Giuseppe Garibaldi

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« Qui si fa l'Italia o si muore! »
(Attribuita a Garibaldi da G.C. Abba, durante la Battaglia di Calatafimi.[1])
Giuseppe Garibaldi
Giuseppe Garibaldi (1866).jpg
Nato Nizza
4 luglio 1807
Morto Isola di Caprera
2 giugno 1882 (74 anni)
Dati militari
Grado Flag of Italy (1861-1946).svg
Generale
Guerre Guerra dei Farrapos
Guerre di indipendenza italiane
Spedizione dei Mille
Guerra franco-prussiana
Battaglie Assedio di Roma
Battaglia del Volturno
Battaglia di Calatafimi
Battaglia di Bezzecca
Battaglia di Mentana
Battaglia di Digione
Comandante di Cacciatori delle Alpi
Frase celebre Qui si fa l'Italia o si muore!

J.W.Mario Vita di Garibalidi

voci di militari presenti su Wikipedia
Giuseppe Garibaldi
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Luogo nascita Nizza
Data nascita 4 luglio 1807
Luogo morte Caprera
Data morte 2 giugno 1882
Professione Militare di carriera
Legislatura VIII, IX, X, XII, XIII, XIV
Collegio Casalmaggiore (VIII Legislatura),
Napoli I (VIII e IX Legislatura),
Corleto (VIII e IX Legislatura),
Lendinara (IX Legislatura),
Andria (IX e X Legislatura),
Ozieri (X Legislatura),
Mantova (X Legislatura),
Napoli X (X Legislatura),
Roma V (XII Legislatura),
Roma I (XII, XIII e XIV Legislatura)
Pagina istituzionale
on. Giuseppe Garibaldi
Stemma del Regno di Sardegna Parlamento del Regno di Sardegna
Camera del Regno di Sardegna
Luogo nascita Nizza
Data nascita 4 luglio 1807
Luogo morte Caprera
Data morte 2 giugno 1882
Legislatura I, VI,VII
Collegio Cicagna (I Legislatura),
Stradella (VI e VII Legislatura),
Varese (VII Legislatura),
Nizza Marittima I (VII Legislatura),
Milano IV (VII Legislatura),
Corniglio (VII Legislatura),

Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807Caprera, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota e condottiero italiano. Noto anche con l'appellativo di "Eroe dei due mondi" per le sue imprese militari compiute sia in Europa, sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo. È considerato dalla storiografia non indipendente e nella cultura popolare del XX secolo da essa influenzata un eroe nazionale. Iniziò i suoi spostamenti per il mondo quale ufficiale di navi mercantili e poi quale capitano di lungo corso al comando.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Targa presso la casa natale di Rosa Raimondi, madre di Garibaldi, a Loano

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807, nell'attuale Quai Papacino, in un periodo in cui la relativa contea (già parte dei domini sabaudi) era sotto sovranità francese, poiché in quegli anni erano stati annessi dal Bonaparte all'Impero tutti i territori continentali sabaudi[2] Fu battezzato il 29 luglio 1807 nella chiesa di San Martino di Acri e registrato come Joseph Marie Garibaldi, cittadino francese.[3][4]

La sua famiglia si era trasferita a Nizza nel 1770; il padre Domenico Garibaldi (1766-1841), originario di Chiavari,[5] era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata.[6] La madre Maria Rosa Nicoletta Raimondi (22 gennaio 1776-20 marzo 1852) era una figlia di pescatori originaria di Loano, nel 1807 territorio francese (sino al 1805 Repubblica Ligure), e morì a Nizza.[7][8]

Giuseppe era il secondogenito di cinque figli: Angelo (1804-1853), il fratello maggiore, divenne console negli Stati Uniti d'America, Michele (1810-1866) fu capitano di marina, Felice (1813-1855) rappresentante di una compagnia di navigazione e produttore di olio pugliese e Elisabetta (1798-1799) morta in tenera età in un incendio insieme alla balia [9].

Per diverso tempo, gli storici dettero credito a una versione,[10] dimostratasi poi falsa,[11] secondo la quale Garibaldi avrebbe avuto origini tedesche. La famiglia divideva con alcuni parenti, i Gustavin, una casa sul mare.[12] Dell'infanzia di Giuseppe si hanno poche notizie, per lo più agiografiche.[13][14] Risulta invece certa la notizia che a 8 anni salvò una lavandaia caduta in acqua[15] e che il soccorso a persone in procinto di annegare fu una costante, tanto che ne salvò almeno 12.[16] Nel 1814 la casa dei Garibaldi fu demolita per ampliare il porto e la famiglia traslocò. Nel 1815 Nizza fu restituita al Regno di Sardegna per decisione del Congresso di Vienna e restò sotto il governo dei Savoia fino al 1860.

I genitori avrebbero voluto avviarlo alla carriera di avvocato, medico o sacerdote, ma Giuseppe non amava gli studi, prediligendo gli esercizi fisici e la vita di mare. Egli stesso ebbe a dire che era più amico del divertimento che dello studio.[17] Vedendosi ostacolato dal padre nella sua vocazione marinara, durante le vacanze tentò di fuggire per mare verso Genova con tre suoi compagni: Cesare Parodi, Celestino Bernord e Raffaello de Andrè.[18] Scoperto da un sacerdote che avvisò la famiglia della fuga,[19] fu fermato appena giunto alle alture di Monaco e ricondotto a casa; è forse da ricondursi a questo episodio l'inizio della sua antipatia verso il clero.[20]

Tuttavia, si appassionò alle materie insegnategli dai suoi primi precettori, padre Giaume e il "signor Arena". Quest'ultimo, reduce delle campagne napoleoniche, gli impartì lezioni d'italiano e di storia antica (rimase affascinato soprattutto dalla Roma antica). Alla fine riuscì a persuadere il padre a lasciargli intraprendere la vita di mare e venne iscritto nel registro dei mozzi a Genova il 12 novembre 1821.[21] Dall'iscrizione in quel registro, si rileva che l'altezza del quattordicenne Garibaldi era di 39 once e 3/4[22], pari a circa 170 cm[23], considerevole in rapporto all'età e all'altezza media dell'epoca.

Anche se la datazione del primo imbarco è incerta,[24] il 13 gennaio 1824[25] si imbarcò sedicenne sulla Costanza, comandata da Angelo Pesante di Sanremo, che Garibaldi avrebbe in seguito descritto come il migliore capitano di mare.[26] Nel suo primo viaggio, su di un brigantino con bandiera russa,[16] si spinse fino a Odessa nel mar Nero e a Taganrog nel mar d'Azov (entrambe ex colonie genovesi). Vi si recherà nuovamente nel 1833, incontrando un patriota mazziniano che lo sensibilizzerà alla causa dell'unità d'Italia. Rientrò a Nizza in luglio.[25]

L'11 novembre partì per un breve viaggio come mozzo di rinforzo sulla Santa Reparata, costeggiando la Francia in un equipaggio di cinque uomini.[25] Con il padre, tra aprile e maggio del 1825, partì alla volta di Roma con tappe a Livorno, Porto Longone e Fiumicino con un carico di vino,[27] per l'approvvigionamento dei pellegrini venuti per il Giubileo indetto da papa Leone XII. L'equipaggio era composto da 8 uomini, ed ebbe la sua prima paga.[28]

La navigazione[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Garibaldi da giovane.

Iniziarono i numerosi viaggi marittimi di Garibaldi; fra quelli che rimasero più impressi al condottiero vi fu quello sul brigantino l'Enea, al cui comando vi era il capitano Giuseppe Gervino, durante il quale, in una tempesta, vide una feluca catalana, a cui non poterono prestare soccorso, sprofondare travolta dalle onde.[29]

Nel 1827, navigando con la Coromandel, raggiunse le Isole Canarie e nello stesso anno, a settembre, salpò da Nizza con la Cortese, comandata dal capitano Carlo Semeria, per il mar Nero ma durante il viaggio il bastimento fu assalito per tre volte dai corsari greci[30] che depredarono la nave, rubando persino i vestiti dei marinai, mentre il comandante non oppose la minima resistenza.[28] In questo viaggio subì la sua prima lieve ferita in battaglia,[31] evento forse ingigantito dalle fonti con il tempo.[32]

Il viaggio comunque continuò e nell'agosto del 1828 Garibaldi sbarcò dalla Cortese a Costantinopoli dove, ammalato, rimase per circa tre anni, sino al 1831; in quel periodo per sostenersi economicamente faceva l'istitutore,[31] insegnando italiano, francese e matematica. Fra i motivi che lo fecero indugiare vi fu la guerra turco-russa, che chiuse le vie commerciali marittime; nel frattempo si integrò nella comunità italiana, grazie anche alla presenza di una sua concittadina, la signora Luisa Sauvaigo.[33] Secondo le ricerche compiute dalla sua bisnipote diretta Annita Garibaldi,[34] probabilmente frequentò la casa di Calosso – comandante della cavalleria del Sultano col nome di Rustem Bey – e l'ambiente dei genovesi, che storicamente erano insediati nel quartiere di Galata e Pera. Ritornò a Nizza nella primavera del 1831.[28]

Appena giunto in città ripartì subito, imbarcandosi sulla Nostra Signora delle Grazie comandata dal capitano Antonio Casabona, prima come secondo: poi l'anziano capitano gli cedette il comando.[35] Il 20 febbraio del 1832[36] gli fu rilasciata la patente di capitano di mare di seconda classe. Nello stesso mese si reimbarcò con la Clorinda per il mar Nero; si contavano venti uomini a bordo e la paga di Giuseppe fu di 50 lire piemontesi al mese[37] mentre 100 toccarono al comandante, Simone Clary. Ancora una volta la nave fu presa di mira dai corsari ma questa volta l'equipaggio accolse gli aggressori a fucilate. Garibaldi fu ferito alla mano destra: avrebbe poi ricordato l'accaduto come il suo primo combattimento.[28] Proprio sulla Clorinda conobbe Edoardo Mutru, suo compagno d'armi in futuro.[38]

Nel 1833 si contarono sui registri navali 72 mesi di navigazione effettiva.[28] L'importanza dello spirito marinaro in Garibaldi è stato più volte sottolineato, gli scritti di Augusto Vittorio Vecchi, più noto con il nome di Jack la Bolina influenzarono i successivi studiosi sull'argomento, egli che definiva il Mar Mediterraneo un ottimo insegnante, vedeva nell'eroe l'ingenuità degli uomini di mare in contrasto con la furbizia degli uomini di terra.[39] Di parere simile era Pino Fortini, il quale affermò che il mare lo aveva formato, educato moralmente.[40]

Dopo 13 mesi di navigazione ritornò a Nizza, ma già nel marzo 1833 ripartì per Costantinopoli. All'equipaggio si aggiunsero tredici passeggeri francesi seguaci di Henri de Saint-Simon, imbarcati di notte e controllati dalla polizia che andavano in esilio nella capitale Ottomana. Il loro capo era Emile Barrault, professore di retorica che espose le idee sansimoniane a un attento Garibaldi.[41]

Garibaldi, allora ventiseienne, fu molto influenzato dalle sue parole, ma Anita Garibaldi ipotizza che probabilmente quelle idee non gli giungessero del tutto nuove, essendogli note fin da quando aveva soggiornato nell'Impero Ottomano, luogo prescelto da tanti profughi politici dell'Europa e percorso esso stesso da fremiti di autonomia e di libertà.[42]

Tutto ciò contribuì a convincerlo che il mondo era percorso da un grande bisogno di libertà. Lo colpì in particolare Emile Barrault quando affermò:

« Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l'umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe »
(Emile Barrault, frase riportata da Garibaldi ad Alexandre Dumas in "Memorie di Giuseppe Garibaldi")

Il bastimento sbarcò i francesi a Costantinopoli e procedette per Taganrog, importante porto russo sul Mar d'Azov. Qui in una locanda, incontrò un uomo detto il Credente,[43] che espose a Garibaldi le idee mazziniane.[44]

Le tesi di Giuseppe Mazzini sembrarono a Garibaldi la diretta conseguenza delle idee di Barrault ed egli vide nella lotta per l'Unità d'Italia il momento iniziale della redenzione di tutti i popoli oppressi. Quel viaggio cambiò la vita di Garibaldi; nelle sue Memorie scrisse: «Certo non provò Colombo tanta soddisfazione nella scoperta dell'America, come ne provai io al ritrovare chi s'occupasse della redenzione patria».[45]

La vita da ricercato[modifica | modifica wikitesto]

Non si ha certezza storica del primo incontro fra Garibaldi e Mazzini; quello descritto nella sua biografia mostra alcune lacune: si racconta che un certo Covi condusse il primo dal rivoluzionario in un incontro tenutosi a Marsiglia nel 1833,[46] ma la datazione non risulta credibile in quanto il marinaio sbarcò il 17 agosto 1833[47] a Villefranche-sur-Mer (all'epoca Villafranca marittima) mentre Mazzini si era già trasferito, da giugno, a Ginevra. Inoltre lo stesso genovese affermò che aveva sentito di Garibaldi solo tempo dopo, nel 1834.[48]

A quell'epoca i marinai mercantili dovevano obbligatoriamente prestare servizio per 5 anni nella marina da guerra; venivano agevolati coloro che avessero frequentato rotte che portavano all'estero, essi infatti potevano decidere quando iniziare tale periodo, in ogni caso la scelta doveva cadere prima dei quarant’anni di età. Garibaldi presentò la domanda nel mese di dicembre del 1833 diventando marinaio di terza classe.[49]

Garibaldi è ricordato a Genova con una statua equestre situata a Piazza De Ferrari

Il 16 dicembre si presentò a Genova e il 26 si imbarcò sull'Euridice dove rimase per 38 giorni[50] La divisa sarda nell'occasione era composta da un frac nero, una tuba, e un paio di pantaloni bianchi.[51] Come marinaio piemontese Garibaldi assunse il nome di battaglia Cleombroto,[52] un re spartano che combatté contro Tebe nella Battaglia di Leuttra.

Non era ancora iscritto alla Giovine Italia.[53] In quel periodo tenta, con Edoardo Mutru arruolatosi anch'esso, e Marco Pe di fare propaganda alla causa, e cercando a bordo e a terra di fare proseliti.

Frequenta l’osteria della Colomba, la cui proprietaria Caterina Boscovich, insieme alla cameriera Teresina Cassamiglia, gli saranno d'aiuto in seguito. Fa sfoggio della sua attività, offrendo da bere a sconosciuti con l’intento di arruolare nella causa nuovi elementi senza preoccuparsi con chi stesse parlando,[54] e fu visto in pubblico, al caffè di Londra, usare parole dispregiative verso il Re. Per tale comportamento venne sorvegliato dalla polizia.

Il 3 febbraio 1834 fu poi imbarcato, insieme a Mutru, sulla Conte De Geneys, che stava per partire per il Brasile.[55] Vi restò solo un giorno in quanto il 4 febbraio,[56] fingendosi malato, scese a terra, dopo aver dormito all'Insegna della Marina con Mutru.

Nel frattempo si era stabilito che l'11 febbraio 1834 ci sarebbe stata un'insurrezione popolare in Piemonte. Garibaldi scese a terra per mettersi in contatto con i mazziniani; ma il fallimento della rivolta in Savoia e l'allerta di esercito e polizia fecero fallire tutto. Garibaldi credeva che l'insurrezione si sarebbe comunque avviata; non tornò sulla nave per parteciparvi, venendo siglato il termine A.S.L. (Assentatosi Senza Licenza) sulla sua matricola,[56] e divenendo in pratica un disertore; tale latitanza venne considerata come ammissione di colpa.

Attese un'ora in piazza prima di andarsene,[57] trovando riparo prima a casa della fruttivendola[58] Natalina Pozzo e successivamente all'osteria e alla casa della padrona, Caterina Boscovich. Intanto vengono arrestati il quasi omonimo Giuseppe Giribaldi (l'8 febbraio) e poi lo stesso Mutru, il 13 febbraio. Prima di allora, il 9[59] o l'11,[60] lascia Genova.

Più volte nel corso della fuga sfugge ad eventuali catture, dopo aver superato il fiume Varo: la prima quando al confine venne condotto momentaneamente a Draguignan,[61] poi in un'osteria dove canta per sfuggire agli sguardi dell'oste che minacciò di farlo arrestare.[62] Giunse infine a Marsiglia. Intanto viene indicato come uno dei capi della cospirazione, fu condannato alla pena di morte ignominiosa in contumacia in quanto nemico della Patria e dello Stato.[63]

Garibaldi divenne così un ricercato e in quel tempo visse per un breve periodo dal suo amico Giuseppe Pares.[64] Continua sotto falso nome, assunta l'identità dell'inglese Joseph Pane, a viaggiare: il 25 luglio salperà verso il mar Nero sul brigantino francese Union raccontando di essere un ventisettenne nato a Napoli.[65] Dovrebbe svolgere l'attività di marinaio ma sarà secondo in realtà.[66] Sbarca il 2 marzo 1835, e in maggio fu in Tunisia. Quando tornò a Marsiglia trovò la città devastata da una grave epidemia di colera; offertosi come volontario, lavorò in un ospedale,[67] in qualità di benevolo, e ci rimase per quindici giorni.[68]

In quel periodo conobbe Antonio Ghiglione[69] e Luigi Canessa. Poiché le rotte erano chiuse in parte per via del colera, Garibaldi decise di partire alla volta del Sud America con l'intenzione di propagandare gli ideali mazziniani. L'8 settembre 1835 partì da Marsiglia sul brigantino Nautonnier, nave comandata da Beauregard,[70] assumendo la falsa identità di Giuseppe Pane e affermando di essere nato a Livorno; data la sua paga di 85 franchi, si presuppone che non svolse in mare gli incarichi di marinaio la cui paga era inferiore.

L'esilio in Sud America[modifica | modifica wikitesto]

Poncho e camicia rossa di Garibaldi (Museo del Risorgimento di Milano)

Giunto a Rio de Janeiro nella fine del 1835 o nel gennaio del 1836, venne accolto dalla piccola comunità di italiani aderenti alla Giovine Italia, avvisati da Canessa poco prima; avviò quindi un piccolo commercio di paste alimentari nei porti vicini. La sua prima lettera venne spedita il 25 gennaio 1836.[71] Cercò di instaurare un rapporto con Giuseppe Stefano Grondona, il «genio quasi infernale» come lo definirà lui stesso,[72] senza però riuscirci, anche cedendogli la presidenza dell'associazione locale della Giovine Italia. Fondò una società con l'amico Luigi Rossetti,[73] chiamato Olgiati.

Scrisse direttamente a Mazzini il 27 gennaio, in una lettera mai giunta a destinazione, chiedendo che rilasciasse «lettere di marca», un'autorizzazione ad avviare una guerra corsara contro i nemici austriaci e piemontesi, una richiesta impossibile da esaudire,[74] ma senza le quali le sue azioni sarebbero state solo atti di pirateria.[75] Parla apertamente contro Carlo Alberto sul Paquete du Rio[76] cura le stampe della lettera mazziniana a Carlo Alberto e gli furono aperte le porte della loggia irregolare Asilo di Vertud.[77]

Nel febbraio del 1837 parlò con Livio Zambeccari, detenuto nella prigione Santa Cruz in quanto segretario di Bento Gonçalves,[78] presidente della Repubblica Riograndense, stato secessionista del Brasile. Sarà l'inizio di una collaborazione ufficiale.

Il 4 maggio 1837, ottenne una Lettera di corsa, la numero sei (avevano rilasciato un totale di 12 patenti), documento firmato dal generale Joao Manoel de Lima e Silva apparentemente firmata il 14 novembre 1836.[79] Nell’atto si leggeva la lista dei 14 uomini autorizzati a utilizzare la lancia Mazzini di 20 tonnellate, il capitano designato era João Gavazzon (o Gavarron), mentre Garibaldi figurava come il primo tenente. A João risultava intestata anche un’altra nave, la Farroupilha, di 130 tonnellate.[80] ottenuta dal governo della Repubblica Riograndense (ora Rio Grande do Sul), ribelle all'autorità dell'Impero del Brasile guidato da Pedro II.

La nave comprata tempo prima grazie ai soldi di Giacomo Cris (vero nome di Giacomo Picasso[81] con il quale si fece conoscere), era stata battezzata Mazzini, e con i soldi fruttati da una colletta, 800 lire[82] verranno effettuate delle migliorie. Salperanno il 7 maggio, a bordo si contavano 12-13 uomini in tutto,[83] fra cui il nostromo Luigi Carniglia, il timoniere Giacomo Fiorentino e Joao Baptista e Miguel un brasiliano che doveva pensare alle armi.

Sul giornale Jornal do comercio si dava come destinazione del viaggio Campos e come comandante Cipriano Alves (altro nome assunto da Garibaldi)[84] La prima preda fu una lancia da cui prese lo schiavo nero Antonio e lo affrancò rendendolo libero. L'11 maggio i corsari avvistarono una sumaca chiamata Luisa e la abbordarono. Si contavano quattro uomini e quattro schiavi che verranno resi liberi a cui si aggiunse il primo. Garibaldi rifiuta ogni bene che il capitano gli aveva offerto e non vuole che i beni personali vengono toccati. Si continuò sulla nuova nave, più grande, ventiquattro tonnellate, a cui venne cambiato il nome mentre quella vecchia venne fatta affondare. I prigionieri vennero fatti scendere in seguito, sull'unica lancia che avevano a disposizione,[85] con loro il brasiliano che non si era reso conto del pericolo.

