Fascicoli SIFAR

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Con fascicoli SIFAR si indica una vastissima raccolta di dossier (schede informative poliziesche) su politici, militari (tutti gli ufficiali superiori), ecclesiastici (Papa compreso), uomini di cultura, sindacalisti e giornalisti ordinati dal Generale Giovanni De Lorenzo nel corso del suo settennato (1955-1962) alla guida del SIFAR.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Antonio Segni

Il generale Giovanni De Lorenzo arrivò alla massima poltrona SIFAR nel 1955, auspice Giovanni Gronchi e con l'indiretta infulenza di Allen Dulles, uno dei più potenti capi della CIA; la nomina di De Lorenzo tranquillizzò del resto gli americani, per il quale Gronchi peccava di "sinistrismo".[1] De Lorenzo era stato pluridecorato per meriti acquisiti, durante la seconda guerra mondiale, nell'ambito della resistenza italiana anche se nel 1958 fu riformulata la motivazione delle onorificenze, in modo tale da rimuovere i riferimenti alla collaborazione con partigiani.[1] Il suo periodo di comando al SIFAR segnò il record assoluto di oltre sei anni, praticamente corrispondenti al mandato presidenziale di Gronchi, di cui (nel 1960) aveva saputo conquistare la fiducia cavalcando la bufala di un ipotetico rapimento del Capo dello Stato, asseritamente ordito da Randolfo Pacciardi, già Ministro della Difesa.[2][3]

Il presidente Giovanni Leone

Forte di tale "successo" nell'aver sventato un complotto inesistente, De Lorenzo ebbe mano libera nel promuovere una colossale opera di schedatura (157 000 fascicoli, di cui più di 30 000 giudicati poi "illegali" dalla commissione militare d'inchiesta presieduta dal generale Beolchini,[4] 1967)[5] che riguardò dapprima ogni singolo parlamentare, estendendosi poi con grande diligenza a "sindacalisti, dirigenti di partito, industriali, funzionari di ogni ramo, sacerdoti ed esponenti delle varie organizzazioni diocesane".[6] La raccolta di informazioni, anche dal punto di vista dell'approfondimento, andava ben oltre le finalità istituzionali o prevedibili (si tendeva a conoscere "tutto di tutti").[7] I fascicoli furono anche oggetto di indagine da parte di una commissione parlamentare, guidata dall'onorevole Giuseppe Alessi,[8] in seguito alla cui relazione la Camera dei deputati nel 1971 deliberò la distruzione dei fascicoli.[9] A tutto agosto del 1974 la distruzione non era stata ancora effettuata, e ne venne incaricato il tenente colonnello Antonio Viezzer,[10] direttore dell'archivio del SID, il quale, essendo "uno dei più stretti collaboratori di Licio Gelli, il Venerabile Maestro della Loggia P2",[11] dirottò invece i fascicoli verso gli archivi di quest'ultimo.[9] Secondo quanto affermato dall'allora ministro della difesa Valerio Zanone nel maggio del 1988 vennero poi effettivamente distrutti 497 fascicoli "illegittimi", anche se il giorno dopo, ad una effettiva verifica di una apposita commissione, si scoprì che l'operazione non era stata ancora effettuata, "ma solo per disguidi burocratici" [9] e venne materialmente compiuta non appena la commissione venne autorizzata ad accedere ai fascicoli classificati preliminarmente alla distruzione.

