Galeazzo Ciano

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Galeazzo Ciano
Galeazzo Ciano01.jpg

Ministro degli affari esteri del Regno d'Italia
Durata mandato 9 giugno 1936 –
6 febbraio 1943
Presidente Benito Mussolini

Dati generali
Partito politico Partito Nazionale Fascista
on. Galeazzo Ciano
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera dei Fasci e delle Corporazioni
Luogo nascita Livorno
Data nascita 18 marzo 1903
Luogo morte Verona
Data morte 11 gennaio 1944
Professione Diplomatico
Partito PNF
Legislatura XXX
Gruppo Fascista

Gian Galeazzo Ciano, detto Galeazzo, conte di Cortellazzo e Buccari (Livorno, 18 marzo 1903Verona, 11 gennaio 1944), è stato un diplomatico e politico italiano.

Figlio dell'ammiraglio Costanzo Ciano e di Carolina Pini, nel 1930 sposò Edda Mussolini.

L'ascesa[modifica | modifica wikitesto]

Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia, dove frequentò il liceo ginnasio «Marco Polo»; in seguito si trasferì a Genova, dove conseguì la maturità classica. Durante gli studi universitari fece pratica di giornalismo presso Il Nuovo Paese, La Tribuna e, nel 1924, L'Impero, organo fascista intransigente, occupandosi però non di politica ma di critica teatrale: scrisse anche un dramma (Felicità d'Amleto) e un atto unico (Fondo d'oro) che una volta rappresentati non ottennero alcun successo; in un'occasione, durante la messa in scena, egli e la sua compagnia furono oggetto di lanci d'ortaggi da parte del pubblico[1]. Frequentava in quel tempo ambienti artistici, giornalistici e mondani[2].

Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, fu ammesso in diplomazia e inviato come addetto di ambasciata a Rio de Janeiro. Il 24 aprile 1930 sposò Edda Mussolini, con la quale subito dopo partì per Shanghai come console. Rientrato in Italia, il 1º agosto 1933 venne nominato capo dell'Ufficio stampa da Mussolini (per il controllo e la guida dei mezzi di comunicazioni di massa) con il titolo di sottosegretario alla stampa e alla cultura. Nel 1935 divenne ministro della Cultura popolare, il MINCULPOP, competente anche per la Stampa e la Propaganda, quindi partì volontario per la guerra d'Etiopia, ove si distinse come pilota di bombardieri e fu decorato.

Nel 1936 fu nominato Ministro degli Esteri, subentrando, nella carica, allo stesso Mussolini (sottosegretario, dal 1932 al 1936, era stato Fulvio Suvich, che in ossequio alla nuova linea di politica estera del Duce era stato "allontanato" in qualità di ambasciatore a Washington, così come Grandi, quattro anni prima, era stato «spedito» ambasciatore a Londra). Nel 1937, su probabili pressioni del Duce[senza fonte], fu coinvolto nel duplice omicidio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, colpevoli d'essere i fondatori del movimento antifascista Giustizia e Libertà (come testimonia lo storico Giordano Bruno Guerri e trucidati in Francia da sicari della Destra estrema, anche se le relative pagine del Diario sono state manomesse).

Galeazzo Ciano e Benito Mussolini passano in rassegna un reparto militare al rientro in Italia di Ciano dall'Africa Orientale Italiana - Brindisi, 17 maggio 1936

Ciano si era guadagnato una certa confidenza da parte di Umberto II di Savoia, il figlio di Vittorio Emanuele III, con il quale condivideva una certa mentalità e un notevole charme, anche se Ciano era certamente meno discreto del principe. Divenne il corrispondente preferito tra Umberto (e Maria José) e il movimento fascista. Questa amicizia era considerata produttiva sia dal re che dal dittatore, poiché i due sarebbero stati i rispettivi eredi della Corona e del governo e i buoni rapporti fra i futuri eredi rassicuravano i congiunti circa la tenuta futura degli equilibri raggiunti. Il sovrano lo aveva insignito del Collare della Santissima Annunziata, una delle più alte onorificenze regali.

Probabilmente con l'approvazione di parte di Umberto II, Ciano tenne l'Italia distante dalla Germania hitleriana il più a lungo possibile, con l'aiuto dell'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico. Ciano percepì chiaramente il pericolo che Hitler rappresentava anche per l'Italia, quando i Nazisti uccisero il Primo Ministro austriaco Dollfuss, che aveva avuto degli stretti legami con la famiglia Mussolini (la moglie e i figli di Dollfuss si trovavano in vacanza in Italia a casa del Duce quando il marito fu assassinato), e poté scorgere in questa azione di forza un freddo avviso delle intenzioni del Führer.

Poco a poco, in seguito ad una serie di incontri con Joachim von Ribbentrop e Hitler che portarono il 22 maggio 1939 alla sottoscrizione del Patto d'Acciaio, Ciano (praticamente costretto dal suocero a sottoscriverlo, malgrado i suoi tentativi di temporeggiare, per le informazioni che il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden sollecitato da Dino Grandi, gli aveva fatto pervenire) consolidò i suoi dubbi sulla nazione alleata, ed ebbe diverse divergenze col suocero. Alla fine, come scrisse nei suoi diari, non era sicuro se augurare agli italiani «una vittoria o una sconfitta tedesca».

Il 23 marzo 1939 Ciano divenne Consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni[3].

Il regno d'Albania[modifica | modifica wikitesto]

Ciano con re Zog d'Albania

Nel frattempo, il 7 aprile del 1939, un venerdì santo, l'Italia aveva invaso e poco dopo conquistato il Regno d'Albania. Tirana era da tempo nella sfera di influenza italiana e l'impresa, militarmente non impegnativa e resa non ardua dall'irrisoria resistenza incontrata consistette, in pratica, solo nello sbarco di un piccolo contingente di truppe italiane nei quattro principali porti albanesi, e provocò una decina di morti in scontri con bande di resistenza civile.

