Bettino Craxi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

bussola Disambiguazione – "Craxi" reindirizza qui. Se stai cercando altri significati di Craxi, vedi Craxi (cognome).
Bandiera Presidente del
Consiglio dei Ministri
Stemma
Bettino Craxi
Luogo di nascita Milano
Data di nascita 24 febbraio 1934
Luogo di morte Hammamet
Data di morte 19 gennaio 2000 (65 anni)
Partito politico Partito Socialista Italiano
Coalizione Pentapartito
Mandato 4 agosto 1983 - 17 aprile 1987
Elezione
Titolo di studio Maturità classica
Professione dirigente politico, giornalista
Coniuge
Vicepresidente
Predecessore Amintore Fanfani
Successore Amintore Fanfani

Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934Hammamet, 19 gennaio 2000) è stato un politico italiano.

Fu il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. Negli anni di Tangentopoli, in seguito alle indagini di Mani Pulite, venne condannato e fuggì ad Hammamet, in Tunisia, dove trascorse gli ultimi anni e morì da latitante.

È uno degli uomini politici più rilevanti della storia della prima Repubblica[1], ma anche uno dei più controversi.


Indice

[modifica] Biografia

[modifica] L'inizio della carriera politica

Primogenito dell'avvocato Vittorio Craxi, la cui famiglia paterna era originaria di San Fratello, un comune della provincia di Messina sui Nebrodi, e di Maria Ferrari, una casalinga di Sant'Angelo Lodigiano, Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934.

Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia decide di affidarlo al collegio cattolico "De Amicis" a Cantù, sia per il carattere turbolento, sia per allontanarlo dai pericoli che correva a causa dell'attività antifascista del padre che, dopo la liberazione, assumerà la carica di vice-prefetto a Milano e poi quella di prefetto a Como.

Terminata la guerra, Bettino Craxi iniziò ad avvicinarsi giovanissimo alla politica; nel 1953 a diciannove anni entrò nella federazione milanese del Partito Socialista, diventandone funzionario e quattro anni dopo, a ventitré anni, fu eletto nel comitato centrale del PSI. Nel frattempo frequentò l'Università, diventando vicepresidente dell'Unuri, il parlamentino degli studenti. Intanto proseguiva la sua ascesa all'interno del PSI: nel 1965 divenne membro della direzione nazionale. Dopo un'esperienza di amministratore come consigliere comunale a Sant'Angelo Lodigiano e assessore nella sua Milano, iniziata nel 1960, nel 1968 veniva eletto per la prima volta in Parlamento.

Poco dopo il fallimento dell'unificazione socialista (1969), nel 1970 diventò vicesegretario nazionale, su nomina di Giacomo Mancini.

Nel 1972 con l'elezione di Francesco De Martino a segretario nazionale del PSI, durante il congresso di Genova, Craxi viene confermato insieme a Giovanni Mosca nel ruolo di vicesegretario, ricevendo l'incarico di curare i rapporti internazionali del partito. Da rappresentante del PSI presso l'Internazionale Socialista stringe legami con alcuni dei principali protagonisti della politica estera del tempo, da Willy Brandt a Felipe González, da François Mitterrand a Mario Soares, da Michel Rocard ad Andreas Papandreou.

All'interno del partito fu un convinto sostenitore di Pietro Nenni e del centro-sinistra "organico" che in quegli anni governava l'Italia. Da responsabile del PSI per gli esteri finanziò economicamente alcuni partiti socialisti messi al bando dalle dittature dei rispettivi Paesi, tra cui il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il Partito Socialista Cileno di Salvador Allende, di cui Craxi era amico personale, e il Partito Socialista Greco.

[modifica] L'elezione a segretario e il nuovo corso

Nel 1976, un articolo sull'Avanti! del segretario socialista Francesco De Martino provocò la caduta del governo Moro, provocando le successive elezioni anticipate che si conclusero con una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer, mentre la Democrazia Cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa solo per pochi voti.

Per il PSI invece, quelle elezioni furono una pesante sconfitta. I voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. De Martino, che puntava ad una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del partito una grave crisi. Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il comitato centrale si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma ed elesse Bettino Craxi, da pochi giorni capogruppo alla Camera, nuovo segretario.

La scelta di Craxi fu frutto di una mediazione fra le varie correnti socialiste che si presentavano fortemente frammentate e quindi incapaci di far emergere un segretario, appoggiato da una solida maggioranza. Emerse così la volontà di eleggere un "segretario di transizione" che guidasse il partito fuori dalla crisi. Il primo a proporre il nome di Craxi, fu il calabrese Giacomo Mancini, che riuscì a far convergere sul suo nome anche i voti delle correnti guidate da Claudio Signorile ed Enrico Manca. Si opposero alla sua elezione soltanto i cosiddetti "demartiniani", ostili a colui che era considerato il "pupillo di Nenni", i quali però al momento delle votazioni preferirono astenersi.

Craxi mostrò da subito le sue doti politiche, dimostrando di essere tutt'altro che un semplice "segretario di transizione". Nominò suoi collaboratori personalità nuove, alcune molto giovani, tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la "rivoluzione dei quarantenni". Craxi si muove con determinazione ed energia, puntando al rilancio del partito, che "partendo dalla sua grande tradizione, ritrovi il suo orgoglio e il coraggio di intraprendere nuove strade, di dare inizio" a quello che il segretario chiama "il nuovo corso". Puntando a tracciare nuovi sentieri, Craxi si oppone al compromesso storico e delinea, per il futuro, una linea dell'alternanza, fra DC e il suo partito.

Durante il sequestro Moro fu l'unico leader politico a dichiararsi disponibile ad una trattativa, attirandosi addosso parecchie critiche. In quello stesso anno, il 1978, si svolse a Torino il XLI congresso in cui Craxi, riuscì a farsi rieleggere, malgrado la sua corrente dell'"Autonomia Socialista" avesse un duro scontro all'inizio con la corrente lombardiana (guidata da Claudio Signorile) e con quella demartiniana (con a capo Enrico Manca), che lo avevano appoggiato due anni prima.

Craxi si presentò agli Italiani in una maniera totalmente nuova: da un lato prese esplicitamente le distanze dal leninismo rifacendosi a forme di socialismo non autoritario[2], e dall'altro si mostrò attento ai movimenti della società civile e alle battaglie per i diritti civili, sostenute dai radicali, curava la propria immagine attraverso i mass media e mostrava di non disdegnare la politica-spettacolo. Avviò una campagna per la "governabilità del governo", assumendo toni sempre più decisionisti, con quella che nei giornali sarà chiamata la "grinta di Craxi".

[modifica] Craxi presidente del Consiglio

Per approfondire, vedi la voce Governo Craxi I.

L'azione di Craxi viene aspramente criticata dalla sinistra interna, ma trascina il partito all'ottimo risultato raggiunto alle elezioni del 1983. In seguito a ciò, Craxi – che nel 1979 aveva dovuto rinunciare ad un precedente incarico, conferitogli dal presidente Pertini – chiede e ottiene la presidenza del Consiglio. È il primo socialista che ci riesce.[3]

Il primo governo Craxi è sostenuto dal Pentapartito, un'alleanza fra Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli. Quest'alleanza nasceva non da accordi pre-elettorali o da una comune identità di vedute, ma dall'opportunità, fortemente sfruttata da Craxi, offerta dal capovolgimento delle alleanze tra le correnti della Democrazia cristiana (la cui gestione interna s'era assestata sulla linea del Preambolo di Donat Cattin, che aveva sostenuto la necessità di "tenere i comunisti fuori dal governo"): è l'unica maggioranza, in pratica, capace di potersi formare, senza coinvolgere in nessun modo il Pci.

Nonostante ciò, il suo governo fu uno dei più lunghi nella storia della Repubblica e riuscì a lasciare una traccia profonda nella politica italiana.

[modifica] Politica interna dei governi Craxi

Il 5 agosto 1983, appena un giorno dopo aver formato il suo primo governo, Craxi istituisce il Consiglio di Gabinetto, dando seguito ad un impegno assunto con i partiti del Pentapartito nel corso delle consultazioni: «Si tratta - disse allora Craxi - di un Consiglio nel quale saranno rappresentate tutte le forze politiche; un Consiglio politico, che dovrà consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri, su tutte le questioni di indirizzo importanti. Si tratta di un organismo autorevole in cui saranno rappresentati anche i ministeri politici ed economici più importanti». La prima riunione si svolge il 26 agosto e vi prendono parte, oltre naturalmente a Craxi, Arnaldo Forlani, vicepresidente del Consiglio e Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, Giovanni Goria, ministro del Tesoro, Oscar Luigi Scalfaro, ministro dell'Interno in rappresentanza della Dc, Giovanni Spadolini, segretario del Pri e ministro della Difesa, Renato Altissimo ministro dell'Industria del Pli, Gianni De Michelis, Psi e ministro del Lavoro e il ministro del Bilancio e Psdi Pietro Longo. Fanno parte del Consiglio quindi i rappresentanti di tutti e cinque i partiti dell'alleanza di governo. Il Consiglio in seguito assunse un ruolo centrale e agì come sede di concertazione delle principali decisioni politiche nel successivo triennio, contribuendo alla fama di "governo forte" che assunse quell'Esecutivo. Presenziava alle riunioni il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato (PSI).


