Storia del sistema politico italiano
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| Per approfondire, vedi le voci Elenco dei governi italiani e Elenco dei governi italiani in ordine di durata. |
| Per approfondire, vedi la voce Sistema politico della Repubblica Italiana. |
Il Sistema politico italiano (o sistema partitico) è oggetto di molti studi politologici che ne hanno descritto le caratteristiche e la storia evolutiva. Il sistema politico è particolarmente fondamentale per lo studio delle istituzioni perché influenza profondamente le basi di un sistema statale.
Indice |
[modifica] L'Italia monarchica
| Per approfondire, vedi la voce Regno d'Italia. |
[modifica] La nascita del Regno di Italia
L’unificazione del Regno d'Italia fu caratterizzata per la sua relativa rapidità nel processo di costituzione (aprile 1859 – marzo 1861) anche grazie alle capacità politiche della classe dirigente del Regno di Sardegna e soprattutto di Cavour.
Altra caratteristica fondamentale fu il ritardo con cui tale processo si manifestò rispetto alle altre nazioni europee (esclusa la Germania, che venne unificata solo nel 1871). Tutto ciò comportò, per il nuovo stato, una rapida successione di importanti sfide (lingua, istruzione, equa distribuzione delle risorse), che altrove erano state diluite in tempi molto più lunghi. Anche per questo la classe politica dell’epoca scelse una struttura statale caratterizzata da un forte accentramento (per scongiurare le tendenze scissioniste e federaliste), e l’utilizzo non raro dell’esercito.
Ulteriori difficoltà furono dovute al contrasto che il nascente stato ebbe con alcune autorità che per diversi anni mantennero una certa influenza politica, come il Re di Napoli (rifugiatosi a Roma), L’Austria, la Chiesa Cattolica, e come se non bastasse verso la fine del secolo, il clima sociale fu ancora più turbato dalle prime organizzazioni ispirate al conflitto di classe (anarchici e socialisti).
[modifica] La regolamentazione fondamentale del nuovo stato
| Per approfondire, vedi la voce Statuto Albertino. |
Il nuovo stato fu regolato dallo Statuto Albertino, che fu emesso dal Re di Sardegna e che fu esteso, dopo l’unificazione, a tutto il territorio italiano. Sostanzialmente, lo statuto, attribuiva al re il potere di governare tramite i suoi ministri che nominava e revocava autonomamente. Non era previsto dunque il governo come soggetto autonomo dal sovrano.
Per tutto il “periodo liberale” il governo fu stretto tra il potere del re e quello del parlamento. Quest’ultimo organo era formato da un Senato e da una Camera dei deputati. Il primo non era elettivo e proprio per questo fu destinato a giocare un ruolo sempre minore rispetto alla camera, legittimata dal voto popolare pur limitato a una minima percentuale di cittadini (fino al 1919, data dell’entrata in vigore del suffragio universale maschile).
[modifica] Il sistema politico
| Per approfondire, vedi la voce non expedit. |
Nei primi anni la politica del nuovo stato pareva affermarsi intorno a una dinamica bipartitica, in parlamento si fronteggiarono infatti la destra e la sinistra “storica”. Presto però i deputati diedero vita al fenomeno chiamato “trasformismo” che comportò una mancanza di alternanza reale tra destra e sinistra al governo (trattandosi piuttosto di giochi parlamentari di alleanze mutevoli nel contesto parlamentare). Inoltre la democrazia italiana iniziò quasi da subito a caratterizzarsi per una durata limitata dei governi (in media solo 13 mesi). Il trasformismo infatti emerse anche in risposta alla elevata debolezza dei governi oltre che alla necessità, per i liberali, di far fronte comune contro le fazioni “antisistema”.
Un ulteriore particolarità del nuovo sistema politico era l’assenza di fazioni espressamente cattoliche, posizioni che si erano autoescluse dalla competizione parlamentare a seguito del non expedit. Tuttavia, fin da questi anni, la corrente cattolica prese a realizzare una fittissima rete associativa su tutto il territorio nazionale. Solo dopo l’aumentare dell’influenza del socialismo, la chiesa decise di rivedere le proprie posizioni, revocando il divieto di partecipazione cattolica alla competizione politica, a certe condizioni.
