Piano Solo
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Il Piano Solo fu un progetto di colpo di stato militare volto ad assegnare all'Arma dei Carabinieri il potere in Italia, e fu sul punto di essere attuato nell'estate del 1964.
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[modifica] Il piano
Era, questo piano, un progetto di "enucleazione" con il quale si proponeva di assicurare all'Arma dei Carabinieri (il cui Comandante Generale era al tempo il generale Giovanni De Lorenzo) il controllo militare dello stato per mezzo dell’occupazione dei cosiddetti “centri nevralgici” e, soprattutto, del prelevamento e del conseguente rapido allontanamento dei personaggi ritenuti politicamente "più pericolosi": questi avrebbero dovuto essere raggruppati e raccolti nella sede del Centro Addestramento Guastatori di Poglina, vicina a Capo Marrargiu, in Sardegna (base militare segreta, il cui progetto originario già prevedeva anche questo possibile utilizzo, adattata a tempo di record dal SIFAR - di segreto però, almeno localmente, v’era ben poco), dove sarebbero stati "custoditi" sino alla cessazione dell'emergenza. Nel frattempo l'Arma avrebbe assunto il controllo delle istituzioni e dei servizi pubblici principali (compresi la televisione, le ferrovie ed i telefoni).
In pratica, all'ordine del Comandante Generale (che in teoria avrebbe potuto impartirlo anche sua sponte, cioè anche sprovvisto di istruzioni superiori), i carabinieri avrebbero catturato quei personaggi politici loro indicati e li avrebbero inviati in Sardegna via mare (una delle varianti del piano prevedeva l'uso di sommergibili, e la circostanza che gli unici adatti fossero posseduti dalla marina degli Stati Uniti diede origine a congetture - si propese poi per ordinarie navi militari italiane, da chiedersi in prestito alla nostra Marina) o su aerei coi finestrini oscurati, detenendoli in uno dei siti più impervi del territorio nazionale. La lista dei soggetti da prelevare sarebbe stata ricavata ed elaborata sulla base delle risultanze dei famosi fascicoli del SIFAR, pretesi da De Lorenzo qualche anno prima.
[modifica] Solo o non solo?
Va detto che piani preventivamente messi a punto per fronteggiare evenienze come i rivolgimenti politici o le insurrezioni, erano in realtà normalmente predisposti dai governi dei paesi occidentali in periodo di Guerra Fredda.
Tuttavia, il contesto storico in cui tentò il suo svolgimento il Piano Solo presenta delle peculiarità legate a vicende politiche strettamente italiane. Infatti dal 1962 si era aperta in Italia la fase del tutto nuova del centrosinistra, con promesse di riforme strutturali che solo in parte furono mantenute, ma che comunque andarono a minacciare un assetto burocratico-militare che mutuava uomini e metodi dal periodo fascista.
Il dibattito politico di quel periodo verteva principalmente sulla nuova fase politica di centrosinistra inaugurata nel 1962 dal governo Fanfani col sostegno esterno dei socialisti e poi proseguita con l'inclusione dei socialisti nei governi Moro. Se negli Stati Uniti la presidenza Kennedy aveva in qualche modo mitigato la netta chiusura americana nei confronti di tali nuove esperienze di governo, le strutture militari, diplomatiche e di intelligence non avevano però retrocesso di un solo passo e trovarono il modo di ricordare a Kennedy l'importanza del suo elettorato interno ed ai servizi segreti italiani (ed a De Lorenzo che li aveva sottoscritti) i ferrei patti stabiliti solo pochi anni prima, come il "Piano Demagnetize".
Come detto, in Italia si avevano numerosi "piani emergenziali" (o "piani di contingenza"), per giunta solo qualche anno prima riordinati da una accurata circolare del Capo della Polizia, Angelo Vicari. Uno degli aspetti nei quali però il Piano Solo differiva da quelli "ordinari" era la riserva operativa esclusiva a favore dell'Arma, mentre gli altri tuttora sono piani squisitamente interforze, coordinati a livello di prefettura e riconducibili all'autorità ultima del potere politico legittimamente espresso dal sistema democratico; sono interforze per la ragione di voler sfruttare insieme le diverse competenze specialistiche, ma lo sono certo anche per non consegnare i poteri di emergenza ad una sola istituzione.
Il Piano Solo fu chiamato così proprio perché "solo" i carabinieri lo avrebbero attuato: era un piano a cui avrebbero partecipato solo i carabinieri. Secondo la testimonianza del colonnello Luigi Bittoni, il piano si sarebbe chiamato così anche perché questi - per le aree vitali della giurisdizione sotto la seconda divisione - l'avrebbe redatto da "solo" in una casa in campagna vicino al lago Trasimeno: ma effettivamente il nome deriva dall'intestazione del documento così redatto.
