Peronismo

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Juan Domingo Perón

Il peronismo (detto anche giustizialismo) fu un movimento politico creato da Juan Domingo Perón durante la sua prima presidenza della Repubblica argentina (1946-1955), con l'apporto ideologico e di immagine di sua moglie Evita Perón. I suoi seguaci, almeno in origine, erano chiamati anche descamisados ("scamiciati"[1]), ad indicare simbolicamente la provenienza dagli strati popolari della società. Si tratta di un movimento politico sincretico, talora definito populista, che unisce il socialismo, il patriottismo, la terza via economica del fascismo italiano (senza rinnegare, perlomeno nella maggior parte dell'esperienza peronista, la democrazia e la sovranità popolare) e il socialismo nazionale. Tale ideologia ha permeato - e tuttora è molto importante - la maggior parte dei partiti politici argentini odierni, sia di destra sia di sinistra.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Il fenomeno peronista nasce nel 1943, ma le sue origini vanno cercate più indietro, nella struttura stessa della società argentina. Essa era retta fino agli anni '20 da un'oligarchia egemonizzata dai grandi allevatori e commercianti di carne, con un proletariato urbano in crescita, una classe media urbana ed un proletariato rurale impiegato nell'allevamento. L'economia era pesantemente controllata da britannici e statunitensi (circa il 50% delle imprese) e la situazione sociale caratterizzata da ampi fenomeni di immigrazione interna e dall'Europa, che favorì la formazione e lo sviluppo di espressioni politiche complesse (in un primo momento socialisti, anarchici, anarco-sindacalisti e comunisti).

Un primo colpo di stato si ebbe nel settembre 1930 da parte del generale José Félix Uriburu, che sollevò dall'incarico il presidente Hipólito Yrigoyen, ponendo fine allo stato liberale ed instaurando un governo autoritario e populista, ma pur sempre ispirato all'oligarchia. Il regime cade due anni dopo, ma ormai la rottura dell'equilibrio si era verificata.

Fino al 1940 si ebbe una crescita costante del movimento sindacale (Confederacion General del Trabajo, CGT), sia per adesioni che per rivendicazioni. L'inizio della guerra e l'invasione dell'URSS spaccò l'unità del movimento operaio (dal 1942 esistono due diversi CGT) ma anche nel resto della società argentina, creando divisioni tra fascisti ed antifascisti sul comportamento da tenere nei confronti della guerra.

Nel 1940 andò al potere l'ala più filofascista dei conservatori, contrari all'entrata in guerra contro l'Asse a fianco degli Alleati. Il 4 giugno 1943 essi, insieme al Grupo de Oficiales Unidos (GOU) realizzarono un colpo di stato, impedendo l’elezione a presidente del filo-britannico Robustiano Patrón Costas. Il colonnello Juan Domingo Peron, appartenente al gruppo, entrò nel governo alla guida del Ministero del Lavoro e della previdenza. Egli, alla fine degli anni trenta, visse nell'Italia fascista come osservatore militare dello Stato Maggiore argentino e studiò all'Università di Bologna Scienze Politiche ed Economia Corporativa[2], vedendo con simpatia la politica e l'ideologia fascista, poi alla base del movimento peronista.[3]

Con la guerra in corso l'Argentina si trova in forte crescita economica, grazie ad una fortissima richiesta di prodotti agricoli e d'allevamento da parte di tutti i belligeranti ed allo spostamento della produzione industriale nelle aree pacifiche.

Peron si lega alla CGT 2, autonomista, realizzando tra il 1943 ed il 1945 quanto non era stato raggiunto nei decenni precedenti di lotta di classe: assicurazioni obbligatorie per incidenti sul lavoro e malattie professionali, la giornata lavorativa di otto ore, lo statuto dei giornalieri, tredicesima mensilità, ferie retribuite, estensione del sistema pensionistico, riconoscimento ufficiale dello status giuridico dei sindacati, etc. La sua popolarità divenne talmente forte da permettergli di assumere nel 1944 anche la carica di Ministro della Guerra e di Vicepresidente.

Essendo però ancora forte, l'oligarchia al potere, contraria a queste misure, tenta di fermare Peron imprigionandolo nel 1945, ma provocando una sollevazione popolare che porterà alla sua liberazione il 17 ottobre dello stesso anno.

