Mani pulite

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Mani pulite è stata una indagine giudiziaria contro la corruzione del mondo politico e finanziario condotta a livello nazionale in Italia negli anni Novanta. La definizione è mutuata dalla denominazione che lo stesso tipo di indagini aveva avuto in paesi anglosassoni (Clean hands) e francofoni (Mains propres). Le conseguenze legate all'indagine contribuirono alla fine della cosiddetta Prima Repubblica e alla scomparsa dei principali partiti di governo, come la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Socialista Italiano (PSI) dalle cui ceneri sono germogliate decine di nuovi partiti. Il sistema di corruzione che fu scoperto da queste indagini fu chiamato Tangentopoli.


Indice

[modifica] 1992: la scoperta di Tangentopoli

[modifica] Mario Chiesa, il "mariuolo isolato"

« Tutto era cominciato un mattino d'inverno, il 17 febbraio 1992, quando, con un mandato d'arresto, una vettura dal lampeggiante azzurro si era fermata al Pio Albergo Trivulzio e prelevava il presidente, l'ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano con l'ambizione di diventare sindaco di Milano. Lo pescano mentre ha appena intascato una bustarella di sette milioni, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare il suo obolo, il 10 per cento dell'appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni. »

Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992, quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti la cattura di Mario Chiesa, un membro del PSI. Fu l'inizio della sua prima inchiesta: Mani pulite. Le notizie della corruzione in politica cominciarono ad essere pubblicate dai giornali.

Bettino Craxi, al tempo leader del PSI, negando l'esistenza di corruzione a livello nazionale, definì Mario Chiesa un mariuolo isolato, una "scheggia impazzita" dell'altrimenti integro Partito Socialista.

[modifica] L'allargamento delle indagini anticorruzione

Nelle elezioni del 1992 la Democrazia Cristiana perse molti voti, ma riuscì a mantenere una leggera maggioranza, mentre l'opposizione guadagnò voti. Non c'era tuttavia unità fra gli oppositori, e molti voti arrivarono alla Lega Nord, un partito che in quel momento non era orientato alle alleanze. Il Parlamento che ne risultò era dunque debole ed era difficile arrivare ad accordi; le elezioni anticipate arrivarono dopo due anni, nel 1994.

Nell'aprile 1992, molti industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell'opposizione, furono arrestati con l'accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.

Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini fu la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di loro si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, accusato di corruzione, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, dichiarando che i crimini non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Bettino Craxi segretario del PSI, molto legato a Moroni si scagliò contro stampa e magistratura denunciando la creazione di un "clima infame".

[modifica] 1993: tentativi di resistenza

[modifica] Il crollo di consensi della DC e la crescita della Lega

Nelle elezioni locali di dicembre, la DC perse metà dei voti. Craxi, dopo aver ricevuto tanti avvisi di garanzia, inerenti anche reati di corruzione, rassegnò in febbraio le dimissioni da segretario del Psi.

Le inchieste proseguirono e si estesero in tutta Italia, offrendo un panorama di corruzione diffusa dal quale nessun settore della politica nazionale o locale appariva immune: l'ombrello offerto dalla carica di segretario amministrativo di partito si rivelò inesistente per Craxi (stante la morte di Balzamo, il titolare formale della carica), ma anche assai precario per i democristiani. La mole ingentissima di procedimenti intentati contro il tesoriere DC Severino Citaristi non impedì infatti di inquisire per concorso nei reati contro la pubblica amministrazione parlamentari ed amministratori locali del partito di maggioranza relativa. Poiché alcuni di costoro rivestivano cariche nel governo Amato, che s'era impegnato a sollecitare le dimissioni di ogni suo componente che risultasse destinatario di un mero avviso di garanzia, si inaugurò un facile giuoco di delazioni (ribattezzato "tre palle un soldo") che portò il governo ad un'altissima percentuale di dimissioni in corso d'opera. Gli stessi ambienti della procura milanese si sentirono in dovere di divulgare una "velina" alla stampa in cui si precisava che nessuna delle supreme cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidenti di camera e Senato, Presidente del consiglio) erano nel mirino delle inchieste in corso [1]. Dopo che nel febbraio 1993 Silvano Larini si costituì e confessò la verità sul "conto protezione", persino Licio Gelli, per dieci anni silenzioso sulle sue aderenze politiche, confermò la circostanza che quel finanziamento illecito aveva visto destinatario il partito socialista nelle persone di Martelli (percettore materiale) e Craxi; Claudio Martelli si dimise da Ministro della giustizia e si sospese dal partito, pregiudicandosi ogni possibilità di succedere a Craxi che in quelle ore era dimissionario da segretario nazionale.

Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord, un movimento di protesta incentrato sull'indipendenza del Nord-Italia dal resto del paese e che ostentava un generale disgusto per il sistema politico (con il celebre slogan "Roma ladrona"), divenne la maggior forza politica dell'Italia settentrionale, conquistando anche la città di Milano, dove fu eletto sindaco Marco Formentini. L'opposizione di sinistra si avvicinava alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.

[modifica] La reazione del Parlamento

Il 5 marzo 1993, il governo presieduto da Giuliano Amato, e in particolare il Ministro della Giustizia Luigi Conso, cercarono di trovare una "soluzione politica" con una nuova legge sul finanziamento dei partiti. Fu così emanato il decreto Conso, definito criticamente - con un'espressione divenuta poi celebre - "il colpo di spugna". All'approvazione di tale decreto-legge da parte del Consiglio dei ministri si arrivò dopo che la Commissione affari costituzionali del Senato aveva accolto un disegno di legge che depenalizzava il finanziamento illecito dei partiti: violando un tacito impegno che voleva che il Governo fosse legittimato a recepire in decreto-legge il testo nato dal dibattito parlamentare solo dopo l'approvazione da parte di un ramo del Parlamento, il Consiglio dei ministri quel venerdì non attese che quel testo arrivasse nell'Assemblea del Senato e lo riversò in un decreto-legge. Il suo effetto sarebbe stato quello di disciplinare la materia solo per il futuro, ma l'articolo 2 del codice penale avrebbe reso applicabile la normativa anche per il passato (in gergo retroattiva) e, di conseguenza, il risultato - dopo l'inevitabile passaggio alla Corte costituzionale - sarebbe stato una sorta di amnistia di fatto per la maggior parte degli imputati per corruzione. Diede voce a questo timore una presa di posizione pubblica del pool di magistrati della Procura di Milano guidati da Borrelli, resa il sabato con il testo del decreto-legge letto dal Sole 24-ore. Tra l'indignazione dell'opinione pubblica e grandi proteste a livello nazionale, il testo del decreto non approdò mai alla Gazzetta Ufficiale: la domenica successiva il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale.

Il Ministro proponente si dimise, seguito a breve dallo stesso Governo Amato quando, il 25 marzo del 1993 il Corpo elettorale cambiò la legge elettorale in favore di un sistema maggioritario, mediante un referendum popolare: ad esso fece seguito, alla fine dell'anno, una nuova legge elettorale per due terzi maggioritaria approvata dal Parlamento "sotto dettatura" del risultato referendario. Ancora traumatizzata dai recenti eventi, la maggioranza parlamentare non riuscì a esprimere un nuovo governo "politico". Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore della Banca d'Italia, fu nominato Presidente del Consiglio e nominò un gabinetto tecnico.

Nel frattempo, le indagini su Craxi furono bloccate dal Parlamento: il 30 aprile la Camera dei deputati negò per alcuni reati l'autorizzazione a procedere per le ipotesi di reato ruotanti su corruzione e concussione, limitandosi a concederla per la violazione del finanziamento pubblico dei partiti. Diversi membri del governo, pur essendo in carica da soli tre giorni, diedero le dimissioni per protesta; tra di loro c'erano Francesco Rutelli, Ministro dell'Ambiente e Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze. Quello stesso pomeriggio una nutrita folla di militanti del PDS ed un gruppo di missini giunse a Piazza Navona sede dell'Hotel Raphael, residenza romana di Craxi; all'uscita del leader socialista la folla iniziò ad inveire con lanci di oggetti e monetine.

[modifica] Il prosieguo delle indagini e il processo Cusani

A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Il flusso di accuse, arresti e confessioni non si arrestò.