Furono diversi i provvedimenti varati dal governo Craxi, fra i più importanti:

  • il contestato taglio di quattro punti della Scala mobile, a seguito del cosiddetto "decreto di San Valentino", ottenuto con la sola concertazione della CISL e della UIL. La CGIL, invece, abbandonò le trattative e diede vita a massicce manifestazioni di massa, con la collaborazione del Pci, che nel frattempo scatenò in Parlamento un ostruzionismo durissimo. Il decreto passò con la fiducia e in seguito venne avviata una raccolta di firme che portò ad un referendum abrogativo. Al referendum, che si tenne nella primavera del 1985, Craxi partecipò attivamente alla campagna elettorale a sostegno della sua riforma, riuscendo ad ottenere, a sorpresa, la sconfitta degli abrogazionisti[5].
  • La politica economica dei suoi governi è stata molto discussa: da un lato l'inflazione, dal 1983 al 1987, scese dal 16% al 4%, e lo sviluppo dell'economia italiana, secondo soltanto a quello del Giappone, vide sia una crescita dei salari (in quattro anni, di quasi due punti al di sopra dell'inflazione), sia il momentaneo sorpasso del reddito nazionale e quello pro-capite della Gran Bretagna, diventando il quinto paese industriale avanzato del mondo[6]. In quegli stessi anni però il debito pubblico passò da 234 a 522 miliardi di euro (dati valuta 2006) e il rapporto fra debito pubblico e PIL passò dal 70% al 90%[7]). Ciò ha fatto dire che la sua gestione del bilancio - sul punto non correttiva degli squilibri accumulativi nei conti pubblici nel decennio precedente - ha provocato allo Stato debiti enormi che tuttora vengono pagati dai cittadini.[8]
  • Il "decreto Berlusconi", varato dopo la decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Fininvest di proprietà di Silvio Berlusconi, allora un semplice imprenditore con cui Craxi aveva una forte amicizia (fece da testimone al suo secondo matrimonio). Il decreto stabilì la legalità delle trasmissioni delle televisioni dei grandi network privati, ma suscitò aspre critiche nel Paese[11] e fu approvato dal Parlamento solo tramite il voto di fiducia[12].
Silvio Berlusconi e Bettino Craxi nel 1984


Rimase invece "un inutile abbaiare alla luna" - come lo definì Craxi stesso con amarezza - il progetto di una "grande riforma" costituzionale in senso presidenzialista, che desse maggiore efficienza in senso decisionista ai poteri pubblici italiani; non si raggiunse mai in Parlamento la maggioranza necessaria anche solo per affacciare l'ipotesi di approvazione di un testo, sul quale peraltro vi erano forti oscillazioni nello stesso entourage craxiano (vi era chi optava per il presidenzialismo all'americana e chi per quello alla francese).

Craxi propose anche – sulla scorta di analoghe operazioni effettivamente realizzate negli anni Settanta in Grecia e, negli anni Cinquanta, nella Germania di Konrad Adenauer – la "lira pesante", un progetto per la parità uno a mille della valuta, si disse con la possibile coniazione di una moneta con l'effigie di Garibaldi; l'operazione non ebbe alcun seguito[13]. Con i potentati economici del Nord il rapporto fu sempre alquanto dialettico: al congresso della CGIL del 1986 accusò gli industriali di voler "lucrare senza pagare", ricevendo dalla platea sindacale un caloroso applauso[14] e dando così l'impressione di un'efficacia redistributiva maggiore di quella che – dopo la marcia dei quarantamila che aveva visto spuntarsi le armi del sindacalismo confederale – era promessa dal massimalismo di sinistra facente capo al PCI. Dalla Confindustria venne invece una posizione problematica, che lamentava come alla richiesta di contributo al benessere della collettività da parte dei ceti produttivi non corrispondesse la condotta del settore pubblica, alla cui spesa - decollata negli anni Settanta - il sistema partitico continuava a non porre freni[15].

Assai più criticati, perché rientranti in una nozione di ingerenza dello Stato in economia che avrebbe poi trovato rovinosamente la fine negli anni Novanta, furono gli interventi del governo Craxi per la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca (elusa dal consiglio di amministrazione con la sua nomina a presidente onorario) e l'opposizione alla vendita del complesso alimentare dell'IRI – la SME – negoziata direttamente dal suo presidente Romano Prodi e smentita da una direttiva del Governo[16].

[modifica] Politica estera dei governi Craxi

Nella politica estera, Craxi continuò la politica atlantista dei suoi predecessori, ai quali aveva dato l'appoggio del suo partito per l'installazione in Sicilia degli "euro-missili" posizionati contro l'URSS; nel contempo, però mantenne una linea di attenzione ad alcune cause terzomondiste, come già lasciava prevedere - prima del suo arrivo alla guida del Governo - il sostegno dato all'Argentina nella Guerra delle Falkland, senza però interferire in alcun modo nel conflitto.

Stipulò accordi con i governi della Jugoslavia e della Turchia; sostenne anche il dittatore della Somalia Muhammad Siad Barre, già segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo. Fornì un appoggio convinto alla causa palestinese e intrecciò relazioni diplomatiche con l'OLP e con il suo leader Yasser Arafat, di cui divenne amico personale, sostenendone le iniziative.

Obiettivo dichiarato era quello di fare dell'Italia una potenza regionale nell'area del Mar Mediterraneo e del Vicino Oriente. In quest'ambito, tre episodi sono considerati quelli più significativi, e tutti e tre coinvolsero gli Stati rivieraschi di fronte alle coste italiane: Egitto, Libia e Tunisia.


[modifica] La crisi di Sigonella

L'episodio più noto è senza dubbio la "crisi di Sigonella": il caso esplose nel 1985, quando alcuni membri del FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina) – un movimento guerrigliero palestinese d'ispirazione marxista che ricorse anche al terrorismo – si impadronirono della nave da crociera italiana Achille Lauro. Craxi ed Andreotti preferirono il dialogo con i terroristi. Dopo le trattative fu concessa a tutti i membri del commando, compreso il leader Abu Abbas che era stato inviato da Arafat a mediare, una sicura fuga in Egitto tramite trasporto aereo, in cambio del rilascio dei prigionieri. Poco prima dell'arrivo di Abu Abbas sulla nave il commando aveva ucciso un passeggero paraplegico ebreo di nazionalità statunitense, Leon Klinghoffer. Reagan venuto a saperlo, ordinò all'aviazione di marina statunitense di intervenire con la forza nel tentativo di catturarlo e di trascinarlo nella base Nato di Sigonella in Sicilia, per fare scalo verso gli USA.

Abu Abbas era su un Boeing 737 con destinazione Tunisi o Algeri. Con lui i 4 palestinesi che avevano sequestrato l'Achille Lauro: avrebbe fatto da mediatore per la liberazione degli ostaggi in cambio dell'impunità per i 4 palestinesi, ma a mezz'ora dal decollo l'aereo fu affiancato da quattro F-14 americani: al Presidente del Consiglio Craxi una chiamata dalla Casa Bianca ordina di dirottare il Boeing sulla base Nato di Sigonella.

L'aereo atterra a Sigonella e 250 uomini, fra avieri di leva e carabinieri, lo circondarono; da due C-141 Lockheed da trasporto che sbarcarono 50 teste di cuoio della Delta Force che sfidarono avieri e carabinieri circondandoli: l'obiettivo era di prelevare i palestinesi e portarli in America. Craxi voleva però che gli uomini fossero processati in Italia ed ordina ad altri carabinieri di circondare gli americani. Italiani e statunitensi giungono al contatto fisico, puntano le armi, si minacciano a vicenda, le guardie egiziane sull'aereo sono pronte a respingere eventuali assalti americani.

Alle 2.00 Reagan telefona, chiede personalmente la consegna dei quattro uomini, ma Craxi non è d'accordo. La tensione fra Italia e Stati Uniti era alle stelle, lo scontro fra i due Paesi non era mai stato così aspro da quando sono alleati. Nel duro scontro telefonico con l'allora presidente Usa, Ronald Reagan, Craxi - raggiunto nella notte dalla famosa conversazione telefonica con la Casa Bianca - fece prevalere le ragioni della sovranità nazionale: il reato era stato commesso in territorio italiano e che quindi solo la giustizia italiana aveva il diritto di giudicare Abu Abbas e i membri del commando. Quando il leader socialista ventilò addirittura un intervento armato dell'esercito italiano contro gli americani, lo stallo fu superato solo con la decisione di trasferire i palestinesi con un volo da Sigonella a Ciampino: ma un aereo USA violò lo spazio aereo italiano seguendolo fino a destinazione, cosa che Craxi denunciò in Parlamento.

