Processo di riorganizzazione nazionale

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Jorge Rafael Videla, dittatore dell'Argentina dal 1976 al 1981

Processo di riorganizzazione nazionale è il nome con cui si autodefinì la dittatura militare che governò in Argentina tra il 1976 ed il 1983. Instauratasi in seguito al colpo di stato del 24 marzo 1976, che destituì il governo democraticamente eletto di María Estela Martínez de Perón, succeduta al marito, il popolarissimo Juan Domingo Perón, dopo la sua morte, fu retta da diverse giunte militari, capeggiate dai relativi capi di stato maggiore di esercito, marina ed aeronautica. Si caratterizzò con una forte repressione dell'opposizione e numerose violazioni di diritti umani. Il primo ad assumere la presidenza dopo una serie di piccoli governi dittatoriali fu Jorge Rafael Videla, che governò per cinque anni, poi deposto e messo in disparte dagli altri generali della giunta, che governarono a rotazione: Leopoldo Galtieri (1981), a sua volta fatto cadere lo stesso anno da Roberto Eduardo Viola, che fu infine sostituito da Reynaldo Bignone (1982), il quale, insieme all'ultima giunta, fu costretto a ripristinare la democrazia, in seguito alla sconfitta nella guerra delle Malvinas (1983). Durante la dittatura furono assassinate 40000 persone, di cui 30000 sotto il solo Videla. Questi crimini erano svolti in segretezza per non destare sospetti e reazioni internazionali come avvenuto con Pinochet. I principali responsabili della dittatura, nonostante varie amnistie, verranno poi condannati quasi tutti per crimini contro l'umanità. La giunta è definibile anche come un regime pseudofascista, anche per la sua politica educativa e culturale, oltre che per le idee antisemite di molti suoi membri (come l'ammiraglio Emilio Eduardo Massera), il suo tradizionalismo cattolico e il suo anticomunismo, nonostante l'appoggio iniziale del Partito Comunista Argentino, in funzione anti-peronista, quando pareva che i militari fossero semplicemente i rappresentanti dell'ordine. Se è vero che molti fascisti, spesso immigrati italiani, avevano appoggiato Perón, è altrettanto vero che la giunta si servì di manovalanza neofascista, tra cui quella di Stefano Delle Chiaie, militante italiano di estrema destra, collaboratore di Augusto Pinochet in Cile e del nazista criminale di guerra Klaus Barbie in Bolivia.

Le giunte militari[modifica | modifica sorgente]

La presa del potere[modifica | modifica sorgente]

Contesto sociale e politico[modifica | modifica sorgente]

La giunta prese il potere in un contesto di crisi politica e violenza sempre più aspra nel paese. Dopo la frattura in destra e sinistra del movimento peronista, i gruppi terroristici e paramilitari anticomunisti e di destra crearono un clima di instabilità ed insicurezza nel paese, a cui risposero le organizzazioni guerrigliere e sovversive clandestine di sinistra. L'inasprimento del clima ed il continuo innalzamento del livello dello scontro erano finalizzati a creare un terreno di paura ed insicurezza sul quale poi l'esercito avrebbe posto le basi della propria brutale autocrazia.

I primi provvedimenti della giunta militare[modifica | modifica sorgente]

Il nome Processo di riorganizzazione nazionale, fu escogitato per giustificare la frattura fra la costituzionalità del governo in carica ed il ruolo assunto dall'esercito, dichiarando che la democrazia e le sue istituzioni erano inadatte per ristabilire pace e ordine nel paese. Inizialmente le intenzioni manifestate dalla giunta militare sono la repressione delle organizzazioni guerrigliere e la riorganizzazione economica secondo un profilo neoliberista, come era avvenuto in Cile con Pinochet, ma questa scusa servì per reprimere brutalmente ogni forma di protesta sociale instaurando un regime di terrorismo di stato. Subito fu promulgata la pena di morte per coloro che conducessero attività sovversive, e furono aboliti i diritti civili, fu sciolto il parlamento così come i massimi organi giudiziari (Corte suprema de justicia), furono smembrati i partiti politici, i sindacati, le organizzazioni universitarie e vennero censurati e posti sotto il controllo della giunta tutti i mezzi di comunicazione (radio, televisione e giornali). Gli oppositori che riuscirono a scampare alla persecuzione si rifugiarono all'estero o in luoghi lontani dalle grandi città. Inizialmente Videla voleva ripristinare la "sicurezza" e poi lasciare il governo, come avveniva spesso in Argentina, ma alla fine prevalse la linea dura degli altri golpisti e il dittatore decise che occorreva spazzare via ogni dissenso e creare una "nuova Argentina".

La guerra sporca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra sporca.

