Caso Moro

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Rapimento di Aldo Moro
Aldo Moro br.jpg
Aldo Moro nella prima foto diffusa dalle Brigate Rosse durante il sequestro.
Stato Italia Italia
Luogo Roma
Obiettivo Il presidente della DC Aldo Moro
Data 16 marzo - 9 maggio 1978
Tipo Sequestro, omicidio
Morti 6 (Moro e 5 membri della scorta)
Responsabili Brigate Rosse
Sospetti Servizi segreti deviati; terrorismo internazionale
Motivazione Terrorismo

Per caso Moro si intende l'insieme delle vicende relative all'agguato, al sequestro, alla prigionia e all'uccisione di Aldo Moro, nonché alle ipotesi sull'intera vicenda e alle ricostruzioni degli eventi, spesso discordanti fra loro.

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l'auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei Deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.

In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto "Tribunale del Popolo" istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a poca distanza[1] dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.

Il sequestro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronaca del sequestro Moro.

L'agguato[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Agguato di via Fani.
I corpi senza vita dell'autista e della guardia del corpo di Moro

Lo scontro a fuoco[modifica | modifica wikitesto]

La tecnica utilizzata per l'agguato fu quella denominata "a cancelletto", utilizzata in precedenza anche dall'organizzazione terroristica tedesca RAF. La tecnica prevedeva di intercettare una colonna di automobili attraverso il blocco di quella di testa, immobilizzando poi la colonna bloccando l'auto di coda.

La colonna con Aldo Moro era composta da due auto: quella su cui viaggiava l'uomo politico e quella di scorta, che lo seguiva. Il piano venne attuato da 11 persone (come emerse dalle indagini giudiziarie, ma il numero e l'identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio ed anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie su alcuni punti).[2]

Alle 8:45 i componenti del nucleo armato brigatista, di cui i quattro incaricati di sparare indossavano uniformi da avieri civili,[3] si disposero all'estremità di via Mario Fani, una stretta strada in discesa nel quartiere Trionfale, all'incrocio con via Stresa. Mario Moretti, componente del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana, si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, alla guida di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico. Davanti alla macchina di Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio.

Sul lato opposto venne parcheggiata una terza Fiat 128, alla cui guida vi era Barbara Balzerani, rivolta invece che verso via Stresa, nella direzione di provenienza dell'auto di Moro. A qualche metro dall'incrocio con via Fani, lungo via Stresa, era posizionata la quarta e ultima auto, una Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti. Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti, era appostato dietro le siepi di un locale, il bar "Olivetti", chiuso per lavori, ubicato sull'angolo dell'incrocio.

Moro uscì dalla sua casa, in viale del Forte Trionfale, poco prima delle 9:00, salendo su di una Fiat 130 blu, alla cui guida vi era l'appuntato Domenico Ricci e, seduto accanto a lui, il maresciallo Oreste Leonardi, capo scorta, considerato la guardia del corpo più fidata. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca, con a bordo gli altri uomini che componevano la scorta: il vice brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.

L'agguato scattò non appena il convoglio su cui viaggiava Moro imboccò via Fani dall'alto, dirigendosi verso il basso e fu Rita Algranati a segnalare l'arrivo delle due auto, con un mazzo di fiori.

Targa commemorativa dei cinque agenti della scorta uccisi in via Fani

La macchina di Moretti si mise davanti all'auto di Moro e, giunta all'incrocio, si arrestò di colpo in mezzo alla strada; rimane non chiaro se la Fiat 128 CD avesse i segnali di frenata disattivati[4]. La 130 con all'interno Aldo Moro si fermò dietro all'auto di Moretti, trovandosi bloccata dall'Alfetta della scorta, che la stava seguendo a breve distanza. La macchina di Moro e quella della scorta furono quindi intrappolate dalla 128 di Lojacono e Casimirri, che si mise di traverso dietro l'auto della scorta di Moro.

A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: da dietro le siepi sbucarono quattro uomini vestiti con uniformi del personale Alitalia sparando con pistole mitragliatrici. Dalle indagini giudiziarie questi vennero identificati in: Valerio Morucci, esponente molto noto dell'estremismo romano ritenuto un esperto di armi, Raffaele Fiore, proveniente dalla colonna brigatista di Torino, Prospero Gallinari, clandestino e ricercato dopo essere evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli, proveniente dalla colonna di Milano. Erano tutti e quattro militanti fortemente determinati e già provati in precedenti azioni di fuoco[5]. L'azione si ispirò a un'analoga tecnica della RAF, i terroristi di estrema sinistra tedesca. Alcuni testimoni riferirono di aver udito urlare in una lingua sconosciuta, forse in tedesco[6].

I quattro brigatisti che, travestiti da assistenti di volo, spararono sulla scorta: Valerio Morucci "Matteo", Raffaele Fiore "Marcello", Prospero Gallinari "Giuseppe" e Franco Bonisoli "Luigi".

Secondo la prima perizia del 1978 sarebbero stati sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali avrebbero colpito gli uomini della scorta, e 49 di questi, di cui peraltro solo 19 a segno, sarebbero stati esplosi da una stessa arma, 22 da una seconda arma del medesimo modello (entrambe erano delle pistole mitragliatrici residuati bellici FNAB-43) ed i restanti 20 dalle altre quattro armi: due pistole, un mitra TZ45 ed un mitra Beretta M12. Peraltro la perizia del 1993 non ha confermato questi dati e non è stata in grado di attribuire tutti i 49 colpi allo stesso FNAB-43; è possibile, come affermato da Valerio Morucci, che essi appartenessero ad entrambi i mitra di questo tipo in possesso dei brigatisti, utilizzati dallo stesso Morucci e da Bonisoli[7].

I quattro brigatisti, travestiti da assistenti di volo, si portarono molto vicini alle due auto ferme allo stop; Morucci e Fiore sparano contro la Fiat 130 con Moro a bordo mentre Gallinari e Bonisoli aprirono il fuoco contro l'Alfetta di scorta. Secondo le ricostruzioni dei brigatisti, tutti e quattro i mitra si sarebbero successivamente inceppati: Morucci riuscì ad eliminare subito il maresciallo Leonardi ma poi si trovò in difficoltà con il suo mitra, l'arma di Fiore invece si sarebbe inceppata subito e quindi l'appuntato Ricci inizialmente sopravvisse e poté tentare varie disperate manovre per svincolare l'auto dalla trappola; una Mini Minor parcheggiata sulla destra della strada intralciò ulteriormente ogni movimento. In pochi secondi Valerio Morucci risolse i problemi con la sua arma e ritornò vicino alla Fiat 130 uccidendo con una raffica anche l'autista di Moro[8].

Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli spararono contro gli uomini della scorta sull'Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito mortalmente feriti ma Iozzino, relativamente riparato sul sedile posteriore destro, poté uscire dall'auto e rispondere al fuoco con la sua pistola favorito anche dall'inceppamento dei mitra dei due brigatisti. In breve Gallinari e Bonisoli impugnarono le loro pistole e anche l'ultimo agente fu ucciso e cadde a terra sulla strada[9].

La fuga[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo lo scontro a fuoco, Raffaele Fiore fece uscire Aldo Moro dalla Fiat 130 e, aiutato da Mario Moretti, lo fece entrare nella Fiat 132 blu che Bruno Seghetti aveva avvicinato allo stop; subito dopo i due brigatisti salirono a bordo e l'auto si allontanò lungo via Stresa subito seguita dalla 128 bianca di Casimirri e Lojacono su cui era salito anche Gallinari. Infine Valerio Morucci raccolse dalla Fiat 130 due delle borse di Moro e passò alla guida della Fiat 128 blu che si mosse, con a bordo anche la Balzerani e Bonisoli, dietro le altre due auto. L'azione era durata appena tre minuti, dalle ore 09.02 alle ore 09.05[10].

Le tre auto si diressero lungo via Stresa quindi proseguirono per via Trionfale attraverso piazza Monte Gaudio; dopo aver percorso via Trionfale ed aver attraversato largo Cervinia, le tre auto effettuarono una svolta repentina su via Belli, una strada secondaria parzialmente occultata dalla vegetazione, quindi imboccarono via Casale de Bustis, un'altra strada secondaria il cui accesso era chiuso da una sbarra bloccata da una catena[11]. Questa deviazione a sorpresa permise ai brigatisti di far perdere le loro tracce; le auto poterono, dopo aver percorso questa strada, proseguire per via Serranti e raggiunsero via Massimi. Più avanti, in via Bitossi, era pronto un furgone grigio chiaro Fiat 850T, Morucci lasciò la Fiat 128 blu, prese le due borse di Moro e passò alla guida del furgone; tutti gli automezzi proseguirono per via Bernardini[12]. Le tre auto e il furgone con Morucci alla guida raggiunsero piazza Madonna del Cenacolo, il punto scelto per il trasbordo dell'ostaggio; qui Aldo Moro venne fatto salire sul furgone dove era pronta una cassa di legno[13].

Mentre le auto furono portate tutte e tre in via Licinio Calvo ed abbandonate[14]; in piazza Madonna del Cenacolo, tra le 09:20 e le 09:25, il gruppo si sciolse. Fiore, Bonisoli e la Balzerani, dopo aver raggiunto via Licinio Calvo, si allontanarono a piedi. Secondo il racconto dei brigatisti, da piazza Madonna del Cenacolo il furgone guidato da Moretti, con il sequestrato nella cassa di legno, e una Citroën Dyane con Morucci e Seghetti si diressero fino al parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi, nella zona ovest di Roma, che raggiunsero dopo circa venti minuti. Nel parcheggio sotterraneo, dove erano già in attesa Prospero Gallinari e Germano Maccari. la cassa con il sequestrato fu trasferita senza destare sospetti dal furgone su una Citroën Ami 8. Sarebbero stati Moretti, Gallinari e Maccari a portare la Ami 8 con la cassa fino in via Montalcini 8, l'appartamento apprestato per fungere da luogo di detenzione di Aldo Moro[15].

Immediatamente la notizia dell'agguato si diffuse in ogni angolo del paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tutte le scuole d'Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche riunendosi in assemblee spontanee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte da notiziari in edizione straordinaria. L'agguato ed il rapimento furono rivendicati alle ore 10.10 con una telefonata, effettuata da Valerio Morucci, all'agenzia ANSA; due giorni dopo venne fatto ritrovare il primo dei nove comunicati che esse inviarono durante i 55 giorni del sequestro.

L'obiettivo delle Brigate Rosse[modifica | modifica wikitesto]

« Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano [...] la controrivoluzione imperialista [...] ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. »
(Brigate Rosse, Primo Comunicato)
Mario Moretti, componente del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana durante il sequestro.

Si è detto che Moro fu rapito perché con lui le Brigate Rosse volevano colpire l'artefice della solidarietà nazionale, e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione fu il governo Andreotti IV. L'ottica delle BR, in realtà, era diversa: il rapimento in effetti non fu realizzato per colpire il regista di quella fase politica. Il loro scopo era più generale e rientrava nella loro particolare analisi di quella fase storica: colpire la DC (regime democristiano), cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali (SIM), mentre il PCI rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere[16]. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione avrebbe interrotto la "lunga marcia comunista verso le istituzioni", per affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. In questo il loro obiettivo di lotta al capitalismo era simile a quello della RAF tedesca, come venne indicato in seguito nella ricostruzione del rapimento, fatta nel fumetto pubblicato dalla rivista "Metropolis"[17], ove viene fatto un parallelo con il sequestro Hanns-Martin Schleyer, conclusosi anch'esso con l'uccisione del prigioniero.

Stando a quanto ha dichiarato successivamente Mario Moretti, per le BR era rilevante che Moro fosse presidente della DC e che fosse da trent'anni al governo[18]. Sembra, inoltre, che nei mesi precedenti il rapimento di Moro le BR avessero anche studiato la possibilità di rapire il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ma che poi avessero abbandonato questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti. Secondo questa ipotesi dunque, era uguale per le Brigate Rosse rapire Moro o Andreotti: l'importante era colpire un simbolo del potere[19].

Le conseguenze politiche del rapimento di Moro furono da un lato l'esclusione del PCI da ogni ipotesi di governo per gli anni successivi, e dall'altro un ridisegno del cosiddetto "regime democristiano": la DC di Andreotti rimase partito di governo fino al 1992, anno di tangentopoli, partecipando sempre a maggioranze che lasciarono il PCI all'opposizione, ma queste politiche tuttavia portarono dal 1981, col primo Governo Spadolini ad avere alternanze di presidenti del consiglio democristiani con altri "laici", rompendo quindi il monopolio democristiano. All'interno del Partito socialista italiano (PSI), che aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare Moro, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo, e iniziò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni.

La prigionia[modifica | modifica wikitesto]

Anna Laura Braghetti, "Camilla", la insospettabile proprietaria dell'appartamento di via Montalcini 8.

In tempi successivi si ipotizzò che, durante il periodo della detenzione, la "prigione" di Moro fosse conosciuta: si parlò dell'appartamento, sito in via Gradoli a Roma, utilizzato da Mario Moretti e da Barbara Balzerani, noto da tempo sia alle istituzioni che alla 'ndrangheta, ma questo sito era probabilmente troppo piccolo per poter contenere un nascondiglio da adibire a prigione ed era spesso lasciato incustodito, oltre al fatto che, essendo in affitto, poteva essere soggetto a visite da parte del padrone di casa.

Germano Maccari, l'ingegner "Luigi Altobelli" dell'appartamento di via Montalcini.

Durante i processi che seguirono la cattura dei brigatisti, risultò dalle loro testimonianze che la "prigione del popolo" in cui si trovava Aldo Moro fosse situata in un appartamento di via Camillo Montalcini 8, sempre a Roma, acquistata nel 1977 con i soldi provenienti dal sequestro di Pietro Costa, dalla brigatista Anna Laura Braghetti. Durante il sequestro nell'appartamento vissero con l'ostaggio, la Braghetti, l'insospettabile proprietaria, il suo apparente fidanzato, il sedicente "ingegnere Luigi Altobelli" che era in realtà il brigatista regolare Germano Maccari, esperto militante romano amico di Morucci, e Prospero Gallinari, brigatista clandestino che, essendo già ricercato, rimase per tutti i giorni del rapimento chiuso dentro l'appartamento e funse da carceriere di Moro. Mario Moretti, che viveva in prevalenza in via Gradoli insieme a Barbara Balzerani, si recava quasi tutti i giorni in via Montalcini per interrogare l'ostaggio ed elaborare, in collegamento con gli altri membri del Comitato Esecutivo, la gestione politica del sequestro.