Successivamente non si hanno notizie di altri abbordaggi, e Garibaldi giunse a Maldonado il 28 maggio. Intanto le sue gesta si diffusero ma non portando dati corretti: a sentire il ministero della guerra e marina a Montevideo avrebbe liberato 100 schiavi neri.[86] Garibaldi lasciò nella notte del 5-6 giugno[86] la città, perché avvertito del pericolo della Imperial Pedro, che era alla ricerca dei corsari per arrestarli.[87]

Partiti nuovamente, non si accorsero del malfunzionamento della bussola che li portò conseguentemente fuori rotta verso gli scogli all'altezza della punta de Jesús y María.[88] Ottenuti con difficoltà dei viveri, il viaggio riprese; dovendo in qualche modo ovviare alla mancanza di una lancia, comprata poi in seguito, utilizzarono in sostituzione la tavola su cui si mangiava, barili vuoti e vestiti a far da vela.[89]

Il 15 giugno affrontarono un lancione, il Maria, salpato con l'intento di catturare il corsaro.[90] Nel combattimento il timoniere incontrò la morte, e Garibaldi, sostituitolo, venne ferito quasi mortalmente,[91] perdendo i sensi. La battaglia la continuarono i rimanenti italiani, comandati da Carniglia, fino alla fuga. Altri marinai abbandonarono la nave, mentre l'eroe, ricevute le cure, si riprese.[92]

Garibaldi scrive al generale Pascual Echagüe chiedendo aiuto e ottenendolo in parte: la nave partì per Buenos Aires giungendovi il 20 ottobre e venne restituita al proprietario, mentre i corsari rimasti non potevano lasciare Gualeguay (Argentina), in quanto prigionieri del governatore Juan Manuel de Rosas.[93]

Nel frattempo imparò lo spagnolo. Tentata la fuga, fu catturato e torturato da Leonardo Millán,[93] e rimase due mesi nel carcere di Bajada, dopo i quali lo rilasciarono (febbraio 1838), non avendo nulla da imputargli. Raggiunti a Paraná Guazú i suoi amici Rossetti e Cuneo, seppe dell'arresto di Joao Gavazzon e di Giacomo Picasso. Nel maggio 1838 giunse a cavallo a Piratini,[94] compiendo un viaggio di 480 km. Qui conobbe di persona Bento Gonçalves, rimanendone affascinato.

Si organizzò un cantiere navale lungo il fiume Camaqua: il capo dei lavori era John Griggs, di origini irlandesi, mentre Garibaldi divenne comandante della flotta. Due lancioni erano pronti al varo: il Rio Pardo (15-18 tonnellate), dove si imbarcò lo stesso Garibaldi,[95] e l'Independencia, il cui equipaggio contava complessivamente circa 70 persone, tra cui Mutru e Carniglia. Partirono il 26 agosto 1838, e riuscirono a superare lo sbarramento posto dalle navi nemiche. Il 4 settembre avvistarono due navi nemiche: una di esse fuggì mentre l'altra, una sumaca chiamata La Miniera, si arrese.[96] Vi era il problema della spartizione della preda: da dividere in tre parti secondo quanto scritto nell'accordo redatto da Rossetti, 8 (di cui una a Garibaldi)[97] secondo quanto si decise alla fine, per decisione del ministro delle finanze Almeida. L'ammiraglio Greenfell, allarmato dall'accaduto, fece scortare ogni nave con quelle di guerra, mentre alla piccola flotta di Garibaldi si aggiunsero altre navi e altre erano in costruzione.

Il 17 aprile 1839,[98] avvertiti dal grido «è sbarcato il Moringue»[99] (così era chiamato il maggiore Francesco Pedro de Abreu, a cui era stato dato l'ordine di eliminare Garibaldi), sventarono un tentativo di imboscata, nonostante i nemici fossero favoriti dalla nebbia. Affrontarono i circa 150 uomini inviati,[100] ferendo lo stesso Moringue e costringendoli alla ritirata: fu una vittoria che divenne celebre con il nome di ("Battaglia del Galpon de Xarqueada"). L'eco della vittoria venne ufficializzata dal rapporto del ministro della Guerra al parlamento brasiliano[101]

Partecipò, quindi, in qualità di capitano tenente, alla campagna che portò alla presa di Laguna, il cui comando venne affidato al colonnello David Canabarro, della capitale dell'attigua provincia di Santa Caterina. La tattica utilizzata fu singolare: si risalì il fiume Capivari, ingrossato dalle ultime piogge, facendo avanzare le navi per via terra, con l'aiuto di due carri preparati dentro alcune fosse, trainati fino a giungere alla laguna di Thomás José e scendere dal Tramandai. Per tale progetto vennero scelti i due nuovi lancioni: Farroupilha (18 tonnellate, su cui dava gli ordini l'eroe) e il Seival (12 tonnellate, a cui comando si ritrova Griggs).[102]

Il 5 luglio inizia il trasporto via terra evitando al contempo l'attacco nemico che si stava preparando più avanti, terminerà l'11 luglio, tre giorni dopo il 14 luglio riprenderanno il mare.[103] La nave di Garibaldi si rivela troppo pesante: il timone si spezza la nave si rovescia, è il 15 luglio 1839.[104] Durante la tempesta annegheranno fra gli altri Mutru, Carniglia e Procopio (uno schiavo reso libero che aveva ferito il Moringue).[105] L'assalto verrà condotto lo stesso con l'unico Lancione rimasto, il Seival, condotto da Garibaldi;[106] di fronte hanno un brigantino e quattro lancioni. Si dirige verso sud portando le inseguitrici, consistenti in due lancioni, il Lagunense e l'Imperial Catarinense, in una trappola. Dei soldati nascosti nella fitta vegetazione assaltarono le navi e le conquistarono; vennero poi utilizzate per distrarre gli altri due lancioni, Santa Ana e l'Itaparica si arresero, il brigantino Cometà fuggì.

Il 25 luglio 1839 venne conquistata Laguna e con il suo nuovo nome, Juliana, venne proclamata la repubblica catarinense.[107] Gli imperiali inviarono il maresciallo Francisco José de Souza Suares de Andrea con una flotta di 12 navi e tre lancioni: nei primi scontri venne ucciso Zeferino Dutra, uomo a cui Garibaldi aveva lasciato il comando del resto della flotta.

L'eroe prese il comando della Libertadora rinominata Rio Pardo,[108] mentre il Seival fu affidato a Lorenzo Valerigini. Occorrevano arrembaggi, ma vicino alla laguna vi era un blocco navale creato dagli imperiali, e per superarlo, il 20 ottobre si inviò una sumaca per distrarre le navi che partirono all'inseguimento lasciando il resto della flotta libero di agire.

In una di queste azioni si trovarono di fronte alla nave Regeneração che, con i suoi venti cannoni (le tre navi avevano un solo cannone ciascuno,[109] ) mise in fuga le navi. Fuggirono per lo stesso motivo anche dalla Andorinha, si attendeva di ritornare alla laguna.[110] era il 2 novembre, il Rio Pardo tornò pochi giorni dopo. Guidò malvolentieri l'attacco alla cittadina Imaruí con l'intenzione di punirla del tradimento.[111]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra dei Farrapos.

Il 4 novembre[112] l'esercito imperiale forte di 16 navi con 33 cannoni complessivi e 900 uomini,[112] riconquistò la città e i repubblicani, dopo aver incendiato le navi senza che i soccorsi richiesti fossero giunti, ripararono sugli altopiani, Griggs venne ucciso.

Sulla terraferma i combattimenti continuarono, e furono i primi per Garibaldi: il 14 dicembre 1839 a Santa Vitória do Palmar[113] attaccò con i suoi marinai il nemico e costringendolo alla ritirata; successivamente il 12 gennaio 1840, nei pressi di Forquetinha, Garibaldi, guidando la fanteria, soccorse con 150 uomini il colonnello Teixeira.[114]

Garibaldi radunò i sopravvissuti, 73 uomini in tutto, salì su un'altura e solo di notte gli inseguitori smisero la caccia. Marciarono per quattro giorni fino nei pressi di Vacaria[115] e poi di nuovo al Rio Grande.

« Garibaldi è un uomo capace di trionfare in qualsiasi impresa. »
(Alessandro Walewski da J. Duprey, Un fils de Napoleón dans les pays de la Plata au temps de Rosas, Parigi-Montevideo 1937, p. 164.)

Nell'aprile del 1840 si radunarono i due eserciti nei pressi del fiume Taquari; 4.300 imperiali, al comando del generale Manuel Jorge Rodríguez che avrebbero affrontato 3.400 riograndesi,[116] ma non ci fu alcuna battaglia. Si decise di attaccare San José do Norte, punto strategico di rifornimento. Dei quattro fortini disposti a difesa tre vennero distrutti in poco tempo, l'azione era guidata da Gonçalves con Teixeira. L'ammiraglio Greenfell inviò i rinforzi, allorché Garibaldi suggerì di bruciare la città ma l'idea non venne accolta; una volta fuggiti, il nizzardo si fermò su ordini dati a San Simón[quali?];[117] poco dopo, il 24 settembre 1840, fu ucciso Rossetti. Giunto a São Gabriel, strinse amicizia con Francesco Anzani. Gli venne concesso di recarsi a Montevideo e di portarsi 1.000 buoi come bottino di conquiste; riuscì a farne partire 900, ma negli oltre 600 km che percorse perse la maggior parte dei capi, solo 300 infatti giunsero a destinazione nel giugno del 1841 a causa dei ripetuti furti dei mandriani infedeli.[118]

Soggiornava in casa di amici.[119] Non si conosce con esattezza quando Garibaldi entrò nella marina uruguayana,[120] comunque quando avvenne gli venne conferito il grado di colonnello e gli venne affidata una missione: una volta partito da Montevideo via mare, doveva penetrare nel Paraná fino a Bajada e poi portare il bottino preso dalle navi incrociate a Corrientes, una missione definita «suicida».[121]

Le navi erano tre: Constitución (di 256 tonnellate e 18 cannoni, comandata direttamente dal nizzardo), mentre le altre due erano il brigantino Pereyra, comandato da Manuel Arãna Urioste, e la goletta mercantile Procida, comandata da Luigi De Agostini. Partirono il 23 giugno 1842.[122] Durante il viaggio la Constitución si arenò, venne soccorsa dal Procida mentre gli argentini sopraggiunsero; si trattava dell'ammiraglio William Brown (1777 - 1857) al comando di sette navi, una di esse, la Belgrano si arenò.[123] Grazie alla nebbia Garibaldi e le altre navi riescono a fuggire, Brown li insegue ma si immette su una rotta errata.

La navigazione continuò nel Paraná dal 29 giugno e raggiunsero come da programma Bajada il 18 luglio.[124] Continuarono il viaggio superando il porticciolo di Cerrito. Le navi di Brown, a cui si aggiunsero quelle comandate dal maggiore Seguì, raggiunsero le navi del nizzardo vicino alla Costa Brava: da una parte 3 brigantini e 4 golette, con un totale di circa 700 uomini e 53 cannoni, mentre Garibaldi poteva contare su due delle tre navi in quanto la Procida si distaccò precedendoli a Corrientes, 29 cannoni e circa 300 uomini, entrambi avevano anche imbarcazioni minori.[125]

Il 16 agosto Brown iniziò a fare fuoco. Risultano inutili i tentativi di resistenza; Urioste cercò di portare lo scontro sulla terra ma venne sconfitto, intanto Alberto Villegas con il suo gruppo fuggì. Dopo tre giorni di combattimenti,[126] le navi vennero incendiate, ma alcuni dei corsari saltarono in aria con esse. Garibaldi si trasferì prima a Goya e, dopo vari spostamenti, il 19 novembre si ritrovò a Paysandú; qui ricevette l'ordine dal generale Felix Edmondo Aguyar di compiere alcune azioni militari. Venne poi richiamato a Montevideo, ma prima di raggiungerli dovette bruciare nuovamente la flottiglia che comandava. Giunto nel dicembre del 1842 con l'incarico di ricostruire la flotta perduta, con un attacco affondò il 2 febbraio 1843 un brigantino che faceva parte della flotta di Brown; pochi giorni dopo venne respinto un primo tentativo del generale Manuel Oribe; l'assedio iniziò il 16 febbraio 1843.[127] Il 29 aprile, dopo aver rinforzato l'isola dei Topi, si ritrovò di fronte il giorno dopo nuovamente Brown. L'ammiraglio contava su due brigantini e due golette, Garibaldi due imbarcazioni con un cannone ciascuno; gli inglesi intervennero salvandoli.[128]

Alla fine dell'anno prese il comando della Legione italiana. Il colore scelto per le divise fu il rosso,[129]; la bandiera, un drappo nero rappresentava il Vesuvio in eruzione.[130] In seguito venne tradito dal colonnello Angelo Mancini,[131] Dopo piccole vittorie conseguite rifiutò in una lettera del 23 marzo 1845 la proposta fatta a gennaio dal generale Rivera che voleva regalare alcune terre alla Legione italiana.[132]

Si cercò di far finire l'assedio: si opposero senza successo gli ammiragli Herbert Ingliefeld e Jean Pierre Lainé, mentre Brown si ritirò, e tempo dopo volle salutare il suo avversario. Nell'agosto 1845 Ingliefeld iniziò insieme a Garibaldi ad aprirsi un varco, con l'intenzione di conquistare porti nemici.[133] Il nizzardo comandava due brigantini: Cagancha (64 uomini)[134] e il 28 de marzo (36 uomini), e altre navi. Si aggiunsero i validi aiuti di Juan de la Cruz e José Mandell. Dopo aver preso l'isola del Biscaino e Gualeguaychú[135] si aggiunse la goletta francese Eclair al cui comando vi era Hippolite Morier, si giunse davanti a Salto, occupata dagli uomini di Manuel Lavalleja.[136] Egli, dopo essere stato sconfitto da Francesco Anzani, abbandonò la città che il 3 novembre fu occupata da Garibaldi.

Justo José de Urquiza iniziò l'assedio alla cittadina il 6 dicembre;[137] dopo diciotto giorni di attacchi lasciò una parte dei suoi uomini, 700 di essi e abbandonò l'impresa. Il 9 gennaio 1846 Garibaldi ottiene la sua prima vittoria contro gli assedianti, attaccando di notte. Il generale Anacleto Medina intanto stava giungendo a dar man forte con i suoi cinquecento cavalieri; Garibaldi cercò di affrontarlo con 186 legionari e 100 uomini guidati dal colonnello Bernandino Baez[138] ma vennero colti di sorpresa a loro volta dal generale Servando Gómez nei pressi di San Antonio.[139]

Gli uomini trovarono riparo nei resti di un saladero, dove si organizzarono, sparando solo a bruciapelo; e, attaccando in seguito con la baionetta, riuscirono a resistere all'attacco; dopo otto ore di combattimento, Garibaldi ordinò la ritirata.[140]

Si conteranno 30 morti a cui si aggiungeranno 13 dei feriti mentre Servando ne avrà contati più di 130.[141] I morti verranno raccolti e seppelliti in una fossa comune su cui verrà piantata una bandiera in loro onore, è l'8 febbraio 1846[142] Il nizzardo rimase a Salto per diversi mesi, respingendo ogni attacco. Il 20 maggio attaccò nella notte Gregorio Vergara e nel ritorno prima di guadare un ruscello decise di attaccare i soldati che li inseguivano comandati da Andrés Lamas.[143]

Le gesta oltre oceano di Garibaldi divennero celebri in Italia grazie al patriota Raffaele Lacerenza, che diffuse a proprie spese in tutto il paese seimila copie del Decreto di grazie ed onori concessi dal governo di Montevideo ai legionari italiani.[144]

Giuseppe e Anita[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe ed Anita si erano conosciuti a Laguna nel 1839: si narra che, dopo averla inquadrata con il cannocchiale mentre si trovava a bordo dell'Itaparica, una volta raggiunta le disse in italiano «tu devi essere mia»[145] Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (questo il nome completo) si era sposata[146] il 30 agosto 1835[147] con il calzolaio[148] Manuel Duarte de Aguiar, molto più anziano di lei, che, arruolatosi fra gli imperiali, era fuggito da Laguna tempo prima, ma la moglie non lo seguì. Nata nel 1821 a Merinhos[149], aveva 18 anni al momento dell'incontro con Garibaldi.

Garibaldi e Ana Maria de Jesus Ribeiro, passata alla storia - e quasi alla leggenda - del Risorgimento italiano con il vezzeggiativo di "Anita", si sposarono il 26 marzo 1842, presso la chiesa di San Francisco d'Assisi con rito religioso. È spesso raccontato il fatto che Anita, abile cavallerizza, insegnò a cavalcare al marinaio italiano, fino ad allora del tutto inesperto di equitazione. Giuseppe a sua volta la istruì, per volontà o per necessità, ai rudimenti della vita militare.

Cercò di far allontanare Anita e i figli da sua madre, ma il giugno 1846 ottenne un parere contrario del ministro degli esteri di Carlo Alberto, Solaro della Margarita.[150] I legionari progettano di tornare in patria, e grazie alla raccolta organizzata fra gli altri da Stefano Antonini, Anita, con i tre figli, e altri familiari dei legionari partirono nel gennaio del 1848 su di una nave diretta a Nizza, dove furono affidati per qualche tempo alle cure della famiglia di Garibaldi. Scoppiati i moti italiani di indipendenza, fu autorizzato a ritornare negli stati sardi con un gruppo di soldati.

La prima guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra di indipendenza italiana.

Garibaldi rientrò in Italia nel 1848, poco dopo lo scoppio della prima guerra di indipendenza. Venne noleggiato un brigantino sardo chiamato Bifronte, rinominato Speranza (o Esperanza); venne nominato come capitano lo stesso Garibaldi, e la partenza avvenne il 15 aprile 1848, alle 2 del mattino; si erano imbarcati 63 uomini.[151] Giunsero in vista di Nizza il 23 giugno.[152] Lo avevano anticipato un suo luogotenente, Giacomo Medici,[153] e il suo nome grazie al lavoro di Mazzini.[154]

Tornato dunque in Europa per partecipare alla prima guerra di indipendenza contro gli austriaci, il 25 giugno proferisce parole a favore di Carlo Alberto di Savoia; il 29 giugno si trova a Genova, e per giungere a Roverbella, nei pressi di Mantova, deve chiedere 500 lire ad un amico.[155]

Roverbella (MN), lapide in ricordo dell'incontro con Carlo Alberto

L'incontro con Alberto avvenne il 5 luglio: venne accolto freddamente, a causa l'antica condanna; non potendogli offrire aiuto, gli consigliò di recarsi a Torino dal ministro della guerra, che gli suggerì a sua volta di recarsi a Venezia. Nel 1848 incontrò Mazzini a Milano, rimanendone in parte deluso, avendo i due pensieri molto diversi.[156] Partecipò comunque alla guerra come volontario al servizio del governo provvisorio di Milano, con la carica di generale.[157] Formò il battaglione Anzani, del quale pose al comando Giacomo Medici, e partì alla volta di Brescia il 29 luglio, avendo ricevuto l'incarico di liberarla. Il numero dei suoi uomini era di circa 3.700 e usarono le vesti abbandonate dagli austriaci. Non giunse però nella città poiché venne richiamato a Milano. Le sue affermazioni contro Carlo Alberto provocarono una sua dura reazione: costui impartì l'ordine di fermarlo e se si fosse ritenuto necessario anche di arrestarlo,[158] provocando la diserzione di alcuni volontari. Giunse ad Arona, dove chiese contributi alla cittadinanza,[159] poi a Luino dove il 15 agosto 1848 ebbe il primo scontro in Italia contro gli austriaci (comandati dal Colonnello Molynary) e verso Varese, poi navigando sul Lago Maggiore, essendosi impadronito dei battelli, penetrò per poco nel territorio austriaco.[160] Gli austriaci che si trovò a combattere erano comandati dal generale Konstantin d'Aspre, che ebbe l'ordine di ucciderlo, e il maresciallo Radetzky.

Quindi a Morazzone venne sorpreso da un attacco nemico, ma riuscì a fuggire nella notte rimanendo con circa 30 uomini. Trovò riparo in Svizzera,[161] il 27 agosto valicando il confine travestito da contadino.[162] Il 10 settembre ritornò da sua moglie, che viveva a casa di un amico, Giuseppe Deideri. Il 26 settembre ripartì alla volta di Genova, e il 24 ottobre si imbarcò sulla nave francese Pharamond[163] con Anita, poi rimandata a Nizza. All'inizio erano 72 uomini con Garibaldi a cui si aggiunsero i lancieri di Angelo Masini il 24 novembre e soldati provenienti da Mantova. Si arrivò così ad una formazione di 400 uomini[164] alla quale Garibaldi diede il nome di Legione Italiana.

La Repubblica Romana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione romana e Assedio di Roma (1849).

Infastidito dai reumatismi di cui soffriva, si ritirò a Rieti il 19 febbraio e, per breve tempo, ebbe la compagnia di Anita. Grazie al suo appello, giunsero molti giovani che portarono il totale a 1.264 uomini,[165] oltre ad aiuti, vestiti e armi seppur in numero insufficiente; stazionarono poi ad Anagni mentre Francesco Daverio chiedeva l'invio di altre armi. Il 23 aprile il nizzardo venne nominato generale di brigata dal ministro della guerra piemontese Giuseppe Avezzana[166] mentre Carlo Alberto aveva abdicato in favore di Vittorio Emanuele II.

Garibaldi partecipò ai combattimenti in difesa della Repubblica Romana, minacciata dalle truppe francesi e napoletane che difendevano gli interessi del papa Pio IX. Luigi Napoleone fece sbarcare a Civitavecchia un corpo di spedizione francese, guidato dal generale Nicolas Oudinot. Il 25 aprile,[167] dopo averla occupata, ne fece la sua base. Il 27 aprile giunse a Roma passando per Porta Maggiore. Contava di bloccare il nemico di 2.500 uomini e l'appoggio di altri 1.800 guidati dal colonnello Bartolomeo Galletti.