In continuità con l'operazione Operativo Independencia, ordinata da María Estela Martínez de Perón nel 1975 per mettere a tacere le organizzazioni guerrigliere di sinistra nella provincia di Tucumán, l'esercito, aiutato dagli Stati Uniti di Kissinger, mise subito in atto la cosiddetta guerra sporca, per sradicare la sovversione ed il "pericolo comunista" in Argentina. In realtà il "pericolo comunista" era una pura invenzione propagandistica, in quanto gli oppositori erano principalmente peronisti di sinistra, socialisti e democratici, mentre il minoritario Partito Comunista Argentino era ufficialmente tollerato. Il clima di terrore e violenza era stato creato e portato a suppurazione dallo stesso esercito e da organizzazioni paramilitari terroristiche come la Alianza Anticomunista Argentina, finanziata dallo stesso governo di Isabel Perón e dagli Stati Uniti, a cui le organizzazioni marxiste avevano opposto una dura guerriglia.

Le vittime della dittatura[modifica | modifica sorgente]

30.000 persone (tra i quali operai, studenti, professori universitari, sindacalisti, giornalisti, attivisti politici, operatori umanitari, religiosi terzomondisti e madri alla ricerca dei figli scomparsi) furono rapiti, torturati ed assassinati dopo sommari processi (molti furono gettati vivi nell'oceano durante i cosiddetti voli della morte e la maggior parte di essi sono tuttora scomparsi, sono conosciuti col nome di desaparecidos); mentre altri 50.000 trascorsero anni nei centri di detenzione illegale della dittatura, subendo torture, sevizie ed umiliazioni. Molte donne sequestrate incinte furono fatte partorire dai loro torturatori prima di venir assassinate, i bambini furono dati in adozione a persone conniventi col regime.

Centri di detenzione clandestina[modifica | modifica sorgente]

Tra il 1976 e il 1983 furono attivi più di 610 centri di detenzione clandestina, ove i prigionieri venivano condotti al momento dell'arresto e detenuti senza che nessuno fosse al corrente di dove si trovassero. In questi centri venivano torturati ed assassinati. I più famigerati centri di Buenos Aires erano la Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA), il Club Atlético e il Garage Olimpo.

La politica economica[modifica | modifica sorgente]

Era finalizzata al contenimento dell'inflazione e all'incoraggiamento degli investimenti stranieri, tramite la privatizzazione delle industrie nazionali, l'abbassamento delle tasse sulla produzione industriale e la garanzia di manodopera a buon mercato. In conformità con quella che è la dottrina economica liberista statunitense, lo smantellamento dei sindacati e l'abolizione dei diritti civili e dei lavoratori, contribuì a garantire ampi margini di profitto alle aziende straniere, che accorsero numerose durante la dittatura. I salari furono congelati, e, nonostante la recessione e la crescita dell'inflazione, rimasero uguali, facendo precipitare il potere d'acquisto della maggior parte delle categorie lavorative. Nessuno poteva scioperare o organizzarsi in sindacati, poiché l'esercito interveniva puntualmente facendo sparire gli "scontenti". Le aziende straniere e le alte gerarchie della dittatura si arricchirono a dismisura, mentre il paese ed i suoi lavoratori si impoverirono.

La politica culturale ed educativa[modifica | modifica sorgente]

L'ideologia del regime era anticomunista ed autoritaria. Tutti i libri ritenuti scomodi e sovversivi furono dichiarati illegali e la stampa fu fortemente censurata. Ogni violazione delle leggi sulla libertà di stampa era punita con la morte. L'ideologizzazione fu più forte rispetto al Cile di Pinochet; gli imperativi della giunta erano gli stessi del regime nazista e di qualsiasi regime fascista, anche se non vi furono del tutto le caratteristiche di questi regimi, mancando un culto del capo e una politica di corporativismo: tutto verteva sul nazionalismo, l'anticomunismo, il militarismo, l'antisemitismo, il patriottismo esasperato e la salvaguardia dei valori tradizionali della religione cattolica. I bambini e gli studenti venivano educati a rispettare tali valori, ed erano spronati a denunciare maestri e professori che utilizzassero termini tipici del lessico marxista e sovversivo come proletariato, borghesia, America Latina, sfruttamento, rivoluzione. Persino manifestare scetticismo verso la religione poteva rendere sospetti, così come portare la barba incolta.