Il 20 luglio 1993, l'ex-presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si uccise; in seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali. Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani. Cusani era accusato di reati collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont. Il processo fu diffuso sulla televisione nazionale, e fu una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro responsabilità. Per quanto Cusani non fosse una figura di primo piano, il fatto che i reati di cui era accusato fossero collegati all'affare Enimont coinvolse come testimoni molti politici di primo piano; le udienze del processo furono trasmesse dalla RAI e seguite con vivo interesse da un pubblico molto numeroso.

Il culmine del processo Cusani fu quando l'ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente "Non ricordo"; nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali. La sua difesa, recitata in un celebre discorso in un Parlamento che l'opinione pubblica riteneva ormai delegittimato, fu "lo facevano tutti".

Persino la Lega Nord fu coinvolta nel processo; il suo segretario Umberto Bossi e l'ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali.

Anche l'ormai disciolto Partito Comunista Italiano fu coinvolto nelle indagini, anche se le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito solo marginalmente. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro, che definì "penalmente irrilevanti" le azioni talvolta contestate ad alcuni membri del disciolto PCI, disse: "La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome". Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il celebre PM non abbia fatto il possibile per individuare i responsabili del PCI che sarebbero stati responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come "un'autentica falsità"[2].

Il processo Enimont fu celebrato dopo quello a Cusani, riscuotendo decisamente minor interesse popolare.

[modifica] Gli attacchi e le minacce a Di Pietro

In marzo, quando Di Pietro richiese una rogatoria internazionale ad Hong Kong sui conti di Craxi, ricevette contemporaneamente un messaggio dalla Falange armata: «a Di Pietro uccideremo il figlio».

In giugno Aldo Brancher è il primo manager Fininvest ad essere arrestato per tangenti. Il 12 luglio Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, ordinando di attaccare i magistrati del pool; ma Federico Orlando e Indro Montanelli si rifiutano. Il 17 luglio, Il Sabato, il settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro; il dossier - curiosamente coincidente con il "poker d'assi" che l'anno prima aveva annunciato Rino Formica - verrà poi proposto nuovamente nel 1997.

Il Gico di Firenze (il Gruppo investigativo sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) raccoglie fuori verbale le confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte alla mafia dell'Autoparco dai pubblici ministeri Di Pietro, Spataro, Di Maggio e Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l'indagine del Gico era costruita sul nulla.[1]

[modifica] 1994: L'ingresso di Berlusconi e le "fiamme sporche"

[modifica] Fiamme sporche

Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica: il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò. Il 21 aprile 1994, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell'industria furono accusate di corruzione. Alcuni giorni dopo, il segretario della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.

[modifica] Il governo Berlusconi

Nel 1994, Silvio Berlusconi entrò impetuosamente in politica (con le sue parole, "scese in campo") e vinse le elezioni. Il 13 luglio 1994, il governo Berlusconi emanò un decreto legge (c.d. "decreto Biondi", spregiativamente soprannominato dai critici "salva-ladri") che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione. Sempre secondo i detrattori del presidente del consiglio, la tempistica della legge sarebbe stata gestita con attenzione, facendola coincidere con la vittoria dell'Italia sulla Bulgaria nelle semifinali della Coppa del mondo di calcio del 1994, per far passare sotto silenzio la legge in un Paese che pensava solo ai mondiali. In seguito, Roberto Baggio mandò alto l'ultimo rigore contro il Brasile, mentre i notiziari mostravano immagini di politici accusati di corruzione che uscivano di prigione; forse anche per questa nuova coincidenza, nuove voci di protesta contro il sistema politico tornarono a farsi udire. Le immagini di Francesco De Lorenzo, ex Ministro della Sanità, ebbero l'effetto maggiore, perché il pubblico trovava particolarmente odioso il furto di denaro dagli ospedali.

Silvio Berlusconi e Bettino Craxi
Silvio Berlusconi e Bettino Craxi

Solo pochi giorni prima, i poliziotti arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore delle proprietà della famiglia Berlusconi. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello Stato, incluso il c.d. "decreto Biondi", ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri incarichi.