Garibaldi, Andrea Aguyar (a cavallo) e Nino Bixio durante l'assedio di Roma. Disegno del 1854 di William Luson Thomas basato sullo schizzo di George Housman Thomas realizzato nel 1849

Scrutando il territorio decide di far occupare Villa Doria Pamphilj e Villa Corsini; il 30 aprile i francesi attaccarono, ma imprecisioni tattiche[168] portarono lo scontro al colle Gianicolo: alla fine si ritirarono verso Castel di Guido; le perdite furono maggiori per i francesi (500[169] fra morti e feriti contro i 200 dei difensori).[170] Fra i feriti vi è Garibaldi, colpito al fianco da una fucilata francese che impattò il manico del pugnale permettendogli di salvarsi miracolosamente[171].

Intanto Ferdinando II, re delle Due Sicilie, inviò i suoi uomini, guidati dal generale Ferdinando Lanza e dal colonnello Novi, che giunsero verso le 12[172] del 9 maggio Palestrina; a respingerli furono il nizzardo e Luciano Manara; dopo una piccola battaglia di tre ore, i borbonici si ritirarono, perdendo 50 dei loro uomini.

Il 16 maggio, nei pressi di Velletri, disobbedì agli ordini di Pietro Roselli[173]; nell'occasione Garibaldi venne travolto dai cavalieri, cadde a terra dove fu alla mercé di cavalli e nemici, ma venne salvato per intervento del patriota Achille Cantoni:[174] seguirono aspre critiche sul suo operato.[175] Il 26 maggio 1849 Giuseppe Garibaldi giungeva a Ceprano ordinando a Luciano Manara di entrare con i suoi bersaglieri nel Regno di Napoli, per combattere i borbonici che soggiornavano nella Rocca d’Arce.

Fra la notte del 2 e del 3 giugno 1849 Oudinot guidò i suoi verso Roma, e conquistò dopo continui capovolgimenti i punti chiave Villa Corsini e Villa Valentini; rimase in mano ai difensori Villa Giacometti. Morirono 1.000 persone fra cui Francesco Daverio, Enrico Dandolo, Goffredo Mameli, che, ferito, morirà in seguito per gangrena; verrà incolpato Garibaldi della sconfitta; i francesi comandavano circa 16.000 uomini Garibaldi circa 6.000.[176]

Il 28 giugno 1849 i legionari di Garibaldi tornarono ad indossare le loro tuniche rosse di lana.[177]

La fuga da Roma e la morte di Anita[modifica | modifica wikitesto]

1849, dopo la caduta della Repubblica Romana Giuseppe Garibaldi e Anita Garibaldi in fuga, trovano rifugio a San Marino
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marcia di Garibaldi dopo la caduta di Roma.

L'assemblea che si era costituita diede i poteri a Garibaldi e Roselli: la sera del 2 luglio 1849, da piazza San Giovanni, con 4.700 uomini,[178] partì deciso a continuare la guerra, non più di posizione ma di movimento.[179] Pochi giorni prima si era aggiunta Anita che, incinta, decise di seguirlo per tutta la durata del viaggio.

Dopo aver rifiutato l'offerta fatta dall'ambasciatore degli Stati Uniti d'America,[180] sulla strada di Tivoli affidò una parte dei soldati a Gaetano Sacchi e un reggimento della cavalleria al colonnello Ignazio Bueno compagno del Sud America, con lui il polacco Emilio Müller. Fece credere al nemico di dirigersi verso gli Abruzzi mentre andava a nord, divise in piccoli gruppi la cavalleria che mandava in esplorazione facendo pensare che potesse contare su un numero maggiore di soldati.[181] Intanto atti criminali commessi dal suo gruppo lo preoccupavano, giunse, il 5 luglio, a minacciare di morte chiunque commettesse furto e uccise un ladro colto in flagrante.[182]

A Terni l'8 luglio si aggiunsero altri 900 volontari guidati dal colonnello Hugh Forbes e rifornimenti. Fece circolare false voci sul suo itinerario, puntava in realtà su Venezia, la Repubblica di San Marco di Daniele Manin. I soldati diedero i primi segni di cedimento, Müller li tradì e Bueno, il 28,[183] fuggì con parte dei denari raccolti. Il nizzardo non riusciva a sostenere il gruppo.[184]

Erano rimasti 1.500 uomini, ridotti pochi giorni dopo a qualche centinaio. Lungo la strada pernottarono due notti presso Todi, i soldati alloggiati presso il convento dei Cappuccini; Garibaldi e Anita incinta ospiti invece presso la casa di Antonio Valentini, fervente Garibaldino, a Palazzaccio. Il 30 luglio si ritrovava a Montecopiolo nella parte più alta del Montefeltro dove passò la notte, proseguì la sua fuga attraverso sentieri impervi e macchie fitte di vegetazione facendo certamente tappa per abbeverarsi presso una sorgente in Località Casalecchio sempre nel comune di Montecopiolo ma già in direzione della Repubblica di San Marino, dove Garibaldi arrivò con gli altri superstiti il giorno dopo, il 31 luglio, e qui si rifugiò dopo che la Repubblica di San Marino concesse asilo.[185] Contemporaneamente Garibaldi con un ordine del giorno sciolse il gruppo. I coniugi erano alloggiati presso Lorenzo Simoncini.[186] Gli austriaci, guidati da d'Aspre, che comandava il corpo di occupazione austriaco in Toscana volevano che Garibaldi fosse imbarcato a forza per gli Stati Uniti, lui rifiutò. Fugge da San Marino di notte con duecento uomini al seguito, alcuni abbandonano come Gustav Hoffstetter.[187]

Continuano gli aiuti trovati per strada: vengono guidati dall'operaio Nicola Zani mentre Anita ha la febbre alta. Giunti a Cesenatico prendono dai pescatori 13 bragozzi (barche da pesca),[188] partono alla volta di Venezia, il 2 agosto. Arsi dalla sete a circa 80 km dall'obiettivo, all'altezza della punta di Goro, vengono avvistati e attaccati da un brigantino austriaco l'Oreste con rinforzi li insegue catturando l'equipaggio di 8 bragozzi, più di 160 prigionieri che verranno condotti a Pola.

Garibaldi con Anita in braccio guada per circa 400 metri[189] giungendo infine sulla spiaggia, saluta i rimasti fra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi, fucilati a Bologna e Angelo Brunetti insieme ai due figli, fucilati in seguito anch'essi. Garibaldi era vicino a Magnavacca nelle Valli di Comacchio, con lui Anita morente e Giovanni Battista Culiolo detto Leggero. Aiutati dall'umile Battista Barillari riescono a dissetare la moglie dell'eroe. Il 4 agosto ripartono, in seguito salgono sul biroccino guidato da Battista Manelli, giunti alle Mandriole si fermarono alla fattoria Ravaglia, il medico Nannini non fa in tempo a salvarla, muore.

Garibaldi, secondo quanto riporta l'uomo di chiesa Falconieri, avrebbe voluto dare degna sepoltura alla moglie e trasportarla alla vicina Ravenna, ma non vi era il tempo e fu scavata una buca nel terreno incolto. Giorni dopo, il 10 agosto Pasqua Dal Pozzo, una ragazzina giocando vicino al campo si accorse del cadavere[190] e chiese aiuto, fu un caso molto discusso anche negli anni successivi.[191] In seguito Garibaldi stesso giunse il 20 settembre 1859 con i figli Teresita e Menotti[192] a Ravenna mostrando l'intenzione di spostare i resti di Anita a Nizza, seppelliti poi accanto a quelli di Rosa, madre dell'eroe. Il giornale di Torino La Concordia intanto il 16 agosto scrisse che Anita e Garibaldi avrebbero raggiunto Venezia, ma la donna era morta 12 giorni prima.[193]

Garibaldi e Leggero fuggono, aiutati da Ercole Saldini, il sacerdote Giovanni Verità e l'ingegnere Enrico Sequi a cui lascerà la fede nuziale di Anita. Il 1º settembre parte sull'imbarcazione di Paolo Azzarini, il 5 settembre Garibaldi si trova a Porto Venere, al sicuro. La Marmora commenterà affermando che era un miracolo il suo salvataggio.[194]

Lo stesso La Marmora, con i poteri di commissario straordinario che godeva all'epoca fece arrestare Garibaldi e lo condusse al Palazzo ducale di Genova, in piazza Matteotti.[195] Seguì, sulla decisione da prendere un dibattito, il 10 settembre, dove intervennero fra gli altri Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, venne liberato. Si parlò anche della possibilità dell'immunità parlamentare attraverso una sua candidatura a Recco, ma rifiutò l'idea.[196]

Fece una breve visita ai familiari, i figli maschi furono affidati ad Augusto mentre la bambina continuò a rimanere con i Deideri. Dopo vari spostamenti, partì sul brigantino da guerra Colombo, per Gibilterra, giungendovi il 9 novembre, e poi il 14 novembre partì su una nave spagnola, La Nerea dirigendosi a Tangeri, accompagnato dagli ufficiali "Leggero" e Luigi Cocelli, accettando l'ospitalità dell'ambasciatore piemontese in Marocco Giovan Battista Carpenetti. Nel mese di giugno partì nuovamente questa volta in compagnia del maggiore Paolo Bovi Campeggi. Il 22 fu a Liverpool Il 27 giugno 1850 partì per New York con il Waterloo, giungendovi in 33 giorni di viaggio. Il 30 luglio, per i dolori causati dai reumatismi, ebbe bisogno di aiuto per scendere a terra, a Staten Island.[197]

Abitò in compagnia di Felice Foresti con Michele Pastacaldi; Teodoro Dwight lo conobbe e ricevette le Memorie dal nizzardo, ma non doveva pubblicarle, dandogli il consenso solo anni dopo nel 1859[198] Abitò con Antonio Meucci, sali sulla Georgia per i Caraibi. Continuò a navigare, assumendo il nome di Anzani e l'antico Giuseppe Pane, arrivando il 5 ottobre a Callao nel Perù, poi a Lima dove dopo tanto tempo fu nuovamente capitano di una nave, un brigantino di nome Carmen.[199] Il 10 gennaio 1852 parte alla volta della Cina, e navigò ancora dalle Filippine, costeggiò l'Australia, giunse infine a Boston il 6 settembre 1853, commerciò diversi generi.[200] Lavorò nella fabbrica di candele di Antonio Meucci.[201]

Il rientro in Italia e la seconda guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cacciatori delle Alpi e Seconda guerra di indipendenza italiana.
Stampa popolare raffigurante Garibaldi con le divise delle campagne del 1848, 1859 e 1860

Ritornato in Europa,[202] l'11 febbraio 1854 a Londra incontrò nuovamente Mazzini, poi viaggiando giunge prima a Genova il 6 maggio, e poi a Nizza. Compra il 29 dicembre 1855 una parte dei terreni di Caprera,[203] (isola dell'arcipelago sardo di La Maddalena) Partendo dalla casa di un pastore costruì, insieme a 30 amici, una fattoria, in seguito l'isola divenne interamente di sua proprietà.[204] Dopo la Terza Guerra di Indipendenza, venne chiamato a Caprera per amministrare i beni del Generale, il colonnello e amico Giovanni Froscianti (Collescipoli, 1811 – Collescipoli, 1885) che fu al fianco di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille.

Nell'agosto del 1855 gli venne concessa la patente di capitano di prima classe: navigò con il "Salvatore", un piroscafo ad elica; in seguito prese un cutter inglese chiamato Anglo French, a cui diede il nome del suo nuovo amore, Emma. Dopo che la nave si arenò, Garibaldi abbandonò l'attività di marinaio per dedicarsi all'agricoltura, lavorando come contadino e allevatore: possedeva un uliveto con circa 100 alberi d'ulivo, oltre a un vigneto, con cui produceva vino, e allevava 150 bovini, 400 polli, 200 capre, 50 maiali e più di 60 asini.[205]

Il 4 agosto rese pubblico il suo pensiero distanziandosi dalle prese di posizioni Mazziniane.[206] Il 20 dicembre 1858 incontrò Cavour. Divenne vicepresidente della Società Nazionale[207] mentre si pensava di metterlo a capo di truppe: il 17 marzo 1859 vennero istituiti, grazie ad un decreto reale, i Cacciatori delle Alpi, e Garibaldi ebbe il grado di maggiore generale. Si contavano circa 3200 uomini, i quali vestivano l'uniforme dell'esercito sardo. Si formarono 3 gruppi: oltre al nizzardo, al comando vi erano Enrico Cosenz e Giacomo Medici.[208]

Marciò verso Arona: i suoi uomini erano convinti di pernottarvi, Garibaldi comunicò a Torino l'intenzione di giungervi,[209] al che ordinando l'assoluto silenzio,[210] raggiunse Castelletto, fermò due reggimenti e con il terzo avanzò; il 23 maggio, superato il Ticino, con le barche attaccò Sesto Calende riuscendo ad avere la meglio sugli austriaci e entrando in Lombardia.

Occupata Varese, venne affrontato il 26 maggio dal barone Karl Urban, noto anche come il Garibaldi austriaco[211] inviato da Ferencz Gyulai; nell'occasione il comandante ordinò di sparare soltanto quando il nemico si trovasse alla distanza di 50 passi, lo scontro è noto come battaglia di Varese. Si conteranno fra i cacciatori la perdita di 22 uomini contro 105 austriaci, a cui si aggiungeranno 30 prigionieri.[212] Il giorno seguente, dopo aver attaccato frontalmente e vinto gli austriaci nella battaglia di San Fermo, nonostante fosse in netta inferiorità numerica, occupò la città di Como.[213] Il 29 ripartì con i suoi uomini dalla città, volendo conquistare il fortino a Laveno, raggiunto il 31 maggio.[214] Questo attacco non ebbe esito favorevole, e nel frattempo, essendo Urban rientrato a Varese, ritornò a Como per presidiare la città, riprendendo poi Varese in seguito alla vittoria dei francesi a Magenta.

Il 15 giugno, seguendo l'ordine di Della Rocca che l'invia a Lonato sul lago di Garda, si mosse verso est. A Rezzato, nel bresciano, avrebbe dovuto congiungersi con le truppe di Sambuy, che però non giunsero in quanto l'operazione era stata annullata, ma di ciò non era stato avvertito e continuò ad avvicinarsi al nemico in ritirata. Enrico Cosenz, dopo aver fermato un attacco nemico, si fermò, mentre il colonnello Stefano Turr continuò l'attacco, raggiunto poi dallo stesso Cosenz; Garibaldi, notando la situazione sfavorevole, inviò Medici a loro sostegno e organizzò le truppe, limitando il danno: 154 fra i cacciatori, contro i 105 degli austriaci.[215] in quella che venne chiamata battaglia di Treponti. Ricevette quindi l'ordine di spostarsi in un teatro secondario bellico: in Valtellina, per respingere alcune truppe austriache verso il passo dello Stelvio; l'armistizio di Villafranca terminò gli scontri. Durante tutta questa campagna il numero di volontari al suo seguito crebbe da circa 3000 a un numero non ben quantificato: 12.000 secondo Trevelyan, 9500 secondo la Riall che si basa su uno scritto di Garibaldi stesso.[213]

Manfredo Fanti ebbe il comando mentre Garibaldi venne retrocesso come comandante in seconda, ricevendo il comando di una delle tre truppe, le altre due saranno agli ordini di Pietro Roselli e Luigi Mezzacapo, dopo litigi diede le dimissioni.

Da Quarto al Volturno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Spedizione dei Mille.
La stele commemorativa dell'impresa dei Mille sullo scoglio da cui partì la spedizione, a Genova-Quarto
Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

Rinunciò alla Società Nazionale (aveva ottenuto il comando ad ottobre), diventando poi presidente della Nazionale Armata, una nuova associazione che presto fallì.[216] Intanto Nizza era passata ai francesi, e Garibaldi, eletto deputato, tenne un discorso a tal proposito il 12 aprile 1860 senza esiti.[217] Si dimise il 23, dopo il risultato della votazione.

Il 27 aprile 1860 dall'isola di Malta Nicola Fabrizi inviò un telegramma cifrato: l'unico ad avere il codice per decifrare lo scritto[218] era Francesco Crispi, che tradusse inizialmente in maniera negativa il messaggio, deludendo Garibaldi che stava preparando il suo ritorno a Caprera.[219] A nulla valsero i consigli di La Masa, Bixio e Crispi che premevano affinché il nizzardo partisse lo stesso. Crispi ritornò due giorni dopo affermando di aver ricevuto in realtà buone notizie,[220] e la spedizione ebbe inizio.

Nel settembre 1859 fu promotore di una raccolta volta all'acquisto di un milione di fucili, dando il compito a Enrico Besana e Giuseppe Finzi. Riuscirono a comprare dei fucili Enfield e Colt inviò dei suoi revolver. Per la spedizione non vennero utilizzate le armi raccolte, ma quelle messe a disposizione da Giuseppe La Farina[221] che provenivano da quelle utilizzate nella campagna passata, simili a quelli raccolti.[222]

La sera del 5 maggio venne simulato il furto delle due navi Piemonte e il Lombardo: si raccolsero una quarantina di persone al cui comando vi era Bixio che prese possesso delle imbarcazioni[223] Garibaldi salì sul Piemonte capitanato da Salvatore Castiglia, con lui circa 300 persone. Bertani gli consegnò la somma raccolta, circa 90.000 lire.[224] Sull'altra nave rimane Bixio con 800 uomini circa.

Garibaldi indossò per la prima volta le camicia rossa e non la solita veste di Montevideo, lo faranno in 150, tante erano le divise messe a disposizione.[225] Si contavano 250 avvocati, 100 medici, 50 ingegneri,[225] e fra i 1000 vi era una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi. Partirono da Quarto, presso Genova.

Cavour il 7 maggio ordinò con un dispaccio di fermare le due navi solo se avessero ormeggiato in un porto della Sardegna, gli ordini giunsero all'ammiraglio Carlo Pellion di Persano il 9 maggio e chiedendone chiarimenti e riassicurazioni le ottenne il giorno 10.[226]

Il 7 maggio si trovano a Talamone. Inviò Stefano Turr ad Orbetello per rifornirsi di armi, mentre alcuni decisero di abbandonare la spedizione mentre venne affidata una missione a Callimaco Zambianchi con 64 uomini. I soldati vennero divisi in 8 compagnie che confluirono in due battaglioni ai comandi di Giacinto Carini e Bixio.[227] Ripartiti, durante il viaggio evitarono per poco una collisione fra le due navi.[228] Garibaldi voleva raggiungere Trapani, Sciacca o Porto Palo,[229] solo verso la fine del viaggio cambiò obiettivo dirigendosi su Marsala, ottenendo informazioni da un peschereccio.

L'ingresso del porto di Marsala

Sei navi da guerra borboniche si trovavano nelle acque vicine alle Isole Egadi ma nessuna proteggeva il porto marsalese. Avvenuto lo sbarco a Marsala giunse una pirocorvetta, la Stromboli comandata da Guglielmo Acton dotata di pochi cannoni, non attaccò inizialmente in quanto vi erano nelle vicinanze degli stabilimenti inglesi e due loro navi, la Intrepid[230] e la Argus al cui comando vi era Winnington-Ingram, già conosciuto da Garibaldi ai tempi di Montevideo. Alla prima imbarcazione si aggiunse un'altra, la Partenope con 60 cannoni.[231] Il bombardamento iniziò in ritardo permettendo lo sbarco dei rivoltosi.

L'arrivo in Sicilia delle truppe di Garibaldi era stato previsto dallo stesso Francesco II di Borbone che aveva avvertito il principe di Castelcicala, il rappresentante del re nella Sicilia, intorno a Marsala.[232] Giunti nell'isola, Garibaldi si proclamò dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II, da lui appellato re d'Italia.[233] Dopo lo sbarco sull'isola, il 12 maggio 1860 lasciarono la città. A Salemi issò personalmente sulla cima di una delle tre torri del castello Arabo-Normanno la bandiera tricolore proclamando Salemi la prima capitale d'Italia, titolo che mantenne per un giorno. In quella città proclamò la dittatura "in nome di Vittorio Emanuele II re d'Italia".

Si uniranno a lui il barone Stefano Triolo di Sant'Anna con circa sessanta persone e i picciotti, circa 500, (che vennero poi chiamati da Garibaldi i Cacciatori dell'Etna[234]). Il generale Francesco Landi, avvertito, con l'aiuto del maggiore Michele Sforza e del VIII battaglione Cacciatori, inviò delle forze in ricognizione e ingaggiò battaglia con gli invasori.[235] La battaglia di Calatafimi[236] vede la ritirata delle truppe borboniche, terminando con perdite pari, fra quelle del camoglino Simone Schiaffino.[237]

Finse di recarsi a Corleone mentre puntava Palermo, ingannando in tal modo il colonnello svizzero Giovan Luca Von Mechel;[238] egli aveva attaccato le truppe di Rosolino Pilo, che perì nello scontro, sconfiggendole. Intanto giunse il generale Alessandro Nunziante in aiuto del nuovo commissario straordinario Lanza.

