Piano Solo

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Il Piano Solo fu un progetto militare di emergenza, definibile anche come un tentativo di colpo di stato, ideato dall'Arma dei Carabinieri con l'approvazione del Presidente della Repubblica Antonio Segni che minacciò di attuarlo nell'estate del 1964, se non si fosse ridimensionato il programma di centro-sinistra del costituendo II governo Moro[1].

Il piano[modifica | modifica wikitesto]

Il progetto si proponeva di assicurare all'Arma dei Carabinieri (il cui comandante generale era al tempo il generale Giovanni De Lorenzo) il controllo militare dello Stato per mezzo dell’occupazione dei cosiddetti “centri nevralgici” e, soprattutto, prevedeva un progetto di "enucleazione", cioè il prelevamento e il conseguente rapido allontanamento di 731 persone considerate pericolose del mondo della politica e del sindacato: costoro sarebbero dovuti essere raggruppati e raccolti nella sede del Centro Addestramenti Guastatori di Poglina, vicina a Capo Marrargiu, nel territorio di Alghero (in seguito principale base militare di addestramento della struttura clandestina Gladio), adattata a tempo di record dal SIFAR, e dove sarebbero stati "custoditi" sino alla cessazione dell'emergenza. La lista dei soggetti da prelevare sarebbe stata ricavata ed elaborata sulla base delle risultanze di riservati fascicoli del SIFAR, pretesi da De Lorenzo qualche anno prima. Nel frattempo l'Arma avrebbe assunto il controllo delle istituzioni e dei servizi pubblici principali, compresi la televisione, le ferrovie ed i telefoni[2].

In pratica, all'ordine del comandante generale (che in teoria avrebbe potuto impartirlo anche sua sponte, cioè anche sprovvisto di istruzioni superiori), i carabinieri avrebbero catturato quei personaggi politici loro indicati e li avrebbero inviati in Sardegna via mare o su aerei coi finestrini oscurati, detenendoli in uno dei siti più impervi del territorio nazionale[2]. Una delle varianti del piano prevedeva l'uso di sommergibili, ma la circostanza che gli unici adatti fossero posseduti dalla marina degli Stati Uniti fece ripiegare su navi ordinarie della Marina Militare Italiana[senza fonte].

La vicenda[modifica | modifica wikitesto]

Affluenza di reparti militari nella Capitale[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 marzo 1964, De Lorenzo si era incontrato con i comandanti delle divisioni di Milano, Roma e Napoli ed aveva posto in essere un piano finalizzato a far fronte a una situazione di estrema emergenza da parte dei carabinieri e "solo" essi ("Piano Solo"). Il piano prevedeva di occupare anche questure, sedi di partiti e sindacati[2]. La riunione era stata autorizzata ufficialmente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Rossi.

Nel giugno 1964, la tradizionale parata militare della Festa della Repubblica era stata eseguita da un numero di militari straordinariamente più elevato del solito. In occasione delle successive celebrazioni per il 150º anniversario della fondazione dell'Arma dei carabinieri, rimandata dal 7 al 14 giugno per precedenti impegni del Presidente della Repubblica, il comandante generale Giovanni De Lorenzo fece sfilare l'appena rodata brigata meccanizzata, con un'impressionante dotazione di armi e mezzi pesanti[3].

Dopo la sfilata, adducendo motivazioni di ordine logistico, il Comando generale comunicò che le truppe affluite nella Capitale per le celebrazioni vi si sarebbero trattenute sino alla fine del mese successivo. A Roma arrivarono anche i paracadutisti dei corpi speciali; alcuni gruppi di sottufficiali, addestrati nei mesi precedenti nell'utilizzo di apparecchiature elettroniche di trasmissione, si trasferirono in gran segreto e massima riservatezza a Milano e a Roma per essere preparati, in caso di attuazione del piano, così da poter occupare subito le sedi della Rai Tv.