Il partito socialista (nato fin dal 1892) presentò fin da subito una divisione interna tra “riformisti” e “massimalisti”, ma ciò non bastò per fermare l’ascesa elettorale della nuova formazione partitica.
I liberali (come Sonnino e Pelloux) risposero al crescente conflitto sociale con una doppia strategia fondata sulla repressione e la concessione di alcune riforme, tra cui la riforma agraria. Tale strategia si rilevò però inefficace e anzi controproducente, essa innescò infatti un aumento delle ostilità antisistema. Il secolo si chiuse con un evento esplicativo della situazione politico-sociale italiana: l’assassinio del Re Umberto I ad opera di Gaetano Bresci.
I primi quindici anni del nuovo secolo furono determinati dalla politica di Giolitti (liberale) il quale si propose di affrontare il problema del conflitto sociale cercando l’integrazione nel sistema delle componenti antagoniste (cattoliche e socialiste), pensando poi di sviluppare alleanze parlamentari con entrambe, sfruttando la competizione fra esse. Il risultato in questo senso fu mediocre, dato il continuo manifestarsi del trasformismo invece che di reali alternanze politiche di governo. Sul piano politico però Giolitti ebbe anche alcuni successi, come il “Patto Gentiloni” che assicurò ai liberali un certo sostegno da parte della forza elettorale cattolica, attribuendo cosi al suo partito una posizione di predominanza.
[modifica] La fine della fase liberale
L’Italia entrò nella prima guerra mondiale per decisione del governo Salandra (con l’appoggio del Re), nonostante l’iniziale opposizione della maggioranza parlamentare. Le conseguenze della partecipazione alla guerra furono profonde, soprattutto nelle classi inferiori della società italiana, le quali pagarono il principale contributo di sangue. È in questo periodo che il movimento socialista si radicalizzava e si mobilitava in maniera sempre crescente scatenando un processo di contromobilitazione delle classi agiate, particolarmente sensibili al mito della “vittoria mutilata”. È in questi settori della società che il fascismo trovò i suoi sostenitori.
Nello stesso periodo anche i cattolici si organizzarono in maniera decisiva, fondando nel 1918 il Partito Popolare Italiano, seguito l’anno successivo dalla definitiva revoca del non expedit. Il PPI trovò fin da subito un capo riconosciuto e condiviso nella personalità di Don Luigi Sturzo.
A seguito delle elezioni del 1919, con la nuova legge elettorale proporzionale, i liberali furono definitivamente spodestati dalla posizione dominante che fino ad allora avevano goduto al parlamento. Il partito socialista e quello popolare, infatti, guadagnarono insieme più della metà dei seggi.
Mentre il sistema politico era paralizzato dai veti incrociati e dall’elevata conflittualità, il movimento fascista, con a capo Benito Mussolini, sfruttò l’occasione di fragilità istituzionale e giunse al potere il 28 ottobre 1922. Si concluse in quell’anno il regime liberale in Italia.
[modifica] L'Italia fascista
| Per approfondire, vedi la voce Fascismo. |
L’ingresso in politica del movimento fascista caratterizzò un cambiamento radicale per la fisionomia dello stato italiano nel quale, per la prima volta, venne utilizzata la minaccia dell’uso della forza per ricevere il potere esecutivo da parte del Re.
Dopo aver consolidato il suo potere, nel 1924 Mussolini aveva già trasformato il parlamento in un regime autoritario. Il nuovo sistema inizialmente non aveva le caratteristiche del regime totalitario, ma con il passare degli anni mostrò di voler andare in quella direzione integrando sempre di più gli italiani in diverse organizzazioni statali. Alcune radicali trasformazioni lasciate da questo periodo furono: la nascita della “politica di massa”, e il superamento dell’idea liberista del "non interventismo statale" nell’economia.