Il piano - si è ricostruito ex post (ma non ancora con piena nitidezza) - avrebbe avuto origine e integrazione insieme con altri progetti militari segreti volti a distribuire sul territorio forze in grado di operare per la reazione ad eventuali svolte sovversive od eversive, od a manovre di invasione (al tempo effettivamente da non potersi escludere - e peraltro rese meno improbabili dall'incontro fra Palmiro Togliatti e Tito, all'inizio del 1964, dal quale emerse una quasi sorprendente concordia), attraverso una rete clandestina già seminata da organizzazioni e strutture del tipo "stay-behind ", coordinate dalla NATO attraverso gli uomini della SHAPE infiltrati nei comandi FTASE.
Così, si sono avuti accostamenti della vicenda del Piano Solo con la tuttora oscura struttura di stay-behind detta "Operazione Gladio", quantunque i due progetti potessero sì marciare nella medesima direzione, ma su vie operative e con forze necessariamente del tutto diverse.
Nella vicenda - anche se secondo molti le relative voci sono dovute solo ad una psicosi golpista tipica di quel periodo storico - si parla anche di un coinvolgimento della massoneria - e quindi di alcuni generali ritenuti partecipi a tale attività massonica e probabilmente informati sui fatti come il generale Aloja e il generale Miceli - o addirittura del procuratore generale di Roma Spagnuolo (teoria ipotizzata da una parte degli storici).
[modifica] Parate militari e parate di scherma
Nel 1964 la tradizionale parata militare del 2 giugno era stata eseguita da un numero di militari straordinariamente più elevato del solito; in occasione delle successive celebrazioni per il 150° anniversario della fondazione dell'Arma - rimandata al 14 giugno rispetto al normale 7 giugno per impegni precedenti del presidente della repubblica Segni - De Lorenzo fece sfilare l'appena rodata brigata meccanizzata, con la sua impressionante dotazione di armi e mezzi pesanti; dopo la sfilata, però, adducendo motivazioni di ordine logistico, il Comando Generale comunicò che le truppe affluite nella Capitale per le celebrazioni vi si sarebbero trattenute sino alla fine del mese successivo. A Roma arrivarono anche i paracadutisti dei corpi speciali e alcuni gruppi di sottufficiali - addestrati nei mesi precedenti nell'utilizzo di apparecchiature elettroniche di trasmissione - si trasferirono a Milano e Roma in gran segreto e massima riservatezza per essere preparati in caso di attuazione del Piano, cosi da poter occupare subito le sedi della Rai-Tv. Il piano prevedeva comunque di occupare anche questure, sedi di partiti e sindacati.
Fiutando un possibile pericolo, anche grazie a qualche "strano" eccesso di zelo dei carabinieri delle rispettive scorte, alcuni importanti esponenti di partiti della sinistra e dei sindacati preferirono rendersi irreperibili per qualche giorno ed evitarono di rincasare e di seguire le proprie personali abitudini; cripticamente - a volte usando allusioni colte che non sarebbero (speravano) state comprese dai loro "angeli custodi" - riuscirono a mettersi vicendevolmente sull'allerta e l'opposizione parlamentare e sindacale fu per qualche tempo introvabile. Il 25 giugno, rimasto pretestuosamente senza maggioranza nella votazione sul capitolo 88 del bilancio della pubblica istruzione, il primo governo Moro fu costretto alle dimissioni avvenute il 26 giugno.
Tra la fine di giugno e i primi giorni del mese di luglio, coi cittadini opportunamente distratti dai campionati europei di calcio, De Lorenzo - con il cosiddetto Piano SIGMA - pose in preallarme le strutture interessate, convocando i comandanti delle più importanti divisioni e predispose l'eventuale richiamo in servizio di militari già congedati: il giorno 28 giugno fece distribuire le liste con i nomi di coloro che si sarebbero dovuti "prelevare" (o "enucleare", secondo il più pacato burocratese di servizio)[1]. In quest'ultima data si svolge in tutta urgenza anche la riunione straordinaria dei tre Comandi di Divisione di Milano, Roma e Napoli. Durante questa riunione sorgono perplessità da parte degli alti ufficiali sugli ordini impartiti loro (da ricordare che erano in pochi a conoscere il Piano) e alcuni capiscono che cosa si vuole fare[2]. Nella riunione del 28 giugno si parla anche del trasporto degli "enucleandi": per alcuni tale trasporto sarebbe stato organizzato in precedenza con i Capi di Stato Maggiore ammiraglio Giuriati e generale Remondino, ma non si conosce bene la posizione di questi due personaggi nella vicenda[3]; probabilmente non erano a conoscenza del Piano e De Lorenzo aveva parlato con loro solo di trasmissioni e telecomunicazioni e di poter trasportare sovversivi in Sardegna. Contemporaneamente agli avvenimenti di inizio luglio-fine giugno, De Lorenzo fu convocato ufficialmente dal Presidente della Repubblica Antonio Segni il 15 luglio, nel corso delle consultazioni per la nomina del nuovo governo: si trattava di un fatto inedito ed irripetuto per un comandante militare, anche se passò quasi sotto silenzio, vista la preminenza della figura di De Lorenzo, la circostanza che insieme a lui il 14 luglio venne consultato anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa Aldo Rossi.
