Montoneros

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Movimento Peronista Montoneros
Seal of Montoneros.svg
Attiva 1970 - 1980
Nazione Argentina Argentina
Contesto Guerra sporca
Ideologia socialismo, nazionalismo, peronismo
Alleanze Fuerzas Armadas Revolucionarias (Argentina)
Componenti
Fondatori Fernando Abal Medina
Carlos Gustavo Ramus
José Sabino Navarro
Componenti principali Mario Firmenich
Roberto Perdía
Fernando Vaca Narvaja
Raúl Yager
Horacio Mendizábal
Emilio Maza
Carlos Capuano Martínez
Norma Arrostito
Attività
Azioni principali Sequestro e assassionio del generale Pedro Eugenio Aramburu
Uccisione del generale Cesáreo Ángel Cardozo
Attentato all'ammiraglio Armando Lambruschini
[senza fonte]

Il Movimento Peronista Montonero (Movimiento Peronista Montonero) è stata un'organizzazione guerrigliera argentina giustizialista, ispiratasi a un socialismo nazionale.

Operò negli anni settanta del XX secolo inizialmente con lo scopo di contrastare il governo autoritario della cosiddetta Revolución Argentina e favorire il ritorno al potere di Juan Domingo Perón. A partire dal 1974 tuttavia il movimento montoneros entrò in conflitto con l'ala conservatrice peronista rappresentata dal governo di Isabelita Perón; infine, a partire dal colpo di stato del 24 marzo 1976, i montoneros combatterono la brutale dittatura militare instaurata in Argentina dalla giunta militare del generale Jorge Rafael Videla.

Pur cercando di contrastare la repressione scatenata dal potere militare e di ribattere colpo su colpo, il movimento montoneros fu messo in grave difficoltà negli anni della dittatura; migliaia di suoi aderenti furono uccisi, arrestati, torturati o divennero desaparecidos. I montoneros cessarono quasi completamente la loro attività tra il 1979 e il 1980.

Origini e ideologia[modifica | modifica sorgente]

Il movimento andò formandosi tra gli anni sessanta e settanta per iniziativa di studenti di orientamento peronista, cattolico e nazionalista. Uno dei primi centri di aggregazione fu la rivista patriottica "Azul y Blanco" diretta da Marcelo Sánchez Sorondo e Ricardo Curutchet; nel 1966 il segretario della redazione divenne Juan Manuel Abal Medina che proveniva originariamente, insieme a Carlos Gustavo Ramus, da organizzazioni di stampo fascista o parafascista come il Tacuara (ispirato alla Falange Spagnola), o appartenenti alla destra cattolica, come il Movimiento de la Nueva Argentina.[1].

Questi personaggi auspicavano un ritorno di Juan Domingo Perón dall'esilio ed una nuova politica che avrebbe dovuto vertere sull'indipendenza dagli Stati Uniti, sull'equità sociale, il populismo e su una forma di socialismo nazionalista. Si proclamarono una "avanguardia armata nazionalista, cattolica e peronista". La prima effettiva cellula montoneros fu il Comando Camilo Torres che sorse dall'aggregazione al gruppo originario dei militanti legati a José Sabino Navarro.

Dalla fine degli anni sessanta il movimento ebbe una netta evoluzione verso il cosiddetto "peronismo rivoluzionario", caratterizzato dall'antimperialismo e dal populismo con una commistione, piuttosto contraddittoria, tra elementi del marxismo latinoamericano di tipo guevarista e forti influenze cattoliche del cosiddetto Movimiento de Sacerdotes para el Tercer Mundo. Effettivamente alcuni militanti decisero il passaggio all'organizzazione armata mentre erano seguiaci del sacerdote terzomondista Carlos Mugica.

Crescita del movimento e prime azioni di lotta armata[modifica | modifica sorgente]

I primi gruppi Montoneros organizzati come strutture politico-militari, furono attive nella provincia di Buenos Aires sotto la direzione di Fernando Abal Medina, Carlos Gustavo Ramus, José Sabino Navarro, Emilio Maza, Carlos Capuano Martínez, Norma Arrostito, Mario Firmenich.