Il progetto, già proposto in precedenza, fu prontamente realizzato allorché la Germania, nel marzo 1939, inviò le sue truppe in Cecoslovacchia e vi stabilì il protettorato di Boemia e Moravia; all'interno dell'Asse, queste operazioni avevano - nell' opinione pubblica - consolidato l'immagine dei tedeschi e allo stesso tempo indebolito quella degli italiani, integrando una sorta di gerarchia di fatto. Ciano annotò che Mussolini reagì con stizza alla notizia delle conquiste tedesche (non preventivamente concordate e preannunciategli solo per cenni sommarî) e che fu particolarmente urtato dalle entusiastiche comunicazioni che il cancelliere nazista gli trasmise, giudicandole irritanti «partecipazioni». Quindi, sotto un profilo di immagine, le azioni tedesche segnalavano, con imbarazzante evidenza, una disparità di potenza cui occorreva rimediare, sia per mantenere il consenso in patria, sia per evitare di perdere autorevolezza (e, conseguentemente, i contatti) di fronte alle altre potenze europee.

Di un'espansione verso l'Albania o verso il Regno di Jugoslavia, a Roma si era già discusso a fondo da molto tempo; per quanto riguardava l'Albania, il discorso era stato anzi affrontato proprio con Belgrado, prima con Stojadinović e poi con Cvektoviĉ ma quest'ultimo aveva declinato l'offerta di una spartizione, anche per l'elevata presenza di albanesi sul territorio jugoslavo, e ne era sortito un trattato (1937) contenente un patto di non aggressione che in realtà era un nulla osta ad un'eventuale azione italiana su Tirana (oltre che un tentativo di re Paolo di tener lontane Italia e Germania). Sebbene anche l'Italia avesse sul proprio suolo molti immigrati albanesi, questa condizione fu interpretata da Ciano come una facilitazione: se era agevole, sostenne, gestirli in patria, forse ancora più agevole, concluse, doveva essere gestirli a casa loro e organizzò personalmente l'intera operazione, che sarebbe restata tutta segnata dalla sua impronta.

La Germania, del resto, aveva più volte indicato di non nutrire interessi su queste aree, quindi l'operazione non avrebbe creato imbarazzi con l'alleato; e quantunque l'Italia avesse nel frattempo sviluppato, con Ciano buon protagonista, la più importante attività diplomatica su tutta l'area dei Balcani, la Germania preservava un controllo di fatto sull'intera economia della regione, potendo quindi guardare con una certa indifferenza alle faccende politiche locali.

Il paese, a neanche 150 chilometri dalle coste pugliesi, era di fatto fin dalla prima guerra mondiale profondamente influenzato dall'Italia, che aveva accettato nel settembre del 1928 l'auto-proclamazione di re Zog I (Ahmed Bey Zogu), in seguito accusato di essere un tiranno incline all'arricchimento personale e al nepotismo. Mentre Zog I, all'arrivo degli italiani, riparava in Grecia, la conquista fu perfezionata con l'offerta della corona d'Albania a Vittorio Emanuele III il 16 aprile 1939, con una piccola cerimonia svoltasi al Quirinale.

Il governo dell'Albania fu affidato al luogotenente del re Francesco Jacomoni di San Savino, che lo mantenne fino all'8 settembre del 1943; si trattò di un governo di facciata, con ministri albanesi affiancati da consiglieri italiani con poteri di controfirma. Circa il ruolo di Ciano nella vicenda albanese, quantunque non formalmente onorato di alcuna carica specifica diretta, soprattutto nella storiografia anglosassone è comunemente ritenuto il vero «reggente» della colonia, e anche nella storiografia italiana lo si menziona spesso come «viceré», poiché di fatto come tale ebbe a condursi. L'intitolazione alla moglie di un porto (Porto Edda), ma più ancora la scoperta promozione della soppressione del Ministero degli Esteri e di quello della Difesa di Tirana, ruoli devoluti al governo di Roma con un «trattato» del 3 giugno, indicano la centralità del suo ruolo; anche la costituzione del Partito Fascista Albanese, sollecitata da Achille Starace già dal mese di aprile (quando trionfalmente sbarcò in Albania salutato da 19 salve di cannone), fu sottoposta all'autorizzazione di Ciano (che la concesse solo nel mese di giugno e che ne permise la formalizzazione solo nel marzo dell'anno successivo ponendovi a capo l'amico personale Tefik Mborja).

Il 13 aprile, Ciano si rivolse subito agli albanesi come gestore diretto della loro Nazione, garantendo loro che le loro aspirazioni nazionali sarebbero state sostenute dall'Italia anche in ordine all'espansione dei confini, questione che in pratica si riferiva al recupero delle zone asseritamente «albanesi» nei territori greco e jugoslavo; essendo i proclami diretti al Ministero degli Esteri albanese (che di lì a poco sarebbe stato soppresso) fonte di inquietudini per i paesi vicinanti, a questi Ciano si affrettò a segnalare (una settimana dopo, a Venezia) il disinteresse italiano per l'argomento e la strumentalità delle dichiarazioni. Ciò nonostante, fece istituire un Ufficio Speciale per l'Irredentismo che fra i suoi compiti non palesi aveva anche quello di preparare una struttura militare clandestina per il momento, ritenuto non lontano, in cui fosse esplosa una crisi in Jugoslavia. Da molte fonti è stato asserito che in coincidenza temporale con l'annessione, le fortune personali di Ciano siano cresciute in modo tanto oscuro quanto rapido.

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio della seconda guerra mondiale, quando le sue posizioni anti-tedesche erano oramai note (Hitler avrebbe avvisato Mussolini tempo dopo: «Ci sono dei traditori nella tua famiglia»), molti osservatori ritengono che sia stata di Ciano la maggiore influenza nella formulazione della «non belligeranza», locuzione ad effetto cui corrispondeva una posizione dell'Italia assolutamente fumosa, per un verso non concorde nell'aggredire, per un altro non discorde con l'aggressore ma al contempo d'accordo con gli aggressori e solidale con gli aggrediti.

