Rogo di Primavalle

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Rogo di Primavalle
Fratelli-mattei1.jpg
i fratelli Mattei, vittime del rogo
Stato Italia Italia
Luogo Roma
Obiettivo la casa del dirigente missino Mario Mattei
Data 16 aprile 1973
Tipo Incendio doloso
Morti Stefano Mattei, Virgilio Mattei
Responsabili Potere Operaio tramite Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo
Motivazione violenza politica

Con l'espressione rogo di Primavalle s'indica un atto delittuoso di natura politica compiuto da militanti di Potere Operaio nel quartiere di Primavalle, a Roma, nel 1973, in seguito al quale persero la vita Virgilio e Stefano Mattei rispettivamente di 22 e 8 anni[1], figli di Mario Mattei, segretario della sezione "Giarabub" di Primavalle del Movimento Sociale Italiano.

Il fatto[modifica | modifica wikitesto]

Lo stabile di via Bernardo da Bibbiena con visibili i segni dell'incendio

Nella notte del 16 aprile 1973 alcuni aderenti all'organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra Potere Operaio versarono benzina sotto la porta dell'appartamento abitato dalla famiglia composta da Mario Mattei, dalla moglie Anna Maria ed i figli, al terzo piano delle case popolari di via Bernardo da Bibbiena.

Mattei era allora il Segretario della Sezione "Giarabub" del Movimento Sociale Italiano, in via Svampa a Primavalle.

Divampò un incendio che distrusse rapidamente l'intero appartamento. La madre Anna Maria e i due figli più piccoli, Antonella di 9 anni e Giampaolo di soli 3 anni, riuscirono a fuggire dalla porta principale. Altre due figlie si salvarono: Lucia, di 15 anni, aiutata dal padre Mario si calò nel balconcino del secondo piano e da lì si buttò, presa al volo ancora dal padre. Silvia, 19 anni, si gettò dalla veranda della cucina e riportò incredibilmente solo qualche frattura. Due dei figli, Virgilio di 22 anni, militante missino nel corpo paramilitare dei Volontari Nazionali[2], e il fratellino Stefano di 8 anni morirono carbonizzati, non riuscendo a gettarsi dalla finestra. Il dramma avvenne davanti ad una folla che si era accumulata nei pressi dell'abitazione, e assistette alla progressiva morte di Virgilio, rimasto appoggiato al davanzale, e di Stefano, scivolato all'indietro dopo che il fratello maggiore che lo teneva con sé perse le forze.

« Il 16 aprile 1973 arrivai con una troupe poco dopo l'allarme, dato alle quattro del mattino. Vidi il corpo carbonizzato del figlio maggiore di Mattei, Virgilio, ricurvo sul davanzale della finestra come un'orrenda coperta nera. Alle sue spalle c'era il cadavere del fratellino Stefano, dieci anni, bruciato anche lui. Il resto della famiglia s'era salvato, a prezzo di ferite gravi, gettandosi dal terzo piano »
(Bruno Vespa nel suo libro "Rai, la grande guerra" rievoca l'orrendo spettacolo del Rogo di Primavalle)

Gli attentatori lasciarono sul selciato una rivendicazione della loro azione: “Brigata Tanas – guerra di classe – Morte ai fascisti – la sede del MSI – Mattei e Schiavoncino colpiti dalla giustizia proletaria”.

Le indagini di Potere Operaio[modifica | modifica wikitesto]

Il vertice di Potere Operaio ebbe subito l'intuizione sullo svolgimento dei fatti. Valerio Morucci in un suo libro ha descritto come il vertice del movimento ebbe conoscenza precisa del fatto.

Furono interrogati i presunti autori che negarono in maniera non convincente. Fu incaricato Valerio Morucci di accertare l'effettivo svolgimento.[3]

In "Ritratto di un terrorista da giovane" 1999 di Morucci (che in seguito entrerà nelle Brigate Rosse) lo stesso parla di un "interrogatorio" che tenne all'epoca pistola alla mano onde "esortare" uno dei colpevoli a farsi avanti ed ottenendo un'ammissione di responsabilità da parte di Marino Clavo.

Le indagini della magistratura[modifica | modifica wikitesto]

Le indagini seguirono piste collegate all'extraparlamentarismo di sinistra, in particolare vennero indagati esponenti di movimenti collegati a Potere Operaio[4] che ribatté pubblicamente parlando di "montatura poliziesca".

Il 18 aprile 1973 fu arrestato Achille Lollo come presunto responsabile; avrebbe scontato 2 anni di carcere preventivo.

Furono poi rinviati a giudizio, per strage: Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo.