Il 29 maggio 1970 il movimento raggiunse la notorietà internazionale quando un gruppo armato di militanti montoneros travestiti da ufficiali dell'esercito sequestrarono il generale Pedro Eugenio Aramburu, uno dei capi della dittatura militare che nel 1955 aveva rovesciato il governo peronista, e lo assassinarono il 1º giugno, dopo averlo dichiarato colpevole di tradimento in un "processo rivoluzionario".

I Montoneros compirono diverse azioni di guerriglia per dimostrare le loro capacità di conquistare e tenere un territorio urbano (come il cosiddetto Cordobazo, la presa di un quartiere della città di Cordoba il 1º luglio dello stesso anno), numerosi sequestri ed esecuzioni simboliche. Rapirono persone legate alla dittatura e collaborazionisti ma anche uomini d'affari stranieri, al fine di ottenerne riscatti in danaro per finanziarsi. Dal rapimento di un manager della Exxon ricaveranno alcuni milioni di dollari.

Rapporti con Perón[modifica | modifica sorgente]

Juan Domingo Perón, recatosi in esilio nella Spagna franchista, aveva abbandonato i suoi propositi populisti e neosocialisti, avvicinandosi molto di più alla destra, anche se di certo in maniera slegata dagli Stati Uniti e dalle dinamiche della guerra fredda. Dalla Spagna, Perón esaltava le gesta del movimento montonero, costituito dall'ala sinistra dei suoi sostenitori, i quali speravano ancora che dopo il suo rientro in Argentina avrebbe messo la nazione sulla strada per la costruzione di una "Patria Socialista".

Il sequestro dei fratelli Born[modifica | modifica sorgente]

Juan e Jorge Born, titolari di una grandissima azienda esportatrice di cereali, furono sequestrati dai Montoneros, i quali riuscirono ad ottenere un riscatto di 60 milioni di dollari per la loro liberazione. Il denaro ottenuto fu portato in parte a Cuba, ma vi sono controversie e lati oscuri sulla destinazione di tale patrimonio.

La svolta: Il Massacro di Ezeiza[modifica | modifica sorgente]

Dopo la vittoria, avvenuta l'11 marzo 1973, dal movimento peronista denominato Fronte Giustizialista di Liberazione (costituito dal Partito Giustizialista, dal Partito Conservatore Popolare e dal Partito Socialista Unificato), il nuovo presidente Hector Campora, dirigente peronista legato alle correnti di sinistra del movimento, organizzò finalmente il ritorno di Juan Perón in Argentina, che avvenne nel giugno 1973. Il movimento peronista in realtà era già dilaniato da dissidi e lotte interne tra la componente di sinistra, sostenuta dal gruppo armato montoneros, e quella di destra, ostile alle istanze di radicale riforma economico-sociale[2].

Circa 3 milioni di sostenitori di Juan Domingo Perón si radunarono presso l'aeroporto di Ezeiza per attendere l'arrivo in aereo del loro leader, dopo 18 anni di esilio in Spagna. Alcuni cecchini spararono sulla folla inerme radunata all'aeroporto e 13 persone vennero uccise.

Si delineò presto una marcata e definitiva cesura tra il peronismo di sinistra (i Montoneros, la chiesa cattolica militante e terzomondista e tutte quelle organizzazioni che avevano combattuto per la libertà e per riportare Perón in patria) ed il peronismo di destra (nazionalisti, conservatori e le alte sfere della chiesa)

Contro Perón[modifica | modifica sorgente]

Esclusi da ogni forma di partecipazione politica, pur essendo tra i principali fautori del ritorno di Perón in Argentina, i Montoneros reclamavano potere e la realizzazione delle istanze neosocialiste che da sempre avevano immaginato per il proprio paese. Perón, ormai schiavo della destra e degli ambienti conservatori, arrivò a scontrarsi con i Montoneros quando costoro eseguirono attentati per attirare l'attenzione e pretendere il potere che pensavano spettasse loro. Ne derivò una vera e propria dichiarazione di guerra tra movimento e governo.

La Tripla A[modifica | modifica sorgente]

José López Rega, segretario di fiducia di Perón, divenne ministro del nuovo governo, fondando una organizzazione paramilitare anticomunista illegale, la Alianza Anticomunista Argentina (detta "Tripla A"), per fronteggiare la dissidenza di sinistra e tutti i movimenti "marxisti", compresi i Montoneros - che marxisti non erano - e ad esclusione del Partito Comunista Argentino, che invece appoggiò il governo militare di lì a poco instauratosi.[3] Finanziò la Tripla A, prima che giungessero i fondi occulti dagli Stati Uniti, con i fondi destinati al suo ministero.