A questa morbida quanto inconcludente situazione si era giunti con una sua intuizione, tradottasi nell'invio di una famosa lettera a Hitler (il quale premeva perché l'Italia aprisse il fuoco) in cui si chiedeva alla Germania una mole incredibile di mezzi ed armamenti (che si calcolò che avrebbero richiesto, per il solo trasporto, ben 11.000 treni) e dinanzi a tale richiesta i nazisti allentarono le pressioni, almeno per un po'. Ciano aveva sommessamente invitato i responsabili militari a non fare, nello stilare la loro lista della spesa, «del criminoso ottimismo».

L'Italia, però, non era in guerra, e questo - considerati i patti - parve comunque un ottimo risultato. Il Patto d'Acciaio prevedeva, infatti, l'obbligo di prestare immediato ausilio militare (indipendentemente dalle eventuali cause di conflitto):

«Art. 3. - Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse a essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell'aria.»

Quando l'Italia entrò in guerra fu Ciano, per via del ruolo che ricopriva, a consegnare le dichiarazioni agli ambasciatori di Francia e Regno Unito. Pochi mesi dopo fu l'ideatore della guerra alla Grecia. Forse - è stato ipotizzato - ingannato dalla troppo facile conquista albanese, e considerando che ad Atene, retto dal generale Ioannis Metaxas, vigeva un regime militare non ostile all'Italia e che, anzi, mostrava simpatie verso la formula totalitaristica e, in piccolo, cercava di apprendere dall'esperienza italiana, Ciano ritenne che si sarebbe trattato di un'altra operazione facile, e, anzi, così la definì nei suoi Diari: «utile e facile». Utile sarebbe stata perché avrebbe completato un arco di influenza sui Balcani che avrebbe costituito l'appoggio meridionale alle espansioni tedesche nella Mitteleuropa. Facile fu considerata perché il paese, ritenuto non ostile, ed effettivamente povero, fu valutato male armato e peggio motivato per poter resistere. Qualcuno ha sostenuto che Ciano abbia utilizzato denaro per corrompere esponenti greci ma non ve ne sono prove, mentre è certo che partecipò ai primi bombardamenti sulla Grecia nella sua veste di pilota militare.

L'invasione si trasformò in breve tempo in un disastro militare che vide le truppe italiane ricacciate in Albania, ciò che non era stato messo in conto: infatti i greci ebbero una reazione di orgoglio e, pur se in condizioni di inferiorità tecnologica, reagirono all'attacco con imprevista partecipazione, respingendo gli italiani e causando anche le dimissioni (prontamente accolte) di Pietro Badoglio, su cui ebbero un loro peso anche le scomode ma sincere osservazioni scandalizzate di Roberto Farinacci.

Dinanzi alle difficoltà che, invece, furono incontrate, registrando le prime avvisaglie di negatività delle vicende belliche, Ciano non tardò a tornare su posizioni più dubitative, esprimendo le sue perplessità sia «in famiglia» che ad altri gerarchi. Anche a causa delle cariche ricoperte, con particolare riguardo ai rapporti con il Regno Unito, una più intensa frequentazione operativa lo condusse ad ispessire il rapporto con Dino Grandi, che, morto Italo Balbo, restava l'esponente più indipendente del vertice del fascismo.

Nel 1942 Vittorio Emanuele III lo nomina Conte di Buccari, in aggiunta al titolo di Conte di Cortellazzo che era stato conferito a suo padre Costanzo dopo la prima guerra mondiale. Nella primavera del 1943, in occasione di una minirivoluzione delle cariche istituzionali con la quale Mussolini sperava di riaffidare i posti-chiave a uomini di certa fiducia, Ciano venne mandato come ambasciatore in Vaticano. Con la fine dell'incarico di ministro finì anche la stesura dei celebri Diari, terminata l'8 febbraio 1943.

È in questo momento che il suo rapporto con Monsignor Montini - in seguito papa - raggiunse la maggiore intensità, tenendo il fascismo in contatto con tutte le principali potenze internazionali, attraverso la mediazione dell'influente sacerdote. La gestione di questo importantissimo canale diplomatico in questa fase era tutt'altro che un compito secondario: malgrado il Concordato, la Chiesa preservava una pesantissima influenza sull'Italia, che esercitava di fatto condizionando il consenso dei credentie, inoltre, si muoveva autonomamente per intessere rapporti e relazioni internazionali capaci di salvaguardare i suoi proprî interessi. Interlocutore estraneo abitante nella stessa casa, il Vaticano rappresentava per l'Italia un singolarissimo problema: non si poteva porvisi in antagonismo, ma nemmeno se ne potevano condividere le mire, che essenzialmente tendevano a garantire alla Chiesa la preservazione dei proprî privilegi inducendola a preferire quella fazione che, vincendo, più sontuosamente avesse potuto consolidarli e non si poteva, quindi, farvi affidamento. Infatti, se per un verso la Santa Sede era un ponte non ufficiale verso i paesi avversari, per un altro verso era in grado, attraverso questa interposizione, di filtrare e opportunamente condizionare gli eventuali contatti secondo il proprio interesse.

Il 25 luglio[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 luglio 1943, quando l'opposizione interna guidata da Dino Grandi (che si coordinava con il Quirinale) stava infine per sconfiggere Mussolini, Ciano vi si unì. Al Gran Consiglio del fascismo, infatti, votò l'ordine del giorno di Grandi (insieme con altri diciotto gerarchi), approvando perciò l'indicazione contenuta nella mozione, volta a far sì che il re riprendesse in mano l'esercito e il governo della nazione; in pratica, quello di Ciano fu un voto pesantissimo e dalle conseguenze irreversibili contro il suocero. Va notato che questi avrebbe avuto modo di fermare l'azione di questa fronda, invece, rinunziando in un certo senso ad opporvisi, l'agevolò sia convocando il Gran Consiglio (che non si riuniva da diversi anni e che non era ritenuto da autorevoli giuristi dell'epoca competente a deliberare sul tema dei rapporti istituzionali tra Governo e Monarchia), sia consentendo di mettere ai voti la mozione.

