il Giornale

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il Giornale
Logo di il Giornale
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Periodicità quotidiano
Genere stampa nazionale
Formato Berlinese a 6 colonne
Fondatore Indro Montanelli
Fondazione 25 giugno 1974
Inserti e allegati
Sede Via Gaetano Negri 4, Milano
Editore Società Europea di Edizioni
Tiratura 188.580 (dicembre 2013)
Diffusione cartacea 104.714 (dicembre 2013)
Diffusione digitale 2.146 (dicembre 2013)
Direttore Alessandro Sallusti
Vicedirettore Nicola Porro (vicario), Giuseppe De Bellis, Salvatore Tramontano
Distribuzione
cartacea
Edizione cartacea singola copia/
abbonamento
multimediale
Sito web www.ilgiornale.it
ilgiornaleoff
Tablet PC singola copia/
abbonamento[1]
Smartphone gratuito[2]
 

il Giornale (dalla fondazione sino al 1983 Il Giornale Nuovo) è un quotidiano nazionale italiano fondato a Milano nel 1974 da Indro Montanelli, il quale lo diresse ininterrottamente fino al 1994. Dal 1979 è proprietà della famiglia Berlusconi (dal 1992, di Paolo Berlusconi). È il nono quotidiano italiano per diffusione (il settimo escludendo i quotidiani sportivi)[3].

La testata[modifica | modifica sorgente]

La testata Il Giornale Nuovo fu scelta poiché esisteva già un quotidiano a Varese denominato "Il Giornale". In seguito questo periodico scomparve e nel 1983 la testata venne rinominata il Giornale, come Montanelli avrebbe voluto fin dall'inizio.

L'aggettivo «nuovo» aveva assunto nel tempo un valore simbolico e molti lettori (i "veri padroni del giornale e dei giornalisti", come li definiva Montanelli) continuarono per alcuni anni ad aggiungerlo al nome del quotidiano ogni volta che lo citavano.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fondazione[modifica | modifica sorgente]

All'origine della decisione di Indro Montanelli di uscire dal Corriere della Sera vi fu la decisione di Giulia Maria Crespi (direttore editoriale del quotidiano) di imporre una linea editoriale vicina alla sinistra.

La nuova linea venne varata nel 1972. Già nella seconda metà dello stesso anno Montanelli cominciò a parlare con l'amico e collega Enzo Bettiza di uscire dal Corriere e fondare un nuovo giornale.[4] Presto vennero coinvolti altri due personaggi centrali: Gianni Granzotto, già amministratore delegato della Rai e all'epoca presidente della FIEG, caratterizzato da brillanti doti "diplomatiche" e organizzative; Guido Piovene, scrittore di valore e amico di Montanelli fin dagli anni Trenta.

Ai primi di ottobre del 1973 Indro Montanelli rilasciò al settimanale Il Mondo un'intervista molto critica verso il Corriere, nella quale per la prima volta rendeva pubblica la sua intenzione di fondare un nuovo giornale. La proprietà del quotidiano prese male la rivelazione e si preparò a sospendere Montanelli. Il direttore Piero Ottone si assunse l'incarico di comunicare al giornalista la decisione, ma prima che ciò avvenisse, il 17 ottobre Montanelli fece le valigie da via Solferino e cominciò a dedicarsi alla fondazione del nuovo giornale.

Enzo Bettiza, che era rimasto in via Solferino, cercò di reclutare quanti più giornalisti possibile. Alla fine ne portò in dote al Giornale più di una trentina.[5] Tra essi: Egisto Corradi, principe dei giornalisti di guerra, Giancarlo Masini, inventore del giornalismo di divulgazione scientifica nonché ricercatore, Gianfranco Piazzesi (notista politico), Antonio Spinosa (esperto ritrattista di personaggi storici), Cesare Zappulli (economista) e poi i famosi "macchinisti" del Corriere, Leopoldo Sofisti, Gian Galeazzo Biazzi Vergani, esperti nella fattura quotidiana di un giornale.

Ma Bettiza non attinse solo al Corriere. Convinse Renzo Trionfera de L'Europeo, portò via a Epoca il suo principale inviato all'estero, Lucio Lami. Strappò a La Notte Egidio Sterpa, valido cronista cittadino e due giovani, Fernando Mezzetti e Salvatore Scarpino, entrambi destinati a una brillante carriera.

Dal canto suo Montanelli scelse due nomi molto prestigiosi per le corrispondenze dall'estero: Vittorio Dan Segre (diplomatico israeliano di origine italiana) per la sede di Gerusalemme e François Fejtő, ungherese residente a Parigi, storico e intellettuale raffinato, per la sede transalpina. Declinò l'invito invece Ugo Stille, storico corrispondente del Corriere da New York.

Ad essi si aggiunsero altri intellettuali che ricercavano un nuovo spazio espressivo di tendenza liberale, che non fosse dominato dalla "cultura radical chic" (come la definiva Montanelli). Fra essi si possono menzionare: Raymond Aron, Frane Barbieri, Alain de Benoist, Livio Caputo, Paolo Cattaneo, Jean-François Revel, Gregor von Rezzori, Giorgio Torelli e Marcello Staglieno.