Lo stesso covo pochi mesi dopo venne scoperto e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS, cosa che costrinse i brigatisti, che si erano resi conto di essere pedinati, a vendere e smantellare l'appartamento entro i primi di ottobre.[20][21][22][23]

Il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo, magistrato, in un suo libro[24] propone però una teoria secondo la quale l'ultima prigione di Moro non sarebbe stata quella di via Montalcini, ma sarebbe stata situata nei pressi di una località marina, basandosi sia sulla sabbia e sui resti vegetali trovati su Moro e sull'auto, sia sulle incongruenze dei tempi tra quanto dichiarato dai brigatisti e quanto rilevato dall'autopsia. Inoltre, sia secondo Carlo Alfredo Moro che altri, le conclusioni dell'autopsia sul corpo, che fu trovato in buone condizioni fisiche, soprattutto in merito al tono muscolare generale, lascerebbero supporre che Moro abbia avuto, durante la detenzione, una certa libertà di movimento e la possibilità di scrivere la numerosissima mole di documenti, prodotti durante la prigionia, in una situazione relativamente agevole (sedia e tavolo), condizione ben lontana da quella che si sarebbe avuta nei pochi metri quadrati concessogli nel covo di via Montalcini. Questi risultati dell'esame autoptico, unite ad alcune contraddizioni nelle confessioni tardive dei brigatisti lasciano comunque aperti molti dubbi sul luogo o sui luoghi in cui fu detenuto in prigionia Aldo Moro e sulle dimensioni anguste della presunta cella nella "prigione del popolo".[25]

Lettere dalla prigionia[modifica | modifica wikitesto]

« Caro Zaccagnini,

scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. »

(lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile)
« Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[26])
« Siamo ormai credo al momento conclusivo...Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione...vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo e incredibile comportamento...si deve rifiutare eventuale medaglia...c'è in questo momento un'infinita tenerezza per voi...uniti nel mio ricordo vivere insieme...vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[27])

Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86 lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia ed all'allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata senza il feretro dello statista, negato dalla famiglia in polemica con la conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.

È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia ed ai suoi colleghi di partito. Non immaginando che i brigatisti la renderanno pubblica, in una lettera inspiegabilmente domanda: Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca? (lettera di Aldo Moro su Paolo Taviani senza destinatario, recapitata tra il 9 ed il 10 aprile ed allegata al comunicato delle Brigate Rosse numero 5); altra ipotesi, avanzata dallo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, è che nelle lettere medesime Moro avesse l'intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: "Io sono qui in discreta salute" (lettera di Aldo Moro del 27/3/78, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro).

Nella lettera recapitata l'8 aprile scaglia un vero e proprio anatema: "Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro".

Dubbi sono stati avanzati circa la completa pubblicazione di queste lettere; il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (successivamente ucciso dalla mafia) trovò copie di alcune lettere ancora non note in una casa che i terroristi utilizzavano a Milano (noto come covo di via Monte Nevoso) e, per qualche altrettanto ignoto motivo, questo recupero fu effettuato solo molti anni dopo.

L'opinione del mondo politico di allora riteneva, tuttavia, che Moro non avesse piena libertà di scrittura. Nonostante la moglie di Moro affermi, durante la deposizione al processo delle BR, di riconoscere lo stile di suo marito, le lettere sarebbero state da considerarsi se non dettate quantomeno controllate o ispirate dai brigatisti. Anche appartenenti al "Comitato degli esperti" voluto da Cossiga, tra cui il criminologo Ferracuti, in un primo tempo affermarono che Moro era stato sottoposto a tecniche di lavaggio del cervello da parte delle BR[28][29]. C'è da sottolineare che i nomi di molti dei membri di quel Comitato furono poi ritrovati tra quelli degli iscritti alla loggia massonica P2, compreso quello dello stesso Franco Ferracuti (tessera 2137)[30], che era anche un agente della CIA[31]. Cossiga ammetterà tuttavia anni dopo di essere stato lui a scrivere parte del discorso tenuto da Giulio Andreotti in cui si affermava che le lettere di Moro erano da considerarsi non "moralmente autentiche"[32].

Alcune affermazioni di Moro nelle lettere, per esempio quelle in cui parla di scambi di "prigionieri", al plurale, fanno supporre che le Brigate Rosse gli avessero lasciato intendere di non essere l'unica persona sequestrata. È possibile che lo statista ritenesse che anche alcuni uomini della sua scorta o forse altre personalità rapite altrove, fossero nelle sue medesime condizioni e che quindi gli eventuali tentativi di accordo per la liberazione che cercava di portare avanti dovessero riguardare tutti gli ipotetici sequestrati.[33]

I comunicati e la trattativa[modifica | modifica wikitesto]

Muro con manifesto appeso all'indomani del rapimento

Durante i 55 giorni del sequestro Moro le Brigate rosse recapitarono nove comunicati con i quali, assieme alla risoluzione della direzione strategica, ossia l'organo direttivo della formazione armata, spiegarono i motivi del sequestro; questi erano documenti lunghi ed a volte poco chiari. Nel comunicato numero 3 si lesse:

« L'interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del "nuovo" regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana. »

Ed ancora:

« Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un'esplicita chiamata di "correità". »

Le Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il cosiddetto "fronte delle carceri", accettando persino di scambiare Moro con un solo brigatista incarcerato, anche se non di spicco, pur di poter aprire trattative alla pari con lo Stato[34]. Un riconoscimento venne comunque ottenuto quando papa Paolo VI, amico personale di Moro, in data 22 aprile rivolse un drammatico appello pubblico col quale supplicava "in ginocchio" gli "uomini delle Brigate Rosse" di rendere Moro alla sua famiglia ed ai suoi affetti, specificando tuttavia che ciò doveva avvenire "senza condizioni".[35]

La politica si divise in due fazioni: il cosiddetto fronte della fermezza, nettamente maggioritario poiché comprendeva il Governo - specialmente il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga - e quasi tutti i partiti presenti in Parlamento (DC, PCI, MSI, PRI, PSDI, PLI), che rifiutava qualunque ipotesi di trattativa, ed il fronte possibilista, nel quale spiccava Bettino Craxi e che comprendeva anche il Presidente del Senato Amintore Fanfani[36], l'ex Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (in dissenso dalla posizione ufficiale del PSDI e del suo segretario Pierluigi Romita) e il leader radicale Marco Pannella, incline a ritenere che un eventuale avvicinamento, allo scopo di intavolare una trattativa per salvare la vita dello statista, non avrebbe svilito la dignità dello Stato.

Secondo il fronte della fermezza, la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, non solo per l'acquiescenza a condizioni imposte dall'esterno, ma per la rinuncia all'applicazione delle sue leggi ed alla certezza della pena; una trattativa coi rapitori inoltre avrebbe potuto creare un precedente per nuovi sequestri, strumentali al rilascio di altri brigatisti, od all'ottenimento di concessioni politiche, e, più in generale, una trattativa con i terroristi avrebbe rappresentato un riconoscimento politico delle Brigate Rosse; di contro la linea del dialogo avrebbe aperto alla possibilità di una rappresentanza partitica e parlamentare del loro braccio armato, e posto questioni di legittimità in merito alle loro richieste. I metodi intimidatori e violenti, e la non accettazione delle regole basilari della politica, ponevano il terrorismo al di fuori del dibattito istituzionale, indipendentemente dal merito delle loro richieste.

Prevalse il primo orientamento, anche in considerazione del gravissimo rischio di ordine pubblico e di coesione sociale che si sarebbe corso presso la popolazione, ed in particolare, presso le forze dell'ordine, che in quegli anni avevano pagato un tributo di sangue già insostenibile a causa dei terroristi[37]. L'epilogo anticipò comunque una presa di posizione definitiva dei governanti. Alcuni autori, tra cui il fratello di Moro nel succitato saggio, fanno notare alcune apparenti incongruenze nei comunicati delle BR. Un primo punto riguarda l'assenza di riferimenti al progetto di Moro di apertura del governo al PCI, questo nonostante il fatto che il rapimento fosse stato effettuato lo stesso giorno in cui questo governo doveva formarsi, e nonostante l'esistenza di comunicati precedenti e successivi agli eventi dove vi erano espliciti riferimenti e dichiarazioni di contrarietà al progetto da parte dei brigatisti. Anche una lettera indirizzata a Zaccagnini da parte di Moro, con un riferimento al progetto, venne fatta riscrivere in una forma in cui questo era omesso.[38]

Un secondo punto riguarda le continue rassicurazioni date nei comunicati da parte dei brigatisti secondo i quali tutto ciò che riguardava il "processo" a Moro ed i suoi interrogatori sarebbe stato reso pubblico. Tuttavia, mentre nel caso di altri rapimenti, come quello del giudice Giovanni D'Urso, addetto alla direzione generale degli affari penitenziari, questa diffusione del materiale era stata effettuata, anche senza essere ribadita in maniera così forte e con materiale ben meno importante, nel caso Moro questa diffusione non si ebbe mai, e solo con la scoperta del covo di via Monte Nevoso a Milano diverrà pubblicamente noto, inizialmente in una versione ridotta, il memoriale Moro (presente solo in fotocopia) e alcune lettere inizialmente non diffuse. Gli stessi brigatisti hanno affermato di aver distrutto le bobine degli interrogatori e gli originali degli scritti di Moro, in quanto ritenuti non importanti, nonostante in questi vi fossero riferimenti a Gladio e la connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione[39], che ben sembrano identificarsi con il tipo di rivelazioni che le Brigate Rosse andavano cercando.[40]

Il rinvenimento del corpo[modifica | modifica wikitesto]

« Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato. »
(Dal comunicato numero 9)
Ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani

Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice brigatista fosse concorde con il verdetto di condanna a morte. Lo stesso Moretti[41] telefonò direttamente alla moglie di Moro il 30 aprile 1978 per premere sui vertici della DC al fine di accettare la trattativa: la telefonata fu ovviamente registrata dalle Forze dell'Ordine. La brigatista Adriana Faranda citò una riunione notturna tenutasi a Milano e di poco precedente l'uccisione di Moro, ove ella ed altri terroristi (Valerio Morucci, Franco Bonisoli[42] e forse altri) dissentirono, tanto che la decisione finale sarebbe stata messa ai voti[43].

Mario Moretti 04.04.81.jpg Valerio Morucci Brigate Rosse 76-79.jpg
Mario Moretti "Maurizio" telefonò il 30 aprile alla moglie di Moro Valerio Morucci "Matteo" effettuò la telefonata finale del 9 maggio

Il 9 maggio, dopo 55 giorni di detenzione, al termine di un processo del popolo, viene assassinato per mano di Mario Moretti, anche se - a tutt'oggi - pare che abbiano partecipato materialmente all'omicidio sia Germano Maccari, che - forse - Prospero Gallinari (quasi certamente Maccari; con diverse riserve si suppone anche Gallinari)[34]. Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani, in pieno centro di Roma.

Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l'omicidio, Moro fu fatto alzare alle 6 di mattina con la scusa di essere trasferito in un altro covo[44]. Secondo una deposizione di Bonisoli, ennesima incongruenza, a Moro venne riferito di esser stato graziato e - quindi - liberato, una bugia definita dallo stesso brigatista "pietosa", onde "non far soffrire inutilmente oltre" lo statista. Venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di Via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N57686 e venne coperto con un lenzuolo rosso. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9 mm x 17 Corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una pistola mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni del presidente democristiano, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensava che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell'esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.

Roma, via Caetani: la targa in ricordo di Aldo Moro nel luogo del ritrovamento del corpo

Poi, una volta eseguito il delitto, l'auto con il cadavere di Moro fu portata da Moretti e Maccari in Via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della D.C. e del P.C.I., dove fu lasciata parcheggiata circa un'ora dopo. All'ultimo tratto del percorso parteciparono su una Simca anche Bruno Seghetti e Valerio Morucci in funzione di copertura. Dopo aver perso tempo per ricercare un posto sicuro per telefonare e per contattare uno dei collaboratori di Moro, finalmente verso le 12.30 Valerio Morucci riuscì ad effettuare la telefonata finale con il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, qualificandosi inizialmente come il "dottor Niccolai". Con un tono freddo ma corretto chiese, "adempiendo alle ultime volontà del presidente", a Tritto di comunicare subito alla famiglia che il corpo dell'uomo politico si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, "i primi numeri di targa sono N5...", in via Caetani[45].

La telefonata al professor Tritto venne intercettata e quindi furono le forze dell'ordine che arrivarono per primi in via Caetani. Qualche minuto prima delle due, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault rossa targata Roma N57686 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9 e le 10 della mattina stessa[46], orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7 e le 8). È da notare che il buco di alcune ore tra l'abbandono dell'auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sono giustificate dai brigatisti con il fatto che nessuno dei tentativi di Morucci di contatto telefonico, per annunciare dove era possibile ritrovare il cadavere, con conoscenti ed amici di Moro, effettuati prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine.[46]

Alcune testimonianze affermano che la macchina sia stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7 e le 8 e lasciata qui fino a quando gli assassini hanno ritenuto opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermano di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12.30 e non prima.

In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov'è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica con un bracciale e l'orologio.

Il corpo di Moro, quando è stato estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini[47]), e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla locazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero[48]). Sotto il corpo e sul tappeto dell'auto c'erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.

Sandro Pertini rende omaggio alla tomba di Aldo Moro (1982)

Il cadavere presentava un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata, è probabile che fosse una ferita d'arma da fuoco ricevuta il giorno dell'agguato di via Mario Fani[49].

Per segnare il decennale della morte di Moro, nell'aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.

Le ipotesi, le indagini e i processi[modifica | modifica wikitesto]

La strage, il sequestro, la detenzione, i coinvolgimenti e le manovre intorno alle cause ed ai metodi della sua eliminazione, ancora non sono chiaramente identificabili in tutti i loro dettagli, malgrado parecchi processi e numerose indagini separate, condotte sia all'interno del paese che a livello internazionale.

Anche, ad esempio, le indagini esperite per verificare eventuali contatti e collegamenti con l'omologa organizzazione tedesca RAF, che non molto tempo prima aveva realizzato un'azione analoga e dalle inquietanti similitudini (sequestro dell'industriale tedesco Schleyer, massacro della sua scorta ed infine uccisione dell'ostaggio a seguito di trattative infruttuose), non ebbero seguito, per quanto l'avvocato Denis Payot venne incaricato dai familiari di Aldo Moro di tentare una trattativa per la liberazione.

La morte di Moro è stata oggetto di diverse speculazioni e teorie. La stampa ad esempio ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le BR avessero puntato su Moro ritenendo che l'obiettivo precedentemente scelto dai terroristi, Giulio Andreotti, risultasse troppo protetto. Lo stesso Andreotti però smentì la fondatezza dell'assunto, pubblicamente raccontando che ogni mattina abitudinariamente si recava di buon'ora, a piedi e del tutto solo, a messa in una chiesa vicina alla sua abitazione; come obiettivo, affermò, era anche eccessivamente facile.

Anche il brigatista Valerio Morucci nelle sue deposizioni ai processi Moro ha affermato che l'obiettivo di colpire Andreotti fu abbandonato non per la protezione di cui lo statista godeva ma per il luogo estremamente centrale di Roma ove egli abitava che impediva, di fatto, qualsiasi tentativo di fuga del Commando brigatista dopo l'eventuale agguato. Viepiù la scelta di rapire Aldo Moro con un'azione tanto clamorosa, secondo il Morucci, era dettata dall'impossibilità di compiere l'azione in altri luoghi frequentati dal presidente della DC. In particolare i brigatisti avevano a lungo progettato di rapire Aldo Moro nella chiesa dove egli la mattina (intorno alle 8,15 circa) si recava per la preghiera. Stando alle spiegazioni fornite dal Morucci, l'ingresso e le vie laterali della chiesa davano su una piazza ove era situato un asilo. Ciò rendeva estremamente problematica l'azione per il grande via vai che c'era: oltre i passanti, infatti, c'erano molti bambini che, accompagnati dai genitori, si recavano all'asilo. I brigatisti, inoltre, scartarono quasi subito l'ipotesi di rapire Moro all'Università per il sempre gran numero di studenti presenti.

