Giangiacomo Feltrinelli

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« Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell'imminenza di una reazione fascista in Italia »
(Leo Valiani)
Giangiacomo Feltrinelli

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato Osvaldo (Milano, 19 giugno 1926Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore, attivista e partigiano italiano.

Partecipò molto giovane alla Resistenza e fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli anni di piombo.

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Giangiacomo Feltrinelli, detto Giangi (durante la lotta armata assumerà il nome di battaglia di Osvaldo), nasce da una delle più ricche famiglie italiane, originaria di Feltre e il cui progenitore della dinastia sarebbe un certo Pietro da Feltre. Il titolo nobiliare di famiglia è quello di Marchese di Gargnano. Il padre Carlo Feltrinelli è presidente di numerose società tra cui il Credito Italiano e l'Edison, e proprietario di aziende come la Bastogi, la società di costruzioni Ferrobeton Spa e la Feltrinelli Legnami, società leader nel settore del commercio di legname con l'Unione Sovietica. Feltrinelli era anche cugino di Cecilia Sacchi, moglie di Vittorio Mezzogiorno e madre di Giovanna (tutti e tre famosi attori cinematografici).

Alla morte del padre, avvenuta nel 1935, la madre, Gianna Elisa Gianzana Feltrinelli, nel 1940 sposa in seconde nozze Luigi Barzini junior, famoso inviato del Corriere della Sera. Durante il periodo della guerra mondiale la famiglia lascia Villa Feltrinelli di Gargnano, a nord di Salò, che diventerà la residenza di Benito Mussolini, e si ritira nella villa "La Cacciarella" dell'Argentario, realizzata su progetto degli architetti Gio Ponti ed Emilio Lancia, trascorrendo nella residenza il periodo che va dall'estate del 1942 alla primavera del 1944. Nel 1944, dopo un colloquio con Antonello Trombadori, Giangiacomo decide di arruolarsi nel Gruppo di Combattimento "Legnano"[1], partecipando così attivamente alla lotta antifascista.

La militanza comunista[modifica | modifica sorgente]

L'editore ad una manifestazione di piazza

Nel 1945 Feltrinelli aderì al Partito comunista, che sostenne anche con ingenti contributi finanziari. Nel 1948, nell'Europa devastata dalla guerra, iniziò a raccogliere documenti sulla storia del movimento operaio e sulla storia delle idee dall'illuminismo ai giorni nostri, gettando così le basi per la biblioteca di uno dei più importanti istituti di ricerca sulla storia sociale. Nasce così a Milano la Biblioteca Feltrinelli, che in seguito diverrà Fondazione.

La casa editrice[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Alla fine del 1954 fu fondatore della casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore che già negli anni cinquanta pubblicò bestseller di rilievo internazionale come Il dottor Živago che Boris Pasternak terminò nel 1955 e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo libro edito dalla casa editrice milanese fu l'autobiografia dell'allora primo ministro indiano Nehru. L'editore milanese entrò in possesso del romanzo di Pasternàk nel 1956 a Berlino e affidò la traduzione in italiano a Pietro Zveteremich. Il libro fu pubblicato il 23 novembre 1957 e tre anni dopo, nell'aprile del 1960 raggiunse le 150.000 copie vendute. Per il 50º compleanno della casa editrice ne è uscita in libreria una ristampa della prima edizione.

Feltrinelli alla presentazione della traduzione italiana de Il dottor Zivago

Il dottor Živago porterà Pasternàk al Premio Nobel nel 1958. In Italia il Partito Comunista, appoggiato dal governo dell'Unione Sovietica, condusse una forte campagna diffamatoria nei confronti del libro e forti pressioni giunsero anche da Pietro Secchia affinché il libro non fosse pubblicato in Italia.[2]. Il partito decise poi di ritirare la tessera di Feltrinelli. Il 14 luglio del 1958 conosce la tedesca Inge Schoenthal, sua futura moglie.