Il progetto del «Giornale nuovo» prese corpo tra la fine dell'anno e il gennaio-febbraio 1974. Secondo Montanelli e i suoi collaboratori, i lettori del «Giornale nuovo» dovevano essere gli ex lettori di giornali come il «Corriere» e «La Stampa», "rei" di avere abbandonato la loro tradizionale collocazione politico-editoriale e di stare con Berlinguer e con la sinistra democristiana.

Montanelli cominciò poi a cercare un editore. Bussò a molte porte, ma tutti gli approcci con i grandi editori fallirono: ad Andrea e Angelone Rizzoli si rivolse con queste parole: "Mi avete fatto la corte per tre anni affinché dirigessi un vostro quotidiano ed ora ve lo porto bell'e pronto"[6]. Ma Andrea rispose, lasciando stupefatto Montanelli, che la Rizzoli avrebbe di lì a poco comprato il «Corriere». Dopo Rizzoli, anche Mondadori e Agnelli si ritrassero uno dopo l'altro. Si fece avanti l'industriale Nino Rovelli; il progetto prevedeva che Rovelli sarebbe stato il proprietario, ma non avrebbe influito sulla linea del giornale. Montanelli rifiutò. Eugenio Cefis, presidente di Montedison, gli propose invece di fondare un giornale a struttura cooperativa: i giornalisti sarebbero stati i proprietari e la Montedison avrebbe garantito la copertura finanziaria. Montanelli preferì questa seconda soluzione.[7]

«Il Giornale» ottenne un finanziamento con la formula del "minimo garantito": la SPI (azienda del gruppo Montedison) raccoglieva la pubblicità per il quotidiano di Montanelli; comunque andassero le vendite, avrebbe garantito al «Giornale» una quota di 12 miliardi all'anno.[8]

Il 27 febbraio 1974, a Milano, venne costituita la "Società Europea di Edizioni S.p.A. - Società di redattori", proprietaria della testata nonché società di gestione del giornale. I soci fondatori furono sette:

  1. Guido Piovene, che divenne il presidente,
  2. Gianni Granzotto, amministratore delegato,
  3. Indro Montanelli,
  4. Enzo Bettiza,
  5. Cesare Zappulli,
  6. Gian Galeazzo Biazzi Vergani,
  7. Renzo Trionfera.

«Il Giornale nuovo» nacque quindi come "società di redattori". Le azioni della società editrice erano interamente possedute dai sette fondatori. A ciascuno di loro vennero assegnate sette azioni ordinarie, mentre ogni redattore presente e futuro avrebbe ricevuto un'azione ordinaria.[9] Montanelli ottenne per sé solamente la proprietà della testata, assieme agli altri giornalisti co-fondatori.

Il Comitato di redazione era composto da:

  • Enzo Bettiza,
  • Gian Galeazzo Biazzi Vergani,
  • Gianfranco Piazzesi,
  • Leopoldo Sofisti,
  • Renzo Trionfera,
  • Cesare Zappulli.

La redazione era composta da 59 giornalisti; il quotidiano usciva sei giorni alla settimana per contenere i costi (non era in edicola il lunedì).[10] Il primo numero uscì martedì 25 giugno 1974.

Dall'editoriale del nº 1 de «Il Giornale Nuovo»: "Al lettore"

[Chi sarà il nostro lettore] noi non lo sappiamo perché non siamo un giornale di parte, e tanto meno di partito, e nemmeno di classi o di ceti. In compenso, sappiamo benissimo chi non lo sarà. Non lo sarà chi dal giornale vuole soltanto la "sensazione" […] Non lo sarà chi crede che un gol di Riva sia più importante di una crisi di governo. E infine non lo sarà chi concepisce il giornale come una fonte inesauribile di scandali fine a se stessi. Di scandali purtroppo la vita del nostro Paese è gremita, e noi non mancheremo di denunciarli […] Ma non lo faremo per metterci al rimorchio di quella insensata e cupa frenesia di dissoluzione in cui si sfoga un certo qualunquismo, non importa se di destra o di sinistra […] Vogliamo creare, o ricreare, un certo costume giornalistico di serietà e di rigore. E soprattutto aspiriamo al grande onore di venire riconosciuti come il volto e la voce di quell'Italia laboriosa e produttiva che non è soltanto Milano e la Lombardia, ma che in Milano e nella Lombardia ha la sua roccaforte e la sua guida.

Quel giorno la terza pagina ospitava: un elzeviro di Guido Piovene, un articolo di Bettiza intitolato "Dalla parte di Aleksandr Solzhenicyn" e la prima puntata di un racconto di Joseph Roth ancora inedito in Italia: La leggenda del santo bevitore[11]. Le attese per la creatura di Montanelli erano elevate: alcuni pensavano addirittura che Montanelli avesse fondato un suo partito[12]. Come condirettore chiamò il liberale Federico Orlando.

I venti anni di Montanelli[modifica | modifica sorgente]

Il quotidiano presentava alcune caratteristiche che lo distinguevano dal resto della stampa italiana: una terza pagina fissa, fedele alla tradizione giornalistica italiana; tutti gli articoli in prima pagina erano ivi completati senza rimandi o continuazioni nelle pagine interne; un'intera pagina veniva dedicata alle lettere al direttore, cui Montanelli rispondeva tutti i giorni; gli introiti degli annunci funebri erano destinati in beneficenza agli enti indicati dagli stessi inserzionisti.

