Sistema elettorale

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Il sistema elettorale è costituito dall’insieme delle regole che si adottano in una democrazia rappresentativa per trasformare le preferenze o voti espressi degli elettori durante le elezioni in seggi da assegnare all'interno del Parlamento o più in generale di un'assemblea legislativa.

Utilizzo dell'espressione[modifica | modifica sorgente]

Talvolta all'espressione si dà un significato più generale, che comprende l'intero insieme delle norme che regolano le elezioni:

  • la disciplina della modalità della loro indizione,
  • la disciplina dell’elettorato attivo e passivo,
  • le modalità tecnico-operative di esercizio del voto,
  • le modalità secondo le quali si presentano le candidature,
  • la disciplina delle campagne elettorali e della propaganda politica in genere,
  • la disciplina del finanziamento delle campagne elettorali e dell’attività dei partiti,
  • le modalità di allestimento delle sezioni elettorali e di protezione di esse,
  • il procedimento elettorale nelle altre sue fasi fino allo scrutinio con interpretazione e conteggio dei voti espressi,
  • la formula elettorale (la formula matematica di attribuzione dei seggi in base ai voti ottenuti da ciascun candidato o partito),
  • l'apparato di tutela nel caso di eventuali contestazioni,
  • le modalità di sostituzione nell’ufficio di coloro che, proclamati eletti, cessino per qualsiasi ragione dalla carica.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Il sistema di votazione ha dato origine alla teoria del voto, a partire dal metodo di Borda e dal metodo di voto di Condorcet, entrambi sviluppati in Francia intorno al 1770 (anche se scritti di Raimondo Lullo ritrovati solo nel 2001 dimostrano che egli aveva già ideato entrambi i metodi nel XII secolo).

I primi contributi all'attribuzione di seggi sono successivi al 1787, anno di approvazione della Costituzione degli Stati Uniti, e furono riscoperti indipendentemente in Europa alla fine del XIX secolo.

La ricerca scientifica contemporanea si concentra più sull’esame degli effetti politici e statistici delle leggi elettorali (in particolare valutando il comportamento strategico dei partiti e/o degli elettori sugli esiti del voto, impiegando la teoria dei giochi) che sullo studio astratto delle regole.

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Un sistema elettorale è composto da due elementi fondamentali: il sistema di votazione e il metodo per l'attribuzione dei seggi. Quest'ultimo richiede l'applicazione di una formula matematica predefinita, che viene detta "formula elettorale".

Tradizionalmente, la formula elettorale era classificabile in due grandi categorie:

  • formule maggioritarie (che sono le più antiche e tendono a premiare i candidati o partiti vincitori in collegi uninominali o plurinominali);
  • formule proporzionali (che sono state elaborate a partire dalla seconda metà dell'Ottocento e tendono a stabilire un rapporto proporzionale tra i voti ottenuti da un partito e i seggi ad esso assegnati).

A partire dagli anni novanta del XX secolo si è diffusa sempre di più una terza categoria, quella dei

  • sistemi misti.

Le formule appartenenti a questa categoria combinano elementi maggioritari ed elementi proporzionali, talvolta relazionati tra di loro (come nei sistemi italiani per Camera e Senato del 1993), talvolta assolutamente indipendenti (come nel sistema russo o in quello giapponese, entrambi del 1993)[1].

La legge elettorale può essere approvata come legge ordinaria oppure come legge costituzionale.
L'approvazione tramite legge ordinaria espone al rischio di continui cambiamenti in vicinanza delle elezioni, in contrasto con un'effettiva rappresentatività del Parlamento rispetto al corpo elettorale, da parte delle forze che hanno la maggioranza dei voti in Parlamento, a seconda di quanto è previsto dai sondaggi e da altre tornate elettorali concomitanti. Un secondo rischio è determinato dal possibile vaglio di costituzionalità sulle leggi ordinarie, in particolare dopoché Parlamento e Governo sono stati nominati applicando una legge elettorale, in un secondo momento dichiarata illegittima.

Il sistema maggioritario[modifica | modifica sorgente]

Il sistema elettorale maggioritario è quello matematicamente più semplice ed ha accompagnato le prime forme di rappresentanza politica diretta, nel mondo classico (Grecia) e fin dal Seicento (mondo anglosassone), con l'eccezione del Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, per il quale dal XIII secolo al XVIII secolo si usò il voto per approvazione. I sistemi maggioritari non prevedono il premio di maggioranza che viene usato in alcune varianti del sistema proporzionale.