I tentativi di depistaggio e gli scontri durante le udienze[modifica | modifica wikitesto]

Fu redatto un opuscolo denominato "Controinchiesta", in cui la responsabilità fu attribuita a una faida interna tra esponenti di destra. Nel libro del "Collettivo Potere Operaio" Primavalle: Incendio a porte chiuse[5] la nota dell'editore sostiene:

« La montatura sull'incendio di Primavalle non si presenta come il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a lungo e ad alto livello, tipo «strage di stato», «Primavalle» è piuttosto una trama costruita affannosamente, a «caldo» da polizia e magistratura, un modo di sfruttare un'occasione per trasformare un "banale incidente" o un oscuro episodio - "nato e sviluppatosi nel vermiciaio della sezione fascista del quartiere" - in un'occasione di rilancio degli opposti estremismi in un momento in cui la strage del giovedì nero con l'uccisione dell'agente Marino - avvenuta a Milano 3 giorni prima - ne aveva vanificato la credibilità. »

Molti gli intellettuali ed i giornali che si schierarono per difendere gli imputati. Tra i più autorevoli quotidiani a prendere queste posizioni ci fu Il Messaggero, il più diffuso quotidiano di Roma, il cui direttore Alessandro Perrone era zio di Diana Perrone, lei stessa militante di Potere Operaio e successivamente coinvolta nelle indagini e deceduta il 9 maggio 2013 a Roma a seguito di una lunga malattia. Questa prima fornì un alibi per Lollo, Clavo e Grillo, per poi, dopo fortissima pressione del padre Ferdinando Perrone (editore dello stesso Messaggero) ritrattare sostenendo che lei era solo in compagnia del Gaeta e non degli indiziati. Non è mai stato chiarito se la Perrone fosse o meno al corrente delle intenzioni di Lollo e degli altri partecipanti al rogo.

Franca Rame, allora esponente dell'Organizzazione Soccorso Rosso Militante, in una lettera datata 28 aprile 1973 scrive al Lollo Ti ho inserito nel Soccorso rosso militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo[6][7].

Al di fuori del tribunale di Roma, durante le udienze ci furono manifestazioni della sinistra che chiedevano il proscioglimento dei tre militanti di Potere Operaio.

Alla campagna innocentista in favore dei tre indagati contribuirono anche alcuni autorevoli personaggi della sinistra quali il senatore comunista Umberto Terracini (già presidente dell'Assemblea Costituente e uno dei tre firmatari della Costituzione italiana), il deputato socialista Riccardo Lombardi (già membro anch'egli Assemblea Costituente e capo storico della corrente "autonomista" del suo partito) e lo scrittore Alberto Moravia[8].

Il 28 febbraio 1975, alla fine della quarta udienza del processo, vi furono scontri tra simpatizzanti di destra e di sinistra: lo studente greco Mikis Mantakas, simpatizzante del FUAN-Caravella, venne ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra vicino al Palazzo di Giustizia.

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Achille Lollo durante il processo del 1975

Furono rinviati a giudizio Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo.

Processo di primo grado[modifica | modifica wikitesto]

Il processo di primo grado iniziò il 24 febbraio 1975, a quasi due anni dal rogo. In stato di detenzione Achille Lollo, Manlio Grillo e Marino Clavo latitanti.

Durò più di tre mesi, tra violente manifestazioni della sinistra extraparlamentare che, al grido di "Lollo libero", sostenne i tre.

Inizialmente l'accusa ipotizzata fu di strage e la pubblica accusa richiese la pena dell'ergastolo.

Si concluse con l'assoluzione per insufficienza di prove degli imputati dalle accuse di incendio doloso e omicidio colposo.

Processo di secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

In secondo grado, Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo, furono condannati a 18 anni di carcere per omicidio preterintenzionale.

Lollo, rilasciato in attesa di processo d'appello, fuggì in un paese del Sud-America con il quale riteneva l'Italia non avesse trattati di estradizione, che invece vi erano, ma in realtà poté restarvi poiché per la legge brasiliana il reato era prescritto a causa del lungo tempo ormai trascorso al momento della domanda di estradizione. Manlio Grillo si rifugiò invece in Nicaragua grazie alla complicità, di cui aveva goduto anche il Lollo, di Oreste Scalzone. Marino Clavo risulta tuttora non rintracciabile.

La prescrizione[modifica | modifica wikitesto]

La pena è stata dichiarata estinta dalla Corte d'appello di Roma per intervenuta prescrizione, su istanza dell’avvocato Francesco Romeo, difensore di Marino Clavo.

Ciò è stato possibile per il tipo di condanna applicata in secondo grado, come lamentato da Ignazio La Russa. Anche Walter Veltroni, sindaco di Roma al momento della notizia della prescrizione, emise una dichiarazione assai critica[9].

Verso una riapertura del caso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2005 ci sono state varie interviste che hanno portato a una riapertura dei fascicoli[10].