I comitati di crisi[modifica | modifica wikitesto]

Per fare fronte alla crisi causata dal rapimento di Moro ufficialmente furono istituiti dal Ministro dell'Interno Francesco Cossiga, lo stesso 16 marzo 1978, tre comitati di crisi[50] (dei quali faranno parte tutti esponenti iscritti alla P2):

  • Un comitato tecnico-politico-operativo, presieduto dallo stesso Cossiga e, in sua vece, dal sottosegretario Nicola Lettieri di cui facevano anche parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori (da poco nominati) del Sismi e del Sisde, al segretario generale del Cesis, al direttore dell'Ucigos e al questore di Roma
  • Un comitato informazione, di cui facevano parte i responsabili dei vari servizi: Cesis, Sisde, Sismi e Sios

Fu creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato comitato di esperti che non si riunì mai collegialmente. Della sua esistenza si seppe solo nel maggio 1981, quando Cossiga ne rivelò l'esistenza alla Commissione Moro, senza però rivelarne le attività e le decisioni. Di questo organismo facevano parte, tra gli altri: Steve Pieczenik, funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di stato americano, il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana), Giulia Conte Micheli[51][52].

Cattura e condanne dei brigatisti partecipanti all'agguato di via Fani e/o al sequestro Moro[modifica | modifica wikitesto]

  • Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
  • Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
  • Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1º ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
  • Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 2002. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
  • Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
  • Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, ed è tuttora in carcere. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
  • Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è tornata in libertà nel 1994 a fine pena. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
  • Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 1997. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
  • Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
  • Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
  • Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad * Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
  • Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà e lavora da oltre 14 anni per la regione Lombardia. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
  • Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
  • Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.

In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati, Etro e Seghetti sono ancora in carcere.

Il possibile coinvolgimento della P2 e dei "servizi segreti"[modifica | modifica wikitesto]

Si ipotizza che nell'omicidio di Moro possa essere stata in qualche modo implicata la loggia massonica coperta P2 di Licio Gelli, o anche che le Brigate Rosse possano essere state infiltrate dall'intelligence degli Stati Uniti (CIA) o dall'Organizzazione Gladio, la rete clandestina della NATO destinata a contrastare l'influenza sovietica nei paesi dell'Europa Occidentale. Secondo queste teorie, Mario Moretti sarebbe stato "eterodiretto" durante il sequestro[53].

Il giornalista Mino Pecorelli, sulla sua rivista OP-Osservatore Politico, dove nei mesi precedenti più volte aveva scritto che "... A duemila anni di distanza Roma avrebbe visto nuovamente le Idi di Marzo e la morte di Giulio Cesare...", in riferimento alla data di morte di Cesare (15 marzo 44 a.C.) e del rapimento di Moro (16 marzo 1978), pubblicò un articolo intitolato "Vergogna, buffoni!", sostenendo che il generale Dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, non ottenendo il via libera per il blitz a causa della contrarietà di una certa "loggia di Cristo in paradiso". La probabile allusione alla P2, i cui affiliati controllavano i punti chiave dello Stato, fu chiara soltanto in seguito dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, il 17 marzo 1981. In questa lista erano presenti diversi nominativi di personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni durante il sequestro Moro e le successive indagini, alcuni promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, l'ammiraglio Antonino Geraci, capo del Sios della Marina Militare, Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza ed il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella capitale durante le indagini sul sequestro, che vennero considerati ben poco efficaci dalla Commissione Moro).[54][55][56][57]

Stando a quanto riferito dal professor Vincenzo Cappelletti (uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento) alla commissione stragi, il professor Franco Ferracuti, il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 e che fu uno dei sostenitori del fatto che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma, aderì alla loggia proprio durante il periodo del rapimento, su proposta del generale Grassini, per lo meno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso.[58]

Licio Gelli ha affermato che la presenza di un elevato numero di affiliati alla loggia nei comitati non era dovuta ad un coinvolgimento attivo della P2 nella questione, quanto al fatto che molte personalità di primo piano del tempo erano iscritte alla stessa, quindi era naturale che in questi comitati se ne trovassero diverse. Lo stesso Gelli affermò che alcuni degli iscritti presenti nei comitati probabilmente ignoravano il fatto che anche altri appartenessero alla stessa loggia P2.[59]

Altro caso dubbio, che è stato dibattuto in numerose pubblicazioni sul caso Moro, è quello relativo alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi del Sismi nelle vicinanze dell'agguato durante l'azione delle BR. La notizia della sua presenza nella Via Stresa, tenuta segreta inizialmente, verrà rivelata soltanto nel 1991 durante le indagini della Commissione Stragi, anche a seguito di una relazione presentata dal deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani (allora membro della commissione) che riferiva di alcune testimonianze sul caso Moro e sul ruolo di Guglielmi come osservatore, da parte di un'ex agente del SISMI (poi quasi totalmente smentite dal diretto interessato). Guglielmi affermerà di essere stato realmente in zona, ma perché invitato a pranzo da un collega che abitava nella vicina via Stresa. Secondo alcune pubblicazioni il collega, pur confermando il fatto che Guglielmi si fosse presentato a casa sua, negò che il suo arrivo fosse previsto.[60] Secondo alcune fonti (tra cui lo stesso Cipriani) Guglielmi avrebbe anche fatto parte di Gladio, tesi però fermamente smentita dallo stesso colonnello.[61][62][63][64]

Indagini della DIGOS porteranno poi a scoprire che alcuni macchinari presenti nella tipografia utilizzata dai brigatisti per la stampa dei comunicati (da quasi un anno prima del rapimento), che era gestita da un brigatista (Enrico Triaca) e finanziata da Moretti, erano stati precedentemente di proprietà dello Stato: si trattava di una stampatrice AB-DIK260T, che era di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito (facente parte del SISMI) e che, seppur con un pochi anni di vita ed un elevato valore, era stata venduta come rottame ferroso, e di una fotocopiatrice AB-DIK 675, precedentemente di proprietà del Ministero dei trasporti, acquistata nel 1969 e che, dopo alcuni cambi di proprietario, era stata venduta a Enrico Triaca.[2][65][66]

Anche l'appartamento di Via Gradoli[67] presenta alcune peculiarità. Innanzitutto fu affittato da Moretti sotto lo pseudonimo di Mario Borghi nel 1975, ma il contratto d'affitto tra "Borghi" e la controparte (Luciana Bozzi) non venne registrato. Inoltre, in quello stabile vivevano anche un confidente della polizia e diversi appartamenti erano intestati ad uomini del SISMI. La palazzina venne perquisita dai Carabinieri del colonnello Varisco, ma venne saltato l'appartamento in oggetto, in quanto nel momento del controllo non risultava essere presente nessuno. Ad aggiungere ulteriori incertezze sul caso, diversa pubblicistica evidenzia che la signora Bozzi si scoprirà successivamente essere amica di Giuliana Conforto, il cui padre era nella lista Mitrokhin di agenti del KGB, e nel cui appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. Infine, Pecorelli, nel 1977, si burlò di Moretti -indirizzando a Borghi residente in Via Gradoli - una cartolina da Ascoli Piceno (Moretti era nato nel 1946 a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno) recante il messaggio "Saluti, brrrr".[68]

Nel giugno 2008 il terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto Carlos, in un'intervista all'agenzia di stampa ANSA, dichiarò che alcuni uomini del SISMI, guidati dal colonnello Stefano Giovannone (ritenuto vicino a Moro), nella sera tra l'8 e il 9 maggio 1978, all'aeroporto di Beirut, tentarono un accordo per far liberare lo statista: questo accordo avrebbe previsto la consegna di alcuni brigatisti incarcerati ad uomini del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sul territorio di un paese arabo. Secondo Carlos l'accordo, che vedeva i vertici del SISMI contrari e violava la direttiva del governo di non trattare, fallì perché l'informazione fuoriuscì dall'ufficio politico dell'OLP, probabilmente (secondo lo statista) a causa di Bassam Abu Sharif, e da lì ne vennero informati i servizi di un paese della NATO che ne informò a suo volta il SISMI. Il giorno dopo Moro venne ucciso. Sempre secondo il terrorista venezuelano gli ufficiali che avevano effettuato questo tentativo vennero allontanati dai servizi, costringendoli alle dimissioni o al pensionamento.[69][70] Lo stesso Carlos, a metà degli anni ottanta, era stato indicato da Kyodo News, un'agenzia di stampa giapponese, in base ad informazioni provenienti da una fonte non dichiarata, come uno dei possibili ispiratori del rapimento.[71]

Il possibile coinvolgimento dell'Autonomia[modifica | modifica wikitesto]

Nel primo decennio degli anni 2000[72] è stata avanzata una nuova ipotesi, ovvero che, a condurre il "processo" ad Aldo Moro nella "Prigione del Popolo" non fossero i brigatisti rossi, bensì gruppi diversi della galassia dei fiancheggiatori, tra cui (probabilmente) anche qualche dirigente dell'Autonomia Operaia. Questi esterni alle BR sarebbero gli stessi che, una volta terminati gli interrogatori, presero in consegna le bobine con le dichiarazioni dello statista prigioniero. Questa tesi nasce sulla base dell'intercettazione di un colloquio, sul finire dell'anno 1979, in un carcere di massima sicurezza, tra due brigatisti, uno dei quali appartenente alla cosiddetta "Direzione Strategica". Inoltre, dalle testimonianze rese al processo per la morte del falsario della Banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, ucciso da ignoti nel 1984, emerse che, nel sopralluogo della di lui abitazione, compiuto dalle Forze dell'Ordine qualche giorno dopo la morte, vennero rinvenute, da parte dei Carabinieri, delle foto Polaroid (ritenute autentiche) di Moro prigioniero. Chichiarelli era molto addentro nei circoli dell'Autonomia[73].

Il possibile coinvolgimento dell'URSS[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni ritengono che le Brigate Rosse siano state efficacemente strumentalizzate da alcuni poteri nascosti (secondo alcuni le loro azioni dimostrerebbero che effettivamente non hanno realmente combattuto per la pretesa causa comunista), ma nessuna prova concreta di questa ipotesi è stata mai trovata.

Altri, come pubblicato su un articolo di "Panorama" del 2005, invece affermano che almeno alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse erano state richieste dal KGB, il servizio segreto russo. Tra questi il senatore Paolo Guzzanti, giunto a questa conclusione dopo aver presieduto per 2 anni la Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin[74]. Nel novembre 1977 Sergej Sokolov, studente presso l'Università La Sapienza di Roma, avvicina Moro per chiedergli di frequentare le sue lezioni. Nelle settimane successive, si fa notare per le domande sempre più indiscrete che fa agli assistenti circa l'auto e la scorta, tanto da suscitare anche qualche sospetto in Moro che raccomandò al suo assistente di rispondere vagamente ad eventuali domande dello studente. Nel 1999, in seguito allo scoppio dello scandalo Mitrokhin, si sospetterà che Sergej Sokolov sia in realtà Sergey Fedorovich Sokolov, ufficiale del Kgb avente come copertura un lavoro come corrispondente della TASS (report Impedian 83), che doveva operare a Roma dal 1981 al 1985, ma era stato richiamato in patria nel 1982. Sergej Sokolov incontra l'ultima volta Moro la mattina del 15 marzo. Da allora nessuno lo incontra più.

Nel maggio 1979 i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, due degli ideatori del sequestro, vengono arrestati a Roma nell'appartamento di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, con il rinvenimento nell'abitazione della mitraglietta "Skorpion" - di marca cecoslovacca - usata da Moretti per assassinare Moro. Nel Dossier (report Impedian 142) si parla di Giorgio Conforto come agente del KGB, nome in codice "Dario", capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia, ma si dice anche che sia lui che la figlia erano estranei alle attività dei due terroristi e che, proprio in seguito alle indagini di cui sarebbe stato probabilmente oggetto dopo l'arresto dei brigatisti, i servizi sovietici decisero di "congelare" la sua attività di spia.

Francesco Cossiga durante la sua audizione alla Commissione Stragi sostenne che in un primo tempo era anche stato ipotizzato che il rapimento di Moro fosse stato effettuato su commissione dei servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia, ma che il comando NATO non riteneva che il politico potesse conoscere informazioni riservate sull'Alleanza Atlantica tali da considerare il suo rapimento un pericolo per la stessa (ma nel suo memoriale Moro parlerà di una struttura stay-behind simile a Gladio, la cui esistenza allora era ancora ufficialmente segreta). Cossiga sostenne che gli Stati Uniti, al contrario di altre nazioni alleati come la Germania, si rifiutarono di fornire all'Italia il supporto diretto delle loro agenzie di spionaggio, proprio per il fatto che il rapimento di Moro, a quanto ritenevano, non costituiva pericolo per gli interessi americani; gli USA si limitarono quindi, su insistenza di Cossiga, a mandare in Italia Steve Pieczenik (a volte riportato come Pieczenick), ufficialmente uno psicologo dell'ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense, esperto in casi di rapimento, il quale riteneva si dovesse fingere una trattativa per poter proseguire le indagini ed individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro.[75]

Il possibile coinvolgimento degli USA[modifica | modifica wikitesto]

L'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in un'intervista nella trasmissione NEXT di Rainews24[76], disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d'aiuto nell'individuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA:

« Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima (...) l'assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare »
(Intervista a Giovanni Galloni nella trasmissione Next)

Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili durante un'audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998[77], in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell'Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:

« Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere. »
(Dichiarazioni di Giovanni Galloni, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39' seduta, 22 luglio 1998)

E pure il fatto di Gladio può aver giocato a favore dell'uccisione di Moro: è stato ipotizzato, anche per via del testo del memoriale, che Moro avesse accennato ai brigatisti l'esistenza della struttura parallela ed ultrasegreta nota come "Gladio",[78] molti anni prima che divenisse di pubblico dominio, seppure i brigatisti apparentemente non abbiano colto la portata della rivelazione. Secondo quanto riportato in un recente libro, che tratta della vita e della morte del falsario che confezionò il falso comunicato del Lago della Duchessa, le rivelazioni fatte da Moro circa Gladio, intuibili in alcune sue lettere, ma non esplicite, avrebbero costituito il "Punto di non ritorno" della trattativa, ed il falso comunicato sarebbe da interpretarsi quale "messaggio" ai brigatisti circa la perdita di valore dell'ostaggio, con blocco conseguente delle trattative riguardo alla sua liberazione[79].

La vedova di Aldo Moro[80], Noretta Chiavarelli, ebbe modo di dichiarare al primo processo contro il nucleo storico delle BR (1983), direttamente interrogata dal presidente Severino Santiapichi che suo marito era inviso agli Stati Uniti fin dal 1964, quando venne varato il Governo di Centro-Sinistra e che più volte fosse stato "ammonito" da esponenti politici d'oltreoceano a non violare la cosiddetta "logica di Jalta". Anche se la signora Moro non citò espressamente che il marito le avesse fatto rammentare la contemporaneità tra la nascita del primo governo tra DC e PSI col cosiddetto "Piano Solo" (o "Golpe De Lorenzo"), Aldo Moro accennò al fatto che oltreoceano non erano graditi governi di sinistra sotto alcuna veste. Per bilanciare lo spostamento a sinistra dell'asse di governo[81], Moro favorì l'elezione di Antonio Segni, contrario ad ogni intesa con le sinistre, alla presidenza della repubblica.