[modifica] La prima Repubblica
| Per approfondire, vedi le voci Italia repubblicana, Prima Repubblica e Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. |
| Per approfondire, vedi le voci Deputati I Legislatura, Deputati II Legislatura, Deputati III Legislatura, Deputati IV Legislatura e Deputati V Legislatura. |
| Per approfondire, vedi le voci Deputati VI Legislatura, Deputati VII Legislatura, Deputati VIII Legislatura e Deputati IX Legislatura. |
Il 25 luglio 1943 il regime fascista cadde a seguito sia della dissidenza interna alla gerarchia del partito fascista (sfiducia a Mussolini soprattutto ad opera del gerarca Grandi) sia per il colpo di stato monarchico, con cui il re e le forze armate intervennero consegnando il governo al maresciallo Badoglio. Dopo la liberazione, l’Italia divenne un paese a sovranità limitata, sotto la tutela degli Alleati. L’influenza degli USA fu decisiva sia per la ripresa economica, che per il consolidamento delle forze moderate nel sistema partitico.
[modifica] La regolamentazione fondamentale
| Per approfondire, vedi la voce Costituzione della Repubblica Italiana. |
Dopo la caduta del regime vi furono diversi elementi di discontinuità come i partiti rappresentati nel parlamento, classificabili tutti come espressamente antifascisti. Nel giugno 1946 inoltre, per referendum istituzionale, l’Italia divenne una Repubblica a cui seguì un assemblea costituente e l'elaborazione di una nuova costituzione entrata in vigore nel 1948.
Le forze politiche che ricevettero il maggiore consenso elettorale furono i tre partiti di massa esistenti a quel tempo in Italia: DC, PSI e PCI. La costituzione italiana era simile a le altre sviluppatesi in Europa in quell’epoca: lunga, con una prima parte dedicata ai diritti civili, politici e sociali, e una seconda parte che avrebbe descritto e regolato la Repubblica parlamentare italiana.
Il timore di un ritorno al passato suggerì ai redattori della costituzione l’elaborazione di un complesso sistema statale basato sul ruolo cruciale assegnato al parlamento e sull’istituzione di diverse istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica; Corte costituzionale; CSM; Ordinamento Regionale; Referendum abrogativo).
Si deve poi sottolineare che il carattere della democrazia repubblicana non fu esclusivamente determinato dalla costituzione, ma anche dalla legge elettorale, la quale fu inizialmente frutto di un compromesso tra i principali partiti. Si tratta di un sistema proporzionale che premia i partiti di massa quali PCI, PSI e DC. Nel 1948 le elezioni assegnano un ampio successo elettorale alla coalizione della DC, portando il suo leader Alcide De Gasperi alla presidenza del consiglio. Al sistema proporzionale venne data quindi un interpretazione maggioritaria, ma che dopo l’erosione dell’elettorato democristiano in favore degli altri partiti minori di destra, la “legge-truffa” assegnò il premio di maggioranza al partito con la maggioranza relativa, mantenendo cosi la leadership della DC incontrastata. Tuttavia nelle elezioni del 1953 il premio di maggioranza non venne più assegnato alla DC indebolendo fortemente la forza centrista.
L’assetto politico si spostò, in questo periodo, verso un sistema sempre più policentrico. Infatti dopo il 1953 le coalizioni sono sempre meno coese e più allargate. Nel 1962 vince la prima maggioranza di centro-sinistra che perde il PLI ma comprende il PSI (staccatosi dal PCI). In seguito, negli anni 1970, caratterizzati da forti difficoltà economiche e sociali, si sperimentarono le formule del governo di “unità” o “solidarietà” nazionale con la partecipazione del PCI al governo del paese (all’opposizione restò solo l’estrema destra). Il tentativo però fallì presto a causa della incompatibilità tra PCI e DC. Nacque cosi la nuova formula: il pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) che formarono tutti i governi dagli anni 1980 fino alla crisi del 1992.