Forse perché il governo non poteva permettersi di essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto fu frettolosamente ritirato; si parlò in effetti di un "malinteso", e lo stesso Ministro dell'Interno Roberto Maroni (Lega Nord) sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo. Anche se il ministro della giustizia era Alfredo Biondi, molti sospettarono che il decreto fosse stato scritto da Cesare Previti, un avvocato della Fininvest di Berlusconi, ministro della difesa. Non vi è tuttavia alcuna prova a sostegno di tale affermazione. Il 28 luglio, il fratello di Berlusconi fu arrestato con l'accusa di corruzione e subito rilasciato.

[modifica] Il conflitto fra Berlusconi e Di Pietro

Cominciò a questo punto quella che è stata definita come la "battaglia tra Berlusconi e Di Pietro". Da una parte le indagini giudiziarie sulle aziende di Berlusconi, dall'altra il governo che mandava "ispettori" negli uffici dei giudici milanesi, alla ricerca di irregolarità formali. La battaglia fu senza vincitori: il 6 dicembre Di Pietro si dimise dalla magistratura e due settimane dopo il governo si dimise, alla vigilia di un voto di fiducia critico in Parlamento che avrebbe potuto avere un esito sfavorevole a Berlusconi.

[modifica] 1995: I complotti contro i magistrati

Nel 1995 furono avviate molte indagini contro Di Pietro, il quale anni dopo fu assolto da tutte le accuse, mentre nei confronti di Berlusconi furono formulate nuove accuse di corruzione. Si scoprì poi che il principale accusatore di Di Pietro, il magistrato bresciano Fabio Salamone, era il fratello di un uomo contro il quale lo stesso Di Pietro aveva sostenuto l'accusa, e che era stato condannato a 18 mesi di carcere per vari reati di corruzione. Ci volle comunque del tempo prima che le autorità se ne rendessero conto, e riassegnassero Salamone ad altri incarichi. I sottufficiali dei carabinieri Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia vennero condannati per calunnia nei confronti di Di Pietro, ma eventuali mandanti restarono ignoti alla giustizia.

Dopo essere stato prosciolto, Di Pietro iniziò la sua carriera politica, cosa che precedentemente aveva escluso dicendo che non voleva sfruttare la sua popolarità, guadagnata compiendo quello che secondo lui era solo il suo dovere. Il movimento da lui fondato, l'Italia dei Valori, è tuttora attivo e, pur essendo indipendente e con diverse sfumature, nelle competizioni elettorali si è quasi sempre schierato con le principali coalizioni di centro-sinistra susseguitesi negli anni.

[modifica] 1995-2001: Il dopo-Tangentopoli

[modifica] La strategia della prescrizione

Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Durante questo periodo alcuni scrittori e commentatori politici ritengono di individuare una comune volontà di opporsi alla magistratura da parte di entrambe le coalizioni politiche. Secondo questi opinionisti - che all'epoca denunciarono un'asserita alleanza politica di fatto contro la magistratura - sia il Polo sia l'Ulivo (specialmente sotto la leadership di Massimo D'Alema) avrebbero ignorato le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti [citazione necessaria]. Secondo gli stessi autori, inoltre, le riforme giudiziarie promosse dal centrosinistra avrebbero reso i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti e avrebbero reso più facile e frequente la caduta in prescrizione di numerosi reati.

Al contrario, la totalità della dottrina ha salutato positivamente l'intento del legislatore di introdurre nell'ordinamento italiano i principi del primato del contraddittorio e della parità delle armi tra accusa e difesa - entrambi tipici dei sistemi giuridici delle democrazie liberali europee - pur manifestando talvolta qualche riserva in merito alla sua implementazione in concreto[3].

[modifica] Previti e Craxi

Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all'intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all'opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la latitanza - secondo i suoi sostenitori, l'esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.