Sempre a proposito dell'aspetto qualitativo di tale raccolta,[7] risulta sia la tendenza a riscrivere i rapporti a distanza di tempo in funzione della committenza politica cui erano destinati, sia, peggio ancora, la prassi di registrare, in tali relazioni, delle "notizie" che il servizio stesso aveva preventivamente messo in circolazione ad arte.[12] De Lorenzo riuscì anche a far cambiare il regolamento sulla carriera degli ufficiali in modo da estendere artificiosamente il suo periodo di direzione del SIFAR.[13] Sempre nel 1962 ottenne di far collocare anticipatamente a riposo il suo collega Renato De Francesco,[14] per rimpiazzarlo nella posizione di Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri.[15] Questo momento segna probabilmente l'apogeo del potere di De Lorenzo, se si considera che al contempo aveva collocato al vertice del SIFAR un suo uomo di fiducia (già capo Ufficio «D»), Egidio Viggiani,[16] previa sua illecita promozione a generale.[15] A rinforzo del sistema, si poneva il fatto che predetto Ufficio «D» contemporaneamente era andato al generale Giovanni Allavena,[17] altra personalità legata saldamente a De Lorenzo. È stato infatti accertato che egli fosse riuscito a piazzare ben diciassette suoi fedelissimi in posti di rilievo del SIFAR o dell'Arma dei Carabinieri, istituzioni che evidentemente era riuscito a colonizzare in maniera sistematica.[18] La nominata commissione Beolchini ha anche assodato che la raccolta di informazioni compiuta da tale apparato era finalizzata ad evidenti intenti ricattatorii, sia nelle illegittime modalità di esecuzione, sia nell'intenzionale travisamento dei fatti preordinato al raggiungimento di conclusioni quanto più svantaggiose per il vigilato.[19] Tutta questa messe di dati fu utilizzata in numerosissime occasioni, perfino per "pilotare" la successione di Gronchi verso la figura di Antonio Segni, screditandone il potenziale rivale Giovanni Leone anche con una campagna diffamatoria, svolta presso tutti parlamentari, avente ad oggetto i costumi sessuali di sua moglie Vittoria Michitto, meglio nota come "Donna Vittoria".[20][21][22]

L'affermazione di Segni (1962) era praticamente coeva all'uscita di scena di Tambroni, in un clima di spostamento a sinistra degli equilibri politici.[23]La regia americana e De Lorenzo, già in quest'epoca, ponevano le basi del Piano Solo, che si sarebbe dispiegato un paio d'anni più tardi.[24] L'atteggiamento americano fu peraltro oggetto di vivace dibattito interno, tra l'amministrazione Kennedy, orientata ad una certa apertura verso i socialisti italiani, ed il Pentagono, arroccato su posizioni più prudentemente conservatrici.[25] Già a quel tempo infatti, gli ambienti USA più intransigenti teorizzavano l'intervento di "squadre d'azione" in grado di compiere provocatorii attentati contro la Democrazia Cristiana e quotidiani —da attribuire ad estremisti di sinistra— in modo da giustificare severe misure di emergenza.[26] Un uomo chiave di queste trame è sicuramente il colonnello Renzo Rocca,[27] [28]capo dell'ufficio Ricerche Economiche ed Industriali (REI) del SIFAR.[29] Tale organo si sarebbe dovuto occupare di controspionaggio industriale, ma già da lungo tempo si era focalizzato nel reperimento di fondi "anticomunisti", elargiti dalle imprese in cambio di appalti per commesse militari ed altre agevolazioni più o meno legittimamente concesse da pubbliche amministrazioni.[30] In questo quadro, benché in termini che non potranno mai essere chiariti fino in fondo, risulterà fondamentale la collaborazione di Rocca con Luigi Cavallo e Vittorio Valletta, un uomo —quest'ultimo— che incarnerà un pezzo di storia industriale italiana, ai vertici della FIAT.[31] Il terzetto, verso il 1963-'64, era particolarmente attivo nell'organizzare e dirigere quelle che Ferruccio Parri chiamava "squadre di disordine", ovvero nuclei di provocatori preposti a fomentare tumulti in occasione di manifestazioni della sinistra, politica o sindacale.[32] Tra questi provocatori, pronti peraltro ad appoggiare i carabinieri al momento convenzionalmente indicato, si sarebbero annoverati sia comuni civili, sia ex militari, ex marinai ed anche repubblichini della X MAS.[33] Sfortunatamente, uno dei protagonisti di questi eventi, cioè lo stesso Rocca, non potrà dichiarare alcunché alle commissioni d'inchiesta degli anni 1970, poiché (almeno ufficialmente)[34] si era suicidato nel 1968.[35][36][37]

