Raul Gardini

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Raul Gardini

Raul Gardini (Ravenna, 7 giugno 1933Milano, 23 luglio 1993) è stato un imprenditore italiano. Ravenna gli ha dedicato una via in pieno centro.

Indice

[modifica] Gli inizi

Figlio di un ricco imprenditore agricolo, crebbe professionalmente nell'azienda di Serafino Ferruzzi, di cui diventò genero sposandone la figlia Idina. Il 10 dicembre 1979 Serafino Ferruzzi morì in un incidente aereo e i suoi eredi affidarono a Gardini le deleghe operative per tutto il Gruppo: ci volle quasi un anno ad inventariare tutti i possedimenti che Ferruzzi aveva acquisito nel corso della sua attività. In anni in cui l’Europa andava trasformandosi da importatore ad esportatore di cereali, le attività di trading persero importanza e riguardarono soprattutto l’importazione di soia prodotta nelle tenute agricole della Ferruzzi situate in Argentina. In pochi anni Raul Gardini trasformò la Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie ad una politica di continue acquisizioni: tra il 1981 ed il 1986 fu acquisito il controllo del maggiore produttore di zucchero italiano, l’Eridania, allora quotata in Borsa, e del produttore francese di zucchero Beghin Say.

Nel 1987 fu la volta della divisione amido dell’americana CPC, nel 1988 di Central Soya e Leiseur Koipe specializzate nella lavorazione della soia. La maggioranza della Montedison fu acquisita in varie fasi tra il 1985 ed il 1987. Tutto ciò fu possibile grazie ad aumenti di capitale dalle varie società del gruppo realizzati in Borsa, in anni in cui il mercato finanziario italiano conosceva una fase di euforia grazie alla nascita dei primi fondi comuni di investimento: questo permise alla Ferruzzi di raccogliere risorse finanziarie da impiegare nelle acquisizioni. Anche per questo, la politica di riservatezza di Serafino Ferruzzi fu abbandonata e Gardini fu un personaggio molto esposto sui mass media. Nel 1985 Gardini lanciò anche un progetto, che poi non fu realizzato a causa degli enormi interessi che andava a ledere, per sfruttare le eccedenze agricole della Comunità Europea per produrre etanolo, da impiegare come antidetonante per la benzina.

[modifica] La scalata alla Montedison

Negli anni ottanta diventa celebre per la scalata alla Montedison, che diventa un'azienda contendibile per effetto di alcune spregiudicate operazioni finanziarie dell'amministratore Mario Schimberni destinate nelle sue intenzioni a fare della Montedison una public company indipendente dal controllo esercitato da Mediobanca. La contendibilità della Montedison spinge Gardini ad acquistarne le azioni, con il benestare di Enrico Cuccia che ha perso il controllo della società petrolchimica.

Dalla vicenda (e dal successivo acquisto di Fondiaria) nasce il suo assalto del "salotto buono" dell'imprenditoria del Nord, sul quale Cuccia aveva sempre espresso scetticismo: si addivenne tra i due ad una vera e propria rottura quando Gardini si nominò presidente della Fondiaria rifiutando gli amministratori proposti da Cuccia, e quando Gardini vendette metà della Fondiaria a De Benedetti[1].

[modifica] La nascita e il fallimento di Enimont

In seguito Gardini realizza con l'ENI la fusione delle attività chimiche dei due gruppi, fondando Enimont, di cui ENI e Montedison possiedono il 40% ciascuno, mentre il restante 20% è nelle mani del mercato azionario.

Nel 1988 Gardini aveva ricevuto da Ciriaco de Mita e da Achille Occhetto — ovvero da maggioranza e opposizione — «sufficienti garanzie» sugli sgravi fiscali in seguito al conferimento delle attività chimiche di Montedison alla joint venture Enimont: ma il relativo decreto-legge decadde per due volte in Parlamento[1]. La sua lettura dei fatti - come un tentativo della classe politica romana di alzare il prezzo - produsse una reazione inattesa di Gardini: provò, con l'alleanza di altri "capitani coraggiosi" (raggruppati tra gli imprenditori del lombardo-veneto) di scalare Enimont, arrivando in una prima fase a vedere il successo e a commentare «La chimica sono io».