Antisemitismo nella dittatura argentina[modifica | modifica sorgente]

L'ammiraglio Massera dichiarò che il declino della civiltà occidentale era imputabile alle opere di tre ebrei: Karl Marx, Sigmund Freud e Albert Einstein.[1] Nonostante alcuni membri del regime lo negassero, soprattutto per non perdere il sostegno di Henry Kissinger, la giunta militare aveva in sé, a differenza dell'omologo governo cileno di Pinochet (in cui erano presenti anche politici ebrei), forti elementi di antisemitismo. Molti nazisti avevano trovato precedentemento rifugio in Argentina, e molti neofascisti collaborarono con il regime. Gli stessi soldati torturatori si accanivano particolarmente contro i sequestrati ebrei, paragonandosi alla Gestapo, e facendo sfoggio di ammirazione verso Hitler. Secondo le madri di dissidenti ebrei, lo stato d'Israele non intervenne per non compromettere i rapporti diplomatici con la giunta.[2][3][4]

Il Rabbino Marshall T. Meyer, un attivista dei diritti umani riconosciuto a livello internazionale, l'unico membro straniero della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas e anche membro della «Assemblea permanente per i diritti umani» e fondatore del «Movimento Ebraico per i Diritti Umani» ha denunciato l'antisemitismo dei militari nei confronti dei prigionieri politici d'origine ebraica.

Aiuti internazionali alla dittatura[modifica | modifica sorgente]

I servizi segreti (SIDE) del regime argentino operarono nell'ambito dell'Operazione Condor, cooperando con la C.I.A., la DINA cilena (anche se vi furono contrasti di frontiera col Cile) e addestrando i Contras in Nicaragua. Videla e Massera, così come José López Rega (fondatore della Tripla A) erano tutti membri della loggia massonica golpista italiana P2, che faceva da ponte con i servizi segreti di molti paesi del Patto Atlantico e con industriali, imprenditori e apparati bancari e finanziari europei. Gli Stati Uniti diedero molti soldi alle organizzazioni paramilitari di destra e agli squadroni della morte per rovesciare il governo democratico (i peronisti erano da sempre malvisti dagli USA) e far instaurare la dittatura, con la quale ebbero sempre ottimi rapporti economici. La Francia ebbe stretti rapporti militari con l'Argentina dal 1959, quando i militari francesi furono addestrati da quelli argentini sui mezzi di repressione più efficaci da impiegare nella Guerra d'Algeria. Il governo di centro destra di Valéry Giscard d'Estaing riconobbe la dittatura, e segretamente diede sostegno alla giunta di Videla, così come fece con Pinochet in Cile. Il Governo Italiano, a differenza invece di quanto avvenuto col Cile (di cui non aveva riconosciuto il governo golpista che aveva deposto Salvador Allende, mantenendo ad esempio gli ambasciatori nominati dal politico socialista e rompendo le relazioni diplomatiche con Santiago), dal suo lato accettò il diktat della giunta militare argentina in merito e chiuse le porte dei Consolati e dell'Ambasciata ai cittadini italiani perseguitati dal regime non fornendo protezione diplomatica agli italo-argentini che per motivi politici rischiavano la vita. A causa di questa scelta, compiuta principalmente per motivi economici, soltanto pochi italiani residenti in Argentina riuscirono a salvarsi e ad essere rilasciati, spesso dopo essere stati torturati o detenuti, venendo liberati grazie al doppio passaporto (molti di loro furono espulsi dalla giunta e privati della cittadinanza). Anche la Chiesa ufficiale non fece granché: il nunzio apostolico Pio Laghi, venne accusato di essere favorevole alla dittatura e alcuni sacerdoti collaborarono addirittura attivamente con i militari.

La fine della giunta[modifica | modifica sorgente]

Messo infine sotto pressione dai movimenti come le Madri di Plaza de Mayo e dalla comunità internazionale, sconfitto nella guerra delle Malvinas/Falkland dal Regno Unito, il regime militare fu obbligato a convocare elezioni democratiche. Il 10 dicembre del 1983, si stimò il numero di detenuti scomparsi durante la dittatura (desaparecidos) tra 15.000 e 30.000. Il segno più profondo delle dittature è stata la repressione su settori specifici della società, specialmente su quelli politicamente più attivi, per esempio i giornalisti e i sindacalisti.

Senza dubbio le massicce violazioni dei diritti umani, la cosiddetta guerra sporca, realizzata tra 1976 e 1983, così come una lunga tradizione di golpe militari hanno reso molto complesso il processo di transizione alla democrazia, con reiterate insurrezioni militari.

Le leggi di amnistia verso i capi militari furono annullate successivamente dal governo di Nestor Kirchner, sebben peronista di destra, portando a numerosi processi e condanne: ad esempio il generale Videla ebbe due ergastoli e 50 anni di carcere, mentre la pena al carcere a vita colpì anche Galtieri e Viola, segno di come l'Argentina volle cominciare definitivamente a fare i conti col proprio passato.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]