Prospero Gallinari
Prospero Gallinari (Reggio Emilia, 1º gennaio 1951) è un terrorista italiano.
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[modifica] Biografia
Di estrazione contadina e famiglia comunista, aderisce giovanissimo alle Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) dove milita per diversi anni fino alla rottura alla fine degli anni sessanta.
[modifica] La lotta armata
Insieme ad altri, alla fine del 1969 aderisce e milita nel gruppo detto dell'appartamento, insieme ad Alberto Franceschini, Tonino Paroli e ad altri dissidenti del PCI che dopo il Convegno di Pecorile decidono di iniziare il percorso della lotta armata per il comunismo.
Dopo una breve e discussa parentesi di militanza nel Superclan (organizzazione super-clandestina fondata da Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinarsi, poi indagati dal giudice Calogero di Padova per essere il "cervello politico" delle Brigate Rosse durante gli anni in cui fu Mario Moretti a dirigere l'organizzazione) Gallinari entra definitivamente nelle BR, prima come membro irregolare (non clandestino) e poco dopo come clandestino, siamo nel 1973-1974.
[modifica] Il carcere
Nel 1974 partecipa al sequestro del Giudice Mario Sossi, poco dopo viene arrestato in modo rocambolesco a Torino insieme ad Alfredo Bonavita.
Resta in carcere fino al 1976, anno in cui riesce ad evadere dal carcere di Treviso. Il 9 giugno di quell'anno, durante il processo al "nucleo storico" nell'aula della Corte d'Assise di Torino, si rende protagonista di uno dei più violenti gesti pubblici delle Brigate Rosse: la lettura del volantino di rivendicazione dell'omicidio del procuratore di Genova Francesco Coco e dei suoi agenti di scorta, avvenuto nel capoluogo ligure il giorno prima. Dal momento dell'evasione fino al nuovo arresto (24 settembre 1979) fa parte della colonna romana delle BR, partecipa con un ruolo di grande rilievo al sequestro di Aldo Moro nel marzo 1978; è uno dei quattro componenti del nucleo di fuoco travestiti da avieri Alitalia che massacra la scorta del Presidente della Democrazia Cristiana (insieme a Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli); armato di un mitra TZ45 (residuato bellico) apre il fuoco contro l'Alfetta di scorta (con a bordo gli agenti di PS Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino) e, dopo l'inceppamento del suo mitra, continua a sparare (insieme a Bonisoli) con la sua pistola Smith & Wesson su Iozzino che tento' disperatamente una reazione . Dopo il cruento agguato Gallinari si porto' nel covo-prigione e insieme a Moro passo' i 55 giorni del rapimento nel covo di Via Montalcini, 8 (affiancato da Anna Laura Braghetti e Germano Maccari).
Al momento dell'arresto Gallinari viene gravemente ferito alla testa dal fuoco di una pattuglia di polizia mentre sta cambiando le targhe a macchine rubate che sarebbero servite per un'azione di lì a poco.
Durante gli anni di prigionia Gallinari non collabora con i magistrati, ma anzi, continua a prendere parte all'analisi politica delle Brigate Rosse che nel frattempo subiranno i colpi letali sferrati dallo Stato nella figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (assassinato poi nel 1982 da killer mafiosi).
Nei primi anni ottanta le Brigate Rosse vengono pian piano smantellate, ci sono diverse scissioni, Gallinari fino all'ultimo rivendica la sua appartenenza al movimento rivoluzionario in quel caso definito UCC (Unione Comunisti Combattenti).
[modifica] La fine della lotta armata
Quando nel 1988 vengono arrestati anche gli ultimi militanti dell'UCC in libertà, Gallinari, assieme ad altri "irriducibili" decidono di unirsi alla "battaglia di libertà" lanciata mesi prima da Renato Curcio, Mario Moretti e Barbara Balzerani.
Il comunicato di chiusura con la lotta armata inizia così: "Partiamo una volta tanto da un fatto che ci riguarda. Oggi, ottobre 1988 le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse". Il comunicato tende a difendere l'esperienza personale e politica della scelta rivoluzionaria. Nella metà degli anni novanta Gallinari, a causa di gravi motivi legati alla salute (dovuto ai proiettili ricevuti durante l'arresto del 1979), dopo quindici anni di prigione riesce ad ottenere i primi permessi premio per poter tornare a casa.
[modifica] Il rapimento Moro
Per anni si è parlato di Gallinari come dell'esecutore materiale dell'uccisione di Moro, nel 1993 Mario Moretti lo discolpa durante un libro-intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca prendendosi la responsabilità del gesto (questo però è una verità piuttosto discussa da molti storici in quanto al momento della confessione di Moretti, Gallinari aveva fatto la richiesta di uscire dal carcere per motivi di salute, richiesta poi accolta).
Nel marzo 2006 esce per Bompiani Un contadino nella Metropoli, libro di memorie scritto di pugno da Gallinari fornendo il suo punto di vista, decisamente radicale, sulle ragioni, e sugli avvenimenti in cui le Brigate Rosse sono state protagoniste.