In seguito, Abbas sfuggì alla giustizia italiana e fu catturato dalle truppe americane solo nel 2004, durante le operazioni militari immediatamente successive alla Seconda Guerra del Golfo.[17] Quando Craxi si presentò al Senato per chiarire l'intera vicenda, ottenne l'approvazione anche dei comunisti, che aveva sempre attaccato con durezza: la sua affermazione, secondo cui anche Mazzini era ai suoi tempi considerato un terrorista (mentre era a capo di un movimento di liberazione nazionale alla stessa stregua di Arafat), produsse l'immediata uscita dal governo del Partito Repubblicano Italiano, fedele alleato degli Stati Uniti. Questa netta presa di posizione di Craxi rese manifesta l'alleanza che egli aveva stretto con il leader palestinese dell'OLP Yasser Arafat: si trattava di una politica che fu chiamata da alcuni dei suoi detrattori il "Social-Islam", ma che gli fu ascritta a merito dalla maggioranza degli Italiani secondo i sondaggi dell'epoca[18]; il presidente della repubblica Sandro Pertini dichiarò riprendendo un sentimento diffuso che "Craxi aveva difeso l'indipendenza dell'Italia". Il settimanale britannico The Economist dipinse Craxi come "l'uomo forte d'Europa".

Forte di un vasto consenso popolare, Craxi riuscì ad ottenere nuovamente la guida del governo, cui il Pri diede il suo sostegno ancora con la partecipazione di Spadolini.

[modifica] Il bombardamento americano di Tripoli

All'epoca del bombardamento americano contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile 1986, il ruolo di Craxi fu reputato eccessivamente prudente e fu per questo criticato dalla stampa nazionale[19] per non aver reagito alla rappresaglia libica (il lancio di missili su Lampedusa). Oltre venti anni dopo è emersa una ben diversa descrizione dei fatti[20] secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano, che considerava la ritorsione americana, scaturita dalla politica di appoggio al terrorismo della Libia, come un atto improprio, che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella[21] secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli americani: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

Tale tesi, nel contempo, però, non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse[22] che il governo italiano - e nessun altro governo della NATO, ad eccezione di quello britannico - non era stato coinvolto nella sua preparazione[23]. Sul punto, però, è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters ad informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia[24].

[modifica] La deposizione di Bourghiba

Nel novembre 1987 la senescenza del padre della patria tunisina, Habib Bourguiba, indusse la diplomazia francese a cercare di "teleguidare" un proprio candidato alla successione[25]: ma ventiquattr'ore prima della loro mossa, la successione di Bourghiba avvenne con un colpo di Stato incruento di Zine El-Abidine Ben Ali, al quale immediatamente Craxi offrì il necessario sostegno internazionale.

Dieci anni dopo, le memorie[26] dell'ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi, rivelarono che non solo si era avuto il prematuro (e concordato) riconoscimento internazionale italiano del nuovo governo tunisino, ma addirittura la scelta del nuovo Presidente "bruciando sul tempo" il candidato di Parigi.

[modifica] Il secondo governo Craxi e la "staffetta"

Per approfondire, vedi la voce Governo Craxi II.

Una nuova crisi esplose nel 1986. Il segretario della Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita, ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo Capo dello Stato Francesco Cossiga a Craxi fosse vincolato ad un informale "patto della staffetta", che avrebbe visto un democristiano alternarsi alla guida del governo dopo un anno, per condurre al termine la legislatura. Dopo aver taciuto per mesi intorno a questo patto, avallandone implicitamente l'esistenza, Craxi – con l'ennesima dimostrazione di quella disinvoltura politica che gli fu più volte rimproverata come "arroganza" al limite dell'improntitudine, e che lui rivendicava invece come necessario indizio di decisionismo – sconfessò l'accordo in un'intervista a Giovanni Minoli nella trasmissione Mixer nel febbraio del 1987.

La sfida così pubblicamente lanciata fu raccolta da De Mita, che fece nuovamente cadere il governo e, con un governo Fanfani, portò il Paese alle urne; con un gesto di sfida, Craxi dichiarò che non gli interessava guidare il governo durante il periodo elettorale, perché "non stiamo in America latina, dove è il prefetto che decide l'esito delle elezioni in una provincia". L'esito elettorale – che non portò molto avanti l'"onda lunga" del consenso del PSI, da lui ripetutamente vaticinata – si incaricò di smentire quest'assunto.

Dal 1987 in poi, la DC non fu più disponibile a dare la fiducia a Craxi, preferendo sostenere come presidente del Consiglio prima Giovanni Goria e poi Ciriaco De Mita. Fu solo uno degli episodi degli scontri fra De Mita e Craxi, spiegabile forse nel fatto che il leader democristiano era anche il punto di riferimento della sinistra Dc, quella cioè più vicina al Pci. Anche alla luce di questo orientamento, Craxi resse il gioco a Forlani ed Andreotti nella progressiva sottrazione a De Mita della segreteria DC e poi della Presidenza del Consiglio. Rimase agli atti, di quella stagione di decisionismo senza Craxi presidente, l'approvazione della modifica dei Regolamenti parlamentari che abolì il voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa; invano richiesta da Craxi per anni da Presidente del Consiglio, fu conseguita grazie alla sua politique d'abord, di attacco al governo De Mita.

In questi anni Craxi ottenne importanti ruoli alle Nazioni Unite: fu rappresentante del segretario generale dell'ONU Peréz de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo (1989); successivamente svolse l'incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza (rinnovatogli nel marzo 1992 da Boutros Ghali).

[modifica] Il "craxismo" tra revisione "estetica" e rivoluzione modernista

La vittoria elettorale del 1983 e la crescita di consenso per il PSI, indebolirono all'interno del partito socialista l'opposizione a Craxi, tanto che nei successivi congressi, fu sempre rieletto con voti plebiscitari. A porsi contro Craxi rimasero alcuni esponenti, anche prestigiosi, che condussero solitarie battaglie. Uno su tutti Giacomo Mancini, che esclamò in un congresso "Questo non è più il partito socialista italiano; è il partito craxista italiano". Anche fra i sostenitori di Craxi vi era coscienza della grande autorità che aveva il segretario nel partito, senza precedenti nella storia del socialismo italiano.

All'inizio degli anni ottanta, Craxi – che già nel 1979 aveva avviato una revisione ideologica, inneggiando al socialismo umanitario di Proudhon in luogo di quello scientifico di Marx – proseguì ed incoraggiò una revisione anche estetica del partito. Ad esempio, vennero cancellati dal programma politico alcuni termini che potevano ricondurre al marxismo; venne eliminato il termine autonomismo che venne sostituito con la parola riformismo, giudicata più inerente dalla corrente moderata e riformista. Venne inoltre abolito il termine "Comitato Centrale" (perché esso riconduceva immediatamente ai partiti comunisti), sostituito dal più neutro "Assemblea Nazionale", nella quale entrarono a far parte oltre ai politici anche uomini dello spettacolo, della moda, dello sport e della cultura.

« È immensa come una nave, oblunga e travolgente e sarebbe impossibile vedere lui (Bettino Craxi) se non irradiasse la sua immagine elettronica dall'enorme piramide multimediale dell'architetto Filippo Panseca »
(Giuseppe Genna, Dies irae)

Alcuni eccessi di spettacolarizzazione (celebri le scenografie congressuali ideate dall'architetto Filippo Panseca) furono criticati dai suoi stessi compagni di partito: Rino Formica coniò, per l'Assemblea Nazionale del 1991, l'eloquente immagine di una "corte di nani e ballerine". Si rinunciò al tradizionale anticlericalismo socialista (con l'approvazione del Concordato) e fu infine ridotto e poi eliminato (dal 1985) il simbolo della falce e martello nel logo del PSI, sostituito dal garofano rosso, che da allora divenne emblema del partito.

Sul mutamento introdotto nella politica e nella società italiana, vi è chi ha sottolineato come, al di là delle estremizzazioni mediatiche, il craxismo abbia "lanciato" una generazione di giovani di cui, ancora a vent'anni di distanza e dagli opposti fronti degli schieramenti parlamentari, le istituzioni e la gestione della cosa pubblica ancora si avvalgono[27]. Ma il quesito storiografico è se questa spinta modernizzatrice abbia avuto anche un valore in sé, oltre all'emersione di una nuova generazione di politici e di amministratori[28]. Secondo alcuni[29] gli anni di Craxi “sono il frutto di quell'idea di moderno in cui l'individualismo senza princìpi si sostituisce alle solidarietà tradizionali in crisi”, di cui quel governo seppe solo accelerare la “destrutturazione” senza sostituirvi nuovi valori. Secondo altri[30], invece, “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo”, a differenza di chi vedeva “nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità”.

