Adriano Sofri

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Adriano Sofri

Adriano Sofri (Trieste, 1º agosto 1942) è un giornalista, scrittore e attivista italiano, ex leader di Lotta Continua, condannato a 22 anni di carcere - dopo un lungo e controverso iter giudiziario - quale mandante dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Condannato nel 1990 è stato scarcerato nel gennaio 2012, per decorrenza della pena[1]. Sofri si è sempre proclamato innocente.[2][3]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Adriano Sofri è nato a Trieste. Il padre, di origine meridionale, era nella Marina Militare mentre la madre triestina era insegnante.[4] Ha un fratello maggiore, Gianni, storico e saggista, e una sorella, Stella. Trascorse l'infanzia a Taranto, poi a Milano, Palermo e Roma[5] dove studiò al liceo classico Virgilio[6].

Nel 1960 alla Normale di Pisa come studente di storia della filosofia[7], ove mantenne comunque un approccio critico verso la carriera accademica ritenendola una «compromissione con il potere»[8], conobbe in quegli anni, Carlo Ginzburg, Adriano Prosperi e Umberto Carpi, anch'essi studenti, ed ebbe tra i suoi professori Delio Cantimori[8]. Venne, dopo esser già stato sospeso, espulso dall'istituto nel 1963 per «infrazione disciplinare»[6] contravvenendo alla regola dell'istituto che non permetteva di portare donne in dormitorio, venendovi sorpreso con colei che successivamente diverrà sua moglie[8]. Per questo motivo non poté ottenere il diploma da normalista ma si laureò comunque, nel 1964[9], all'Università degli studi di Pisa con una tesi sul giovane Gramsci[10].

Sofri nella redazione di Lotta Continua

Fu attivo nella sinistra operaista italiana sin dai primi anni sessanta (collaborò alla rivista Classe operaia), fu tra i fondatori del movimento Il potere operaio pisano[11], per poi fondare la formazione extraparlamentare comunista Lotta Continua, di cui fu uno dei leader principali fino al suo scioglimento nel 1976. Prima dell'omicidio di Luigi Calabresi, il commissario era stato pubblicamente accusato dagli anarchici e da Sofri, per mezzo di una ampia campagna dalle pagine del giornale Lotta Continua, di essere il responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano durante l'interrogatorio relativo alla strage di piazza Fontana.[1] Condannato nel 1990, e nel 1997 in via definitiva, insieme a Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, in seguito alla confessione e testimonianza di Leonardo Marino (ex-militante di Lotta Continua), Sofri si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda e non ha mai presentato richiesta di grazia, che pure è stata invocata da diversi giornalisti e intellettuali.[1]

Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza, si è assunto la corresponsabilità morale dell'omicidio.[2]

Il 16 gennaio 2012 viene scarcerato per decorrenza della pena.[1]

Sposato negli anni '60 con la pisana Alessandra Peretti, da cui nacquero i figli Luca, giornalista, e Nicola. Dal 1972 ha poi avuto per compagna, fino alla scomparsa, la norvegese Randi Krokaa[5]. Adriano Sofri è ateo.[12]

L'attività giornalistica e letteraria[modifica | modifica sorgente]

Dagli anni ottanta, abbandonata la militanza politica, si è dato all'attività di studio e pubblicistica in campo storico-politico con numerosi articoli e saggi. Prima del carcere scrisse importanti reportage per l’Unità e L’Espresso[4], testimone attento, ma raramente distaccato, si appassionò in particolare a due cause: quella dell'indipendenza della Cecenia e quella di Sarajevo, durante la guerra di Bosnia. Negli anni del carcere Sofri ha scritto molto: una breve, ma assai intensa, rubrica quotidiana sul Foglio (Piccola posta), una collaborazione regolare con Repubblica e la rubrica Dopotutto sull’ultima pagina di Panorama, interrotta quando Maurizio Belpietro è diventato direttore del settimanale.[4][13]

L'attività politica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lotta Continua.