Il sistema maggioritario uninominale[modifica | modifica sorgente]

In molte democrazie anglosassoni e in molti Paesi francofoni, tra cui Gran Bretagna, Stati Uniti, India e Francia, viene utilizzato un sistema elettorale maggioritario basato su un collegio uninominale. In ciascun collegio elettorale è in palio un unico seggio, che viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti. In alcuni sistemi è sufficiente ottenere la maggioranza relativa dei voti (sistemi uninominali a un turno), in altri è necessario ottenere la maggioranza assoluta. Nei sistemi del secondo tipo, nel caso in cui nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta dei voti al primo turno di votazioni è previsto un secondo turno, detto ballottaggio (sistemi uninominali a doppio turno). In alcuni sistemi del secondo tipo l’elettore può indicare una classificazione dei candidati e permettere così di redistribuire i voti dei candidati meno votati fino a che un candidato non ottenga la maggioranza assoluta (sistemi uninominali a voto alternativo con maggioranza assoluta).

Sul piano macroelettorale (determinazione del numero di seggi spettanti alle singole forze politiche) le formule maggioritarie uninominali tendono a produrre maggioranze parlamentari dotate di un numero di seggi più elevato rispetto alla percentuale di voti ottenuti dal partito o dalla coalizione che le compongono. Queste formule regolano però soltanto l'aspetto microelettorale, in quanto l’elettore è chiamato unicamente a esprimere il voto per uno dei candidati presenti nel suo collegio. Siccome i partiti indicano prima delle elezioni la persona che proporranno come capo del governo, gli elettori possono indirettamente scegliere anche quest’ultimo.

Con i sistemi maggioritari uninominali sono avvantaggiati i partiti che vincono di misura in molti collegi, mentre sono generalmente svantaggiati quelli che vincono in pochi collegi con grandi maggioranze. I partiti al governo possono talvolta modificare il disegno dei collegi in modo da aumentare il numero di collegi in cui sono favoriti (diminuendo eventualmente il margine di maggioranza su cui possono contare). Il fenomeno si chiama Gerrymandering. I sistemi uninominali favoriscono inoltre i partiti localistici o con forte base locale, mentre sfavoriscono i partiti che hanno una base elettorale fortemente delocalizzata e sparsa in modo piuttosto uniforme.

Sistema uninominale a un turno (uninominale secco)[modifica | modifica sorgente]

Il sistema uninominale a un turno, detto anche plurality con maggioranza relativa, prevede la vittoria del candidato che ha riportato il maggior numero di voti. È il sistema in vigore nel Regno Unito e nella stragrande maggioranza dei Paesi anglosassoni[2]. Questo sistema tende a sovrarappresentare i partiti più grandi, sottorappresentando quelli medi ma soprattutto quelli piccoli[3].

Secondo il politologo italiano Giovanni Sartori, il sistema uninominale secco può contribuire all'instabilità del sistema politico. In collegi dove lo scarto tra i principali partiti è ridotto, i partiti piccoli possono risultare decisivi e possono quindi acquisire un ruolo sproporzionato grazie ai cosiddetti accordi di desistenza[4].

Nel caso di un sistema partitico stabile e consolidato, il sistema uninominale a un turno può spingere gli elettori al cosiddetto voto strategico o utile, in caso di evidente improbabilità o impossibilità di vittoria del candidato preferito.

Voti % Risultato
Candidato A 49 000 41,5 % ELETTO
Candidato B 38 000 32,2 % Battuto
Candidato C 22 000 18,6 % Battuto
Candidato D 9 000 7,6 % Battuto
TOTALE 118 000 100 %

Sistema uninominale a doppio turno[modifica | modifica sorgente]

Con il sistema elettorale a doppio turno (detto anche majority) un candidato deve raggiungere o superare la maggioranza assoluta (50% + 1) per essere eletto al primo turno. Se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta, si ricorre a un secondo turno di votazioni.

Il numero di candidati ammessi a questo secondo turno divide questo tipo di scrutinio in due sottosistemi. Nel primo, sono ammessi al secondo turno solo i due candidati più votati al primo turno (in questo caso, il secondo turno assume il nome di "ballottaggio"). Questo sistema veniva utilizzato in Italia prima della Grande Guerra. Nei sistemi del secondo tipo, sono ammessi al secondo turno tutti i candidati che hanno superato una determinata percentuale di voti al primo turno; per essere eletti al secondo turno è sufficiente ottenere la maggioranza relativa dei voti. Questo sistema è utilizzato in Francia ed è conosciuto come sistema uninominale "alla francese"[5].