[modifica] Il sistema politico
Il comportamento elettorale della prima Repubblica è suddivisibile in due fasi distinte. La prima fase andava dall 1953 al 1976 e fu caratterizzata da una crescente concentrazione del voto sui due partiti principali (nel 1976 DC e PCI insieme raccolsero il 73% dei voti). Nella seconda fase, che finisce nel 1992, la tendenza si invertì e inoltre si sviluppò il fenomeno della volatilità elettorale. In quest’ultima fase si affermò dunque una tendenza centrifuga che avrebbe favorito soprattutto i partiti di protesta (i radicali prima, e le leghe dopo).
Alla stabilità dei comportamenti elettorali nella prima repubblica corrispose la stabilità del sistema partitico. Analiticamente si riscontrano due principali sistemi di partito caratterizzati da, un pluralismo limitato (pochi partiti e competizione bipolare), o da un pluralismo estremo (più di cinque partiti rilevanti e competizione basata su tre poli). Quest’ultimo caratterizzò il sistema italiano fino alla conclusione della prima repubblica (sistemi analoghi furono “la quarta repubblica francese” e la “repubblica di Weimar”) e sembra scomparire solo oggi, dopo il processo innescato dalla riforma elettorale del 1993. Nel sistema polarizzato l’area di centro è “condannata” a governare, data la tendenziale riluttanza elettorale per le ali estreme, caratterizzate da una vocazione “antisistema”.
[modifica] Le istituzioni e il loro funzionamento
| Per approfondire, vedi la voce Parlamento della Repubblica Italiana. |
Il funzionamento delle istituzioni fu sempre fortemente influenzato dall’evoluzione del sistema partitico. La struttura parlamentare infatti ebbe, per designazione della costituzione, un ruolo di primo piano tra i vari organismi istituzionali. Innanzitutto il governo doveva rispondere al parlamento che attraverso mozioni di fiducia o di sfiducia poteva obbligare l’esecutivo alle dimissioni. Il parlamento italiano fu composto da due camere, che eccetto alcune piccole caratteristiche di forma, non vi erano rilevanti differenze di poteri tra camera e senato.
Nelle prime elezioni della repubblica (1948), per la prima e unica volta un solo partito ottiene la maggioranza assoluta favorendo cosi un interpretazione maggioritaria della costituzione. Successivamente a quelle elezioni i governi italiani furono sempre di “coalizione” caratterizzati quindi da forti differenze interne nei governi. Gia dagli anni 1960 si iniziò a rincorrere la stabilità allargando il più possibile le coalizioni (maggior numero possibile di seggi), ma il punto debole della prima repubblica fu quello che le elezioni non determinavano la composizione dei governi e il premier, ma solo la forza dei partiti interni al parlamento. Si dava quindi vita a governi frutto di mediazioni parlamentari non basati sulla diretta investitura democratica degli elettori (e quindi con minore consenso).
[modifica] La crisi della prima Repubblica
| Per approfondire, vedi le voci Deputati X Legislatura e Deputati XI Legislatura. |
| Per approfondire, vedi le voci Tangentopoli e Mani pulite. |
Gli anni 1980 furono caratterizzati dal trionfo del governo di centro e del suo sistema pentapartitico. In questo periodo però la conflittualità tra i partiti iniziò ad aumentare, anche in conseguenza della tendenza centripeta che portò una maggiore competizione tra i vari partiti. Quando il PSI propose la riforma istituzionale sul modello della quinta repubblica francese, incontrò l’opposizione della DC e del PCI, ma inaugurò una stagione in cui si aprì la discussione sulla possibilità di riformare le istituzioni italiane (che tuttavia non portarono ad alcun risultato concreto).
Negli anni che vanno dal 1989 al 1991, sul piano internazionale, avvennero importanti avvenimenti, quali la fine del comunismo reale e il crollo del muro di Berlino. A tali eventi seguì la scissione del PCI (nel 1991) in PDS, e Partito della Rifondazione comunista. Il venire meno delle paure comuniste premiò i partiti di sinistra a scapito della DC che da sempre cavalcava proprio la "paura comunista". Inoltre il partito di centro iniziò a pagare anche la crisi economica dello stato che si ritrovò con un forte debito a cui seguì un forte innalzamento delle tasse. In questo periodo iniziarono a svilupparsi le leghe (che successivamente si federeranno nella Lega Nord).