Si è a lungo congetturato sulle reali motivazioni dell'adesione di Ciano alla proposta di Grandi, tenuto conto che al voto sul famoso ordine del giorno, dovrebbe esser giunto dopo averne discusso col Duce, informatone dallo stesso Grandi con qualche giorno di anticipo (ma anche Mussolini, è stato fatto notare, doveva essere ben al corrente dell'adesione del genero). Probabilmente Ciano condivideva con gli altri due gerarchi la considerazione che il tempo del fascismo fosse venuto a esaurimento ma, forse, ritenendosi ancora candidato alla successione, pensava che in una nuova gattopardesca riformulazione poco sarebbe cambiato e che egli sarebbe rimasto in auge.

Il voto di Ciano fu, sotto un profilo di pubblica immagine, il colpo più grave inferto al prestigio del capo del regime, cui di fatto pareva che nemmeno il genero fosse più affidabile. Le previsioni ottimistiche di Ciano, che si prefigurava rimpasti e aggiustamenti all'italiana dopo questa sorta di golpe (disse infatti a Bottai di attendersi che ci si sarebbe «aggiustati»), naufragarono insieme alla disillusione di Grandi, che credeva di aver operato per consegnare il comando al generale Caviglia e che, invece, vide salire al potere il poco gradito Badoglio.

Badoglio avrebbe d'un tratto bruciato tutte le aspettative dei gerarchi, schierando una compagine d'apparato tutta «del re» e iniziando immediatamente la defascistizzazione dello Stato. Se Bottai ne era quasi contento, Grandi ne era sorpreso ( più che altro per il poco chiaro atteggiamento del Sovrano); Ciano fu invece quello che si trovò maggiormente spiazzato e, a differenza degli altri due, tardò a mettersi in salvo. Nello sconcerto, acuito poco dopo dall'armistizio di Cassibile, cercò invano di organizzare un esilio protetto per la sua famiglia, ma il Vaticano si rifiutò di nasconderli. Nei giorni convulsi dell'agosto 1943 fuggì a Monaco di Baviera convinto di trovarvi protezione e un aereo per la Spagna[4]. Non sapeva che, nel frattempo, Vittorio Mussolini, Roberto Farinacci e Alessandro Pavolini stavano accusando alla radio i traditori del fascismo ed in particolare lui, che divenne il bersaglio principale.

La fine[modifica | modifica wikitesto]

Ciano fu infatti estradato in Italia, sotto esplicita richiesta del neonato Partito Fascista Repubblicano, il 17 ottobre 1943 per essere incarcerato; Edda e i figli erano rientrati in Italia alcuni giorni prima.

Galeazzo Ciano al processo di Verona

Ad opera di Alessandro Pavolini[5] si allestiva, infatti, il processo ai «traditori» del 25 luglio, e il voto al Gran Consiglio fu considerato alto tradimento (sebbene si trattasse giuridicamente di una grossolana forzatura, resa di improbabile giustificabilità procedurale con l'applicazione di norme penali retroattive). Durante il processo gli inquirenti trattarono Ciano quasi con benevolenza, come a preludere una possibilità di scagionamento; in realtà si fece questo per il timore che urtando Ciano, questi raccontasse cose sgradevoli del regime, non certo convenienti in quel momento.

Dopo una veloce assise pubblica, nota come processo di Verona, Ciano venne invece riconosciuto colpevole insieme a Marinelli, Gottardi, Pareschi e al vecchio Maresciallo Emilio De Bono (oltre che a molti altri gerarchi contumaci); inoltre, il genero del Duce fu l'unico imputato ad essere condannato alla fucilazione all'unanimità: mentre gli altri ricevettero 5 voti contrari e 4 favorevoli (Tullio Cianetti ebbe il risultato opposto), contro l'ex Ministro degli Esteri si registrò un 9 a 0[6].

La sera prima dell'esecuzione, Ciano si rifiutò, in primo momento, di firmare la petizione di grazia al Duce ma poi, pressato dai suoi compagni di carcere, finì per accettare. Pavolini, indispettito, passò l'intera notte a cercare un funzionario che firmasse la respinta a tale domanda di grazia. Tutti si rifiutavano di firmare e alla fine trovò o meglio costrinse un piccolo funzionario a firmare contro la sua volontà. Cosa sarebbe successo se la petizione di grazia fosse arrivata a Mussolini? Probabilmente nulla e forse lo stesso dittatore cercò di evitare che tale documento arrivasse nelle sue mani.

L'11 gennaio 1944 avvenne l'esecuzione di Ciano al poligono di tiro di Verona, insieme agli altri quattro ex-gerarchi, legati a sedie e fucilati alla schiena come in uso ai traditori. La morte fu affrontata dal genero del Duce con grande fermezza d'animo e dignità. Prima degli spari si girò verso il plotone di esecuzione nel gesto di sfida di chi non ha paura della morte. Un cineoperatore tedesco riprese tutta la scena e sicuramente il film doveva servire ai tedeschi malfidati per controllare se al posto di Ciano non ci fosse stato un sosia e, probabilmente, una copia dello spezzone fu inviata a Berlino per essere visionata da Hitler in persona che voleva assicurarsi del grado di affidabilità del suo alleato.[7] Ciano non morì immediatamente e del resto i fucilati seduti e di schiena offrirono un bersaglio più difficile per gli organi vitali ed il plotone di esecuzione non sparò a distanza ravvicinata e fu necessario il colpo di grazia con due proiettili alla testa. Il crudo filmato, realizzato dal cineoperatore tedesco e scomparso durante i primi governi De Gasperi, è stato ritrovato grazie a Renzo De Felice.