Ne conseguì una serie di intralci alla politica di riforme desiderate dall'esecutivo, tanto che più volte Segni aveva invitato a colloquio al Quirinale il generale Giovanni De Lorenzo, comandante dell'Arma dei carabinieri. Le "pressioni" statunitensi sul marito, stante la deposizione della signora Moro, s'accentuarono dopo il 1973[80], quando lo statista creò un'alleanza stretta col PCI che prese il nome di compromesso storico. Nel settembre del 1974 fu il segretario di stato americano, a margine di una visita di stato negli USA, Henry Kissinger ad ammonire severamente Moro della "pericolosità" di tale legame col PCI. E di nuovo, nel marzo 1976 le minacce si fecero più esplicite. Nell'occasione, egli fu affrontato da un alto personaggio americano che lo apostrofò duramente. Di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta, Eleonora Moro rievocherà così l'episodio: "È una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona... Adesso provo a ripeterla come la ricordo: 'Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere' ". Si presume che fosse stato nuovamente Henry Kissinger[82]. Molte di queste teorie si basano sull'ipotesi che il lavoro duro che Moro aveva prodotto per ammettere i membri del Partito Comunista Italiano in un governo di coalizione, stava profondamente disturbando quegli interessi (la cosiddetta Pax Americana); questo, secondo alcuni osservatori, avrebbe considerato che quanto accaduto a Moro poteva risultare vantaggioso per gli Stati Uniti.

Questa posizione era stata espressa per la prima volta nello studio Chi ha ucciso Aldo Moro? (1978), diretto da Webster Tarpley e commissionato dal parlamentare della DC Giuseppe Zamberletti. Circa le parole riferite dalla moglie di Moro in seguito, durante una sua deposizione, secondo cui, prima del misfatto, "Una figura politica statunitense di alto livello" disse ad Aldo Moro "O lasci perdere la tua linea politica o la pagherai cara". Era da ricollegare al timore che “in Italia si giungesse ad una soluzione simile a quella del Cile che in quel periodo aveva subito l'inizio d'un efferata dittatura militare ad opera del generale Augusto Pinochet (1973). Il cambiamento era inteso come un abbandono di ogni ipotesi di accordi con i comunisti. Alcuni ritengono che quella figura fosse Henry Kissinger, che già aveva parlato in termini inquietanti al Ministro degli Esteri Moro in un incontro a tu per tu nel 1974. Interpellato in merito, Kissinger ha smentito l'accaduto, a cominciare dalla data dell'ultimo "diktat" a latere di un meeting internazionale il 23 marzo 1976[83]. Si disse anche che Moro tenesse i contatti tra Enrico Berlinguer, segretario del PCI e Giorgio Almirante, segretario del MSI, rispettivamente i principali partiti di sinistra e di destra, con lo scopo - secondo questa ipotesi - di "raffreddare la tensione delle rispettive frange estremiste" (Brigate Rosse e Nuclei Armati Rivoluzionari), l'esatto opposto di quanto volevano gli strateghi della tensione. Di certo, tra Berlinguer ed Almirante ci furono contatti personali e stima (come dimostrato dalla presenza di Almirante ai funerali di Berlinguer nel 1984, presenza ricambiata da Alessandro Natta ai funerali di Almirante nel 1988)[84]. Recentemente[85], l'esperto statunitense Steve Pieczenik - che ufficialmente coordinava il collegamento tra i servizi segreti americani e gl'omologhi italiani - ha ribadito - in un'intervista concessa a Gianni Minoli su "Radio 24" - le rivelazioni precedentemente esposte nel 2008 in un suo libro, ovvero che il suo reale còmpito fosse quello di "manipolare alla distanza i terroristi italiani così da far in modo che le BR uccidessero Moro ad ogni costo". Il pubblico Ministero Luca Palamara della Procura di Roma ha fatto acquisire agl'atti il libro del 2008 e l'intervista del 2013] da parte della Digos. Le parole del "consulente" statunitense finiranno agl'atti nel fascicolo recentemente aperto sulla base di un esposto di Ferdinando Imposimato, attualmente avvocato, che - all'epoca dei fatti (1978) - ricopriva la carica di giudice istruttore. Nell'articolo del quotidiano veronese[86] si legge testualmete circa Imposimato: "... Moro poteva esser salvato ed il covo di Via Montalcini - dov'era tenuto prigioniero lo statista - era monitorato da tempo dalle Forze dell'Ordine, ma il blitz per liberare l'esponente della DC, nonostante fosse stato preparato nei minimi dettagli, saltò all'ultimo momento". Ed ancora: "... Steve Pieczenik costituisce un personaggio chiave in grado di fornire informazioni utili al fine di squarciare i veli ancora nebulosi ed oscuri che gravano sul Caso Moro". Palamara, che procede con un fascicolo contro ignoti, si dice[87]particolarmente interessato alla versione resa da Steve Pieczenik, specialmente quando afferma che "... Temevo, ma anche mi aspettavo, che le BR si rendessero effettivamente conto dell'errore che stavano per compiere uccidendo l'ostaggio, e che - alla fine - liberassero Moro rinunciando alla contropartita, mossa questa che avrebbe fatto fallire il mio piano e di cui io solo avrei dovuto render conto ai miei superiori: fino alla fine ho avuto il terrore che liberassero effettivamente il politico. Il sacrificio della vita di Moro era necessario". Palamara a breve sentirà Steve Pieczenik per rogatoria internazionale.

Al vaglio del PM Palamara si trova pure un altro particolare oscuro della drammatica vicenda, il cosiddetto "Giallo di Via Caetani"[87]. Esso concerne l'orario in cui effettivamente fu trovato, il 9 maggio 1978, il corpo dello statista nella Renault 5 rossa in via Michelangelo Caetani. Il tutto nasce dal fatto che la telefonata brigatista di rivendicazione dell'omicidio arrivò alle ore 12.30, ma due artificieri, tra i primi ad esser accorsi sul luogo, hanno spostato di un'ora e mezza il momento di ritrovamento del cadavere. Nella loro testimonianza, essi concordano che alle 11.00 in punto di quella fatidica mattina essi giunsero in Via Caetani e vi trovarono già presenti l'allora ministro dell'interno Francesco Cossiga. Questa versione dei fatti è già stata smentita dall'ex giornalista della RAI Franco Alfano, presente al momento dell'apertura del bagagliaio dell'auto, il quale sottolinea che l'ora del ritrovamento è quella canonica, e dall'attrice Piera Degli Esposti. Quest'ultima, in un'intervista rilasciata al Tg5 lo scorso 6 luglio 2013, dichiarò d'aver trascorso buona parte di quella mattina in Via Caetani per motivi di lavoro e di non aver notato alcunché di quanto indicato dai due artificieri. Anche questa testimonianza sono state inserite nel fascicolo processuale.

Il possibile coinvolgimento di Israele[modifica | modifica wikitesto]

È stata proposta anche l'ipotesi che le Brigate Rosse fossero infiltrate – già a partire dal 1974 – da agenti segreti di Israele[73]. Franceschini riporta una confidenza[88] fattagli durante l'ora d'aria nel carcere di Torino da Curcio in persona, secondo cui Mario Moretti era probabile fosse un infiltrato nell'organizzazione terroristica. Mario Moretti prese in mano le redini dell'organizzazione proprio al momento della cattura di Franceschini e di Curcio, imprimendo all'organizzazione una struttura di tipo "paramilitare" ed iniziando la guerra aperta contro lo Stato. Curcio smentì l'ex-compagno e molti altri appartenenti all'organizzazione insurrezionale confutarono le parole di Franceschini a vario titolo. I collegamenti tra le Brigate Rosse ed i Servizi Segreti sarebbero stati tenuti dalla scuola parigina "Hyperion"[senza fonte] e proprio all'Hyperion avrebbe dovuto rispondere operativamente Moretti secondo questa ipotesi.

Il falso "comunicato n. 7" e la scoperta del covo di via Gradoli[modifica | modifica wikitesto]

Altro fatto di nebuloso sviluppo fu il falso comunicato n. 7 delle BR, in cui si annunciava la morte dello statista e la sua sepoltura presso il Lago della Duchessa, nel reatino. In esso sarebbe stato coinvolto il falsario romano Antonio Chichiarelli, legato alla Banda della Magliana e successivamente autore di altri falsi comunicati delle Brigate Rosse[89], ucciso nel settembre 1984 in circostanze misteriose, quando ancora il suo legame con il comunicato non era stato del tutto accertato[90]. È da notare che lo stesso Chichiarelli parlò del comunicato a diverse persone, tra cui Luciano Dal Bello, informatore dei carabinieri e del Sisde[91], che riferì la questione ad un maresciallo dei carabinieri, senza che tuttavia alla segnalazione fossero seguite indagini su Chichiarelli.

Il comunicato venne diffuso lo stesso giorno, il 18 aprile 1978, in cui le forze dell'ordine scoprirono a Roma un appartamento in via Gradoli 96 usato come covo delle Brigate Rosse: la scoperta avvenuta a causa di una supposta perdita d'acqua per cui erano stati chiamati i Vigili del fuoco, si rivelerà essere causata invece da un rubinetto della doccia "misteriosamente" lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro, quasi a voler far scoprire il covo, che era usato abitualmente dal brigatista Mario Moretti (il quale avrà notizia della scoperta dai media che la riporteranno subito e non vi farà ritorno). Moretti aveva affittato l'appartamento nel 1975, con l'identità dell'"ingegner Mario Borghi", e da allora l'aveva usato abitualmente.

Successivamente alla scoperta del covo verranno resi noti alcuni fatti relativi allo stesso e alle indagini su di questo, sui cui si concentrerà l'attenzione della pubblicistica. Lo stabile in cui si trovava questo covo era stato già perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, su segnalazione di una vicina di casa che aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse[92], ma essendo allora l'appartamento senza nessuno all'interno gli agenti se n'erano andati senza controllarlo. Nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, viene fatto notare che il vice capo della Squadra Mobile romana, il dott. Elio Cioppa, che effettuò questa prima perquisizione, poco tempo dopo l'uccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, risultato tra gli iscritti alla P2, e pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della loggia massonica.[57] La stessa vicina che aveva avvertito i rumori provenienti dall'appartamento, Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE[93] o dalla polizia[94]. Il verbale della perquisizione, presente agli atti del processo Moro, rappresenta un altro lato oscuro, infatti risulta essere stato scritto su fogli intestati "Dipartimento di Polizia", notazione che però iniziò ad essere impiegata solo dal 1981, tre anni dopo la data in cui questi controlli sarebbero avvenuti[93].

Col passare del tempo diverranno note altre notizie relative al covo e alla zona: nella stessa via, sia prima del 1978 che dopo, erano presenti numerosi appartamenti utilizzati da agenti (tra cui un sottufficiale dei carabinieri in forza al SISMI, residente al numero 89, nell'edificio di fronte al 96, che era compaesano di Moretti[94]) e aziende di copertura al servizio del SISMI[95] e l'appartamento stesso era già stato segnalato e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS da diversi anni (quindi era noto alle istituzioni), in quanto frequentato precedentemente anche da esponenti di Potere operaio e Autonomia Operaia[92][92][96][97]. Si scoprirà che anche il deputato democristiano Benito Cazora, nei suoi contatti avuti con esponenti del 'ndrangheta e della malavita calabrese nel tentativo di trovare la prigione di Moro, era stato avvertito che la zona di via Gradoli (per la precisione l'informazione era stata data in automobile, fermi all'incrocio tra la via Cassia e via Gradoli) era una "zona calda" e che questo avvertimento era stato comunicato sia ai vertici della Democrazia Cristiana sia agli organi di polizia.[97][98][99]

Lo stesso Mino Pecorelli nel 1977, un anno prima del sequestro di Moro, avrebbe scritto una cartolina all'indirizzo del covo, spedendola da Ascoli Piceno (Moretti nacque a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno), contenente la frase: "Saluti brrr".[100] Sempre Pecorelli fu l'unico a tacciare di "mistificazione" il falso comunicato delle Br, quando tutti gli esperti interpellati inizialmente lo ritennero autentico.

Relativamente alla scopera del covo, i brigatisti successivamente catturati hanno sempre parlato di una casualità, dovuta al rubinetto della doccia lasciato aperto per sbaglio, e hanno affermato che non erano a conoscenza del fatto che il covo fosse sotto controllo da parte dell'UCIGOS.[23][96]

Non si è mai appurato in maniera definitiva se il ritrovamento dell'appartamento e il falso comunicato fossero connessi o se la diffusione del falso lo stesso giorno della scoperta del covo sia stata solo una coincidenza, né si è mai risaliti all'eventuale mandante del falso, e le istituzioni italiane si sono sempre dichiarate estranee ad entrambi i fatti.

La foto allegata al vero comunicato n. 7: Aldo Moro con una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile 1978

Steve Pieczenik, l'esperto di terrorismo del Dipartimento di Stato americano, in un'intervista concessa quasi 30 anni dopo il sequestro, affermerà che l'idea del falso comunicato era stata presa durante una riunione del comitato di crisi a cui erano presenti, tra gli altri, lui, Cossiga, alcuni esponenti dei servizi e il criminologo Franco Ferracuti (il cui nome comparve successivamente tra gli quelli degli iscritti alla loggia P2), con lo scopo di preparare l'opinione pubblica italiana ed europea al probabile decesso di Moro durante il sequestro, ma di ignorare poi come la cosa sia stata realizzata concretamente.[101][102]

Sia durante le indagini, sia tra la pubblicistica dedicata al caso Moro, sia durante le audizioni della commissione stragi, sono state avanzate numerose ipotesi sulla scoperta del covo e sul falso comunicato, tra cui:

  • Tra chi ritiene le Brigate Rosse controllate da forze esterne (CIA, KGB, Mossad, servizi deviati, ecc.), la scoperta del covo effettuata lo stesso giorno del comunicato che annunciava la morte di Moro è stata interpretato come un messaggio mandato alle BR (o ai referenti/infiltrati di queste "forze esterne" all'interno del gruppo terrorista) su come doveva concludersi il sequestro (ma le Brigate Rosse avevano già annunciato la condanna a morte di Moro con il comunicato numero 6, il 15 aprile).
  • La scoperta del covo e/o il falso comunicato sarebbero stati un modo per mettere sotto pressione le Brigate Rosse, attuato dai servizi segreti con o senza l'autorizzazione delle istituzioni.
  • Il comunicato sarebbe stata una prova generale da parte dello Stato per testare il comportamento dell'opinione pubblica alla notizia della morte dello statista (ma le istituzioni hanno sempre negato il loro coinvolgimento nella realizzazione del falso).
  • Il comunicato sarebbe servito a distogliere l'attenzione da Roma, permettendo alle Brigate Rosse di spostare Moro da una prigione ad un'altra più sicura (per cui si sarebbe trattato di un falso realizzato in realtà per aiutare le Brigate Rosse).

Chi ritiene i due fatti slegati interpreta la scoperta del covo:

  • Come un segnale dato da Moretti per indicare che ormai il covo non era più sicuro (sostenendo quindi che Moretti avesse mentito relativamente al fatto di essere estraneo alla scoperta del covo).
  • Come un tentativo dell'ala "trattativista" delle BR o di altre organizzazioni vicine alla sinistra extraparlamentare che erano a conoscenza del luogo di far scoprire Moretti, con lo scopo di far prevalere la linea che riteneva possibile la liberazione di Moro (ma questa versione è sempre stata negata dai brigatisti).
  • Oppure ancora, vista la presenza nel covo di prove collegabili all'agguato di via Fani come la targa originale di una delle auto impiegate o un'uniforme da aviatore, come un modo per far sì che non ci fossero dubbi sul fatto che il sequestro fosse opera delle sole BR (indipendentemente dal fatto che questo fosse vero o meno e che il covo fosse stato fatto scoprire dalle BR stesse o da altre forze).