Sempre negli stessi anni, il malcontento si concretizzò con la raccolta di firme per sostenere il referendum a favore di una nuova legge elettorale in senso maggioritario, che nonostante l’ostilità dei leader politici dell’epoca, riscontrò un grande successo elettorale mettendo in luce il distacco tra società e classe politica italiana.
[modifica] La seconda Repubblica
| Per approfondire, vedi le voci Seconda Repubblica (Italia), Tangentopoli e Mani pulite. |
| Per approfondire, vedi le voci Deputati XII Legislatura, Deputati XIII Legislatura e Deputati XIV Legislatura. |
[modifica] Le premesse del cambiamento
I risultati delle elezioni del 1992 evidenziarono la crisi politica del “pentapartito” (tra l’altro diventato di soli quattro partiti, venendo meno all’alleanza il PRI) il quale non raggiunse più la maggioranza assoluta dei voti (si fermò al 48,8%). La DC toccò in questa tornata elettorale il suo minimo storico (29,7%), mentre l’unico partito che sembrò guadagnare molto fu la Lega Nord. Si aprì cosi un periodo di crisi molto complicato, aggravato anche dalle dimissioni anticipate del Presidente Della Repubblica Francesco Cossiga e dalla successiva paralisi decisionale per l’elezione di un nuovo Presidente. Solo dopo il tragico assassinio di Giovanni Falcone la situazione si sbloccò e venne eletto Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. In seguito si formò il governo presieduto da Giuliano Amato, mentre iniziò a irrompere nella scena politica italiana la magistratura (a partire dalla primavera del 1992) con una serie di indagini giudiziarie che avrebbero presto configurato lo scandalo di tangentopoli. La situazione di crisi politica fu accentuata dalla crisi finanziaria di quegli anni, cosi il nuovo governo si ritrovò davanti a una situazione molto complicata a cui tentò di rispondere con un generale aumento delle tasse che comportò un ulteriore deterioramento della fiducia popolare nella classe politica. Ad avvantaggiarsi di tutta questa situazione parevano essere le ali estreme (MSI e i partiti di sinistra) ma l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi con Forza Italia rivoluzionò completamente l’assetto politico italiano talmente tanto da far parlare di una “seconda repubblica”.
Nella primavera del 1993 il governo Ciampi seguì a quello Amato, durante il nuovo governo venne indetto un nuovo referendum elettorale che cambiò in senso misto ma prevalentemente maggioritario il sistema elettorale. Infine nel 1994 vennero indette le elezioni anticipate, fu questo il culmine della prima repubblica.
[modifica] Il nuovo sistema elettorale
La legge elettorale del 1993 (famosa con il nome di Mattarellum) e le elezioni anticipate del 1994 stravolsero l’intero sistema politico. In primo luogo la voce ritornò agli elettori in risposta alla fase di stallo che la classe politica stava ormai attraversando. In secondo luogo il sistema maggioritario ricadde su tutto il territorio nazionale investendo comuni, province e regioni contribuendo cosi a dare un certo rilievo a tutte le cariche monocratiche, tanto da stabilire un certo contatto tra la politica nazionale e quella locale (i candidati iniziano a muoversi da cariche locali come il sindaco a carica nazionali come il ministro e viceversa).
[modifica] Le conseguenze politiche
Alla vigilia del voto che avrebbe sperimentato il nuovo sistema elettorale la sinistra riuscì a creare una grande coalizione (i progressisti) che includeva il PDS, RC, verdi ecc.. Al centro si aggregarono alcune piccole forze espressione della vecchia DC; ma la novità principale si trovava a destra, dove Berlusconi diede vita in poche settimane a Forza Italia e creò un alleanza con l’ex-MSI (Alleanza Nazionale) e la Lega Nord. I risultati elettorali premiarono Berlusconi e la sua coalizione che ottenne una larga maggioranza alla camera e leggermente minore al senato. Le elezioni segnarono un fortissimo rinnovamento della classe politica, sono infatti più del 70% i parlamentari di "prima nomina".