In fondo alla prima pagina il lettore trovava Controcorrente, una rubrica racchiusa in un riquadro in cui, con poche righe (non più di 400 battute), Montanelli commentava un fatto o un evento del giorno precedente in modo ironico e pungente. Altri piccoli riquadri di punzecchiature scritte dai redattori erano Agopuntura, nella pagina interna di cronaca milanese, e Puntasecca, nella pagina dedicata alla critica letteraria ed artistica.

Le vendite furono subito alte. Alla fine di agosto un notaio certificò che il Giornale nuovo aveva una tiratura media di 242.541 copie[13]. Dopo i primi mesi di euforia, le vendite si stabilizzarono attorno alle 150 000 copie. Molti prevedevano che il nuovo quotidiano milanese, con così tante firme e con la vena straordinaria di Indro, avrebbe portato via parecchi lettori al Corriere della Sera. Invece il quotidiano di Montanelli si ritagliò un suo spazio all'interno dell'elettorato moderato, intaccando il concorrente ma non facendolo cadere dal trono. A Milano non sfondò: il Giornale rimase fermo a 30 000 copie, contro le 160-180 000 del Corriere. Il Corriere rimase il primo giornale anche in Lombardia. Fu una grande delusione per Montanelli.

Nel dicembre 1974 Guido Piovene, presidente della società editrice e creatore della Terza pagina del Giornale, morì prematuramente. I suoi successori furono Giorgio Zampa e Sandra Artom, sotto la supervisione di Enzo Bettiza. "La sezione culturale del Giornale fu senz'altro fra le più vive e interessanti nel panorama editoriale italiano degli anni Settanta"[14]. Davvero imponente la schiera dei collaboratori:

Assai prestigiosa anche la presenza dei collaboratori stranieri: Raymond Aron, Anthony Burgess, John Kenneth Galbraith, Gustaw Herling-Grudziński, Eugène Ionesco, Jean-François Revel, Paul Samuelson.

I progetti di sviluppo non mancavano: il 28 gennaio 1975 nacque l'edizione di Genova. Quell'anno si svolsero in diverse parti d'Italia le elezioni amministrative: Il Giornale si schierò su base nazionale contro il PCI e a favore della DC[15].

La linea politica del Giornale rispecchiò fedelmente il pensiero del suo fondatore-direttore. Nell'Italia ideologizzata degli anni settanta chi non si schierava a sinistra era automaticamente bollato come fascista. Il Giornale si smarcò e respinse questa etichetta, dettata unicamente da una visione ideologica del sistema. Affermò invece la piena libertà di pensiero dell'individuo. Il Giornale non credette né all'esistenza di una "strategia della tensione" né alle "stragi di stato"[16].

La politica italiana era dominata dagli stessi partiti che si fronteggiano ininterrottamente dal 1948: DC e PCI. Il Giornale entrò a gamba tesa nell'arena politica con il tentativo esplicito di scongiurare il compromesso che le due forze cercavano di concludere, nonostante fossero storicamente antagoniste[17]. Il Giornale diventò in breve tempo inviso a molti ambienti politico-culturali. Si diffuse attorno a Montanelli ed a tutto il Giornale la nomea di "appestati". Scrisse Gian Galeazzo Biazzi Vergani nel suo diario:

« Piazza Cavour [la sede del Giornale] è spesso presidiata da centinaia, a volte migliaia di extraparlamentari: giorno e notte. Di poliziotti, nemmeno l'ombra. Attraversare al mattino le loro schiere per andare al lavoro, dà i brividi. Basterebbe un richiamo, un grido d'allarme e dalle loro tasche uscirebbero le chiavi inglesi. […] Ho una sana, autentica paura. »

Il 1976 fu l'anno del consolidamento. Il "Giornale" si era ritagliato uno spazio tutto suo ed era ormai riconosciuto come l'unico giornale che sapeva interpretare i desideri e gli umori di chi, nel Paese, non accettava il "compromesso storico" tra i due partiti maggiori[18]. Enzo Bettiza:

« In questo momento noi siamo la sola voce liberale solida in un lamentevole panorama di grigiore, di paura, di basso conformismo, che ormai dà il tono a tutta la musica dell'informazione […] Ormai noi siamo diventati l'avversario più fastidioso [per il PCI], il quale ha compreso che la propria corsa al potere deve passare attraverso la nostra soppressione. »
(Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 306.)

I lettori del "Giornale" non si consideravano gli acquirenti di un prodotto, ma gli appartenenti a un gruppo di opinione. Cesare Zappulli:

« [Il nostro] è un giornale che non si compra, al quale non ci si abbona, ma ci si iscrive. Senza averne le caratteristiche di impegno e di responsabilità, è un movimento di opinione pubblica, al di là delle organizzazioni politiche tradizionali. »
(Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 306.)

Il 22 gennaio 1976 il Giornale firmò un accordo con Tele-Monte-Carlo, all'epoca la quarta rete in lingua italiana per importanza. La rete monegasca aveva iniziato le trasmissioni sul suolo italiano nel 1974, in seguito a una sentenza della Corte costituzionale.[19] La redazione montanelliana curava la scrittura delle notizie; Indro Montanelli compariva alla fine del telegiornale nelle vesti di commentatore. Si alternava con Bettiza, Zappulli e Mario Cervi. I commenti erano girati in uno studio improvvisato di Milano. Le registrazioni, insieme ai testi delle notizie, venivano trasportate su un'automobile fino al Principato di Monaco.[20] Il telegiornale, unica alternativa ai Tg Rai, ebbe un immediato successo di pubblico che si riverberò sulle vendite del quotidiano, aumentate in ragione del 25-30%.[21]

Nel maggio del 1976, a seguito del terremoto del Friuli il Giornale organizzò una sottoscrizione nazionale. I lettori risposero in maniera massiccia. In pochissime settimane il quotidiano raccolse più di tre miliardi, superando nella gara di solidarietà tutti gli altri quotidiani. I proventi della sottoscrizione vennero usati per la ricostruzione dei Comuni di Vito d'Asio, Tarcento e Montenars.