Il discorso del 1º maggio 1974[modifica | modifica sorgente]

Durante le celebrazioni della festa dei lavoratori, il presidente Perón, a fronte di una piazza gremita per la metà di simpatizzanti dei Montoneros, a seguito dei cori e degli slogan della piazza, rinunciò al suo discorso sul sindacalismo e si lanciò in una violenta invettiva contro il movimento montonero.[4]

I rappresentanti ed i sostenitori del movimento se ne andarono sbigottiti da Plaza de Mayo, dove aveva avuto luogo il discorso, e dopo la morte di Perón, avvenuta esattamente due mesi dopo, l'organizzazione si diede alla clandestinità e annunciò il ritorno alla lotta armata per fronteggiare il peronismo ufficiale, in un caos che portò al golpe militare.[5]

Repressione e guerriglia sotto il regime militare[modifica | modifica sorgente]

Bandiera dei Montoneros

I montoneros di fronte alla dittatura[modifica | modifica sorgente]

Dal 1976, con il Processo di Riorganizzazione Nazionale, il regime militare al potere a seguito del colpo di stato del 24 marzo 1976 impiegò ogni mezzo per reprimere e schiacciare qualsiasi forma di opposizione. I Montoneros continuarono a operare, con sempre maggiore difficoltà e con la crescente indifferenza della gente.

Il regime giustificava molti assassinii e rapimenti arbitrari come necessari per porre fine al "terrorismo" dei Montoneros. E molto spesso, quando una madre si recava in un commissariato per chiedere dove l'esercito avesse portato il proprio figlio rapito nella notte dai militari, le veniva detto che i "sedicenti militari" erano in realtà Montoneros, terroristi che rapivano cittadini inermi per scaricare la responsabilità sul governo.

La maggior parte dei guerriglieri e dei simpatizzanti dei Montoneros e del peronismo furono presto rapiti ed assassinati. Nel giro di poco tempo i quadri dirigenti del movimento furono individuati e in buona parte eliminati. Molti dei militanti Montoneros finirono nella lunga lista di Desaparecidos, che in realtà annoverava una minoranza di presunti "pericolosi guerriglieri" rispetto ai molti inermi e innocenti cittadini, genericamente ritenuti simpatizzanti dei movimenti di sinistra, rapiti e uccisi dalla dittatura. I superstiti gruppi montoneros erano diretti da alcuni capi in gran parte fuggiti all'estero che rientravano temporaneamente in Argentina per coordinare le varie "offensive tattiche" che la guerriglia cercava di sferrare contro la repressione. Durante gli anni del regime militare l'organizzazione montenoros in Argentina, dai militanti denominata semplicemente "la orga", era diretta dalla cosiddetto CN, la "Conduzione Nazionale", formata da un numero ristretto di dirigenti che si riunivano per coordinare l'attività di resistenza generalmente in Messico, a Madrid, a Parigi o a Cuba. Il dirigente più importante era Mario Firmenich, mentre gli altri componenenti della CN nel 1978 erano Roberto Perdía, Fernando Vaca Narvaja, Raúl Yager e Horacio Mendizábal[6].

Reazione e resistenza dei montoneros[modifica | modifica sorgente]

I guerriglieri montoneros ancora attivi cercarono di contrastare la repressione e di intensificare le azioni armate in alcune occasioni riuscendo a colpire importanti membri del regime. Il 18 giugno 1976 il generale Cesáreo Ángel Cardozo, capo della polizia (Jefe de la Policía Federal) e uno dei principali teorici della repressione, venne ucciso dall'esplosione di una bomba collocata nella sua abitazione da una giovane militante montonero, Ana María González, un amica intima e una compagna di studi della figlia del militare che quindi frequentava abitualmente la casa. Il 19 agosto 1976 fu ucciso da un gruppo di cinque guerriglieri (tre uomini e una donna) il generale Omar Actis, presidente del comitato organizzatore dei campionati mondiali di calcio previsti in Argentina nel 1978[7]; il 5 marzo 1977 fu gravemente ferito da un gruppo di tre montoneros (due uomini e una donna), il ministro degli Esteri César Augusto Guzzetti; il 1 agosto 1978 un attentato dinamitardo colpì l'abitazione dell'ammiraglio Armando Lambruschini, la giovane figlia del militare e alcuni vicini rimasero uccisi.