Si è molto discusso se questa conclusione significò che Mussolini non volle proteggere il suo congiunto, o semplicemente che non poté, impaurito dalla probabile reazione di Hitler. Il generale Karl Wolff alla domanda di Mussolini: «Se graziassi mio genero, il Führer la prenderebbe male?» rispose: «Sicuramente sì, Duce.» Molti osservatori fanno notare che se Mussolini avesse commutato la condanna a morte di Ciano, lui stesso avrebbe perso ogni residua credibilità. Edda, sinceramente innamorata di Ciano, attraversò mezza Italia con mezzi di fortuna per raggiungere il quartier generale della RSI e quindi la prigione ma tutti i suoi tentativi di soccorso, comprese le intuibili drammatiche suppliche al padre (che pure la considerava la sua figlia prediletta), furono vani.

Ad ogni modo, dopo l'esecuzione Edda fuggì in Svizzera portando con sé i diari del marito, nascosti sotto la camicetta. Il corrispondente di guerra Paul Ghali del Chicago Daily News apprese del suo segreto internamento in un convento svizzero e organizzò la pubblicazione dei diari. Essi rivelano la storia segreta del regime fascista dal 1937 al 1943 e sono considerati una fonte storica primaria (i diari sono strettamente politici e contengono poco della vita privata di Ciano). Il corpo di Ciano oggi riposa nel Cimitero della Purificazione, a Livorno.

"L'operazione Conte"[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo Ciano nel carcere degli Scalzi
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Frau Beetz.

A cavallo tra il 1943 e il 1944 si venne a sviluppare un piano che puntava alla liberazione di Ciano in cambio dei suoi diari[8] che vedeva coinvolti il tenente colonnello Wilhelm Höttl, capo del servizio segreto tedesco in Italia e Ernst Kaltenbrunner, comandante in capo del Reichssicherheitshauptamt, responsabile delle operazioni dei servizi segreti in Germania e all'estero. Si prevedeva un'azione di forza tedesca per liberare Ciano ed acquisire i diari, così come fu proposta da Frau Beetz, il 28 dicembre, al generale Harster[9]. L'operazione che avrebbe dovuto svolgersi mantenendo Hitler all'oscuro di tutto fu denominata «Operazione Conte»[10]. L'operazione fu bloccata da Hitler il quale, venuto a conoscenza della cosa, decise di non concedere il suo avallo[11][12].

I diari[modifica | modifica wikitesto]

I diari che Ciano scrisse nel periodo in cui fu Ministro degli Esteri, per la loro minuziosità rappresentano una fonte storica di primaria importanza.

Considerati in genere (a partire dallo studio di Mario Toscano) come vergati con una certa sincerità di fondo, descrivono la fase storica più critica del Novecento italiano, disvelando ragioni e motivi di molti fatti che ebbero capitale importanza. Grazie a questi dati è oggi possibile ricostruire ( con la massima utilità cronologica) gli avvenimenti del periodo visti dall'interno dell'apparato del regime.

Va detto però che, quasi ovviamente, diversi approfondimenti hanno cercato di indagare la fedeltà storica di quanto narratovi. A partire da una banale confusione di nomi fra Roma e Rommel (il generale tedesco), che conteneva in sé un anacronismo foriero di più di qualche dubbio. La circostanza, precisamente, riguarda il racconto del notissimo telegramma inviato a Mussolini dal generale Rodolfo Graziani dall'Africa, e si legge il nome di Rommel al 12 dicembre del 1940 (erroneamente indicato al giorno 13), ma il generale non ebbe a che fare con materie italiane (escluse le vicende di Caporetto della prima guerra mondiale) se non con il suo arrivo in Africa nella primavera del 1941 e il testo si riferiva evidentemente a Roma.

La discrepanza fu scoperta da Andreas Hillgruber e portò David Irving a negare l'attendibilità addirittura dell'intera opera, ma anche a ritenere responsabile dell'errore Renzo De Felice, curatore di un'edizione abbastanza nota e in posizione quantomeno isolata rispetto alle tendenze storiografiche del tempo.

Si era raccolta l'informazione - rilasciata da persone del suo entourage - che Ciano, dopo la rimozione dal Ministero (febbraio 1943), avesse dedicato molto tempo alla riscrittura di alcuni brani e l'ipotesi (che al tempo riscosse numerosi conforti testimoniali) allarmò gli storici, i quali appena possibile effettuarono confronti fra le copie che erano state microfilmate da Allen Dulles dalle agende di Edda; si scoprirono in effetti diverse manipolazioni apportate dallo stesso Ciano, che alla grossa aveva cancellato un certo numero di date, ma proprio la grossolanità delle cancellazioni portò a escludere che si fosse dedicato a una riscrittura integrale (che, si desunse, non avrebbe lasciato evidenze).

Anche una lettura contenutistica, del resto, fa escludere che possa aver operato riscritture di comodo: nel '43 era già assai imbarazzante la sua notissima affermazione del 12 ottobre 1940, quando definiva «utile e facile» la guerra alla Grecia che stava per cominciare, ma la frase non fu rimossa (così come altre ugualmente rivelatesi infelici) e questo contrasterebbe almeno col carattere dell'autore, reputato vanitoso da diversi critici. Pare invece alquanto probabile che abbia riscritto le pagine relative al 26, 27 e 28 ottobre 1940.

Un personaggio controverso[modifica | modifica wikitesto]

La figura di Ciano è tra le più controverse dell'intero regime. Considerato da molti un enfant prodige e da altri un fatuo enfant gâté, uno snob, aperto alla speculazione e al cinismo, fu anche visto come un traditore (e fu condannato e giustiziato per questo). Giuseppe Bottai lo definì "un uomo diviso in due metà, una eccezionale e l'altra sciatta e superficiale, un uomo colto e dotato e uno ignorante delle cose anche più note, una parte raffinata e distinta, l'altra bassa e volgare, due metà faticosamente tenute insieme...» Aveva una brutta voce nasale e infantile, una voce «di testa» come veniva definita allora; il suo grande complesso che a detta di molti gli impediva di essere un roboante oratore come il suocero.[13]

Ciano aveva due grandi «amori», il padre e Mussolini; a volte sentendo alla radio i discorsi del suocero, veniva preso da un irrefrenabile pianto di devozione.[14] Ciano adulava Mussolini al quale piaceva essere adulato dal genero, così fantasioso e intelligente nell'esaltazione del personaggio; considerava tacitamente Galeazzo il suo testimone diretto, una specie di "registratore" vivente della Storia che lui si pavoneggiava di scrivere, affinché si potesse tramandare ai posteri e ai suoi familiari successori, ogni possibile sfaccettatura della grandezza del «personaggio» Mussolini, tanto che un giorno regalò al genero una pagina dei proprî misteriosi diarî.