La casa della famiglia Fasanelli, che ospitò Garibaldi a Rotonda

Il 26 Garibaldi con i suoi uomini, ora circa 750, giunse vicino a Palermo e ricevette i rinforzi di Giuseppe La Masa; la sera stessa attaccò la città entrando da Porta Termini, raggiungendo alle sei del mattino del 27 maggio piazza della Fieravecchia. Si combatté per diversi giorni, e in aiuto avvenne l'insurrezione popolare; poi, iniziati gli incontri fra Garibaldi e il generale Giuseppe Letizia,[239] che rappresentava Landi, dopo vari armistizi il 6 giugno 1860 Landi si arrese lasciando la città ai rivoltosi. Nei giorni trascorsi vari episodi di violenza nella città da parte dei fedeli al nizzardo portarono Garibaldi a decretare la pena di morte per determinati reati.[240]

Il 4 giugno chiamò esercito meridionale i suoi uomini, mentre il 13 sciolse i gruppi dei picciotti. Era rimasto senza adeguate risorse ma giunsero i vari rinforzi a partire da Carmelo Agnetta giunto il 1 giugno con i suoi 89 uomini, Salvatore Castiglia, Enrico Cosenz e Clemente Corte.[241] Le donne palermitane tessono la nuova bandiera dell'esercito: un drappo nero ornato di rosso con l'effigie di un vulcano al centro.[242]

Giunge il generale Tommaso Clary e invia il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco, vice in passato di Von Mechel, a Milazzo, il 20 luglio ci fu lo scontro. Inizialmente Garibaldi dava ordini dal tetto di una casa, poi scese nella mischia e infine salì sull'unica loro nave a disposizione, la Tükory[243] e cannoneggiando la città ottenne il ritiro delle truppe nemiche. La vittoria costò ai soldati di Garibaldi 800 fra morti e feriti.[244]

Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860

Il 27 luglio Garibaldi giunse a Messina. Lo stesso giorno ricevette una lettera dal conte Giulio Litta-Modignani il mittente era Vittorio Emanuele, nella missiva si leggeva una richiesta a desistere nell'impresa di sbarcare sul territorio napoletano,[245] a questa prima seguì una seconda, letta a voce o consegnata[246] un suggerimento di non seguire l'ordine impartitogli.[247] in ogni caso Garibaldi rispose, sempre il 27 luglio, negativamente alla richiesta espressa.[248]

Il 1º agosto anche Siracusa e Augusta vennero liberate.[249] Tempo prima aveva formato un governo con 6 dicasteri che divennero 8. Il 7 giugno, abolì la tassa sul macinato, pretese che parte del demanio dei comuni venisse diviso fra i combattenti, istituì un istituto militare dove venivano raccolti i ragazzi abbandonati e diede un sussidio alle famiglie in povertà della città di Palermo, cercando nel frattempo l'appoggio dei ceti dominanti. Chiese l'invio di Agostino Depretis a cui venne affidato l'amministrazione civile, mentre Cavour si preoccupava per le intenzioni del nizzardo.[250]

I contadini di Bronte insorsero contro i possidenti, uccidendone una quindicina nell'attacco; il console inglese a Catania si interessò della questione,[251] per cui venne inviato il colonnello Giuseppe Poulet che risolse il tutto pacificamente.[252] Il console non gradì il gesto,[253] e venne inviato Bixio in quella che definirà in una lettera alla moglie come «missione maledetta»[254] portando l'arresto di 300 persone, una multa imposta alle famiglie, anche le più abbienti, e la fucilazione di 5 persone, il 10 agosto.[255]

Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 (Napoli, Museo civico di Castel Nuovo)
Manifesto in dialetto napoletano celebrante l'anniversario dell'ingresso di Garibaldi a Napoli

Garibaldi tentò i primi attacchi alla penisola senza successo: l'8 agosto Benedetto Musolino attraversò lo Stretto a capo di una spedizione di 250 uomini,[256] ma l'assalto al forte di Altafiumara venne respinto e i garibaldini costretti a rifugiarsi sull'Aspromonte, mentre la Tükoy fallì l'arrembaggio al Monarca che si trovava ancorato al porto di Castellammare di Stabia il 13 agosto 1860.

A bordo dei due piroscafi, giunti dalla Sardegna, il Torino e il Franklin Garibaldi e i suoi uomini sbarcarono a Mèlito Porto Salvo, vicino Reggio (Calabria), il 19 agosto 1860.[257]

Aggirarono e sconfissero i borbonici, comandati dal generale Carlo Gallotti, nella battaglia di Piazza Duomo a Reggio Calabria il 21 agosto.[258] I due generali borbonici Fileno Briganti e Nicola Melendez forti di quasi 4.000 uomini, senza l'appoggio di Giuseppe de Ballesteros Ruiz, si arresero a Garibaldi il 23 agosto 1860.[259] Briganti venne ucciso dai suoi stessi soldati.[260] Il 30 agosto ebbero la meglio sul generale Giuseppe Ghio.[261] Il 2 settembre l'Esercito meridionale arrivò in Basilicata a Rotonda (la prima provincia continentale del regno ad insorgere contro i Borboni),[262] e cominciò una rapida marcia verso nord, che si concluse, il 7 settembre, con l'ingresso in Napoli.[263]

La capitale era stata abbandonata dal re Francesco II il 5 settembre, mentre quasi tutta la sua flotta si era arresa.[264] Garibaldi aveva scelto Caserta per dispiegare le sue forze; nel frattempo, in una sua breve assenza, il 19 settembre 1860 Turr inviò trecento uomini a Caiazzo; il dittatore, tornando, decise di rinforzare il presidio con altri 600 uomini,[265] contro i 7.000 soldati borbonici che attaccarono il 21 settembre; non saranno sufficienti: le perdite ammonteranno fra morti, feriti e prigionieri a circa 250. Il generale Giosuè Ritucci prese il comando delle truppe borboniche. Utilizzerà circa 28.000 soldati nell'attacco sferrato il 1º ottobre[266] Il nizzardo nella battaglia utilizzò strategicamente la ferrovia, viaggiava in carrozza e quando il veicolo venne attaccato lui continuò a piedi per dare ordini alle truppe. Luca Von Mechel, ora generale, che doveva appoggiare con le sue truppe quelle di Ritucci, venne fermato da Bixio, e si ritirarono, mentre le truppe di Giuseppe Ruiz fermarono la loro avanzata. Garibaldi decise di richiamare circa 3.000 soldati stanziati a Caserta[267] e divise gli uomini inviandone una metà a Sant'Angelo attaccando i borbonici alle spalle comandati da Carlo Afan de Rivera, respingendo l'assalto. La battaglia del Volturno[268] vide perdite maggiori fra le file dei garibaldini: quasi 1.900 contro i 1.300,[269] ma il giorno dopo vennero catturati poco più di 2.000 soldati borbonici, disorientati, non avendo ricevuto nuove istruzioni.

Dopo le votazioni per il plebiscito che si tennero il 21 ottobre,[270] Garibaldi approfittò della vittoria di Enrico Cialdini sul generale borbonico Scotti Douglas per superare il Volturno il 25 ottobre; incontrò Vittorio Emanuele II il 26 ottobre 1860, lungo la strada che portava a Teano,[271] e gli consegnò la sovranità sul Regno delle Due Sicilie. Garibaldi accompagnò poi il re a Napoli il 7 novembre e, il 9 novembre si ritirò nell'isola di Caprera, partendo con il piroscafo americano Washington, dopo aver ringraziato l'ammiraglio George Mundy.[272]

Desideroso di presentare il progetto di istituzione di una guardia nazionale mobile, dove sarebbero confluiti i volontari dai 18 ai 35 anni, si recò nella capitale. Il 18 aprile 1861 giunto alla camera, nel suo discorso,[273] affermò che il brigantaggio nel mezzogiorno era dovuto in parte allo scioglimento dell'esercito meridionale, avvenuto poco tempo prima, e ne chiedeva la ricostituzione. Inoltre Garibaldi ravvisava nel brigantaggio «una questione sociale, la quale non si poteva risolvere col ferro e col fuoco»,[274] individuandone i responsabili nel governo e nella borghesia. Amareggiato da questa guerra fratricida, quando gli riferirono che i briganti non accennavano ad arrendersi nonostante le misure drastiche del governo, egli esclamò: «quanto eroismo miseramente sciupato! cotesti uomini, traviati dal delitto, sarebbero stati soldati valorosi all'appello della patria!»;[274] ritornò quindi a Caprera.

La guerra di secessione americana[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1861 il colonnello Candido Augusto Vecchi scrisse al giornalista americano Henry Theodore Tuckerman[275] ipotizzando una partecipazione del generale alla guerra civile americana. Il 2 maggio era apparsa una lettera scritta dal nizzardo sulla questione sul New York Daily Tribune. Il console statunitense ad Anversa, James W. Quiggle,[276] l'8 giugno scrisse a Garibaldi, offrendogli un posto di comando nell'esercito nordista. L'ambasciatore statunitense Henry Shelton Sanford volle accertarsi delle vere intenzioni del generale, che intanto aveva scritto su tale questione a Vittorio Emanuele.

Le richieste avanzate dal nizzardo riguardavano un impegno deciso per l'emancipazione degli schiavi e l'essere nominato comandante in capo di tutto l'esercito:[277] con queste premesse, la trattativa si arenò. Nell'autunno del 1862 Canisius, console americano a Vienna, riprese i contatti; tuttavia Garibaldi, ferito e reduce dall'Aspromonte, si trovava detenuto a Varignano e in caso di accettazione si sarebbe prospettato un delicato caso diplomatico.

Seguirono passi da parte di William H Seward, segretario di stato di Abraham Lincoln, per far decadere senza esito la proposta.[278]

La mancata liberazione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi a Roma. Schizzo realizzato da George Housman Thomas durante l'assedio di Roma
Monumento di Roma, piazzale del Gianicolo, dettaglio
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giornata dell'Aspromonte e Battaglia di Mentana.

Per l'intera esistenza Garibaldi colse ogni occasione per liberare Roma dal potere temporale; grazie al successo passato, nel 1862, organizzò una nuova spedizione, senza considerare che Napoleone III, l'unico alleato del neonato Regno d'Italia, proteggeva Roma stessa. Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato sul Tortoli a Caprera per la Sicilia. Durante un incontro commemorativo della spedizione dei mille si convinse a marciare verso Roma,[279] e trovò 3.000 uomini nei pressi di Palermo pronti a seguirlo. Il 19 agosto incontrò la popolazione di Catania a Misterbianco.

Prese due navi, il Dispaccio e Generale Abbatucci, partendo di sera, costeggiando gli scogli, eluse le navi di Giovanni Battista Albini. Il 25 agosto 1862, alle 4 del mattino, sbarcava in Calabria, fra Melito di Porto Salvo e capo dell'Armi.[280] Con duemila uomini, continuò la marcia, non seguendo la costa per via del fuoco di una nave; si inoltrarono quindi per il massiccio dell'Aspromonte. La sera del 28 agosto si contarono 1.500 uomini; il giorno successivo si scontrarono con le truppe di Emilio Pallavicini a cui il governo di Torino aveva affidato circa 3.500 uomini.

I bersaglieri aprirono il fuoco, ma Garibaldi ordinò di non rispondere: tuttavia alcuni dei suoi uomini gli disubbidirono, al che il nizzardo, per far cessare il fuoco, si alzò e venne ferito due volte:[281] nella coscia sinistra e al collo del piede destro,[282] nel malleolo.[283] L'episodio della sua ferita sarà ricordato in una celebre ballata popolare su un ritmo di una marcia dei bersaglieri.[284]

Dopo circa quindici minuti, quando Garibaldi cadde, il combattimento cessò: si contarono 7 morti e 14-24 feriti nell'esercito regio e 5 morti e 20 feriti fra i seguaci di Garibaldi.[285]

Garibaldi ferito nell'Aspromonte

La cosiddetta giornata dell'Aspromonte fruttò al generale l'arresto. Venne imbarcato sulla pirofregata Duca di Genova, raggiungendo prima Scilla e poi il 2 settembre giunse a La Spezia venendo rinchiuso nel carcere del Varignano.[286]. Fu curato dai medici Di Negro, Palasciano e Bertani, ma, in considerazione della sua notorietà, accorsero al suo capezzale Richard Partridge da Londra, Nikolaj Ivanovič Pirogov dalla Russia e Auguste Nélaton dalla Francia[287].

Vittorio Emanuele, per festeggiare il matrimonio della figlia Maria Pia con Guglielmo futuro re del Portogallo, concesse un'amnistia contro i rivoltosi il 5 ottobre. Garibaldi il 22 fu trasportato all' Albergo "Città di Milano" e venne visitato da Auguste Nélaton,[288] che gli applicò uno specillo di propria invenzione in porcellana, che aveva la proprietà di individuare il piombo. La cosa rese possibile al chirurgo fiorentino Ferdinando Zannetti[289] di operarlo il 23 novembre per estrarre la palla di fucile. Venne trasportato sulla nave Sardegna per Caprera. In seguito partì per l'Inghilterra[290]

Che il tentativo del 1862 fosse velleitario, lo provarono i successivi eventi del 1867. Garibaldi promuove una raccolta che chiama «Obolo della Libertà» contrapponendolo all'«Obolo di San Pietro», e si interessa al centro insurrezionale romano, formando un Centro dell'emigrazione con sede a Firenze.[291] Partecipò al Congresso internazionale della pace, il 9 settembre 1867 a Ginevra, dove venne eletto presidente onorario.[292]

Preparò un attacco contando sulla rivolta interna della città; dopo una serie di rimandi, senza l'appoggio dello stato, il 23 settembre partì da Firenze, ma il giorno dopo il 24 settembre 1867 venne arrestato a Sinalunga e portato nella fortezza di Alessandria. 25 deputati protestarono per l'accaduto: essendo il nizzardo stato eletto nel Mezzogiorno, veniva ad infrangersi l'immunità parlamentare[293] e i soldati che dovevano sorvegliarlo ascoltavano i suoi proclami dalla finestra della prigione.[294] Venne poi portato il 27 settembre prima a Genova e poi a Caprera, isola in quarantena per colera,[295] dove era prigioniero, sorvegliato a vista.

Organizzò una fuga utilizzando Luigi Gusmaroli come suo sosia. Mentre l'uomo sostituì Garibaldi, il nizzardo lasciò l'isola il 14 ottobre stendendosi su un vecchio beccaccino comprato anni prima e nascosto. Giunse all'isolotto di Giardinelli, e, dopo aver guadato, arrivò a La Maddalena alloggiando dalla signora Collins. Con Pietro Susini e Giuseppe Cuneo giunsero in Sardegna, dopo essersi riposati ripartirono il 16 ottobre e dopo aver viaggiato a cavallo per 15 ore, il 17 si imbarca raggiungendo in seguito Firenze il 20.[296] Partito da Terni raggiungendo Passo Corese il 23, contava fra i suoi uomini circa 8.000 volontari,[297] in quella che venne riconosciuta come "Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma". Dopo un primo attacco a Monterotondo il 25 ottobre prese il 26 ottobre 1867 la piazzaforte pontificia bruciando la porta utilizzando un carro infuocato penetrandovi con i suoi uomini.

Giunse il 29 a Castel Giubileo e dopo a Casal de' Pazzi, il 30 sino all'alba del 31 rimase in vista di Roma ma non ci fu la rivolta che attendeva e ritirò le sue truppe.[298] Garibaldi non sapeva del proclama del re che aveva sedato gli animi rivoltosi,[299] malgrado il sacrificio dei fratelli Cairoli (Scontro di Villa Glori) e il sacrificio a Roma della Tavani Arquati e di Monti e Tognetti decapitati nel 1868.

Decise di recarsi a Tivoli: la partenza era prevista il 3 novembre alle 3 di notte ma venne posticipata alle 11, erano circa in 4.700[300] giunti a Mentana incontrano i 3.500 pontifici guidati da Hermann Kanzler[300], ma riuscirono a farli retrocedere; sopraggiunsero quindi i 3.000 francesi guidati da Charles De Failly[300], dotati del fucile Chassepot a retrocarica in quella che verrà chiamata la battaglia di Mentana. Di fronte al fuoco Garibaldi continuò l'attacco[301] ma ad una successiva carica annunciata venne fermato da Canzio,[302] decise quindi il ritiro delle truppe. Partì con un treno da Orte alla volta di Livorno, ma presso la stazione di Figline Valdarno venne nuovamente arrestato e rinchiuso a Varignano il 5 novembre, vi restò sino al 25 novembre, dopodiché tornò a Caprera. Come deputato si dimise nell'agosto del 1868.[303]

La terza guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra di indipendenza italiana, Invasione del Trentino (Garibaldi - 1866), 2º Reggimento Volontari Italiani, Corpo Volontari Italiani e Battaglia di Mentana.
Il telegramma di Garibaldi

Il 6 maggio 1866 si formarono dei Corpi Volontari: Garibaldi doveva assumerne il comando, ma invece di 15.000 persone previste si presentarono in 30.000 persone. Sul Piemonte il 10 giugno Garibaldi partì raggiungendo i suoi uomini. Alla fine si contarono 38.000 uomini e 200 cavalieri, ma di questi utilizzerà inizialmente solo 10.000.[304] contro di lui il generale Kuhn von Kuhnenfeld con 17.000 uomini.[305]

Doveva agire in una zona di operazioni secondaria, le prealpi tra Brescia ed il Trentino, ad ovest del Lago di Garda, con l'importante obiettivo strategico di tagliare la via fra il Tirolo e la fortezza austriaca di Verona. Ciò avrebbe lasciato agli Austriaci la sola via di Tarvisio per approvvigionare le proprie forze e fortezze fra Mantova ed Udine. L'azione strategica principale era, invece, affidata ai due grandi eserciti di pianura, affidati a La Marmora ed a Cialdini.

Garibaldi operò inizialmente a copertura di Brescia, dopo piccole vittorie del 24 giugno e quella del Ponte Caffaro il 25 giugno 1866. Il 3 luglio non riuscì a penetrare a Monte Suello[306] dove venne ferito, lasciando il comando a Clemente Corte.[307]

Il 16 luglio respinse una manovra del generale nemico a Condino[308] il 21 luglio gli austriaci presero Bezzecca Garibaldi notando i suoi uomini ritirarsi diede nuove disposizioni riuscendo a respingere l'avanzata e a far ritirare il nemico. Si apriva la strada verso Riva del Garda e quindi l'imminente occupazione della città di Trento. Salvo essere fermato dalla firma dell'armistizio di Cormons. Il 3 agosto ricevette con telegramma di abbandonare il territorio occupato[309] rispose telegraficamente: «Ho ricevuto il dispaccio nº 1073. Obbedisco»[310] "Obbedisco", parola che successivamente divenne motto del Risorgimento italiano e simbolo della disciplina e dedizione di Garibaldi.

Il telegramma fu inviato dal garibaldino marignanese Respicio Olmeda in Bilancioni il 9 agosto 1866 da Bezzecca, evento ricordato su una lapide collocata sulla facciata della sua casa natale a San Giovanni in Marignano (RN).

Lapide commemorativa del telegramma inviato da Garibaldi

Il corpo dei volontari venne sciolto il 1º settembre; in seguito ci fu l'episodio di Verona.[311]

Le campagne in Francia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Digione.

Durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871, Garibaldi offrì i suoi servigi alla neonata Terza Repubblica francese.[312] Joseph-Philippe Bordone, con il battello Ville de Paris, raggiunse la Corsica e, per ingannare la sorveglianza della marina italiana, continuò il viaggio su una piccola barca. Indi prese a bordo Garibaldi, che sbarcò a Marsiglia il 7 ottobre 1870,[313] recandosi poi nella capitale provvisoria francese, Tours. I primi ordini di Léon Gambetta furono quelli di occuparsi di qualche centinaio di volontari; il nizzardo rifiutò di eseguire l'ordine,[314] ottenendo il comando delle truppe della cosiddetta «Armata del Vosgi»,[315] gli uomini furono inizialmente 4.500.[316] Stabilì dunque il quartier generale a Dôle e poi l'11 novembre a Autun.[317]

Nello stesso mese predispose una spedizione vittoriosa, compiuta da Ricciotti.[318] Digione intanto era caduta in mani tedesche, comandate da Augusto Werder, e poi era stata abbandonata per l'avanzata delle truppe francesi. Sentenziò la pena di morte al colonnello Chenet perché abbandonò la sua postazione durante il combattimento, ma graziato dagli stessi francesi, la condanna non venne eseguita.[319]

Garibaldi occupò la città e la difese dall'attacco del 21 gennaio. Dopo tre giorni di combattimenti i tedeschi si ritirarono e in quei giorni fu presa l'unica bandiera dei tedeschi persa nella guerra.[320] Fra i 4.000-6.000 uomini prussiani le perdite furono circa 700.[321]

Il 29 gennaio venne stipulato un armistizio di alcune settimane, che non tenne conto della zona del sud-est e quindi dei soldati dell'Armata del Vosgi. Il 31 gennaio le truppe di Garibaldi vennero attaccate, il generale sottraendosi allo scontro diresse i suoi uomini in una zona compresa nell'armistizio. Quando terminò la guerra la sua armata fu l'unica che rimase sostanzialmente intatta, con minime perdite.[322]

Victor Hugo affermò che soltanto Garibaldi era intervenuto in difesa della Francia, al contrario di nazioni o re,[323] affermazione che suscitò aspre polemiche.[324]

Nel 1871, dopo la proclamazione della Terza Repubblica francese, nelle elezioni politiche tenutesi l'8 febbraio, Garibaldi venne eletto all'Assemblea Nazionale di Bordeaux, nella speranza di far abrogare il Trattato di Torino del 1860 con cui la Contea di Nizza era stata ceduta a Napoleone III, la richiesta di ritorno all'Italia sfociò nei Vespri nizzardi, militarmente repressi e il 13 febbraio a Garibaldi fu impedito di parlare all'Assemblea Nazionale, per protesta si dimise.[325]

La società protettrice degli animali[modifica | modifica wikitesto]

Il cane di Garibaldi

Durante la battaglia di San Antonio dell'8 febbraio 1846, sbucò dalle linee argentine, per raggiungere quelle della Legione Italiana, un cane chiamato poi Guerrillo (a volte citato nei testi come Guerillo o Guerello), finendo con una zampa spezzata da un colpo di fucile. Garibaldi lo soccorse e lo adottò, portandolo con sé anche nel viaggio di rientro in Italia del 1848. Divenne celebre nelle cronache dei tempi come il cane a tre zampe che seguiva Garibaldi e il suo attendente Andrea Aguyar, tenendosi costantemente all'ombra sotto l'uno o l'altro cavallo. Non è dato sapere come e quando sia morto. Scomparve dalle cronache dopo l'Assedio di Roma del 1849 e si ipotizza che sia perito in tale circostanza.[326]

Garibaldi fu anche un difensore dei diritti degli animali. A seguito dell'acquisto da parte sua di metà dell'isola di Caprera, avvenuto nel 1856 e finalizzato a fare del luogo la propria residenza,[327] Garibaldi – come scrive lo storico Denis Mack Smith – «più tardi si fece sempre più vegetariano; lo stretto contatto con la solitaria natura gli diede la credenza che gli animali e perfino le piante avessero un'anima cui non si doveva nuocere. Divenuto in parte vegetariano, rinunciò quasi interamente anche a bere alcolici; ma ritenne il consueto gusto per i sigari».[328]

Nel 1871 fu promossa da Garibaldi la prima società in Italia per la protezione degli animali: la Regia società torinese protettrice degli animali[329] (oggi ENPA), contro i maltrattamenti che gli animali subivano sia in campagna sia in città, specie da parte dei guardiani e dei conducenti.[330]

Affermava Garibaldi: «Proteggere gli animali contro la crudeltà degli uomini, dar loro da mangiare se hanno fame, da bere se hanno sete, correre in loro aiuto se estenuati da fatica o malattia, questa è la più bella virtù del forte verso il debole».[331]

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

L'incontro tra Garibaldi e Umberto I

Garibaldi coniò il detto l'«Internazionale è il sole dell'avvenire»,[332] per quanto riguardava l'Internazionale; prendendo posizione in favore della Comune di Parigi, fu eletto deputato alla nuova Assemblea Nazionale francese in diversi dipartimenti metropolitani: Savoia, Parigi, Basso Reno, Digione e Nizza[333] accettò per poi dare le dimissioni.[334]

Per le continue inondazioni del Tevere Garibaldi propose un piano ideato da Alfredo Baccarini, ma venne scartato per l'elevato bisogno finanziario.[335]

Nel giugno del 1872 Benedetto Cairoli propose una legge sul suffragio universale, mentre Garibaldi il 1 agosto pubblicò un «Appello alla Democrazia».[336] Intanto le sue condizioni peggiorarono: dal 1873 ebbe bisogno delle stampelle, nel 1880 verrà portato in carrozzina. Nella primavera del 1879 organizzò il congresso, convocando 92 personalità rappresentative della democrazia, di esse intervennero in 62 il 21 aprile 1879 in cui chiedeva l'abolizione del giuramento e esprimeva il suo appoggio al suffragio universale.[337]

Portò con sua comunicazione il 26 aprile la formazione della Lega della Democrazia, dai 44 membri di cui si effettuerà una commissione esecutiva di 16 membri, un giornale venne alla luce: La lega della Democrazia. Il loro movimento avrà successo portando all'elezione di ottobre del 1882 da 620.000 elettori a circa 2.000.000.[338]

Intanto aveva scritto alcuni romanzi: nel 1870 uscirono Clelia, ambientato nel 1849 a Mentana, e Cantoni il volontario. Nel 1874 fu pubblicato I Mille, la storia di una donna, Marzia, che, travestita da uomo, si univa ai volontari. Rivisitò le Memorie nel 1871-1872 giungendo nella rievocazione alla campagna dei Vosgi: rispetto alla versione precedente del testo inasprì i toni contro Mazzini e la Chiesa.[339] Redasse in seguito Manlio, un resoconto delle sue avventure in Sud America e del suo ritorno in Italia. I proventi dei libri diminuirono nel corso del tempo.[340] Nella sua vita non si limitò a questi scritti, ma scrisse anche due inni militari, un poema autobiografico in endecasillabi, un Carme alla morte e vari sonetti e rime, poi raccolti e pubblicati.[341]

Il 2 dicembre 1874 Pasquale Stanislao Mancini propose al parlamento una rendita vitalizia al condottiero; il 19 dicembre viene approvata alla Camera (si contarono 307 si e 25 no), mentre il Senato l'approvò solo il 21 maggio 1875; la pensione era di 50.000 lire annue a cui si aggiungeva una rendita annua. Garibaldi inizialmente rifiutò per poi accettarla l'anno successivo.[342]

La famiglia Garibaldi nel 1878.

Il 26 gennaio 1880 sposò la piemontese Francesca Armosino, sua compagna da 14 anni e dalla quale ebbe tre figli. Nel 1882 fece il suo ultimo viaggio in occasione del sesto centenario dei Vespri: per tale ricorrenza partì il 18 gennaio, prima giunse a Napoli che lascerà il 24 marzo raggiungendo Palermo il 28 marzo; durante il tragitto nella città regnò il silenzio in segno di rispetto.[343] Ritornerà a Caprera il 17 aprile. Poco dopo il ritorno la bronchite peggiorò, e per tre giorni Garibaldi venne alimentato artificialmente. Fu assistito dal medico di una nave da guerra ancorata nell'isola vicina della Maddalena (La Cariddi) Alessandro Cappelletti e morì il 2 giugno 1882 alle 18.22, all'età di quasi 75 anni,[344] per una paralisi della faringe che gli impedì di respirare. Nel testamento, una copia del quale è esposta nella casa-museo sull'isola di Caprera, Garibaldi chiedeva espressamente la cremazione delle proprie spoglie,[345] desiderio disatteso. La salma giace a Caprera nel cosiddetto Compendio garibaldino, in un sepolcro chiuso da una massiccia pietra grezza di granito.

Garibaldi, massone e anticlericale convinto, ma non ateo[346] inserì nel proprio testamento anche alcuni passaggi tesi a sventare eventuali tentativi di conversione alla religione cattolica negli ultimi attimi della vita:

« Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo, e della confusione che sovente vi succede, s'inoltra, e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga coll'impostura in cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico: in conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d'un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell'Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada[347] »

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Torino, 18 aprile 1861, prima seduta del neocostituito Parlamento Nazionale. Garibaldi pronuncia un discorso contro il governo di Cavour
Targa commemorativa del viaggio in Inghilterra
Lapide dedicata a Garibaldi, situata a Catania

Garibaldi e l'unificazione italiana[modifica | modifica wikitesto]

La figura di Garibaldi è assolutamente centrale nel quadro del Risorgimento Italiano, ed è stata oggetto di infinite analisi storiografiche, politiche e critiche.

La popolarità di Garibaldi, la sua capacità di sollevare le folle e le sue vittorie militari diedero un contributo determinante all'unificazione dello Stato italiano, premiandolo con una popolarità enorme tra i contemporanei – solo a titolo di esempio si possono citare le trionfali elezioni (nel 1860, poi nel 1861 al Parlamento subalpino e poi italiano) ovvero il trionfo che gli venne tributato a Londra nel 1864 – e presso i posteri.[348]

Numerose furono, anche, le sconfitte. Fra le quali particolarmente brucianti furono quelle dell'Aspromonte e di Mentana in quanto lo opposero ad una parte rilevante dell'opinione pubblica italiana, che, in tutti gli altri episodi della sua vita, lo aveva grandemente amato.

« (Catania) A Giuseppe Garibaldi che la notte del 18 agosto 1862 pronunziava da questa casa le storiche parole « o Roma o Morte » il popolo catanese dedicava questa lapide il 2 giugno 1883 primo anniversario della morte dell'Eroe, a gloriosa memoria del fatto, ad aborrimento perpetuo di tirannide.

Epigrafe di Mario Rapisardi »

Essa in effetti contiene un errore, perché l'incitamento garibaldino non iniziava con una "O" non ammettendo scelta tra le due alternative, esso era categorico: "Roma o morte".

Garibaldi e Cavour[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi e Cavour intenti a costruire lo stivale (l'Italia) in una vignetta satirica del 1861

Garibaldi non ebbe mai rapporti sereni con Cavour. Da un lato, semplicemente non aveva fiducia nel pragmatismo e nella realpolitik di Cavour, ma provava anche risentimento personale per aver ceduto la sua città natale di Nizza alla Francia, nel 1860. Garibaldi confidò al suo medico curante Enrico Albanese:

« La patria non si baratta, né si vende per Dio! Quando i posteri esamineranno gli atti del

governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento italiano, vi troveranno cose da cloaca. Povera Nizza! Io feci male a non parlare chiaramente, a non protestare con energia, a non dire là in Parlamento, a Cavour, che era una canaglia, e a quei che ne volevano votare la rinunzia che erano tanto vili.[349] »

D'altro canto si sentiva attratto dal monarca piemontese. Certo, scrivendo all'ambasciatore sardo in Francia, Cavour prometteva all'imperatore che avrebbe fermato Garibaldi. Ma, in realtà, non ostacolò seriamente la partenza da Quarto della spedizione dei Mille. Permise a diversi ufficiali dell'Esercito sabaudo di raggiungere Garibaldi in Sicilia. Infine, inviò le truppe che permisero la definitiva sconfitta di Francesco II.

Appartenenza massonica[modifica | modifica wikitesto]

La carriera di Garibaldi nella massoneria cominciò con la sua iniziazione nel 1844 nella Loggia "Asil de la Vertud" a Montevideo[350] e culminò con la suprema carica di Gran maestro del Grande Oriente d'Italia, col 33º grado del Rito scozzese, ricevuto a Torino l'11 marzo 1862, quando fu nominato Presidente del Supremo Consiglio, e con la carica di Gran Hyerophante del Rito di Memphis e Misraim nel 1881. Il Grande Oriente di Palermo gli conferì tutti i gradi scozzesi dal 4º al 33º e a condurre il rito furono sei massoni, tra cui Francesco Crispi. Tra i più famosi garibaldini, molti erano i massoni, come Nino Bixio, Giacomo Medici, Stefano Turr.[351] Durante il soggiorno ad Ischia nel 1864, dove si teneva un consiglio di guerra, Garibaldi dovette dimettersi da Gran Maestro dell'ordine per troppi problemi di salute.[352]

Cittadinanza onoraria[modifica | modifica wikitesto]

A Garibaldi è stata conferita la cittadinanza onoraria di San Marino il 24 aprile del 1861. Precedentemente, il 30 luglio del 1849, Giuseppe Garibaldi, braccato dalle truppe austriache, trovò scampo per sé e i suoi armati nella Repubblica del Titano.

Impiego linguistico[modifica | modifica wikitesto]

In italiano la parola garibaldino, nata come sostantivo per indicare chi combatteva con il generale, è utilizzata anche come aggettivo, con il significato di audace ed eroico, oppure riferito a imprese organizzate senza un'approfondita preparazione e senza grandi infrastrutture a supporto.

Appellativi[modifica | modifica wikitesto]

L'appellativo di "duce" era stato dato dai garibaldini al loro comandante, Garibaldi. La parola deriva da dux condottiero o guida, della storia romana (dal verbo ducere, condurre).

Il soprannome eroe dei due mondi lo condivide col generale francese eroe della Guerra di indipendenza americana Gilbert du Motier de La Fayette.

Musei[modifica | modifica wikitesto]

La fabbrica di candele dove egli lavorò con Meucci è ancora esistente. Dal 1980 l'immobile ospita il Garibaldi-Meucci Museum ed è stato dichiarato monumento dello Stato di New York e monumento nazionale degli Stati Uniti d'America.

Presso il Museo centrale del Risorgimento al Vittoriano a Roma, sono conservati i pantaloni di Garibaldi, veri e propri jeans per stoffa e modello, tra i primi esempi in assoluto nella storia di questo indumento.

A Collescipoli, frazione del comune di Terni è conservato il Beccaccino, piccola imbarcazione di circa 4 metri. L'imbarcazione ha una rilevanza storica in quanto Giuseppe Garibaldi la utilizzò per fuggire, anche con l’aiuto di patrioti ternani, da Caprera nel 1867. Il beccaccino fu donato da Garibaldi a Barberini i cui eredi a loro volta lo donarono al Comune di Terni.

Impegno civile[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi, pur ritenendo lecita l'uccisione di nemici e traditori in tempo di guerra, a partire dal 1861 si batté per l'abolizione della pena di morte.[353] Il generale fu un grande amante degli animali,dei quali si volle circondare anche nella sua residenza di Caprera;questo grande amore si palesò quando nel 1871, anno nel quale Giuseppe Garibaldi, su esplicito invito di una nobildonna inglese, lady Anna Winter, contessa di Southerland, incarico' il suo medico personale, il dottor Timoteo Riboli, con studio in Torino, al n.2 dell'attuale via Lagrange, di costituire una Societa' per la Protezione degli Animali, annoverando la signora Winter e Garibaldi come soci fondatori e presidenti onorari.Attualmente l'ENPA è il più antico ed importante ente di protezione e salvaguardia animale in Italia.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giuseppe Garibaldi nella cultura di massa.

Filatelia[modifica | modifica wikitesto]

Le emissioni filateliche realizzate in Italia, per onorare l'eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi sono numerose. L'effigie di Garibaldi compare sui primi francobolli commemorativi italiani emessi nel 1910 per celebrare la liberazione della Sicilia e il Plebiscito dell'Italia Meridionale. Questi sono i primi francobolli italiani commemorativi a non recare solo l'effigie del re o lo stemma dei Savoia. Inoltre erano venduti soltanto in Meridione ed in Sicilia con un sovrapprezzo, non indicato sul francobollo, di 5 centesimi ed erano utilizzabili soltanto per la corrispondenza diretta all'interno del regno. Nel 1932 fu dedicata la lunga serie di 17 francobolli per celebrare il cinquantenario della morte. Altri 2 francobolli vennero emessi nel 1957 per il 150º anniversario della nascita.

Il volto di Garibaldi appare anche nella serie del 1959 per il centenario della seconda guerra di indipendenza; nella serie del 1960 per il centenario della Spedizione dei Mille; nel 1970 per il centenario della partecipazione di Garibaldi alla guerra Franco-Prussiana e nel 1982 è stato celebrato il centenario della morte. L'ultimo francobollo che gli è stato dedicato è stato emesso il 4 luglio 2007 per il secondo centenario della nascita. Vi è rappresentato in primo piano un ritratto di Garibaldi, sullo sfondo un'immagine della casa natale a Nizza.

Oltre all'Italia anche la Repubblica di San Marino, l'Unione Sovietica, l'Uruguay, gli Stati Uniti d'America ed il Principato di Monaco hanno dedicato delle emissioni filateliche a Giuseppe Garibaldi. La Francia, nonostante sia molto legata alla figura di Garibaldi, non gli ha mai dedicato un francobollo. Nel 2007, in occasione del Bicentenario Garibaldino, un'iniziativa popolare ha indetto una petizione online per far emanare un francobollo dedicato all'Eroe dei due Mondi.

Filatelica italiana
Filatelica mondiale

Marineria[modifica | modifica wikitesto]

Nel tempo molte sono le imbarcazioni a lui intitolate:

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giuseppe Garibaldi (nave).

Monumenti a Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

In gran parte delle città italiane esiste almeno una statua di Garibaldi, quasi tutte queste statue hanno una caratteristica comune, in esse lo sguardo di Garibaldi è sempre rivolto verso Roma, città che non riuscì mai a conquistare. La statua presente sull'isola di Caprera invece guarda verso le bocche di Bonifacio in direzione della sua nativa Nizza. Nella stessa Nizza esiste un altro monumento nella omonima piazza Garibaldi che rivolge lo sguardo verso Torino Il primo monumento all'eroe ancora vivente fu posto nel 1867 in Luino sul Lago Maggiore, dove Garibaldi combatté il 15 agosto 1848 la sua prima battaglia in territorio italiano contro una guarnigione austriaca. Anche a S. Eufemia d'Aspromonte vi si può visitare un piccolo museo ove sono raccolti oggetti dei garibaldini e dove sono esposte fotografie dell'epoca. Vive ancora, protetto da transenne, il pino gigantesco al quale l'eroe si appoggiò dopo essere stato ferito.

Monumenti italiani[modifica | modifica wikitesto]

Monumenti nel mondo[modifica | modifica wikitesto]

Le donne di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

In seguito alla morte di Anita, Garibaldi frequentò diverse donne alla ricerca della giusta compagna di vita. La nobile inglese Emma Roberts fu la sua compagna per diverso tempo, a lei dedicherà una delle sue navi, il rapportò terminò dopo la visita del nizzardo in Inghilterra nel 1856.[355] Altra donna ricordata dall'eroe era la contessa Maria Martini della Torre, conosciuta a Londra nel 1854,[356] mentre di breve durata il rapporto con Paolina Pepoli vedova trentenne, nipote di Gioacchino Murat.[357]

La baronessa di origini inglesi Maria Esperance von Schwartz, figlia di un banchiere, vedova del cugino del padre che si era suicidato,[358] vide per la prima volta il nizzardo nel 1849, poi nel 1857 giunse a Caprera e vi ritornò l'anno seguente, quando Garibaldi le chiese di diventare la madre dei suoi figli la donna volle rifletterci sopra.[359] In seguito i sentimenti si indebolirono, anche per colpa di un'altra donna, Battistina Ravello, che serviva Garibaldi a Caprera. Da lei nel 1859 ebbe una figlia, chiamata Anita e battezzata con il nome di Anna Maria Imeni.

Altra donna importante nella vita di Garibaldi fu Giuseppina Raimondi, la giovane ragazza colpì l'eroe per il coraggio dimostrato, i due si sposarono a Fino Mornasco il 24 gennaio 1860, ma presto[360] ricevette una lettera che lo avvertì di un amante della donna,[361] Garibaldi chiese alla donna se fosse vero quello che vi era scritto e Raimondi, già incinta, non negò nulla, il nizzardo otterrà l'annullamento del matrimonio tempo dopo, nel 1879.[362]

Dal 1865 avrà il conforto di Francesca Armosino, sua terza moglie, con cui aveva parecchi anni di differenza. Era la balia dei figli di sua figlia Teresita. Da lei ebbe tre figli di cui uno morì a 18 mesi.

I figli di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi con l'ultima moglie Francesca Armosino. Nell'ultima parte della sua vita Garibaldi viene spesso fotografato da seduto, perché si trovava costretto a muoversi su una sedia a rotelle.