Il sistema a doppio turno tende a incoraggiare gli elettori a esprimere un voto sincero al primo turno e un voto strategico al secondo turno. Rispetto agli altri sistemi uninominali, quelli a doppio turno tendono a premiare i partiti di centro, mentre quelli a turno unico favoriscono formazioni ideologicamente più schierate[senza fonte]. Nel secondo turno di votazioni i candidati di centro sono infatti in genere meglio collocati per attirare voti sia da destra che da sinistra.

Voti % Risultato
Candidato A 49 000 41,5 % Ammesso al secondo turno
Candidato B 38 000 32,2 % Ammesso al secondo turno
Candidato C 22 000 18,6 % Eliminato
Candidato D 9 000 7,6 % Eliminato
TOTALE 118 000 100 %
Voti % Risultato
Candidato A 49 500 49,5 % Battuto
Candidato B 50 500 50,5 % ELETTO
TOTALE 100 000 100 %

Sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta[modifica | modifica sorgente]

Esempio di voto alternativo.

Il sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta o instant runoff è la versione a turno unico del sistema majority. Gli elettori non votano un singolo candidato, ma possono classificare un numero a scelta di candidati secondo il proprio ordine di gradimento. Se nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta di "prime preferenze", il candidato meno votato viene eliminato e i suoi voti vengono redistribuiti fra i candidati rimanenti secondo le "seconde preferenze" espresse da chi lo aveva votato come prima preferenza. Se nessun candidato raggiunge ancora la maggioranza assoluta, il meccanismo viene applicato nuovamente, finché uno dei candidati non raggiunge la maggioranza assoluta. Il sistema uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta è utilizzato in Australia e nella Repubblica di Irlanda.

Il sistema alternativo consente di riprodurre in maniera sincera e fedele le intenzioni degli elettori, che non sono spinti al voto strategico e che possono limitarsi a esprimere le loro preferenze in maniera sincera. Questo sistema consente di evitare i problemi di eccessivo frazionamento politico e i problemi posti dagli accordi di desistenza.

Voto in 1° preferenza % + 2° preferenza % + 3° preferenza %
Candidato A 49 000 41,5 % 49 500 42,5 % 50 000 47,6 % Eliminato
Candidato B 38 000 32,2 % 39 000 33,5 % 55 000 52,4 % Eletto
Candidato C 22 000 18,6 % 28 000 24,0 % Eliminato
Candidato D 9 000 7,6 % Eliminato
TOTALE 118 000 100 % 116 500 100 % 105 000 100 %

Il sistema proporzionale[modifica | modifica sorgente]

Il sistema elettorale proporzionale, o di lista, fu introdotto nel corso del Novecento su spinta delle grandi formazioni politiche di massa, quelle centriste popolari, e quelle di sinistra socialiste. Il primo paese ad applicarlo fu il Belgio nel 1900.

Elemento caratterizzante del sistema proporzionale è l'assegnazione dei seggi in circoscrizioni elettorali plurinominali, suddividendoli fra le varie liste in proporzione ai voti ottenuti. Si presenta quindi come un sistema elettorale basato sulla democraticità e rappresentatività in quanto permette di fotografare le divisioni politiche effettive del Paese.

Aspetto positivo, quindi, che salta subito all'occhio è la possibilità di una rappresentanza parlamentare che rifletta in maniera meno distorta possibile la reale situazione politica di un paese, con una significativa tutela delle minoranze. Qualora i partiti siano notevolmente frazionati, però, il proporzionale riflette questo frazionamento reale in parlamento e la formazione di un governo richiede coalizioni che uniscano più partiti, con conseguente forte instabilità (se i partiti non riescono a trovare degli accordi; viceversa può portare anche a sistemi consociativi e di governi di grosse coalizioni che tendono a tenere sotto controllo il conflitto).

I meccanismi proporzionali sono essenzialmente due: quello del quoziente e i più alti resti, e quello dei divisori e le più alte medie.

Metodo del quoziente[modifica | modifica sorgente]

Nella prima famiglia di metodi proporzionali, si stabilisce un quoziente elettorale che sarà il costo di un seggio in termini di voti, e si vede quante volte tale quoziente entra nel totale dei voti che una lista ha preso in una circoscrizione. La parte decimale del quoziente servirà per assegnare i seggi che non si è riusciti ad assegnare con le parti intere del quoziente. Tali seggi andranno alle liste che avranno i resti[6] più alti in ordine decrescente.