La presidenza Perón: la "rivoluzione" dei descamisados[modifica | modifica sorgente]

(ES)
« El peronismo será revolucionario o no será nada! »
(IT)
« Il peronismo sarà rivoluzionario o non sarà niente! »
(Evita Peron)

Nel 1946 Perón scelse perciò di correre da solo alle elezioni, con una lista appoggiata dai settori sindacalisti sia nazionalisti che socialisti. Vinte le elezioni, il primo governo godette di una congiuntura favorevole, grazie alle abbondanti riserve di oro e valuta straniera, con un saldo commerciale positivo e un mercato interno in espansione. Ciò favorì un ampio processo di redistribuzione della ricchezza, ma anche una continuazione della contrapposizione peronismo-antiperonismo, visto il carattere comunque autoritario del governo. Questo infatti operò una serie di arresti nei confronti dei gruppi legati al marxismo ed alla lotta di classe: i settori sindacali internazionalisti - tra cui Cipriano Reyes ed altri dirigenti che collaborarono alla sua liberazione l'anno precedente - e sciolse lo stesso Partito Laburista d'Argentina per creare quello Giustizialista.

Eva Perón pronuncia un discorso alla Casa Rosada

Nel primo piano quinquennale argentino venne creato l’Istituto di promozione e intercambio (IAPI), si nazionalizzano il Banco centrale, le imprese dei servizi pubblici (ferrovie, acqua, gas, telefoni) e si dà impulso all’edilizia popolare e all’alfabetizzazione delle classi più povere.

Il sistema formatosi provoca l'allontanamento dei potentati economici e finanziari statunitensi ed inglesi, realizzando una sintesi tra industria nazionale e lavoratori, in una terza via tra capitalismo e comunismo.

Nel 1949 Peron promulga la nuova Costituzione argentina che, tra l'altro, riconosce il diritto di sciopero, alla salute ed all'istruzione, il monopolio del commercio estero da parte dello Stato.

Una prima crepa nel regime si aprì con la morte della moglie di Peron il 26 luglio 1952, Eva Duarte de Perón (detta Evita), popolare intrattenitrice radiofonica di umili origini, dotata di carisma e capacità comunicativa, e gestitrice dell'immagine pubblica del marito.
Dallo stesso anno l'economia comincia a perdere posizioni, a causa dell'esaurimento delle riserve internazionali accumulate durante la guerra, quando l'Argentina costituiva la sesta potenza economica mondiale.

Successivamente l'ostilità della Chiesa Cattolica (scatenata tra l'altro dall'approvazione della legge sull'aborto), in comunione con quella angloamericana e dei potentati economico-finanziari, sindacali e dei partiti tradizionali interni (vengono fatti chiudere i quotidiani La Vanguardia, La Prensa e La Nación) determineranno il crollo del sistema peronista.

Il 16 giugno 1955 venne organizzato un colpo di stato militare da parte della Marina Militare, che bombarda la Casa Rosada tentando di uccidere il presidente. Il 18 giugno Perón è costretto a fuggire in esilio prima in Paraguay e poi nella Spagna di Franco.

Ad una intervista della tv inglese, che gli chiede cosa intenda fare per tornare in Argentina, Peron risponde: “Nulla. Faranno tutto i miei nemici”.

Il peronismo resistente[modifica | modifica sorgente]

Inizia quindi il "peronismo della resistenza". All'interno del movimento si formarono due correnti: un settore socialista nazionale, associato ai movimenti rivoluzionari sudamericani, ed un'ala conservatrice. Il primo entrò in clandestinità, organizzando movimenti di resistenza alla giunta militare a partire fin dal 1955.

« “Se siente, se siente, Perón está presente” »
(Coro lanciato nei cortei peronisti argentini dopo l'esilio di Peron[4])

Il 20 settembre 1955 assume il potere in Argentina il maggiore Eduardo Lonardi, che avvia il ritorno alla democrazia, ma subisce a sua volta un colpo di stato da parte del generale maggiore Pedro Eugenio Aramburu, che blocca nel sangue una rivolta peronista nel giugno 1956, giustiziando 38 peronisti ed eseguendo migliaia di arresti. Il mese successivo l'Assemblea Costituente ripristina la Costituzione liberale del 1853.