Per le elezioni politiche del 20-21 giugno il Giornale fece una propria campagna elettorale. Invece di "raccontare" le elezioni, cercò di "farle", con la speranza di vincerle. Montanelli individuava nel PCI un pericolo per la democrazia. La campagna del "Giornale" fu tesa ad impedire un avanzamento del PCI. Ma Montanelli non trovava nel partito avversario, la DC, una compagine affidabile, su cui puntare ad occhi chiusi. Nacque così lo slogan Turiamoci il naso, poi votiamo DC.[22] Il Giornale consigliò ai propri lettori una rosa di candidati DC "non compromessi col malaffare", che gli elettori potevano votare nello spazio riservato alle preferenze.

A differenza dell'anno precedente, nel 1976 il Giornale "vinse" le elezioni. Il successo fu anche editoriale: nell'imminenza del 20 giugno la tiratura toccò il record di 412 000 copie.[23]

Dei quaranta candidati "garantiti" dal Giornale ai lettori, 33 furono eletti al Parlamento. Il più votato risultò Massimo De Carolis, con oltre 150 000 preferenze. Furono eletti (al Senato) anche i due condirettori del Giornale, Enzo Bettiza e Cesare Zappulli.

Nel 1976 Il Giornale fu il sesto quotidiano italiano con 220 000 copie vendute in media al giorno. In quell'anno terminò il finanziamento triennale della Montedison. Il Giornale ricevette nuovi aiuti finanziari dalla famiglia Boroli, proprietaria della casa editrice De Agostini. Inoltre, grazie ai buoni uffici di Granzotto, stipulò un nuovo contratto pubblicitario con la Sipra, concessionaria della Rai.

Nel 1977, due anni dopo lo sbarco in Liguria, nacque l'edizione dell'Emilia-Romagna (il primo numero uscì il 28 giugno), con redazioni a Bologna, Modena e Reggio Emilia. inoltre Il Giornale entrò nel mercato librario. Viene fondata in cooperazione con la De Agostini, l'"Editoriale Nuova", una casa editrice specialistica.

Il 2 giugno il direttore Indro Montanelli subì un attentato da parte delle Brigate Rosse, che lo ferirono alle gambe.

Nello stesso anno Silvio Berlusconi, all'epoca imprenditore edile, entrò nella «Società europea di edizioni» con una quota del 12%. Nel 1979 aumentò la sua quota al 30%, diventando azionista di maggioranza. Berlusconi aiutò a ripianare i debiti del Giornale anche attraverso un contratto di copertura degli spazi pubblicitari con «minimo garantito» attraverso una sua società.[24] Nel giugno dello stesso anno il giornale si trasferì nella nuova sede di via Gaetano Negri.

Il 6 gennaio 1980 "il Giornale Nuovo" inaugurò l'edizione del lunedì. A dirigere le pagine sportive Montanelli chiama il più famoso giornalista sportivo, Gianni Brera.

Nel 1984 la testata viene rinominata Il Giornale, assumendo il nome che conserva ancora oggi. In quell'anno avviene il distacco tra Indro Montanelli ed Enzo Bettiza, che voleva fare un giornale più vicino alle istanze laico-socialiste.[25]

Durante gli anni del pentapartito (1981-1992), "Il Giornale" decise di non sostenere la DC di Ciriaco De Mita, né appoggiò Bettino Craxi. La formula di "quotidiano controcorrente" ne soffrì: siccome Montanelli esitò a prendere posizione, le vendite calarono. Il periodo di calo delle vendite si tradusse nella possibilità per Silvio Berlusconi di diventare l'azionista detentore della maggioranza assoluta delle quote sociali, e dunque il proprietario.

Nel 1990 entrò in vigore una nuova legge su televisioni e giornali (legge Mammì), che introduceva la proibizione per chi detenesse la proprietà di un canale televisivo di avere contemporaneamente il controllo di un quotidiano. Silvio Berlusconi proprietario delle tre reti Fininvest, fu obbligato a cedere la maggioranza delle azioni della «Società europea di edizioni» al fratello Paolo Berlusconi, rimanendo azionista con una quota del 29%.

Nello stesso periodo le vendite del quotidiano scesero per la prima volta dopo anni sotto le 150.000 copie.[26] Con lo scandalo di Tangentopoli, che esplose tra il 1992 ed il 1993, Montanelli scelse una linea precisa: ritagliò per sé il ruolo di arbitro, di garante delle regole.[26] Ma non tutti i lettori capirono questa scelta. Per la prima volta la borghesia lombarda, da sempre il lettorato forte del quotidiano, stentò a riconoscere in lui un punto di riferimento. Anche i rapporti personali con Silvio Berlusconi si incrinarono.[26]

Quando nel 1994, Berlusconi fondò Forza Italia, l'ex editore, che fino ad allora non aveva mai messo piede in redazione, si recò per la prima volta a un'assemblea della redazione del quotidiano.[27][28][29] Ai redattori chiese esplicitamente l'appoggio del "Giornale" per la sua parte politica durante la campagna elettorale. Per Montanelli, che in tanti anni di direzione aveva abilmente scansato le pressioni del gruppo editoriale Berlusconi, fu un duro colpo alla propria indipendenza. Montanelli trasse la conclusione che il quotidiano da lui fondato si apprestava a diventare un giornale di partito. Si dimise affermando che si era verificata una rottura insanabile con la proprietà. Il 12 gennaio 1994, pubblicò il suo editoriale d'addio.