Due giorni dopo le BR diffonderanno il vero comunicato n. 7, con allegata una foto di Aldo Moro con una copia del quotidiano La Repubblica del 19 aprile, a dimostrare che il politico era ancora vivo e che la notizia della sua uccisione era falsa.

È da notare infine come la data del 18 aprile 1978, in cui sono avvenuti entrambi questi eventi, avrebbe potuto essere scelta perché particolarmente significativa, infatti corrispondeva al 30º anniversario delle elezioni del 1948, che sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte Democratico Popolare.

La seduta spiritica[modifica | modifica wikitesto]

Romano Prodi, Mario Baldassarri e Alberto Clò ebbero un ruolo mai del tutto chiarito nel reperimento delle indicazioni su un possibile luogo di detenzione e resta tuttora alquanto oscura la vicenda della loro presunta seduta spiritica con il "piattino" effettuata il 2 aprile 1978, da cui sarebbero scaturite prima alcune parole senza senso, poi le parole Viterbo, Bolsena e Gradoli, quest'ultima ("Gradoli") che appunto coincideva con il nome della strada in cui si trovava il covo impiegato da Moretti.

Ecco le parole di Prodi, dai verbali della testimonianza davanti alla Commissione Moro il 10 giugno 1981:

« Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito. »

L'informazione fu ritenuta attendibile dal momento che, quattro giorni dopo, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, organizzò un blitz armato nel borgo medievale di Gradoli, vicino Viterbo, alla ricerca della possibile prigione di Moro.

La vedova di Moro affermò di aver più volte indicato agli inquirenti l'esistenza di una via Gradoli a Roma, senza che questi estendessero le ricerche anche a questa (avrebbero asserito che non esisteva una simile strada negli stradari di Roma[103]), circostanza confermata anche da altri parenti dello statista, ma energicamente smentita da Francesco Cossiga, all'epoca dei fatti ministro dell'interno.[97]

La questione sulla seduta spiritica venne riaperta nel 1998 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi: l'allora presidente del consiglio Prodi, dati gli impegni politici di poco precedenti alla caduta del suo governo nell'ottobre 1998, si disse indisponibile per ripetere l'audizione; si dissero disponibili Mario Baldassarri[104] (ex senatore di AN, ex viceministro per l'Economia e le Finanze dei governi Berlusconi II e Berlusconi III, al tempo del rapimento di Moro docente presso l'Università di Bologna) ed Alberto Clò[92] (economista ed esperto di politiche energetiche, ministro dell'Industria nel governo tecnico Dini e proprietario della casa di campagna dove avvenne la seduta spiritica, al tempo del rapimento di Moro assistente e poi docente di economia all'Università di Modena), anche loro presenti alla seduta spiritica. Entrambi, pur ammettendo di non credere allo spiritismo e di non aver più effettuato sedute spiritiche dopo quella, confermarono la genuinità del risultato della seduta e dichiararono che né loro né, per quanto ne sapevano, nessuno dei presenti (partecipanti al gioco del piattino o meno, oltre a loro tre erano presenti il fratello di Clò, le relative fidanzate, e i figli piccoli dei commensali) aveva conoscenze nell'ambiente dell'Autonomia bolognese o negli ambienti vicini alle BR. Alla critica relativa al fatto che qualcuno dei presenti avrebbe potuto guidare il piattino, Clò sostenne che la parola "Gradoli", così come "Bolsena" e "Viterbo", si erano formate più volte e con partecipanti diversi.

Le possibili infiltrazioni mafiose[modifica | modifica wikitesto]

È stata prospettata la possibilità che elementi della 'ndrangheta fossero coinvolti nell'agguato di via Fani e nel sequestro. È quanto emergerebbe da una telefonata tra il segretario di Moro Sereno Freato e Benito Cazora, deputato della DC; quest'ultimo era entrato in contatto con un certo "Rocco", poi identificato in Salvatore Varone, il quale aveva dichiarato di essere a conoscenza, tramite la malavita, dell'ubicazione della prigione di Moro che egli si offriva di rivelare in cambio di favori alle norme di confino alle quali era sottoposto[105]. Il 18 aprile Varone ritornò in contatto con Cazora e richiese una foto originale di via Fani in cui egli riteneva potesse essere identificato un suo parente. Cazora ne parlò quindi a Freato ma non riuscì a ottenere la foto; non è chiaro a quale foto ci si riferisse. Inoltre Cazora non riuscì neppure a ottenere per Varone i benefici richiesti ottenendo un rifiuto sia dai funzionari ministeriali, sia da Giuseppe Pisanu, sia dal ministro Cossiga. Nonostante questo Varone diede alcune indicazioni sulla possibile prigione di Moro che però, nonostante gli accertamenti compiuti dalle autorità, si rivelarono completamente inutili[106].

Secondo il pentito Tommaso Buscetta, il deputato Salvo Lima e i cugini Salvo, su input di Giulio Andreotti, interessarono il boss mafioso Stefano Bontate per cercare la prigione di Moro: Bontate allora incaricò lo stesso Buscetta, all'epoca detenuto, di contattare gli esponenti delle Brigate Rosse in carcere per avere informazioni e cercò la mediazione di Pippo Calò, per via dei suoi legami con la banda della Magliana. Calò però chiese a Bontate di interrompere le ricerche, in quanto tra gli esponenti della Democrazia Cristiana non vi sarebbe più stata la volontà di cercare di liberare Moro.[48][107]. Per la precisione[108] in una tempestosa riunione della Commissione di Cosa Nostra, Bontate – dalla testimonianza processuale resa dal pentito Francesco Marino Mannoia – aveva convocato Pippo Calò per chiedere il suo intervento al fine di liberare lo statista. Calò avrebbe risposto che Cosa Nostra non avrebbe avuto alcun interesse a muoversi. All'insistenza di Bontate, Calò avrebbe scosso le spalle, rispondendo: «Stefano, ma ancora non l'hai capito che sono proprio loro, gli uomini del suo stesso partito, a non voler affatto che sia liberato... ?!». Infatti, sempre secondo Buscetta, Andreotti, che in un primo momento si era adoperato a cercare Moro, era stato indotto a cambiare ogni iniziativa dalla notizia che il prigioniero stava collaborando con le Brigate Rosse e gli stava rivolgendo pesanti accuse (il cosiddetto "Memoriale Moro")[108][109].

Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, ha riferito a partire dal 1990, in modo confuso e variando più volte il suo racconto dei fatti, che egli si attivò per ricercare la prigione di Moro e sarebbe entrato in contatto con l'esponente della banda della Magliana Franco Giuseppucci. Questi dopo qualche giorno avrebbe riferito a Cutolo che Nicolino Selis, altro membro della banda, sarebbe stato a conoscenza del luogo, che si sarebbe trovato vicino ad un appartamento che egli utilizzava come nascondiglio di emergenza. Cutolo avrebbe quindi comunicato all'avvocato Francesco Gangemi di poter aprire una trattativa; a dire del capo della Camorra, l'avvocato avrebbe a sua volta contattato "dei politici" o ambienti del ministero degli Interni. Il boss esplicitò che i servizi segreti italiani e non i servizi segreti deviati avevano posto il veto all'intermediazione per la salvezza dell'allora presidente della Democrazia Cristiana. Nella testimonianza di Cutolo, avendo egli preso contatti con Roma per tramite di un suo avvocato, gli fu chiesto di starsene da parte e di non impicciarsi nella faccenda. Valerio Morucci ha completamente screditato davanti alla Commissione Stragi, questo confuso racconto, il brigatista ha evidenziato come i militanti dell'organizzazione fossero all'apparenza "gente normalissima in giacca e cravatta", completamente estranei all'ambiente della malavita e quindi molto difficilmente identificabili da parte della banda della Magliana. Morucci concluse: "non eravamo una banda criminale...non ci incontravano sotto i lampioni...non facevamo traffici strani...non vedo come la banda della Magliana o chicchessia potesse individuare le brigate Rosse"[110].

Stando a quanto riferito in generale anche da alcuni collaboratori di giustizia, le varie mafie italiane in un primo momento si interessarono alla questione, cercando di operare per la liberazione di Moro e/o per individuare il covo dove veniva tenuto prigioniero, anche su richiesta di alcuni interlocutori appartenenti alle istituzioni, ma dalla metà di aprile questi tentativi vengono interrotti da richieste opposte (le due posizioni non saranno comunque condivise da tutti i gruppi e causeranno una spaccatura all'interno di Cosa Nostra tra i Corleonesi, contrari a portare avanti i tentativi di individuare la prigione di Moro, e i palermitani). Secondo quanto riportato durante uno dei processi dal giornalista Giuseppe Messina, uno dei suoi contatti con la mafia siciliana gli aveva comunicato che Cosa Nostra aveva cambiato opinione sulla liberazione di Moro, in quanto questi voleva un governo aperto al Partito Comunista e questo era in contrasto con l'anticomunismo della mafia stessa.[111]

Nell'ottobre 1992 un pentito della 'Ndrangheta, Saverio Morabito, ha dichiarato che in via Fani sarebbe stato presente anche Antonio Nirta, appartenente alla mafia calabrese e infiltrato nel gruppo brigatista[112]. Secondo Morabito inoltre Nirta sarebbe stato anche un confidente dei carabinieri in contatto con il capitano Francesco Delfino; egli avrebbe acquisito queste informazioni nel 1987 e nel 1990 da due malavitosi, Paolo Sergi e Domenico Papalia. Sia Delfino che Nirta hanno recisamente smentito queste affermazioni; inoltre le presunte rivelazioni del Morabito non sono supportate da altre fonti e sono state ritenute dalla Commissione Stragi "non ancora supportate da adeguati riscontri"[113].

Il ruolo di Carmine Pecorelli[modifica | modifica wikitesto]

Il giornalista Carmine Pecorelli, che apparentemente godeva di numerose conoscenze all'interno dei servizi segreti[114], nella sua agenzia di stampa Osservatore Politico (OP) si occupò più volte sia del rapimento Moro, sia della possibilità che Moro potesse essere in qualche modo bloccato nel suo tentativo di aprire il governo al PCI[115].

Il 15 marzo, il giorno prima del rapimento, la sua OP pubblica un articolo sibillino che, citando l'anniversario delle Idi di marzo e collegandolo con il giuramento del governo Andreotti, farebbe riferimento a un possibile nuovo Bruto (uno degli assassini di Cesare).[116]

Successivamente, durante la prigionia di Moro, Pecorelli nei suoi articoli dimostra di conoscere l'esistenza del memoriale (mesi prima del suo ritrovamento), di alcune lettere ancor prima che venissero rese pubbliche. Ipotizza la presenza di due gruppi all'interno delle BR, uno trattativista e uno invece deciso ad uccidere comunque Moro, e fa trapelare il sospetto che il gruppo che ha materialmente effettuato l'agguato in via Fani non sia poi lo stesso che l'aveva pianificato e stava gestendo anche il sequestro ("Aspettiamoci il peggio. Gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all'assalto dell'auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata in piazza. È un particolare da tenere a mente.") escludendo peraltro che il gruppo storico delle BR (Curcio e altri già arrestati) avesse a che fare con il rapimento.[116]

Sul ritrovamento del covo di via Gradoli Pecorelli fa notare come, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettato dai Brigatisti, nel covo tutte le possibili prove della presenza di questi era in bella mostra. Sui possibili mandanti evidenzia come il progetto di apertura dal governo al PCI di Berlinguer, tra i principali sostenitori dell'Eurocomunismo, sarebbe stato mal visto sia dagli USA (per via del fatto che avrebbe cambiato gli equilibri di potere sia nazionali che internazionali), sia dall'URSS (dato che avrebbe dimostrato che un partito comunista poteva andare al governo in maniera democratica e senza essere diretta emanazione del PCUS di Mosca).[116]

Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a colpi d'arma da fuoco davanti alla sua abitazione. Nel 1992 il pentito di mafia Tommaso Buscetta rivela che l'uccisione fu eseguita dalla mafia - con la manovalanza romana della banda della Magliana - per "fare un favore ad Andreotti", preoccupato per certe informazioni sul caso Moro: Pecorelli avrebbe ricevuto dal generale Dalla Chiesa (di cui si conosce una domanda di adesione alla P2, ma apparentemente senza seguito) copia degli originali delle lettere di Aldo Moro che contenevano pesanti accuse nei confronti di Giulio Andreotti, e vi avrebbe alluso in alcuni articoli di OP.

Della circolazione in quegli anni a Roma di una versione integrale delle lettere di Moro scoperte dai carabinieri nel covo milanese di via Monte Nevoso (delle quali solo un riassunto fu nell'immediato reso pubblico, il cosiddetto Memoriale Moro, mentre il testo integrale riaffiorò solo nel 1991 durante una ristrutturazione dell'appartamento che aveva ospitato il covo) è prova un episodio verificatosi qualche anno dopo: al congresso di Verona del 1983 Bettino Craxi diede lettura di una lettera di Aldo Moro, pesantemente critica verso i suoi compagni di partito, il cui testo non risultava da nessuno degli atti pubblicati fino a quel momento; la cosa fu considerata una sottile minaccia - nell'ambito della guerra sotterranea tra la DC ed il PSI - e produsse animate critiche che raggiunsero anche l'ambito parlamentare[117].

Nel processo a suo carico, Andreotti in primo grado ebbe l'assoluzione, mentre la Corte d'Assise d'Appello di Perugia il 17 novembre 2002 lo ha condannato a 24 anni di reclusione. Andreotti ha presentato ricorso in Cassazione, che ha dichiarato annullata senza rinvio la condanna rendendo definitiva l'assoluzione di primo grado.

Il ruolo di Steve Pieczenik[modifica | modifica wikitesto]

Un altro personaggio che è stato spesso al centro delle ipotesi di giornalisti e politici è l'esperto statunitense giunto su invito di Cossiga, Steve Pieczenik, al tempo assistente del Sottosegretario di Stato e capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Statunitense, e rimasto in Italia circa tre settimane. Dopo la carriera come negoziatore ed esperto di terrorismo internazionale ha iniziato a collaborare con Tom Clancy, nella stesura di libri e film.