Fiutando un possibile pericolo, anche grazie a qualche "strano" eccesso di zelo dei carabinieri delle rispettive scorte, alcuni importanti esponenti di partiti della sinistra e dei sindacati preferirono rendersi irreperibili per qualche giorno ed evitarono di rincasare e di seguire le proprie personali abitudini; cripticamente, a volte usando allusioni colte che - speravano - non sarebbero state comprese dai loro "angeli custodi", riuscirono a mettersi vicendevolmente sull'all'erta e l'opposizione parlamentare e sindacale fu per qualche tempo introvabile[senza fonte].

Caduta del primo governo di centro-sinistra guidato da Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 giugno 1964, rimasto senza maggioranza nella votazione sul capitolo 88 del bilancio della pubblica istruzione, il governo Moro, primo di centro-sinistra della Repubblica, fu costretto alle dimissioni, rassegnate il successivo 26 giugno.

Il dibattito politico verteva principalmente sulla nuova fase politica di centrosinistra inaugurata nel 1962 dal quarto governo Fanfani col sostegno esterno dei socialisti e poi proseguita con l'inclusione dei socialisti stessi nel primo governo formato da Aldo Moro.

Se negli Stati Uniti la presidenza Kennedy aveva in qualche modo mitigato la netta chiusura americana nei confronti di tali nuove esperienze di governo, le strutture militari americane, diplomatiche e di intelligence non avevano però retrocesso di un solo passo, e ricordavano i ferrei patti stabiliti solo pochi anni prima, come il "Piano Demagnetize", ai servizi segreti italiani ed a De Lorenzo che li aveva sottoscritti[senza fonte].

Il generale De Lorenzo mette in preallarme i comandi dei Carabinieri[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine di giugno e i primi giorni del mese di luglio, De Lorenzo pose in preallarme le strutture interessate, convocando i comandanti delle più importanti divisioni e predisponendo l'eventuale richiamo in servizio di militari già congedati detto Piano SIGMA, e fece distribuire le liste con i nomi di coloro che si sarebbero dovuti "prelevare" (o "enucleare").

Il giorno 28 giugno si svolse in tutta urgenza anche la riunione straordinaria dei tre Comandi di Divisione di Milano, Roma e Napoli. Durante questa riunione sorsero delle perplessità da parte degli alti ufficiali sugli ordini loro impartiti (da ricordare che erano in pochi a conoscere il Piano). Si parlò anche di occupare le prefetture e sequestrare armi in mano i prefetti che opponevano resistenza[senza fonte].

Nella riunione dello stesso 28 giugno si parlò anche del trasporto degli "enucleandi", organizzato in precedenza con i Capi di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuriati e dell'Aeronautica, generale Remondino[2]; non è ancora emersa la posizione di quest'ultimi nella vicenda ma probabilmente non erano a conoscenza del piano e De Lorenzo avrebbe parlato loro solo di trasmissioni e telecomunicazioni e del trasporto dei "sovversivi" in Sardegna.

Il Presidente Segni consulta De Lorenzo sul nuovo incarico governativo[modifica | modifica wikitesto]

Contemporaneamente, il 15 luglio - fatto inedito ed irripetuto per un comandante militare - De Lorenzo fu convocato ufficialmente dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo. Immediatamente dopo, venne consultato anche il Capo di Stato maggiore della Difesa generale Aldo Rossi[4].

Da ricordare che, oltre all'aiuto di Moro a Segni, per la corsa al Quirinale era stato fondamentale anche l'intervento di De Lorenzo con il suo dossieraggio; infatti, durante le elezioni, la candidatura di riserva di Giovanni Leone fu accantonata, in quanto spuntarono fuori dei dossier riguardanti le abitudini sessuali della moglie Vittoria[senza fonte].

Anche se sono solo supposizioni, secondo molti dovute solo ad una psicosi golpista del periodo storico, si parla anche di un coinvolgimento della massoneria e quindi di alcuni generali ritenuti partecipi a tale attività massonica e, probabilmente, informati sui fatti, come il generale Aloja e il generale Miceli o addirittura il procuratore generale di Roma Spagnuolo[senza fonte].