A lui sciorinava commenti e battute spesso salaci e brutali su personaggi, avvenimenti e cose, e amava stupirlo con le sue orchestrazioni oratorie nelle oceaniche adunate di partito. E Ciano prendeva nota, ogni giorno, affinché nulla della sua incredibile esperienza «storica» andasse perduto; così presero corpo i suoi celebri diari, che alla fine divennero forse l'unico sfogo sincero delle sue tempeste e delle sue delusioni. In questo binomio genero-ministro e suocero-Duce, il consigliere fidato Ciano divenne alla fine un abile condizionatore e manipolatore che sapeva suggestionare e frenare il suo capo, imparando le battute e punti di vista che facevano più effetto e portandolo dove lui non avrebbe mai pensato di andare; si può dire che ad un certo punto le briglie del potere le tenesse indirettamente in mano Ciano che fu, in buona parte, il «catalizzatore» della politica fascista fino al 1943.[15]

Ciano a un certo punto si era accorto che le manie di grandezza di Mussolini avevano preso il sopravvento sulle reali possibilità e necessità dell'Italia, che il suocero aveva più paura di perdere il suo prestigio mondiale che di dichiarare una guerra. Ciò era scaturito dal pericoloso avvicinamento con la Germania nazista che lo indusse ad abbandonare le politiche intraprese fino a quel momento per lasciar posto a una sorta di rivalità e, al momento stesso, di cinica esaltazione per i sogni di potenza sul mondo tedeschi, che andavano ben oltre i suoi vanti di bonifiche, ponti o autostrade o guerre coloniali. La concorrenza di Hitler lo rendeva furioso e intrattabile; la sua esaltazione aveva ricevuto un colpo duro con le nuove espansioni e vittorie tedesche che cercò, nei limiti del possibile, di pareggiare. Al colpo tedesco di Praga oppose la conquista dell'Albania. Si legò al carro del vincitore con il Patto d'Acciaio, per sbattere in faccia alle «demo-plutocrazie» uno strumento con cui poteva incutere timori e paure. Nei primi giorni del settembre del 1939, allo scoppio del conflitto, Mussolini spedì la dichiarazione di guerra all'ambasciata italiana a Berlino pronto ad entrare in campo immediatamente. Ciano compì il «miracolo» e fermò la guerra alle porte agendo sul suocero.

Poi l'Europa crollò sotto il tallone tedesco e Mussolini, furioso per aver perso la grande occasione personale, incolpò ed insultò Ciano per questo, definendolo un «imbecille». Su due piedi entrò in guerra il 10 giugno 1940 e Ciano annotò che vi sarebbe entrato lo stesso anche se gli avessero dato tutto quello che rivendicava. Poi continuò l'atteggiamento delle invasioni a sorpresa per rinverdire gli allori della sua megalomania; come Hitler agiva, lui controbatteva; l'Egitto e la Grecia furono le sue mosse sullo scacchiere che si giocò con Hitler. Il cancelliere tedesco invase l'Unione Sovietica e avvisò Mussolini, tirandolo giù dal letto nel cuore della notte, ad operazione già iniziata. Mussolini andò ancora su tutte le furie, c'è da pensare che Hitler lo abbia fatto apposta come per dirgli che «chi dorme non piglia pesci».

Fu un'altra onta che consumò di rabbia ed invidia Mussolini che subito dichiararò guerra all'URSS senza che nessuno glielo avesse chiesto; Mussolini pensò di aver capito la lezione del 1º settembre del 1939 quando anche il Re gli aveva detto che gli assenti hanno sempre torto. Nel dicembre del 1941 dal fatidico balcone di Palazzo Venezia arrivò a dichiarare guerra persino agli Stati Uniti d'America che, invece, in passato avevano avuto chiare simpatie per lui. Ma la macchina bellica italiana era talmente impreparata e insufficiente che non resse certo tutti quei fronti e ebbe bisogno del sostegno tedesco per non soccombere. Quella che sembrava a Mussolini una guerra lampo, diventò una lacerante guerra lunga, che sprofondò l'Italia nel baratro di un disastro senza precedenti. Ciano vide concretizzarsi lo spettro dell'invasione nemica, il bombardamento di Roma, la disperazione popolare; la commedia del Duce mai soddisfatto ed avido era diventata una tragedia senza fine.

Ciano cercò di essere il realizzatore dei sogni di megalomania e degli ordini mussoliniani («Si fa del tutto per farlo contento...») e ciò rende la sua figura servile e cortigiana. A lui si deve, tra l'altro, il pieno appoggio all'intervento nella guerra di Spagna, l'ignobile attuazione del delitto dei fratelli Rosselli decisa da Mussolini, la defenestrazione di Starace da segretario del PNF e la sua sostituzione con il difficile amico Ettore Muti, l'impresa della conquista d'Albania, la «non belligeranza» italiana dei «10 mesi», la disastrosa campagna di Grecia, che fu sicuramente l'abnorme errore della vita politica di Ciano. Non riuscì a fermare, o forse non volle, il Patto d'Acciaio anche se lo stesso Ciano, nei suoi scritti, a posteriori lo condannò come una grande sciagura per il popolo italiano.