Negli anni settanta, come detto, Sofri fu il leader di Lotta Continua, una delle principali formazioni extraparlamentari marxiste. Lotta Continua si distinse per l'attività politica in aperto contrasto con le forze del Parlamento. Dopo il 1976 appoggiò il Partito Comunista Italiano e, successivamente, presentò proprie liste con altre formazioni di sinistra radicale. Dalle pagine dell'omonimo giornale, sul quale Adriano Sofri scriveva, la formazione attaccò fortemente, tra gli altri, il commissario Luigi Calabresi, da loro accusato di essere il responsabile della morte di Pinelli. La campagna venne sostenuta anche da molti giornali e riviste. Quando Calabresi morì assassinato in un agguato il 17 maggio 1972 il giornale titolò: Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli. Ancora prima della vicenda giudiziaria, Sofri abbandonò la politica attiva.[4]

È stato iscritto molte volte al Partito Radicale.[14] Oltre che contro la pena di morte, Sofri si è pronunciato contro l'ergastolo, e per l'abolizione dell'ergastolo ostativo dall'ordinamento italiano.[15]

La vicenda giudiziaria[modifica | modifica sorgente]

L'omicidio Calabresi e il caso Sofri[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Omicidio Calabresi.

Dopo l'assassinio del commissario le indagini furono assai lente. Ci furono molti depistaggi e il caso rimase a lungo uno dei misteri d'Italia. Nel 1988, sedici anni dopo i fatti, Leonardo Marino, nel 1972 militante di LC, confessò davanti ai giudici di essere stato uno dei due membri del commando che aveva ucciso il commissario. Disse di aver guidato l'auto usata per l'omicidio, e accusò Ovidio Bompressi di aver esploso i colpi che uccisero Calabresi; aggiunse che ricevettero l'ordine di compiere l'omicidio da Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, allora leader del movimento.[16] Sofri, Marino e Bompressi furono arrestati, ma successivamente rilasciati in attesa del processo.[16]

Marino descrisse i particolari dell'attentato: il delitto fu accuratamente preparato, le armi furono prelevate da un deposito il giorno 14 maggio, la macchina fu rubata nella notte del 15 maggio, e l'azione venne eseguita il 17 maggio. Vi furono alcuni riscontri alle sue parole anche nelle intercettazioni telefoniche allegate agli atti del processo.

La magistratura, dopo un lungo iter giudiziario, ha sentenziato nel gennaio del 1997 la condanna in via definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Luigi Calabresi.[1]

Sofri venne condannato quale mandante dell'omicidio. Non gli è stato contestato il reato di "banda armata" né circostanze aggravanti eversive, cioè nessuna delle fattispecie previste dall’ordinamento italiano quali mezzi di contrasto del terrorismo politico-ideologico.[17]

Sofri e Pietrostefani, quest'ultimo fuggito in Francia poco tempo prima della sentenza definitiva, sono stati condannati come mandanti dell'omicidio, Bompressi come esecutore materiale. Il pentito Leonardo Marino, correo confesso dell'omicidio, fu condannato a 11 anni di carcere, pena successivamente prescritta.[1]

I primi due gradi di giudizio si conclusero con la condanna degli imputati. Già avverso alla sentenza di primo grado, Adriano Sofri non interpose appello: la sentenza non ebbe esecuzione per l'effetto espansivo del ricorso presentato dai suoi coimputati (anche Leonardo Marino fece appello). Vi è da dire che la decisione di ritenere l'appello altrui impeditivo del passaggio in giudicato della condanna anche nei confronti del non appellante Sofri (per effetto espansivo, per l'appunto) non era affatto scontata, anzi segnò un precedente inedito in giurisprudenza. In ogni caso, la Corte di cassazione, pronunciandosi a sezioni unite, annullò questi primi verdetti affermando l'impossibilità di irrogare una condanna sulla sola base di una chiamata in correo priva di riscontri oggettivi.[1] Nel seguente giudizio di rinvio in appello Sofri (e tutti i coimputati, Marino compreso) vennero assolti per non aver commesso il fatto. Singolarmente, la motivazione della sentenza venne redatta in termini volutamente incoerenti con il dispositivo assolutorio (cosiddetta sentenza suicida), aprendo le porte ad un nuovo annullamento in Cassazione anche di quest'ultima sentenza di assoluzione piena. Aveva così luogo un nuovo giudizio di rinvio che questa volta si concludeva con la condanna di Sofri e degli altri. Questa ennesima sentenza veniva finalmente confermata in Cassazione, passando in giudicato; a seguito di ciò, Sofri e Bompressi (condannati sulla base delle dichiarazioni di Leonardo Marino, che invece fu inizialmente condannato e successivamente si vide dichiarata la prescrizione del reato, perché nelle more dei ricorsi del processo scattarono i termini) si costituivano presso il carcere di Pisa, mentre Giorgio Pietrostefani si sottraeva all'esecuzione della condanna fuggendo in Francia (dove tuttora vive).[1]