Per individuare questo quoziente elettorale, ci sono vari metodi:

  1. Quoziente Hare (o Naturale): si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione (S): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S}
  2. Quoziente Hagenbach-Bischoff: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più uno (S+1): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+1}
  3. Quoziente Imperiali: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più due (S+2): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+2}
  4. Quoziente +3: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più tre (S+3): {\rm Q}=\frac{{\rm V}}{\rm S+3}
  5. Quoziente Droop: si divide il totale dei voti validi (V) per il numero dei seggi da assegnare nella circoscrizione più uno (S+1) e al tutto si aggiunge un'unità: {\rm Q}=(\frac{{\rm V}}{\rm S+1})+1

I metodi più utilizzati sono i quozienti Hare e Hagenbach-Bischoff. Passando da Hare ad Hagenbach-Bischoff ad Imperiali, si riducono i resti e i seggi da assegnare in base a questi, favorendo in misura crescente le liste più votate; con il metodo Droop invece, si ottengono risultati pressoché identici all'Hare.

Esempio di applicazione del Quoziente Hare in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti (quoziente Hare: 118.000/8=14.750).
Partiti Suffragi espressi Seggi al quoziente Resti di voti Seggi ai resti Totale
Partito A 49 000 3 4 750 0 3
Partito B 38 000 2 8 500 1 3
Partito C 22 000 1 7 250 0 1
Partito D 9 000 0 9 000 1 1
Totale 118 000 6 29 500 2 8
Esempio di applicazione del Quoziente Imperiali in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti (quoziente Imperiali: 118.000/(8+2)=11.800.
Partiti Suffragi espressi Seggi al quoziente Resti di voti Seggi ai resti Totale
Partito A 49 000 4 1 800 0 4
Partito B 38 000 3 2 600 0 3
Partito C 22 000 1 10 200 0 1
Partito D 9 000 0 9 000 0 0
Totale 118 000 8 23 600 0 8

Metodo dei divisori[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda famiglia di metodi proporzionali, quello dei divisori e le più alte medie, si dividono i voti totali di ciascuna lista di candidati in un collegio per una serie di coefficienti lunga fino al numero di seggi da assegnare nel collegio, e si assegnano i seggi alle liste in base ai risultati in ordine decrescente, fino ad esaurimento dei seggi da assegnare. La serie dei divisori è ciò che differenzia i vari metodi:

  1. Metodo D'Hondt (noto in USA come metodo Jefferson): si dividono i totali di voti delle liste per 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, ... fino al numero di seggi da assegnare nel collegio.
  2. Metodo Nohlen: si dividono i totali di voti delle liste per 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, ... .
  3. Metodo Sainte-Laguë (noto in USA come metodo Webster): si dividono i totali di voti delle liste per 1, 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15, ... .
  4. Metodo Sainte-Laguë corretto o Metodo danese: si dividono i totali di voti delle liste per 1.4, 3, 5, 7, 10, 13, 16, 19, 22, ... .
  5. Metodo belga: si dividono i totali di voti delle liste per 1, 1.5, 2, 2.5, 3, 3.5, 4, 4.5, ... .
  6. Metodo Huntington: si dividono i totali di voti delle liste per 1.41, 2.45, 3.46, 4.47, ... .

Dal punto di vista degli esiti, il metodo più favorevole ai piccoli partiti è il Sainte-Laguë (anche corretto), il più favorevole ai grandi partiti è il Nohlen, seguito dal D'Hondt.

Esempio di applicazione del Metodo D'Hondt in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.

Le cifre in grassetto sono i seggi assegnati (le più forti medie).

Partiti Suffragi espressi 2 3 4 5 6 7 8 Seggi ottenuti
Partito A 49 000 24 500 16 333 12 250 9 800 8 166 7 000 6 125 4
Partito B 38 000 19 000 12 666 9 500 7 600 6 333 5 428 4 750 3
Partito C 22 000 11 000 7 333 5 500 4 400 3 666 3 142 2 750 1
Partito D 9 000 4 500 3 000 2 250 1 800 1 500 1 285 1 125 0
Esempio di applicazione del Metodo Sainte-Laguë in una circoscrizione che pone 8 seggi in palio per 118.000 votanti.

Le cifre in grassetto sono i seggi assegnati (le più forti medie).