[modifica] 2001-2006: Berlusconi bis e ter

Dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001, l'atteggiamento dei media e dell'opinione pubblica nei confronti dei giudici si presentava molto diversa da quella dell'epoca di Mani pulite: non solo criticarono apertamente i giudici per il loro operato nell'inchiesta, ma divennero sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano. Ovviamente, in molti sospettarono che questa inversione di marcia fosse legata al potere mediatico di Berlusconi. Persino Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilanciò mostrando in parlamento una corda da impiccagione a denuncia di quello che evidentemente considerava un atteggiamento abusivo e prevaricatore della giustizia, alla quale poco tempo prima plaudiva pubblicamente per la "distruzione" del sistema politico tradizionale. È infatti noto l'episodio del parlamentare leghista Orsenigo: anch'egli, durante gli anni di Mani Pulite, aveva brandito in aula una corda da impiccagione, ma per protestare vigorosamente contro l'asserita corruzione del sistema politico della c.d. "prima repubblica". Ancora oggi ci sono occasionali frizioni nella coalizione di Berlusconi tra Lega Nord da un lato ed ex democristiani ed ex socialisti dall'altro.

[modifica] Statistiche su Mani pulite

Viene di seguito fornita una sintesi numerica dei dati della Procura della Repubblica di Milano, relativamente ai risultati delle indagini svolte dal Pool di Mani pulite di Milano. I dati coprono il periodo a partire dal 17 febbraio 1992, e sono aggiornati al 6 marzo 2002.

Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
Inchieste
Persone inquisite oltre 5000
tra le suddette, le posizioni considerate sono state 4520
tra le posizioni considerate, quelle che il pool di Mani pulite ha trasmesso ad altre Procure per competenza territoriale sono state 1320
tra le posizioni considerate, quelle per cui il pool di Mani pulite ha richiesto il rinvio a giudizio sono state 3200
Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano
Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
Esiti delle richieste di rinvio a giudizio
Persone condannate dal Gup o dal Tribunale 1254 (55,29%)
...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle con patteggiamento sono state ... 847 (37,35%)
...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle in rito abbreviato (Gup) o dibattimento (Tribunale), sono state ... 407 (17,95%)
Persone prosciolte dal Gup o dal Tribunale (la media nazionale attuale è del 30%) 910 (40,12%)
...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a prescrizione sono state ... 422 (18,61%)
...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a morte del reo, amnistia, oblazione o ne bis in idem sono state ... 58 (2,56%)
...... tra le persone prosciolte, quelle assolte nel merito da Gup o Tribunale sono state ... 430 (18,96%)
Altre posizioni (iunioni, nullità, restituzioni, stralci, ..) 104 (4,59%)
Totale procedimenti conclusi davanti a Gup o Tribunale 2268 (100%)
ancora pendenti davanti a Gup o Tribunale 467
trasmesse ad altre sedi/autorità da Gup o Tribunale 465
Totale 3200
Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano

[modifica] Interpretazioni dei dati

Gli autori del libro Mani pulite, la vera storia (2002) affermano che dei 430 assolti nel merito (il 19%), non tutti sono stati riconosciuti estranei ai fatti. Alcuni imputati (gli autori citano come esempio 250 imputati per le tangenti riguardanti la Cariplo) pur avendo commesso il fatto, non sono stati ritenuti punibili: i giudici hanno ritenuto il fatto commesso, ma li hanno assolti con la formula «il fatto non costituisce reato» in quanto non vennero considerati pubblici ufficiali. In quest'ottica gli assolti perché riconosciuti estranei ai fatti contestati scenderebbero a circa 150. Gli autori aggiungono inoltre che di quei 150 molti sono stati assolti grazie alle riforme giudiziarie dell'Ulivo, che tramite l'art. 513 c.p.p. (giudicato poi incostituzionale) e la riforma denominata «giusto processo», hanno invalidato le prove di vari procedimenti.[4]

Vi è tuttavia da dire che nel momento in cui vi è una promessa corresponsione in denaro o altra utilità ad una persona perché questa ponga in essere un determinato atto, non vi è alcun reato, a meno che quest'ultima non sia appunto un pubblico ufficiale, nel qual caso possono profilarsi i reati di corruzione o concussione. Viceversa, come sembra essere avvenuto nella maggioranza dei processi di Mani Pulite conclusisi con l'assoluzione, la questione attiene ai rapporti tra privati cittadini che non integrano in alcun modo il fatto-reato.