La contrapposizione politica che in quelle ore si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il Capo dello Stato ed il premier uscente accentuò l'occasione di mettere in pratica il piano: alle proposte di Moro (cui peraltro Segni doveva buona parte delle sue fortune politiche, compreso il Quirinale)[4] - che avrebbe aperto con anche maggior fiducia alla sinistra, col sostegno di una parte della DC ed un tiepido avvicinamento del PCI - rispose Segni proponendo o forse minacciando un governo di tecnici sostenuto dai militari[5].
Moro, insieme a Nenni (che parlò pressoché apertamente di "rumor di sciabole" nei suoi diari su quei giorni), optarono[6] per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, ed il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie. La crisi rientrò e nessun carabiniere dovette muoversi.
Pochissimo tempo dopo, nel successivo agosto, Segni fu colpito da un ictus cerebrale mentre teneva un'accesissima discussione con Moro e Saragat, e la reggenza del Quirinale fu assunta dal presidente del Senato Cesare Merzagora. Qualche mese dopo, perdurando la condizione di impedimento, Segni si dimise definitivamente (o, come si disse quando girarono alcune voci poi risultate infondate su un supposto avvelenamento, "fu dimesso"); al suo posto sarebbe stato eletto Saragat.
De Lorenzo avrebbe lasciato l'Arma nel dicembre del 1965 per diventare Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al posto del generale Giuseppe Aloja.
[modifica] La scoperta del piano
Il piano era stato tenuto ovviamente segreto, ma sin da subito alcune voci presero a circolare sempre più insistentemente, provocando nel 1965 la metamorfosi del SIFAR (evolutosi nel pressoché identico SID, formalizzata l'anno successivo). La sua scoperta pubblica si ebbe soltanto qualche anno dopo, grazie ad alcuni articoli de "L'Europeo", poi ripresi ed amplificati da "L'Espresso" nel 1967 grazie a contributi indirettamente ricevuti da soggetti legati al KGB, che era al corrente del piano sin dai tempi dell’acquisto dei terreni di Capo Marrargiu.
Immediatamente De Lorenzo fu rimosso dal suo incarico allo Stato Maggiore dell'Esercito e furono avviate procedure di inchiesta da parte di diversi enti; per la Difesa l'indagine amministrativa fu condotta dal generale Beolchini, mentre per i Carabinieri fu incaricato di guidare l'indagine interna il vice-comandante generale, il generale Giorgio Manes. Quest'ultimo, già precedentemente in urto col De Lorenzo (ed anche con uno dei suoi successori, Ciglieri) non solo fu fra i primi ad ammettere pubblicamente l'esistenza del piano, ma diresse un'investigazione la cui conclusione - il famoso "rapporto Manes" - fu particolamente efficace anche perché l'autore, in realtà, era ben partecipe (come subordinato) del piano; anzi taluni suoi appunti privati del tempo furono in seguito esaminati in sede giudiziaria per ricostruire le fasi dell'approntamento del piano.
Successivamente Giovanni De Lorenzo fu eletto Deputato del MSI-DN e, nel suo nuovo ruolo - il 9 ottobre 1968 - tentò con la mozione n.484 di organizzare e decidere come si dovessero svolgere i lavori di inchiesta parlamentare che lo riguardavano.
Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta, guidata dal senatore Alessi. Il governo oppose sempre il segreto di stato - apportando ai rapporti Beolchini e Manes i notissimi "omissis" autorizzati dal premier Moro, ma materialmente operati dal sottosegretario alla difesa di Taviani, Francesco Cossiga - alle reiterate richieste di informazioni da parte delle diverse commissioni di indagine non governative, facendo mancare perciò il necessaro materiale d'esame; anche la lista degli "enucleandi" andò perduta (mentre dei fascicoli SIFAR si dispose la distruzione).