Con le elezioni del marzo 1962 i peronisti sono nuovamente ammessi alle elezioni, ottenendo il 35% dei consensi. Il presidente Frondizi viene accusato di cedere alle pressioni peroniste, egli viene perciò destituito dalle forze armate, che gli succedono il presidente del Senato José María Guido. Peronisti e comunisti vengono nuovamente messi al bando.

Fa la sua nascita il gruppo armato dei Montoneros, e dall'esilio Perón plaude alle loro azioni di guerriglia terrorista.

Negli anni successivi i dirigenti della resistenza, tutti rifugiatisi a Cuba, gettarono le basi per la costruzione di un fronte peronista di liberazione nazionale. Tra di essi Fernando Abal Medina e Norma Arrostito, dirigenti dei Montoneros, e John William Cooke, uno degli ideologi di riferimento dei guerriglieri peronisti e organizzatore della fusione fra i movimenti studenteschi e operai.

« Tutta la nostra lotta deve partire dall’auto-consapevolezza di vivere in un paese semi-coloniale, paese che è, a sua volta, membro di un continente anch’esso semi-coloniale. [...] Il nazionalismo è possibile solo se inteso come una politica conseguente all’anti-imperialismo »
(John William Cooke, "Apuntes para la militancia")

Nel 1967 essi partecipano alla OLAS (Organización Latinoamericana de Solidaridad): organizzazione che racchiudeva tutti i movimenti anti-imperialisti latino americani appartenenti alle più diverse estrazioni politiche. La lotta di liberazione nazionale argentina venne affidata al peronista Jorge Ricardo Masetti, che organizzò le forze rivoluzionarie peroniste: i Montoneros, l'Ejército Guerrillero del Pueblo (di ispirazione guevarista), le Fuerzas Armadas Peronistas ed altri gruppi.

« In Argentina l’oligarchia dominante si è legata al capitale multinazionale [...] per cui, lo sfruttamento nel mio paese si identificava con la presenza prima inglese e poi statunitense. Il nazionalismo, quindi, è sempre stato sinonimo di liberazione e i due termini, se presi separatamente, non avrebbero avuto senso. Il fenomeno peronista costituiva un’unione variegata: i delusi del Partito Comunista, i settori cattolici più radicali, i militanti che avevano conosciuto il Che, i sottoproletari delle villas miseria, le baraccopoli di Buenos Aires, ma anche una parte consistente della piccola borghesia. Dal 1975 iniziò l’adesione operaia in massa, unendosi al movimento studentesco che lottava soprattutto contro l’eccessiva invadenza statunitense. Il peronismo, dunque, è nato come movimento politico di massa. Più tardi, il ricorso alla lotta armata, non è stata una scelta, ma l’unica forma di resistenza possibile. »
(Miguel Bonasso, militante Montonero e giornalista italo-argentino)

Il declino economico e sociale dei diversi governi che si susseguirono negli anni sessanta, incalzati anche dall'attività di guerriglia dei Montoneros, aprì la strada al ritorno di Peron.

Il ritorno al potere[modifica | modifica sorgente]

Nel 1971 il generale Alejandro Lanusse compì un nuovo colpo di stato, ripristinando il regime democratico nel 1973. Alle elezioni dell'11 marzo a Peron fu vietato di partecipare e gli elettori elessero Héctor Cámpora, un suo sostenitore. Questi si dimise nel luglio dello stesso anno, decretando nuove elezioni a cui questa volta partecipò anche Peron stesso, che tornò in Argentina divenendo presidente per la terza volta nell'ottobre del 1973.

La situazione argentina era però cambiata notevolmente nel frattempo ed il nuovo regime peronista rimase bloccato dai conflitti tra l'ala conservatrice e quella socialista nazionale, condizionando l'ordine pubblico e obbligando il governo a provvedimenti d'urgenza.

La morte di Peron il 1º luglio 1974 e la successione della seconda moglie Isabel Martínez de Perón, provocarono un nuovo rovesciamento, sanzionato dal golpe militare del 24 marzo 1976.