Qualche anno dopo aveva luogo un'ulteriore fase di giudizio a seguito dell'accoglimento della richiesta di revisione presentata da Sofri. Questo nuovo processo si svolgeva presso la Corte d'Appello di Venezia e si concludeva con il rigetto del ricorso e quindi con la conferma delle condanne a suo tempo irrogate. Sofri, Bompressi e Pietrostefani si sono costantemente dichiarati innocenti, condotta processuale che (come risulta dalle motivazioni delle molteplici sentenze) è stata ritenuta ostativa della concessione delle attenuanti generiche prevalenti.[1]

Il carcere[modifica | modifica sorgente]

Nel 1997, con la conclusione del lungo iter processuale e la condanna, iniziò il periodo di detenzione di Adriano Sofri, che ha scontato parte della pena nel carcere San Giovanni Bosco di Pisa. Inizialmente sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2019[18], per il totale dei 22 anni di condanna.[1]

Nel giugno del 2005 ottenne la semilibertà per collaborare con la Scuola Normale Superiore di Pisa alla sistemazione degli archivi di Eugenio Garin e Sebastiano Timpanaro, rientrando in carcere ogni sera.[1] Nel novembre dello stesso anno, mentre si trovava solo in cella, venne colpito dalla sindrome di Boerhaave, una malattia piuttosto rara che gli comporta la rottura di cinque centimetri dell'esofago. Sofri venne soccorso, tracheotomizzato e posto in coma farmacologico, dopo una delicata operazione chirurgica.[19] A causa delle cattive condizioni di salute, che gli hanno imposto un lungo ricovero all'ospedale "Santa Chiara" di Pisa, gli è stata concessa la sospensione della pena.[1] Nel gennaio del 2006 venne dimesso, tornando in libertà per il periodo di convalescenza rimanente.[1]

Lo stesso anno ottenne 23 voti all'elezione del Presidente della Repubblica, in segno di sostegno da parte del gruppo parlamentare radical-socialista della Rosa nel Pugno.[20] Fino al gennaio 2012 scontò la pena agli arresti domiciliari, ma ebbe l'autorizzazione a partecipare a vari incontri e trasmissioni televisive. Durante la detenzione Sofri ha continuato la sua attività giornalistica e letteraria.[1]

Le richieste di grazia e il movimento innocentista[modifica | modifica sorgente]

Sofri non ha mai presentato personalmente richiesta di grazia, ritenendo un tale atto incongruo a sanare la posizione personale di un innocente. Tuttavia, intorno al caso Sofri è sorto in Italia un movimento innocentista di opinione pubblica volto a promuovere l'atto di clemenza.[1] Ne fanno parte molti esponenti della sinistra, ma anche personaggi di altre correnti politiche. La confessione di Marino, difatti, e l'attendibilità che gli fu attribuita furono oggetto di critiche da parte della difesa dei tre chiamati in correità e da un movimento di opinione.[16] Tra gli esponenti innocentisti si trovarono tra gli altri giornalisti come Giuliano Ferrara, ex appartenenti a Lotta Continua come Gad Lerner[21], ex collaboratore del giornale, ex esponenti del Soccorso Rosso Militante come Dario Fo e alcuni tra gli autori della campagna di stampa contro Calabresi che ne precedette l'assassinio, oltre ad altri come don Luigi Ciotti[22] e Marco Pannella.[23] Il pentito, afferma la tesi innocentista, sarebbe caduto in contraddizioni durante il processo, che lo avrebbero portato a correggere diverse volte la propria testimonianza nelle parti che riguardavano la partecipazione come mandanti di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.[24]

Nel 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, pur sollecitato da numerosi parlamentari, circa 200, e da molti cittadini comuni (160 mila firmatari)[25], rifiutò di firmare la grazia, con una lettera ai Presidenti delle Camere, Luciano Violante e Nicola Mancino.[1]