Certo è che dagli anni Ottanta parole d'ordine come "governabilità" e "decisionismo" - dopo la deriva degli anni Settanta, in cui ogni forma di autorità era osteggiata come potenziale fonte di autoritarismo - sono state successivamente invocate da destra e da sinistra per proporre un approccio modernistico all'organizzazione del sistema-Paese. Vi è stato però chi ha sottovalutato l'apporto ideale di tale approccio, rilevando che esso andava incontro ad una pulsione già presente nella politica italiana negli anni Cinquanta ed all'epoca soddisfatta dall'interventismo in economia del primo Fanfani e dalle ricette solidaristiche e stataliste dei morotei; Craxi avrebbe soltanto "aggiornato" le soluzioni offerte dalla politica degli anni Ottanta, sposando un moderato liberismo economico più in voga nell'epoca di Reagan e Thatcher. Da ciò la spiegazione della competizione senza quartiere che si scatenò tra PSI craxiano e sinistra DC per oltre un decennio, vista come deleteria dalla parte più tradizionalista del Paese che vi leggeva il pericolo di un riformismo foriero di un tracollo delle strutture-partito su cui si fondava la democrazia italiana del dopoguerra[31].

Come arma di tattica politica, volta a spezzare il connubio tra democristiani di sinistra e partito comunista che negli anni Settanta aveva compresso lo spazio di manovra del PSI, abbandonò la delimitazione dei rapporti politici all'"arco costituzionale": ricevette Almirante nelle consultazioni di governo[32] e consentì all'elezione di un deputato del partito di destra ad un organo parlamentare di garanzia[33]. Vi è stato chi, vent'anni dopo, ha ritenuto di leggere da tutto ciò un'apertura politica alla destra, anticipando lo "sdoganamento" di Fini da parte di Berlusconi nel "discorso di Casalecchio" del 1993[34]. Eppure, una testimonianza circa il ruolo consulenziale che avrebbe svolto Craxi nel 1993 nei confronti dell'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, esclude che nel suo disegno fosse coinvolta la destra post-fascista[35]. Quali che fossero destinati ad essere i suoi orientamenti tattici dopo la rovinosa caduta degli anni Novanta, la sua formazione personale e politica restava strategicamente di sinistra: per tutti gli anni Ottanta l'attenzione per il progresso sociale e le conquiste sociali della sinistra non fu da lui abbandonata, se è vero che, ancora vent'anni dopo, Massimo D'Alema indicava in Craxi uno dei due soli leader di partiti di sinistra che abbiano assunto la carica di capo del Governo nei 148 anni dall'Unità d'Italia[36].

[modifica] L'"unità socialista" e i rapporti col PCI

Soprattutto dopo il 1989, (quando cadde il muro di Berlino), ritenendo ormai prossima la crisi del PCI, nelle intenzioni di Craxi[37] entrò anche il lancio di un progetto annessionistico a sinistra, con la parola d'ordine dell'"unità socialista", scritta che fu aggiunta al logo del partito.

Il rapporto assai travagliato con il PCI risale agli anni della guerra fredda, quando citando Guy Mollet Craxi aveva sostenuto che "I comunisti non sono a sinistra, sono a est": ma furono "i comunisti della seconda generazione, quella dopo Togliatti e Longo" quelli che "non apprezzano la sua posizione e gliela fanno pagare cara, avvalendosi anche dell'implacabile collaborazione del direttore di Repubblica, che pure nei lontani anni sessanta era stato fraternamente appoggiato da Craxi, con Lino Jannuzzi, nella campagna elettorale"[38]. L'impulso ad una trasformazione del grande partito della sinistra italiana in senso occidentale era impresso da Craxi con una metodica scevra dalle sudditanze politiche dei suoi predecessori, giovandosi della posizione di potere acquisita con i lunghi anni di governo con la DC, tanto che essa è descritta da Claudio Petruccioli come una disperante sindrome da "riserva indiana" in cui il PSI costringeva in un ghetto politico il PCI ponendosi "all'imboccatura della valle" della politica di governo ed esigendo un pedaggio democratico che non gli venne mai concesso[39].

Quando però il PCI guidato da Achille Occhetto si stava per trasformare nel PDS, per costituire un'unica forza politica ispirata al riformismo socialdemocratico, la sua strategia non seppe adeguarsi altro che con la volontà di unificare PSI, PSDI e il nuovo partito, in una logica visibilmente annessionistica che fu particolarmente criticata dai riformisti del PCI (cosiddetta corrente "migliorista"), i quali videro nel mancato tentativo di arruolare Giampiero Borghini nel PSI un'aggressione da rintuzzare con decisione (alla fine fu solo il fratello di Borghini a passare dall'altra parte).

Craxi fu anche favorevole all'entrata del neonato Partito Democratico della Sinistra nell'Internazionale Socialista (di cui Craxi fu vicepresidente fino al 1994 quando fu sostituito proprio da Achille Occhetto). Il progetto di alcune limitatissime liste comuni, sperimentato nelle elezioni amministrative del 1992, (dove non riscosse molto successo) naufragò definitivamente in seguito alle inchieste di Tangentopoli.

[modifica] La CAF e i governi Andreotti

Nel 1989, Craxi torna alla carica, deciso a ritornare a Palazzo Chigi. Forma con i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani un'alleanza di ferro: la CAF (dalle iniziali dei cognomi dei tre protagonisti), che fu definita la "vera regina d'Italia". Nel LXII congresso del PSI, Craxi dopo essere stato rieletto segretario con una maggioranza schiacciante, fa approvare una mozione di sfiducia al governo De Mita. De Mita rassegna le dimissioni da premier, dopo che aveva perso già la segreteria democristiana che era andata nelle mani di Arnaldo Forlani, alleato di Andreotti.

Quest'ultimo, assume la guida di due governi che reggono fino al 1992. Sono anni "di assoluto immobilismo": il governo sembra incapace di prendere decisioni concrete; nel Paese si diffonde un forte malcontento, accentuato dai sospetti emersi con lo scandalo Gladio. Craxi confida apertamente in un logoramento democristiano e spera nella possibilità di portare il partito socialista al centro della scena politica, assumendo quel ruolo-guida, che fino a quel momento apparteneva alla Dc. Si mostra fiducioso di sé, anche quando il referendum sulla preferenza unica, promosso da Mario Segni – al quale Craxi si era opposto invitando gli italiani ad "andarsene al mare" – raccoglie invece un larghissimo consenso.

Il progetto di Craxi, coltivato a lungo, non si sarebbe però mai realizzato: secondo Giuliano Amato, dopo il crollo del muro di Berlino si finì per contare "più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza"[40]. Nella stessa circostanza Amato affermò che "forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perché nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute"[41]; in effetti, all'agosto 1990 risale il primo ricovero di Craxi al San Raffaele di Milano per le complicazioni derivate dal diabete mellito che lo avrebbe portato alla morte dieci anni dopo.

Un'altra chiave di lettura è invece quella secondo cui "per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui comincia a riformarsi", secondo la "legge" enunciata da Alexis de Tocqueville e di cui in quegli stessi anni sperimentarono la fondatezza altre "democrazie bloccate" come il Giappone monopolizzato dal partito liberaldemocratico[42].

La recessione economica, la crisi politica della Prima Repubblica, l'aumento del già abnorme debito pubblico e l'affermazione delle liste regionali (in particolare la Lega Lombarda) causarono il crollo del sistema politico di cui egli fu grande protagonista. Inoltre, le inchieste giudiziarie avviate nei suoi confronti causarono la sua caduta, stavolta definitiva.

[modifica] L'inizio di Mani Pulite e le elezioni del 1992

L'epicentro del potere socialista e craxiano era Milano, centro nevralgico della finanza e degli affari, con il cui ambiente il PSI finì per identificarsi. Nel dicembre del 1986 si avvicenda alla guida del comune Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, sostituendo Carlo Tognoli, con una giunta monocolore socialista e appoggiata all'esterno da altre forze laiche, con l'astensione del PCI.

Il 17 febbraio 1992, l'ingegnere Mario Chiesa, esponente del Psi, già assessore del comune di Milano con l'ambizione alla poltrona di sindaco viene arrestato e dopo cinque settimane di carcere il 23 marzo 1992 inizia a confessare svelando ai pubblici ministeri dell'inchiesta Mani Pulite il complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti milanesi del Psi, primo fra tutti, Paolo Pillitteri cognato di Craxi. Quest'ultimo, al TG3 respinge ogni accusa, sostenendo che il suo impegno per dare al Paese un governo che affronti i momenti difficili non poteva essere infangato da un "mariuolo che getta un'ombra sull'immagine di un partito, che a Milano non ha mai avuto un esponente condannato per reati contro la pubblica amministrazione".

