pertanto le navi italiane dovettero affrontare il successivo conflitto in inferiorità tecnica verso la marina inglese, e il generale tedesco Kesselring definirà la marina italiana "una marina del bel tempo", non in grado di operare in condizioni avverse o di notte[67].

Il pannello di controllo del radar italiano EC3/ter "Gufo".

Un'altra gravissima carenza nell'evoluzione tecnologica e di impiego della Regia Marina fu legata alle scelte politiche del fascismo: nel 1923 con la nascita della Regia Aeronautica i mezzi aerei, le basi ed il personale della componente aerea della marina passarono, insieme agli uomini, ai mezzi ed alle strutture provenienti dal Regio Esercito, sotto il comando ed il controllo della nuova Forza Armata, facendo venir meno il coordinamento centrale delle componenti aerea e navale[67]. Nel 1925 un comitato tecnico della marina, presieduto da Mussolini (all'epoca anche responsabile del ministero), proclamò che la Regia Marina non aveva bisogno di portaerei[67], in quanto il supporto aereo sarebbe stato assicurato dall'Aeronautica basata a terra. Ancora nel 1936 l'ammiraglio Cavagnari bocciò uno studio dello stato maggiore che teorizzava la necessità di costruire tre portaerei di squadra[67], fatto ribadito ancora il 15 marzo 1938 alla Camera dei deputati[67]. Di conseguenza, anche a seconda guerra mondiale iniziata, le squadre da battaglia italiane dovettero combattere senza di fatto avere protezione aerea; solo a conflitto inoltrato, e ben dopo la sostituzione di Cavagnari nel 1940 a seguito della notte di Taranto, venne deciso di costruire navi portaerei; visto il ritardo accumulato, dell'unica costruita, l'Aquila, non venne mai completato l'allestimento mentre l'altra, lo Sparviero, non arrivò oltre lo stadio iniziale. Questo contribuì, nel corso del conflitto, ad influenzare in maniera determinante e negativa l'andamento delle battaglie navali condotte delle forze armate italiane nel Mar Mediterraneo[67].

Nel 1925 venne inviato in Cina un reparto del Reggimento San Marco, ad assicurare il presidio della Concessione italiana di Tientsin[75] e di Pechino, creato in seguito alla rivolta dei Boxer; questo contingente si aggiunse all'esiguo gruppo della Regia Marina presente e facente parte della Legazione italiana, alla cannoniera Carlotto che faceva servizio sul fiume Yang Tze Kiang e all'ariete torpediniere Calabria,che verrà poi sostituito dalla RN Libia, come nave comando[76].

Durante la guerra d'Etiopia la marina non fu ovviamente coinvolta come forza navale nelle operazioni militari contro l'Abissinia, anche se reparti del San Marco parteciparono alla parte terrestre della campagna. A seguito dell'embargo dichiarato dalla Società delle Nazioni nei confronti del Regno d'Italia, la Royal Navy aumentò la propria presenza nel Mediterraneo, tanto da paventare uno scontro tra le due squadre da battaglia, ed elaborò anche un piano di attacco al porto di Taranto; questo piano, più volte aggiornato negli anni successivi, avrebbe poi trovato applicazione l'11 novembre 1940 durante la cosiddetta notte di Taranto[67][77].

Nel 1936, In seguito allo scoppio della guerra civile in Spagna, il regime fascista italiano diede il proprio appoggio alla fazione franchista. Di conseguenza, la Regia Marina, che ufficialmente avrebbe dovuto vigilare sull'embargo di armi ad entrambi i contendenti, fu invece impegnata ad assicurare la protezione dei convogli di truppe e di armi inviati a Francisco Franco e prese parte anche direttamente alle operazioni offensive dei nazionalisti. La marina italiana impiegò, in tempi differenti, decine di sommergibili[78], che attaccarono vari mercantili impegnati a trasportare rifornimenti a vantaggio dei repubblicani, vennero anche danneggiate due navi da guerra appartenenti alla marina repubblicana spagnola, mentre gli incrociatori Duca d'Aosta ed Amedeo di Savoia bombardarono di notte alcune città spagnole[67].

Classificazione e organizzazione della flotta[modifica | modifica sorgente]

L'assetto della flotta venne modificato più volte durante il periodo tra le due guerre, a volte senza apparenti ragioni tattiche o strategiche[79]. Nel 1938 fu emesso il Regio Decreto Legge 19/5/1938 n. 782[80] che definiva la costituzione e l'organizzazione della flotta della Regia Marina. Le navi da guerra vennero classificate in nove categorie: corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere, torpediniere, sommergibili, cannoniere, M.A.S., navi ausiliarie e navi di uso locale. In queste categorie vennero fatte rientrare tutte le navi in servizio, modificando in alcuni casi la classificazione originaria. Per esempio la tipologia esploratore venne eliminata e le navi in servizio vennero riclassificate, a seconda delle loro caratteristiche, come incrociatori leggeri o come cacciatorpediniere.

Classificazione delle unità[modifica | modifica sorgente]

Per quanto riguarda la classificazione delle unità, il Trattato di Washington forniva le definizioni per le unità maggiori, quindi navi da battaglia, portaerei e incrociatori, come trattato esaustivamente negli articoli dal V al XV[66]; l'Italia, in quanto firmataria del trattato, recepiva formalmente le definizioni.