Garibaldi, dalla prima moglie Anita Garibaldi, morta nel 1849 presso Ravenna, ebbe 4 figli:

Dalla domestica Battistina Ravello, invece, Garibaldi ebbe:

  • Anita Garibaldi

Ebbe tre figli invece dalla terza moglie Francesca Armosino:

È possibile che Garibaldi abbia avuto una figlia naturale, Giannina Repubblica Fadigati (8 ottobre 1868 - 24 novembre 1954), ufficialmente figlia del nobile cremonese Paolo Fadigati, amico e seguace di Garibaldi. La nascita di Giannina Repubblica non sarebbe stata frutto di un tradimento, ma di un vero e proprio accordo tra Garibaldi e i coniugi Fadigati: Paolo Fadigati sarebbe stato infatti un ammiratore talmente fervente dell'Eroe dei Due Mondi da voler "allevare un figlio di sangue garibaldino".[364]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia
«Per militari benemerenze in considerazione dei servizi prestati quale comandante del Corpo Cacciatori delle Alpi, durante l'intera campagna del 1859.[365]»
— 16 gennaio 1860[366] R.D. n. 42
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'Oro al Valor Militare
«Per le prove d'intrepidezza e bravura nei combattimenti contro gli austriaci a Varese e Como.[365]»
— maggio 1859
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
Medaglia d'Argento ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'Argento ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Treccani.it Qui si Fa l'Italia o Si Muore in Enciclopedia Treccani. URL consultato il 13 maggio 2012.
  2. ^ Nizza annessa alla Francia durante l'epopea napoleonica tornò ai Savoia nel 1815. Nel 1860 fu definitamente annessa alla Francia in seguito alla firma degli Accordi di Plombières (1858) e del Trattato di Torino (1860), come compenso territoriale, assieme alla Savoia, per l'aiuto militare dato dalla Francia alla unificazione italiana.
  3. ^ Carcassi, pag. 11
  4. ^ Possieri, p. 53
  5. ^ Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi: vita, morte e miracoli dell'uomo che conquistò l'Italia, pag 31, Piemme, 2002, ISBN 978-88-384-6494-2.
  6. ^ Scirocco, p. 4
  7. ^ (EN) Anthony Valerio, Anita Garibaldi: a biography, Praeger, 2001. (consultabile anche online)
  8. ^ Franca Guelfi, Dir bene di Garibaldi, Il melangolo, 2003, ISBN 978-88-7018-473-0. (consultabile anche online)
  9. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 15, Mursia, 1982.
  10. ^ Si veda, fra gli altri, il dettaglio elaborato in Sacerdote, pp. 26-31
  11. ^ Il punto debole della teoria, che lo vedeva imparentato, in qualità di illustre avo, con il barone Teodoro Von Neuhof e trovava spunto dal termine garo, «pronto alla battaglia» e da bald, «audace» era la mancanza di documentazione sul matrimonio fra Joseph Baptist Maria Garibaldi e Katharina Amalie Von Neuhof
  12. ^ Gian Luigi Alzona, Gli antenati liguri di Giuseppe Garibaldi: genealogie e notizie biografiche alla luce di documenti inediti, pag 156 (seconda edizione), Genesi, 2007, ISBN 978-88-7414-172-2.
  13. ^ si veda anche: Possieri, pp. 47-48
  14. ^ «all'età di sette anni strappò le ali ad un grillo, pentendosi poi piangendo» Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, pag 11, Firenze, Barbera, 1882.
  15. ^ Dumas, p. 14
  16. ^ a b Smith, p. 7
  17. ^ «Essendo io più disposto a giuocare ed a vagabondare che a lavorare», si veda Dumas, p. 15
  18. ^ Dumas, p. 5.
  19. ^ Possieri, p. 48
  20. ^ Dumas, p. 15
  21. ^ Antonella Grignola, Paolo Ceccoli, Giunti, 2004, Garibaldi, pag 10, ISBN 978-88-440-2848-0.
  22. ^ Romano Ugolini, Garibaldi: genesi di un mito, Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Comitato di Roma, Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1982
  23. ^ Tavole di ragguaglio dei pesi e delle misure già in uso nelle varie province del Regno col sistema metrico decimale. Approvate con decreto 20 maggio 1877, n. 3846, Roma, Stamperia Reale, 1877
  24. ^ (si ipotizzano precedenti imbarchi come passeggero) Possieri, pag 57-58 e 75
  25. ^ a b c Scirocco, p. 7
  26. ^ «il migliore capitano che io abbia conosciuto» In Albano Comeli, Comitato pro Casa di Garibaldi in Montevideo, Comitato pro Casa di Garibaldi in Montevideo, 1951, Giuseppe Garibaldi nell'Uruguay: e la sua casa, in Montevideo, Museo Garibaldino d'America . Note storiche e cronaca, pag 14.
  27. ^ Sacerdote, p. 63
  28. ^ a b c d e Scirocco, p. 8
  29. ^ Dumas, p. 19
  30. ^ Era il tempo dell'insurrezione dei greci contro il potere turco ed erano frequenti gli avvistamenti dei pirati in quelle acque, da Scirocco, p. 8
  31. ^ a b Smith, p. 8
  32. ^ Possieri, p. 60
  33. ^ Dumas, p. 20
  34. ^ Conferenza svolta nella primavera del 2007 presso l'Istituto per l'Oriente di Roma.
  35. ^ Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, pag 11, BiblioLife, 2010, ISBN 978-1-149-38210-3.
  36. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 10, Mursia, 1982.
  37. ^ Scirocco, p. 9
  38. ^ Scirocco, p. 10
  39. ^ Si veda: A. V. Vecchi, Memorie di un luogo tenente di vascello, Roma, Voghera, 1896 pag 163, riportato anche in: Possieri, pp. 61-62
  40. ^ Pino Fortini, Giuseppe Garibaldi marinaio mercantile pp. 31-32, Roma, C. Corvo, 1950.
  41. ^ La prima infarinatura politica ricevuta dal condottiero, si veda: Possieri, p. 60
  42. ^ Alcune sue province, come l'Egitto, s'erano di fatto già rese autonome fin dal 1805, con Mehmet Ali, mentre altre, come la Grecia, ambivano alla più totale indipendenza.
  43. ^ Non è però del tutto escluso che tale definizione potesse avere a che fare anche con gli ideali della Massoneria che, del resto, Garibaldi abbracciò più tardi con forte convinzione.
  44. ^ Si pensa che il Credente fosse il giornalista e scrittore Giovanni Battista Cuneo, ma difficilmente poteva esserlo in quanto all'epoca era inquisito e non poteva percorrere certe rotte liberamente, l'incontro fra i due in ogni caso è documentato in seguito al tempo in cui Garibaldi si trovava in America, si veda fra gli altri: Scirocco, p. 20
  45. ^ Riportato in Scirocco, p. 18
  46. ^ Dumas, p. 23
  47. ^ Garibaldi Giuseppe, in collaborazione con Museo di Palazzo Venezia Museo centrale del Risorgimento, Garibaldi, arte e storia: Storia, pag 22, Centro Di, 1982, ISBN 978-88-7038-062-0.
  48. ^ Scirocco, p. 20
  49. ^ Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, di Giuseppe Guerzoni, pag 40, G. Barbèra, 1882.
  50. ^ Sacerdote, p. 89
  51. ^ Possieri, p. 68
  52. ^ Da Matricola del 183S, vol. I, pag. 392
  53. ^ Prova è il suo nome da rivoluzionario, Borel, in quanto si trattava di uno dei partecipanti alla spedizione di Savoia, dipinto come un martire, uno dei patrioti fucilati dall'esercito piemontese dopo la fallita invasione della Savoia del 3 febbraio 1834. Si veda Scirocco, p. 22
  54. ^ Alcune delle persone che cerca di arruolare sono militari che riferiscono il tutto ai superiori. Si veda Scirocco, pp. 22-23
  55. ^ I biografi ipotizzano in questa decisione il voler isolare i due uomini, ma valida è anche l'ipotesi più semplice, di una richiesta di uomini con esperienza in vista di un viaggio impegnativo: si veda Scirocco, p. 23
  56. ^ a b Possieri, p. 69
  57. ^ Dumas, p. 28
  58. ^ Dumas, p. 29
  59. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 20, Mursia, 1982.
  60. ^ Le fonti non trovano accordo sulla data, si veda anche Scirocco, p. 24
  61. ^ Prima venne portato a Grasse e poi condotto a Draguignan in attesa di ordini da Parigi Garibaldi fuggì nell'attesa da una finestra, si veda Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, pag 22, BiblioLife, 2010, ISBN 978-1-149-38210-3.
  62. ^ Cantò il Dio della gente onesta di Pierre-Jean de Béranger (1780-1857), si veda Dumas, p. 31-32
  63. ^ Scirocco, p. 25
  64. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 22, Mursia, 1982.
  65. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 23, Mursia, 1982.
  66. ^ Il motivo per cui ufficialmente non poteva farsi assumere come secondo era la documentazione necessaria che non poteva esibire, si veda Scirocco, p. 26
  67. ^ Smith, p. 13
  68. ^ Dumas, p. 34
  69. ^ Si ipotizza che fu lui ad iniziarlo alla Giovine Europa; esiste la testimonianza di Agostino Ruffini della presenza di Ghiglione in un porto di mare francese, probabilmente Marsiglia, intorno al 7 giugno, mentre in una successiva lettera di Garibaldi, scritta in Brasile, indirizzata a Mazzini afferma di conoscere Ghiglione, si veda Scirocco, p. 27
  70. ^ Luigi Palomba, Vita di Giuseppe Garibaldi, pag 12, E. Perino, 1882.
  71. ^ Giuseppe Garibaldi, Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi: Epistolario, vol. 1, 1834-1848, pag 6, L. Cappelli, 1932.
  72. ^ Sacerdote, p. 118
  73. ^ Luigi Rossetti, esule che dal 1827 si trovava a Rio divenne amico di Garibaldi al primo sguardo, quasi un fratello. Come lui stesso ricorda citato in Dumas, p. 38
  74. ^ Si trattava di una richiesta impossibile in quanto potevano rilasciarla solo gli Stati di diritto, si veda anche Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 125, Mursia, 1982.
  75. ^ Corsaro era chi al servizio del governo cedeva parte del bottino conquistato, ufficialmente riconosciuto dalle leggi internazionali, tale figura venne poi abolita dal congresso di Parigi del 1956, si veda: Possieri, p. 113
  76. ^ Domus mazziniana, Bollettino della Domus mazziniana, Volumi 14-15 , pag 10, Domus Mazziniana, 1968.
  77. ^ Asil della Vertud, irregolare in quanto non era riconosciuta da quelle principali, si veda Lauro Rossi, Garibaldi: vita, pensiero, interpretazioni: dizionario critico , pag 193, Gangemi, 2008, ISBN 978-88-492-1481-9.
  78. ^ Anche lui al momento si trovava in prigione, nella fortezza do Mar a Bahia, i due poi usciranno entrambi di prigione. Si veda Dumas, p. 38-39
  79. ^ Appare più probabile che sia stata firmata all’inizio del 1837, quando ferito si trovava a Montevideo per ristabilirsi, si veda Scirocco, p. 45
  80. ^ Alcuni biografi assegnano erroneamente la nave all'eroe, si veda Salvatore Candido, Giuseppe Garibaldi, vol. 1, 1834-1848, pag 62, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1964.
  81. ^ A quei tempi sosterrà economicamente più volte Garibaldi. Si veda Sacerdote, pp. 116-117
  82. ^ Scirocco, p. 46
  83. ^ l'elenco varia a seconda dei resoconti, Le memorie ad esempio riportano 16 uomini, si veda Dumas, p. 40
  84. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 33, Mursia, 1982.
  85. ^ Testimonianza di Luigi Calia, uno dei marinai maltesi a bordo, si veda Aroldo Benini, Pier Carlo Masini, F. Le Monnier, 1983, Garibaldi cento anni dopo: atti del Convegno di studi garibaldini : Bergamo, 5-7 marzo 1982, pag 44, ISBN 978-88-420-8408-2.
  86. ^ a b Scirocco, p. 49
  87. ^ A causa dei venti contrari la nave ritardò l'arrivo salvando Garibaldi, si veda Salvatore Candido, Alberto M. Ghisalberti, EDIPUCRS, 1992, Giuseppe Garibaldi: corsário Rio-Grandense : (1837-1838), pag 49, ISBN 978-85-7063-113-8.
  88. ^ Per un ordine dato in precedenza dallo stesso Garibaldi si erano ammassate tutte le armi vicino alla bussola alterandone il funzionamento, solo dopo l'eroe comprese l'accaduto. Si veda Dumas, p. 45-47
  89. ^ Scirocco, p. 50
  90. ^ L'imbarcazione era uruguayana, infatti gli stati di Uruguay e Brasile si erano accordati in precedenza contro i rivoluzionari del Rio Grande, si veda Dumas, p. 55
  91. ^ Smith, p. 17
  92. ^ Ricorda con quanta premura Luigi Carniglia lo assistette per 19 giorni, il proiettile aveva trapassato il collo, vertebre cervicali e faringe solo tempo dopo tornerà a inghiottire - Dumas, p. 59, il proiettile era entrato dall'orecchio sinistro fermandosi a quello destro, venne poi estratto dal medico inviato dal governatore Ramon de L'Arca, si veda anche Scirocco, p. 52. Per via di questa ferita si era avanzata l'ipotesi che il generale fosse privo dell'orecchio sinistro, tagliato in Sud America come punizione per abigeato o stupro. L'ipotesi, avanzata con qualche margine di incertezza da Erminio De Biase, L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie: vivi e lascia morire, Napoli: Controcorrente, [2002], p. 70 ("Non è ufficialmente provata la mancanza dell'orecchio sinistro (mutilazione che risalirebbe ai tempi della sua permanenza in Sud America e che si praticava ai ladri di cavalli ed agli stupratori), ma se si osserva con attenzione il ritratto più famoso di lui, quello della collezione Alinari, ciò appare possibile. Si nota subito, infatti, come i capelli scendano piatti sul lato sinistro, mentre nella parte destra rigonfiandosi essi seguono il naturale rilievo dell'orecchio...") è stata ripresa come un dato accertato da Bruno Lima, Due Sicilie 1860: l'invasione: lineamenti di diritto internazionale: principi canonistici sullo stato di necessità contro la violenza ingiusta, Verona, Fede & cultura, 2008, ISBN 978-88-89913-70-3, p. 44: "Ladro di cavalli, dopo che in America latina gli venne reciso per questa ragione il lobo dell'orecchio sinistro, portò per tutta la vita i capelli lunghi per nascondere tale vergogna." Si veda anche Gilberto Oneto, L'Iperitaliano: Eroe o cialtrone? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi, Rimini: Il Cerchio, [2006] ISBN 88-8474-116-5, p. 31. La notizia era inventata e le foto di Garibaldi in età avanzata mostrano come entrambe le orecchie fossero intatte: cfr. Paolo Rumiz, Le orecchie ritrovate, La Repubblica, 31 agosto 2010. URL consultato il 31 agosto 2010.
  93. ^ a b Possieri, p. 90
  94. ^ Si ritrova nei testi scritto anche Piratinin o Pitanim, nel viaggio si utilizzò la tecnica di escotero, ovvero: si galoppa in poche persone portando molti cavalli, si facevano riposare i cavalli stanchi e si usavano subito quelli freschi, si veda per la data e dettagli: Dumas, p. 66
  95. ^ Sacerdote, p. 199
  96. ^ Garibaldi scrisse nel suo resoconto dell'accaduto (22 settembre) che la nave venne distrutta, si veda Scirocco, p. 60
  97. ^ Ivan Boris, Gli anni di Garibaldi in Sud America: 1836-1848, pag 65, Longanesi, 1970.
  98. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), p. 55, Mursia, 1982.
  99. ^ Montanelli, p. 99 e successive per lo scontro
  100. ^ Possieri, pp. 91-92
  101. ^ Si tratta del primo riconoscimento ufficiale, dove Garibaldi venne chiamato «comandante delle forze navali repubblicane», il rapporto di Garibaldi venne poi pubblicato su O Povo il 24 aprile, si veda Scirocco, p. 62
  102. ^ Dumas, p. 81
  103. ^ Scirocco, pp. 63-64
  104. ^ Possieri, pp. 93-94
  105. ^ Dumas, p. 78, 84-88
  106. ^ Dumas, p. 90-91
  107. ^ Luigi Rossetti venne eletto segretario di Stato, si veda: Possieri, p. 94
  108. ^ Da non confondere con la in precedenza costruita si veda Dumas, p. 96
  109. ^ La terza nave la Imperial Catarinense rinominata Cassapava era comandata da Griggs, si veda Scirocco, p. 66
  110. ^ In seguito alla Andorinha (o Androgina) si aggiunsero la Bella Americana e Patagonia, nel combattimento, respinto a fatica, elogiò la bravura di Manuele Rodriguez. Dumas, p. 97-98
  111. ^ Dumas, p. 100-101
  112. ^ a b Dumas, p. 102
  113. ^ Dumas, p. 106
  114. ^ I rapporti di questi scontri furono descritti su O Povo grazie ai resoconti del colonnello Teixeira, si veda Scirocco, pp. 68-69
  115. ^ Ivan Boris, Gli anni di Garibaldi in Sud America: 1836-1848, pag 134, Longanesi, 1970.
  116. ^ Ivan Boris, Gli anni di Garibaldi in Sud America: 1836-1848, pag 137, Longanesi, 1970.
  117. ^ Jasper Godwin Ridley, Garibaldi (seconda edizione), pag 101, Viking Press, 1976, ISBN 978-0-670-33548-0.
  118. ^ Scirocco, p. 73
  119. ^ si trattava della casa di Napoleone Castellini, in Dumas, p. 149
  120. ^ All'epoca Garibaldi per sostenere la famiglia eseguiva due tipi di lavori, professore di matematica presso un collegio e sensale in commercio, accettò dunque l'offerta della Repubblica Orientale - Repubblica di Montevideo. Si veda Dumas, pp. 149-150
  121. ^ Per tale definizione e dettagli si veda il volume I, intitolato Dal ritorno a Montevideo alla spedizione suicida nel Rio Paraná di: Salvatore Candido, Giuseppe Garibaldi nel Rio della Plata, 1841-1848, Firenze, Valmartina, 1972.
  122. ^ Possieri, p. 101
  123. ^ Il pericolo dello scontro c'è stato realmente ma gli eventi narrati nelle memorie appaiono lacunosi, confusi. Si veda a tal proposito: Scirocco, p. 90
  124. ^ Precisamente giunsero alla boca del Tiradero come in Salvatore Candido, Giuseppe Garibaldi nel Rio della Plata, 1841-1848 (volume I) pag 110, Firenze, Valmartina, 1972.
  125. ^ Tali dati insieme alle varie manovre di guerra utilizzate si hanno anche grazie alle dichiarazioni di Gerónimo Quintana Salvatore Candido, Giuseppe Garibaldi nel Rio della Plata, 1841-1848 (volume I) pag 158, Firenze, Valmartina, 1972.
  126. ^ Dumas, p. 154
  127. ^ Possieri, p. 102
  128. ^ L'isolotto venne poi chiamato Isola della Libertà, Scirocco, pp. 104-105
  129. ^ Erano delle tuniche di lana rosse, erano state preparate per chi lavorava nei macelli (i saladeros), ma interrotto il traffico fu merce mai giunta a destinazione. Il governò approfittò del prezzo basso.Scirocco, p. 101
  130. ^ L'ammiraglio Winnington-Ingram raccontò i vari particolari e vide lo stesso Garibaldi indossarne una durante l'attacco a Montevideo nel testo: H.F. Winnington-Ingram, Hearts of Oak, Londra, Allen, 1889. Si veda anche: Possieri, pp. 103-104
  131. ^ Disertò insieme ad altri ufficiali. Smith, p. 27
  132. ^ Come aveva fato in precedenza con la legione francese si veda anche Sacerdote, p. 285
  133. ^ Possieri, p. 105
  134. ^ Ivan Boris, Gli anni di Garibaldi in Sud America: 1836-1848, pag 248, Longanesi, 1970.
  135. ^ Dove il comandante militare era un certo colonnello Villagra e non il torturatore Millán, equivocando con Gualeguay, città del passato di garibaldi. Si veda Scirocco, p. 112
  136. ^ Manuel, fratello del più celebre generale Juan Antonio Lavalleja, ignorò il messaggio inviatogli da Garibaldi, era il 6 ottobre. Si veda Ivan Boris, Gli anni di Garibaldi in Sud America: 1836-1848, pag 253, Longanesi, 1970.
  137. ^ Sacerdote, p. 298
  138. ^ Scirocco, p. 114
  139. ^ Il combattimento era iniziato intorno alle 11 del mattino, si veda Dumas, p. 180
  140. ^ Del resoconto della battaglia esistono numerose versioni particolareggiate, tutte descritte dai testimoni dell'episodio, in particolare 3 sono quelle rilasciate dallo stesso Garibaldi. Si veda per un approfondimento: Jasper Godwin Ridley, Garibaldi, pp. 235-242, Mondadori, 1975.
  141. ^ Furono trovate nei giorni seguenti due fosse: una conteneva 86 cadaveri l'altra circa 60, ma il numero dei morti potrebbe essere stato più elevato, si veda Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 113, Mursia, 1982.
  142. ^ Per questa azione il governo decise di aggiungere in lettere d'oro un'iscrizione commemorativa sulla loro bandiera, si veda Scirocco, p. 116
  143. ^ Si trattavano di due ufficiali di Servando Gómez, si veda Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, pag 87, BiblioLife, 2010, ISBN 978-1-149-38210-3.
  144. ^ G. De Ninno, Biografia di Angelo Raffaele Lacerenza, Pansini, Bari, 1913
  145. ^ Della validità di questo resoconto non si può essere certi. Si è certi dell'immediata simpatia fra i due, si veda per la citazione e per i dubbi espressi Scirocco, p. 79, Dumas cita «Angelo, tu sarai mio» Dumas, p. 95
  146. ^ Per diverso tempo si era dato credito alla teoria che non fosse sposata, ma fidanzata. Tale malinteso era nato a seguito delle ricerche di Giuseppe Guerzoni e dalla dichiarazione sostenuta da Anita quale nubile sul certificato di matrimonio del 1842, ipotesi confermata da Ricciotti. Fra gli storici che dettero credito a questa affermazione: George Maculay Trevelyan in George Macaulay Trevelyan, Garibaldi's Defence of the Roman Republic , pag 31, Cosimo, Inc, 2008, ISBN 978-1-60520-473-4. e Jessie White che aggiunse che Garibaldi chiese in moglie la figlia al padre, in realtà morto tempo prima. Ancora la si vedrà sposa con Juan Manuel de Rosas. Per le teorie a proposito si veda: J. Ridley, Garibaldi, pag 110-119, Mondadori, 1975.
  147. ^ Furono in seguito ritrovati i documenti che attestavano il matrimonio fra i due, si veda Possieri, p. 96
  148. ^ per altri storici si trattava di un pescatore, si veda a tal proposito: Possieri, p. 114
  149. ^ Dumas, p. 95
  150. ^ Scirocco, p. 122
  151. ^ Dumas, p. 191
  152. ^ Non il 24 giugno come cita in Dumas, p. 192
  153. ^ Possieri, p. 119
  154. ^ Dal 1842 Mazzini iniziò ad interessarsi delle notizie provenienti dal Sud America riguardanti Garibaldi, legge El Nacionalgrazie a Cuneo, nel giugno 1845 scriverà al nizzardo, nel gennaio 1846 fa pubblicare sul Times per intero la lettera che rappresentava l'offerta fatta ad Rivera che tempo prima Garibaldi rifiutò scrivendo come al contrario i francesi accettarono una simile offerta, si veda Scirocco, pp. 129-130 Alle notizie enfatiche si contrapporranno quelle provenienti dal Sud America, la stampa che simpatizzava per Rosas parlò male dell'eroe descrivendolo come se fosse un demone. Si veda Jasper Godwin Ridley, Garibaldi, pp. 197-198, Mondadori, 1975.
  155. ^ Scirocco, p. 142
  156. ^ Mazzini guarda alla rivoluzione unitaria e repubblicana, mentre Garibaldi cerca solo la liberazione dall'oppressione straniera come in Scirocco, p. 143, per dettagli si veda anche: Giuseppe Garibaldi, Due parole ai miei concittadini in le Memorie di Garibaldi, pag 617, Bologna, Cappelli, 1932.
  157. ^ Possieri, p. 120
  158. ^ Scirocco, pp.144-145
  159. ^ Dei contributi richiesti da Garibaldi si parlerà in una lettera di Carlo Taverna a Marco Minghetti 27 agosto 1848, si veda Marco Minghetti, Mieri ricordi, II, Appendice VI pag 375, Torino, Roux, 1889.
  160. ^ Smith, p. 39
  161. ^ Resoconto dettagliato delle vicende in: P. Pieri, Storia militare del risorgimento, pag 314-368, Torino, Einaudi, 1962.
  162. ^ Scirocco, p. 145
  163. ^ Sacerdote, p. 398
  164. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 155, Mursia, 1982.
  165. ^ Sacerdote, p. 418
  166. ^ Scirocco, p. 154
  167. ^ Possieri, p. 123
  168. ^ I francesi inizialmente puntarono su Porta Pertusa murata tempo prima, le loro cartine non sono abbastanza aggiornate, i 5000 uomini vengono divisi in due gruppi, quello che Garibaldi attacca era quello che puntava verso Porta Cavallegeri, si veda più ampiamente: Scirocco, p. 156-157
  169. ^ 800 furono i morti secondo Jessie White Mario, si veda Jessie White Mario, Vita di Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 72, Treves, 1882.
  170. ^ Scirocco, p. 157
  171. ^ L'episodio è raccontato da Pietro Ripari, medico condotto che coordinava le ambulanze durante l'assedio di Roma in un saggio del 1863 dedicato alla ben più famosa ferita dell'Aspromonte:
    « Il 30 aprile 1849, fuori porta S. Pancrazio, una palla francese incontrato il manico del pugnale, gli produsse una piaga circolare alla regione dell'ipocondrio destro. [...] Gli integumenti erano stati distrutti; l'adipe sottoposto ammortizzato a gangrena. [...] Pochi seppero di quella ferita, sebbene guarisse tardi - non cicatrizzò che negli ultimi di giugno... »
    (Pietro Ripari, Storia Medica della Grave Ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi il giorno 29 agosto 1862, Milano, 1863)
  172. ^ Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, (seconda edizione, Vol 71) pag 423, Einaudi, 1962.
  173. ^ Nominato a capo dell'esercito al di sopra di Garibaldi stesso, si veda per approfondimento Smith, pp. 46-47
  174. ^ "Cantoni pel primo [...] gittossi tra me ed un nemico che mi travagliava da vicino, e contro cui io difficilmente mi difendevo essendo rotto dalle contusioni, e mentre il borbonico mi feriva, forse con un colpo sulla testa, la sciabola liberatrice lo colpiva e bestemmiando si ritirava col braccio penzolone", così riferisce il fatto Giuseppe Garibaldi in Cantoni il volontario, cap. XLI. Velletri.
  175. ^ Come quelle di Carlo Pisacane, si veda: Possieri, pp. 124-125 I contrasti furono evidenti in seguito, si pensi che pochi giorni dopo, il 26 maggio, quando Mazzini chiese consiglio a Garibaldi su come difendere Roma egli rispose o di dargli poteri di «dittatore illimitatissimo» o di retrocederlo a soldato semplice, per la lettera si veda Giuseppe Garibaldi, Epistolario di Giuseppe Garibaldi, Volumi 1-2, pag 37, A. Brigola e comp, 1885.
  176. ^ Nell'occasione verrà ricordato da Gustav Hoffstetter come uomo impassibile che non fugge davanti al pericolo, si veda per la testimonianza tratta da Giornale delle cose di Roma nel 1849, Gustav von Hoffstetter, 1850 e i dati numerici Scirocco, p. 163
  177. ^ La richiesta fu fatta tempo prima, dopo la battaglia di Palestrina, come in Ermanno Loevinson, Giuseppe Garibaldi e la sua legione nello Stato romano 1848-49 (Volume 2 di Giuseppe Garibaldi e la sua legione nello Stato romano 1848-49), pag 126, Società editrice Dante Alighieri, 1904.
  178. ^ Possieri, p. 128
  179. ^ Mario Isnanghi, Garibaldi fu ferito il mito, le favole, pag 17, Donzelli editore, 2010, ISBN 978-88-6036-503-3.
  180. ^ Il 2 luglio 1849 ricevette l'invito, doveva recarsi al l'Hotel De Russie, si veda Gustavo Sacerdote, La vita di Garibaldi: (Volume 1), pag 380, Rizzoli & c., 1957.
  181. ^ Scirocco, p. 169
  182. ^ Scirocco, p. 170
  183. ^ O il 29, l 'aiutante di campo portò con sé il denaro raccolto che gli era stato affidato. Si veda Giuseppe Garibaldi con Giuseppe Armani, Memorie: con una appendice di scritti politici, pag 163, Biblioteca universale Rizzoli, 1982.
  184. ^ Si consideri anche che la cartamoneta ricevuta aveva ottenuto il riconoscimento ufficiale sino al 10 luglio, si veda Scirocco, p. 170
  185. ^ Smith, p. 55
  186. ^ Gustavo Sacerdote, La vita di Garibaldi (Volume I), pag 394, Rizzoli, 1957.
  187. ^ Dopo aver venduto i cavalli ritornerà a Zurigo e scriverà un libro sulle vicende, si veda Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 209, Mursia, 1982.
  188. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 210, Mursia, 1982.
  189. ^ Scirocco, p. 173
  190. ^ Possieri, p. 135
  191. ^ il giudice Giuseppe Francesconi e il medico Luigi Fuschini accorsero; inizialmente si pensò ad un omicidio, la donna mostrava segni di strangolamento. L'ispettore Zeffirino Socci arrestò i fratelli Ravaglia (uno dei due era assente all'epoca dei fatti) con l'accusa di omicidio il 14 agosto 1849. In seguito Fuschini ammise l'errore di valutazione. Non convinti tutti gli storici, alcuni come Umberto Beseghi sospettarono che Garibaldi avesse partecipato alla fine delle sofferenze della donna, Nel 1856 Antonio Bresciani eliminò ogni dubbio sull'ipotesi di omicidio. Si veda: Possieri, pp. 135-136 l'appendice in Umberto Beseghi, Il maggiore leggero e il trafugamento di Garibaldi, seconda edizione, Ravenna, Edizioni Stern, 1932. e per approfondimenti Umberto Beseghi, Garibaldi rimase solo, Bologna, Tamari, 1958. e Isidoro Giuliani, Anita Garibaldi: vita e morte, Parrocchia di Mandriole, 2001.
  192. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 267, Mursia, 1982.
  193. ^ Si veda fra gli altri: J. Ridley, Garibaldi, pag 398-399, Milano, Mondadori, 1975.
  194. ^ «Come abbia riuscito a salvarsi quest' ultima volta, è veramente un miracolo» Il commento preciso è citato in Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, di Giuseppe Guerzoni... (Volume I) pag 389 (seconda edizione), Firenze, G. Barbèra, 1882.
  195. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 225, Mursia, 1982.