È stato infine sottolineato da autorevole dottrina come l'orientamento della magistratura nel suo complesso sia stato, in quel periodo, particolarmente rigorista in ambito di reati contro la pubblica amministrazione: ciò che sarebbe stato permesso, tra l'altro, dalla peculiare indeterminatezza di fondo della fattispecie di concussione (art. 317 c.p.), ritenuta suscettibile di rilievi di incostituzionalità[5]. È stata infatti ricondotta a concussione anche la condotta del pubblico ufficiale che aveva ricevuto danaro da privati senza aver esercitato su di loro alcun tipo di pressione, affidandosi unicamente agli effetti dell'operato di chi l'aveva preceduto nella carica (c.d. concussione ambientale) [6].

Un tale rigorismo è stato difeso dall'ex procuratore Gerardo D'Ambrosio, ancora tre lustri dopo: «Se avessimo ragionato così [7] negli anni 90 non ci sarebbe stata Mani Pulite. Tutti coloro che indagavamo dicevano che facevano le cose per migliorare la situazione, ma noi abbiamo scoperto che invece la peggioravano con appalti inutili e vuoti. Il principio di legalità va difeso sempre e comunque». [8]

[modifica] Critiche

Il pool di Mani pulite e le loro indagini sono stati oggetto di forti critiche. Ad esempio Silvio Berlusconi ha dichiarato:

« I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati »
(Silvio Berlusconi, 30 settembre 2002, [9])

Mentre taluno sostiene che nessun esempio sarebbe mai stato trovato per dimostrare tale accusa[9], altri citano i casi del manager pubblico Cagliari e dell'imprenditore Gardini che si tolsero la vita, il primo nel carcere di San Vittore e il secondo in casa poco prima di ricevere l'avviso di garanzia per le indagini nei suoi confronti. In particolare, Cagliari, prima di compiere l'estremo gesto, avrebbe più volte chiesto ai magistrati di essere interrogato per chiarire la sua posizione. Risulta però che al momento del suicidio, per il pool di Di Pietro fosse già uomo libero, visto che ne aveva già richiesto la sua scarcerazione: Cagliari era tenuto ancora in carcere per un altro processo milanese, quello sul caso Eni - Sai.

I detrattori di "Mani pulite" sottolineano come la misura cautelare della custodia in carcere, la massima prevista dall'ordinamento, fosse stata utilizzata nei confronti di persone per lo più incensurate, socialmente, lavorativamente e familiarmente inserite, così che qualsiasi pericolo di fuga, inquinamento probatorio o reiterazione del reato non fosse ragionevolmente ipotizzabile, o tutt'al più scongiurabile mediante semplici arresti domiciliari.

Altro addebito - di tipo eminentemente processuale - fu quello fondato sullo squilibrio conoscitivo tra magistratura requirente e giudicante, che rendeva necessitate molte delle decisioni di competenza di quest'ultima (specie quelle cautelari, assunte necessariamente in assenza di contraddittorio con la difesa): già nel processo Cusani la difesa lamentava che alcune decisioni del GIP riproducevano note a margine e post-it apposti sul fascicolo con la grafia di Di Pietro. Ma solo dopo molti anni - terminato il suo lavoro a Milano e quello di membro elettivo del CSM - il GIP milanese Italo Ghitti ammise in un'intervista del 17 febbraio 2002 (a Tv 7, il settimanale di approfondimento del Tg 1) che le decisioni da lui assunte nel 1992-1993 erano spesso pedissequi accoglimenti delle richieste della Procura della Repubblica, non essendogli possibile o pratico revisionare tutti gli elementi di prova (che venivano ritenuti fondati spesso senza neppure aver avuto il tempo di esaminarli): a sua volta, sostenne Ghitti, lo stesso PM spesso prende per buone le attività di indagine effettuata dalla polizia giudiziaria, senza un reale riscontro.