Contrapposizione tra il Presidente Segni e Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

La contrapposizione politica che si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il Capo dello Stato ed il premier uscente Aldo Moro riguardava appunto il centrosinistra: alle proposte di Moro (cui peraltro Segni doveva buona parte delle sue fortune politiche, compreso il Quirinale), che avrebbe aperto alla sinistra con maggior fiducia, col sostegno di una parte della DC ed un tiepido avvicinamento del PCI, Segni rispose proponendo, o forse minacciando, un governo di tecnici sostenuto dai militari[4].

L'uomo cui Segni prevedeva di dover far riferimento per l'affidamento delle funzioni di governo sarebbe stato il presidente del Senato Cesare Merzagora[5], che si era poco tempo prima fatto notare per una singolare affermazione in cui dichiarava di attendersi che i partiti politici avrebbero avuto vita breve, invocando un governo di emergenza.

Secondo governo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 luglio, invece, Moro si recò al Quirinale, con l'intenzione di accettare l'incarico per formare un nuovo governo di centro-sinistra[4]. Durante le trattative, infatti, il PSI, su impulso di Pietro Nenni, aveva accettato il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. La crisi rientrò, nessun carabiniere dovette muoversi.

Moro, insieme a Nenni (che nel 1967 rievocherà quel periodo come quello del "tintinnio di sciabole"[6]), optò per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, ed il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie[7].

Malattia e dimissioni di Antonio Segni[modifica | modifica wikitesto]

Il 7 agosto, giorno successivo all'insediamento del nuovo governo, Segni fu colpito da un ictus cerebrale nel corso di un'accesissima discussione con Moro e Saragat; la supplenza del Quirinale fu assunta dal presidente del Senato Cesare Merzagora[8].

Qualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente e al suo posto fu eletto Giuseppe Saragat.

La scoperta del Piano (1967)[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre del 1965, dopo aver lasciato l'Arma, De Lorenzo diventò Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al posto del generale Giuseppe Aloja.

Il piano era stato tenuto ovviamente segreto, sebbene alcune voci avessero sin dall'inizio preso a circolare (sempre più insistentemente, provocando nel 1965 la metamorfosi del SIFAR, evolutosi nel pressoché identico SID, formalizzata l'anno successivo). La sua scoperta pubblica si ebbe soltanto qualche anno dopo, grazie ad alcuni articoli de "L'Europeo", poi ripresi ed amplificati nel 1967 da "L'Espresso" grazie a contributi indirettamente ricevuti da soggetti legati al KGB, che era al corrente del piano sin dai tempi dell’acquisto dei terreni di Villanova Monteleone (Sardegna)[senza fonte].

Le conseguenze e le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Immediatamente De Lorenzo fu rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell'Esercito e furono avviate procedure di inchiesta da parte di diversi enti; per i carabinieri fu il vice-comandante generale, il generale Giorgio Manes, già precedentemente in urto col De Lorenzo (ed anche con uno dei suoi successori, Ciglieri) ed uno fra i primi ad ammettere pubblicamente l'esistenza del piano, a dirigere un'investigazione che si risolse nel famoso "rapporto Manes". Manes, in realtà, era ben partecipe (come subordinato) del piano ed anzi taluni suoi appunti privati del tempo furono in seguito esaminati in sede giudiziaria per ricostruire le fasi dell'approntamento del piano[9].

Il governo oppose sempre il segreto di Stato (con i notissimi "omissis" di Moro) alle reiterate richieste di informazioni da parte delle diverse commissioni di indagine, facendo mancare perciò il necessario materiale d'esame, ed anche la lista degli "enucleandi" andò perduta (mentre dei fascicoli SIFAR si dispose la distruzione).

Nel frattempo, nel 1968, De Lorenzo diventò deputato nelle fila del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (dal 1971 nel Movimento sociale italiano) e, nel nuovo ruolo, con la mozione n.484 del 9 ottobre 1968, tentò di organizzare e decidere come si sarebbero svolti i lavori di inchiesta parlamentare che lo riguardavano.

Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta che produsse una relazione di maggioranza indicante che non si era raccolto "un solo elemento di prova, un solo indizio" che dimostrasse il tentativo di golpe. Dalle opposizioni si obiettò che gli elementi di prova sarebbero stati celati dagli "omissis" e che, invece, di tentativo di svolta autoritaria si fosse trattato. De Lorenzo querelò Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, estensori degli articoli de L'Espresso sul caso. I due giornalisti furono condannati malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal pubblico ministero Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti integrali prima che il governo li rendesse inutili con gli "omissis"[10].

Il dibattito[modifica | modifica wikitesto]

Va detto che simili piani, o quantomeno piani preventivamente messi a punto per fronteggiare evenienze delle più varie nature, e quindi anche contro i rivolgimenti politici o le insurrezioni, erano in realtà normalmente predisposti dai governi dei paesi occidentali in periodo di Guerra Fredda.

Tuttavia, il contesto storico in cui tentò il suo svolgimento il Piano Solo presenta delle peculiarità legate a vicende politiche strettamente italiane. Infatti dal 1962 si era aperta in Italia la fase del tutto nuova del centrosinistra, con promesse di riforme strutturali che solo in parte furono mantenute, ma che comunque andarono a minacciare un assetto burocratico-militare che mutuava uomini e metodi dal periodo fascista.

Come detto, in Italia si avevano numerosi "piani emergenziali" (o "piani di contingenza"), per giunta solo qualche anno prima riordinati da un'accurata circolare del Capo della Polizia, Angelo Vicari. Uno degli aspetti nei quali però il Piano Solo differiva da quelli "ordinari" era la riserva operativa esclusiva a favore dell'Arma, mentre gli altri tuttora sono piani squisitamente interforze, coordinati a livello di prefettura; sono interforze per la ragione di voler sfruttare insieme le diverse competenze specialistiche, ma lo sono certo anche per non consegnare i poteri di emergenza ad una sola istituzione.

Il Piano Solo, del resto, fu chiamato così proprio perché "solo" i carabinieri lo avrebbero attuato, ma effettivamente il nome deriva dall'intestazione del documento redatto dal colonnello Luigi Bittoni per le aree vitali della giurisdizione sotto la seconda divisione. Il significato di quell'intestazione è comunque che era un piano a cui avrebbero partecipato solo i carabinieri.

Il piano, che si è ricostruito ex post (ma non ancora con piena nitidezza), avrebbe avuto origine e integrazione insieme con altri progetti militari segreti volti a distribuire sul territorio forze in grado di operare per la reazione ad eventuali svolte sovversive o eversive, o a manovre di invasione (al tempo effettivamente da non potersi escludere - e peraltro rese meno improbabili dall'incontro fra Palmiro Togliatti e Tito, all'inizio del 1964, dal quale emerse una quasi sorprendente concordia), attraverso una rete clandestina già seminata da organizzazioni e strutture del tipo "stay-behind", coordinate dalla NATO attraverso gli uomini della SHAPE infiltrati nei comandi FTASE.

Così, si sono avuti accostamenti della vicenda del Piano Solo con la tuttora oscura struttura di stay-behind che in Italia si manifestò attraverso "gladio", quantunque i due progetti potessero sì marciare nella medesima direzione, ma su vie operative e con forze necessariamente del tutto diverse.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di Stato, Newton Compton Editori, Roma, pag. 84
  2. ^ a b c d Gianni Flamini, cit., pagg. 79-80
  3. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia. Vol. 10, RCS Quotidiani, Milano, 2004, pagg. 385-387
  4. ^ a b c Gianni Flamini, cit., pag. 82
  5. ^ Sergio Romano, Cesare Merzagora: uno statista contro i partiti, in: Corriere della Sera, 14 marzo 2005
  6. ^ Il tintinnio di sciabole
  7. ^ Giorgio Galli, Affari di Stato, Edizioni Kaos, Milano, 1991, pag. 94
  8. ^ Gianni Flamini, cit., pagg. 84-85
  9. ^ L'Espresso e il Caso SIFAR
  10. ^ La relazione della Commissione Beolchini ed altro

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mimmo Franzinelli, Il Piano Solo, Milano, Mondadori, 2009

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]