Montanelli uscì portandosi con sé quaranta giornalisti della redazione, fra questi i vicedirettori Federico Orlando e Michele Sarcina, gli intellettuali Geno Pampaloni e Nicola Matteucci, giornalista e futuro vicedirettore de il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e fondò La Voce, cui impresse una linea sul solco della tradizione liberale. Ma ancora una volta Montanelli si tenne a distanza dall'agorà politica, non esprimendo una preferenza né per la formazione politica guidata da Berlusconi (denunciandola come priva di connotati democratici e additandone il capo come una possibile sciagura per il Paese)[senza fonte], né tantomeno per la coalizione avversa.[30]

Il dopo Montanelli[modifica | modifica sorgente]

Prima direzione Feltri[modifica | modifica sorgente]

Per la direzione de il Giornale viene scelto Vittorio Feltri, proveniente dall'Indipendente, una testata che aveva portato via molti lettori al "Giornale", e che aveva raggiunto nell'ultimo anno le 120.000 copie vendute.[31] Dallo stesso quotidiano arriva anche il vicedirettore, Maurizio Belpietro; si affacciano nuovi collaboratori come Giordano Bruno Guerri, Filippo Facci e Paolo Cirino Pomicino (che si firma come «Geronimo»); la grafica del titolo del quotidiano viene modificata ingrandendone la lettera G. In poco tempo le vendite riprendono a salire. Mentre il giorno dell'ultimo editoriale di Montanelli le vendite erano state di 115.000 copie, in pochi mesi il quotidiano sale a 150.000[32], nonostante Montanelli abbia fondato un nuovo quotidiano, La Voce. Nell'estate del 1995 il quotidiano inizia a pubblicare un'inchiesta a puntate sugli appartamenti degli enti previdenziali, scoprendo che lo Stato li affitta a prezzi di favore ai politici. L'inchiesta diviene famosa con il nome di «Affittopoli». Le vendite del Giornale salgono ulteriormente.

Feltri però non ottiene la modernizzazione della struttura editoriale. Paolo Berlusconi aveva promesso nuovi mezzi: nuovo sistema editoriale, impaginazione al computer, il colore. Ma non gli verranno forniti. Neanche le rotative vengono rinnovate, per cui la foliazione rimane a 48 pagine. Per fronteggiare l'aumentato costo della carta, Feltri è costretto a chiudere tutti gli uffici di corrispondenza all'estero, tranne Washington[33].

Nel 1996 Belpietro va a dirigere Il Tempo di Roma, seguito da Filippo Facci e da Giordano Bruno Guerri. Feltri nomina vicedirettore vicario Stefano Lorenzetto.

Direzione Cervi[modifica | modifica sorgente]

Nel dicembre 1997 Feltri si dimette dopo un suo clamoroso articolo a favore di Antonio Di Pietro, proprio mentre il Giornale era giunto ai suoi massimi livelli (250.000 copie).[26] Prima di lasciare indica in Enzo Bettiza (nonostante questi fosse passato a La Stampa nel 1983) il suo successore, ma Bettiza rifiuta. La guida della testata viene presa da Mario Cervi, di ritorno dall'esperienza della Voce di Montanelli.

Fu negli ultimi giorni della direzione di Cervi che il Giornale ospita un articolo di Indro Montanelli, sette anni dopo il suo addio. Il pezzo esce il 13 marzo 2001, in risposta a un fondo di Cervi del giorno prima.[34]

Direzione Belpietro[modifica | modifica sorgente]

Dopo Cervi è la volta di Maurizio Belpietro, che assume la direzione del quotidiano il 26 marzo 2001.

Durante il governo Berlusconi II e III, il Giornale organizza una campagna stampa sull'affare Telekom Serbia (presunte tangenti del governo Prodi I a Slobodan Milošević), con 32 prime pagine dedicate all'argomento. Le affermazioni del testimone principale, Igor Marini, si riveleranno false, lo stesso Marini verrà condannato a 5 anni di reclusione per calunnia.[35]

Nel 2002 il Giornale pubblica una campagna contro il giudice Mario Vaudano, già parte dell'inchiesta Mani pulite e da poco vincitore di un concorso per l'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). Dopo il blocco della nomina di Vaudano, il Giornale riceve e pubblica materiale che sarebbe stato raccolto illegalmente dal SISMI su Vaudano e sua moglie[36].

Il 2 gennaio 2006[37] il Giornale pubblica brani di un'intercettazione di una telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte, manager della Unipol e all'epoca coinvolto nello scandalo di Bancopoli. Fassino chiedeva a Consorte: «Abbiamo una banca?». Nasce una lunga polemica politica che si trascina nella campagna elettorale di quell'anno.

La tiratura media giornaliera del quotidiano nel 2006 è stata di oltre 200 000 copie; il Giornale è il quotidiano nazionale di riferimento dell'area di centrodestra.