Nel 1994, il Governo Berlusconi I inviò degli ispettori per indagare su eventuali scorrettezze commesse dai magistrati della Procura di Milano, tra cui quelli del pool di Mani pulite. Nella loro relazione finale, presentata il 15 maggio 1995, gli ispettori del governo Berlusconi affermarono che:

« Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell'esercizio dei loro poteri »
(relazione finale degli ispettori inviati dal Governo Berlusconi I, 15 maggio 1995)

Un altro acerrimo critico dei magistrati di Mani pulite è il critico d'arte e politico Vittorio Sgarbi: i suoi attacchi televisivi ai giudici ed al giustizialismo raggiunsero livelli di scompostezza tali che la Corte costituzionale, con le sentenza nn. 10 ed 11 del 2000, li sottrasse all'area dell'insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare (di cui all'articolo 68, primo comma della Costituzione).

[modifica] Terminologia

In un'accezione ristretta, l'indagine "Mani pulite" è quella gemmata dal "fascicolo virtuale" (n. 9520) aperto alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano nel 1991 dal pool composto da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo ed inizialmente sotto la diretta responsabilità del procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli (poi la guida fu almeno in parte assunta dall'allora procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio, così come molti altri sostituti procuratori si aggiunsero a quelli iniziali): il primo arresto in tale indagine fu quello di Mario Chiesa. In un'accezione allargata, di "Mani pulite" si parla anche per le altre indagini per reati contro la pubblica amministrazione condotte nello stesso periodo dalla procura di Milano (es. ENI-Sai) e, più in generale ancora, in tutte le altre procure italiane che diedero corso nel medesimo periodo ad indagini contro il malaffare in politica (si parlò di "Mani pulite" napoletana per le indagini contro De Lorenzo, Antonio Gava e Cirino Pomicino, di "Mani pulite" romana per le indagini su Moschetti, di "Mani pulite" genovese, piemontese, ecc.).

[modifica] Note

  1. ^ Repubblica — 09 febbraio 1993, pagina 5: A Torino, Bossi aveva affermato che nell' inchiesta Mani pulite "sarebbe coinvolto un personaggio di altissimo livello istituzionale, appartenente a un partito finora lambito dalle indagini". Sembrava l' identikit del presidente del Senato. Il ciclone si sarebbe dunque abbattuto sulla seconda carica dello Stato? Il procuratore Capo di Milano, Saverio Borrelli, è intervenuto per bloccare le indiscrezioni e per "deplorare" Bossi. "Se per alte cariche dello Stato si intendono il presidente della Repubblica, i presidenti della Camera e del Senato ed il presidente del Consiglio l' affermazione dell' onorevole Bossi è destituita di ogni fondamento".
  2. ^ Tratto da Intervista su Tangentopoli, a cura di G. Valentini, Laterza, Roma 2001
  3. ^ Per tutti: G.F. Ricci, Principi di diritto processuale generale, Giappichelli, Torino, 2001 (ISBN 8834812638); F. Izzo (a cura di), Compendio di diritto processuale penale, EsseLibri, Napoli, 2004 (ISBN 8824487645)
  4. ^ Barbaceto, Gomez, Travaglio: Mani Pulite, la vera storia, pp. 674, 704-5 (2002, Rizzoli, ISBN 8835952417).
  5. ^ V. ad es. L. Stortoni, Delitti contro la pubblica amministrazione, in S. Canestrari et. al., Diritto penale: lineamenti di parte speciale, 3 ed., Monduzzi, Bologna, 2003, pp. 127-128 (ISBN 8832331713).
  6. ^ Cass., sez. VI, 29 aprile 1998, C.E.D. 211708.
  7. ^ cioè come sostenuto dall'ex procuratore capo Borrelli, che aveva sostenuto all'entrata della Scala che "per rendere efficiente la pubblica amministrazione a volte bisogna anche forzare i limiti della legalità", in riferimento alle indagini che si stanno svolgeno sull'attuale sindaco Moratti circa le procedure illecite di nomina dei manager del Comune.
  8. ^ Corriere della sera, "Moratti indagata, la difesa di Borrelli: a volte si deve forzare" di Maurizio Giannattasio, 8 dicembre 2007
  9. ^ a b Peter Gomez e Marco Travaglio, Le mille balle blu, pp. 54-55 (2006, Rizzoli, ISBN 8817009431).

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

  • [2] Relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2005 del Dott. V. Tufano, Procuratore Generale della Corte d'Appello di Potenza

  • [3]Da Il Processo di Carlo Ruta, Eranuova, Perugia, 1994
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