Partiti Suffragi espressi 3 5 7 9 11 13 15 Seggi ottenuti
Partito A 49 000 16 333 9 800 7 000 5 444 4 455 3 769 3 267 3
Partito B 38 000 12 667 7 600 5 429 4 222 3 455 2 923 2 533 3
Partito C 22 000 7 333 4 400 3 143 2 444 2 000 1 692 1 467 1
Partito D 9 000 3 000 1 800 1 286 1 000 818 692 600 1

Voto di preferenza[modifica | modifica sorgente]

Il sistema proporzionale può prevedere o meno la possibilità per l'elettore di esprimere una o più preferenze per un candidato all'interno della lista votata. In questo caso, vengono eletti nell'ambito di ogni lista i candidati che hanno ottenuto il numero maggiore di preferenze. Se invece non è previsto il voto di preferenza, i candidati vengono scelti secondo l'ordine in cui compaiono in lista, delegando ai partiti l'individuazione degli eletti: si parla in questo caso di lista bloccata.

Il voto di preferenza ha benefici controversi. A favore vi è la maggiore possibilità di scelta per l'elettore; contro vi è il fatto che il singolo candidato, per ottenere la preferenza, è costretto ad una costosa campagna elettorale personale, e la necessità di raccogliere i fondi necessari può potenzialmente stimolare episodi di corruzione.

Le modalità di indicazione della persona prescelta sono due: spuntare il nome in una lista dei candidati prestampata sulla scheda elettorale, oppure scrivere il nominativo per esteso. La seconda modalità è soggetta a una maggiore discrezionalità dei presidenti di seggio, che possono stabilire se sono valide o meno le schede che non riportano interamente nome e cognome, le iniziali o diverse abbreviazioni, oppure parole aggiuntive che non fanno parte del nome del candidato. Questa seconda modalità è adatta al controllo dei voti clientelari. Il voto è anonimo, ma l'elettore in cambio di favori personali può accordarsi per scrivere il nominativo con il nominativo completo di secondo nome e alcune parti abbreviate, creando un numero di combinazioni che rendono riconoscibile un numero elevato di schede e verificabile il rispetto di altrettanti accordi clientelari.

Sistemi corretti (o misti)[modifica | modifica sorgente]

Come abbiamo visto, non esiste un sistema elettorale che si possa considerare perfetto, ma entrambi i tipi possiedono i propri vantaggi e i propri svantaggi. Per ovviare a tali inconvenienti, cercando di recuperare le caratteristiche positive di ciascun sistema ma limitando quelle negative, si sono col tempo andati ad elaborare sistemi corretti, o misti, dei due modelli originari.

Sistemi maggioritari corretti[modifica | modifica sorgente]

L'aspetto negativo del maggioritario è, lo abbiamo visto, la scarsa, se non nulla, rappresentanza e di conseguenza tutela delle formazioni politiche minori. Per ovviare a tale problema, è stata proposta e talvolta adottata (ma solo in tempi molto recenti, dal 1993 in avanti) l'introduzione di quote proporzionali: la maggior parte dei seggi viene assegnata con criterio maggioritario uninominale, mentre una parte viene assegnata con criterio proporzionale. Essenziale a tal fine è il collegamento dei singoli candidati uninominali con più ampie liste di partito o coalizione espresse a livello nazionale.

Il primo esempio in tal senso venne costituito dalle leggi italiane 276 e 277 del 1993, relative rispettivamente all’elezione del Senato ed all’elezione della Camera. Esse erano entrambe caratterizzate dall’assegnazione di circa il 75% dei seggi in collegi maggioritari uninominale; e del restante 25% con criterio proporzionale, previo lo scorporo dei voti ottenuti dai vincitori dei collegi uninominali. La conseguenza era che il riparto proporzionale ridimensionava di molto l’effetto maggioritario determinato dal collegio uninominale, portando la coalizione vincitrice a disporre di un ridotto numero di seggi di vantaggio sull’opposizione. Un ulteriore elemento di debolezza dei Governi fu determinato dal fatto che, in tal modo, divenivano determinanti i seggi ottenuti dalle liste minoritarie od estremiste, all’interno della coalizione vincitrice[7]. In ogni caso, ciò dipese non solo dalla formula elettorale, ma anche del fatto che le coalizioni presero l’abitudine, sin dalle elezioni del 1994, di proporre un solo candidato per collegio; ed utilizzarono un criterio proporzionale per spartirsi le candidature. Ma successivamente alle elezioni si crearono in Parlamento tanti gruppi parlamentari quanti erano i partiti che avevano dato vita a ciascuna coalizione[8].