Nel 1964 si reca a Cuba ed incontra il leader della rivoluzione Fidel Castro, sostenitore dei principali movimenti di liberazione sudamericani e internazionali, con cui stabilirà una lunga amicizia. Nel 1967 Feltrinelli arriva in Bolivia ed incontra Régis Debray, che nel paese latino vive in clandestinità. L'editore è arrestato a seguito dell'intervento dei servizi segreti americani. Insieme a lui viene fermato anche il colonnello Roberto Quintanilla, che, poco tempo dopo, presenziò all'amputazione delle mani di Che Guevara. Intanto Castro affida all'editore italiano l'opera di Che Guevara, "Diario in Bolivia", che diventerà uno dei principali best-seller della casa milanese. Feltrinelli entra in possesso di Guerrillero Heroico, la famosa foto del Che scattata da Alberto Korda il 5 marzo 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell'esplosione della fregata La Coubre. Sia per la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago che per la famosa immagine di Ernesto Che Guevara, Feltrinelli non fu costretto a pagare i diritti d'autore (secondo Sergio d'Angelo e Indro Montanelli, invece, vi furono controversie in relazione ai diritti d'autore de Il dottor Živago[3][4]).

La spedizione sardista[modifica | modifica sorgente]

Nel 1968, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna, secondo i documenti scoperti dalla Commissione Stragi nel 1996, per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell'indipendentismo isolano; nelle intenzioni di Feltrinelli, vi era il progetto di trasformare la Sardegna in una Cuba del Mediterraneo e avviare una esperienza analoga a quella di Che Guevara e Fidel Castro.[5] Tra le idee dell'editore c'era quella di affidare le truppe ribelli del bandito Graziano Mesina, allora latitante. Mesina fu poi convinto a non partecipare all'iniziativa di Feltrinelli grazie all'intervento del SID, nella persona di Massimo Pugliese, ufficiale dei servizi che riuscì successivamente a far saltare completamente l'iniziativa.[6][7]

Attività clandestina[modifica | modifica sorgente]

Il 12 dicembre 1969, ascoltata alla radio la notizia della strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, che si trovava in una baita di montagna, decise di tornare a Milano. Apprese però che forze dell'ordine in borghese presidiavano l'esterno della casa editrice[8] ed immaginando che potessero essere costruite prove contro di lui[9], Feltrinelli, che da tempo temeva un colpo di Stato di stampo neofascista[8] e che aveva preso a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra (avrà anche contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, che in seguito furono i fondatori delle Brigate Rosse), decise di passare alla clandestinità. In una lettera inviata allo staff della casa editrice, all'Istituto e alle librerie e in un'intervista rilasciata alla rivista Compagni spiegò la sua decisione, tirando per primo fuori l'idea che dietro le bombe - ve n'erano state più d'una in diversi punti d'Italia - non vi fosse, come tutti sospettavano, compreso il PCI dell'epoca, gli anarchici (Pinelli, morto misteriosamente negli uffici della questura, e della cui morte venne accusato il commissario Luigi Calabresi da parte della sinistra extraparlamentare, e Valpreda, poi assolto), ma lo Stato e l'estrema destra, utilizzando tra i primi il termine "Strategia della tensione"[10].

La sua riflessione politica successiva lo portò a scelte estreme, fondando nel 1970 i GAP. I GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), che riprendevano la sigla dei Gruppi d'Azione Patriottica della Resistenza italiana, erano un gruppo paramilitare che, come altri, riteneva che Togliatti avesse ingannato i partigiani, prima promettendo e lasciando sperare nella Rivoluzione, e poi all'ultimo li avesse traditi, il 22 giugno 1946, bloccando la rivoluzione comunista in Italia. Ma, a differenza di quelli successivi e della moda imperante, non prendeva le distanze dall'URSS in nome di "una rivoluzione più rivoluzionaria", ma anzi riteneva che nonostante tutto (egli si dichiarava anti-stalinista e pubblicò difatti Pasternak, scrittore dissidente) l'Unione sovietica fosse l'unica speranza per il successo della rivoluzione nel mondo.[11]