  • il 10 febbraio il Corriere della Sera pubblicò un'intervista ad Achille Lollo in cui questi ammise la colpevolezza propria e degli altri due condannati insieme a lui, aggiungendo che a partecipare all'attentato furono in sei, i tre condannati più altri tre di cui Lollo fece i nomi: Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco. Inoltre ammise di aver ricevuto aiuti dall'organizzazione per fuggire[11]. Achille Lollo che ha vissuto per anni in Brasile dove si è dichiarato rifugiato politico (status non riconosciuto dalle autorità locali), nel gennaio 2011 è ritornato in Italia.
  • il 12 febbraio Oreste Scalzone, a quel tempo dirigente di Potere Operaio, rilasciò sul caso un'intervista a RaiNews24 in cui dichiarò di aver aiutato due colpevoli a fuggire.
  • il 13 febbraio Franco Piperno, all'epoca dei fatti Segretario nazionale di Potere Operaio, in un'intervista su la Repubblica confermò anch'egli che il vertice di Potere Operaio fu informato di tutto, seppur solo dopo i fatti.
  • Il 17 febbraio anche Manlio Grillo ammise per la prima volta, in un'intervista pubblicata su La Repubblica, la propria responsabilità e che ricevette aiuti dall'organizzazione per fuggire[12].
    Nell'ottobre del 2006 affermerà che la cellula terrorista di cui faceva parte era legata alle Brigate Rosse.
  • Lanfranco Pace, a quel tempo dirigente di Potere Operaio a Roma, nega ci siano stati mandanti nell'attentato ed afferma che fu un'iniziativa autonoma[13].

La riapertura: reato di strage[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda è tornata alla ribalta poiché la procura di Roma ha recentemente riaperto il caso avendo assunto nozione di nuovi dettagli (appresi da dichiarazioni degli imputati) che consentirebbero di richiedere la revisione del processo ipotizzandosi ora un reato di strage. Paolo Gaeta, Diana Perrone e Elisabetta Lecco sono stati iscritti dalla procura di Roma nel registro degli indagati per strage, reato per il quale non si applica la prescrizione.

Nel 2005 la famiglia Mattei ha sporto denuncia indicando quali mandanti dell'attentato Lanfranco Pace, Valerio Morucci e Franco Piperno. Fra le dichiarazioni che questi rilasciarono in quell'anno emergono elementi che fanno sembrare molto probabile che essi sapessero molto e che il depistaggio sia stato voluto.

Tutti gli organizzatori, esecutori e comprimari della strage finora identificati sono a piede libero e taluni svolgono compiti di rilievo nell'informazione pubblica e della pubblicistica (Pace, Morucci, Piperno, Scalzone, Grillo); altri sono tuttora latitanti all'estero (Lollo)[nel paragrafo precedente si dice che è rientrato nel 2011]; altri non sono rintracciabili (Clavo). Il processo fu sospeso quando Diana Perrone fu inabilitata a causa della sua patologia neurologica che l'ha portata al decesso, dopo la scomparsa della Perrone il processo dovrebbe riprendere per tutti gli altri imputati.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Telese, 2006, pag. 65
  2. ^ «L'assalto a La Sapienza fu ordinato dall'Msi» di Nicoletta Orlandi Posti, Libero, 19 marzo 2008
  3. ^ Valerio Morucci, Ritratto di un terrorista da giovane, Piemme, 1999, ISBN 978-88-384-4462-3.
  4. ^ Il rogo di Primavalle
  5. ^ Giulio Savelli, 1974; la citazione è tratta dal secondo paragrafo di pagina 1.
  6. ^ Telese, 2006, pag. 83
  7. ^ È morta Franca Rame, l’attrice “militante” che scrisse lettere di sostegno all’assassino dei fratelli Mattei | Secolo d'Italia
  8. ^ Pierluigi Battista, Il rogo di Primavalle falò delle verità, Corriere della Sera, 28/04/2008, pag. 28
  9. ^ Rogo di Primavalle: pena estinta indignazione e polemiche, La Repubblica, 31 maggio 2013.
    «Sdegnato anche il sindaco di Roma Walter Veltroni: "Quello dei fratelli Mattei fu uno dei delitti più efferati della storia del terrorismo italiano. Bruciare due ragazzi in quel modo è qualcosa che non può cadere in prescrizione. I responsabili non possono tornare nella nostra città senza scontare una pena"».
  10. ^ Piperno: sapevo la verità sul rogo mentii per salvare Potere operaio, Corriere della Sera, 4 febbraio 2005.
  11. ^ «A Primavalle eravamo in sei», Corriere della Sera, 10 febbraio 2005.
  12. ^ Rogo Primavalle, parla Grillo "Lollo mente, eravamo solo in tre", Repubblica.it, 17 febbraio 2005.
  13. ^ Rogo di Primavalle, denunciati Piperno, Morucci e Pace, Repubblica.it, 11 febbraio 2005.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Breve intervista ad Anna Valle e Ignazio La Russa sull'episodio, realizzata da La Storia siamo noi di Giovanni Minoli

Coordinate: 41°54′54.19″N 12°24′49.26″E / 41.915052°N 12.413682°E41.915052; 12.413682

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