Perciò la Commissione Alessi produsse una relazione di maggioranza indicante che non si era raccolto "un solo elemento di prova, un solo indizio" che dimostrasse il tentativo di golpe. Dalle opposizioni si obiettò che gli elementi di prova sarebbero stati celati dagli "omissis" e che, invece, di tentativo di svolta autoritaria si fosse trattato.
Un evento drammatico movimentò i lavori parlamentari della Commissione: Manes decedette per infarto nell'anticamera di palazzo San Macuto, mentre aspettava di essere ascoltato da Alessi che lo aveva convocato in seduta segreta nel 1969. Le due borse di documenti che aveva con sé sparirono, ma, quando De Lorenzo querelò Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, estensori degli articoli de L'Espresso sul caso, il pubblico ministero Vittorio Occorsio ne chiese l'assoluzione proprio in ragione delle parti del rapporto Manes contenute in quelle borse ed a lui misteriosamente pervenute: si trattava degli incartamenti integrali, come risultanti dal testo di Manes prima che il governo li rendesse inutili con gli "omissis". Nonostante la richiesta del pubblico ministero, comunque, Scalfari e Jannuzzi furono condannati per diffamazione.
[modifica] Fonti
- dai dossier della commissione di inchiesta parlamentare Alessi e dalla relazione conclusiva della Commissione Gualtieri.
[modifica] Note
- ^ Terminologia curiosamente simile a quella - di altro senso - utilizzata nel piano stay behind, secondo cui Gladio avrebbe dovuto "esfiltrare" da dietro le linee nemiche i responsabili politici, civili ed economici rimasti intrappolati in territorio dell'Italia settentrionale occupato per un'eventuale invasione del Patto di Varsavia: cfr. la relazione conclusiva della Commissione stragi, presieduta da Libero Gualtieri nella X legislatura, sul piano Solo ed i suoi rapporti con Gladio. Interessante punto di contatto tra le due vicende è anche il fatto che la base di Capo Marrargiu, sede di Gladio, fosse quella in cui andavano enucleate le vittime del piano Solo.
- ^ Vi sarebbe stata un'espressione forte, anche per le orecchie di un militare, quale l'ordine di occupare le prefetture e sequestrare armi in mano i prefetti che opponevano resistenza: si tratta di una citazione che sarebbe emersa durante un'indagine della commissione d'inchiesta parlamentare guidata dal senatore Alessi, ma secondo quella condotta dal generale Aldo Beolchini sarebbe da verificare meglio l'attendibilità della frase.
- ^ La riunione con i due capi di stato maggiore avvenuta in tempi precedenti era stata autorizzata ufficialmente dal Capo di Stato Maggiore della Difesa generale Rossi.
- ^ Da ricordare è che, per la corsa al Quirinale di Segni, oltre all'aiuto di Moro fondamentale era stato anche l'intervento di De Lorenzo con il suo dossieraggio: infatti durante le elezioni del nuovo presidente, in un duro testa a testa tra Segni e Leone, spuntarono fuori dei dossier riguardanti le abitudini sessuali di donna Vittoria, moglie di Leone.
- ^ Su chi fossero questi tecnici disponibili, la discussione rimase aperta tra gli storici: si disse da più parti che il presidente del Senato Cesare Merzagora, di ambienti massonici internazionali ed alleato di Enrico Cuccia alla guida delle assicurazioni Generali di Trieste, era anche l'uomo cui il Piano Solo prevedeva di dover far riferimento per l'affidamento delle funzioni di governo; egli si era poco tempo prima fatto notare per una singolare affermazione in cui dichiarava di attendersi che i partiti politici avrebbero avuto vita breve, invocando un governo di emergenza. Certo è che De Lorenzo - non definendosi un buon oratore - preferiva che fosse un altro ad interpretare il ruolo di salvatore della patria. Va ricordato anche che, in prosieguo, Merzagora rivestì un ruolo nella vicenda politica successiva all'ictus di Segni, con la lunga supplenza che ispirò alla stampa amica la battuta (disattesa poi nella successiva scelta al Quirinale del Parlamento in seduta comune) "date a Cesare quello che è quasi di Cesare".
- ^ con una riunione prima del PSI nei giorni tra il 17 e 19 luglio e poi con una riunione della Dc si arriva alla formazione del nuovo governo Moro il 22 luglio.
[modifica] Collegamenti esterni
- [1]
- Prima sessione del convegno organizzato da Alleanza Nazionale sul tema: "La guerra fredda e il caso de Lorenzo
- Seconda sessione del convegno organizzato da Alleanza Nazionale sul tema: "La guerra fredda e il caso de Lorenzo"