Resta il fatto che le due leggi erano tra loro piuttosto diverse, in quanto

  • per il Senato si operavano dei conteggi su base regionale e là dove una coalizione avesse vinto in tutti i collegi uninominale in palio in una Regione (circostanza che non fu infrequente), essa non partecipava al successivo riparto proporzionale[9];
  • per la Camera vigeva un imperfetto meccanismo di scorporo dei voti (in un Collegio Unico Nazionale), in quanto venivano sottratti non quelli ottenuti dal vincitore nel collegio uninominale, bensì quelli del secondo classificato[10]; inoltre, per la parte proporzionale l’elettore disponeva di una seconda scheda. Le distorsioni furono amplificate quando (soprattutto nel 2001) le coalizioni sfruttarono gli imperfetti meccanismi di collegamento tra candidati e liste, dando vita a delle liste civetta, che comprendevano candidati non rappresentativi ed erano finalizzate unicamente a portare in detrazione i voti ottenuti dai vincitori dei collegi uninominali, permettendo alle liste di partito di aggirare il meccanismo dello scorporo[11].

In entrambi i sistemi, i seggi proporzionali spettanti a ciascuna lista venivano poi attribuiti ai candidati che avessero ottenuto le più alte percentuali elettorali.

Come si è già accennato, un secondo gruppo di sistemi misti è quello dei sistemi paralleli, come quello russo e di numerosi paesi dell'Est Europa, che prevedono banalmente una quota di seggi assegnati proporzionalmente ed una con sistema maggioritario, senza che vi sia alcun collegamento fra le due parti[12]. La quota proporzionale può essere anche molto alta, arrivando a coprire fino alla metà dei seggi in palio.

Sistemi proporzionali[modifica | modifica sorgente]

Si è detto che l'inconveniente maggiore provocato dalla proporzionale è quello di creare instabilità governativa, sia perché, garantendo i partiti minori, consegna loro in verità la possibilità di condizionare i governi in misura ben maggiore del proprio reale peso elettorale, sia perché, a causa dell'alta frammentazione, le maggioranze sono spesso assai risicate ed esposte a continue imboscate da parte dell'opposizione.

Per ovviare al primo inconveniente, sono stati elaborati sistemi che limitino il meccanismo proporzionale sottraendo i partiti minori ai benefici che esso fornirebbe loro. Esistono due metodi, uno implicito ed uno esplicito, per ottenere tale scopo:

A - quello implicito si ottiene limitando la dimensione delle circoscrizioni elettorali. Caratteristica saliente della proporzionale rispetto al maggioritario è, lo abbiamo visto, l'ampio numero di elettori, e conseguentemente seggi, compresi nella circoscrizione proporzionale rispetto ai collegi maggioritari. Riducendo l'ampiezza della circoscrizioni, dunque, si riduce il tasso di proporzionalità del sistema, diminuendo le probabilità dei partiti minori di ottenere i pochi seggi disponibili in ciascuna delle succitate circoscrizioni. È il meccanismo previsto dal sistema elettorale spagnolo e, de facto, dal sistema elettorale svizzero per la Camera bassa elvetica.
B - quello esplicito consiste nell'introdurre una clausola di sbarramento (o di accesso), cioè una percentuale minima di voti che il partito deve ottenere per poter entrare in Parlamento. Ne è esempio il sistema elettorale tedesco che stabilisce di regola nel 5% la soglia minima di voti necessari per entrare a far parte del Bundestag.

Per aggirare invece il secondo problema, quello delle scarse maggioranze su cui si basano solitamente i governi nati da elezioni proporzionali, un meccanismo tipico (ma assai poco utilizzato nel mondo) è quello di attribuire un premio di maggioranza (bonus), consistente in una quota variabile di seggi assegnati “in regalo” alla lista o coalizione vincitrice della tornata elettorale, qualora non abbia già raggiunto un livello predeterminato di seggi. Tale sistema costringe i partiti a coalizzarsi fin da prima delle elezioni come accade col maggioritario.

Governabilità e rappresentatività[modifica | modifica sorgente]

Molto brevemente, la differenza fra proporzionale e maggioritario si può riassumere così: il maggioritario favorisce la governabilità, il proporzionale favorisce la rappresentatività: col primo il parlamento è egemonizzato da pochi partiti, col secondo il parlamento ha una composizione abbastanza fedele all'orientamento degli elettori. Spetta al legislatore decidere quale dei due utilizzare.