La linea editoriale della direzione Belpietro è di aperto appoggio alla linea politica di Forza Italia: a partire da giugno 2007, ogni venerdì, in abbinamento con il quotidiano, viene allegato il periodico "il Giornale della Libertà", organo ufficiale dei Circoli delle libertà guidati da Michela Vittoria Brambilla. Contro tale decisione il Comitato di Redazione proclamò uno sciopero, il secondo nella storia della testata[38]. Il compromesso infine raggiunto ha previsto che il "Giornale della Libertà" continuasse ad uscire in edicola come allegato gratuito per tutti i venerdì, ma con un nuovo taglio editoriale, in discontinuità con quello della testata madre (che era stato ripreso quasi in toto) e con la dicitura "Settimanale d'informazione politica".

Direzione Giordano[modifica | modifica sorgente]

Il 27 settembre 2007 Maurizio Belpietro è chiamato alla guida del settimanale Panorama e dall'11 ottobre 2007 il nuovo direttore del il Giornale diviene Mario Giordano. La sua direzione è breve poiché nel 2009 Giordano viene sostituito da Vittorio Feltri.

Seconda direzione Feltri[modifica | modifica sorgente]

Il 24 agosto 2009, dopo un'assenza di dodici anni, Vittorio Feltri torna a dirigere il quotidiano. Secondo l'editore, Paolo Berlusconi, il ritorno di Feltri produce in poco tempo «un balzo di 70-80 mila copie», poi assestato su una media di 50 000 in più[39].

Il 29 agosto 2009 il Giornale pubblica un articolo su Dino Boffo, direttore de l'Avvenire, che aveva criticato lo stile di vita di Silvio Berlusconi, così come la sua vita privata. Boffo viene presentato come omosessuale, in base a una lettera accusatoria recapitata anonimamente, e come molestatore.[40][41] Boffo finirà col dimettersi da direttore dell'Avvenire. Feltri ha scontato una sospensione di sei mesi dall'Ordine dei giornalisti come sanzione per il caso Boffo e per gli articoli firmati da Renato Farina pubblicati successivamente alla sua uscita dall'albo.[42][43][44]

Nell'ottobre 2009 il Giornale dà notizia del video[sono stati i primi a pubblicare la notizia?], consegnato direttamente al quotidiano da Silvio Berlusconi[senza fonte], che coinvolge il governatore del Lazio Piero Marrazzo in uno scandalo di sesso e droga. Marrazzo si dimetterà dalla carica.

Sempre nell'autunno 2009, il Giornale avvia una campagna contro Gianfranco Fini, denominato il Signor Dissidente, preannunciando la pubblicazione di vecchi dossier: "È sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". (Il Giornale, 14 settembre 2009)[36]. La campagna prosegue poi nella primavera e nell'estate del 2010; in quei mesi il Giornale si occupa diffusamente degli affari della famiglia di Elisabetta Tulliani, compagna del Presidente della Camera; in particolare, il quotidiano dedica molto spazio alla vicenda di un appartamento a Monte Carlo, che, lasciato in eredità da una contessa al partito politico Alleanza Nazionale, risulterebbe abitato, nel 2010, da Gianfranco Tulliani, cognato di Fini, il quale lo avrebbe preso in affitto da una società offshore con sede nell'isola caraibica di Santa Lucia. Alleanza nazionale avrebbe venduto l'appartamento, secondo il Giornale, a un prezzo di gran lunga inferiore a quello di mercato e la società off-shore che lo avrebbe comprato dopo vari passaggi di proprietà sarebbe in realtà di proprietà dello stesso Giancarlo Tulliani[45].

Il quotidiano milanese si occupa inoltre di un appalto per la realizzazione di un programma in Rai, vinto dalla società di produzione Absolute TV Media, che – secondo il Giornale – sarebbe stata intestata per il 51% a Francesca Frau, madre di Elisabetta Tulliani, di professione casalinga e totalmente estranea al mondo della televisione; tale appalto avrebbe fruttato alla casa di produzione della Frau una cifra superiore al milione di euro.[46][47]

Direzione Sallusti-Feltri[modifica | modifica sorgente]

Il 24 settembre 2010 Vittorio Feltri lascia la carica di direttore responsabile ad Alessandro Sallusti, suo co-direttore da un anno, ed assume l'incarico di direttore editoriale. La testata del Giornale continua a riportare la dicitura: "direttore Vittorio Feltri".

Il 7 ottobre 2010 viene perquisita dai carabinieri la sede del quotidiano, mentre Sallusti e Porro vengono indagati per concorso in violenza privata[48], dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni a loro carico[49] in cui avrebbero architettato la pubblicazione di un dossier su Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, dopo alcune sue dichiarazioni critiche sull'operato del governo Berlusconi IV[50]. Ottenuto il sostegno al Giornale dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana, il direttore Sallusti querela per "diffamazione con grave danno alla propria reputazione e immagine"[51] il procuratore che aveva ordinato la perquisizione.[48]

Dal 20 dicembre viene sospesa la rubrica quotidiana "Sottosopra" di Mario Capanna, ultimo collaboratore di sinistra del quotidiano[52].

