Irruzione di via Fracchia
La cosiddetta irruzione di via Fracchia, o strage di via Fracchia, è un episodio, legato agli anni di piombo, che nella notte del 28 marzo 1980 portò all'uccisione di quattro membri delle Brigate Rosse e al ferimento di un maresciallo dei carabinieri.
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[modifica] I fatti
A Genova le Brigate Rosse avevano organizzato una proprio rifugio nell'abitazione di Annamaria Ludmann, una militante che non era entrata in clandestinità e poteva dunque fornire loro un appoggio sicuro. L'appartamento era sito nel quartiere di Oregina in via Umberto Fracchia 12, la stessa strada dove venne ucciso il sindacalista Guido Rossa, e, grazie alle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, era stato messo sotto osservazione dai carabinieri del generale Dalla Chiesa. Nella notte del 28 marzo 1980, mentre i brigatisti Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura si trovavano nella casa con Annamaria Ludmann, fu dato inizio all'operazione.
I resoconti delle forze dell'ordine riportano che, dopo ripetute intimazioni ad aprire la porta, cui erano seguite risposte positive soltanto verbali, venne fatta irruzione all'interno, sfondando la serratura, e fu ordinata la resa. I terroristi esplosero però un colpo di pistola, che colpì all'occhio il maresciallo Rinaldo Benà. I carabinieri aprirono quindi il fuoco e la massiccia sparatoria costò la vita a tutti e quattro i brigatisti. Nelle foto scattate dopo i fatti si vede una bomba a mano non innescata vicino alla mano della Ludmann. Nell'appartamento venne inoltre trovata una valigia piena di armi. Alla brigatista caduta le Brigate Rosse intestarono una loro colonna, la Colonna Annamaria Ludmann.
[modifica] Le polemiche
Alcuni analisti[1] ritengono che l'irruzione di via Fracchia abbia avuto un ruolo decisivo nella lotta contro le BR, indebolendone l'immagine vincente e la capacità di reclutamento, perché dopo i fatti fu chiaro per tutti che le forze dell'ordine avevano dichiarato apertamente guerra ai fautori del terrore, dimostrando di essere disposte a uccidere. Altri sostennero che in realtà lo Stato non avrebbe dovuto rispondere ai terroristi scendendo al loro livello[2], ritenendo che si sarebbero potuti adottare mezzi diversi e meno cruenti per portare a termine il blitz. Ci fu anche chi dubitò dei resoconti ufficiali, ipotizzando una precisa volontà di uccidere da parte delle forze dell'ordine (dovuta anche al fatto che nei mesi precedenti le Brigate Rosse avevano assassinato quattro carabinieri)[3].
Le polemiche vennero inoltre alimentate da alcune circostanze, che seguirono il conflitto a fuoco. I magistrati ricevettero il rapporto dei carabinieri su quanto accaduto solo il 5 aprile 1980 ed entrarono per la prima volta nell'edificio soltanto l'8 aprile 1980, lo stesso giorno in cui furono ammessi i giornalisti, ai quali in precedenza era stato assolutamente vietato l'ingresso nell'abitazione. Le foto scattate all'interno dell'appartamento, infine, sono state pubblicate 24 anni dopo i fatti.
[modifica] Note
- ^ Vincenzo Tessandori, giornalista della Stampa e autore del libro BR, imputazione: banda armata
- ^ Con queste argomentazioni il quotidiano genovese Il Lavoro il giorno dopo i fatti titolò Non è una vittoria
- ^ Giuliano Zincone, all'epoca direttore del Lavoro
[modifica] Bibliografia
- Il Corriere Mercantile, articoli del 12 febbraio 2004, pagina 2 e pagina 3, articoli del 13 febbraio 2004, pagina 2 e pagina 3, articoli del 14 febbraio 2004, pagina 2 e pagina 3, articoli del 15 febbraio 2004, pagina 2 e pagina 3.
- Lorenzo Podestà, Annamaria Ludmann. Dalla scuola svizzera alle Brigate Rosse, Bradipolibri, 2006, ISBN8888329617
- Giorgio Bocca, Noi terroristi, dodici anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, CDE, 1986
[modifica] Voci correlate
- Anni di piombo
- Brigate Rosse
- Patrizio Peci
- Carlo Alberto Dalla Chiesa
- Annamaria Ludmann
- Lorenzo Betassa
- Piero Panciarelli
- Riccardo Dura
- Vittime degli anni di piombo e della strategia della tensione nel 1980