Presto però il primo governo Berlusconi dovette affrontare delle difficoltà tra cui soprattutto l’aumento delle indagini sul Premier e le sue aziende a cui seguì un decreto legge governativo che voleva diminuire i poteri della magistratura. Il provvedimento scatenò una nuova ondata di protesta, che comportò anche un certo disappunto da parte degli alleati AN e LN. Ma il cortocircuito arrivò poco dopo, sulla proposta dell’esecutivo di limitare i benefici pensionistici, provvedimento che fece spezzare l’alleanza da parte della Lega decretando la caduta del governo.
Nonostante la richiesta di elezioni anticipate, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro riuscì faticosamente a costruire una maggioranza tecnica che sfociò nella nascita del governo Dini (con mandato limitato). E mentre il nuovo governo scivolava sempre più verso sinistra, nella stessa area si consolidava il progetto “L'Ulivo”, che divenne presto il perno della coalizione di centro-sinistra.
Nel 1996 alle nuove elezioni, L'Ulivo vince e realizza il primo governo Prodi. La Lega, che non si era schierata, perde la scommessa di diventare l’ago della bilancia, preludio questo di un ritorno all’alleanza con Forza Italia e Alleanza Nazionale.
Il governo Prodi si caratterizzò per la sua stabilità, infatti Prodi realizzò il record di circa due anni e mezzo di governo. Tuttavia non mancarono le forti differenze ideologiche interne alla coalizione rafforzate dal fatto che RC non aveva realizzato un vero programma di coalizione con l’Ulivo, ma non entrando nel governo, si limitava ad un sostegno esterno che ad un certo punto fece mancare provocando la caduta del governo. Alla fine del governo Prodi seguì un nuovo tentativo tecnico che trovò un rapido successo sfociato nella nascita del Governo D'Alema I.
Per le elezioni del 2001 Forza Italia riuscì a consolidare una grande alleanza (ri-comprendente la Lega) chiamata la “Casa delle libertà”. A sinistra invece, l’Ulivo candidò il sindaco di Roma, Rutelli, ma il non superamento della rottura con RC comporterà l’inevitabile sconfitta elettorale. Autonomi in queste elezioni furono la lista Pannella-Bonino e L’Italia dei valori.
Queste elezioni evidenziarono uno dei principali cambiamenti nel sistema politico a seguito della seconda repubblica: l’alternanza governativa. Infatti, alla sinistra uscente si sostituì una forza di destra visibilmente diversa e alternativa alla precedente maggioranza. Una ovvietà questa per un sistema democratico maturo, ma che il nostro paese iniziò a conosce solo in occasione di queste elezioni.
Il secondo governo Berlusconi fu il più lungo di tutta la storia repubblicana (ma anche dell’Italia unita). La quattordicesima legislatura (2001-2006) si caratterizzò per una straordinaria stabilità governativa. Infatti, nonostante vi furono due governi, l’incarico di premier fu ricoperto sempre e solo dalla stessa persona senza quindi venire meno al mandato elettorale. Si erano dunque realizzate, almeno in parte, le promesse del maggioritario: il sistema decisionale del nostro fece senz'altro un discreto passo in avanti.
[modifica] Il nuovo sistema politico
La fase apertasi nel 1992 fu caratterizzata da un profondo mutamento di tutto il sistema politico: I protagonisti (politici e partiti) della prima repubblica scomparirono o conobbero notevoli trasformazioni (scomparvero i partiti “anti-sistema”); nella classe politica nazionale entrarono nuove figure professionali (imprenditori, liberi professionisti) invece del consueto “politico di mestiere”; I problemi che in questa fase non vennero ancora superati sono l'elevato numero di "partiti rilevanti" (grandi coalizioni con piccoli partiti “ago della bilancia”).