Il suo nome, come quello degli altri "esperti", venne diffuso solo agli inizi degli anni novanta. Dopo che venne resa pubblica la composizione dei tre comitati, durante le indagini della commissione stragi vennero richiesti i documenti prodotti da questi: si scoprì che erano presenti solo alcune relazioni di un comitato degli esperti, ma nulla di quanto prodotto dagli altri due. In una relazione a lui attribuita, Pieczenik analizzava le possibili conseguenze politiche del caso Moro, l'eventualità che l'operazione delle Brigate Rosse avesse avuto un appoggio dall'interno delle istituzioni oltre che alcuni consigli su come poter agire per far uscire allo scoperto i brigatisti. Dopo che il contenuto di questa relazione, intitolata "Ipotesi sulla strategia e tattica delle BR e ipotesi sulla gestione della crisi", è stato reso noto, Pieczenik ne ha tuttavia negato la paternità, affermando che si trattava di un falso, contenente sia alcune delle teorie ed ipotesi da lui effettivamente elaborate al tempo, sia alcuni consigli operativi su cui non concordava, che erano "nello stile di Ferracuti", e che per prassi non aveva lasciato nulla di scritto.[50][118] Il giornalista Robert Katz, che ha intervistato Pieczenik sul caso, fa anche notare che il supposto rapporto contiene riferimenti al comunicato numero 8 del 24 aprile relativi allo scambio tra Moro e 13 detenuti, riferimenti impossibili per via del fatto che l'esperto statunitense aveva lasciato l'Italia il 15 aprile.[28]

Stando a quanto raccontato da Cossiga e dallo stesso Pieczenik, inizialmente l'idea dello statunitense era quella di inscenare una finta apertura alla trattativa, per ottenere più tempo e cercare di far uscire allo scoperto i Brigatisti, in modo da poterli individuare.[75]

In alcune interviste rilasciate successivamente a questi fatti, Pieczenik afferma che durante i giorni del sequestro vi erano notevoli falle che permettevano di far giungere informazioni riservate al di fuori delle discussioni dei comitati e che non aveva l'impressione che la classe politica fosse vicina a Moro:

« Ci fu una cosa che emerse in maniera chiarissima, e che mi sbalordì. Io non conoscevo l'uomo Aldo Moro, dunque desideravo farmi un'idea di che persona fosse e di quanta resistenza avesse. Ci ritrovammo in questa sala piena di generali e di uomini politici, tutta gente che lo conosceva bene, e... ecco, alla fine ebbi la netta sensazione che a nessuno di loro Moro stesse simpatico o andasse a genio come persona, Cossiga compreso. Era lampante che non stavo parlando con i suoi alleati.

[...] Dopo un po' mi resi conto che quanto avveniva nella sala riunioni filtrava all'esterno. Lo sapevo perché ci fu chi - persino le BR - rilasciava dichiarazioni che potevano avere origine soltanto dall'interno del nostro gruppo. C'era una falla, e di entità gravissima. Un giorno lo dissi a Cossiga, senza mezzi termini. "C'è un'infiltrazione dall'alto, da molto in alto". "Sì" rispose lui "lo so. Da molto in alto". Ma da quanto in alto non lo sapeva, o forse non lo voleva dire. Così decisi di restringere il numero dei partecipanti alle riunioni, ma la falla continuava ad allargarsi, tanto che alla fine ci ritrovammo solo in due. Cossiga e io, ma la falla non accennò a richiudersi. »

(I giorni del complotto, articolo del giornalista Robert Katz pubblicato su Panorama del 13 agosto 1994[28])

Tornato in America venne contattato da un consigliere politico dell'ambasciata argentina (paese al tempo sottoposto ad una dittatura militare) per chiedere aiuto contro sospetti terroristi. Al rifiuto di Pieczenik questo lo minacciò di fargli pervenire un ordine ufficiale da parte del Dipartimento di Stato. Secondo il negoziatore, il consigliere avrebbe potuto essere in realtà un agente segreto, che in qualche modo "era al corrente di ciò che era accaduto nelle stanze romane di Cossiga. Sapeva esattamente cosa vi avevo fatto nelle ultime tre settimane, anche se avrebbe dovuto trattarsi di segreti. Non mi spiegò in che modo fosse venuto a conoscenza di tutto ciò, e l'unica cosa che potei fare fu dedurne che la fuga di notizie faceva rotta diretta verso l'Argentina" e che "Parlava in tono arrogante e pieno di sottintesi, come se a unirci fosse stata l'affiliazione a qualche misteriosa confraternita"; confraternita e fonte delle informazioni che Pieczenik identifica, a posteriori rispetto all'evento, con la loggia massonica P2, dopo che la pubblicazione dei nomi degli iscritti e le successive indagini avevano mostrato come molti degli appartenenti dei tre comitati ne facessero parte e come questa avesse legami proprio con l'Argentina.[28]

Dopo alcuni accordi per essere sentito dalla Commissione Stragi, in un primo tempo accettò l'invito, ma poi improvvisamente rifiutò di presentarsi in Italia.[102][118]

A quasi 30 anni di distanza dai fatti, durante la preparazione del documentario francese "Les derniers jours de Aldo Moro", il giornalista Emmanuel Amara entra in contatto con Pieczenik, che accetta di farsi intervistare. Il contenuto di questa intervista è poi inserito nel saggio "Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro" (edizione originale "Nous avons tué Aldo Moro", Patrick Robin Editions, 2006, ISBN 2-35228-012-5)[119]. Nell'intervista riportata nel libro stesso riassume quello che sarebbe stato il suo compito durante il rapimento Moro:

« Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all'interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un'interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. [...] Il mio primo obiettivo era guadagnare tempo, cercare di mantenere in vita Moro il più a lungo possibile. Il tempo, necessario a Cossiga per riprendere il controllo dei suoi servizi di sicurezza, calmare i militari, imporre la fermezza in una classe politica inquieta e ridare un po' di fiducia all'economia. Bisognava fare attenzione sia a sinistra sia a destra: bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra.

Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l'ostaggio per la stabilità dell'Italia. »

(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 102 e 103)
« Ho atteso trent'anni per rivelare questa storia. Spero sia utile. Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d'accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. »
(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 186)

Il fatto che Moro fosse ormai sacrificabile in nome della "ragion di stato" sarebbe divenuto chiaro a Pieczenik nel momento in cui, a fronte di indagini inconcludenti e informazioni riservate che venivano continuamente diffuse, lo statista democristiano avrebbe iniziato a scrivere lettere sempre più preoccupate, che potevano far supporre che stesse per cedere psicologicamente.[119]

Pieczenik afferma che appena arrivato in Italia venne informato da Cossiga che le istituzioni italiane non avevano idea di come uscire dalla crisi[120] e che sia lo stesso Cossiga, sia i servizi segreti Vaticani che avevano offerto la loro collaborazione, lo avevano informato che in Italia da pochi mesi era stato effettuato un tentativo di colpo di stato da parte di esponenti dei servizi segreti, principalmente di destra, e di persone che successivamente identificò come legate alla loggia P2[121], ma che il tentativo era fallito e che lo stesso Cossiga era riuscito a "fare un po' di pulizia e a riprendere il controllo su una parte di quegli elementi". Lo stesso Pieczenik si diceva stupito della presenza di tanti ex-fascisti all'interno dei servizi segreti, tanto da avere l'impressione di ritrovarsi "nel quartiere generale del duce, di Mussolini"[122], ma afferma anche che durante il sequestro la "capacità di disturbo" di questi gruppi non fu così energica come temeva in un primo tempo. Anche le Brigate Rosse, secondo l'esperto, avevano infiltrati nelle istituzioni, e godevano di informazioni di prima mano fornite da figli di politici e funzionari italiani che simpatizzavano per il gruppo, o perlomeno militavano nei gruppi di estrema sinistra. Queste infiltrazioni vennero studiate, pur senza portare a nessuna individuazione sicura, da Pieczenik con l'aiuto dei servizi Vaticani, che l'esperto statunitense riteneva al tempo molto più efficienti ed informati di quelli italiani.[123]

Oltre a confermare quanto già detto in precedenti interviste, in questa sostiene di aver partecipato in prima persona alla decisione di creare il falso comunicato numero 7 e afferma di aver spinto le Brigate Rosse ad uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle ("Ho permesso che si servissero di questa violenza fino al punto di perdere tutta la loro legittimità. Piuttosto che riconoscere il loro errore, sono sprofondati in quella spirale che li ha portati alla fine."[124]), quando ormai era chiaro (dal suo punto di vista) che comunque non c'era la volontà di liberarlo da parte della classe politica. Pieczenik afferma anche che gli Stati Uniti, pur avendo numerosi interessi in Italia (a cominciare dalle truppe dislocate), non erano al corrente della situazione del paese, né per quello che riguardava il terrorismo di sinistra, né per quello che riguardava i gruppi eversivi di destra o i servizi deviati, e che quindi non poté avere aiuti né dalla CIA né dall'ambasciata statunitense in Italia. Lo stesso Dipartimento di Stato gli avrebbe fornito come informazioni sull'Italia solo articoli tratti da TIME e Newsweek[28][125].

Secondo l'esperto l'unico modo che avevano le Brigate Rosse di legittimarsi in qualche modo e distruggere i tentativi di stabilizzazione da lui portati avanti, sarebbe stato il rilascio di Moro, ma questo non avvenne.

Il fatto che fosse tornato in America anzitempo, secondo quanto affermato, era dovuto al fatto che non voleva dare l'impressione che dietro la ormai prevedibile morte di Moro vi potessero essere pressioni statunitensi.[124] Precedentemente aveva invece affermato che se ne era andato perché la sua presenza non fosse strumentalizzata per legittimare l'operato (ritenuto inefficiente e compromesso) delle istituzioni.[28]

L'ipotesi del tiratore scelto[modifica | modifica wikitesto]

Sul luogo della strage sono stati ritrovati 93 bossoli. Con questo elevato numero di colpi sparati in pochi secondi vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro: Oreste Leonardi Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi; tuttavia il Presidente della DC resta vivo, il che potrebbe far pensare ad un'elevata esperienza da parte di chi stava usando quelle armi. I brigatisti Morucci, Moretti, Gallinari, Bonisoli e Fiore hanno sempre dichiarato che i militanti dell'organizzazione non erano addestrati professionalmente e non erano molto esperti di armi. I brigatisti hanno affermato che l'azione si fondava soprattutto sull'effetto sorpresa, che non era necessario un addestramento militare specifico ma che invece era richiesta rapidità e grande determinazione per avvicinarsi al massimo alle auto sparando a distanza ravvicinata sugli occupanti senza rischiare di colpire Moro e senza dare modo agli agenti, ritenuti pericolosi e preparati, di reagire[126][127].

Secondo le perizie balistiche presentate al Processo "Moro - Quater", una sola arma automatica risulta aver sparato più della metà dei colpi quel giorno: 49 colpi in 20 secondi. Tuttavia l'autopsia sul cadavere di Moro ha evidenziato una ferita da arma da fuoco sulla coscia, riconducibile alla sparatoria dell'agguato; poiché Moro sedeva da solo sul sedile posteriore della sua vettura, non sarebbe risultato molto difficile per gli aggressori dirigere il fuoco delle loro armi verso la parte anteriore della vettura, dove si trovava l'autista e la guardia del corpo. I componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile, invece di indossare vestiti in grado di farli passare inosservati, sia prima dell'operazione, sia durante la fuga; per quanto l'indossare divise offra il vantaggio di una omogeneizzazione visiva delle persone, rendendole meno distinguibili singolarmente.

Partendo dai dubbi sull'apparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Relativamente a questo ipotetico "killer" alcuni[108], ipotizzano potrebbe essere stato un componente del servizio segreto (italiano o straniero) o dell'organizzazione clandestina Gladio estraneo all'organizzazione brigatista e che le divise sarebbero quindi state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti ed il tiratore scelto. Addirittura, il settimanale L'Espresso[128] propone un'identità al fantomatico cecchino. Si tratterebbe di un tiratore scelto ex membro della Legione Straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno, e – soprattutto – tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta, guardie del corpo esperte ed abituate a rispondere al fuoco. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di un'A112 di color verde e presente sulla scena dell'eccidio.

Durante il periodo del rapimento dello statista – peraltro – De Vuono risulta assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, nel Paraguay meridionale, all'epoca dei fatti retto da una giunta militare trentennale con a capo il generale Alfredo Stroessner). De Vuono era affiliato alla 'Ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le loro armi venivano acquistate presso i malavitosi calabresi e che De Vuono era ideologicamente “collocato all'estrema sinistra” ed è stato provato che in Calabria lo Stato aveva avviato contatti con la malavita per ottenere il rilascio dello statista rapito. In alternativa, l'identità del fantomatico tiratore scelto avrebbe potuto anche essere stata straniera. Un testimone occasionale - che si trovava a passare per via Fani circa mezz'ora prima della strage - sarebbe stato affrontato da un uomo che aveva l'accento tedesco e che gli ordinò di scappare via di lì. Si presume che fosse un appartenente alla RAF, l'organizzazione terroristica tedesca che sei mesi prima aveva pianificato ed eseguito un rapimento simile ai danni del presidente della Confindustria tedesca[129]. Le perizie[108] hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale (ricoperte di una vernice protettiva usata per avere una migliore conservazione), e simili pallottole furono trovate anche nel covo di via Gradoli. Questo tipo di proiettili non sarebbe in dotazione alle forze convenzionali e munizioni con trattamento simile sarebbero state trovate anche in alcuni depositi segreti di armi facenti riferimento a Gladio.

Inoltre, alcuni testimoni occasionali dichiararono di aver udito un forte rumore di elicottero sorvolare la zona di Via Fani in concomitanza della strage, sebbene dai piani di volo risultino solo elicotteri della polizia in volo su quell'area ma a partire dalla tarda mattinata, a sequestro compiuto[67]. C'è – infine - l'autorevole dichiarazione rilasciata alla stampa da parte del generale Gerardo Serravalle, fino al 1974 a capo di Gladio, secondo il quale: “… dietro la "Geometrica Potenza" brigatista dispiegata in via Fani c'erano killers professionisti: Uno che spara in quel modo, centrando come birilli, tutti gli uomini della scorta senza lasciar loro il tempo per la fuga o per la difesa, è senza dubbio alcuno un tiratore scelto di altissimo livello; 49 colpi in una manciata di secondi: un record. In Europa di siffatti uomini si contano sulle dita d'una mano!”[87].

Dubbi sullo svolgimento del rapimento[modifica | modifica wikitesto]

Molti sono anche i dubbi che le indagini e la pubblicistica si sono posti circa la dinamica dei fatti di Via Fani[112].