Intanto il settimo governo Andreotti viene travolto dalle picconate del presidente Cossiga; quest'ultimo, accogliendo le dimissioni di Andreotti, decide di indire elezioni anticipate ad aprile. Craxi, fiducioso che il crollo della Dc sia imminente, organizza una massiccia campagna elettorale, puntando alla presidenza del Consiglio.

Nel frattempo le inchieste di Tangentopoli, guidate da Antonio Di Pietro e dagli altri magistrati della Procura di Milano vanno avanti in tutta Italia. In questo clima si tengono dunque le elezioni: l'intero Pentapartito crolla, avanzano formazioni tradizionalmente escluse dal potere come il MSI, il PDS e la Lega Nord. Il PSI, dal canto suo, passa dal 14,3 al 13,5%. "Un piccolo calo" commenta Craxi "rispetto alla crisi dei partiti di governo". In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare "l'Italia fuori dal caos". Ma il nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte, al suo posto viene nominato Giuliano Amato.

Craxi già il 3 luglio 1992 alla Camera aveva affermato che tutti i partiti avevano bisogno di denaro ottenuto illegalmente per finanziare le proprie attività, e lo ricevevano. Raggiunto dai primi avvisi di garanzia della Procura di Milano nell'autunno, in un corsivo sull'Avanti – firmato con il consueto pseudonimo "Ghino di Tacco" – attaccò Di Pietro: "non è tutto oro, quello che luccica; col tempo scopriremo che quel giudice di cui si sente tanto parlare è tutt'altro che l'eroe che crede la gente". Questo attacco, cui fece seguito il giudizio riferito da Rino Formica circa il "poker d'assi" che Craxi aveva mostrato in una direzione del suo partito sul conto di Di Pietro, non riuscì ad emanciparsi dall'impressione che Craxi difendesse sé stesso non con i fatti ma con vaghe teorie "complottistiche", volte a chiamare a raccolta sostenitori politici che non vennero mai allo scoperto.

Poco dopo, Craxi si vide costretto a dimettersi anche dalla segreteria.

[modifica] La fine politica e la fuga ad Hammamet

Il nuovo governo avrà una vita tutt'altro che semplice. Poco dopo una "pioggia di avvisi di garanzia" cade sulle teste dei principali leader politici nazionali. Il PSI è travolto dalle inchieste, la sua dirigenza è letteralmente decimata. Craxi stesso cumula una ventina d'avvisi di garanzia e dopo aver attaccato la Procura di Milano di muoversi dietro "un preciso disegno politico", si presenta alla Camera il 29 aprile del 1993 e in un famoso discorso tuonò: "Basta con l'ipocrisia!"; tutti i partiti –secondo Craxi– si servivano delle tangenti per autofinanziarsi, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". La sua linea di difesa fu incentrata sulla tesi secondo cui i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento[43] e, quindi, più che dichiarare sé stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri[44].

Le prove sulla base delle quali furono emesse le prime sentenze di condanna della vicenda giudiziaria di Craxi si incaricheranno poi di smentire tale assunto: in un caso (sentenza ENI-SAI) la sua condanna definitiva fu per corruzione, e non solo per finanziamento illecito di partito (ciò spiega l'insistenza dei suoi eredi nell'attaccare la procedura di quella sentenza dinanzi alla Corte di Strasburgo); in altri casi sentenze - non passate in giudicato solo per il decesso dell'imputato - sostennero in motivazione che Craxi aveva utilizzato parte dei proventi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per scopi personali (Finanziamento del canale televisivo Gbr di proprietà della sua concubina Anja Pieroni, acquisto di immobili, affitto di una casa in costa Azzurra per il figlio)[45]; infine, a dimostrazione del fatto che l'utilizzo delle casse del partito non era finalizzato solo all'attività amministrativa ordinaria del Psi, durante le indagini (dopo un fallito tentativo di farli rientrare in Italia, bloccato dal nuovo segretario del Psi Ottaviano Del Turco) Craxi li versò sul conto di un prestanome, Maurizio Raggio[46]. Questa lettura, sostenuta all'epoca dei fatti, fu però abbandonata da Vittorio Feltri più di recente[47].

Il 29 aprile 1993, la Camera dei Deputati negò l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti provocando l'ira dell'opinione pubblica e facendo gridare allo scandalo numerosi quotidiani. Nella stessa aula, seguono momenti di tensione, con cui i deputati della Lega e del MSI gridarono "ladri" ai colleghi che avevano votato a favore di Craxi. Alcuni ministri del governo Ciampi si dimisero in segno di protesta.

Il 30 aprile in tutt'Italia si svolsero manifestazioni di dissenso: a Roma circa 200 giovani dell'istituto Einstein avevano sostato in piazza Colonna scandendo slogan contro governo e Parlamento; un altro centinaio aveva protestato davanti alla sede del PSI in via del Corso; un terzo gruppo, proveniente dal liceo Mamiani, aveva percorso in corteo il centro storico soffermandosi sempre davanti alla sede del PSI dove però era stato disperso dalle forze dell'ordine. C'era una manifestazione del Movimento Sociale Italiano nella galleria Colonna - che aveva preceduto un incontro stampa del segretario Gianfranco Fini per sottolineare l'impossibilità di tenere in vita questo parlamento - ed un'altra dimostrazione si era tenuta in serata per iniziativa del PDS, la cui segreteria era stata all'uopo sospesa. Diverse migliaia di persone si erano radunate in piazza Navona per ascoltare i discorsi del segretario del PDS Occhetto, Rutelli e Ayala: essi tutti avevano incitato i presenti a protestare contro il voto parlamentare a favore di Craxi. Un piccolo corteo, organizzato dalla Lega Nord, sfilava infine da piazza Colonna al Pantheon. In coincidenza con la fine del comizio tenutosi a Piazza Navona, una folla invase Largo Febo e attese Craxi all'uscita dell'hotel Raphael, l'albergo che da anni era la sua dimora romana.

Quando Craxi uscì dall'albergo, i manifestanti lo bersagliarono con lanci di oggetti, insulti e soprattutto monetine mentre parte dei dimostranti, sventolando banconote da 50 o 100 mila lire, intonavano in coro "Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?" sull'aria della canzone "Guantanamera". Con l'aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull'auto e poi lasciò l'hotel. Quest'episodio, ritrasmesso centinaia di volte dai TG, viene preso come simbolo della fine politica di Craxi.[48]. Egli stesso definì quanto aveva subito "una forma di rogo" in una intervista a Giuliano Ferrara trasmessa su Canale 5.

Nel corso dell'anno emersero sempre più prove contro Craxi: con la fine della legislatura e l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, per Craxi si fece sempre più vicina la prospettiva di un arresto e il 5 maggio 1994 decise di scappare ad Hammamet in Tunisia, protetto dall'amico Ben Alì. La latitanza – definita dal leader socialista come "esilio" – fu percepita dall'opinione pubblica come una fuga[49].

[modifica] La latitanza in Tunisia

Dal soggiorno in Tunisia, Craxi continuò con fax e lettere aperte a commentare la politica italiana, continuando ad accusare il PDS e i giudici di Mani Pulite; si soffermò anche su alcuni suoi ex sodali, come Giuliano Amato da lui dipinto come il becchino in alcuni dei quadri in cui si dilettò nella parte finale della sua vita. Dall'estero, assistette alla fine del PSI, con i suoi maggiori esponenti che si dividevano, confluendo alcuni nel Polo delle Libertà, altri nell'Ulivo.

Ormai minato, affetto da cardiopatia, gotta e da molti anni malato di diabete, affetto da tumore ad un rene, Bettino Craxi morì il 19 gennaio del 2000 per un arresto cardiaco. L'allora presidente del Consiglio e leader dei Democratici di Sinistra Massimo D'Alema propose le esequie di Stato, ma la sua proposta non fu accettata né dai detrattori di Craxi né dalla famiglia stessa di Craxi, che accusò l'allora governo di avere impedito al leader socialista di rientrare in patria per sottoporsi a un delicato intervento presso l'ospedale San Raffaele di Milano.

Secondo quanto riportato dal settimanale l'Espresso in quel periodo, la sua tomba sarebbe orientata in direzione dell'Italia.[senza fonte]

La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet in Tunisia

Il funerale di Craxi ebbe luogo a Tunisi e vide una larga partecipazione della popolazione indigena. Ex militanti del PSI e altri italiani giunsero in Tunisia per rendere l'ultimo saluto al loro leader. Le precedenti vicende dell'epoca Mani Pulite, ancora vicine, non erano dimenticate dalla folla di socialisti giunta fuori alla cattedrale della città tunisina e la delegazione del governo D'Alema, formata da Lamberto Dini e Marco Minniti, venne bersagliata da insulti e da un lancio di monete che voleva rappresentare la simbolica restituzione di quanto ricevuto con l'episodio all'Hotel Raphael[50].