Nel periodo 2001-2006, i ripetuti inviti a dare corso alla richiesta di grazia, avanzati in maniera trasversale da esponenti della politica e della cultura (ma mai da Sofri in persona), sono sempre stati respinti dal Ministro della Giustizia Roberto Castelli, malgrado il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi avesse nello stesso periodo più volte manifestato la volontà di concederla, tanto da giungere a un conflitto con il guardasigilli risolto poi dalla Corte Costituzionale che, con sentenza n.200 del 18/05/2006, ha stabilito che non spetta al Ministro della giustizia di impedire la prosecuzione del procedimento di grazia, ma esso è un libero provvedimento motu proprio del Capo dello stato; in poche parole Ciampi avrebbe potuto concedere la grazia anche senza la controfirma del guardasigilli.[1]

Alla fine la grazia non fu concessa perché la sentenza fu emessa tre giorni dopo che Ciampi aveva concluso il suo mandato di Presidente della Repubblica.[1]

La grazia fu invece concessa a Ovidio Bompressi, autore materiale secondo la sentenza in Cassazione, dell'omicidio Calabresi, che ne fece richiesta al neoeletto Napolitano (fu uno dei suoi primi atti).[1]

La posizione sull'indulto[modifica | modifica sorgente]

Sofri ha partecipato attivamente al dibattito legato al provvedimento di indulto del 2006, fortemente caldeggiato da papa Giovanni Paolo II. Nell'ambito di tale dibattito, ha avuta una certa eco mediatica l'accesa polemica con il giornalista Marco Travaglio, che l'ha accusato di beneficiare lui stesso dell'indulto.[26]

Fine pena[modifica | modifica sorgente]

Il 16 gennaio 2012, godendo di alcuni sconti e riduzioni, tra cui l'indulto del 2006, l’ufficio di sorveglianza di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena per Adriano Sofri, che ha scontato, sotto vari regimi di detenzione (8 anni in carcere, 7 in semilibertà e arresti domiciliari), una pena complessiva di circa 15 anni di reclusione, così ridotta dai 22 iniziali, ed è tornato un uomo libero, dopo 22 anni esatti dalla prima condanna del 1990.[1][27]

Opere[modifica | modifica sorgente]

  • Memoria , Sellerio Editore, 1990
  • L'ombra di Moro, Sellerio Editore, 1991
  • Le prigioni degli altri, Sellerio Editore, 1993
  • Il nodo e il chiodo, Sellerio Editore, 1995
  • Lo specchio di Sarajevo, Sellerio Editore, 1997 ISBN 88-389-1265-3
  • Piccola posta, Sellerio Editore, 1999 ISBN 88-389-1534-2
  • Racconto di Natale, Einaudi, 2002 con illustrazioni di Sergio Staino
  • Altri Hotel. Il mondo visto da dentro, 1997-2002, Mondadori, 2002
  • Gli angeli del cortile, Einaudi, 2003 con illustrazioni di Sergio Staino
  • L'impero delle cicale. Il terzo racconto di Natale, Coconino Press, 2004 con illustrazioni di Sergio Staino
  • Chi è il mio prossimo, Sellerio Editore, 2007 ISBN 88-389-2259-4
  • Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l'aborto, Sellerio Editore, 2008
  • La notte che Pinelli, Sellerio Editore, 2009 ISBN 88-389-2371-X
  • Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli, Lindau, 2012 con Gianfranco Ravasi
  • Doppio rosso. Cina e Cuba. La differenza, la somiglianza, Skira, 2012 con De Benedetti Neige e Visetti Giampaolo
  • Machiavelli, Tupac e la Principessa, Sellerio Editore, 2013
  • Reagì Mauro Rostagno sorridendo, Sellerio Editore, 2014