  196. ^ Lo si voleva proporre come candidato alle elezione suppletive della camera. Si veda Scirocco, p. 184
  197. ^ Giuseppe Garibaldi, Memorie di Garibaldi: Nella redazione definitiva del 1872, pag 326, L. Cappelli, 1932.
  198. ^ Prima di questa già fu pubblicata da Cuneo una sua biografia nel 1850, 94 pagine in totale, si veda: Scirocco, pp. 184-190
  199. ^ Nave comprata tempo prima grazie all'aiuto economico di Pietro Denegri
  200. ^ Soprattutto seta e guano (un fertilizzante). In passato si pensava che Garibaldi avesse imbarcato anche dei coolies: lavoratori cinesi utilizzati come schiavi per il Perù, tale traffico, proibito all'epoca, era effettivamente in vigore dal 1847 al 1873 - si veda Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 233, Mursia, 1982., il tutto si basò su una frase riportata dalla biografia pubblicata da Augusto Vittorio Vecchi, che riportando una frase di Denegri dove si leggeva che gli aveva portato i chinesi - si veda a tal proposito - Augusto Vittorio Vecchi, La vita e le gesta di Garibaldi, pag 97, Bologna, Zanichelli, 1882., l'ipotesi messa in dubbio da Phillip Cowie attribuendo altro valore al termine usato chinesi, si veda Phillip Cowie, Contro le tesi di Garibaldi Negriero in rassegna storica del Risorgimento, 3, pp. 389-397, Bologna, Zanichelli, 1998.. Inoltre vennero scoperti i registri di carico dell'epoca dove non vi fu alcuna menzione al riguardo, si veda Università di Pavia, Il Politico: rivista italiana di scienze politiche, Volume 47 pag 813, Università degli studi di Pavia, 1982.
  201. ^ Giuseppe Garibaldi, Memorie autobiografiche, 10 edizione pag 265, G. Barbèra, 1888.
  202. ^ Partì sul Commonwealth, nave comprata ad un italiano, si diresse poi verso l'Inghilterra. Si veda Smith, p. 61
  203. ^ Forte delle 35.000 lire ottenute dall'eredità dei parenti - la madre era morta il 20 marzo 1852 e il fratello Felice nel 1855 - acquistò il terreno, si veda Scirocco, p. 197
  204. ^ Nel 1865 grazie alle donazioni dei suoi ammiratori divenne proprietario di tutta l'isola. Scirocco, p. 199
  205. ^ Leggendo qua e là, «La Settimana Enigmistica», 2007, 3924, ISSN 1125-5226
  206. ^ Lo dimostrò con una lettera ai giornali del tempo, si veda Scirocco, p. 205, si veda anche quanto detto a Aleksandr Herzen contenuto in Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 236, Mursia, 1982.
  207. ^ Nata il 1 agosto 1857 alla direzione vi era Giorgio Pallavicino Trivulzio, si veda Giuseppe Ricciardi, Vita di G. Garibaldi, pag 25, G. Barbèra, 1860.
  208. ^ Possieri, p. 148
  209. ^ Avvisò il ministro a Torino tramite telegrafo elettrico, si veda: Francesco Carrano, I cacciatori delle alpi comandati dal generale Garibaldi nella guerra del 1859 in Italia: Racconto popolare, pag 235, Unione tipogr.-ed, 1860.
  210. ^ Neanche la fioca luce di un fiammifero si doveva vedere, si veda Scirocco, p. 214
  211. ^ Giuseppe Guerzoni, Garibaldi (Vol 1), pag 463, Firenze, Barbera, 1882.
  212. ^ Mino, p. 255
  213. ^ a b Cfr. p. 171 L. Riall, 2007
  214. ^ Mino, p. 257
  215. ^ Mino, p. 262
  216. ^ Scirocco, p. 225
  217. ^ Di fronte al parlamento ebbe la parola due volte, nella prima obiettava che la cessione andava in contrasto con l'articolo 5 dello statuto, si veda Montanelli, p. 346-348
  218. ^ Il telegramma recitava: «Offerta botti 160 rum America, pence 45 venduto botti 66 Inglese 47 anticipo lire 114 botti 147. Brandy senza offerta. Avvista incasso tratta lire 99. Rispondete subito». Come da: Mino, p. 284 e 581, si veda anche Francesco Crispi, I mille (a cura di Tommaso Palamenghi-Crispi) pag 104,, Fratelli Treves, 1912.
  219. ^ Scirocco, p. 239
  220. ^ l'ipotesi più accreditata resta quella della falsificazione del telegramma, si veda fra gli altri Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento (1831-1861) (nona edizione) pag 609, Rizzoli, 1972., infatti soltanto lui poteva decifrare i codici come in Scirocco, p. 239 per i dubbi si veda Mino, pp. 284-285
  221. ^ Il governatore di Milano, Massimo d'Azeglio non diede il consenso all'utilizzarle, si veda: Possieri, p. 164
  222. ^ Si veda fra gli altri anche: R. Romeo Cavour e il suo tempo, Roma Bari, La Terza 1984, vol III pag 705
  223. ^ In seguito fu dibattuta dagli storici la questione di chi avesse affidato le imbarcazioni alla spedizione: l'armatore Raffaele Rubattino o il procuratore della società Giambattista Fauchè, e del ruolo di quest'ultimo: mediatore o artefice, altri alimentavano le tesi dei complotti anglopiemontesi. Si veda: Possieri, p. 189 e Pietro Fauchè, GB Fauchè e la spedizione dei mille, pag 35, Milano, Albrighi e Segati, 1905.
  224. ^ Scirocco, p. 240
  225. ^ a b Scirocco, p. 241
  226. ^ Mino, p. 290, per le trascrizioni degli ordini si veda: Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona: Diario privato politico-militare (1860) pp. 78-79, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, ISBN 88-7692-210-5.
  227. ^ Gli 8 comandanti erano: Bixio, Orsini, Stocco, La Masa, Anfossi, Carini, Cairoli e Bassini, in seguito si aggiunse Giacomo Griziotti, si veda Mino, p. 289
  228. ^ Bixio aveva confuso la nave amica per una nemica e la stava speronando Scirocco, pp. 244-245
  229. ^ Giuseppe Guerzoni, Garibaldi (Volume 2, seconda edizione), pag 60, Firenze, Barbera, 1882.
  230. ^ I borbonici dubitavano della nazionalità degli sbarcati, volendo essere certi che non fossero inglesi chiesero lumi all'Intrepid rallentando l'azione, si veda anche Montanelli, p. 358
  231. ^ Scirocco, p. 245
  232. ^ Possieri, p. 168
  233. ^ L'appellativo di "dittatore" è da riferirsi alla figura del dictator, una magistratura dell'antica Repubblica Romana cui erano assegnati pieni poteri per risolvere emergenze.
  234. ^ Marco Monnier, tradotto da Rocca Escalona, Garibaldi: rivoluzione delle due Sicilie, prima versione dal francese, corredata di rettifiche e giunte, pag 161, A. Detken, 1861.
  235. ^ Le cronache della battaglia elogiano Daniele Piccinini e Augusto Elia, ferito in battaglia, che difesero Garibaldi, al secondo il nizzardo gli rivolgerà la parola nello scontro:«Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore» Augusto Vittorio Vecchj, La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, pag 431, N. Zanichelli, 1882.
  236. ^ Durante lo scontro sono diverse le frasi che si attribuiscono all'eroe: «I Mille non hanno bandiera» quando verrà perso il tricolore e la celebre risposta a Bixio data alla sua richiesta di ritiro «Qui si fa l'Italia o si muore», mentre alcuni rilevano che abbia proferito solamente «Ritirarci, ma dove?» e non entrambe le frasi. Per le frasi si veda: Mino, p. 300 e Scirocco, p. 249
  237. ^ I borbonici lo confonderanno con lo stesso Garibaldi, si veda Scirocco, p. 250 si contavano 32 morti e 170 feriti nei Mille a cui si aggiunsero una decina di picciotti e dalla parte borbonica 36 le perdite o minori come in Mino, pp. 301-302
  238. ^ A Corleone invece inviò il colonnello Vincenzo Giordano Orsini con i vari carri Possieri, p. 168, nello scontro venne sconfitto ma riuscì a salvarsi.
  239. ^ Fra i due il 6 giugno venne stabilita una convenzione che prevedeva fra l'altro la consegna dei malati e feriti e la liberazione di sette detenuti a Castellamare, si veda: Giuseppe Da Forio, Vita di Giuseppe Garibaldi, Volume 2 pag 66, Perrotti, 1862.
  240. ^ Scirocco, p. 256
  241. ^ Alla fine furono più di 20 le spedizioni. Possieri, p. 173. Per un resoconto dettagliato dei rinforzi si veda: G. Maculay Trevelyan, Garibaldi e la formazione dell'Italia (appendice B), pp 376-380, Bologna, Zanichelli, 1913.
  242. ^ Scirocco, p. 266
  243. ^ Si trattava in origine della corvetta dei napoletani, chiamata Veloce con 10 cannoni, si veda anche Possieri, p. 174
  244. ^ Le perdite dei borbonici furono molto sostenute, 4 0 5 volte inferiori rispetto a quelle sostenute dall'esercito di Garibaldi, si veda: Augusto Vittorio Vecchj, La vita e le gesta di Giuseppe Garibaldi, pag 170 e seg., N. Zanichelli, 1882., Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento (Seconda edizione), pag 682., Einaudi, 1962., Scirocco, p. 281
  245. ^ Della missiva esistono varie versioni, in una di esse si legge: «Per cessare la guerra fra Italiani ed Italiani io la consiglio a rinunziare all'idea di passare colla sua valorosa truppa sul continente Napoletano» stralcio della missiva, contenuto integrale in Cavour Camillo Benso, Carteggi: Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, (volume IV), pag 98, Bologna, Zanichelli, 1961.
  246. ^ Gli storici dubitano della veridicità in quanto la seconda missiva fu resa pubblica soltanto nel 1909, si veda Mino, p. 331 fra le ipotesi avanzate quella di Giacomo Emilio Curatolo, dove suggerì che la missiva fosse stata intercettata da Cavour, si veda anche Giacomo Emilio Curatolo, Garibaldi,Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della patria pag 163, Bologna, Zanichelli, 2006.. Inoltre Ridley in Jasper Godwin Ridley, Garibaldi, pp. 552, Mondadori, 1975. nota come ancora nel 1909 fosse sigillata e quindi ancora non letta, mentre Curatolo suppone fosse stata aperta con un tagliacarte ai margini.
  247. ^ La risposta suggerita era: «Dire che il Generale è pieno di devozione e di reverenza pel Re, che vorrebbe poter seguire i suoi consigli, ma che i suoi doveri verso l'Italia non gli permettono di impegnarsi a non soccorrere i napoletani» stralcio della missiva, contenuto integrale in Mino, p. 331
  248. ^ Scirocco, p. 280
  249. ^ Scirocco, p. 271
  250. ^ Cavour e Garibaldi avevano progetti diversi sull'isola: mentre il primo sollecitava l'acquisizione dell'isola al potere di Vittorio Emanuele, il secondo voleva più tempo a disposizione per farne una base per la liberazione del resto del mezzogiorno, si veda Scirocco, p. 274
  251. ^ La ducea di Bronte, costituita nel 1798, era stata concessa a Nelson come ringraziamento dei servigi resi, il console inglese temeva per la sorte di tali possedimenti come in Mino, p. 327
  252. ^ Antonino Radice, Risorgimento perduto: origini antiche del malessere nazionale pag 297, De Martinis, 1995, ISBN 978-88-8014-023-8.
  253. ^ Scirocco, p. 278
  254. ^ Lettera del 17 agosto 1860 in Nino Bixio, a cura di E. Morelli, Epistolario (volume I) pag 387, Roma, De Martinis, 1939.
  255. ^ Le persone erano: D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi, Nunzio Spitaleri, Nunzio Longhitano e Nunzio Ciraldo come in Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, pag 167, S. Sciascia, 1963.
  256. ^ Nicola Fano, Castrogiovanni, pag 134, Baldini Castoldi Dalai, 2010, ISBN 978-88-6073-536-2.
  257. ^ Possieri, p. 177, 1200 salirono sulla Franklin con Garibaldi, 3000 sul Torino con Bixio che però si arenò, per i particolari anche del soccorso al Torino si veda Montanelli, p. 393
  258. ^ Le condizioni della resa si leggono in: Indro Giuseppe, La Masa e Giuseppe Garibaldi, S. Franco e figli, 1861, Alcuni fatti e documenti della rivoluzione dell'Italia meridionale del 1860 riguardanti i Siciliani e La Masa pp. 229-230.
  259. ^ Scirocco, pp. 285-286, si veda anche Giuseppe Ruiz de Ballestreros, Di taluni fatti militari negli ultimi rivolgimenti del reame delle Due Sicilie, pag 454, Tip. di L. Gargiulo, 1868.
  260. ^ si veda Mino, p. 338 e Mario Montanari, Politica e strategia in cento anni di guerre italiane: Il periodo risorgimentale (Volume 1), pag 454, Stato maggiore dell'esercito, Ufficio storico.
  261. ^ Raggiunse le truppe che si stavano dirigendo al nord mentre gli insorti gli sbarrarono la strada. Il tutto si svolse nei pressi di Soveria. Si veda: Mino, p. 338
  262. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
  263. ^ Smith, p. 123
  264. ^ Partito sulla nave da guerra il Messaggero, di tutta la sua flotta soltanto la Partenope restò fedele al re. Si veda: Possieri, p. 178, per approfondimenti Raffaele De Cesare, La fine di un regno, pag 928, Longanesi, 1969.
  265. ^ Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, seconda edizione, pp 702, Torino, Einaudi, 1962.
  266. ^ Ritardò la data che era fissata in precedenza il 28 settembre, come da Scirocco, p. 295
  267. ^ Lasciando praticamente senza difese la città, si veda Scirocco, p. 296
  268. ^ A dispetto del nome dato il fiume non divideva mai i due schieramenti, si veda Mino, p. 349
  269. ^ 1.600 fra morti e feriti a cui si aggiunsero 250 prigionieri, per i borbonici si contarono 1220 fra morti e feriti a cui si aggiunsero 74 prigionieri. Si contarono 2.089 prigionieri borbonici il giorno dopo, si veda per resoconti Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, seconda edizione, pp 711-726, Torino, Einaudi, 1962.
  270. ^ I si furono 1.302.064 e i no 10.312, nella Sicilia 432.053 i si contro 677. Si veda Romeo Rosario, Vita di Cavour, pag 483, Laterza, 1984, ISBN 978-88-420-2523-8.
  271. ^ Al quadrivio di Taverna della Catena presso Vairano, dove si incrociano le strade di Cassino-Calvi e Venfaro-Teano, si veda: Possieri, p. 182. Venne definito come l'incontro fra i due re, si veda Punch, Volume 38, pag 199
  272. ^ Rifiutò un castello e un piroscafo come ricompensa da parte del re. Si veda Mino, p. 362
  273. ^ Alle sue parole Fanti e Cavour si risentirono, Urbano Rattazzi sospese per pochi minuti per il tumulto suscitato si veda Scirocco, p. 309 e Mino, pp. 370-371
  274. ^ a b Ricordo di Francesco Crispi in onore di Garibaldi, in "Nuova Antologia" del 15 giugno 1882. Luigi Palomba, Vita di Giuseppe Garibaldi, E. Perino, 1882, p.796
  275. ^ In seguito al suo articolo apparso nel gennaio sul North American Review, si veda Scirocco, p. 311
  276. ^ Alfredo de Donno, L'Italia dal 1870 al 1944: cronistoria commentata (Volume 1) pag 127, Libreria politica moderna, 1945.
  277. ^ Gli fu offerto il comando di una divisione, si veda Giuseppe Guerzoni, Garibaldi (seconda edizione), pag 626, Firenze, G. Barbèra, 1882. in quanto il capo dell'esercito era il presidente stesso. per questo la condizione posta era inaccettabile, si veda Mino, p. 376
  278. ^ Fonte: Herbert Mitgang, storico e editorialista del The New York Times, al quale si deve una ricostruzione dettagliata della vicenda
  279. ^ Nel suo discorso, proclamato dal balcone del conte Mario Grignani, disse «Sì, Roma è nostra» al che la folla rispose «Roma o morte», si veda: Giuseppe Guerzoni con Campanella Collection, Garibaldi: libro di lettura per il popolo italiano, pag 324, G. Barbèra, 1912. e Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 389, Mursia, 1982.
  280. ^ Montanelli, p. 456
  281. ^ A ferirlo fu un bersagliere, Luigi Ferrari, un trisavolo dello storico Arrigo Petacco. Archivio Corsera. URL consultato il 25 aprile 2010.
  282. ^ Scirocco, p. 323
  283. ^ Montanelli, p. 464
  284. ^ Alcuni versi della celebre ballata in ricordo della giornata dell'Aspromonte:
    « Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba, Garibaldi che comanda, che comanda il battagliòn. »
  285. ^ Scirocco, p. 323 e Mino, pp. 397 e 588. In una lettera di Cialdini si leggeva un numero superiore di perdite dell'esercito regio mentre Dumas afferma che vi furono dei morti anche a combattimento finito, si veda anche A. Dumas, La verità sui fatti dell'Aspromonte per un testimonio oculare, pag 58, Milano, Scorza, 1862, ISBN 978-88-425-2997-2.
  286. ^ Venne alloggiato in un'ala della palazzina del comandante del carcere, contando altre cinque stanze per parenti e ufficiali che lo accompagnavano, si veda Scirocco, p. 324
  287. ^ M.Pia Spaggiari- Luoghi, Personaggi, Episodi del Risorgimento nella Provincia della Spezia - pag. 73 - Ambrosiana Arti grafiche -
  288. ^ Scirocco, p. 326
  289. ^ Mino, p.400
  290. ^ Sul Ripon partì alla volta di Southampton arrivandoci il 3 aprile, l'11 a Londra, ritornando a Caprera il 9 maggio si veda Scirocco, pp. 330-333
  291. ^ Scirocco, p. 341
  292. ^ Presentò una mozione in cui si leggeva: «Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno. È il solo caso in cui la guerra sia permessa» Montanelli, p. 513-514, testo completo (punto H) in Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Rassegna storica del risorgimento, Volume 69 pag 166, Instituto per la Storia Risorgimento Italiano, 1982.
  293. ^ Scirocco, p. 344
  294. ^ Parlava della presa di Roma: "Andremo a Roma, ma non colle vostre baionette, perché di tanto non sono degni" in Mino, p. 437
  295. ^ Smith, p. 193
  296. ^ I dettagli della fuga si vedono in Scirocco, p. 345
  297. ^ Scirocco, p. 346
  298. ^ Mino, p. 444
  299. ^ Il proclama iniziava con «Schiere di volontari, eccitati e sedotti dall'opera di un partito, senza autorizzazione mia né del mio Governo, hanno violato le frontiere dello Stato» come in Pieri Piero, Storia militare del Risorgimento, seconda edizione pag 778, Einaudi, 1962.
  300. ^ a b c Mino, p. 448
  301. ^ «Venite a morire con me! Avete paura di venire a morire con me?» in Montanelli, p. 523
  302. ^ «Per chi vuol farsi ammazzare, generale? Per chi?» disse afferrandogli le redini del cavallo, si veda: Anton Giulio Barrili, Con Garibaldi alle porte di Roma pag 523, Gammarò, 2007, ISBN 978-88-95010-15-1.
  303. ^ Itinerari garibaldini in Toscana
  304. ^ Mino, pp. 412-413
  305. ^ Mino, p. 414
  306. ^ In seguito gli austriaci abbandonarono il posto, si contarono 44 morti e più di 200 feriti contro le sessanta perdite complessive austriache, dati in Mino, p. 416
  307. ^ Giuseppe Garibaldi, Franco Russo, Avanzini e Torraca, 1968, Memorie.. (Volume 2 di Memorie) pag 464.
  308. ^ Fra i soldati di Garibaldi si contarono 28 morti e oltre 130 feriti, in Mino, p. 418
  309. ^ Il telegramma iniziava con «Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell'armistizio per il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, d'ordine del Re», si veda Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, (seconda edizione) pag 462, G. Barbèra, 1882.
  310. ^ Come in Mino, p. 421, per questa sua risposta venne poi definito «rivoluzionario disciplinato», si veda: Possieri, p. 210
  311. ^ A Verona un uomo chiese a Garibaldi di battezzare il proprio figlio, secondo quanto racconta Guerzoni pronunciò le parole: «Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero» in Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, (seconda edizione) pag 470, G. Barbèra, 1882., mentre secondo Felice Cavallotti si limitò a dargli un nome Felice Cavallotti, Collana dei martiri italiani: storia della insurrezione di Roma nel 1867, pag 23, Libreria Dante Alighieri, 1869., cosa che ripeté ad Alessandria dando il nome di caduti ai bambini, in Mino, p. 424
  312. ^ «Quanto resta di me è al vostro servizio. Disponete» disse inizialmente, inascoltato, si veda: Scirocco, p. 351
  313. ^ Giuseppe Garibaldi e Franco Russo, Memorie... (Vol. 2 di Memorie), pag 502, Avanzini e Torraca, 1968.
  314. ^ Scirocco, p. 351
  315. ^ Decise di dividere gli uomini in 4 brigate: 1.500 uomini al comando di Joseph Bossack-Hauke, 2.000 di Menotti, altre due, costituite in seguito, al comando di Ricciotti e Cristiano Lobbia. Gli effettivi combattenti sono stati circa 8.000, in Mino, p. 463
  316. ^ 4.500 ad ottobre, 10.000 il mese successivo, 18.000 alla fine del 1870 e poi circa 19.500. Si veda Scirocco, p. 352
  317. ^ Mino, p. 464
  318. ^ Spedì il figlio con 800 uomini attaccando di sorpresa il nemico nella notte del 18 novembre sino al 19 novembre a Châtillon-Sur-Saône con gravi danni inflitti ai tedeschi, si veda per dettagli delle perdite nemiche: Charles de Saint-Cyr, Garibaldi. pag 245, F. Juven, 1907.
  319. ^ Avrà parole dure per Garibaldi, si veda Mino, p. 467
  320. ^ Quella del 61º reggimento di Pomerania, evento ricordato dalla Neue Freie Presse al momento della sua morte. Si veda Scirocco, p. 358. Venne trovata sotto una massa di cadaveri, in Guerzoni1, p. 575
  321. ^ In seguito ci furono contrasti sugli effettivi di Garibaldi in quei giorni: durante tutta la battaglia non ebbe l'appoggio dei 17.000 uomini di Jean-Jacques A. Pellissier e gli effettivi furono circa 6.000 uomini. Werder affermò che se fosse stato Garibaldi a dirigere le truppe francesi non si sarebbe persa soltanto una bandiera. In Mino, pp. 471-473
  322. ^ Scirocco, p. 354 e Mino, p. 473
  323. ^ «Un solo uomo ha fatto eccezione: Garibaldi», originale: «Un seul homme a fait exception: Garibaldi» in Scirocco, p. 357 e per l'originale von Fischer Poturzyn Krück Maria Josepha, Garibaldi pag 323.
  324. ^ Hugo viste le vive proteste successive alle dichiarazioni rese, si dimise dalle cariche parlamentari. In Possieri, p. 222
  325. ^ Les troubles de fevrier 1871 à Nice (in francese)
  326. ^ Giuseppe Garibaldi, Le Memorie, Sonzogno, Milano, 1860.
  327. ^ Il privato degli ultimi vent'anni del Generale, il suo intimo legato alla residenza a Caprera, viene raccontato dalla figlia Clelia nel libro Mio padre pubblicato nel 1948.
  328. ^ Denis Mack Smith, Garibaldi (Garibaldi. A Great Life in Brief, 1956), traduzione di G.E. Valdi, Mondadori, 1995, cap. VI, p. 53.
  329. ^ Barbara De Mori, Che cos'è la bioetica animale, Carocci editore, Roma 2007, p. 75.
  330. ^ Erica Joy Mannucci, La cena di Pitagora, Carocci editore, Roma 2008, p. 103.
  331. ^ Citato in Franco Libero Manco, Biocentrismo. L'alba della nuova civiltà, Nuova Impronta Edizioni, Roma 1999, pp. 202-203.
  332. ^ Nella lettera datata 22 settembre 1872 a Celso Ceretti si leggeva: "L' Internazionale è il sole dell'avvenire che abbaglia e che l'oscurantismo ed il privilegio vorrebbero precipitare nella tomba" come in Robert Michels, Il proletariato e la borghesia nel movimento socialista italiano (ristampa ), pag 42, Ayer Publishing, 1975, ISBN 978-0-405-06523-1., si veda anche Giuseppe Garibaldi. A cura di D. Ciampoli, Scritti politici e militari Ricordi e pensieri inediti, pp. 637-638, Roma, Voghera editore, 1907.
  333. ^ Scirocco, pp. 356-357
  334. ^ Mino, p. 474
  335. ^ Il progetto prevedeva che venisse costruito un «porto-canale» a Fiumicino, collegando poi Roma direttamente al mare, il costo era stato stimato di 62 milioni. Si veda: Possieri, p. 226
  336. ^ Giuseppe Garibaldi. A cura di Domenico Ciampoli, Scritti politici e militari Ricordi e pensieri inediti, pag. 627, Roma, E. Voghera editore, 1907.
  337. ^ Si leggeva: «Chi ha l'obbligo di militare alla difesa della patria, deve anche avere il diritto di eleggere il sindaco del Comune e il deputato al parlamento. Questa è la base della giustizia sociale» in Giuseppe Garibaldi. A cura di Enrico Emilio Ximenes, Epistolario ... con documenti e lettere inedite, 1836-1882, pag. 261, Roma, E. Voghera editore, 1885.
  338. ^ Scirocco, p. 377
  339. ^ Scirocco, p. 384
  340. ^ 30.000 lire per Clelia, per Cantoni il volontario 1.500 lire nel 1870 e 1.000 nel 1874 Scirocco, p. 384
  341. ^ Si veda per i dettagli: Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 489, Mursia, 1982.
  342. ^ I motivi per cui accettò la pensione sono dibattuti dagli storici: chi parla delle condizioni economiche disastrose dei figli Menotti e Ricciotti, (Menotti ebbe 20.000 lire che lo salvarono dalla bancarotta) si veda Montanelli, p. 567 chi afferma che saputo che al nuovo rifiuto i beni sarebbero andati a Giuseppina Raimondi Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, seconda edizione pag 493, Mursia, 1982., mentre tutti evidenziano come l'anno in cui accettò andò al potere la sinistra. In ogni modo accetta quello che venne definito «il più amaro boccone che egli in vita sua abbia inghiottito» come afferma la White Mario ( Jessie White Mario, Garibaldi e i suoi tempi pag 375, Treves, 1907.), per evitare le difficoltà economiche in precedenza vendette il suo Yacht con cui guadagnò 80.000 lire, e affidò la somma a Antonio Bo che preferì fuggire in America come in Montanelli, p. 558 mentre per Guerzoni i responsabili dovevano avere un «perpetuo rimorso nella coscienza» per averlo costretto a tale gesto Guerzoni1, p. 595
  343. ^ «Durante quel tragitto di tre chilometri, neppur un battimano, neppur un solo evviva ruppe quel solenne silenzio, che giustificò il detto del Sindaco al popolo: Mai siete stati, come oggi, così sublimi!» in Jessie White Mario, Garibaldi e i suoi tempi pag 829, Fratelli Treves, 1884.
  344. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (Storia, biografie, diari) pag 522, Mursia, 2006, ISBN 978-88-425-2997-2. e Guerzoni1, p. 610
  345. ^ Esattamente le sue volontà erano quelle di venire bruciato: «Bruciato e non cremato, capite bene. In quei forni che si chiamano crematoi non ci voglio andare». Guerzoni1, p. 615
  346. ^ «Come è noto Garibaldi maturò un forte anticlericalismo, per quanto non fosse ateo, ma anzi profondamente religioso e, una volta iniziato alla massoneria, "appassionatamente credente nel suo Ente deistico"» in Garibaldi: cultura e ideali Atti del LXIII congresso di storia del Risorgimento italiano (a cura di Stefania Bonanni). Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2008, p.511
  347. ^ Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Armani, Biblioteca universale Rizzoli, 1982, Memorie: con una appendice di scritti politici, pag 390.
  348. ^ Schwegman, Marjan, "In Love with Garibaldi: Romancing the Italian Risorgimento", in European Review of History, 12, no. 2 (Summer 2005): 383-401.
  349. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, BUR, 2010, p.27. Riportato dalla "Rivista Popolare" di Napoleone Colajanni, anno ottavo, numeri 16 e 17 del 20 settembre 1912, che pubblicò un numero unico dal titolo "Aspromonte (il più grande delitto della Monarchia Italiana)". La citazione si trova a pagina 55 della rivista.
  350. ^ Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie di Massoni famosi, Roma-Milano, Erasmo Edizioni-Mimesis, 2005, p. 139.
  351. ^ Garibaldi massone, di E.E. Stolper
  352. ^ Denis Mack Smith, La guerra per Venezia in Garibaldi. A great life in brief, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993.
  353. ^ Gli ideali di Garibaldi
  354. ^ Destroyer 'Leytenant Ilin' (1913) in battleships.ru. URL consultato il 18 luglio 2013.
  355. ^ Smith, p. 71
  356. ^ Sposata con altro uomo combatté con Garibaldi indossando la camicia rossa, finirà rinchiusa in manicomio. Smith, p. 72
  357. ^ Per i dettagli si veda anche: Gustavo Sacerdote, La vita di Giuseppe Garibaldi: secondo i risultati delle più recenti indagini storiche, pag 600-601, Rizzoli & c., 1933.
  358. ^ Montanelli, p. 277
  359. ^ Montanelli, p. 283
  360. ^ Chi racconta sia stato il giorno stesso - all'uscire dalla porta della chiesa - come in Montanelli, p. 339, altri il 27-28 Scirocco, p. 230
  361. ^ Il soldato Luigi Caroli, forse autore della missiva, morirà in Siberia l'8 giugno 1865, si veda Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (Storia, biografie, diari) pag 275-276, Mursia, 2006, ISBN 978-88-425-2997-2.
  362. ^ Solo grazie a quanto scoperto da Pasquale Stanislao Mancini osservando che all'epoca dei fatti vigeva il codice civile austriaco che ne permetteva l'annullamento, si veda Scirocco, p. 231
  363. ^ in onore di Ciro Menotti, giustiziato nel 1831 a Modena. Possieri, p. 98
  364. ^ G. Ghelli, La Garibaldina. Repubblica, figlia di due padri, Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010.
  365. ^ a b http://www.esercito.difesa.it/root/garibaldi/garibaldi_medaglia.asp
  366. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