  • Alcuni testimoni dichiararono che, poco prima della sparatoria di Via Fani, una donna e tre uomini, prima in tedesco, e poi in uno stentato italiano, urlarono ai passanti di sgomberare di corsa perché si sarebbero trovati in pericolo di vita[130].
  • Il giorno dell'attentato i fucili mitragliatori in dotazione agli agenti di scorta di Moro, si trovavano riposti nei bagagliai delle auto.[131] Tuttavia, Indro Montanelli nella sua Storia d'Italia riferisce che, durante il processo dinanzi alla corte d'Assise di Roma, la signora Eleonora Moro spiegò come ciò non fosse una stranezza: i poliziotti di scorta non avevano grande dimistichezza a maneggiare quel tipo di arma, e che quindi queste venivano sovente tenute in disparte.[132]
  • Gli agenti di scorta dello statista (l'appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di Pubblica Sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo e gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana) - che la mattina del rapimento non erano in servizio - rilasciarono dichiarazioni scritte stranamente molto simili tra loro, tra il 13 ed il 26 di settembre 1978 ai giudici istruttori Ferdinando Imposimato ed Achille Gallucci. In sostanza queste attestavano che Moro era un personaggio fortemente abitudinario al punto che usciva di casa sempre alla medesima ora, alle h. 09.00 del mattino, cosicché i brigatisti, pedinandolo, avrebbero avuto maggiore certezza nei tempi per l'agguato. Viceversa, la vedova dello statista smentì questa versione il 23 settembre 1978 interrogata dal giudice istruttore Achille Gallucci.[133]
  • La Signora Moro, precipitatasi sul luogo della strage di Via Fani, chiese cosa fosse successo, le venne così risposto dagli agenti che "Era opera delle BR". Ma la rivendicazione giunse solo qualche ora dopo. Tuttavia in quel periodo, nel mezzo degli anni di piombo, le azioni di fuoco da parte delle Brigate Rosse contro istituzioni dello Stato e persone ad esse legate, erano talmente frequenti che ogni evento di questo genere veniva in prima battuta attribuito loro; ancor oggi nella pubblicistica relativa di quegli anni taluni eventi delittuosi sono sbrigativamente attribuiti alle BR, anche se commessi da appartenenti di altri gruppi storicamente di minor rilevanza.
  • La Signora Moro fece presente in aula che nelle lettere del marito recapitate dai brigatisti, non vi è accenno riguardo alle condizioni della scorta, tuttavia considerati i legami personali intercorsi, oltreché professionali tra lo statista e le sue guardie del corpo, sarebbe a suo avviso improbabile che il marito non avesse speso parola riguardo alle vittime[67].
  • Il 1º ottobre 1993 su incarico della Corte, i periti balistici depositarono una nuova perizia dove si conferma che, contrariamente a quanto dichiarato dal brigatista Morucci, a sparare sulla Fiat 130 ci fosse presente almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto sul lato passeggero[134].
  • Che il numero dichiarato dei terroristi presenti quella mattina in Via Fani fosse alquanto esiguo (inizialmente essi dissero d'esser stati in nove; successivamente in undici) lo affermò anche uno dei fondatori delle BR, Franceschini[67]: "Quando rapimmo Mario Sossi, nel '74, eravamo in dodici. Esser in undici a dover gestire un rapimento complesso come quello di Moro mi sembra quanto meno azzardato". Infatti, a detta dei periti[87], il commando non poteva esser composto da meno di quattordici membri.
  • Il giorno del rapimento si trovò a passare in via Fani in motorino l'ingegnere Alessandro Marini, che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda di grossa cilindrata esplosero dei colpi contro di lui. La motocicletta avrebbe così preceduto l'auto di Moretti; tuttavia le Brigate Rosse hanno sempre negato l'esistenza di codesta moto e dei suoi occupanti, né viene fornita menzione riguardo presunti colpi di arma da fuoco nei confronti del Marini.[112]
  • Esistevano almeno tre possibili percorsi che, la mattina del rapimento, la scorta avrebbe potuto effettuare. Gli itinerari venivano modificati di volta in volta, eppure i brigatisti tagliarono i pneumatici del furgone d'un fioraio che aveva bottega proprio in Via Fani, per non consentirgli di giungere in loco (sarebbe potuto risultare testimone dell'agguato, oltre che di intralcio all'intera operazione); questo proverebbe che brigatisti fossero a conoscenza dell'itinerario effettivamente percorso dalla scorta.
  • Vi è dubbio sul momento scelto per il rapimento: Moro si recava ogni mattina in chiesa (la Chiesa di Santa Chiara in Via Forte Trionfale) col nipotino e, subito dopo, a fare una passeggiata con uno solo dei suoi uomini di scorta. I brigatisti avrebbero potuto rapirlo in quel frangente, non dovendo confrontarsi con la scorta (Moretti dichiarò in tribunale che già dal 1976 iniziò il pedinamento di Moro, quindi, le sue abitudini erano più che note al commando brigatista).
  • Ad agevolare la fuga del commando un improvviso blackout interruppe le comunicazioni telefoniche della zona[135]. La SIP per tutto il periodo del sequestro risultò inefficiente: "Si susseguono durante i 55 giorni di prigionia dell'On. Moro, strane quanto improbabili coincidenze legate all'azienda dei telefoni: il 14 aprile alla redazione de Il Messaggero, è attesa una telefonata dei rapitori; vengono così raccordate in un locale della polizia, per poter stabilire la derivazione, le sei linee della redazione del giornale. Ma al momento della chiamata la Digos accerta l'interruzione di tutte e sei le linee di derivazione e non può risalire al telefonista... L'allora capo della Digos parla, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, di totale non collaborazione della SIP. ...In nessuna occasione fu individuata l'origine delle chiamate dei rapitori: eppure furono fatte due segnalazioni…. L'allora direttore generale della SIP, Michele Principe, era iscritto alla P2[136]."
  • In pochi secondi i brigatisti prelevarono solo due delle cinque borse che Moro portava con sé in auto, ma solo le borse contenenti i medicinali ed i documenti riservati vennero portate via. Risulta assai improbabile che - nei pochi concitati istanti dell'agguato, i brigatisti avessero portato via proprio le uniche borse che interessavano, lasciando quelle non essenziali. Vi è chi ha ipotizzato che le borse mancanti siano state prelevate successivamente nel corso delle prime indagini sul posto.
  • In un agguato con stretti tempi d'esecuzione, risulta inspiegabile che si perda tempo a dare il colpo di grazia a ciascun uomo della scorta, salvo esigenze dettate dal pericolo di lasciare in vita eventuali scomodi testimoni.
  • La giornalista Rita Di Giovacchino, in un suo libro[67], scrive di aver avuto accesso alle carte poste sotto sequestro dalla Magistratura romana a seguito dell'omicidio di Carmine Pecorelli, e ricostruisce la vicenda in modo che tutti i tasselli possano combaciare. Da testimonianze oculari, al termine della messa mattutina, Moro avrebbe annuito a un messaggio verbale suggeritogli nell'orecchio da parte del capo della scorta. Moro sarebbe stato affidato ad un'altra scorta, mentre la scorta originale avrebbe funto da "civetta" imboccando Via Fani, dove sarebbe stata a propria insaputa massacrata da un tiratore scelto ignoto ai brigatisti, ma - paradossalmente - noto agli agenti uccisi. La scorta sarebbe stata sacrificata per non lasciare liberi cinque scomodi testimoni. Sarebbe una messinscena postuma anche quella delle auto della scorta intrappolate nel blocco creato dai brigatisti. Moro non sarebbe stato prigioniero dei terroristi, bensì di un'altra organizzazione: in pratica i brigatisti avrebbero funto da "prestanome" e questo spiegherebbe le reticenze emerse tra i terroristi sul nome di colui che effettivamente sparò allo statista, sul fatto che venne trovata della sabbia sulle suole delle scarpe del cadavere di Moro e sui gettoni telefonici ritrovati nella tasca della sua giacca, nonché sull'ora della morte e sulla tonicità muscolare del cadavere. Questo spiega anche la sibillina frase che pronunciò Sereno Freato - segretario particolare dello statista democristiano - dopo il ritrovamento del cadavere di Pecorelli: "Indagate sui mandanti del delitto Pecorelli e troverete i mandanti dell'omicidio di Moro". E spiega pure le morti di Carmine Pecorelli e di Antonio Chichiarelli, il falsario della Banda della Magliana che possedeva le Polaroid della prigionia di Moro e che redasse il falso comunicato brigatista, nell'ottica di un suo tentativo di ricatto (il borsello "distrattamente" dimenticato in un taxi a Roma nel 1979 e pieno d'indizi riferiti al sequestro dello statista democristiano e la messinscena posta in atto al termine della rapina plurimiliardaria alla Brink's Securmark di Roma nel 1984). Anche la morte del tenente colonnello dei Carabinieri, Antonio Varisco, nel 1979, attribuita ai brigatisti - nonostante i dubbi circa la dinamica dell'attentato e le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni di brigatisti al processo - sarebbe riconducibile a questa pista, tanto più che Varisco fu colui che gestì materialmente il caso del covo brigatista di Via Gradoli. Varisco era amico del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il coordinatore della lotta al terrorismo, e anche di Pecorelli. Quest'ultimo e Varisco vennero uccisi a distanza di pochi mesi. Dalla Chiesa venne ucciso a Palermo dalla Mafia in assenza di scorta nel 1982 e molti congetturarono che il suo trasferimento in Sicilia fosse ascrivibile più a una punizione - con relativa condanna capitale - che non ad una promozione. E - per terminare - anche la stamperia ed i macchinari con cui venivano redatti i ciclostilati delle BR appartenevano solo nominalmente al fiancheggiatore brigatista Enrico Triaca, quando - in realtà - erano di proprietà dei servizi segreti (i macchinari poi, erano costosissimi e nuovi di zecca).

Altri sospetti e aspetti controversi[modifica | modifica wikitesto]

  • La Banda della Magliana in quel periodo dettava legge nella malavita della Capitale. A quest'organizzazione criminale apparteneva Antonio Chichiarelli, l'autore del falso volantino brigatista. Inoltre, il covo brigatista ove Moro venne tenuto sotto sequestro si trovava nel famigerato quartiere della Magliana ed anche il proprietario dell'edificio di fronte al covo era vicino alla banda della Magliana.[137]
  • All'epoca del ritrovamento del cadavere, e nei giorni immediatamente successivi, alcuni quotidiani a tiratura nazionale asserirono che nelle tasche dell'abito dello statista fossero stati ritrovati dei gettoni telefonici, il che avrebbe lasciato adito a dubbi sul fatto che i brigatisti avessero intenzione di rilasciare l'ostaggio. I gettoni telefonici - infatti - venivano forniti dai brigatisti ai rapiti che avevano intenzione di liberare in modo che potessero comunicare ai congiunti ove esser prelevati[138].
  • Aspetti che non tornano pure sul luogo di detenzione: il cadavere di Moro presentava una buona tonicità muscolare ed un'igiene incompatibili con le condizioni di detenzione nel "Carcere del Popolo" descritto dai brigatisti catturati. In esso, poi, era virtualmente assente lo spazio per poter scrivere le missive.
  • Dopo la "condanna" e prima dell'uccisione, l'allora confessore di Moro – in base ad una dichiarazione di Francesco Cossiga – Don Antonello Mennini entrò nella cella in cui le Brigate Rosse tenevano rinchiuso Aldo Moro per impartire allo statista i sacramenti. Nessuna replica da parte del religioso[139]
  • I giornalisti Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca nel loro libro "Il misterioso intermediario" sostengono che Moro era vicino alla liberazione, salvato da una mediazione della Santa Sede. Condotto in un palazzo del ghetto ebraico, stava per essere trasportato in Vaticano su un'auto con targa diplomatica, ma all'ultimo momento qualcuno all'interno delle BR non avrebbe mantenuto gli impegni, ed avrebbe ucciso lo statista. Dà spazio a congetture l'ambiguo commento di Francesco Cossiga che definì il libro "bellissimo".
  • Altri scenari, addirittura esoterici, sono evocati nel libro di Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca Il misterioso intermediario che chiama in causa il direttore d'orchestra Igor Markevitch come oscura figura di raccordo sul caso Moro.

Le conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo commemorativo emesso nel 25º anniversario della morte di Moro

L"affaire" Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra, e alcuni politologi si spingono ad affermare che la cosiddetta Prima Repubblica sia finita appunto il 9 maggio 1978[senza fonte], e non qualche anno più tardi con Tangentopoli.

Il Compromesso storico col PCI non era ben visto dai partner internazionali. Il 23 marzo 1976, Aldo Moro (in quella data presidente del consiglio) cerca di ottenere pareri da parte degli altri capi di stato del G7 a Portorico, che gli prospettarono la probabile perdita di aiuti internazionali se il PCI fosse entrato nel governo.[140]

Nel giugno 1976, la DC è al 38 per cento, seguita a breve distanza dal PCI di Berlinguer al 34. Moro è il probabile candidato alla presidenza della Repubblica, da dove sembra chiaro favorirà l'alleanza tra PCI e DC. Con il suo assassinio, si chiude definitivamente la stagione del compromesso storico e con esso i "governi di solidarietà nazionale", con ciò allontanando nel tempo, o ancor più precisamente rendendo impossibile in quel dato contesto storico, la realizzazione dell'antico anelito del PCI di pervenire al governo centrale.[141]

Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento, il governo Andreotti ottiene la fiducia: votano contro soltanto liberali, missini, radicali e demoproletari. L'esecutivo è un monocolore DC che si regge grazie all'astensione dei comunisti (il cosiddetto governo della "non sfiducia").

Le conseguenze politiche del rapimento di Moro furono da un lato l'esclusione del PCI da ogni ipotesi di governo per gli anni successivi, e dall'altro un ridisegno del cosiddetto "regime democristiano": la DC di Andreotti rimase partito di governo fino al 1992 anno di tangentopoli, partecipando sempre a maggioranze che lasciarono il PCI all'opposizione, ma queste politiche tuttavia portarono dal 1981, col primo Governo Spadolini ad avere alternanze di presidenti del consiglio democristiani con altri "laici", rompendo quindi il monopolio democristiano. All'interno del Partito socialista italiano (PSI), che aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare Moro, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo, e iniziò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni. Le elezioni anticipate del giugno 1979 vedranno una tenuta della DC e un sensibile calo del PCI.

La figura di Moro fu in seguito appannata dalle risultanze di alcune indagini circa malversazioni riguardanti importanti società petrolifere. Uno dei principali collaboratori di Moro, Sereno Freato, fu pesantemente coinvolto in ciò che sarebbe stato poi chiamato lo "scandalo dei petroli", che portò addirittura all'arresto dell'allora comandante generale della Guardia di Finanza (in armi), ed in contestazioni minori circa appalti di ditte di trasporti e costruttori pugliesi.