A fianco a questa attività apertamente bellicosa, l'ufficio REI curava pure (giovandosi di finanziamenti che la Confindustria assegnava in forma di "contratti pubblicitari") un'azione editoriale che si sostanziava nella diffusione di stampa anticomunista realizzata da testate che spesso esistevano solo in concomitanza di detti contributi economici.[38] La sinergia tra Confindustria e REI si spingeva al punto che la prima manteneva un ufficio (denominato CIS) in una sede di copertura del SIFAR (la cosiddetta SIATI, Società Italiana Applicazioni Tecniche Industriali, formalmente corrente nella capitale, Via del Corso 303) che impiegava anche due veterani del "servizio".[39]

I dati sul numero[modifica | modifica wikitesto]

Da un numero iniziale di 2.000 fascicoli, si passò a 17.000 nel 1960, fino ad arrivare a 117.000 nel 1962 (stimati in 157.000 dalla Commissione Beolchini). Il generale Aldo Beolchini avrebbe detto, in un'intervista a Il Mondo, "Alcuni erano mastodontici. Per l'onorevole Fanfani, ad esempio, c'erano quattro volumi, ciascuno gonfio come un doppio dizionario."[40]

La distruzione[modifica | modifica wikitesto]

Una volta scoperta l'esistenza di tali dossier, se ne stabilì l'illegittimità e si decise di distruggerli (sebbene vi sia chi sostenga che in realtà non fossero stati distrutti o che fossero stati copiati prima della distruzione). A tale compito fu preposto il ministro alla Difesa Giulio Andreotti. Parallelamente si scoprì che anche il più piccolo ma non meno potente Servizio di Sicurezza (SDS) del ministero dell'interno (allora diretto dal prefetto Federico Umberto D'Amato, peraltro collaboratore stabile dell'OSS), aveva iniziato un'analoga espansione delle sue schedature (già ricche dell'eredità dei tempi di Bocchini); anche di queste si richiese la distruzione, che fu curata da Vincenzo Parisi, in seguito capo della polizia.

Dopo la data di distruzione ufficiale dei fascicoli si sospettò che alcuni fossero stati salvati, o che ne fossero state effettuate precedentemente delle copie (p. es. Licio Gelli fu sospettato di avere copia di numerosi fascicoli e di averli portati in Uruguay durante la latitanza). Giulio Andreotti nel 1997, durante un'audizione alla commissione stragi, sostenne che i fascicoli erano stati tutti distrutti e che, secondo lui, le copie successive di cui si sospettava l'esistenza fossero in realtà fascicoli nuovi, prodotti radunando nuovamente le informazioni contenute negli atti dei vari uffici periferici dei servizi che erano servite per compilare i fascicoli originali e che non erano stati distrutti.

Il dibattito sull'utilizzo[modifica | modifica wikitesto]

La stesura di tali fascicoli si rivelò di grande utilità (dal punto di vista del De Lorenzo) in occasione del Piano Solo, quando attraverso un controllo incrociato degli stessi fu possibile desumere una lista di soggetti di potenziale "pericolosità" e da allontanare (gli "enucleandi").

In realtà, e secondo una lunga e consolidata tradizione tutta italiana nel settore, i dossier servivano a studiare le inclinazioni e gli interessi (al fine di poterne prevedere le mosse o gli intenti) di quelle personalità ritenute capaci di potenziale influenza sui destini e sulla quotidianità dello Stato.