Vi è però un'importante eccezione alla regola appena descritta, costituita dai partiti regionalisti. Un partito piccolo ma fortemente concentrato sul territorio, infatti può non solo uscire indenne da un'elezione maggioritaria, ma anzi al contrario rafforzato, ottenendo fino al monopolio della rappresentanza politica nelle regioni in cui esso è particolarmente radicato. Nel sistema uninominale inglese, ad esempio, questo è il caso tipico dello Scottish National Party. In Italia, nel sistema in vigore dal 1993 al 2005, si segnalavano i casi della Südtiroler Volkspartei, che senza il meccanismo dello scorporo avrebbe ottenuto il monopolio della rappresentanza dell'Alto Adige, e della Lega Nord, la quale nelle elezioni del 1996, pur correndo solitaria, non solo non ebbe un danno se non minimo in termini di seggi (9,4% a fronte del 10,1% dei voti validi), ma provocò la disfatta, sempre in termini di seggi, dell'allora avversaria coalizione di Silvio Berlusconi, favorendo la vittoria dell'Ulivo di Romano Prodi.

Le modalità di voto sono modificabili con una legge ordinaria, approvabile dalla maggioranza di Governo. In altri Paesi, la Costituzione stabilisce le principali modalità di voto e la modifica delle modalità elettorali richiede procedure lunghe e articolate di revisione costituzionali, quanto meno leggi da approvare con maggioranze qualificate (dei 2/3 circa del Parlamento) difficilmente raggiungibili dalla sola maggioranza di Governo, in modo tale che le regole democratiche siano condivise.

Talora, esiste un vincolo temporale che vieta di modificare le norme elettorali a tre mesi di distanza dal giorno delle elezioni.

Nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sistema elettorale italiano.

Dal 2006 al 2013 in Italia è stato utilizzato un sistema definito "proporzionale con premio di maggioranza e soglia di sbarramento"[13].

Tuttavia, per l'elezione della Camera tale sistema potrebbe essere anche considerato un sistema maggioritario plurinominale, applicato a un collegio unico nazionale: il partito o la coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti (anche soltanto per un voto) ha diritto al 55% dei seggi (a meno che non gliene spettino ancora di più su base proporzionale)[14].

Questo sistema è stato modellato sull'esempio di quello introdotto in Italia nel 1993 per l’elezione dei sindaci e di quello del 1995 per l’elezione dei Consigli regionali[15]. Gli effetti del sistema elettorale della Camera a favore della governabilità del Paese sono attenuati dagli effetti del sistema elettorale utilizzato per il Senato: anche per il Senato è prevista una riserva del 55% dei seggi in favore del partito o della coalizione di maggioranza relativa, ma il conteggio viene effettuato Regione per Regione. Ciò rende molto più equilibrato il risultato, in quanto la coalizione seconda classificata a livello nazionale vince spesso in un numero significativo di Regioni. La ripartizione dei seggi al Senato ha effetti importanti sulla governabilità, dato che in Italia il governo ha bisogno di ricevere la fiducia da entrambe le Camere (cosiddetto "bicameralismo perfetto"), a differenza di altri Paesi.

Formule come questa italiana, basate su collegi plurinominali e caratterizzate da una "riserva di seggi" in favore del vincitore, possono essere dette anche "maggioritarie di voto limitato". Nacquero alla fine dell'Ottocento e furono utilizzate in Italia, Francia e Gran Bretagna, ma ebbero poco successo. L'obiettivo per cui furono introdotte non era garantire una maggioranza sicura allo schieramento vincitore, ma piuttosto garantire una rappresentanza alle minoranze[16]. Queste ultime rischiavano infatti di ottenere pochi seggi (o addirittura nessuno) nell’ambito dei collegi plurinominali classici, in cui tutti i seggi in palio venivano assegnati allo schieramento vincitore[17].

Secondo alcuni, infatti, il sistema maggioritari di voto limitato andrebbe distinto dal sistema proporzionale con premio di maggioranza, in quanto questi ultimi attribuirebbero un bonus di seggi supplementari soltanto al partito o alla coalizione che abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (cioè il 50%+1), mentre non attribuiscono seggi supplementari in caso di maggioranza relativa. Un esempio 'puro' di sistema proporzionale con premio di maggioranza era quello proposto dalla cosiddetta legge truffa del 1953.