La risposta fu drastica: da un lato avveniva il sequestro delle azioni deciso dal giudice Diego Curtò (più tardi condannato per corruzione proprio per questo), frustrando il tentativo di Gardini di acquistare il 20% delle azioni sul mercato; dall'altro si consuma la rottura dei rapporti con ENI e con il suo presidente Gabriele Cagliari, che secondo l'inchiesta di tre anni dopo svolse questo ruolo per consentire al PSI di Craxi di esercitare il suo ruolo di interdizione nell'operazione.

La decisione finale, forzata dagli eventi, fu il ritiro dalla joint venture con quello che il magistrato Antonio Di Pietro avrebbe poi ribattezzato "il patto del cow-boy": la decisione di vendere all'ENI il proprio 40%.

Una parte dell'ingente quantità di denaro incassato viene usato per versare tangenti al sistema politico che, promettendo di defiscalizzare le plusvalenze della Montedison derivanti dall'attribuzione di parte delle attività ad Enimont, aveva indotto Gardini ad entrare nell'impresa della nascita dell'Enimont stessa. E' provato che la gestione delle tangenti fu orchestrata solo da Carlo Sama, Giuseppe Garofano, Luigi Bisignani e Sergio Cusani.

[modifica] La morte

In seguito, Gardini è protagonista di speculazioni finanziarie poco fortunate e di scelte imprenditoriali infelici che prima lo portano a lasciare le cariche all'interno del gruppo Ferruzzi-Montedison[2] e poi, una volta scoperte le tangenti generate dalla vendita del 40% di Enimont, alla morte ufficialmente per suicidio.

La Famiglia Ferruzzi gli nega il benestare per acquisire le quote Enimont in possesso dell'Eni. Li nasce la rottura che portera' la moglie Idina a vendere le quote. L'uscita dal Gruppo Ferruzzi fu un enorme dispiacere per Gardini.

Lo trovarono morto nella sua casa di Milano, il settecentesco palazzo Belgioioso, il 23 luglio 1993: dalle conversazioni con i suoi legali delle ultime ore, era apparso molto scosso dalla notizia del suicidio nel carcere di San Vittore di Gabriele Cagliari (suo rivale nella vicenda Enimont), ma anche dalla consapevolezza che gli inquirenti puntavano oramai su di lui[3].

Durante tutta la giornata successiva si assieparono dinanzi a palazzo Belgioioso i milanesi sconcertati; la tensione si stemperò solo al passaggio dei magistrati Di Pietro e Greco, accolti in piazza da un applauso[4]. Al ritorno a casa da Mediobanca, fu visto passare anche Enrico Cuccia[5].

Le indagini conclusero che si fosse sparato un colpo di pistola alla testa, ma sulle ragioni e la dinamica della morte dell'imprenditore restano ancora molti dubbi (la pistola fu ritrovata riposta sul comodino, lontana dal cadavere)[6]. Inoltre, la scena del presunto suicidio venne irrimediabilmente alterata dalla solerzia dei barellieri, che rimossero il cadavere di Gardini così come le lenzuola e i cuscini della stanza prima dell'arrivo delle forze dell'ordine, rallentate da un'errata segnalazione che le indirizzava verso Via Belgioioso, sita ben lontano da Palazzo Belgioioso [7].

Tra i molti fatti che non convincono i magistrati ci sono:

  1. La pistola di Gardini esplose due colpi. Un modo insolito per un suicidio. In più che nessuno sentì le detonazioni e solo diversi minuti dopo il corpo venne ritrovato in un lago di sangue.
  2. La pistola era riposta sulla secretaire a due metri dal corpo e nessuno di quelli che lo hanno soccorso ha dichiarato di avergliela tolta dalle mani.
  3. Si poteva accedere nella camera di Gardini direttamente dall'esterno, e questo è un fatto che non e' mai stato tenuto in profonda considerazione dagli investigatori.
  4. Sulla mano di Gardini, sulla manica dell’accapatoio e sul cinturino dell’orologio (che portava a destra) non furono trovate le tracce di bario, antimonio e piombo cioe' gli elementi tipici che vengono normalmente ritrovati con il test del guanto di paraffina.
  5. I tabulati delle telefonate si fermano inspiegabilmente alla sera precedente la morte.

