Mariotto Segni

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on. Mariotto Segni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Mariotto Segni
Luogo nascita Sassari
Data nascita 16 maggio 1939
Titolo di studio laurea in Giurisprudenza
Professione Docente universitario
Partito DC (1976-1993), AD (1993-1994), PS (1994-2003), PSS (2003-2006)
Legislatura VII, VIII, IX, X, XI, XII
Gruppo DC (1976-1993), Misto (1993-1995), I Democratici (1995-1996)
Coalizione Pentapartito (1980-1991), Quadripartito (1991-1993), PpI (1994)
Circoscrizione Sardegna
Collegio Cagliari-Sassari
Pagina istituzionale

Mariotto Segni detto Mario (Sassari, 16 maggio 1939) è un politico e accademico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Sposato con Victoria Pons, ha tre figlie[1].

Studi e carriera accademica[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del Presidente della Repubblica Italiana Antonio Segni, dopo la laurea in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Sassari, si trasferì a Padova.

Allievo e assistente del civilista Luigi Carraro, nel 1975 vince il concorso per professore ordinario[2]. Da allora e fino al 2011 è titolare della cattedra di diritto civile della facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari, attualmente fuori ruolo.

Carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Deputato della DC[modifica | modifica wikitesto]

Come suo padre, il Presidente della Repubblica Antonio[1], Mario cominciò a svolgere la sua attività politica nella Democrazia Cristiana. Fu dapprima consigliere regionale, poi parlamentare nazionale (la prima volta nel 1976) ed europeo. Ha ricoperto l'incarico di Sottosegretario all'Agricoltura nel secondo governo Craxi e nel sesto governo Fanfani[1]. È stato Presidente del Comitato di Controllo per i Servizi di Informazione e Sicurezza e per il Segreto di Stato dal 1987 al 1991.

L'abbandono della DC durante Tangentopoli e l'esperienza di Alleanza Democratica[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 luglio 1992 Segni fondò, sull'onda del successo del Referendum abrogativo del 1991, il movimento Alleanza Democratica, per promuovere i referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale in maggioritaria e provocare un rinnovamento radicale nel sistema politico italiano. Il 23 marzo del 1993 abbandonò la DC, colpita dall'inchiesta Mani Pulite[2]. Grazie al sostegno di alcuni leader del centrosinistra italiano, tra cui Achille Occhetto e numerosissimi esponenti della società civile, la consultazione referendaria che si tenne il 18 aprile del '93 superò il quorum e si concluse con la vittoria del sì.

In breve tempo Mario Segni divenne uno dei leader politici più amati ed apprezzati dall'elettorato italiano, tanto che alcuni giornalisti lo definirono “l’uomo che aveva l’Italia in mano” e Silvio Berlusconi gli propose di candidarsi come candidato premier del centrodestra: il docente sardo, tuttavia, decise di rifiutare l'offerta[3].

L'addio a Alleanza Democratica e la fondazione del Patto Segni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1994 fondò, separandosi da AD, un nuovo movimento politico, il Patto Segni, che non ebbe molta fortuna[4]. Eletto deputato alle elezioni politiche del 1994 ma solo con il recupero proporzionale (risultò clamorosamente sconfitto nel collegio uninominale di Sassari), alla Camera guidò il suo movimento verso una linea di opposizione al primo governo Berlusconi. Manifestò un'iniziale interesse al progetto dell'Ulivo di Romano Prodi, ma ne criticò l'eccessivo sbilanciamento a sinistra. Nel 1996, In occasione delle elezioni politiche annunciò il suo ritiro dall'attività parlamentare italiana e tornò all'insegnamento universitario[4]; ciò che rimaneva del suo partito si federò con la Lista Dini - Rinnovamento Italiano, alleata col centrosinistra.

Il referendum del 1999 e le elezioni europee con L'Elefantino[modifica | modifica wikitesto]

Rientrò sulla scena politica nel 1999, anno in cui propose un nuovo referendum al fine di abolire quella quota proporzionale che esisteva nel sistema elettorale (il 25%): vinsero i sì, ma per 150.000 voti il quorum non fu raggiunto[2]. Ci riprovò l'anno successivo, ma anche stavolta non si recò alle urne più del 50% degli aventi diritto[3].

Alle elezioni europee del 1999 fuse quel che rimaneva del suo partito con Alleanza Nazionale sotto il simbolo dell'Elefantino (richiamandosi al Partito Repubblicano americano), nonostante nel 1994 si fosse rifiutato di guidare la nascente coalizione del centro-destra proprio per la presenza di Alleanza Nazionale che, disse, sbilanciava a destra lo schieramento. Il pessimo risultato conseguito in quelle consultazioni (10% delle preferenze) portò alla successiva (e definitiva) divisione tra AN e il "Patto"[1]. Mario Segni fu tuttavia eletto come parlamentare europeo e nel Parlamento di Strasburgo si occupò soprattutto degli affari costituzionali e dei rapporti tra l'Unione Europea e il Messico[4].

Impegno politico e referendum costituzionale del 2006[modifica | modifica wikitesto]

Presidenzialista, tenace difensore della Costituzione e della partecipazione attiva dei cittadini alle scelte politiche del Paese, Mario Segni ha sempre avversato gli eccessi del berlusconismo, ma, fedele alla sua estrazione di cattolico e liberale, non ha mai voluto accettare avances neppure da L'Ulivo. È ancora impegnato per promuovere un ritorno al sistema elettorale maggioritario, nato dal referendum da lui stesso promosso. In occasione del referendum costituzionale del 2006 Segni si schierò per il "no", contro la riforma voluta dal centrodestra[5].

La battaglia per l'abolizione del "Porcellum"[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 2007 diventa Coordinatore del Comitato promotore dei Referendum elettorali promossi insieme al giurista Giovanni Guzzetta: l'obiettivo era l'abolizione dell'attuale legge elettorale vigente per l'elezione di Camera e Senato detta "Porcellum"[6]. Il 24 luglio dello stesso anno consegna in Cassazione oltre 800 mila firme per la presentazione dei Referendum elettorali che si sono poi svolti il 21 e 22 giugno 2009, senza tuttavia che il quorum venga raggiunto[7]. Alla fine del 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale in Cassazione la legge elettorale Calderoli.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Giorgio Dell'Arti, Mario Segni, Cinquantamilagiorni, 26 agosto 2014
  2. ^ a b c Mario Segni, Enciclopedia Treccani
  3. ^ a b Mariotto Segni: l’uomo che per un attimo ebbe in mano l’Italia (e la perse), storie.it, febbraio 2014
  4. ^ a b c Mario Segni, Instoria.it
  5. ^ Mario Segni e la vera storia sulla sua “rivoluzione mancata”, LSD Magazine, 2 aprile 2011
  6. ^ Referendum, Segni col "batti quorum": sì per dire addio all'inciucio, Panorama, 2009
  7. ^ Referendum, quorum non raggiunto. Maroni rilancia: "Cambierò le regole" in La Stampa, 22 giugno 2009. URL consultato il 12 marzo 2011.

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