I dirigenti montoneros peraltro inizialmente non compresero la pericolosità del nuovo regime militare e la brutale efficienza dei suoi metodi di repressione; al contrario alcuni capi, in particolare Mario Firmenich el pepe, sembrarono ritenere favorevole in prospettiva per la crescita del movimento montoneros, l'assunzione diretta del potere da parte dei militari. Firmenich nel 1977 affermò che nel primo anno di dittatuta le perdite montoneros, inferiori a 1.500 militanti, erano state minori delle previsioni e ottimisticamente previde una crescita del prestigio del movimento e un corrispondente indebolimento del regime. Il capo montonero parlò di "fine della campagna offensiva della dittatura" e di possibilità di "controffensiva finale" nel 1978[8].

Crisi del movimento[modifica | modifica sorgente]

In realtà invece la repressione attuata con metodi terroristici dal regime militare stava indebolendo in modo decisivo i gruppi montoneros ancora attivi; inoltre la popolazione, paralizzata dall'azione dei militari, aveva definitivamente abbandonato ogni sostegno al movimento. L'attività dei montoneros durante i campionati di calcio 1978, decisa da una riunione della CN a L'Avana su proposta di Firmenich, fu contraddittoria e inefficace; si decise di non boicottare il torneo e di non intralciare lo svolgimento delle gare, vennero portate avanti con modesti risultati alcune campagne di propaganda per enfatizzare a livello internazionale la lugubre situazione argentina; vennero sferrati alcuni attentati incruenti simbolici contro strutture del potere che tuttavia vennero ignorati dai mezzi di comunicazione asserviti al regime. I mondiali di calcio furono un grande successo propagandistico per la giunta militare[9]. Sorsero polemiche all'interno del movimento e ci furono anche dubbi sull'azione di Firmenich; sono state sollevati sospetti su possibili accordi diretti tra l'ammiraglio Massera e lo stesso Firmenich in cui, in cambio di denaro, il capo montoneros avrebbe garantito la sospensione dell'attività di guerriglia durante i campionati, i dirigenti montoneros, pur affermando che ci furono durante la dittatura tentativi di mediazione tramite la chiesa cattolica, peraltro sempre rifiutati dal regime militare, hanno categoricamente escluso accordi segreti direttamenti con i capi della giunta[10].

Dopo i campionati del mondo di calcio, la CN montonera, interpretando in modo errato l'evoluzione della situazione argentina, ritenne di potere sferrare nel 1979 una "controffensiva" che invece si concluse in un disastro per il movimento. L'apparato repressivo del regime era al massimo della suo efficienza e i centri di detenzione e tortura erano in piena attività; numerosi militanti furono individuati, catturati o uccisi dalla repressione; molti nuclei attivi furono eliminati; Horacio Mendizábal, inviato in Argentina per coordinare la velleitaria controffensiva, venne ucciso dai militari[11].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Richard Gillespie, Soldados de Peron - Los Montoneros. Grijalbo, 1987, pp 74 - 75.
  2. ^ A. Cordolcini, Pallone desaparecido, pp. 12-13.
  3. ^ Il regime militare argentino nella stampa italiana, 24marzo.it. URL consultato il 16 marzo 2014.
  4. ^ Richard Gillespie, op. cit., pp 187 - 188.
  5. ^ Ibidem, p. 205
  6. ^ P. Llonto, I mondiali della vergongna, pp. 165-166.
  7. ^ P. Llonto, I mondiali della vergongna, pp. 39-40. All'epoca si sospettò che l'omicidio del generale Actis fosse in realtà opera di uomini dell'ammiraglio Emilio Massera per contrasti interni alla dirigenza della giunta, ma lo stesso capo montonero Roberto Perdía nel 2002 ha in pratica confermato la responsabilità del movimento montoneros.
  8. ^ P. Llonto, I mondiali della vergogna, pp. 165-166.
  9. ^ P. Llonto, I mondiali della vergogna, pp. 166-182.
  10. ^ P. Llonto, I mondiali della vergogna, pp. 182-185.
  11. ^ P. Llonto, I mondiali della vergogna, p. 187.

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