Poi c'è il particolare del biglietto lasciato da Gardini con il nome dei figli e della moglie con la scritta “Grazie”. Un biglietto che era sicuramente stato scritto mesi prima in occasione del Natale.

All'ipotesi del suicidio non hanno mai creduto la moglie Idina, i figli Eleonora, Ivan Francesco e Maria Speranza, gli amici e tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerlo e di lavorare a stretto contatto con lui.[senza fonte]

Anche la Procura di Caltanissetta non crede al suicidio ed è convinta che dietro la morte di Gardini ci sia la mano di Cosa Nostra e che la sua scomparsa possa essere collegata a quella del giudice Paolo Borsellino avvenuta un anno prima: «due morti che potrebbero essere collegate».[senza fonte]

Ricordiamo anche il suicidio di Gabriele Cagliari, con un sacchetto in testa e quello di Sergio Castellari, delle Partecipazioni Statali, “suicidatosi ufficialmente” con un colpo di pistola ma morto solo dopo aver ricaricato il cane della stessa e averla infilata nella cintura dei pantaloni. Si era prima ubriacato, senza bere, da una bottiglia di whiskey su cui venne ritrovato solo DNA di sesso femminile.[senza fonte]

[modifica] Gardini e lo sport

La figura di Gardini è anche legata allo sport e in particolare all'America's Cup, di cui il Moro di Venezia, la barca voluta da Gardini e finanziata dalla Montedison, fu protagonista nel 1992. Fu la prima barca italiana nella storia a vincere la Louis Vuitton Cup. L'equipaggio del Moro, affidato a Paul Cayard, venne sconfitto nella finale di Coppa America da America³ di Bill Koch a San Diego (USA) anche a causa del taglio dei finanziamenti imposto da Carlo Sama. Ma anche il mondo della pallavolo ravennate deve molto a Raul Gardini e al gruppo Ferruzzi: dalla storica epopea della Olimpia Teodora di Manu Benelli e Sergio Guerra (l'olio di soia "Teodora" veniva prodotto dalla Italiana Olii & Risi, società del gruppo Ferruzzi) nel volley femminile, agli anni straordinari de Il Messaggero Volley di Steve Timmons e Karch Kiraly (il quotidiano Il Messaggero era di proprietà di Montedison), fino alla costruzione del PalaDeAndrè, il palazzo dello sport ravennate intitolato a Mauro De André, dirigente del gruppo Ferruzzi tragicamente scomparso.

[modifica] Note

  1. ^ a b Marco Magrini. Gardini, i giorni del silenzio, Il Sole 24 ORE, 22 luglio 2003.
  2. ^ Fabio Tamburini. Raul Gardini firma e se na va. Ora vuol sbarcare in Francia, la Repubblica, 12 luglio 1991. Pag. 45.
  3. ^ Fabrizio Gatti. "Garofano ha parlato" e Gardini sbianca in volto, Corriere della Sera, 24 luglio 1993. Pag. 2.
  4. ^ Da Palazzo di Giustizia, il procuratore Borrelli commentò: "Siamo addolorati, ma andremo avanti. Speriamo che i risvolti del caso Enimont siano chiariti al più presto, anche questo è un modo per rispettare chi ha rinunciato alla vita".
  5. ^ "Una sfinge che cammina, nemmeno una parola. Solo un segno: la cravatta nera" da Flavio Corazza. Il suicidio nel lussuoso Palazzo Belgioioso. Un biglietto per i familiari: "Grazie a tutti". I giornali in mano, un foro nella tempia. È stato il maggiordomo a trovare Gardini morente, La Stampa, 24 luglio 1993. Pag. 2.
  6. ^ Antonio Di Pietro, nel riconoscere che vi erano stati contatti della Procura di Milano nei giorni precedenti alla morte (in cui si era anticipata la possibilità dell'arresto dell'imprenditore), ha dichiarato nel suo libro "Il Guastafeste" (Ponte alle grazie ed., 2008) che il maggiordomo gli disse di aver spostato lui la pistola, per cercare di salvare il moribondo agonizzante.
  7. ^ Mario Almerighi, "Tre suicidi eccellenti. Castellari, Cagliari, Gardini", Editori Riuniti

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