Il peronismo dopo Peron[modifica | modifica sorgente]

Il regime democratico venne di nuovo ripristinato nel 1983, dopo il fallimento del Processo di riorganizzazione nazionale e la sconfitta nella Guerra delle Falkland del 1982.

Néstor Kirchner

Il movimento peronista, dopo una prima sconfitta elettorale da parte dei socialisti, tornò al potere in diverse occasioni (per la prima volta nel 1989), ma mantenendo differenze tra peronisti conservatori (come Carlos Menem) e socialisti nazionalisti (come Néstor Kirchner o sua moglie Cristina Fernández de Kirchner, fautori del kirchnerismo).

Organizzazione[modifica | modifica sorgente]

Per differenziare il proprio movimento da un partito politico, Perón stesso mise sempre in risalto il carattere composito del peronismo. Esso era costituito non solo da un partito politico con due branche, maschile e femminile, ma anche da organizzazioni sindacali, studentesche, sportive ecc. che confluivano nel movimento a cui spettava rappresentare la totalità degli interessi nazionali.

Collocazione politica[modifica | modifica sorgente]

Il sociologo antifascista Gino Germani, emigrato in Argentina nel 1934 dopo essere stato incarcerato per "propaganda sovversiva" in Italia, nelle sue analisi sul movimento peronista riportò che, sebbene vi fu una differenza nel tipo di mobilitazione di massa rispetto al fascismo italiano (in Argentina essa fu primaria, ossia all'interno di una società non industriale, e monopolizzata dalla classe sociale inferiore), sul piano politico il peronismo appartiene alle correnti che, dopo la Grande Guerra e la crisi del 1929, proclamarono in Europa la necessità di una Terza Via: fascismo, nazionalsocialismo, corporativismo e falangismo.[5]

Nel peronismo si mostrò anche quella tendenza al sindacalismo rivoluzionario, nazionale ed autogestionario proprio dei fascismi europei. Peron stesso dichiarò più volte che il movimento operaio era la base portante del suo movimento[6], fatto che mosse verso di lui critiche di filocomunismo. Ma il carattere prettamente nazionale[7] del socialismo perseguito dal Generale Peron, lo rese inviso sia al capitalismo angloamericano che al marxismo sovietico, tanto che furono queste forze a determinarne la crisi del 1955, insieme alle pressioni della Chiesa.

Nel peronismo compaiono perciò tutte le caratteristiche politiche del fascismo (Terza Via, socialismo e sindacalismo nazionale, corporativismo e socializzazione, autoritarismo e populismo)[2][8], ma addirittura anche gli uomini stessi che dettero vita ai fascismi europei tra il 1919 ed il 1945.[4] Caso emblematico è quello di Giuseppe Spinelli, ex operaio cremonese divenuto Ministro del Lavoro durante la Repubblica Sociale Italiana. Dopo la sconfitta militare italiana, insieme a decine di migliaia di fascisti, si trasferì in Argentina e, dopo la vittoria di Peron nel 1946, gli venne affidato l'incarico di capo del dipartimento dell'immigrazione della Marina Argentina ed affiancato a Peron stesso come consigliere economico in materia di socializzazione e corporativismo, assi portanti della politica economica peronista come di quella dei regimi europei.[9]

Nel 1969 Peron, ricordando il periodo passato in Italia da ufficiale di Stato Maggiore argentino trent'anni prima, spiegò in una sua intervista il legame profondo ed il collegamento tra peronismo e fascismo italiano:

« [...]lì si stava facendo un esperimento. Era il primo socialismo nazionale che appariva nel mondo. Non voglio esaminare i mezzi di esecuzione che potevano essere difettosi. Ma l’importante era questo: un mondo già diviso in imperialismi e un terzo dissidente che dice: No, né con gli uni né con gli altri, siamo socialisti, ma socialisti nazionali. Era una terza posizione tra il socialismo sovietico e il capitalismo yankee »
(Juan Domingo Peron, Corriere della Sera, Peron, un Caudillo tra comunismo e capitalismo yankee di Sergio Romano, 29 giugno 2005)

Sempre Peron in una sua dichiarazione ad un giornale inglese: “Gli argentini sono al 30 per cento socialisti, al 20 per cento conservatori, un altro 30 per cento è di radicali [...]”; al che il giornalista lo interrompe domandandogli: “E i peronisti?”. “No, no, peronisti sono tutti quanti”, affermò il Presidente Argentino con estrema naturalezza.[10]

Sulla matrice politica del peronismo, peraltro, taluni autori[11] vedono il movimento argentino come la risultante dell'apporto di diverse idee politiche, portate da intellettuali cattolici e marxisti, come da esponenti della stessa classe operaia, forze che, d'altronde, furono alla base dello stesso fascismo italiano.