Si era dunque sviluppata una "proporzionalizzazione" del maggioritario, che di fatto, per il momento non riduceva i partiti, ne rendeva definitivamente stabili i governi, nonostante la positiva tenuta del governo Berlusconi II che sembrava proiettare proprio in quella direzione.
Dopo le elezioni del 1996 la competizione partitica assunse una struttura prevalentemente bipolare fra le due coalizioni (centro-destra e centro-sinistra), venendo definitivamente meno la struttura tripolare del periodo precedente. Questa situazione mostrò una tendenza centripeta, ma le ali estreme rimasero comunque ancora forti e determinanti fino alle elezioni del 2008.
Aspetto importante avvenuto in questo periodo fu il distacco del legame di parentela tra interessi organizzati e partiti. Infatti Chiesa cattolica, Confindustria e sindacati, iniziarono a perdere un esplicito riferimento partitico, ovviando poi con una trasversalizzazione dei collegamenti.
Alla fine del governo Berlusconi II, il consenso si ridusse drasticamente, anche settori imprenditoriali e altre voci (come il Corriere della sera) di centro-destra, non mancarono di criticare duramente il governo. Questa situazione indusse il governo ad approvare a maggioranza una nuova legge elettorale volta a limitare i danni del crollo di consenso grazie all'abolizione dei voti uninominali in cui la sinistra si era mostrata molto più forte.
[modifica] Cambiamenti istituzionali
Berlusconi, durante il suo mandato ricevette numerosi avvisi di garanzia, a cui rispose (per la prima volta in epoca repubblicana) non dimettendosi. Le indagini giudiziarie che interessarono il leader del centro-destra non si tramutarono mai in un esilio dalla politica, ma certo ne condizionarono l’azione di governo in materia di giustizia.
Durante il governo Berlusconi II il Presidente della Repubblica, Ciampi, si trovò di fronte a una situazione diversa da quella dei suoi predecessori. L’inedita stabilità governativa infatti, pareva limitare il ruolo del capo dello stato, che tuttavia sfruttò più volte altri poteri concessi alla sua carica (come il rinvio delle leggi alle camere).
In generale i rapporti tra le varie istituzioni del sistema politico italiano variarono profondamente anche senza che vi sia mai stata una riforma costituzionale. Tuttavia il tentativo di riformare la costituzione ci fu, prima nel 1997 (bicamerale presieduta da D’Alema), e poi nuovamente durante il secondo governo Berlusconi. A differenza del centro-sinistra, la maggioranza di centro-destra non intese perseguire la strategia della ampia maggioranza, ma varò la riforma con le proprie forze parlamentari. A questo atteggiamento corrispose una forte opposizione che culminò con un referendum confermativo che annullò la riforma per intero. Maggiore successo ebbero invece delle riforme parziali per lo più varate proprio con ampie maggioranze.
Vi furono poi alcuni mutamenti, che pur non essendo di carattere costituzionale, furono di estrema rilevanza come la riforma dei regolamenti parlamentari grazie ai quali il ruolo del governo ne uscì rafforzato.
Insomma, la legge elettorale del 1993 aveva favorito non solo un ciclo di riforme e modifiche regolamentari, ma anche una drastica evoluzione del funzionamento parlamentare, ad esempio: I presidenti delle camere sono sempre meno ruoli di garanzia tecnica e sempre di più espressione delle maggioranze (dal 1994 sono sempre provenienti dall’area di governo); i governi sono sempre più rafforzati, anche perché, a seguito della riforma, gli elettori conoscono chi è il futuro premier fin dallo spoglio elettorale (non v’è più contrattazione posticipata in merito a questa carica)
[modifica] La nuova legge elettorale del 2006
La nuova legge elettorale (2006) si configura come una legge proporzionale con soglie di sbarramento variabili e premio di maggioranza alla coalizione che ottiene più voti. Essa prevede inoltre che i partiti in coalizione siglino un programma e indichino un leader.
Vi sono delle importanti differenze tra la legge della camera e quella del senato, in quest’ultima infatti è stato introdotto il premio di maggioranza regionale caratteristica che ha procurato seri problemi alle elezioni politiche del 2006.