La lista completa delle fonti bibliografiche utilizzate per la stesura di questa e di altre voci su Giuseppe Garibaldi è disponibile alla pagina Bibliografia su Giuseppe Garibaldi. Nuvola apps bookcase.png
  • Carmelo Calci, Garibaldi e i suoi tempi. Immagini dei protagonisti, Bardi Editore, Roma 2008.
  • Ugo Carcassi, Giuseppe Garibaldi: profilo di un rivoluzionario, Sassari, Carlo Delfino Editore, 2001, ISBN 88-7138-248-X.
  • Clelia Garibaldi, Mio Padre, Erasmo, 2007.
  • Denis Mack Smith, Garibaldi (ristampa), Mondadori, 2009, ISBN 978-88-04-45797-8.
  • Andrea Possieri, Garibaldi, Il mulino, 2010, ISBN 978-88-15-13975-7.
  • Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Il mito, le favole, Donzelli editore, 2010, ISBN 978-88-6036-503-3.
  • Alexandre Dumas, traduzione di Mino Milani, Le memorie di Garibaldi (quarta ristampa), Mursia, 2005, ISBN 978-88-425-2996-5.
  • Lucy Riall, Garibaldi. L'invenzione di un eroe, tradotto da David Scaffei, Mondadori editore (su licenza Laterza), 2011.
  • Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Editori Laterza, 2009, ISBN 978-88-420-8408-2.
  • Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (Storia, biografie, diari), Mursia, 2006, ISBN 978-88-425-2997-2.
  • Indro Montanelli, Marco Nozza, Giuseppe Garibaldi (Seconda edizione), BUR, 2007, ISBN 978-88-17-01509-7.
  • Gustavo Sacerdote, La vita di Giuseppe Garibaldi: secondo i risultati delle più recenti indagini storiche, Rizzoli & c., 1933.
  • Giuseppe Guerzoni, Garibaldi, di Giuseppe Guerzoni... (Volume II) (seconda edizione), G. Barbèra, 1882.
  • Davide Gnola, Il diario di bordo del capitano Giuseppe Garibaldi, Mursia, 2011, ISBN 978-88-425-4373-2.

Scritti di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Nell’Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi sono stati pubblicati 6 volumi a Bologna dall’editore Cappelli negli anni 1932-1937. La pubblicazione è ripresa a cura dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, che negli anni 1973-2009 ha pubblicato 14 volumi dell’ Epistolario (volumi 7-20 dell’edizione nazionale):

  • Vol. 1: Le memorie di Garibaldi in una delle redazioni anteriori alla definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione, Bologna, Cappelli, 1932, XX + 422 pagg.
  • Vol. 2: Le memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della Reale commissione, Bologna, Cappelli, 1932, 670 pagg.
  • Vol. 3: I Mille, a cura della Reale commissione, Bologna, Cappelli, 1933, XVII + 407 pagg.
  • Vol. 4: Scritti e discorsi politici e militari. Vol. 1. 1838-1861, a cura della Reale commissione, Bologna, Cappelli, 1934,XVII + 431 pagg.
  • Vol. 5: Scritti e discorsi politici e militari. Vol. 2. 1862-1867, a cura della Reale commissione, Bologna, Cappelli, 1935, XIII + 471 pagg.
  • Vol. 6: Scritti e discorsi politici e militari. Vol. 3. 1868-1882, a cura della Reale commissione, Bologna, Cappelli, 1937, XII + 620 pagg.
  • Vol. 7: Epistolario. Vol. 1. 1834-1848, a cura di Giuseppe Fonterossi, Salvatore Candido, Emilia Morelli, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1973, X + 299 pagg.
  • Vol. 8: Epistolario. Vol. 2. 1849, a cura di Leopoldo Sandri, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1978, X + 253 pagg.
  • Vol. 9: Epistolario. Vol. 3. 1850-1858, a cura di Giancarlo Giordano, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1981, X + 235 pagg.
  • Vol. 10: Epistolario. Vol. 4. 1859, a cura di Massimo De Leonardis, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1982, X + 283 pagg.
  • Vol. 11: Epistolario. Vol. 5. 1860, a cura di Massimo de Leonardis, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1988, XI + 389 pagg.
  • Vol. 12: Epistolario. Vol. 6. 1861-1862, a cura di Sergio La Salvia, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1983, XI + 343 pagg.
  • Vol. 13: Epistolario. Vol. 7. Marzo-dicembre 1862, a cura di Sergio La Salvia, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1986, XIV + 387 pagg.
  • Vol. 14: Epistolario. Vol. 8. 1863, a cura di Sergio La Salvia, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1991, XII + 269 pagg.
  • Vol. 15: Epistolario. Vol. 9, 1864, a cura di Giuseppe Monsagrati, [Roma], Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1992, XVIII + 290 pagg.
  • Vol. 16: Epistolario. Vol. 10. 1865-marzo 1866, a cura di Giuseppe Monsagrati,[Roma], Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1997, XIV, 263 pagg.
  • Vol. 17: Epistolario. Vol. 11. Aprile-dicembre 1866, a cura di Giuseppe Monsagrati, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2002, XVII + 406 pagg.
  • Vol. 18: Epistolario. Vol. 12. Gennaio-dicembre 1867, a cura di Emma Moscati, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2006, X + 325 pagg.
  • Vol. 19: Epistolario. Vol. 13. 1868-1869, a cura di Emma Moscati, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2008, X + 385 pagg.
  • Vol. 20: Epistolario. Vol. 14. 1 gennaio 1870-14 febbraio 1871, a cura di Emma Moscati, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2009, X + 315 pagg.

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Bicentenario della nascita
Predecessore Gran maestro del Grande Oriente d'Italia Successore Square compasses.svg
Celestino Peroglio 24 maggio 1864 - 8 agosto 1864 Francesco De Luca

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