A Ciano si deve, in parte, anche il «colpo di Stato» del 25 luglio, in cui un nutrito gruppo di gerarchi doveva votare la sfiducia a Mussolini al fine di costringerlo, di conseguenza, a rassegnare le proprie dimissioni nelle mani del Re. Odî, rancori da troppo tempo sopiti ed una crescente intolleranza acuta verso l'irresponsabilità guerrafondaia e disastrosa di Mussolini, portarono Ciano a preparare la trappola al suocero; forse sperava di succedergli ma di certo lo fece più per la salvezza dell'Italia e del regime non immaginando neanche lontanamente di fare il gioco della Corona che aveva preparato a sua volta un proprio capovolgimento della scena con Badoglio. Alla notizia delle «dimissioni di Mussolini» il popolo, esasperato dalla guerra, insorse distruggendo sedi e simboli del Partito Fascista che in poche ore letteralmente scomparve. Ciano piombò nella disperazione più totale e chiese persino ad Edda di sparargli: voleva suicidarsi.[16]

L’OVRA, la polizia segreta di Mussolini, presentava molte note confidenziali sulle disinvolte abitudini sessuali di Ciano col gentil sesso con tradimenti aperti alla moglie ma questo piaceva a Mussolini perché nel ruolo adulterino si riconosceva anch'egli. Lo si è accusato di essere persino un abituale consumatore di cocaina[17] benché Ciano fosse un igienista nato e nemmeno beveva o fumava, e l'uso di cocaina negli anni Trenta fosse quasi del tutto inesistente. Ciano era sempre considerato un ricchissimo «figlio di papà», fatuo, pavone e frivolo, un raccomandato d'eccellenza dedito dal golf e ad ogni lusso della «bella vita» e questo poteva alimentare facili invidie ed odî che confluivano in pettegolezzi, ripicche, maldicenze più di fantasia che altro; ma questa era la «punta dell'iceberg» visibile della vita di Ciano, che era una furia motoria sotterranea di calcoli, politiche invisibili ma micidiali, personaggi, situazioni ed antipatie da abbattere e pensieri costanti verso le sue mete bramate, una mente assai raffinata e una sottile astuzia, machiavellica e all'occorrenza cinica; tutto ciò che il posto che occupava gli permetteva.[18]

Ma la sua introspezione nascondeva anche una natura timida e remissiva, che non raggiunse mai crudeltà ed efferatezze gratuite, tipiche di molti altri fascisti; la stessa timidezza lo rendeva, inoltre, facile bersaglio degli attacchi di avversari anche in seno al Partito Fascista. Più di una volta dovette intervenire il suocero a pugno duro a difenderlo. Non avrebbe mai potuto essere un capo assoluto essendo caratterialmente inadatto e poco capace per occupare un incarico del genere ma sapeva diventare un potente secondo lavorando all'ombra di un leader, come in effetti fu. Uomo di indubbia intelligenza, visse la propria vita a volte coerentemente, altre volte in maniera debole ma seppe sempre avere una certa dignità nei momenti gravi come nel giorno della sua morte. Si è appurato anche che Ciano, agendo indirettamente con le ambasciate europee, salvò la vita a circa diecimila ebrei, condannati ai campi di sterminio.[19]

Ebbe la capacità di una visione politica futura assai più acuta e lungimirante di quella del Duce e dei tedeschi prevedendo avvenimenti e fatti che si rivelarono poi rigorosamente esatti; ciò, alla fine, gli procurò odî e defenestramenti di ripicca. Aveva un coraggio personale maggiore di Mussolini nel trattare con Hitler: a Ciano, infatti, il cancelliere tedesco creava poca soggezione. Nel 1939 pronunciò un discorso alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni «intriso di sottile odio antitedesco» che gli procurò grandi ovazioni di uditorio e una lettera di protezione da Mussolini a Hitler in cui il Duce affermava: «Questo discorso è di mia approvazione dalla prima all'ultima parola...». Il ministro per la propaganda nazista Josef Goebbels definiva Ciano «Fungo velenoso da estirpare...». Quest'odio dei tedeschi gli costò la vita.[20]

Non va dimenticato che fino al 1940 Ciano si mise «di traverso» e tenne l'Italia fuori dal conflitto hitleriano, risparmiandole ben 10 mesi di guerra. È stato indubbiamente, dopo Mussolini, l'uomo più famoso e discusso del fascismo fino ai giorni nostri; ciò è anche dovuto alla sua romanzesca fine come in una tragedia d'amore. Il Duce riceveva settimanalmente lettere, anche anonime, di delazione sulla condotta scellerata di spendaccione e viveur del genero e sul suo nepotismo senza freni ma Mussolini, legato a Ciano da un sincero affetto filiale, lasciava correre. Nei suoi diarî Ciano svicolò su tutto ciò quasi fosse una nota a margine, parte di un gioco umano più ampio dove tutto, in vista del fine ultimo, fosse giustificato ma Ciano stesso non dava eccessiva importanza alla vita mondana che considerava come un uditorio dove sfoggiare la sua importanza politica. Forse preferiva pensare al suo titolo nobiliare, alle residenze lussuose e ricche di antiquariato che amava collezionare, al colossale «Monumento Ciano», il mausoleo per sé e i suoi, che stava costruendosi sulle colline sopra Livorno e che avrebbe dovuto immortalare la dinastia dei Ciano nel tempo.

Nei circoli mondani, Ciano era chiamato con il brutto nomignolo di «Gallo» e si lasciava andare a confidenze politiche assai riservate per strabiliare il suo uditorio tanto da meritarsi il titolo di «ministro chiacchierone». Salottiero, epicureo e godereccio e anche lussurioso reiterato, fisicamente si piaceva ed usava il suo fascino per sedurre le aristocratiche come le donne del popolo. La vita delle agiatezze e dei lussi lo ricaricava e la considerava un po' un «dopolavoro» meritato dove «ritemprare le forze e lo spirito per il lavoro di domani», un privilegio dorato del suo rango ma non era per lui certamente lo scopo primario della sua esistenza. Nel bene o nel male, altri erano i suoi obiettivi ed assai meno frivoli; altri ideali meno politici, gli furono inculcati con forza dal severo padre Costanzo, l'onore, l'amor di Patria e verso la famiglia erano tra questi. È strano come la figura di questo personaggio storico sia incentrata quasi più sulla sua vita privata che su quella politica. Un efficace ritratto di Galeazzo e della sua vita mondana si trova nel libro autobiografico Kaputt dello scrittore Curzio Malaparte.