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

Le navi della Regia Marina erano organizzate in raggruppamenti: squadriglia, flottiglia, divisione, squadra. Al di fuori di questi raggruppamenti potevano esserne costituiti temporaneamente altri, definiti "gruppi", comprendenti unità con caratteristiche diverse (per esempio una corazzata o un incrociatore con due o tre cacciatorpediniere). Il "gruppo" veniva costituito in forma temporanea per particolari esigenze transitorie o per il raggiungimento di obiettivi particolari. Per due anni fu attiva la Divisione Siluranti, che non sostituiva nelle funzioni il vecchio Ispettorato Siluranti, e che serviva solo da aggregazione delle siluranti in tempo di pace, visto che in guerra le stesse sarebbero state assegnate alle divisioni navali di unità da battaglia con compiti di scorta[81].

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Teseo Tesei, incursore e comandante della Xª Flottiglia MAS, morto durante l'attacco a Malta
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Imbarcazioni militari italiane della seconda guerra mondiale, battaglia del Mediterraneo, Operazioni navali in Africa Orientale Italiana e Xª Flottiglia MAS (Regno d'Italia).

Quando il 10 giugno 1940 l'Italia entrò nella seconda guerra mondiale, la Regia Marina era, numericamente, la quinta marina del mondo dopo quelle di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Come numero di unità navali e tenendo conto del teatro e dei compiti operativi più limitati, poteva essere considerata alla pari con le altre principali nazioni che operavano nel teatro del Mediterraneo, Francia e Inghilterra, che avevano compiti ben più estesi. La marina italiana aveva però carenze concettuali, tecniche e costruttive che sarebbero emerse nelle operazioni belliche, prima fra tutte la mancanza di una aviazione di marina. La resa della Francia portò comunque la flotta italiana ad essere la principale del Mediterraneo.

La portaerei Aquila, ripescata dopo l'affondamento e prossima alla demolizione nel 1951.

Inoltre, a differenza delle altre marine da guerra che attribuivano ai comandanti in mare una ampia autonomia decisionale, il comandante superiore di una squadra da battaglia italiana doveva sempre attenersi agli ordini di Supermarina (il Comando Superiore della Regia Marina), e di fronte ad una evoluzione degli eventi doveva comunicare ed attendere istruzioni[84]. Questa pratica fu causa durante il conflitto di vari problemi dovuti a situazioni che si evolvevano più rapidamente di quanto Supermarina potesse gestire la situazione. Il motivo di disposizioni così prudenti era che comunque la possibilità di rimpiazzo da parte italiana di navi perse in combattimento era, vista la scarsità di materie prime, quanto meno problematica; inoltre anche la mancanza di carburante fu una motivazione addotta per giustificare, dal 1942 in poi, il mancato impiego delle unità da battaglia, fatto in parte vero visto che l'Italia non possedeva risorse petrolifere, ma va anche precisato che alla data dell'armistizio verranno rinvenute dai tedeschi cospicue scorte di carburanti, dell'ordine del milione di tonnellate[84].

Al momento dell'entrata in guerra, nella marina italiana erano state consegnate, anche se non erano ancora pienamente operative, due tra le più potenti navi da battaglia che solcarono i mari in quel periodo, il Littorio e il Vittorio Veneto, corazzate da oltre 40 000 tonnellate, trenta nodi di velocità massima e nove cannoni da 381 millimetri quale armamento principale. Come importanza nella flotta, seguivano altre quattro vecchie corazzate, rimodernate nel corso degli anni 30, da 29 000 tonnellate con pezzi da 320 millimetri (Giulio Cesare, Conte di Cavour, Caio Duilio e Andrea Doria, queste ultime due non immediatamente disponibili in quanto i lavori furono completati a luglio del 1940), sette incrociatori pesanti da 10 000 tonnellate con cannoni da 203 millimetri oltre al vecchio incrociatore corazzato San Giorgio, dodici incrociatori leggeri, cinquantanove cacciatorpediniere, settanta torpediniere (molte delle quali cacciatorpediniere della prima guerra mondiale obsoleti e riclassificati), cinquanta MAS (mezzi d'assalto subacquei e sopracquei: recitava proprio così la definizione per intero), e per finire più di un centinaio di sommergibili.

La corvetta Chimera appena approntata dal cantiere di Monfalcone.

Le debolezze erano rappresentate dall'aver abbandonato la costruzione e lo sviluppo degli aerosiluranti e dalla mancanza di portaerei. La prima decisione si poteva ricondurre a gelosie da parte dell'aeronautica (che voleva evitare, e ci era riuscita, che i velivoli venissero posti sotto il comando della marina[85]), malgrado la sperimentazione italiana a metà degli anni trenta fosse molto più avanti rispetto alle altre nazioni. Nel 1937 il silurificio Whitehead di Fiume aveva messo a punto un siluro capace di funzionare con lancio da ottanta metri, altezza per i tempi notevolissima, ma l'aeronautica richiese un ordigno con capacità di funzionamento con lancio da trecento metri, mentre anche da parte della Marina sorgevano problemi: quando si trattò di immettere in servizio il siluro aereo, per il quale la Regia Aeronautica aveva già (seppur tardivamente di vari anni rispetto alla Fleet Air Arm e alla Royal Air Force inglesi) predisposto gli attacchi sui propri velivoli, gli stabilimenti italiani non poterono esaudire la commessa, in quanto la loro totale produzione era assorbita dagli ordini ricevuti dalla Regia Marina e dalla Kriegsmarine.

Il regio sommergibile Ettore Fieramosca.

Di conseguenza il primo lotto di siluri atti all'impiego aereo venne consegnato relativamente tardi, consentendo alla prima squadriglia di aerosiluranti di essere pronta solo nell'agosto 1940[86]. Per quanto riguarda le portaerei, solo a guerra inoltrata si decise di costruirne due, l'Aquila (portaerei di squadra) e lo Sparviero (portaerei di scorta, più lenta ma più economica), trasformando due transatlantici preesistenti, ma con la limitazione che gli aerei avrebbero potuto solo decollare, ma non atterrare, anche per l'impossibilità di addestrare i piloti in questo senso[87]. Nessuna delle due entrò mai in servizio; la prima venne affondata proprio da incursori della Regia Marina dopo l'8 settembre per evitare che venisse usata per bloccare l'ingresso del porto di Genova, e la seconda venne affondata dai tedeschi, sempre all'ingresso del porto di Genova.