Il 4 dicembre del 2013 (sentenza 1/2014) la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità di questa legge elettorale sia per quanto riguarda il premio di maggioranza assegnato, sia per la modalità di espressione del diritto di voto mediante attribuzione "a liste di candidati concorrenti, senza possibilità per l'elettore di espressione del voto di preferenza".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l'universo dei sistemi elettorali misti, Il Mulino, 2005, p. 17/18.
  2. ^ Negli Stati Uniti, il sistema plurality serve all'elezione dei membri del Congresso degli Stati Uniti in 49 dei 50 Stati dell'Unione: unica eccezione è quella della Louisiana, che utilizza il sistema majority.
  3. ^ Questi effetti sono tendenziali e non insiti nel sistema: ad esempio nel 1951 il Partito Laburista Britannico, pur classificandosi al primo posto nelle preferenze col 48,8% dei voti, perse le elezioni avendo raccolto solo 295 seggi, contro i 321 del Partito Conservatore che godeva del 48,0% delle preferenze.
  4. ^ «Nei collegi uninominali i partitini acquistano un potere di ricatto che altrimenti non hanno. Sanno di non poter vincere, ma nei collegi «insicuri» dove lo scarto tra i maggiori partiti è piccolo, sanno che il loro voto è decisivo. Nasce così il sistema delle «desistenze»: io non mi presento, mettiamo, in dieci collegi e tu, in contraccambio, mi assicuri un collegio ogni dieci. La frantumazione del nostro sistema partitico nasce così.» http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_01/sartori-politica-voti-potere_b92c3df0-b587-11df-89bc-00144f02aabe.shtml, consultato il 01/09/2010.
  5. ^ Nel sistema elettorale francese, sono ammessi al secondo turno tutti coloro che abbiano goduto delle preferenze di almeno un ottavo degli aventi diritto al voto, soglia che si traduce approssimativamente nel 20% dei voti validi.
  6. ^ differenza fra: il numero dei voti ottenuti da un partito; e il prodotto fra la parte intera del numero dei seggi attribuiti al partito e il quoziente
  7. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 215.
  8. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 214.
  9. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 312/316.
  10. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 323/331.
  11. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 336/341.
  12. ^ Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l’universo dei sistemi elettorali misti, Il Mulino, 2005.
  13. ^ Via libera del Parlamento alla riforma, su base proporzionale, per l'elezione di Camera e Senato. URL consultato il 22 febbraio 2013.
  14. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 222-223.
  15. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal ‘700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 190.
  16. ^ Andrea Levico, Vota x: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009, p. 43.
  17. ^ Per esempio, a causa di questo sistema, nelle elezioni per il Senato dell'Australia del 1925 il Partito Laburista non ottenne alcun seggio, anche se conseguì il 45% dei voti.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Domenico Fisichella, Sviluppo democratico e sistemi elettorali. Firenze, Sansoni, 1970
  • Domenico Fisichella, Elezioni e democrazia: un'analisi comparata. Bologna, Il mulino, 1982
  • Maria Serena Piretti, La fabbrica del voto: Come funzionano i sistemi elettorali, Roma-Bari, Laterza, 1998. ISBN 88-420-5618-9
  • Giovanni Sartori, Ingegneria costituzionale comparata, Bologna, Il Mulino, 2004. ISBN 88-150-9636-1
  • G. Baldini, A. Pappalardo, Sistemi elettorali e partiti nelle democrazie contemporanee, Editori Laterza, 2004. ISBN 88-420-7192-7
  • Alessandro Chiaramonte, Tra maggioritario e proporzionale: l'universo dei sistemi elettorali misti, Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 88-15-10586-7
  • D'Alimonte R., Bartolini S., Maggioritario finalmente? La transizione elettorale 1994-2001, Bologna, Il Mulino, 2005. ISBN 88-15-08426-6
  • Gianfranco Pasquino, I sistemi elettorali, Bologna, Il Mulino, 2006. ISBN 88-15-11297-9
  • Andrea Levico, Vota X: storia di un segno. La legislazione elettorale dal '700 ad oggi, Araba Fenice, 2009. ISBN 978-88-95853-41-3
  • Trucco Lara, "Democrazie elettorali e stato costituzionale", Torino, Giappichelli, 2011. ISBN 978-88-348-1452-9
  • Piero Tortola, I sistemi elettorali nel dibattito italiano: un'introduzione, sito web.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]