[modifica] Vicende giudiziarie

[modifica] Le sentenze di condanna

Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato:

  • a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai;
  • a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese

[51]

Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo od in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata estinzione a causa del suo decesso.

Le condanne e i vari processi hanno dimostrato che Craxi teneva in Svizzera diversi conti correnti segreti affidati a prestanomi, dove depositava il denaro che aveva ricevuto sotto forma di tangente dai principali gruppi industriali italiani. Secondo la testimonianza di Maurizio Raggio, che era fuggito in Messico durante la bufera di Mani pulite, Craxi aveva accumulato un tesoro di cinquanta miliardi di lire. Tale denaro fu poi impiegato, tra le altre cose, per l'acquisto di appartamenti in diverse città, tra cui Barcellona, New York, Milano, per l'acquisto di un aereo privato, di una televisione privata affidata all'amante Ania Peroni, di un hotel a Roma, un villino in Costa Azzurra per il figlio Bobo.[52]

[modifica] I ricorsi a Strasburgo contro le sentenze di condanna

Il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza che condanna la giustizia italiana per la violazione dell'articolo 6 paragrafo 1 e paragrafo 3 lettera d (diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni) della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo in ragione dell'impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto ad un equo processo, diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un'equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».[53]

La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi.[54]

[modifica] Eredità politica

La forte personalità di Bettino Craxi incise in tal modo sulla strutturazione stessa del PSI da determinarne, dopo la sua uscita di scena e anche a causa delle inchieste di Tangentopoli, il rapido e repentino disfacimento.

Oggigiorno, alcuni esponenti socialisti già a lui fedeli hanno raggiunto l'elettorato socialista aderendo a Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi (tra gli altri, la figlia Stefania, candidatasi per le elezioni politiche del 2006, Fabrizio Cicchitto e Giulio Tremonti), altri sono andati a sinistra, aderendo prima ai Socialisti Italiani e successivamente al partito dei Socialisti Democratici Italiani, guidato da Enrico Boselli (tra cui Ugo Intini e Ottaviano Del Turco; quest'ultimo poi ha aderito al Partito Democratico), o confluendo nei DS (la Federazione Laburista di Valdo Spini e i Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto). Anche la corrente di maggioranza della CGIL (oggi vicina ai DS) è guidata da un ex-craxiano, Guglielmo Epifani; socialista era anche il giurista del diritto del lavoro Marco Biagi, poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.

Altro partito erede della politica craxiana è il Nuovo PSI, che vede nelle sue file uno dei più importanti esponenti socialisti degli anni Ottanta, Gianni De Michelis, già ministro degli esteri; tuttavia, De Michelis e Bobo Craxi, figlio secondogenito di Bettino, a seguito di un infuocato congresso celebratosi verso la fine del 2005 si sono contesi con reciproche contestazioni la guida del partito, con strascichi anche giudiziari.

L'oggetto del contendere furono le alleanze politiche: Bobo Craxi intendeva far entrare il Nuovo PSI, che finora ha appoggiato i governi berlusconiani, nell'Unione di centrosinistra, mentre De Michelis, pur concordando nel ridiscutere il rapporto con Berlusconi, si era dichiarato contrario a questa alleanza; anche Stefania Craxi, in contrapposizione con Bobo, si è fermamente opposta ad un passaggio nella coalizione prodiana. Tuttavia Bobo Craxi ha fondato una sua lista in appoggio della coalizione dell'Ulivo, denominata I Socialisti. L'anno successivo, però, anche De Michelis ha abbandonato il centro-destra, per avvicinarsi, criticamente, al centro-sinistra.

A parte queste contese strettamente partitiche, l'eredità politica di Craxi è oggi contesa da parte del centrosinistra (Partito Socialista, numerosi esponenti del Partito Democratico, alcuni dei quali provenienti dal PSI craxiano), ma anche del centrodestra (Forza Italia).

Recentemente molti craxiani hanno aderito alla Costituente Socialista di Enrico Boselli, volta a ricostituire il PSI, che ha sancito la rinascita del Partito Socialista, seppur in forma ridotta, rispetto quello dell'epoca craxiana. Altri craxiani hanno invece mantenuto una linea politica autonomista e diretta a rinsaldare l'accordo politico con la Casa delle Libertà seguendo il Nuovo PSI guidato dal segretario Stefano Caldoro.

Nel libro Segreti e Misfatti, scritto dal suo fotografo personale e amico fidato fino agli ultimi giorni tunisini Umberto Cicconi, si scoprono molti retroscena curiosi ma anche di grande valore politico, storico ed umano.

Si apre a fine 2006 un dibattito sull'opportunità o meno di intitolare in Italia una strada al leader socialista. La discussione trae spunto dall'annuncio da parte del governo tunisino che provvederà, il 19 gennaio 2007, in occasione del settimo anniversario della sua morte, a intitolargli una via. Il 15 gennaio 2007 in un comune laziale di 2.500 anime, Sant'Angelo Romano, a 20 chilometri da Roma, l'amministrazione di centrodestra guidata dal sindaco Angelo Gabrielli, ex socialista, ha inaugurato una piazza all'ex leader socialista. Il primato per il primo toponimo dedicato a Craxi spetta quindi all'Italia, quattro giorni prima della Tunisia. Sempre lo stesso anno, la pubblicazione del libro di Bruno Vespa, L'Amore e il Potere, contenente anche gossip su Craxi e le sue presunte amanti, ha provocato la reazione del figlio Bobo, che definito il carattere del libro "particolarmente odioso".[55]

[modifica] La Fondazione Craxi

« La mia libertà equivale alla mia vita »
(Epigrafe della tomba di Bettino Craxi)

La Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica. Principale animatrice è la figlia Stefania Craxi, attualmente deputato del Popolo della Libertà. La sede principale è a Roma, mentre un'altra importante sede si trova ad Hammamet, in Tunisia, luogo dove è sepolto Bettino Craxi.

Tra le attività della fondazione vi è la costituzione e valorizzazione dell'"Archivio Storico Craxi", costituito riunendo documenti conservati in diversi luoghi (Milano, Roma, Hammamet), costituiti essenzialmente da corrispondenza, memorie, discorsi, articoli, interviste, atti processuali.

L'obiettivo generale è quello di "riabilitare" la figura dello statista italiano coinvolto nei processi di Mani Pulite e di riqualificarne l'importanza storica nonostante le svariate condanne penali riportate.

La fondazione figura anche come organizzatrice di convegni e mostre inerenti alla vita e all'attività politica di Bettino Craxi, cui affianca anche un'attività editoriale.

[modifica] Riconoscimenti

Sette anni dopo la sua morte ha preso avvio il progetto di intitolare una strada di Roma a Bettino Craxi. La decisione è stata presa la prima volta dal sindaco della Capitale Walter Veltroni, in accordo con la sua giunta di centro-sinistra.[56] È stata poi ribadita dal suo successore Gianni Alemanno del centro-destra.[57]

[modifica] Soprannomi

  • Per alcuni anni, dai suoi detrattori, fu soprannominato il "Cinghialone", dopo esser stato così definito in un articolo di Vittorio Feltri sul quotidiano L'Indipendente; più raffinatamente Indro Montanelli, sul Giornale, nel giorno delle sue dimissioni da segretario del PSI, lo definì un "imano", volendo intendere forse la parola Imam,[58] dandogli quindi il senso di un dignitario/satrapo orientale. Matt Frei[59] afferma che nella Roma politica il suo epiteto sarebbe stato il "Maestro", in quanto padrone delle mille tattiche utili alla strategia politica che lo aveva posto al centro della vita nazionale per oltre un decennio.
  • In tema "definizioni craxiane" era comune in quel periodo storico sentire definito Craxi come "Ladro" , anche numerosi esponenti della vita pubblica lo apostrofarono in tale maniera, la cosa è ovviamente da stigmatizzare atteso che nessun processo era stato celebrato e men che meno giunto sino all' ultimo grado di giudizio.

Le sucessive sentenze di condanna peraltro stabilirono senza tema si smentita come l' epiteto, seppur inelegante, calzasse alla perfezione al personaggio Craxi, attribuirglielo anzitempo costituì però una palese forzatura e una violazione delle garanzie dovute agli imputati di reato.