[modifica] Gli effetti nelle elezioni del 2006
| Per approfondire, vedi le voci Elezioni politiche italiane del 2006 e Deputati XV Legislatura. |
Le elezioni del 2006 si caratterizzarono per il clamoroso fallimento delle previsioni basate sui sondaggi, infatti il margine previsto di circa il 5% si ridusse fino a poco più di 24.000 voti in più alla camera per l’unione. Il premio di maggioranza decretò comunque un vincitore: il centro-sinistra (governo Prodi II).
Al senato la nuova legge elettorale produsse dei singolari effetti. I premi di maggioranza regionali si annullarono a vicenda e produssero una situazione di stallo con il centro-destra a quota 155 seggi e il centro-sinistra 154 cui si aggiunsero 4 senatori della circoscrizione estero (più uno indipendente) e i senatori a vita che più volte sostennero la vita del governo.
Ad ogni modo l’esecutivo si mostrò subito molto debole, visto che la risicata maggioranza non gli permise di divincolarsi agevolmente tra l’opposizione (particolarmente ostruzionista rispetto alle precedenti legislature) e i dissidi interni alla coalizione (questa volta causati dall’area centrista della coalizione).
Il secondo governo Prodi cadde definitivamente il 24 gennaio 2008 a cui conseguì un rapido ritorno alle urne e un crollo di consensi per la sinistra come forza di governo.
[modifica] Gli effetti nelle elezioni del 2008
| Per approfondire, vedi le voci Elezioni politiche italiane del 2008 e Deputati XVI Legislatura. |
| Per approfondire, vedi la voce Sistema politico della Repubblica Italiana. |
Al contrario delle precedenti elezioni, la strategia dei partiti in occasione delle elezioni politiche 2008 è stata molto diversa sia nelle intenzioni che negli effetti. Dopo la drastica perdita di consenso del governo di centro-sinistra, il leader del PD Walter Veltroni, decise di "correre da solo" o quasi includendo nell'alleanza solamente l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro. La sinistra estrema rimase cosi nuovamente fuori dalla possibilità di governare e rispose con un esperimento di coalizione tra tutti i partitini di quell'area che prese il nome di "la sinistra, l'arcobaleno".
A destra il rinnovato consenso popolare per Berlusconi servì a questi per recuperare fiducia, come capo della coalizione, da parte della Lega Nord e di Alleanza Nazionale. L'UDC invece, nonostante le molte trattative, non rientratò più nello schieramento. Inoltre, Berlusconi accettando la sfida di Veltroni, decise di formare un nuovo partito che raccogliese tutti i partitini di destra, Alleanza nazionale e Forza Italia che prese il nome di PDL (Popolo della libertà). La nascita del PDL non fu senza polemiche, derivate soprattutto dalla velocità con cui essa fu realizzata oltretutto senza alcuno scioglimento dei partiti fondatori.
Il vantaggio della destra non fu raggiunto e le elezioni decretarono un vincitore indiscusso con ampia maggioranza ad entrambe le camere. Caratteristica fondamentale di questo risultato elettorale è l'impressionante semplificazione partitica: nelle camere sono rappresentate solo sei formazioni di cui una sola (UDC) autonoma e le altre alleate (destra: PDL-Lega-MPA; sinistra: PD-IDV). Sono infatti praticamente scomparsi dalla rappresentanza parlamentare le formazioni estreme di destra e di sinistra, dando l'impressione che il passaggio alla seconda repubbblica sia definitivamente avvenuto: forte bipolarismo con pochi partiti che "contano" e alternanza di governo.
[modifica] Voci correlate
- Unificazione italiana
- Regno d'Italia
- Fascismo italiano
- Italia repubblicana
- Prima repubblica
- Tangentopoli
- Seconda repubblica
- Storia delle dottrine politiche moderne
[modifica] Bibliografia
- Donatella Della Porta, I partiti politici, 2001, ISBN 9788815083296
- Carlo Guarnieri, Il sistema politico italiano, 2006, ISBN 9788815115225