Il 21 dicembre 2010 Vittorio Feltri lascia polemicamente il quotidiano per tornare a Libero, dove assume il ruolo di direttore editoriale; rimane alla direzione del Giornale Sallusti. Sei mesi dopo Feltri lascia nuovamente Libero[53] e dopo pochi giorni torna per la terza volta a Il Giornale come editorialista.[54] Dal 22 dicembre 2010 la testata del Giornale riporta la dicitura: "direttore Alessandro Sallusti".

Il 26 settembre 2012 Sallusti si dimette in seguito alla condanna definitiva a 14 mesi di carcere per diffamazione aggravata ai danni del giudice Giuseppe Cocilovo. Nello stesso giorno, tuttavia, la Procura di Milano gli sospende la pena. Sallusti non va in carcere. Il 3 ottobre 2012 ritorna direttore del Giornale.

Vertenze giudiziarie[modifica | modifica sorgente]

Il 30 gennaio 1996, il giornalista Gianluigi Nuzzi pubblicò un articolo in cui sostiene che negli anni di Mani pulite "i verbali finivano direttamente in edicola e soprattutto all'Espresso". Verrà condannato in primo grado dal tribunale di Monza per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Antonio Di Pietro[55]; il tribunale condannerà anche Feltri per omissione di controllo[56].

Nel 1997 il giornalista Paolo Giordano pubblicò un'intervista a Francesco De Gregori, dal titolo «De Gregori su Porzus accusa Togliatti e il partito comunista». Il cantautore querelò il giornalista e Feltri ottenendo una condanna dal tribunale di Roma, poiché il suo pensiero e le sue affermazioni erano state travisate[57].

Il 7 agosto 2007 Feltri è condannato assieme a Francobaldo Chiocci e alla società Europea di Edizioni spa dalla Corte di cassazione a versare un risarcimento di 45 000 euro in favore di Rosario Bentivegna, uno degli autori dell'Attentato di via Rasella, per il reato di diffamazione. Il Giornale aveva pubblicato alcuni articoli, tra i quali un editoriale di Feltri in cui Bentivegna era stato paragonato a Erich Priebke.[58]

Nel marzo 2013 la Corte di Cassazione condanna Il Giornale ad un risarcimento di 100 mila euro ad alcuni giudici della Procura di Milano, tra cui Ilda Boccassini, per un articolo pubblicato nel 1999, durante la direzione Cervi, dal titolo "Colpevole a tutti i costi" e in cui si accusavano i giudici di avere un "atteggiamento persecutorio" verso Silvio Berlusconi[59].

Direttori[modifica | modifica sorgente]

Giornalisti e collaboratori (dal 1994)[modifica | modifica sorgente]

Diffusione[modifica | modifica sorgente]

La diffusione di un quotidiano si ottiene, secondo i criteri dell'ADS, dalla somma di: Totale Pagata + Totale Gratuita + Diffusione estero + Vendite in blocco.

Anno Totale diffusione
(cartacea + digitale)
Diffusione cartacea Tiratura
2013 106.860 104.714 188.580
Anno Media mobile
2012 117.840
2011 155.455
2010 183.721
2009 184.776
2008 188.727
2007 199.573
2006 215.553
2005 204.004
2004 204.099
2003 198.207
2002 205.608
2001 218.439
2000 225.572
1999 220.492
1998 228.085
1997 228.851
1996 240.829