«  è solo il capobanda ma sembra un faraone,

ha gli occhi dello schiavo e lo sguardo del padrone,

si atteggia a Mitterrand ma è peggio di Nerone.[60] »
  • A distanza di 15 anni, De Gregori - la cui canzone "Viva l'Italia" accompagnò i congressi del PSI per tutto il quindicennio di gestione craxiana - afferma che "se ripenso a Craxi credo che intellettualmente sia molto superiore a tanti politici di oggi".[60]
  • Craxi usò lo pseudonimo Ghino Di Tacco, epiteto datogli da Eugenio Scalfari, per firmare articoli anonimi sul giornale Avanti!. A volte il nome fu storpiato dagli avversari in Ghigno Di Tacco, in riferimento presunto all'espressione facciale di Craxi. Giorgio Forattini, che allora lavorava per la Repubblica, il giornale diretto da Scalfari, storpiò a sua volta questo soprannome in Benito di Tacco, perché era solito rappresentare Craxi in camicia nera e stivali, per via dei suoi modi "da Duce".

[modifica] Pubblicazioni[61] e cinematografia

[modifica] Opere su Bettino Craxi

  • La Fondazione Bettino Craxi ha prodotto nel 2008 il documentario La mia vita è stata una corsa, realizzato dal regista Paolo Pizzolante.[63]
  • Il drammaturgo Massimiliano Perrotta nel 2008 ha dedicato a Craxi la tragedia Hammamet.[64]

[modifica] Note

  1. ^ "Craxi ha rappresentato una delle grandi personalità di questo Paese e nella sinistra italiana probabilmente è stato il leader che ha avuto più frecce al proprio arco": Peppino Caldarola, Un innovatore chiamato Bettino Craxi, Il Tempo, 19 gennaio 2009, p. 1.
  2. ^ "Il Vangelo Socialista", articolo pubblicato su "L'espresso" nell'agosto 1978
  3. ^ ((http://archiviostorico.gazzetta.it/2000/gennaio/20/Improvvisa_morte_Craxi_presidente_del_ga_0_0001204355.shtml))
  4. ^ Corriere della Sera (23 ottobre 2007- Pagina 15) : "Nel 1984 il patto di Craxi con la Chiesa"
  5. ^ "Lo strenuo braccio di ferro, che il Pci gli impose intorno al decreto sul costo del lavoro, rivelo' al dunque, cioe' quando si giunse al referendum del giugno 1985, che Craxi era stato capito dal Paese e che la maggioranza dei lavoratori lo aveva seguito. Fu l' apogeo della sua fortuna politica": cfr. Lucio Colletti, Craxi, da leader a grande accusato, su Corriere della Sera (12 febbraio 1993 - Pagina 4).
  6. ^ «Il maggior successo repubblicano è stato probabilmente l'annuncio, nel gennaio '87, sotto il governo Craxi, del quinto posto raggiunto tra i Paesi industrializzati del mondo, davanti alla Gran Bretagna»: così Giano Accame, "La storia della Repubblica vista da destra", su Corriere della Sera, 25 ottobre 2000
  7. ^ Evoluzione del debito pubblico - Studio ambrosetti
  8. ^ Marco Travaglio, Bettino nostro che sei nei cieli, dal Passaparola del 5 gennaio 2009
  9. ^ DECRETO-LEGGE 19 DICEMBRE 1984, n. 853, su ((http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1984/lexs_107032.html))
  10. ^ DECRETO-LEGGE 23 APRILE 1985, n. 146, su ((http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1985/lexs_108077.html))
  11. ^ Oltre alle piccole emittenti, si segnalarono interventi di autorevoli costituzionalisti (Branca, Bonifacio, Beria d'Argentine, Roppa).
  12. ^ Atti parlamentari, Camera dei deputati, seduta del 31 gennaio 1985.
  13. ^ Cecchini Marco, "Lira pesante. piaceva a Craxi e Amato, finì nel cestino", in Corriere della sera (21 marzo 1993) pagina 18.
  14. ^ così Alfredo Pieroni: Dizionario degli italiani che contano. – Milano : Sperling & Kupfer, 1986, dove si ricorda anche l'assai più fredda reazione della platea nel congresso precedente
  15. ^ Così il vicepresidente degli imprenditori Franco Matteri, che sosteneva che la favorevole congiuntura economica in cui s'era collocato il governo Craxi dopo il decreto di San Valentino era "un'occasione che deve essere assolutamente utilizzata dal governo per un programma di politica economica di medio e di lungo periodo. Un programma vero, capace di correzioni profonde e di interventi strutturali, capace di forzare lo sviluppo e di ridare competitività all'azienda Italia che invece mostra segni inequivocabili di degrado. A partire dalla spaventosa situazione del deficit pubblico, dall'ennesimo buco nei conti dell'Inps, dell'alto costo del denaro per le imprese, dal peggioramento della Bilancia Commerciale" (LA CONFINDUSTRIA A CRAXI 'BISOGNA GOVERNARE L'ECONOMIA, su Repubblica — 11 luglio 1985, pagina 37).
  16. ^ Massimo Pini, I giorni dell'Iri (Mondadori, 2000), pagina 51 e seguenti.
  17. ^ Video sul "caso Sigonella" tratto da La storia siamo noi
  18. ^ Nel Convegno sul tema "Gli anni di Craxi e Berlinguer. E la sinistra oggi", svoltosi a Firenze il 19 gennaio 2008, Riccardo Nencini (Presidente del movimento Socialismo è Libertà) ha ammonito a non falsare retrospettivamente le dimensioni di questo consenso, che all'epoca non apparve così vasto come avvenne poi nel momento della massima disgrazia politica: la sua chiave interpretativa è che grossolanamente la storiografia sentiva il bisogno di cogliere i chiaroscuri di un personaggio condannato dalla vicenda di Tangentopoli, e lo fece mitizzando l'episodio di Sigonella. [1].
  19. ^ "Ma tenero è il governo", su Repubblica, 27 ottobre 1989, p. 2: "la linea del governo italiano (...) quando si tratta della Libia, è sempre incline ad una prudenza, per non dire una condiscendenza, che ha già sollevato in passato perplessità e critiche non solo in Italia, ma anche all' estero".
  20. ^ Data da Abdel-Rahman Shalgam, ministro degli esteri della Libia, a margine del convegno italo-libico alla Farnesina del 30 ottobre 2008, e confermata in una recente intervista da Andreotti, allora ministro degli esteri, in Andreotti e il ministro libico confermano "Craxi avvertì Gheddafi del bombardamento Usa" da Repubblica.it, vedere anche Corriere della Sera, che include riferimenti a precedenti rivelazioni nello stesso senso del senatore Sdi Cesare Marini.
  21. ^ Proposta da Cesare Marini nell'intervista a Il Riformista del 4/19/2003.
  22. ^ Loren Jenkins, “Libyan missile fire protested by Italy”, The Washington Post , April 16, 1986, p. A23.
  23. ^ Come ammesso dal Generale di Squadra Aerea Basilio Cottone, che ha dichiarato "so con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia" : "Il generale Cottone: mai arrivati missili a Lampedusa", intervista di Clara Salpietro del 20 settembre 2005 su Pagine di Difesa
  24. ^ La Repubblica, 31 ottobre 2008, p. 19.
  25. ^ Corriere della sera, 4 ottobre 1996, «Roma intervenne e in una notte Parigi perse la Tunisia»
  26. ^ F. Martini, "Nome in codice: Ulisse": nel diciottesimo capitolo si legge, di Craxi e del suo ministro degli esteri: «Entrambi i politici si comportarono, a mio avviso, con grande abilità. Su loro direttive, noi del Servizio facemmo la nostra parte, la più importante proponendo una soluzione soddisfacente per tutti. E così la successione di Bourghiba avvenne con un trasferimento di poteri tranquillo e pacifico. L'unica vittima fu un capo Servizio europeo che ci rimise la poltrona perché al suo governo non piacque la nostra soluzione»
  27. ^ Giovanni Orsina, articolo su Il Mattino del 18 agosto 2008, p. 1.
  28. ^ Come sostenuto in "Il ritorno dei socialisti sulla ribalta politica fenomeno a tempo o segno di conservazione?" Intervista di Vassily Sortino
 a Bianca Turando, su Ateneonline (www.ateneonline-aol.it) 7 luglio 2004; vi si legge che per la storia della vita politica italiana il governo Craxi del 1983 "ha rappresentato il tentativo di modernizzazione dell'Italia. Una modernizzazione almeno su tre direttrici. La prima era quella di sviluppare gli elementi liberalsocialisti che erano insiti nel sistema politico italiano. Il secondo era modernizzare lo stato italiano, avendo come modello le democrazie avanzate europee. Terzo, Bettino Craxi tentò di far compiere al paese il passaggio da una democrazia ancora molto poco sviluppata a una democrazia moderna e più vicina ai modelli europei"
  29. ^ Intervista a Paolo Franchi di Luciano Violante, Corriere della Sera, 
25 luglio 1996, pagina 6
  30. ^ Piero Fassino "Per passione", 2003