Lo Stato avrebbe sconfitto le BR senza antidemocratiche leggi di emergenza e senza mediazioni politiche, ma con la giustizia ordinaria e le leggi vigenti. All'epoca era contestata la conduzione di regolari processi, con la presenza di avvocati in difesa dei Brigatisti, e dei gradi di appello. I Brigatisti rifiutavano la Difesa e il processo, proclamandosi prigionieri politici e il diritto di asilo. Applicando le leggi come a qualunque cittadino, senza riconoscere alle BR uno "status privilegiato", anche la giustizia ordinaria ha contribuito al loro disconoscimento politico.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]


Approfondimenti giornalistici in tv[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Erroneamente fu riportato dalla stampa che il luogo del ritrovamento era esattamente a metà strada fra le sedi dei due partiti
  2. ^ a b Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 28 e seguenti
  3. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 32
  4. ^ V.Satta, Odissea nel caso Moro, p. 51.
  5. ^ V.Morucci, La peggio gioventù, p. 196.
  6. ^ R.Bianco-M.Castronuovo, Via Fani ore 9.02, p. 71.
  7. ^ M.Castronuovo, Vuoto a perdere, pp. 88-90.
  8. ^ A.Colombo, Un affare di stato, pp. 25-26.
  9. ^ A.Colombo, Un affare di stato, pp. 26-27.
  10. ^ A.Colombo, Un affare di stato, pp. 27-28.
  11. ^ M.Castronuovo, Vuoto a perdere, pp. 121-122.
  12. ^ M.Castronuovo, Vuoto a perdere, p. 123.
  13. ^ R.Bianco-M.Castronuovo, Via Fani, ore 9.02, p. 14.
  14. ^ S.Flamigni, La tela del ragno, p. 48.
  15. ^ M.Castronuovo, Vuoto a perdere, p. 125.
  16. ^ A.Colombo, Un affare di stato, pp. 91-99.
  17. ^ sito ove è possibile scaricare il fumetto sul rapimento Moro
  18. ^ M.Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana, pp. 115-116.
  19. ^ Da una deposizione di Franco Bonisoli: http://it.youtube.com/watch?v=FIF8P3z3RPA&feature=related.
  20. ^ Moro fu ucciso in via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 20 settembre 1984
  21. ^ Mistero di stato in via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 18 maggio 1988
  22. ^ La vera storia di via Montalcini, articolo de "La Repubblica", del 1º giugno 1988
  23. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 22ª seduta, audizione Valerio Morucci, 18 giugno 1997
  24. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, 1998
  25. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, capitolo III
  26. ^ G.Bianconi, Eseguendo la sentenza, p. 375.
  27. ^ G.Bianconi, Eseguendo la sentenza, pp. 374-375.
  28. ^ a b c d e f I giorni del complotto, articolo del giornalista Robert Katz pubblicato su Panorama del 13 agosto 1994
  29. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 34ª seduta, audizione Stefano Silvestri, 3 giugno 1998
  30. ^ Quel criminologo era iscritto alla P2 e Cossiga lo sapeva, articolo de "La Repubblica" 8 agosto 1990
  31. ^ F.Imposimato/S.Provvisionato, Doveva morire, pp. 85 e 103.
  32. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 138
  33. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 220 e seguenti
  34. ^ a b Dall'inserto de "La Repubblica" del 16 marzo 2008: "I Giorni di Moro"
  35. ^ .In realtà gli appelli ai rapitori da parte di Papa Paolo VI furono tre, rispettivamente in data 19 marzo, 2 aprile e 22 aprile. ("Quei lunghi 55 giorni della tragedia Moro", Dossier de laRepubblica.it)
  36. ^ La Dc e il caso Moro
  37. ^ Tali preoccupazioni non furono di ostacolo al diverso epilogo del sequestro dell'assessore regionale Ciro Cirillo.
  38. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 123 e seguenti
  39. ^ "Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dell'Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori.", estratto dall'interrogatorio di Aldo Moro effettuato e trascritto dalle Brigate Rosse durante la sua prigionia, II tema: La cosiddetta strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana., estratti dei documenti delle Brigate Rosse acquisiti dalla Commissione Moro e dalla Commissione Stragi, riportati dal sito Clarence.net
  40. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 130 e seguenti
  41. ^ Dall'inserto de "La Repubblica del 16 marzo 2008: "I Giorni di Moro"
  42. ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 181
  43. ^ Testimonianze processuali dei brigatisti Bonisoli e Morucci. L'uscita di Morucci e della Faranda dalle BR è stata decisa dopo che al convegno della sera precedente, si decise ugualmente di assassinare l'ostaggio
  44. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 71
  45. ^ G.Bianconi, Eseguendo la sentenza, pp. 390-394.
  46. ^ a b Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 75 e seguenti.
  47. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 73
  48. ^ a b Caso Moro, le risposte a tutte le domande dei lettori, domande dei lettori al giornalista Giovanni Bianconi, articolo del sito del "Corriere della Sera", del 10 marzo 2008
  49. ^ Hanno ucciso Aldo Moro, articolo di Miriam Mafai, de "la Repubblica" del 10 maggio 1978, riportato dal sito fotoenricoscuro.it
  50. ^ a b Scotti: sono scomparse le carte del caso Moro, articolo de "La Repubblica", del 29 gennaio 1992
  51. ^ Nicola Biondo e Massimo Veneziani. Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo. Roma, Cooper, 2008. ISBN 978-88-7394-107-1.
  52. ^ Cronologia dal sito della Fondazione Cipriani
  53. ^ vedi su tutti Sergio Flamigni, La tela del ragno, Edizioni Caos, 2003, 2ª ed.
  54. ^ La Loggia P2 rapisce Aldo Moro, articolo dal sito del giornalista Daniele Martinelli, del 21 marzo 2008
  55. ^ Stragi di Stato, cronologia delle notizie del 1978, dal sito strano.net
  56. ^ Caso MORO: novità 1988, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizia del 2 maggio sul libro "La tela del ragno" presentato dall'ex senatore Sergio Flamigni
  57. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica p2 (legge 23 settembre 1981, n. 527) - relazione di minoranza, riportata sul sito fisicamente.net
  58. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 63ª seduta, audizione Vincenzo Cappelletti, 23 febbraio 2000
  59. ^ Licio Gelli: "La P2 non c'entra con la morte di Moro", articolo de "Il tempo, del 20 ottobre 2008
  60. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, pag 53, citata in nota come fonte dell'affermazione in Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15
  61. ^ audizione Rosario Priore, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 56' seduta, 19 novembre 1999
  62. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15 e seguenti
  63. ^ Il caso Pierluigi Ravasio, dal sito .fondazionecipriani.it
  64. ^ Caso Moro: i fatti del 1991, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizie del 13 maggio, 6 giugno e 7 giugno
  65. ^ L'operazione della tipografia Triaca, articolo di archivio900.it
  66. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 198
  67. ^ a b c d e Rita Di Giovacchino: "Il libro nero della Prima Repubblica"; Fazi Editore; 2003; ISBN 88-8112-633-8; Cap. II; pp. 141 e seguenti
  68. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 177
  69. ^ Intervista a Carlos. "Così saltò l'ultimo tentativo di salvare Moro", da americaoggi.info del 29 giugno 2008
  70. ^ Parigi, parla il terrorista Carlos "Il Sismi tentò di salvare Moro", articolo de "La Repubblica", del 28 giugno 2008
  71. ^ Erano 9 i brigatisti in via Fani e la data non fu scelta a caso, articolo de "La Repubblica", del 19 giugno 1985
  72. ^ "Panorama", 03 aprile 2008, pp. 79 - 82: "Quei BR senza nome che interrogavano Aldo Moro".
  73. ^ a b Dal programma RAI: "La Notte della Repubblica"
  74. ^ Sì, le BR erano manovrate dal KGB in Panorama, 20 dicembre 2005.
  75. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 27ª seduta, audizione Francesco Cossiga, 27 novembre 1997
  76. ^ Galloni a 'Next': Moro mi disse che sapeva di infiltrati CIA e Mossad nelle BR, notizia di RaiNews24 del 5 luglio 2005
  77. ^ audizione Giovanni Galloni, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39' seduta, 22 luglio 1998
  78. ^ "Gladio intervenne nel Caso Moro", da Panorama del 27 marzo 2008. In esso Francesco Cossiga ammette che Moro era ben a conoscenza di Gladio e che ne condivideva i fini. Secondo Cossiga, Gladio venne attivata per la liberazione di Moro, per prevenire ulteriori rivelazioni alle BR da parte dello statista rapito. Anche una relazione riservata dei Servizi Segreti tedesco-occidentali confermano: il Bundesnachrichtendienst inviò proprio a cossiga, divenuto nel frattempo Presidente della Repubblica, il 19 novembre 1990, tale documento, che venne prontamente girato alla Procura della Repubblica di Roma per competenza
  79. ^ Il Falsario di stato − archivio900.it
  80. ^ a b Rita di Giovacchino: "Il libro nero della Prima Repubblica"; Fazi Editore; 2005; pp. 181 - 184; ISBN 88-8112-633-8
  81. ^ 2. Il generale De Lorenzo ed il Piano Solo − archivio900.it
  82. ^ Aldo Moro
  83. ^ "Il sole 24 Ore" del 15 marzo 2008
  84. ^ "I giorni di Moro": inserto de "La Repubblica"; 16 marzo 2008
  85. ^ "L'Arena", Martedì 01 ottobre 2013; pag. 7 "Misteri d'Italia"
  86. ^ Ibidem.
  87. ^ a b c d Ibidem
  88. ^ Mario Moretti, l’Hyperion e la Cia, dal sito Avvenimenti italiani
  89. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, pag 164 nota 43, Cooper, 2008
  90. ^ Aldo Moro,il lago della Duchessa, e il falso comunicato n°7, dal sito rifondazione-cinecitta.org
  91. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag.105 e seguenti
  92. ^ a b c d audizione Alberto Clò, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 36' seduta, 23 giugno 1998
  93. ^ a b Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003, ISBN 88-8112-633-8, Cap. II pag. 178/179
  94. ^ a b Sergio Flamigni, Il covo di Stato, dal sito dell'editore Kaos Edizioni
  95. ^ Sergio Flamigni. I segreti di Via Gradoli e la morte di Moro, dal sito rifondazione-cinecitta.org
  96. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 31ª seduta, audizione Adriana Faranda, 11 febbraio 1998
  97. ^ a b c Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 48ª seduta, audizione Giovanni Moro, 9 marzo 1999
  98. ^ Intervista a Benito Cazora, del mensile Area, giugno 97, pag. 34-36, riportata dal sito vuotoaperdere.org
  99. ^ Intervista a Marco Cazora, figlio del deputato Benito Cazora, 25 dicembre 2007, dal sito vuotoaperdere.org
  100. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003, ISBN 88-8112-633-8, Cap. II pag. 141 e seguenti
  101. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, pag 166, Cooper, 2008
  102. ^ a b Operazione lago della Duchessa, intervista a Sergio Flamigni da parte di Left - Avvenimenti Online, del 4 maggio 2007
  103. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003, ISBN 88-8112-633-8, Cap. II pag. 180
  104. ^ audizione Mario Baldassarri, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 35' seduta, 17 giugno 1998
  105. ^ V.Satta, Odissea nel caso Moro, p. 80.
  106. ^ V.Satta, Odissea nel caso Moro, pp. 82-83.
  107. ^ Cap. X - Le Dichiarazioni Di Tommaso Buscetta Sul Caso Moro E Sull’Omicidio Del Giornalista Carmine Pecorelli
  108. ^ a b c d Rita Di Giovacchino: "Il libro nero della Prima Repubblica". Fazi Editore; 2003; ISBN 88-8112-633-8; pag. 43.
  109. ^ la Repubblica/dossier: 'Imputato Andreotti lei e Cosa Nostra...'
  110. ^ V.Satta, Odissea nel caso Moro, pp. 84-85.
  111. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, pag 71 nota 26, Cooper, 2008
  112. ^ a b c La Storia siamo Noi, puntata [Il caso Moro http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=40], produzione di RAI Educational
  113. ^ V.Satta, Odissea nel caso Moro, pp. 80-81.
  114. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag. 26.
  115. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag. 20 e seguenti.
  116. ^ a b c Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 22 e seguenti
  117. ^ Atti parlamentari, IX legislatura, Camera dei deputati, Assemblea, Resoconto stenografico, interventi dei deputati Adolfo Battaglia (p. 15202) e Virginio Rognoni (p. 15245).
  118. ^ a b Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 159, nota 41
  119. ^ a b Ho manipolato le BR per far uccidere Moro, articolo de "La Stampa", del 9 marzo 2008
  120. ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 98
  121. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 98 e pag 104/105.
    Quelli che sono ritenuti dalla pubblicistica i principali tentativi di golpe effettuati in Italia sono il Piano Solo del 1964, il Golpe Borghese del 1970, la Rosa dei venti nei primi anni settanta e il Golpe bianco di Edgardo Sogno del 1974. Durante un'intervista a "L'espresso" del 1981, citata anche nell'audizione di Giulio Andreotti alla Commissione Stragi, l'ex generale Maletti elenca cinque tentativi di colpo di Stato, il golpe Borghese, la Rosa dei Venti, il golpe bianco, oltre ad altri due tentativi, da lui ritenuti più pericolosi, di cui uno che avrebbe avuto luogo nell'agosto 1974 da parte di un "gruppo di ufficiali inferiori aveva preso contatto con degli alti ufficiali ed era pronto a impadronirsi di Roma con un colpo di mano", poi sventato dai servizi, ed uno tentato nel settembre 1974 da parte di alcuni "eredi" del golpe Borghese, anche questo, a quanto afferma Maletti, sventato dai servizi. Pieczenik tuttavia non specifica a quale tentato golpe si riferisce, se ad uno di questi (che comunque distavano temporalmente alcuni anni dal sequestro di Moro), o ad un altro più recente, sventato ma non ancora reso noto.
  122. ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 104
  123. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 105
  124. ^ a b Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 186
  125. ^ Emmanuel Amara. Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 97
  126. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, p. 111.
  127. ^ A.Grandi, L'ultimo brigatista, p. 99.
  128. ^ “Il fantasma di Via Fani” ne: “L'Espresso” N°. 20 del 21 maggio 2009; pp. 71 – 72
  129. ^ "Gli anni di Moro" inserto de "La Repubblica" del 18 marzo 2008
  130. ^ "I Giorni di Moro", inserto edito da "La Repubblica" in 16 marzo 2008 nel trentennale della tragica vicenda
  131. ^ Enzo Biagi, La nuova storia d'Italia a fumetti, Mondadori, 2004., pagina 656
  132. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia: L'Italia degli anni di piombo, Rizzoli, 1991., pagina 199
  133. ^ "Oggi" N°. 19 del 12 maggio 2010, pp. 55 - 64
  134. ^ 1º ottobre - Processo Moro Quater: è consegnata la perizia balistica e medico-legale firmata dai medici legali Silvio Merli ed Enrico Ronchetti e dal perito balistico professor Antonio Ugolini. La perizia, depositata agli atti del Processo "Moro - Quater", sostiene che: "... In via Fani, la mattina del 16 marzo [1978], spararono almeno sette armi. I colpi furono sparati da ambo i lati di via Fani e non solo da sinistra, come ha invece sostenuto in un memoriale l'imputato Valerio Morucci". L'indagine peritale, oltre a concludere che "... Assieme a quattro mitra e a due pistole semiautomatiche sparò in via Fani almeno un'altra arma. Uno dei brigatisti rossi aveva preso posto sul marciapiede alla destra dell'automobile "Fiat 130" su cui si trovava Aldo Moro. In particolare, i periti rilevano che: "...Il capo della scorta, maresciallo Oreste Leonardi, fu colpito da proiettili sparati da destra ed almeno due colpi di arma del calibro 7.65, contrariamente a quanto afferma l'imputato Morucci, furono sparati contro l'automobile su cui si trovava lo statista democristiano". Nell'ultima risposta data ai quesiti della corte si sottolinea poi, che "...Ai periti balistici non sono stati forniti, per la conduzione di questo esame tecnico, tutti i bossoli raccolti in via Fani o estratti dai corpi degli uomini della scorta". "Tutto ciò impedisce", si rileva nelle conclusioni tecniche, "di stabilire - in maniera definitiva - effettivamente quante armi e di che tipo furono usate nella circostanza".
  135. ^ ANSA del 19 aprile 2008 (http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/inlavorazione/visualizza_new.html_48488334.html)
  136. ^ L. Cipriani, "L'Affare Moro",http://www.ilblack.html. Moro, /ilblack.html
  137. ^ Le Br fantasma paradosso del Caso Moro, articolo de "La Repubblica", del 16 marzo 2008
  138. ^ www.orizzonteuniversitario.it/delitto%20moro.html
  139. ^ Dichiarazione del 22 febbraio 2008 di Cossiga a SKY Tg24, vedi Kataweb TvZap - Guida tv: programmi tv, show, serie tv, film e personaggi
  140. ^ Grandi coalizioni. Gli anni della solidarietà nazionale, articolo di Maurizio Stefanini su "L'Occidente", del 06 aprile 2008
  141. ^ Guy Debord, gennaio 1979, Prefazione alla quarta edizione italiana de "La società dello spettacolo" (editrice Vallecchi, Firenze, 1979) (Editions Champ Libre, Paris, febbraio 1979).
  142. ^ a b pag.4 de l'Unità2 del 17/3/1998, vd. Archivio Storico Unità [1].

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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