La circostanza che di ciascuno degli individui analizzati venissero riportati qualità e difetti faceva parte dell'ordinaria indagine tipicamente esperita da servizi segreti; i difetti, infatti, potendo costituire oggetto di ricatto, esponevano gli interessati al rischio di condizionamenti esterni delle loro scelte, pericolo gravissimo negli ambiti della politica e delle istituzioni. La nota spiccata affezione del presidente Saragat per gli alcolici, ad esempio, avrebbe potuto essere strumentalmente usata da potenze straniere al fine di ricattarlo, imponendogli scelte politiche con la minaccia di esporlo al pubblico ridicolo e terminarne così la carriera per discredito. Si sostenne però che le informazioni raccolte nei fascicoli SIFAR fossero a disposizione del Servizio per scopi ricattatori casalinghi.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 61
  2. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 62
  3. ^ Trionfera, op. cit. pagg. 17-18
  4. ^ Presidenti del CASD - Generale C.A. Aldo Beolchini - dal 01 luglio 1962 al 19 ottobre 1964
  5. ^ Trionfera, op. cit., pag. 134 e segg. Vi è riportato il testo "censurato" disponibile all'epoca; la de-segretazione sarebbe stata concessa da Giulio Andreotti solo nel 1990. (De Lutiis, I servizi, op. cit., nota a pag. 519)
  6. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 63
  7. ^ a b De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 64
  8. ^ Documento interno della VI legislatura
  9. ^ a b c Giorgio Boatti, Enciclopedia delle spie, Milano, Rizzoli, 1989, ISBN 88-17-85246-5. pagg. 140-141
  10. ^ P2: la controstoria (7) LA P2 NEL 1970 1974: STATO, POLITICI
  11. ^ Membri della Loggia P2 (Disinformazione.it)
  12. ^ Deposizione del generale Beolchini alla commissione parlamentare d'inchiesta.Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. Relazione di minoranza, Roma, 1971, pag. 68
  13. ^ Si veda la Circolare 4 marzo 1962 n. S2/511 dello Stato Maggiore della Difesa.
  14. ^ STORIA D'ITALIA DA MUSSOLINI A BERLUSCONI
  15. ^ a b De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 65
  16. ^ SIFAR − archivio900.it
  17. ^ Giovanni Allavena − archivio900.it
  18. ^ Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. Relazione di minoranza, Roma, 1971, pag. 74
  19. ^ Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. Relazione di minoranza, Roma, 1971, pag. 68
  20. ^ Virgilio Ilari, Le forze armate tra politica e potere, Vallecchi, Firenze 1978, pag. 64
  21. ^ la Repubblica/dossier: Inchiesta/ Come si fa un presidente
  22. ^ la Repubblica/dossier: First lady, un'insidia nella partita Quirinale
  23. ^ Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, ISBN 8817118761, 9788817118767, pag. 360
  24. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 67
  25. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 68
  26. ^ Roberto Faenza con la collaborazione di Edward Becker, Il Malaffare. Dall'America di Kennedy all'Italia, a Cuba, al Vietnam, Mondadori, 1978, pag. 317
  27. ^ Renzo Rocca − archivio900.it
  28. ^ Philip Willan, op. cit., pp. 45-46
  29. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 69
  30. ^ Ruggero Zangrandi, Inchiesta sul SIFAR, Editori Riuniti, 1970, pag. 103
  31. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 70
  32. ^ Ferruccio Parri, Al fondo della crisi, in L'Astrolabio, 4 febbraio 1968
  33. ^ Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. Relazione di maggioranza, Roma, 1971, pagg. 554 e 556-557
  34. ^ P2: la controstoria (21) LE MORTI MISTERIOSE | RadioRadicale.it
  35. ^ Community Rai > Suicidi o Suicidati?
  36. ^ Associazione ANAVAFAF - NON C'È IL FATO NELLA LUNGA SCIA DI MORTI ...
  37. ^ muiono come mosche gli 007italiani - Spazioforum.NET
  38. ^ De Lutiis, I servizi, op. cit., pag. 72
  39. ^ Zangrandi, Inchiesta, op. cit., pagg. 73-74
  40. ^ Philip Willan,I burattinai. Stragi e complotti in Italia. Tullio Pironti editore, 1993, pp. 44-45

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Boatti, Enciclopedia delle spie, Rizzoli, 1989, ISBN 8817852465, 9788817852463
  • Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Sperling & Kupfer, 2010, ISBN 9788820047276
  • Renzo Trionfera, Sifar affair, ed. Reporter, 1968