La prima operazione di guerra fu la battaglia di Punta Stilo (9 luglio 1940), conosciuta anche come "battaglia di Calabria", nella quale si scontrarono la squadra navale italiana che rientrava da una operazione di scorta ad un convoglio verso la Libia, e quella britannica di ritorno da un'analoga operazione. Pochi giorni dopo, nella battaglia di Capo Spada (19 luglio 1940), l'incrociatore Bartolomeo Colleoni dopo essere stato immobilizzato dalle artiglierie dell'HMAS Sydney, venne affondato dai siluri dei cacciatorpediniere britanniche presenti in area. Nella notte tra l'11 ed il 12 novembre 1940, l'attacco degli aerosiluranti britannici Fairey Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious contro la flotta italiana alla fonda nella base navale di Taranto durante la "Notte di Taranto" conosciuta anche come "operazione Judgement" dagli inglesi, danneggiò gravemente il naviglio della Marina causando solo lievi perdite agli attaccanti: le navi da battaglia Conte di Cavour, Caio Duilio e Littorio vennero silurate mentre solo due dei venti Swordfish furono abbattuti; le corazzate Littorio e Caio Duilio richiesero mesi di riparazioni, mentre il Conte di Cavour non ritornò più in servizio attivo[88]. Tale evento venne preso a modello per progettare l'attacco giapponese contro la flotta statunitense a Pearl Harbor nel dicembre 1941.

Navarino (Grecia), estate 1942. A ridosso dell'isola Sfacteria, a poppavia dell'incrociatore Duca d'Aosta, si vede l'incrociatore Duca degli Abruzzi con al suo fianco sinistro il cacciatorpediniere Corazziere

Il 27 novembre la Regia Marina si scontrò con la flotta britannica nella battaglia di Capo Teulada[89], mentre la prima azione di successo degli incursori della marina avvenne il 26 marzo 1941 con l'attacco alla base britannica della Baia di Suda a Creta: vennero affondati l'incrociatore HMS York e una petroliera. Tra il 27 ed il 29 marzo 1941, nella battaglia di Capo Matapan, la Royal Navy inferse un altro grave colpo alla Regia Marina, affondando tre incrociatori pesanti (Pola, Zara e Fiume), due cacciatorpediniere e danneggiando inoltre l'ammiraglia italiana Vittorio Veneto, perdendo, per contro, un solo aerosilurante.[90] Durante un'operazione di trasporto di carburante verso la Libia, nella battaglia di Capo Bon del 13 dicembre 1941 vennero affondati gli incrociatori Alberto da Giussano e Alberico da Barbiano, della classe Condottieri.

La corazzata Italia, in precedenza Littorio fino alla caduta di Mussolini, in rotta verso Malta il 9 settembre 1943, giorno in cui fu colpita da una bomba tedesca.

L'azione di maggior successo compiuta dalla Regia Marina nel corso del conflitto fu l'attacco con Siluri a Lenta Corsa, conosciuti come "Maiali", alle due navi da battaglia britanniche Valiant e Queen Elizabeth alla fonda nel porto di Alessandria d'Egitto il 19 dicembre 1941; sebbene l'azione, nota come impresa di Alessandria, fosse stata un successo, le navi si adagiarono sul fondo e non fu immediatamente possibile, grazie anche ad uno stratagemma britannico, avere la certezza che fossero state danneggiate[91]. Nonostante tutto, le perdite di vite umane furono molto contenute: solo otto marinai persero la vita[92] e le due corazzate poterono in seguito essere recuperate. Altre operazioni di rilievo furono la prima battaglia della Sirte (1941), la seconda battaglia della Sirte (22 marzo 1942), nella quale una formazione navale britannica, in netta inferiorità, venne affrontata senza decisione dalla squadra da battaglia italiana, con un inconcludente scambio di colpi di artiglieria. Nel rientro la squadra italiana perse due cacciatorpediniere per le condizioni estreme del mare. In seguito venne combattuta la battaglia di mezzo giugno (1942), conosciuta anche come operazione Harpoon. Ancora, nella battaglia di mezzo agosto (1942), conosciuta anche come operazione Pedestal, le forze aeronavali dell'Asse danneggiarono o affondarono la maggioranza delle navi di due convogli destinati a Malta.

Lo scarso traffico mercantile del Mediterraneo, contrapposto con il consistente numero di navi impegnate tra le due sponde dell'Atlantico per il rifornimento degli alleati europei degli Stati Uniti, comportò il coinvolgimento di alcuni sommergibili italiani nella cosiddetta battaglia dei convogli. Operando dalla base di "BETASOM", così denominata perché aveva sede a Bordeaux, i battelli italiani palesarono, nonostante l'impegno degli equipaggi che fece cogliere successi anche rilevanti ma con perdite altrettanto rilevanti, la loro inadeguatezza per le operazioni oceaniche e l'inefficacia delle tattiche operative.

Altre forze navali italiane (tra cui MAS, minisommergibili e uomini e mezzi della Xª Flottiglia MAS) operarono poi in Mar Nero e sul Lago Ladoga, a fianco dei tedeschi, contro il traffico navale sovietico, sia militare che mercantile.

L'Italia, fin dall'estate del 1940, diede il via alla conversione, partendo da navi mercantili già esistenti, in una serie di "navi ausiliare" adattate per la guerra di corsa. In altre parole si volevano creare, su imitazione della Kriegsmarine tedesca, delle vere e proprie navi corsare, ma il progetto venne abbandonato nel 1942 e le tre navi utilizzate come trasporti sulla rotta per il Nord Africa[93].

Nel corso di tutta la guerra le navi italiane, pur avendo la reputazione di essere state ben progettate, si dimostrarono piuttosto carenti sia nell'armamento contraereo e, soprattutto, nella dotazione di apparati radar: quest'ultimo dispositivo, presente invece sulle navi della flotta britannica, si rivelò, insieme alla decrittazione dei messaggi cifrati inviati tramite la cifratrice tedesca Enigma (si veda anche Ultra), ed all'assoluta supremazia aerea alleata, di importanza fondamentale nella conduzione di molte battaglie e nella risoluzione delle stesse a favore della Royal Navy. Alla data dell'armistizio, la Regia Marina constatò di aver perso 470.000 tonnellate di navi della propria flotta[94].

Armistizio e dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

L'armistizio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Consegna della flotta italiana agli Alleati.

Secondo gli ordini ricevuti in seguito alla firma dell'armistizio con le forze alleate del settembre del 1943, navi, uomini e mezzi della Regia Marina, si consegnarono nella quasi totalità dei casi alle forze anglo-americane; un accordo di cooperazione con gli ex nemici permise poi ai marinai italiani, anche se con una serie di limitazioni, di continuare a combattere a fianco degli stessi per la liberazione del paese dall'occupazione nazista.

Molte unità minori, ma anche alcune di rilievo impossibilitate a muoversi perché danneggiate o perché ancora in allestimento, come l'incrociatore Bolzano, la corazzata Conte di Cavour e la portaerei Aquila, vennero catturate dai tedeschi durante l'operazione Achse. Le unità leggere vennero reimmesse in servizio come Torpedoboote Ausland (siluranti straniere) con personale tedesco, poiché non ritennero opportuno affidare le navi catturate alla costituenda marina della Repubblica Sociale Italiana; in alcuni casi si ebbero anche scontri tra gli equipaggi italiani e le forze tedesche come nel caso del cantiere navale di Castellammare di Stabia, dove il personale della base, ed in particolare dell'incrociatore Giulio Germanico, si difese per tre giorni. Recatosi presso gli attaccanti al fine di trattare la resa, il comandante del Germanico, Domenico Baffigo (poi insignito di medaglia d'oro), venne fucilato a tradimento a Napoli l'11 settembre e la base cadde nelle mani dei tedeschi[95].

La cobelligeranza comportò varie umiliazioni per la Regia Marina, ai cui equipaggi era stata comunicata la notizia che le navi sarebbero rimaste sotto comando italiano per evitare gesti estremi come l'autoaffondamento; in realtà le stesse intenzioni di Carlo Bergamini (comandante in capo delle Forze navali da battaglia) non furono mai chiarite, se volesse ottemperare agli ordini di Supermarina o compiere un'ultima azione di guerra. Dopo l'affondamento della Corazzata Roma, le unità che vennero distaccate dalla flotta per prestare soccorso ai naufraghi, in mancanza di ordini precisi, diressero verso le isole Baleari: un primo gruppo costituito dall'incrociatore Attilio Regolo e da tre cacciatorpediniere, venne internato a Minorca dalle autorità spagnole, mentre i comandanti delle tre torpediniere che formavano il secondo gruppo (tutte della classe Orsa), dopo essere arrivati a Maiorca decisero l'11 settembre o di autoaffondare le proprie navi (torpediniere Pegaso del capitano di fregata Riccardo Imperiali e Impetuoso del capitano di corvetta medaglia d'oro Giuseppe Cigala Fulgosi) o di farsi internare (torpediniera Orsa). Questi provvedimenti di internamento furono accolti con proteste da parte dei capitani delle unità e furono oggetto di una controversia che venne risolta solo nel gennaio 1945 con l'autorizzazione fornita dal governo spagnolo alle navi italiane di riprendere il mare.

Le torpediniere della classe Ciclone Ardito, Ghibli, Impavido, Intrepido, Impetuoso e Aliseo furono protagoniste di vicende che seguirono l'armistizio dell'8 settembre 1943. In particolare quest'ultimo, al comando del capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato, il 9 settembre 1943 fu protagonista presso Bastia, nelle acque della Corsica, di una clamorosa azione quando l'unità in uscita dal porto, invertita la rotta per prestare assistenza alla gemella Ardito attaccata da dieci unità tedesche e gravemente danneggiata[96], riuscì ad evitare la cattura affondandone sette (cinque motozattere e due cacciasommergibili) e danneggiandone altre tre[97][98] riuscendo poi a riparare a Palermo e poi raggiungere il resto della flotta che si era consegnata agli Alleati a Malta. Per questa azione Fecia di Cossato si meritò la medaglia d'oro al valor militare, tuttavia nel giugno 1944 si rifiutò di eseguire gli ordini del nuovo governo Bonomi che non aveva giurato fedeltà al Re e venne arrestato. Rilasciato e messo in congedo per tre mesi, il 27 agosto 1944 si suicidò a Napoli[99].

Nel Dodecaneso italiano la Regia Marina ebbe un ruolo da protagonista nella resistenza offerta ai tedeschi, specialmente a Rodi con Inigo Campioni e a Lero con Luigi Mascherpa, quest'ultimo aiutato anche da un contingente inglese che comunque non riuscì ad impedire la cattura dell'isola e il successivo passaggio del Dodecaneso nelle mani della Wehrmacht (eccezion fatta per l'isola di Castelrosso, usata dagli inglesi come centro logistico e di smistamento per le operazioni nell'Egeo). L'unico attacco che gli anglo-italiani riuscirono a respingere fu quello portato all'isola di Simi, peraltro poi abbandonata dagli stessi difensori che la giudicarono non ulteriormente difendibile[100].

La cobelligeranza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marina Cobelligerante Italiana.

Una volta arrivate a Malta, le navi vennero rese inoffensive con la presenza a bordo di picchetti armati alleati ed il presidio delle stazioni radio di bordo e dei depositi munizioni[101]. Di fronte alla richiesta da parte del "Regno del Sud" di utilizzare le forze armate italiane, delle quali la marina costituiva la parte più integra, nelle operazioni militari contro i tedeschi, il comando alleato dispose l'utilizzazione delle unità leggere in operazioni di scorta ai convogli (cacciatorpediniere, torpediniere e corvette), e degli incrociatori in missioni di bombardamento contro le coste dell'Italia occupata, oltre che di crociere di vigilanza nell'Atlantico come esercitazione. Molto attiva fu invece Mariassalto, che raccolse l'eredità della Xª Flottiglia MAS, effettuando varie azioni di sabotaggio, tra le quali gli affondamenti della portaerei Aquila (notte del 19 aprile 1945 da parte di un gruppo di incursori, tra cui il sottotenente di vascello Nicola Conte[102] e il sottocapo Evelino Marcolini, nel porto di Genova[103]) e dell'incrociatore Bolzano (operazione denominata "QWZ", nella notte del 21 giugno 1944 nel porto di La Spezia[104]) e numerosi sbarchi di sabotatori italiani, inglesi e statunitensi dietro le linee. Da notare che il primo reparto ad entrare a Venezia, impedendo alcuni atti di sabotaggio tedesco, fu proprio un reparto di Nuotatori Paracadutisti di Mariassalto[105]. Inoltre gli uomini del reggimento "San Marco" entrarono a far parte del gruppo di combattimento "Folgore", e con questa unità parteciparono alle operazioni terrestri della campagna d'Italia nel corso del 1945.

Per quanto riguarda le navi da battaglia classe Littorio, furono internate nei Laghi amari, in Egitto, fino al 1947. Sebbene ne fosse stato proposto l'impiego nella guerra in estremo oriente, l'idea venne scartata dall'ammiragliato inglese.

Il dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marina Militare.
La RN Cristoforo Colombo, poi ceduta all'URSS in conto riparazione dei danni di guerra.

Con la fine del conflitto e in seguito al referendum con cui in Italia veniva abolita la monarchia e proclamata la repubblica, la denominazione della forza armata cambiò in Marina Militare. Con la firma del trattato di pace nel 1947, vennero poste serie limitazioni al numero e alla tipologia di naviglio e di armamenti utilizzabili dalla Marina, mentre un considerevole lotto di unità veniva ceduto alle potenze vincitrici in conto riparazione danni di guerra. Poche navi continuarono a prestare servizio e tra queste: le due vecchie corazzate della classe Duilio, gli incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi, Duca degli Abruzzi, Raimondo Montecuccoli e Luigi Cadorna oltre ad altre unità leggere, tra cui torpediniere e corvette della classe Gabbiano e i sommergibili Giada e Vortice, il cui possesso e impiego era però vietato dalle norme fissate con il trattato di pace.

Delle navi cedute, un consistente lotto andò all'Unione Sovietica cui spettò la corazzata Giulio Cesare, il veliero scuola Cristoforo Colombo, l'incrociatore leggero Duca d'Aosta, i cacciatorpediniere Artigliere e Fuciliere, le torpediniere Ardimentoso, Animoso e Fortunale, e i sommergibili Nichelio e Marea, oltre a un considerevole numero di naviglio ausiliario e minore. Mentre il cacciatorpediniere Riboty e una piccola parte della quota di naviglio destinata loro non venne ritirata a causa del pessimo stato di manutenzione, per cui i sovietici concordarono una compensazione economica alternativa[106].

Altre navi andarono alla Grecia, alla Francia ed alla Jugoslavia. Le navi consegnate alla Francia erano contraddistinte dalla lettera iniziale del nome seguita da un numero: Eritrea E1, Oriani O3, Regolo R4, Scipione Africano S7; per le navi consegnate a Jugoslavia e Regno di Grecia, la sigla numerica era preceduta rispettivamente dalle lettere Y e G: l'Eugenio di Savoia nell'imminenza della consegna alla Grecia ebbe la sigla G2. Stati Uniti e Regno Unito rinunciarono integralmente all'aliquota di naviglio loro assegnata, ma ne pretesero la demolizione[107].

Gradi della Regia Marina[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi gradi della Regia Marina.

I gradi della Regia Marina ricalcavano fondamentalmente quelli delle altre marine militari, anche se i gradi italiani avevano una maggiore similitudine con quelli francesi, ed erano invece molto diversi da quelli della Royal Navy. Il massimo grado era quello di grande ammiraglio, titolo onorifico conferito unicamente all'ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel. Nei corpi tecnici, il massimo grado era quello di generale ispettore, corrispondente a quello di ammiraglio di squadra.

Bandiere navali[modifica | modifica sorgente]

Segue un elenco delle bandiere istituzionali e militari del Regno d'Italia.

Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg Bandiera nazionale delle navi da guerra
Le versioni in dotazione alle unità variavano molto sia nel disegno che nei colori.[108]
Flag of Italy (1861-1946).svg Bandiera nazionale delle navi mercantili e civili

Naval jack of Italy (1879-ca. 1900).svg Naval jack of Italy (ca. 1900-1946).svg Bandiera di bompresso
Venne istituita con regio decreto del 22 aprile 1879 ed era issata a prua di ogni nave da guerra all'ancora. Era issata in navigazione solo nel caso in cui la nave avesse issato anche il gran pavese. La forma prevista dal decreto era quadrata, con le dimensioni dei bracci della croce e del bordo pari ad 1/5 del lato, ma la forma cambiò agli inizi del 1900 in rettangolare, di rapporto 5:6, con le dimensioni dei bracci e del bordo pari ad 1/8.[109] La forma quadrata venne successivamente utilizzata come insegna del Comandante in capo delle Forze Navali in combattimento.[110]
Naval Jack of Italy (proposed in 1943).svg Bandiera di bompresso proposta nel 1943
Venne istituita con regio decreto n. 3107 del 25 aprile 1941.
Masthead pennant of the Kingdom of Italy.svg Fiamma
Royal standard of Italy (1880 - 1946).svg Stendardo reale ed imperiale
Era issato all'albero di maestra.[110]
Flag of viceroy of the Kingdom of Italy.svg Insegna di viceré o governatore generale
Standard of the Royal Prince of the Kingdom of Italy (1880 - 1946).svg Gagliardetto dei reali principi
Era issato all'albero di maestra.[110]
Flag of Prime Minister of Italy (1927-1943).svg Bandiera distintivo del primo ministro, capo del governo (1927-1943)
Era issata all'albero di maestra.[110]
Flag of Minister of Italy (1927-1943).svg Bandiera distintivo di ministro
(eccettuati i ministri di Marina ed Aeronautica)
Flag of the minister of the Regia Marina.svg Bandiera distintivo del ministro della Marina
L'insegna precedente del ministro della marina, in uso dal 1868 al 1893, prevedeva la bandiera navale nazionale con le armi della marina (l'ancora sormontata dalla corona reale) posizionate sul campo verde.
Flag of the minister of the Regia Aeronautica.svg Bandiera distintivo del ministro dell'Aeronautica
Vennero istituite con il foglio d'ordine 26 febbraio 1927. Erano issate all'albero di maestra per indicare la presenza a bordo del ministro della Marina, ed a prua di lance ed altro naviglio minore. Salutato con 19 colpi di cannone.[110][111]
Flag of State's Subsecretary of Italy (1927-1943).svg Bandiera distintivo del sottosegretario di Stato
(eccetto sottosegretari di Marina ed Aeronautica)
Flag of the undersecretary of the Regia Marina.svg Bandiera distintivo del sottosegretario di Stato per la Marina
Flag of the undersecretary of the Regia Aeronautica.svg Bandiera distintivo del sottosegretario di Stato per l'Aeronautica
Vennero istituite anch'esse con il foglio d'ordine del 26 febbraio 1927. Era issata all'albero di trinchetto per indicare la presenza a bordo del sottosegretario della Marina, ed a prua di lance ed altro naviglio minore. Salutato con 17 colpi di cannone.[110][111]
Flag of the colony governor of the Kingdom of Italy.svg Bandiera distintivo di governatore di colonia[110]
Flag of luogotenente generale in Albania of the Kingdom of Italy.svg Bandiera distintivo del luogotenente generale di Stato Maggiore in Albania[110]

Flag of ambassador of the Kingdom of Italy.svg Bandiera distintivo di ambasciatore[110]
Flag of envoy of the Kingdom of Italy.svg Bandiera distintivo di inviato
Flag of minister resident of the Kingdom of Italy.svg Bandiera distintivo di ministro residente

Flag of four star general of Italy.svg Insegna di maresciallo d'Italia
Flag of great admiral of the Regia Marina.svg Insegna di grande ammiraglio
Flag of four star general of the Italian Air Force.svg Insegna di maresciallo dell'aria
Erano issate all'albero di maestra.[110]
Flag of the chief of staff of the Regio Esercito.svg Insegna del capo di stato maggiore dell'Esercito
Flag of the chief of staff of the Regia Marina.svg Insegna del capo di stato maggiore della Marina
Flag of the chief of staff of the Regia Aeronautica.svg Insegna del capo di stato maggiore dell'Aeronautica
Istituite con il foglio d'ordine n. 78 del 19 marzo 1917, erano issate all'albero di trinchetto. Il numero delle stelle corrisponde al grado rivestito dal capo di stato maggiore.[110]
Flag of general of army of the Regia Marina.svg Insegna di generale d'armata del Regio Esercito o di generale d'armata (corpi tecnici)
Flag of army admiral of the Regia Marina.svg Insegna di ammiraglio d'armata
Flag of general of army of the Regia Aeronautica.svg Insegna di generale d'armata aerea della Regia Aeronautica
Erano issate all'albero di trinchetto.[110] Le insegne precedenti, in uso dal 1868 al 1893, adottavano la bandiera nazionale con le stelle, bianche a sei punte, allineate sul campo verde.
Flag of inspector general of the Regia Marina.svg Bandiera di generale di corpo d'armata del Regio Esercito o di generale ispettore (corpi tecnici)
Flag of squadron admiral of the Regia Marina.svg Insegna di ammiraglio di squadra
Flag of squadron general of the Regia Aeronautica.svg Insegna di generale di squadra aerea della Regia Aeronautica
Erano issate all'albero di maestra.[110]
Flag of lieutenant general of the Regia Marina.svg Insegna di generale di divisione del Regio Esercito o di tenente generale (corpi tecnici)
Flag of division admiral of the Regia Marina.svg Insegna di ammiraglio di divisione
Flag of divisional general of the Regia Aeronautica.svg Insegna di generale di divisione aerea della Regia Aeronautica
Erano issate all'albero di trinchetto.[110]
Flag of major general of the Regia Marina.svg Insegna di generale di brigata del Regio Esercito o di maggiore generale (corpi tecnici)
Flag of rear admiral of the Marina Militare.svg Insegna di contrammiraglio
Flag of brigade general of the Regia Aeronautica.svg Insegna di generale di brigata della Regia Aeronautica
Erano issate all'albero di maestra.[110]
Flag of captain division commander of the Regia Marina.svg Insegna di capitano di vascello comandante di divisione
Era issata all'albero di maestra.[110]
Burgee of officier in command of the Regia Marina.svg Guidone distintivo di comandante superiore
Venne istituito con il foglio d'ordine dell'11 settembre 1913 ed issato all'albero di trinchetto per indicare, nel caso di più squadriglie riunite, l'unità comandata dall'ufficiale più anziano.[112][113]
Burgee of commander of a flottilla of the Regia Marina.svg Guidone distintivo del comandante di flottiglia di unità minori
Burgee of commander of a squadron of destroyers of the Regia Marina.svg Guidone distintivo del comandante di squadriglia di cacciatorpediniere
Burgee of commander of a squadron of torpedo boats of the Regia Marina.svg Guidone distintivo del comandante di squadriglia di torpediniere
Burgee of commander of a squadron of submarines of the Regia Marina.svg Guidone distintivo del comandante di squadriglia di sommergibili
Burgee of commander of a squadron of MAS of the Regia Marina.svg Guidone distintivo del comandante di squadriglia di MAS
Burgee of auxiliary fleet of the Regia Marina.svg Distintivo di naviglio ausiliario
Burgee of the fleet of the Regia Guardia di Finanza.svg Distintivo del naviglio della Regia Guardia di Finanza
Burgee of signaler ships of the Regia Marina.svg Disitintivo di naviglio addetto ai segnalamenti marittimi
Burgee of mail ships of the Regia Marina.svg Guidone per le navi postali
Burgee of custom ships of the Regia Marina.svg Guidone per le navi doganali[114]
Burgee of yachting ships of the Regia Marina.svg Guidone per il naviglio da diporto della Regia Marina
Flag for pilot service of the Regia Marina.svg Bandiera distintivo del servizio piloti della Regia Marina
Fu istituita con regio decreto del 20 settembre 1882. Era issata sull'albero di trinchetto del naviglio con a bordo piloti. Le bandiere che servivano a chiamare a bordo il pilota erano le bandiere nazionali (militari o civili) bordate di bianco.
Flag for hospital ship of the Regia Marina.svg Bandiera distintivo delle navi ospedale della Regia Marina
Fu istituita con regio decreto del 20 settembre 1882. Era issata sull'albero di trinchetto delle navi ospedaliere.

Flag of commander of a stormo of the Regia Aeronautica.svg Insegna di comandante di stormo della Regia Aeronautica
Flag of commander of a gruppo of the Regia Aeronautica.svg Insegna di comandante di gruppo della Regia Aeronautica
Burgee of commander of a squardiglia of the Regia Aeronautica.svg Guidone di comandante di squadriglia della Regia Aeronautica

Flag of the chief of staff of the MVSN.svg Insegna del capo di stato maggiore della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
Flag of commander general of the MVSN.svg Insegna di comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
Flag of lieutenant general of the MVSN.svg Insegna di luogotenente generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
Flag of consul general of the MVSN.svg Insegna di console generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale

I corpi tecnici della Regia Marina e della Regia Aeronautica ebbero gli stessi vessilli dei gradi corrispondenti nel Regio Esercito. La Regia Marina modificò questa regola con foglio d'ordine n. 23 del 18 marzo 1944, usando lo sfondo blu Savoia con stelle bianche anziché gialle.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Secondo il Regolamento per la Regia Marina Militare del 16 gennaio 1816, il 10 ottobre 1713, quando Vittorio Amedeo II prese possesso della flotta del Regno di Sicilia.
  2. ^ La bandiera, Marina Militare italiana. URL consultato il 2 gennaio 2011.
  3. ^ Araldica militare su iagi.info. URL consultato il 2 gennaio 2011.
  4. ^ La nostra storia - Dal dopoguerra agli anni '60, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.
  5. ^ a b c d Franco Favre, op. cit., p. 13
  6. ^ a b c d e f g h Nascita della Regia Marina, Marina Militare italiana. URL consultato il 13 agosto 2011.
  7. ^ Regio Decreto dell'11 ottobre 1850. Fu questa una visione moderna per lo sviluppo del cosiddetto "Potere Marittimo" del Regno che anticipò concetti, sviluppati successivamente da Inghilterra e Stati Uniti, secondo i quali il "peso" sul mare è la somma di vari fattori che vanno dalla sua posizione geografica, alla forza, tipologia, e tecnologia della componente militare e di quella mercantile di uno stato, tenendo conto soprattutto degli interessi politico-economici che il paese sviluppa sul mare - Franco Favre, op. cit., p. 13
  8. ^ A. V. Vecchj, Storia generale della Marina Militare, Tipografia di Raffaello Giusti, Livorno, 1895
  9. ^ Pirovascello Re Galantuomo, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.
  10. ^ L'assedio di Gaeta, Libreria Alges.
  11. ^ La Regia Marina - dal 1861 al 1920, ANMI Monza. URL consultato il 2 novembre 2010.
  12. ^ a b Appuntamento con la Storia. Le origini della Regia Marina, Fondazione italiani.it. URL consultato il 1º novembre 2010.
  13. ^ Affondatore, ariete corazzato a torri del primo ordine, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.
  14. ^ Re d'Italia - Fregata corazzata di I rango ad elica, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.
  15. ^ Regina Maria Pia - Pirofregata corazzata, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.
  16. ^ (EN) HMS Warrior - the ship - Origins in hmswarrior.org. URL consultato il 5 novembre 2010.
  17. ^ La Marina del Regno di Sardegna dalla Restaurazione all'unità d'Italia (1814-1861), Marina Militare italiana. URL consultato il 5 novembre 2010.
  18. ^ La Caserma Santa Teresa a Genova: da Scuola di Marina a sede di reparti della Guardia di Finanza, sullacrestadellonda.it. URL consultato il 5 novembre 2010.
  19. ^ Accademia Navale, trofeoaccademianavale.eu. URL consultato il 5 novembre 2010.
  20. ^ L’Armata di mare, Gloria dei Borbone delle Due Sicilie, realcasadiborbone.it, 9 dicembre 2010. URL consultato il 5 novembre 2010.
  21. ^ a b c d Franco Favre, op. cit., p. 14
  22. ^ Uomini di legno, Press News Veneto. URL consultato il 25 novembre 2010.
  23. ^ Sebbene l'uso del fazzoletto nero come segno di lutto per Lissa sia riportato tra gli altri dallo stesso Sito della Marina Militare (Storia - Da Lissa alla prima guerra mondiale), è documentato come fazzoletti neri fossero impiegati dalle marine preunitarie. Si veda ad esempio, Antonio Zezon, Tipi Militari dei differenti Corpi che compongono il Real Esercito e l'Armata di Mare di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie per Antonio Zezon, Napoli 1850, volume d'epoca con tavole a colori sulle uniformi dei Corpi che componevano il Reale Esercito e l'Armata di Mare
  24. ^ Romeo Bernotti, Il potere marittimo nella Grande Guerra, Raffaello Giusti editore, Livorno, 1920, p. 81
  25. ^ Francesco Crispi, "Per la difesa marittima", in Rivista Marittima, Roma, luglio 1900, p. 202
  26. ^ Caio Duilio - Corazzata, Marina Militare italiana. URL consultato il 5 novembre 2010.
  27. ^ Italia - Corazzata, Marina Militare italiana. URL consultato il 5 novembre 2010.
  28. ^ a b c Risorgimento e San Marco in Cina e Libia in btgsanmarco.it. URL consultato il 6 novembre 2010.
  29. ^ Mariano Gabriele, Le convenzioni navali della Triplice, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1969, p. 17
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  45. ^ L'uniforme degli ascari di marina era costituita da solino, fazzoletto e cordoncino sul camisaccio prescritto per i marinai nazionali, nei colori regolamentari blu e bianco ed in coloniale cachi, con la fascia distintiva blu. I gradi erano sottopannati in blu, con il triangolo di panno portato sul braccio con il vertice verso il basso anziché verso l'alto, come negli ascari di terra. I soliti tarbush e tachia in feltro rosso avevano i fiocchi blu. Su di essi era fissato il nastro di seta nero con ricamata la scritta "Regia Marina" o il nome della Regia Nave; per gli ascari delle capitanerie in Africa Orientale la scritta era "R. Capitanerie di Porto", mentre in Africa Occidentale il nastro sulla tachia portava la dicitura "R. Cap. di Porto" o "Marinaio di Porto". In Somalia gli indigeni militarizzati del servizio fari vestivano le dette uniformi con fascia distintiva a righe verticali bianche e blu, con tarbusc guarnito con fiocco bianco e blu e nastro con la dizione "Servizio Fari". Come gli ascari di terra, quelli di marina non portavano le stellette sugli angoli del solino. Solo dal 1939 queste furono concesse agli ascari di marina della Libia. Fonte: Gli ascari di Dino Panzera - collezione Franzosi, p. 15. URL consultato il 13 febbraio 2014.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri[modifica | modifica sorgente]

  • Alberto Da Zara, Pelle di ammiraglio, prima edizione, Milano, Mondadori, 1949, pp. 449, ISBN non esistente.
  • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, 2008ª ed., Udine, Gaspari, ISBN 978-88-7541-135-0.
  • Mariano Gabriele, Le convenzioni navali della Triplice, 1969ª ed., Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, ISBN non esistente.
  • Angelo Iachino, Il tramonto di una grande Marina, Milano, Mondadori, 1961, pp. 336 con 2 grafici, ISBN non esistente.
  • Arrigo Petacco, Le battaglie navali nel Mediterraneo nella seconda guerra mondiale, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1976, p. 253, ISBN non esistente.
  • Vero Roberti, Con la pelle appesa a un chiodo. La guerra sul mare: 1940-1943, Milano, Mursia, 1966, ISBN non esistente.
  • Gianni Rocca, Fucilate gli ammiragli. La tragedia della Marina Italiana nella seconda guerra mondiale, Milano, Rivista Marittima, 1987, ISBN 978-88-04-43392-7.
  • James J. Sadkovich, La Marina Italiana nella seconda guerra mondiale, Gorizia, L.E.G. Libreria Editrice Goriziana, 2006, ISBN 88-86928-92-0.
  • Antonino Trizzino, Navi e poltrone, Longanesi & C., gennaio 1953, ISBN non esistente.
  • Ministero della Marina, Nozioni generali sulla Marina, Roma, Ufficio Storico della Marina, gennaio 1939, ISBN non esistente.
  • Ufficio Collegamento Stampa del Ministero della Marina, Almanacco Navale 1943 - XXI, Milano, Arti Grafiche Alfieri & Lacroix, gennaio 1943, ISBN non esistente.
  • Aldo Levi, Avvenimenti in Egeo dopo l'armistizio (Rodi, Lero e isole minori), Roma, Ufficio Storico della Marina Militare, gennaio 1993, ISBN non esistente.
  • Valeria Isacchini, Il bulucbasci della Regia Marina in Rivista marittima, novembre 2011.

Siti web[modifica | modifica sorgente]

  • La nostra storia, Marina Militare italiana. URL consultato il 1º novembre 2010.

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