Dati Ads - Accertamenti Diffusione Stampa

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ il Giornale su iPad per iPhone, iPod touch e iPad dall'App Store su iTunes
  2. ^ Il Giornale Mobile per iPhone, iPod touch e iPad dall'App Store su iTunes
  3. ^ Accertamenti Diffusione Stampa. URL consultato il 24/11/2013.
  4. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, Montanelli. L'anarchico borghese, Einaudi, 2009, p. 94.
  5. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., p. 98.
  6. ^ Franco Di Bella, Corriere segreto, Rizzoli, 1982, p. 261.
  7. ^ Piero Ottone, Italia mia, Longanesi, 2009, p. 100.
  8. ^ Secondo Giampaolo Pansa, la Montedison e la dirigenza DC vedevano bene un giornale concorrente del "Corriere della sera", che aveva assunto una linea anti-democristiana. Secondo Pansa l'intermediario di Cefis nel «Giornale» fu Gianni Granzotto (Comprati e venduti, pp. 190-191).
  9. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., p. 97. I redattori che parteciparono alla fondazione ricevettero un'azione privilegiata, che fu convertita in ordinaria nel 1975.
  10. ^ Secondo il contratto nazionale di lavoro, i giornalisti che lavorano nei giorni festivi hanno diritto ad una maggiorazione dello stipendio.
  11. ^ Il racconto uscì l'anno dopo pubblicato da Adelphi.
  12. ^ Giampaolo Pansa, op.cit., p. 304.
  13. ^ Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 193.
  14. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., pag. 118.
  15. ^ Le urne premiarono il PCI, mentre la DC perse voti.
  16. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., pag. 116.
  17. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., pag. 114-15.
  18. ^ Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 306.
  19. ^ Il Tg visse fino al 1982, quando la Rai entrerà nell'azionariato dell'emittente.
  20. ^ Sandro Gerbi, Raffaele Liucci, op. cit., pag. 126.
  21. ^ Giampaolo Pansa, op.cit., pag. 308.
  22. ^ Montanelli confessò negli anni novanta che alle elezioni, nel segreto dell'urna, votò liberale.
  23. ^ Giampaolo Pansa, op. cit., pag. 309.
  24. ^ Mario Cervi, Gli anni del piombo, Mursia, 2009, pag. 148.
  25. ^ Bettiza si trasferì a La Stampa.
  26. ^ a b c d Vittorio Feltri, «Piccola storia del giornalismo», Libero, 13 giugno 2003.
  27. ^ Secondo Enzo Biagi, ciò avvenne all'insaputa del Direttore: Enzo Biagi: Intervista a Indro Montanelli, Video
  28. ^ Mario Cervi, editorialista del Giornale, scrive che la redazione invitò Berlusconi e che Montanelli si oppose all'invito ritenendolo non opportuno: Mario Cervi, Gli anni del piombo, Mursia, 2009, pag. 149.
  29. ^ Secondo Paolo Granzotto Berlusconi «intervenne, dopo aver chiesto ed ottenuto il permesso».
  30. ^ La Voce però non trovò un suo bacino di lettori e chiuse dopo neanche due anni
  31. ^ Vittorio Feltri, «La verità su Berlusconi editore», Libero, 1 aprile 2001.
  32. ^ Stefano Lorenzetto, Il Vittorioso, Marsilio editore.
  33. ^ Vittorio Feltri, «La verità su Berlusconi editore», Libero, 1 aprile 2001.
  34. ^ Montanelli morì il 22 luglio dello stesso anno, quindi questa fu l'unica volta in cui tornò a scrivere per il quotidiano che aveva fondato.
  35. ^ Arrestato Igor Marini, accusò Prodi nell'inchiesta Telekom Serbia
  36. ^ a b D'Avanzo, La fabbrica dei dossier, la Repubblica, 11 ottobre 2010
  37. ^ Secondo altre fonti il 31 dicembre 2005.
  38. ^ Corriere della Sera, 1 giugno 2007
  39. ^ Giampaolo Pansa, Carta straccia, p. 189, Rizzoli, 2011.
  40. ^ Boffo, ecco il decreto penale di condanna.
  41. ^ Boffo va al contrattacco "Contro di me una patacca".
  42. ^ Caso Boffo, Feltri sospeso Sei mesi fuori dall'Ordine, Repubblica.it, 26 marzo 2010.
  43. ^ Caso Boffo-Feltri: le ragioni della sospensione "Ha intaccato la fiducia tra stampa e lettori", Repubblica.it, 26 marzo 2010.
  44. ^ Feltri sospeso per il caso Boffo e per gli articoli dell'agente "Betulla", Corriere.it, 26 marzo 2010.
  45. ^ Santo Domingo, scoop: Montecarlo, di Tulliani le due società off shore - Interni - ilGiornale.it
  46. ^ Rai, un milione alla "suocera" di Fini - Interni - ilGiornale.it
  47. ^ Amici, suocera, cognato: è da 16 anni che Gianfry piazza i suoi alla Rai - Interni - ilGiornale.it
  48. ^ a b La Repubblica, 7 ottobre 2010
  49. ^ L'audio delle intercettazioni, pubblicate da Il Fatto Quotidiano
  50. ^ La Stampa
  51. ^ Perquisizioni, Porro: "Niente dossier" Sallusti: "Ci stupisce la violenza usata" - Interni - ilGiornale.it
  52. ^ Dagospia
  53. ^ Editoria: Feltri, via da 'Libero' senza polemiche probabile approdo al 'Giornale' - - liberoquotidiano.it
  54. ^ Feltri torna al Giornale e Sallusti trasloca in sala riunioni | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
  55. ^ Diffamazione a Di Pietro Vittorio Feltri condannato in Corriere della Sera, 14 giugno 1997, p. 46. URL consultato il 22 marzo 2011.
  56. ^ Il 'Giornale' diffamò l'ex magistrato in La Repubblica, 14 giugno 1997. URL consultato il 5 dicembre 2009.
  57. ^ Feltri travisò la mia intervista De Gregori vince la causa in La Repubblica, 25 gennaio 2003. URL consultato il 5 dicembre 2009.
  58. ^ La Cassazione: attentato di via Rasella è legittimo. Feltri paghera' per diffamazione.
  59. ^ Boccassini diffamata da «Il Giornale» Centomila euro di risarcimento - Milano

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Di carattere generale[modifica | modifica sorgente]

  • Marcello Staglieno, Il Giornale 1974-1980 (Società Europea di Edizioni, 1980 )
  • G. Galeazzo Biazzi Vergani, Mario Cervi, I vent'anni del Giornale di Montanelli (Rizzoli 1994)
  • La stecca nel coro, 1974-1994: una battaglia contro il mio tempo (Indro Montanelli, 1999 edito da Rizzoli) Una raccolta di editoriali del Giornale.

Sui rapporti fra Silvio Berlusconi e Indro Montanelli[modifica | modifica sorgente]

  • Il manganello di Berlusconi e la borghesia vile (La Primavera di MicroMega, anno 2001 n. 2, pagine 3-9). Dialogo fra Indro Montanelli e Curzio Maltese.
  • Montanelli. Novant'anni controcorrente (Marcello Staglieno), Mondadori,2001
  • Montanelli e il cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo (Marco Travaglio, 2004, Garzanti Libri, ISBN 88-11-60034-0).
  • Federico Orlando, Il sabato andavamo ad Arcore: la vera storia, documenti e ragioni, del divorzio tra Berlusconi e Montanelli, Bergamo, Larus, 1995

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]