  31. ^ S. Bonsanti, CRAXI E LA SINISTRA DC? 'GOLLISTI', Repubblica — 26 giugno 1990, pagina 7. Vi si legge, tra l'altro, di un fondo de "Il Popolo" in cui si accusa la sinistra DC di aver appoggiato il referendum elettorale ("Al fine di ostacolare il presidenzialismo di Craxi scrive Bertoldo i promotori del referendum non hanno trovato di meglio che invocare una repubblica gollista e lavorano in questa direzione con uno zelo acefalo che ricorda il cieco determinismo delle api operaie. Chi ci salverà, chiede Bertoldo, da un' operazione che vede affiancati Occhetto e Pininfarina, Pannella e padre Sorge, Il Giornale e la Repubblica?") e Craxi di volere un "presidente della Repubblica con i poteri dell' esecutivo (...). Conclude Bertoldo: Se non è zuppa è pan bagnato".
  32. ^ "Non ritenne di dover discriminare nessuno, e decise di consultare, quando formò il suo primo governo, anche il segretario del Msi Almirante, e fu la prima volta che accadeva": Mauro Del Bue, Il socialismo liberale da Rosselli a Craxi, su ((http://www.kore.it/archivio/forum8/0000215f.htm))
  33. ^ onorevole Enzo Trantino, presidente della Giunta delle elezioni della Camera dei deputati nella X legislatura.
  34. ^ "Craxi, non a caso, è solo un amico personale del presidente del Consiglio che in pratica ha il solo merito di averlo anticipato nello sdoganamento della destra”: Ernesto Galli Della Loggia, Le ombre del passato, Corriere della sera, 30 marzo 2009
  35. ^ Ezio Cartotto, Operazione Botticelli. Gestione di un incubo: nasce Forza Italia, Feltrinelli ed., 2003, dichiara che nel 1993 Craxi - pure incredibilmente aperto alla partecipazione della Lega di Bossi, nonostante un decennio di scontri furiosi - avrebbe concluso (sulla possibile adesione del MSI-DN di Fini, almeno al Sud) con la tassativa affermazione: "Silvio, con i fascisti mai".
  36. ^ Intervista di Massimo D'Alema a Crozza Italia live del 30 novembre 2008, sulla emittente televisiva "La7", in cui il politico democratico indica sé stesso e Craxi come gli unici Capi del Governo che furono leader di partiti di sinistra.
  37. ^ Gianni Riotta, "Sconfitto dalla guerra fredda. La morte di Bettino Craxi", in La Stampa, 21 gennaio 2000
  38. ^ Dalla prefazione di Antonio Ghirelli al libro di Paolo Pillitteri "Quando Benedetto divenne Bettino" (Spirali, 2008)
  39. ^ Claudio Petruccioli, "Rendiconto", Il Saggiatore, 2001, pp. 4-5.
  40. ^ "Io, la sinistra e i meriti di Craxi", Intervista a Giuliano Amato, di Giancarlo Bosetti, «Reset» 22 agosto 2000.
  41. ^ "Io, la sinistra e i meriti di Craxi", Intervista a Giuliano Amato, di Giancarlo Bosetti, «Reset» 22 agosto 2000.
  42. ^ Luigi Covatta sul suo ultimo libro "La legge di Tocqueville. Come nacque e morì la riforma della prima Repubblica italiana" (Edizioni Diabasis)
  43. ^ A questa categoria la sua difesa ascrisse anche la maxi-tangente ENIMONT: al processo Cusani essa fu da Craxi definita la "maxi-palla" sia per le dimensioni (che contestò, e che poi tutti i politici ridimensionarono defalcando dal totale loro addebitato le somme restituite da Cusani e Bonifaci) sia per il titolo in virtù del quale fu percepita (che sostenne trattarsi non di corruzione ma di finanziamento illecito di partito); pur dissentendo da tale ricostruzione, il p.m. Di Pietro dopo l'interrogatorio di Craxi sostenne che la sua sincerità "confessoria" giustificava il mancato esercizio di uno stringente controinterrogatorio.
  44. ^ Vi è però chi nel discorso vide anche una profonda valenza politica:"Il suo testamento finale, quel discorso parlamentare dedicato a Mani Pulite, lo vede proteso a chiedere ai partiti uno scatto di autocritica e di orgoglio che avrebbe risparmiato all'Italia tante false rivoluzioni e tante sofferenze": Peppino Caldarola, Un innovatore chiamato Bettino Craxi, Il Tempo, 19 gennaio 2009, p. 1. Tale valenza non fu raccolta dal ceto politico, a differenza di quanto era avvenuto nel 1974 dopo che il partito di Ugo La Malfa aveva dichiarato la necessità di sormontare il discredito determinato dallo scandalo petroli con una legge sul finanziamento pubblico dei partiti, la quale al suo interno previde la norma incriminatrice del finanziamento illecito dei partiti in ragione della quale le contestazioni penali per molti segretari amministrativi e tesorieri di partiti di maggioranza furono derubricate.
  45. ^ Sentenza di condanna di Bettino Craxi nel processo All Iberian da parte del Tribunale di Milano
  46. ^ Anche se la sentenza della Corte d'appello 8 febbraio 2005, che confermava la condanna di Raggio per riciclaggio e ricettazione di proventi patrimoniali illeciti, precisa che tali proventi discendevano solo da violazione della legge sul finanziamento illecito dei partiti e non da corruzione: ciò pur sostenendo che "l'elargizione di finanziamenti occulti ai partiti politici ha alterato il leale svolgimento della dialettica democratica violando la norma penale e certo non allevia la lesione l'osservazione per cui non ci sarebbe stato nulla di male se i finanziamenti fossero stati “autorizzati”, ossia dichiarati e registrati".
  47. ^ editoriale su Libero del 19 dicembre 2008, secondo cui "i tangentocrati della Prima Repubblica rubavano per il partito, mentre questi di oggi rubano per la propria tasca".
  48. ^ Video Bettino Craxi - Hotel Raphael - 30 aprile 1993
  49. ^ Come dimostra, ancora a molti anni dai fatti, il dibattito svoltosi sul punto nel consiglio comunale di Verdellino: cfr. ((http://www.comune.verdellino.bg.it/docs.war/interventi_delib_14.pdf))
  50. ^ Craxi, l'ultimo saluto. Contestati governo e giudici, articolo de La Repubblica del 22 gennaio 2000
  51. ^ Craxi, tutti i processi e le condanne, articolo de "La Repubblica", del 19 gennaio 2000
  52. ^ Marco Travaglio, Bettino nostro che sei nei cieli da Passaparola del 5 gennaio 2009
  53. ^ Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo) CASO CRAXI contro ITALIA (n. 2) (op. cit.)
  54. ^ Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo) CASO CRAXI contro ITALIA (n.1) (op. cit.)
  55. ^ http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200710articoli/27132girata.asp
  56. ^ Dall'archivio storico del Corriere della Sera, La scelta di Roma: «Una via per Craxi». Molti sì dall'Unione, 3 luglio 2007.
  57. ^ Da Libero-News, Alemanno annuncia: «Presto via Craxi», 18/02/2009.
  58. ^ Spesso confuso con la parola iman, che invece vuol dire "fede".
  59. ^ Matt Frei, «Italy. The unfinished revolution», Sinclair-Stevenson
  60. ^ a b Edmondo Berselli. E De Gregori riabilita Craxi "Era superiore ai politici di oggi". la Repubblica, 4 novembre 2006. URL consultato il 16-11-2007.
  61. ^ Bettino Craxi - Le Pubblicazioni. Fondazione Craxi. URL consultato il 16-11-2007.
  62. ^ Film inchiesta del 1963 di cui Craxi fu sceneggiatore e soggettista e Pillitteri regista; fu presentato alla mostra del Cinema di Venezia di quell'anno
  63. ^ http://www.cinemaitaliano.info/lamiavitaestataunacorsa
  64. ^ Gianni Pennacchi, «Hammamet»: la tragedia teatrale che riabilita Craxi, Il Giornale, 27/11/2008

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Emblema della Repubblica Italiana Predecessore: Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano Successore: Stendardo del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Amintore Fanfani 1983 - 1987 Amintore Fanfani I
Presidenti del Consiglio dei Ministri
Alcide De Gasperi | Giuseppe Pella | Amintore Fanfani | Mario Scelba | Antonio Segni | Adone Zoli | Fernando Tambroni | Giovanni Leone | Aldo Moro | Mariano Rumor | Emilio Colombo | Giulio Andreotti | Francesco Cossiga | Arnaldo Forlani | Giovanni Spadolini | Bettino Craxi | Giovanni Goria | Ciriaco De Mita | Giuliano Amato | Carlo Azeglio Ciampi | Silvio Berlusconi | Lamberto Dini | Romano Prodi | Massimo D'Alema
MPE italiano Gruppo Lista di elezione Partito italiano Area Preferenze
giugno 1979 -
agosto 1983

giugno 1989 -
aprile 1992

Gruppo socialista

Gruppo socialista

PSI

PSI

PSI

PSI

-

-

-

-

Strumenti personali