Eredi[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo Ciano ed Edda Mussolini ebbero tre figli:

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Besa (Regno d'Italia - Albania) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Besa (Regno d'Italia - Albania)
Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Santa Sede)
— 1939
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano (Santa Sede)
— 1937
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede)
Cavaliere di Gran Croce Magistrale dell'Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce Magistrale dell'Ordine di Malta
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Tedesca (Germania nazista) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Tedesca (Germania nazista)
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Polonia)
— 1938
Collare dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
— 1938
Medaglia d'argento al valore militare (2 volte) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare (2 volte)
Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa orientale
Medaglia commemorativa della Marcia su Roma - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Marcia su Roma

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Bruno Guerri, Galeazzo Ciano. Una vita. 1903-1944, pag. 42
  2. ^ Dizionario Biografico degli Italiani - Ciano, Galeazzo
  3. ^ Galeazzo Ciano: XXX Legislatura del Regno d'Italia. Camera dei fasci e delle corporazioni / Deputati / Camera dei deputati - Portale storico
  4. ^ Giuseppe Silvestri, Il processo di Verona, su Storia Illustrata n°1 del gennaio 1964, pag.100
  5. ^ Pavolini era stato un grande amico di Ciano, con una straordinaria confidenza, e a cui deve in toto la sua carriera politica, scaturita appunto, dall'amicizia con il potente genero del Duce; da piccolo uomo discreto e riservato si trasformò, durante la R.S.I. in un fanatico e feroce giustizialista proprio contro Ciano, di cui forse temeva il ritorno in auge.
  6. ^ Gian Franco Verrè, Il processo di Verona, Mondadori, 1963, p. 168
  7. ^ Ciano fu il prezzo pagato da Mussolini per ricostruirsi una credibilità agli occhi di Hitler dopo i tradimenti italiani dell'8 settembre.
  8. ^ Giuseppe Silvestri, Ventanni fa il processo di Verona, su Storia Illustrata n°1 del gennaio 1964, pag.112
  9. ^ A cura di Metello Casati, "1944: il processo di Verona" da I documenti terribili, Mondadori, 1973, Milano, pag.108
  10. ^ A cura di Metello Casati, "1944: il processo di Verona" da I documenti terribili, Mondadori, 1973, Milano, pag.110
  11. ^ Giuseppe Silvestri, Ventanni fa il processo di Verona, su Storia Illustrata n°1 del gennaio 1964, pag.114
  12. ^ A cura di Metello Casati, "1944: il processo di Verona" da I documenti terribili, Mondadori, 1973, Milano, pag.111
  13. ^ Da Giuseppe Bottai - Diario 1935-1944, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2001
  14. ^ Da I diari di Galeazzo Ciano.
  15. ^ Da Giordano Bruno Guerri, “Galeazzo Ciano. Una vita (1903-1944)”, Mondadori Editore, Milano 2001.
  16. ^ Dalle interviste ad Edda Ciano, raccolte nel 1989
  17. ^ Da Crispi a Scelba, lo scandalo sessuale imperversa in politica – Storia In Rete
  18. ^ Tutti gli uomini del Duce - di Nicola Caracciolo Ed. Mondadori
  19. ^ Notizia ricavata dalla trasmissione RAI Storia, documentario "Tutti gli uomini di Benito Mussolini" 1982
  20. ^ "Ciano. Il fascista che sfidò Hitler", saggio di Marco Innocenti edito da Mursia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Frederick William Deakin, The Brutal Friendship. Mussolini, Hitler and the fall of Italian Fascism, Weidenfeld & Nicholson, London, 1962, tradotto dapprima col titolo Storia della repubblica di Salò, trad. di Renzo De Felice, Francesco Golzio e Ornella Francisci, Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino, 1963; poi col titolo originale La brutale amicizia. Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo italiano, Collana Einaudi Tascabili n.26, Einaudi, Torino, 1990, ISBN 978-88-06-11786-3
  • Fabrizio Ciano, Quando il nonno fece fucilare papà, Milano, Mondadori, 1991, ISBN 88-04-34994-8.
  • Giordano Bruno Guerri, Galeazzo Ciano. Una vita. 1903-1944, Collana Saggi, Bompiani, Milano, 1979-1985; Collana Oscar Storia, Mondadori, Milano, 2001; Collana I grandi tascabili, Bompiani, Milano, 2011, ISBN 978-88-45-26569-3
  • Giordano Bruno Guerri, Fascisti. Gli italiani di Mussolini. Il Regime degli Italiani, Collezione Le Scie, Mondadori, Milano, 1995
  • Giordano Bruno Guerri, Un Amore Fascista: Benito, Edda e Galeazzo, Collezione Le Scie, Mondadori, Milano, 2005; Collana Oscar Storia, Mondadori, Milano, 2006
  • Duilio Susmel, Vita sbagliata di Galeazzo Ciano, Collana Documenti decisivi n.4, Aldo Palazzi Editore, 1962
  • Mario Donosti, Mussolini e l'Europa. La politica estera fascista, Collana Documenti e Testimonianze, Edizioni Leonardo, 1945
  • Mario Cervi, Storia della Guerra di Grecia, SugarCo, Milano, I°ed. 1965; BUR, Milano, 2001
  • Gian Franco Venè, Il processo di Verona. La storia, le cronache, i documenti, le testimonianze, Collana I Record n.42, Mondadori, Milano, 1967
  • Rosaria Quartararo. Roma tra Londra e Berlino. La politica estera fascista dal 1930 al 1940,
  • Orio Vergani, Ciano, una lunga confessione. In appendice una biografia fotografica curata da V.E. Marino, Longanesi, Milano, 1974-1994
  • Ray Moseley, Ciano. L'ombra di Mussolini (Mussolini's Shadow, 1999), trad. di Aldo Serafini, Collezione Le Scie, Mondadori, Milano, 2000, ISBN 978-88-04-47814-0; