Federalismo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando la lista elettorale italiana presentata alle elezioni europee a partire dal 1979, vedi Federalismo Europa Autonomie.

Con il termine federalismo si intende la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). I diversi membri di questo insieme possono riconoscersi nell'autorità di un capo che li rappresenti tutti (un monarca, un capo di governo, o anche - in un contesto trascendente - una divinità), oppure convergere in un'assemblea generale.

L'accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, ecc.), che mantengono in diversi settori le proprie leggi particolari, ma hanno una costituzione condivisa e un governo comune. L'unità che si viene a creare è spesso chiamata federazione (mentre quando manchino anche una costituzione condivisa e un governo comune si parla di confederazione). I due livelli in cui è costituzionalmente diviso il potere sono distinti tra loro e sia il governo centrale, sia i singoli Stati federati, hanno sovranità nelle rispettive competenze. I sostenitori di questo sistema politico vengono chiamati federalisti.

In senso più ampio, inoltre, soprattutto nel dibattito politico italiano, si parla spesso di federalismo in riferimento ad un crescente decentramento nella gestione pubblica, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese.

Le origini del termine in ambito teologico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teologia federale.

Il termine "federalismo" non nacque in ambito politico, bensì teologico.

Già a partire dal XVII secolo (ben prima che si parlasse di federalismo in ambito politico, dunque), questa parola era utilizzata nei trattati teologici di alcuni pensatori riformati, per descrivere la peculiare relazione esistente tra Adamo e tutti gli esseri umani nati dopo di lui (ovvero tutto il genere umano, discendente da Adamo "secondo la carne") e, per analogia, la relazione tra Cristo e coloro che sono rinati nello Spirito Santo (cioè l'umanità rigenerata: cfr. Vangelo di Giovanni 3,1-8, Lettera ai Romani 5,12-21 e 8,1-17).

Se nel pensiero politico, però, all'interno di un sistema federale sia il "capo" rappresentante sia i membri rappresentati condividono la stessa sovranità, in ambito teologico la distinzione tra Cristo e l'umanità redenta resta comunque insuperabile.

Il federalismo come teoria politica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vincenzo Gioberti e Carlo Cattaneo (patriota).
Stati federali nel mondo

Gli scritti di due autori britannici, Albert Dicey e James Bryce, hanno influenzato le prime teorie sul federalismo. Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno Stato federale: il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune."; la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni Stato separato".

Uno Stato può essere reso "federale" rispetto ad un precedente Stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto ad una pluralità di Stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo).

La divisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo. In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: " Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessun'autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno Stato unitario.

In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato. Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione. Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità. La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.

Federalismo e democrazia[modifica | modifica wikitesto]

La causa del federalismo è portata avanti dalla teoria federalista, la quale asserisce che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto che ancori la democrazia pluralista e che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale in una repubblica composta.

La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata in "The Federalist", il quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l'azione arbitraria da parte dello Stato. Primo, il federalismo può limitare il potere del governo di violare i diritti, poiché esso crea la possibilità che se il potere legislativo desidera ridurre la libertà, non ne avrà il potere costituzionale, mentre il livello di governo che possiede tale potere non ne avrà il desiderio. Secondo, i procedimenti di formazione delle decisioni di tipo legalistico che caratterizzano i sistemi federali limitano la velocità con la quale il governo può reagire.

L'argomento che il federalismo aiuta ad assicurare la democrazia e i diritti umani è stato influenzato dalla teoria contemporanea della scelta pubblica; è stato asserito che nelle più piccole unità politiche, gli individui possono partecipare più direttamente che in un governo monolitico unitario. Inoltre, gli individui insoddisfatti per le condizioni in uno Stato possono scegliere di andare in un altro. Certamente, questo argomento assume che una libertà di movimento tra Stati sia necessariamente assicurata da uno Stato federale[1].

La capacità di un sistema federale di proteggere le libertà civili è stata messa in discussione. Spesso c'è confusione tra i diritti degli individui e quelli degli Stati. In Australia, per esempio, alcuni dei più notevoli conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell'intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli Stati. È anche essenziale evitare confusioni tra i limiti posti dalla revisione giudiziale, cioè dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo, e lo stesso federalismo.

Se, da un lato, alcuni Stati degli USA hanno deplorevoli retroterra di negazioni di libertà civili a gruppi razziali, donne e altri ancora, d'altra parte le leggi e le costituzioni di altri Stati americani hanno protetto queste minoranze per mezzo di diritti legali e protezioni che vanno oltre quelle presenti nella costituzione statunitense e nella Carta dei Diritti degli Stati Uniti d'America.

Il federalismo e la Costituzione degli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

Prima della stesura della Costituzione statunitense, ciascuno Stato americano era essenzialmente uno Stato sovrano. La Costituzione Americana creò un governo nazionale con poteri sufficienti ad unire gli Stati, che però non sostituì i singoli governi statali. Questa sistemazione federale, per mezzo della quale il governo centrale nazionale esercita i propri poteri in determinati campi, mentre altri campi sono appannaggio dei governi statali, è una delle caratteristiche basilari della Costituzione americana, che gestisce e coordina i poteri dei due tipi di governo. Un'altra caratteristica è la separazione delle competenze tra i tre poteri del governo - il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario - e le libertà civili. Gli autori dei Federalist Papers hanno spiegato nei saggi numero 45 e 46 come essi si aspettassero che i governi degli Stati esercitassero funzioni di controllo e bilanciamento sul governo nazionale al fine di mantenere nel tempo il cosiddetto "limited government", ossia un governo le cui funzioni siano prescritte, definite e limitate dalle leggi, generalmente per mezzo di una costituzione scritta.

Dal momento che gli Stati erano entità politiche preesistenti, la Costituzione degli Stati Uniti d'America non aveva bisogno di definire o spiegare il federalismo in alcuna sua parte. Ciò nonostante, essa menziona numerose volte i diritti e le responsabilità dei governi dei singoli Stati e delle autorità statali in confronto con quelli del governo federale. Il governo federale ha dei poteri definiti ed espressi nella Costituzione (detti anche poteri "enumerati"), che includono il diritto di imporre le tasse, dichiarare la guerra e regolare commerci interni ed esteri. Inoltre, esso ha il potere di approvare qualsiasi legge "necessaria ed adeguata" per l'esecuzione dei propri poteri. I poteri che la Costituzione non concede al governo federale o che vieta agli Stati - i poteri riservati - sono riservati al popolo o agli Stati. I poteri del governo federale sono stati significativamente espansi dagli emendamenti aggiunti alla Costituzione in seguito alla Guerra Civile e da altri emendamenti aggiunti in seguito. La Convenzione di Filadelfia, realizzando la prima costituzione federale della storia, costruì il modello del meccanismo politico dal quale Immanuel Kant si attendeva la pace fra gli Stati e la instaurazione universale del diritto. Alexander Hamilton, scrivendo con John Jay e James Madison, durante la lotta per la ratifica della costituzione federale, i saggi del Federalist allo scopo di illustrare i suoi vantaggi rispetto alla formula confederale, sviluppò, senza esserselo proposto, i primi rudimenti della teoria di questo meccanismo politico, cioè dello Stato federale. Per inquadrare teoricamente il suo pensiero bisogna perciò tener presente che i saggi del Federalist sono formalmente soltanto degli scritti di propaganda politica, sia pure elevatissima, e bisogna inoltre, e soprattutto, risalire al fatto storico dal quale questa propaganda prese le mosse: l'elaborazione di un testo costituzionale da parte di un'assemblea. È noto che la costituzione degli Stati Uniti d'America rappresenta il frutto di un compromesso, e di un compromesso nel senso più stretto della parola, tant'è che i punti più importanti della costituzione furono concepiti esclusivamente come pure e semplici transazioni tra le opinioni divergenti delle parti in contrasto, e per nulla affatto come le singole parti di un edificio coerente. Nonostante la loro natura queste transazioni identificarono di fatto gli ingranaggi fondamentali del meccanismo federale, e fondarono un solido edificio. E un risultato singolare, ma perfettamente spiegabile. Alla fine della guerra di indipendenza, dal punto di vista istituzionale, la classe politica americana era divisa in due correnti, una piuttosto unitaria e l'altra piuttosto pluralistica. Entrambe avevano un fondamento che non si poteva eliminare a breve scadenza: l'Unione e gli Stati. Il loro contrasto aveva perciò una via d'uscita solo nel compromesso, e il compromesso si poteva fare in un modo solo: salvando l'Unione con un governo panamericano veramente indipendente, ossia attivo sui cittadini e non sugli Stati, e salvaguardando nel contempo, con l'indipendenza degli Stati stessi, il pluralismo. La difficoltà stava nel trovare la formula di un governo centrale che, pur agendo direttamente sui cittadini degli Stati associati, non distruggesse la loro indipendenza. In conclusione, si giunse ad una federazione perché non si poteva che giungere ad una federazione.

Col tempo, il governo federale è aumentato in dimensioni ed in influenza, sia sulla vita di tutti i giorni sia sul governo degli Stati. Ci sono diverse ragioni per questo, compreso il bisogno di regolare affari e industrie che esorbitano dai confini dei singoli Stati, il tentativo di assicurare i diritti civili e di provvedere ai servizi sociali. Molti ritengono che il governo federale si sia sviluppato oltre i limiti consentiti dai poteri espliciti. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha talvolta invalidato decisioni federali, per esempio "La legge sulle zone scolastiche libere dalle armi" (Gun-Free School Zones Act) nel caso Stati Uniti contro Lopez. Tuttavia, la maggior parte delle azioni dal governo federale possono trovare un certo supporto legale fra i suoi poteri specifici come la clausola di commercio ("Commerce clause").

La dottrina del federalismo dualistico sostiene che il governo federale e i governi degli Stati si trovano sostanzialmente sullo stesso piano politico, ed entrambi sono sovrani. In base a questa teoria, alcune parti della costituzione sono interpretate in modo molto restrittivo; tra esse vi sono il decimo emendamento, la "Supremacy Clause", la "Necessary and Proper Clause" e la "Commerce Clause". Secondo questa interpretazione il governo federale ha giurisdizione solo sulle materie in cui la costituzione gliela assegna esplicitamente. Esisterebbe quindi un ampio ambito di poteri spettanti ai singoli Stati, e il governo federale potrebbe esercitare soltanto i poteri esplicitamente elencati nella costituzione. [1]

Federalismo europeo[modifica | modifica wikitesto]

La nascita del federalismo europeo[modifica | modifica wikitesto]

Nato nell'altra sponda dell'Atlantico, il federalismo si diffonde anche in Europa già nell'Ottocento. Le elaborazioni principali sviluppano il federalismo in una duplice chiave: in polemica con l'opprimente centralizzazione amministrativa della maggior parte degli Stati europei (ad esempio, in Proudhon e Cattaneo) e come strumento di ricerca di una pace duratura in un continente sempre in preda a sanguinari scontri (soprattutto in Kant). È solo nel 1941 però, ossia quando il conflitto sembra ancora destinato ad essere vinto dalle forze dell'Asse, che tre illuminate menti del panorama intellettuale italiano stendono quello che verrà ricordato come il Manifesto di Ventotene. La gestazione di quest'opera, da parte di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, esiliati sull'isola di Ventotene appunto, durò all'incirca sei mesi. Furono ispirati da un libro scritto da Junius (pseudonimo usato da luca pintor) pubblicato circa vent'anni prima. Il Manifesto di Ventotene, steso nel 1941 da Spinelli e Rossi insieme a Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, è un fondamentale documento che traccia le linee guida di quella che sarà la carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. I tre intellettuali previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a sfuggire alle subdole manovre delle élite conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste sarebbe stato quello di ristabilire l'ordine prebellico. Per contrastare queste forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L'ordinamento di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all'ordinamento democratico e all'autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto. Il Manifesto rimane ancora oggi uno dei più validi e significativi fondamenti della letteratura politica federalista. Anzi, in un certo senso, rappresenta la nascita di una vera e propria ideologia federalista europea. Infatti, mentre in tutti i precedenti autori quello federalista è un aspetto di un pensiero politico personale più complesso, il federalismo e l'Europa sono per Spinelli i fondamenti stessi del suo pensiero politico. Il Manifesto pone come base della civiltà moderna “il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Lo spunto iniziale è la constatazione della crisi dello Stato nazionale che, fondendo insieme Stato e nazione, ha accentuato le tendenze autoritarie all'interno dei confini nazionali e quelle aggressive sul piano internazionale. Per contrastare entrambe queste tendenze il Manifesto suggerisce di riorganizzare in senso federale l'Europa in modo che tutti gli Stati europei lascino le loro decisioni in alcune delicate materie (moneta, politica estera, politica economica, difesa, ecc.) a uno Stato internazionale superiore a ognuno di loro. Gli “uomini ragionevoli”, infatti, come riporta il Manifesto, devono constatare “la inutilità, anzi la dannosità” di organismi internazionali che non si strutturino in modo federale e che quindi non si dotino di un proprio esercito e della possibilità di intervenire anche militarmente per garantire la sopravvivenza di un'Europa federale. Per raggiungere questo obiettivo non servono, come abbiamo già accennato, le forme di aggregazione politica tradizionali. I partiti, infatti, sia che si ispirino a ideologie reazionarie, liberali, democratiche, socialiste o comuniste, mirano a migliorare la situazione del loro Stato, nella convinzione che la pace nasca dall'affermazione dei rispettivi principi di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. In altre parole, i partiti politici lottano per la conquista di un potere già esistente, per la ricostruzione di uno Stato nazionale che sia appunto reazionario, liberale, democratico, socialista o comunista. Per il progetto di Spinelli, invece, occorre un'organizzazione politica veramente sopranazionale capace non tanto di conquistare il potere, quanto piuttosto di creare un nuovo potere: questo il compito del Movimento Federalista Europeo. Come per gli altri autori, anche per Spinelli l'aspetto di valore del federalismo è la pace; è inevitabile quindi che la federazione europea non possa che rappresentare un punto di passaggio per un qualcosa di ancora più grande, di un qualcosa che richiama gli echi del progetto di Kant[2]: una federazione mondiale. Infatti, come recita con un fascino quasi profetico il Manifesto, “quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo”[3].

I principi ispiratori dell'Unione europea[modifica | modifica wikitesto]

Si è affermato l'eguale diritto per tutte le nazioni di organizzarsi in Stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente strumento di progresso ha eliminato molti degli impedimenti che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello Stato. La libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.

Concretizzazione del concetto di federalismo[modifica | modifica wikitesto]

Dall'idea precisa della pace discende dunque l'idea federalistica della distribuzione del potere politico, e per ciò stesso l'esigenza di identificare le condizioni storico-sociali che consentono d'instaurarla e di mantenerla nell'ambito di una parte del genere umano o di tutto il genere umano. Ormai non è più vero che la creazione degli Stati Uniti d'Europa (dell'Europa occidentale-atlantica: solo di questo realisticamente si parla) significhi creazione di diritto sovranazionale così come precedentemente inteso; né costituisce in alcun modo, di per sé, un passo in quella direzione. Gli Stati nazionali europei sono già stati superati in realtà dalla loro riduzione a Stati regionali, con tutti i limiti di impotenza.

L'europeismo prevalente ha oggi un valore eminentemente difensivo: significa la conquista per il popolo europeo di un suo Stato di dimensione adeguata per sostenere il confronto internazionale atto a tutelare i propri interessi, ad essere perciò una potenza nel mondo attuale. Europeismo cioè che vuole essere momento di scontro politico fra la concezione democratica-parlamentare e quella totalitaria, fra chi privilegia i diritti della persona e chi li sottopone gerarchicamente agli interessi dello Stato, fra chi rivendica la necessità che il diritto non sia limitato dalle frontiere e chi difende la barbarie in nome della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza.

Il progressivo sfaldamento dei principi liberali della democrazia parlamentare e della divisione dei poteri a cui si assiste, seppur in misura diversa, in tutti i paesi europei in nome delle urgenze determinate di volta in volta dalla crisi economica, dal deficit delle finanze pubbliche o dal terrorismo russo, irlandese o basco, rappresentano i sintomi più evidenti della incapacità delle istituzioni statali nazionali di far fronte alla nuova dimensione dei problemi. La riduzione progressiva dei poteri parlamentari che viene registrata in Italia come in Francia o nel Belgio, il trasferimento sempre più massiccio dei poteri legislativi all'esecutivo attraverso l'abuso del potere di decretazione o dei "pouvoirs spèciaux", sia quando si realizza attraverso modifiche costituzionali o regolamentari, sia quando viene imposto forzando la legge, testimoniano almeno in parte l'impotenza delle istituzioni statali nazionali a far fronte alla dimensione sovranazionale dei problemi emergenti, da quelli economici a quelli determinati dalla criminalità o dal terrorismo, e alle influenze dello sviluppo tecnologico sui processi decisionali.

Le istituzioni comunitarie sono del resto paralizzate dall'incapacità di concepire un unico "governo" europeo perlomeno nelle materie di competenza comunitaria. Gli "egoismi nazionali" e gli interessi dei grossi centri di potere economico e politico lo impediscono sistematicamente. Del resto questa ipotetica autorità sovranazionale non potrà mai essere legittimata democraticamente finché non potrà ricevere la fiducia da un Parlamento Europeo, quale unica espressione della sovranità popolare europea, dotato degli effettivi poteri d'indirizzo, controllo e legislativi. D'altronde il Parlamento europeo non potrà mai conquistare la capacità d'imporre il processo d'integrazione politica europea finché sarà composto da partiti privi di una vocazione europeista e soprattutto incapaci di rappresentare gli interessi dei gruppi sociali ed economici che si vanno riconoscendo o si possono riconoscere nell'Europa politica.

La crisi delle istituzioni comunitarie è quindi innanzitutto crisi e insufficienza di quel diritto comunitario rimasto incompiuto nei Trattati nonostante i tentativi evolutivi sanciti dalle sentenze della Corte di Lussemburgo.

A questo "deficit democratico" tentò di porre rimedio il Parlamento europeo con il progetto di Trattato dell'Unione portato a termine nella precedente legislatura sotto la guida di Altiero Spinelli.

Partiti politici e movimenti di matrice federalista nell'ambito dell'Unione Europea[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale nacquero vari movimenti, come l'Unione dei Federalisti Europei o il Movimento Federalista Europeo[2], fondato nel 1943, che sostenevano la creazione di una federazione europea. Queste organizzazioni ebbero una certa influenza, anche se non decisiva, sul processo di unificazione europea. L'Europa di oggi è ancora lontana dall'essere una federazione, nonostante l'Unione Europea possieda alcune caratteristiche federali. I federalisti europei hanno sostenuto l'elezione diretta di un Parlamento Europeo e furono tra i primi a porre all'ordine del giorno la stesura di una costituzione europea. I loro oppositori sono coloro che sostengono un ruolo più modesto per l'Unione e coloro che vorrebbero che l'Unione fosse diretta dai governi nazionali piuttosto che da un governo europeo elettivo. Anche se il federalismo era citato nelle bozze del trattato di Maastricht e del trattato istitutivo della costituzione europea, non fu mai accettato dai rappresentanti degli Stati membri. I paesi che favoriscono un'Unione più federale sono di solito Germania, Belgio e Italia. Quelli che tradizionalmente si oppongono a questa idea sono Gran Bretagna e Francia. Il tentativo di creare una Comunità Europea di Difesa fu in pratica l'ultimo tentativo di creare un'Europa federale.

Federalismo italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte all'avanzata degli Stati assoluti e allo strapotere delle potenze straniere, non pochi furono i politici italiani che nel '500 auspicavano la creazione di una federazione di repubbliche cittadine. Il più noto esponente di tali idee fu senza dubbio il lucchese Francesco Burlamacchi, che pagò con la vita la sua lotta allo strapotere di Carlo V e degli alleati Medici.

Il Seicento e Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Ancora nel XVII secolo e XVIII secolo non pochi pensatori guardavano al federalismo come alla forma più consona alla tradizione italiana (si citava a tal proposito la gloria dei comuni e l'organizzazione delle città etrusche in epoca pre-romana): dal napoletano Antonio Genovesi ai piemontesi Gian Francesco Galeani Napione e Giovanni Antonio Ranza[4]. Montesquieu, Alexander Hamilton, Kant ebbero idee federaliste che si diffusero in tutta Europa e quindi anche in Italia. Il federalismo, per esempio, era ben rappresentato in Toscana, sia ai tempi di Pietro Leopoldo di Toscana che più tardi (anche ai tempi di Leopoldo II di Toscana), dove erano conosciute, per esempio, le idee di Alexander Hamilton (quello del principio dell'"unità nella diversità", il cui libro "Il federalista" fu pubblicato in Italia per la prima volta nel 1955, Pisa, Nistri Lischi).

L'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

Simbolo federalista usato dai volontari intervenuti nella guerra del 1848-1949, tra il Regno dei Savoia e l'Impero austro-ungarico

Ma è con il XIX secolo che l'idea federalista vive un momento di grande favore. Ci sono autorevoli studiosi che addirittura individuano nell'idea di Italianità, di nazione italiana, di Risorgimento, nella loro reazione all'autoritarismo modernizzatore dell'assolutismo illuminato, di Napoleone e dei regnanti della Restaurazione, un forte e fondante carattere federalista[5].

L'800 è pieno di intellettuali italiani che, partendo da pensatori europei come Montesquieu, si impegnano per far risorgere l'Italia delle libertà comunali, le autonomie medievali, con il loro policentrismo culturale, la loro intraprendenza economica.

Primo fra tutti nell'esprimere questi concetti troviamo Simondo de Sismondi, amico di Madame de Staël, il quale, già nel 1807 aveva pubblicato i primi volumi della sua Histoire des républiques italiennes. Ma gli stessi concetti si trovano anche in personalità del calibro di Bettino Ricasoli, tra i "padri della patria italiana", che cercò di difendere strenuamente fino all'ultimo l'idea federalista. Lo stesso Cavour non si oppose, a priori e forse solo a parole, alle richieste di confederazione italica che venivano dalle corti di Napoli, Roma e Firenze e da molti intellettuali e politici Nord italiani.

Lo stesso Metternich concepiva l'Impero asburgico come una federazione di Stati dotati di un alto grado di autonomia[6].

Tra i più importanti pensatori federalisti dell'800 abbiamo Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Vincenzo Gioberti (promotore del progetto "neoguelfo"), Pietro Calà Ulloa e Vincenzo d'Errico.

Tra i più importanti critici del federalismo troviamo, a sinistra (su posizioni identiche a quelle espresse dai Giacobini contro i Girondini ai tempi della Rivoluzione francese) Filippo Buonarroti e Giuseppe Mazzini, a destra, chi nei vari paesi lavorava per uno scontro, da cui sarebbe emerso vincitore il più forte (questa era l'idea di molti, soprattutto in Piemonte, dove si puntava ad allargare il dominio dei Savoia su Milano)[7].

Il federalismo fu promosso anche dal movimento "neoguelfo" capeggiato da Vincenzo Gioberti che ebbe un momento di grande fortuna in tutta Italia tra 1846 (salita al soglio pontificio di Pio IX) e l'estate del 1848. L'idea di Gioberti era quella di creare una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa. Nella primavera del 1848 tutti gli Stati italiani sembravano convinti del progetto, che si tradusse ben presto in una lega doganale e in una guerra comune all'Austria. Poi però ci fu il ritiro del Papa dalla coalizione militare e il Piemonte, che aveva più carte da giocare, ne approfittò per dare al movimento d'indipendenza una sua lettura espansionistica. Esponenti neoguelfi si trovavano allora al governo in Piemonte (primo ministro Gioberti), Toscana (primo ministro Gino Capponi), Napoli (primo ministro Carlo Troya).

Nonostante le divergenze, le sconfitte militari subite dagli eserciti italiani, nell'estate del 1848 il governo provvisorio patriottico di Milano e Lombardia (guidato da Gabrio Casati) tentò il rilancio del progetto federativo. Il Piemonte vi aderì a condizione però che gli venissero concessi Lombardia, Parma e Piacenza (come annessione e non come unione): la cosa ovviamente non venne accettata dal governo Casati e il sogno neoguelfo tramontò di nuovo e per sempre - nonostante Gioberti ne avesse tentato il rilancio con la sua Società nazionale per la confederazione italiana (creata a Torino nell'ottobre 1848)[8].

A rilanciare il progetto e le idee federaliste fu Carlo Cattaneo, che - partecipe degli eventi politici e militari del 1848 (fino a quel momento aveva creduto più utile lottare per avere più autonomia all'interno del Lombardo-Veneto a guida absburgica) - si rese conto che i popoli italiani, facendo forza sulle proprie risorse locali (massimamente, anche per lui, espresse durante la Civiltà comunale), ma ben coordinate e unite, potevano sconfiggere i grandi Stati. Utilizzando il pensiero di John Locke e Gian Domenico Romagnosi, Pierre-Joseph Proudhon (che auspicava il Comune come centro del potere; vedi in particolare La Fédération et l'unité en Italie, 1862), criticò l'"unitarismo ossessivo" di Mazzini e prese la Svizzera e gli Stati Uniti d'America a modello di democrazia federale.

Una volta però represse le esperienze di autogoverno sorte nel 1848 in Europa (Vienna, Budapest, ...) e in Italia (Milano, Roma, Firenze, Venezia, Palermo, ...) ad opera dell'Austria e della Russia (che contro l'Ungheria di Kossuth, anche lui approdato ad idee federaliste, aveva inviano un'armata di ben 250.000 soldati) con il benestare delle altre potenze, non restavano molte carte al partito federalista da giocare[9]. I particolarismi, le velleità autonomistiche erano state troppe e troppo forti per quel 1848, "mosso da poesia d'unione e passione di separamento", come ebbe a dire Giuseppe Montanelli nelle sue Memorie d'Italia, Sansoni, Firenze, 1963, p. 558.

Fu quindi per molti una grossa sconfitta vedere concretizzarsi il sogno politico risorgimentale in un'Italia centralistica e decisamente non federale. Invece che all'insegna del motto unità nella diversità da molti auspicato, l'Italia dei Savoia fu governata all'insegna del conservatorismo, dell'autoritarismo e del rigido centralismo. Tra i fatti più vistosi in questo senso segnaliamo l'estensione a tutte le terre degli ex-Stati preunitari conquistati le normative e la legislazione piemontese.

Nel 1860, comunque, a Napoli si riaccesero per un attimo le speranze federalista, quando - alla "corte" di Garibaldi accorse Cattaneo per chiedere con forza la concessione del suffragio e la riunione di un'assemblea costituzionale a cui far decidere i modi di unione del Sud al Piemonte e l´assetto istituzionale del nuovo Stato. In quel frangente sembra che addirittura Mazzini si fosse avvicinato a Cattaneo su posizioni federaliste[10]. Ma anche quelle speranze si spensero presto.

Non è quindi un caso che molti patrioti italiani di idee federaliste dopo il 1860 entrarono nelle file di quello che è stato definito il partito antiunitario, all'interno del quale però stavano personalità di orientamento assai diverso, dai conservatori e reazionari ai socialisti e anarchici che di lì a poco fonderanno la sezione italiana dellaLega Internazionale dei Lavoratori (ispirata a Bakunin).

Il nuovo Stato vedeva anche la pur minima concessione di autogoverno come un pericolo e una caduta di immagine. Così, nonostante le numerose promesse fatte agli autonomisti moderati Siciliani, Lombardi, Toscani (dallo stesso Cavour, fin dal Trattato di Plombières), i numerosi progetti di decentramento amministrativo (proposto da Farini e Minghetti nel 1860, Stefano Jacini nel 1870, lo Stato unitario si mantenne fino agli anni settanta del XX secolo centralizzato.

L'apice del centralismo del Regno d'Italia si ebbe durante il regime fascista, durante il quale furono soppresse molte autonomie locali (comuni e province ebbero vertici di nomina governativa).

Non mancarono, tuttavia, fervide opposizioni e resistenze, a partire da Cattaneo, Ferrari e altri federalisti. L'azione del partito federalista-autonomista fu però di scarso rilievo, prima a causa soprattutto della pregiudiziale antimonarchica e poi a causa della generale resistenza alle idee dell´autonomia, sia nelle file dei governi che dei nuovi movimenti politici sorti alla fine del XIX secolo.

Tra gli oppositori del federalismo e dell´autonomismo troviamo ex autonomisti come Francesco Crispi e più avanti Giolitti e Turati.

Invece, tra gli esponenti del federalismo citiamo Arcangelo Ghisleri, Ettore Ciccotti, socialista attivo tra 1898 e 1904 (che sostenne la necessità di organizzare il paese sul modello della Svizzera), Gaetano Salvemini, repubblicano federalista, poi militante del Partito Socialista Italiano (dal quale uscì in contrasto con Turati, accusato di aver preferito dare priorità all'"aristocrazia operaia" del Nord, per fondare il giornale federalista L'Unità).[11]

Paradossalmente, comunque, con l'aumento della italianizzazione della società italiana aumenta anche l´antistatalismo, il bisogno di autonomia, di maggior rappresentanza per le istanze locali, quelle "dal basso"[12].

Il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo ci fu una ripresa delle idee autonomiste e federaliste ad opera della ´´Rivista repubblicana´´, diretta da Alberto Mario, di una parte non indifferente del Partito Socialista Italiano (soprattutto ad opera di Gaetano Salvemini e del gruppo della rivista federalista L'Unità) e del nascente movimento politico cattolico (con don Sturzo)[13]. Le elezioni politiche del 1899, per esempio, si svolsero all´insegna delle tematiche localiste (soprattutto a Milano). Con l´alzarsi dei venti di guerra e lo scoppio nel 1914 della "grande guerra" moltissime furono le adesioni, sia in Italia che in Europa, alle idee federaliste (vedi, per esempio, le proposte di creare una confederazione balcanica avanzata dall´Internazionale socialista nel 1908). Dopo lo scoppio della Rivoluzione russa nel 1917 però andò prevalendo anche nel movimento socialista il programma massimalista e i temi dell´autonomia e del federalismo persero credito. Fu solo dopo la presa del potere del fascismo e del nazismo in molti paesi europei, che le idee federaliste e autonomiste si imposero in tutti i partiti (eccetto i nazionalisti e i comunisti). Tra i più originali pensatori federalisti di questi anni citiamo Silvio Trentin, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Leone Ginzburg, il fiumano Leo Valiani. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945Europa imboccò la strada delle autonomie e del federalismo, anche se non senza contraddizioni. Per esempio, in Italia la nuova Costituzione repubblicana istituì le Regioni quali enti autonomi con poteri legislativi. Molti dei protagonisti della nascita della Repubblica Italiana, primo fra tutti Alcide De Gasperi, non nascondevano le loro idee federaliste, anche se le condizioni politiche e sociali in cui versava il paese consigliarono i governanti dell'Italia ad una (eccessiva) cautela nei confronti del riassetto federale del paese. La Guerra Fredda, il monopolio politico della DC, lo scontro ideologico, la coincidenza di vedute filo-centraliste tra DC e PCI, portarono quindi ad un ulteriore ritardo nell'applicazione di quelle seppur minime idee federaliste che molti intellettuali italiani attendevano dalla seconda metà del XVIII secolo. Le regioni a statuto ordinario furono infatti create solamente nel 1970. Quelle a statuto speciale furono essenzialmente motivate dall'intento di evitare perdite territoriali o ingerenze da parte degli Stati confinanti, soprattutto Francia (che rivendicava la Valle d'Aosta) e la Jugoslavia (che giustificava il suo intento di controllare i territori della Venezia Giulia e del Friuli orientale con la motivazione di difendere le popolazioni slavofone ivi residenti, costrette a italianizzarsi negli anni del Fascismo).

Con la crescente crisi politica, culturale, economica e sociale dell'Italia, l'implementazione del sistema delle autonomie regionali, l'allentarsi delle tensioni a livello internazionale, negli anni settanta del XX secolo le idee federaliste ripresero un certo vigore.

Proposte di riarticolazione in senso federale della Repubblica giunsero sia da sinistra (dal comunista Bruno Trentin, per esempio) che da destra (vedi, per esempio, il costituzionalista Gianfranco Miglio), per un periodo considerato ideologo della Lega Nord.

Elenco di federalisti italiani[modifica | modifica wikitesto]

Ecco un primo elenco di federalisti italiani[14]:

Federalismo fiscale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Federalismo fiscale.

Federalismo demaniale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Federalismo demaniale.

Con l'avvento del federalismo fiscale e demaniale gli enti locali hanno la possibilità di gestire il patrimonio a loro affidato. Grazie a questi nuovi poteri, per esempio, è possibile decidere di vendere immobili in disuso e terreni abbandonati. Un modo questo per risollevare i bilanci in rosso e permettere una più accurata gestione del territorio da parte dei privati rispetto al pubblico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eric Cò, "Il federalismo spiegato a chi vuole capirlo prima di venerarlo come un dio", Italian University Press, Genova 2010.
  2. ^ L'allusione è ovviamente al trattato "Per la pace perpetua" del filosofo tedesco.
  3. ^ E. Cò, op. cit., pp. 32-34.
  4. ^ Zeffiro Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Roma-Bari 1994 (ISBN 88-420-4380-X), pp. 11-13
  5. ^ Ivi[non chiaro], pp. 14-16 e 25.
  6. ^ a b c Ivi[non chiaro], p. 19.
  7. ^ Ivi[non chiaro], p. 34.
  8. ^ Cfr., oltre a Ivi', pp. 35-36, anche i Discorsi detti nella pubblica tornata della Società nazionale per la confederazione italiana, Marzorati, Torino 1848
  9. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 38-40
  10. ^ Ivi', p. 48
  11. ^ Ivi[non chiaro], pp. 84-99.
  12. ^ Ivi[non chiaro], p. 82.
  13. ^ Ivi[non chiaro], p. 64.
  14. ^ Basato su A. Salvestrini, Il movimento antiunitario in Toscana (1859-1866), Olschki Editore, Firenze 1967; C. Mangio, I patrioti toscani fra "Repubblica Etrusca" e Restaurazione, Olschki, Firenze 1991 e M. Luzzatti, Orientamenti democratici e tradizione Leopoldina nella Toscana del 1799: la pubblicistica pisana, in «Critica storica», VIII, 1969, pp. 466-509; T. Kroll, La rivolta del patriziato. Il liberismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento, Olschki Editore, Firenze 2005; Zeffiro Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Bari-Roma 1994, pp. 11-13.
  15. ^ a b c d e f Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 11-13
  16. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., p. 18.
  17. ^ Zeffiro Ciuffoletti, op. cit., pp. 20-21.
  18. ^ Ivi[non chiaro], p. 22.
  19. ^ Ibidem.
  20. ^ Ivi[non chiaro], p. 25.
  21. ^ Ivi[non chiaro], p. 29.
  22. ^ Ivi[non chiaro], p. 23.
  23. ^ Ivi[non chiaro], pp. 24-25.
  24. ^ D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 196 e segg.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Corrado Augias e Carmelo Pasimeni, Unione e non unità d'Italia, Argo, Lecce, 1988;
  • Antonio Boccia, Pietro Ulloa Calà, L'originale proposta federalista dell'ultimo Premier delle Due Sicilie, Crisci, Lauria, 2004;
  • Eric Cò, Il federalismo spiegato a chi vuole capirlo prima di venerarlo come un dio, Italian University Press, Genova 2010;
  • Dictionnaire international du Fédéralisme dir. Denis de Rougemont, ed. François Saint-Ouen, Bruylant, Bruxelles, 1994;
  • F. e N.C. Pammolli, La sanità in Italia: federalismo, sostenibilità delle finanze pubbliche e regolazione dei mercati, Arel - Il Mulino, Salerno 2009;
  • Pietro Ulloa Calà, L'abdicazione, la divisione e la federazione di Italia, Parigi, 1868.

Sul sito istituzionale del Cerm [3], disponibili numerosi contributi di approfondimento sulla riforma federalista del finanziamento della sanità.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

politica Portale Politica: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di politica