Principi[modifica | modifica sorgente]

I principi che caratterizzarono il peronismo sono i seguenti:[12]

  • giustizia sociale, impostata non sulla lotta di classe, bensì sulla collaborazione tra le classi sociali all'interno del corpo statale;
  • indipendenza economica del paese dai monopoli internazionali;
  • terzomondismo in politica estera, inteso come un atteggiamento neutrale nei confronti dei due grandi blocchi che, durante gli anni del suo governo, si fronteggiavano nella guerra fredda.

Nella ricerca della giustizia sociale il Peronismo si configura come Terza Via tra capitalismo liberista e comunismo di stampo sovietico.[2][4][8][13][14][15][16][17]

« in campo economico il peronismo assicura che tutto il patrimonio argentino sia degli argentini e che si sostituisca alla politica economica di sfruttamento capitalista una politica economica sociale per cui la nostra ricchezza possa essere distribuita proporzionalmente tra tutti coloro che con il proprio sforzo concorrono a formarla »
(Elementi di Dottrina Peronista, Juan Domingo Peron, 1952)

In politica economica vengono nazionalizzate la Banca centrale, le imprese dei servizi pubblici (ferrovie, acqua, gas e telefonia) e quelle legate al settore energetico (centrali idroelettriche, gas naturale e carbone). In particolare Peron, che durante gli anni di servizio presso l’Ambasciata Argentina a Roma aveva maturato ammirazione per Benito Mussolini, si ispira alla legislazione sociale del Fascismo[18], quando, all'inizio della carriera politica, riveste l'incarico di Ministro del Lavoro: salario minimo garantito, assicurazioni obbligatorie per incidenti sul lavoro e malattie professionali, la giornata lavorativa di otto ore, lo statuto dei giornalieri, tredicesima mensilità, ferie retribuite, estensione del sistema pensionistico, riconoscimento ufficiale dello status giuridico dei sindacati, etc

In politica estera l’Argentina mantiene una stretta neutralità nei confronti dei due grandi blocchi contrapposti.

« Tutti i paesi sono più o meno dominati, direttamente o indirettamente, dall'influenza imperialista, che è strumentalizzata dall'imperialismo americano o da quello sovietico [...] Yalta ha diviso il mondo in due «riserve di caccia» a vantaggio delle due potenze imperialiste. [...] l'unificazione di tutti coloro che lottano per la stessa causa (la sovranità nazionale, ndr) »
(Elementi di Dottrina Peronista, Juan Domingo Peron, 1952)

Il Peronismo in Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia il Peronismo riscuote successo sia nella destra che nella sinistra radicale.

Lotta Continua sul proprio quotidiano definisce il Peronismo come "uno dei fenomeni sociali, politici e ideologici più incompresi del nostro secolo".[19]

Il congresso del Movimento Sociale Italiano a Roma nel 1949 si apre con tutti i delegati che gridano ”Viva Peron!”, mentre Il Borghese si schiera apertamente in favore del presidente argentino anche nella lotta contro il Vaticano, in quella che ritiene “la battaglia per impedire che la formula della DC si estenda anche al Sud America.[20]