Sempre a riguardo dell'attività clandestina, Oreste Scalzone di Potere Operaio, nel 1988, affermò che Feltrinelli, non Adriano Sofri di Lotta Continua (poi condannato con altri), potesse essere stato l'organizzatore dell'omicidio del commissario Calabresi (avvenuto però due mesi dopo la morte dell'editore), ma non ci furono prove a riguardo.[12]

La morte[modifica | modifica sorgente]

La scena del ritrovamento del corpo sotto il traliccio

Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo 1972. Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Mentre alcuni sostengono stesse preparando un'azione di sabotaggio o un attentato "dimostrativo", altri sostengono che sia stato un omicidio[13], forse opera della CIA[14] in accordo con i servizi italiani (ma qualcuno suggerì anche un coinvolgimento del KGB).[15] Le due principali ipotesi, omicidio/incidente, si rincorsero negli anni, e periodicamente riemergono elementi che dimostrano poca chiarezza nella comunicazione dell'epoca sui fatti e sulle indagini.[8] Il corpo sarà riconosciuto ufficialmente solo nella tarda sera all'obitorio di Milano, dall'ex moglie Inge Schoental.[16]

La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu contrapposta all'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (confluiti nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato.[17] Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Su quel furgone ci sarebbero dovuti essere trecento milioni che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.[8]

Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia. Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.[18]

Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e più tardi collegato alla struttura Hyperion di Parigi[19], una presunta scuola di lingue fondata nel 1977, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e, ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le BR (taluni affermano anche che in Hyperion vi fossero infiltrati anche il KGB, il Mossad e la CIA, e talvolta collaborassero nonostante la guerra fredda, al fine di mantenere l'equilibrio di Jalta).[20][21]

Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro Roberto Quintanilla, console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara. L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1º aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli.[22]

Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.

La perizia medico-legale che indicava il possibile omicidio[23], ritrovata nel 2012, le somiglianze con altri casi simili di morti sospette fatte passare per incidenti o morti naturali (Enrico Mattei, Adriano Olivetti), suicidi (Roberto Calvi) e morti accidentali (Peppino Impastato, ucciso da Cosa nostra, che simulò però un attentato andato male come accaduto a Feltrinelli)[24], hanno indotto taluni a chiedere una riapertura del caso. Il giornalista Roberto Scardova, nel libro[25] scritto con Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione Familiari delle Vittime della Strage di Bologna e deputato del Partito Democratico, Stragi e mandanti (2012), sostengono la tesi dell'omicidio come parte della strategia della tensione, sostenuta dai servizi segreti e dalla NATO.[26]

Cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ R. Cesana, "Libri necessari", le edizioni letterarie Feltrinelli (1955-1965), Ed. Unicopli.
  2. ^ Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse,Newton Compton Editori, Roma, Gennaio 2008, pag. 59:"Feltrinelli pubblicò dopo aver sbattuto la porta in faccia a quanti del PCI, Secchia in testa, erano andati da lui per convincerlo a recedere dallo sciagurato proposito"
  3. ^ Edward Lozansky, Intervista su Inge Schoental di Edward Lozansky a Sergio d’Angelo, Kontinent USA, 2011. URL consultato il 28/05/2014.
  4. ^ Antonio Gnoli, Giangi' Feltrinelli io non ti perdono. in Repubblica.it (Roma), Gruppo Editoriale L'Espresso, 16/11/1991. URL consultato il 28/05/2014.
  5. ^ GNOSIS, rivista italiana di intelligence, Sardegna, laboratorio politico.
  6. ^ [1] articolo tratto dall'archivio del Corriere della Sera.
  7. ^ Sui rapporti tra Feltrinelli e l'indipendentismo sardo si veda: Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga): Sardegna, rivolta contro la colonizzazione, Milano: Feltrinelli, 1968, o anche Giovanni Ricci: Fuorilegge, Banditi e ribelli di Sardegna Newton Compton editori.
  8. ^ a b c d Feltrinelli, le ombre 40 anni dopo: per i giudici l'editore morì dilaniato a Segrate dalla bomba che stava preparando. Ma una ferita ignorata e una perizia mai pubblicata sollevano alcuni inquietanti dubbi. Corriere della Sera, Cronache, Ferruccio Pinotti, 12 marzo 2012
  9. ^ Biografia su Fondazione Feltrinelli
  10. ^ La notte della Repubblica
  11. ^ Articoli su Feltrinelli
  12. ^ Feltrinelli dietro i killer di Calabresi
  13. ^ A sostegno di questa tesi e quindi dell’ipotesi dell’omicidio, vi sarebbe una perizia completamente trascurata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, la “relazione di consulenza medico-legale”, redatta dal professor Gilberto Marrubini e dal professor Antonio Fornari (il medico che ha dimostrato che Roberto Calvi non si suicidò, ma fu strangolato e poi appeso al Blackfriar’s bridge). Questo esplosivo documento, mai pubblicato e corredato da foto impressionanti, contesterebbe l’impostazione dei periti d’ufficio. Marrubini e Fornari rilevano una “grave e censurabile carenza di obiettivazioni iniziali” sul momento esatto della morte, la mancanza di “indagini che avrebbero dovuto essere condotte al momento e sul luogo del ritrovamento del cadavere”; la carenza degli “accertamenti che ai periti erano ancora consentiti, ma che comunque non furono praticati”. Inoltre i due periti insisterebbero sulla successione cronologica delle varie lesioni, che non sarebbero tutte ascrivibili all’esplosione ma sarebbero sfalsate nel tempo. Pertanto i due professori scrivono: “viene fatto di domandarci se antecedentemente all’esplosione non fossero intervenute altre violenze, traumatiche o di altra natura”. Talita Frezzi, Fatto & Diritto La Cronaca Giudiziaria Secondo gli Esperti, 2012.
  14. ^ Il PCI e lo stesso Enrico Berlinguer erano convinti, almeno all'apparenza, che Feltrinelli fosse stato vittima di un complotto ordito dalla CIA. Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario, Baldini Castoldi Dalai editore, 2002, ISBN 88-8490-062-X
  15. ^ Donald Rayfield, Pasternak Bound in Literary Review, nº 421, June 2014. URL consultato il 7 June 2014.
  16. ^ L'uomo morto sul traliccio è Feltrinelli
  17. ^ Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Bompiani, 1983
  18. ^ La morte di Feltrinelli: 40 anni di misteri, tra Mossad, Trilateral e piazza Fontana
  19. ^ Insurrezione armata, a giudizio ex senatore del PSI
  20. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Kaos Edizioni, 2003. Pag. 207-210
  21. ^ Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, libro-intervista pubblicato nel 2000 per Einaudi
  22. ^ Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, 2011 trad da "Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl", 2009).
  23. ^ [2]
  24. ^ 9 maggio 1978: 35 anni fa morivano Aldo Moro e Peppino Impastato
  25. ^ R. Scardova, P. Bolognesi, Stragi e mandanti. Sono veramente ignoti gli ispiratori dell'eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna? (2012)
  26. ^ Recensione a "Stragi e mandanti"
  27. ^ New music: Neon Neon – Mid Century Modern Nightmare | Music | theguardian.com

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nanni Balestrini, L'editore., Milano, Bompiani, 1989; Roma, DeriveApprodi, 2006.
  • Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999.
  • Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • Valerio Riva, Un nome che è una garanzia; Un ragazzo di belle speranze; in Id. Oro da Mosca; con la collaborazione di Francesco Bigazzi. Milano, Mondadori, 1999, pp. 206 – 209; 226-232.
  • Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga), Sardegna: rivolta contro la colonizzazione, Feltrinelli, 1968
  • Jobst C. Knigge, Feltrinelli - Sein Weg in den Terrorismus, Humboldt Universität Berlin 2010 (open access).

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