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Corriere della Sera, biografia: Sofri, Adriano
  2. ^ a b Sofri: «Dissi "Calabresi sarai suicidato". Sono innocente. Ma corresponsabile», Corriere.it. URL consultato il 18/01/2009.
  3. ^ Adriano Sofri risponde a Rocco Casalino, portavoce del M5S
  4. ^ a b c d Giorgio Dell'Arti, Sofri Adriano, 2007.
  5. ^ a b Giuseppe D'Avanzo, La vita da Pisa a Pisa Storia di un ritorno in La Repubblica. URL consultato il 27 luglio 2013.
  6. ^ a b Formidabili quegli anni la nostalgia degli ex, la Repubblica.it. URL consultato il 29/11/2010.
  7. ^ Intervista a Fabio Mussi, Normalenews.it. URL consultato il 29/11/2010.
  8. ^ a b c Sofri: «Torno alla Normale che mi cacciò», Corriere.it. URL consultato il 29/11/2010.
  9. ^ SOFRI, DALLA NORMALE DI PISA AL CARCERE PER IL DELITTO CALABRESI in TG1, 16 gennaio 2012. URL consultato il 29 luglio 2013.
  10. ^ Sofri e D’Alema sullo stesso binario in Il Tirreno, 10 marzo 2008. URL consultato il 29 luglio 2013.
  11. ^ Adriano Sofri torna in libertà: scontata la pena in Pisa Notizie, 17/01/12. URL consultato il 29 luglio 2013.
  12. ^ Adriano Sofri, un ateo pieno di fede
  13. ^ CHE TEMPO CHE FA/Chi è Adriano Sofri, cofondatore di Lotta Continua
  14. ^ Sofri, un appello per Pannella, Radioradicale.it. URL consultato il 29/11/2010.
  15. ^ http://www.dirittiglobali.it/index.php?view=article&catid=16:carcere-a-giustizia&id=36935:gli-uomini-ombra-che-moriranno-in-carcere&format=pdf&ml=2&mlt=yoo_explorer&tmpl=component Adriano Sofri, Gli uomini ombra che moriranno in prigione
  16. ^ a b c Marino: "Eravamo una generazione persa, ora sono me stesso"
  17. ^ I tre nemici di Adriano Sofri
  18. ^ Calabresi non era nella stanza quando Pinelli volò dalla finestra
  19. ^ Adriano Sofri, Guantanamo, la tortura e noi
  20. ^ La Rosa nel Pugno per Sofri, Di Pietro sceglie Franca Rame
  21. ^ Mario Adinolfi, Il sistema Sofri-Bignardi
  22. ^ Il caso Sofri, Bompressi, Pietrostefani
  23. ^ La grazia a Sofri: il digiuno di Pannella
  24. ^ Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, 1998, capitolo "L'uomo di Bocca di Magra"
  25. ^ Sofri: petizione a Scalfaro, 160.000 firme per la liberazione''
  26. ^ All'affermazione di Travaglio (vedi La scomparsa dei fatti p.15-16) che «essendo [Sofri] condannato per omicidio e dunque beneficiario dell'indulto, lo farà uscire dal carcere tre anni prima», Sofri rispose (6 luglio, da Il Foglio): «Lo squadrista Marco Travaglio scrive [...] una sequela di falsità indegne, allo scopo di galvanizzare l'indignazione pubblica contro l'indulto. Il quale, improvvisamente, diventa anche responsabile del mancato risarcimento ai caduti sul lavoro per le malattie professionali e i morti di amianto. E di mandare in fumo il maxiprocesso contro i boss svizzeri e italiani dell'Eternit. Ma l'indulto non può mandare in fumo nessun processo. [...] E l'indulto non c'entra niente, né può toccare i risarcimenti [...] L'articolo che fa dire agli avvocati di parte civile, i quali avranno le migliori intenzioni, le cose più spericolate [...] è una bassezza, maggiore perché prende a pretesto le attese dei familiari di "caduti sul lavoro e morti di amianto"». (riportato sempre ne La scomparsa dei fatti). La polemica prosegue e allo scritto di Travaglio Sofri risponde ancora, dandogli del «cretino» e su l'Unità ribadisce che si tratta di «falsità assolute e ciniche» allo scopo di tenere «decine di migliaia di miei simili boccheggianti nelle celle della Repubblica»(Adriano Sofri, Cattivi pensieri, l'Unità); gli risponde l'avvocato torinese Sergio Bonetto scrivendo a L'Unità e a Il Foglio, ma solo la prima pubblicherà la lettera. Nei giorni seguenti Travaglio verrà attaccato da Daria Bignardi, nuora dello stesso Sofri, e da Gad Lerner su Vanity Fair, su Oggi da Claudio Martelli e su l'Unità da Sergio Staino, che da anni conduce battaglie "pro-Sofri", e in ultimo da Paolo Franchi su Il Riformista.
  27. ^ Adriano Sofri torna ad essere un uomo libero. Ha scontato la pena per l'omicidio Calabresi

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

  • Le parole del carcere - Adriano Sofri racconta, intervista di Thomas Radigk (1997). La nascita, la storia e lo scioglimento di Lotta Continua.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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