Carcere di Regina Coeli

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Coordinate: 41°53′43.4″N 12°27′52.27″E / 41.895389°N 12.46452°E41.895389; 12.46452

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Regina Coeli, facciata su via della Lungara
il lato su via delle Mantellate

Il carcere di Regina Coeli (Casa circondariale di Roma Regina Coeli) è il principale e più noto carcere di Roma ed è, amministrativamente, la casa circondariale della capitale italiana.

« A via de la Lungara ce sta 'n gradino
chi nun salisce quelo nun è romano,
nun è romano e né trasteverino »
(Detto popolare romano e motto de "Lo scalino", giornalino interno dei detenuti)

Ubicata nel rione Trastevere, al numero 29 di via della Lungara (indirizzo di triste quanto diffusa fama cittadina), è dislocato in un complesso edilizio risalente al 1654 ed in precedenza sede di convento; nel 1881 fu convertito all'uso attuale. Recepì il nome della struttura religiosa, che era appunto dedicata a Maria, Regina coeli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'edificazione del complesso fu iniziata sotto papa Urbano VIII nel 1642, ma la morte di questi fece sospendere i lavori, che furono ripresi dal suo successore, Innocenzo X[1]. Dal 1810 al 1814 il convento fu confiscato in ottemperanza al decreto napoleonico che imponeva la soppressione degli ordini religiosi. Similmente accadde nel 1873 allorché le religiose carmelitane (della Congregazione di Sant'Elia) dovettero nuovamente abbandonare il convento, stavolta definitivamente, per un'analoga legge del neonato Regno d'Italia. I lavori di adattamento delle strutture furono diretti da Carlo Morgini e si completarono nel 1900.

Nel 1902 il carcere fu eletto sede della prima scuola di polizia scientifica (che vi sarebbe rimasta sino agli anni Venti) e del casellario giudiziario, oltre che essere sfruttato come ovvio serbatoio di "materiale di studio" per le nascenti discipline dell'antropologia criminale.

Sempre alla fine dell'Ottocento, fu acquisito un plesso contiguo adibito a carcere femminile, popolarmente noto come Le Mantellate (ad anch'esso coevo ex convento, dedicato a Santa Maria della Visitazione).

Durante il fascismo, insieme alla struttura situata in via Tasso, ospitò oppositori politici.

La capienza massima tollerabile prevista è attualmente di 750 detenuti, dato numerico spesso ampiamente sopraffatto dalla popolazione detenuta effettiva, tanto che la Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, lo ha definito, in occasione di una sua visita il 22 luglio 2013 (1.050 detenuti presenti nel carcere), magazzino di carne umana[2].

I quattro papi[modifica | modifica wikitesto]

La visita di papa Giovanni XXIII, il 26 dicembre del 1958, fu un evento di particolarissima specialità. Coerente con l'impostazione innovatrice del suo pontificato, papa Roncalli si recò alla Lungara il giorno dopo l'altrettanto nota visita ai bambini dell'ospedale Bambin Gesù. Ai detenuti raccolti nella Rotonda (per l'occasione trasformata in cappelletta) si rivolse con semplicità e con riferimenti che destarono sensazione per lo stile non consueto per un papa.

Terminata la messa, il papa decise di visitare un braccio, simbolicamente intendendo attraversare per questo tutti i luoghi di detenzione. I reclusi avevano ricevuto l'ordine di rimanere sugli attenti a fianco alle porte delle rispettive celle, ma al passaggio del pontefice uno di essi, condannato per gravi crimini, inaspettatamente gli si gettò piangente ai piedi, chiedendogli se vi potesse essere per lui speranza di perdono. Il papa lo confortò, senza parlare stringendolo a sé.

Meno noto è che papa Roncalli era stato ordinato sacerdote nella chiesa di Santa Maria Regina coeli (Santa Maria in Monte Santo, in prossimità di piazza del Popolo) e da taluni la scelta di effettuare la visita fu posta in relazione con questo riferimento.

In seguito il carcere fu visitato anche da papa Paolo VI nel 1964, da papa Giovanni Paolo II nel 2000 e da papa Benedetto XVI nel 2011.

Tradizioni popolari[modifica | modifica wikitesto]

Regina Coeli dal "parlatorio" sul Gianicolo

La particolare ubicazione del carcere, subito a ridosso del panoramico colle del Gianicolo, rende la struttura vicinissima in linea d’aria ad alcuni punti di questa altura; la balconata del faro del Gianicolo, ad esempio, dista solo qualche decina di metri dalle celle d’angolo. In ragione di ciò, e a dispetto della rigidità dei regolamenti carcerari, era consuetudine, fino a tempi assai recenti, che i familiari dei detenuti vi si riunissero per comunicare con loro gridando.

Per una sorta di cavalleresco rispetto, era consolidata tradizione che le forze dell’ordine non intervenissero a impedire queste comunicazioni, a condizione che lo scambio verbale riguardasse effettivamente solo le notizie importanti e di stretta urgenza (ma i detenuti politici durante il fascismo ricevettero messaggi in codice inoltrati impersonalmente). Al faro si trovavano, inoltre, persone di tonalità possente che a turno si prestavano gratuitamente a far da portavoce per conto delle donne e, più in generale, di chiunque potesse averne eventualmente bisogno; essi avevano inoltre una funzione ordinatrice del traffico delle comunicazioni da e verso il carcere. Analogamente, all’interno della struttura, le comunicazioni venivano inoltrate, in arrivo e in partenza, passando per una sola delle celle, che diveniva in pratica un centro di smistamento.

Esiste un film dove Pippo Franco, dal Gianicolo, comunicava con un parente detenuto all'interno del carcere.

Via della Lungara si trova a un livello di circa tre metri inferiore al piano stradale del Lungotevere della Farnesina, ragion per cui, per raggiungere il carcere, bisogna scendere da un livello superiore. Per entrare nell’edificio bisogna salire tre scalini: sono quelli che, secondo la tradizione romana citata, danno la patente di quirite soltanto a chi li ha oltrepassati.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il monastero è un monumento agli intrecci immobiliar-dinastici delle grandi famiglie romane: fu fondato in effetti da due sorelle Colonna: Vittoria Colonna, monaca del Carmelo (che ne divenne poi badessa), e la sorella Anna, vedova di Taddeo Barberini, a sua volta nipote di Urbano VIII (cfr. Pio Pecchiai, Un famoso duello al Corso, in Strenna dei Romanisti 1952, p. 105). Dei papi che lo finanziarono, il primo - Urbano VIII - era un Barberini, e il secondo - Innocenzo X - era un Pamphilj che doveva celebrare la riconciliazione con i Barberini.
  2. ^ cfr. www.roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_luglio_22/bol, consultato nell'agosto 2013

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