Terza Posizione guarda con simpatia alla lotta dei Montoneros, movimento rivoluzionario peronista di ispirazione socialista nazionale, nato durante l’esilio del Presidente Peron.[21]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Juan Domingo Peron Catecismo de doctrina Nacional Justicialista.
  • Maurice Bardeche I fascismi sconosciuti, Edizioni Ciarrapico.
  • Pierre Milza e Serge Bernstein Dizionario dei Fascismi, Bompiani, 2005.
  • Giuseppe Federico Benedini. Il peronismo. La democrazia totalitaria in Argentina. Editori Riuniti, 2010, pp. 288. ISBN 978-88-6473-012-7
  • Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos, Corbaccio, 1994.
  • Franz Maria D’Asaro Il Fascismo di Peron, Silva e Ciarrapico Editore.
  • Alfredo Helman Il Peronismo 1945-1955, Edizioni clandestine, 2005.
  • Loris Zanatta Il Peronismo, Carocci, 2008.
  • Vanella Ferrero Luis Peron e l'Italia. Peron e il giustizialismo tra Destra e Sinistra, M & B Publishing, 2001.
  • Ennio Di Nolfo Storia delle Relazioni Internazionali, Edizioni Laterza, 1994
  • Carlos Jesús Rodríguez Mansilla La Idea Peronista, Diario Clarín, 1982.
  • George Blanksten Perón’s Argentina, Chicago, 1953.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ come i sostenitori di Peron che si erano accampati davanti al palazzo presidenziale senza camicia, a causa del gran caldo
  2. ^ a b c Carlos Jesús Rodríguez Mansilla La Idea Peronista, Diario Clarín, 1982.
  3. ^ Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos, Corbaccio, 1994.
  4. ^ a b c Loris Zanatta Il Peronismo, Carocci, 2008.
  5. ^ Renzo De Felice Le interpretazioni del Fascismo, Laterza, Bari, 1969
  6. ^ "Così come la classe lavoratrice sta sostituendo i rappresentanti dell’individualismo capitalista all’interno del panorama politico, ugualmente, nel sistema economico, la classe lavoratrice sta sostituendo le imprese individuali con le cooperative", Juan Domingo Perón, Presidencia de la Nación, 1952.
  7. ^ "Il giustizialismo è una forma di socialismo, un socialismo nazionale, che risponde alle necessità e alle condizioni di vita dell’Argentina. È naturale che questo socialismo abbia entusiasmato le masse popolari e che in conseguenza di ciò si manifestino le rivendicazioni sociali. Esso ha creato un sistema sociale di fatto totalmente nuovo e totalmente differente dall’antico liberalismo «democratico» che ha dominato il paese e che si era posto, senza alcuna vergogna, al servizio dell’imperialismo yankee", Parla Juan Domingo Peròn. Intervista a cura di Jean Thiriart. Traduzione E. Massari ”Aurora”, 1997
  8. ^ a b Ennio Di Nolfo Storia delle Relazioni Internazionali, Edizioni Laterza, 1994
  9. ^ Enrico Vidali Il socialismo di Patecchio, Persico, 2004
  10. ^ Antonello Sacchetti, JUAN DOMINGO PERON, Il Cassetto - quindicinale online, 18 ottobre 2006.
  11. ^ Giuseppe Federico Benedini, secondo cui sulla formazione politica di Peròn grande influenza ebbe la figura di Benito Mussolini, "ma ridurre il peronismo ad una mera versione sudamericana del fascismo vorrebbe dire non rendere giustizia ad una dottrina che, nel corso degli anni, ha potuto contare sul contributo d'intellettuali cattolici e marxisti, sull'appoggio della classe operaia [...]", Giuseppe F. Benedini Il peronismo. La democrazia totalitaria in Argentina, 2009.
  12. ^ Juan Domingo Peron Catecismo de doctrina Nacional Justicialista.
  13. ^ Giuseppe Federico Benedini. Il peronismo. La democrazia totalitaria in Argentina. Editori Riuniti, 2010, pp. 288. ISBN 978-88-6473-012-7
  14. ^ Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos, Corbaccio, 1994.
  15. ^ Franz Maria D’Asaro Il Fascismo di Peron, Silva e Ciarrapico Editore.
  16. ^ Alfredo Helman Il Peronismo 1945-1955, Edizioni clandestine, 2005.
  17. ^ Vanella Ferrero Luis Peron e l'Italia. Peron e il giustizialismo tra Destra e Sinistra, M & B Publishing, 2001.
  18. ^ Ludovico Incisa di Camerana, I caudillos, Corbaccio, 1994
  19. ^ Luis Vanella Ferrero Regis, Peron e il giustizialismo tra destra e sinistra, 2001
  20. ^ Luis Vanella Ferrero Regis, Peron e il giustizialismo tra destra e sinistra, 2001
  21. ^ Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, Noi Terza Posizione, 2004
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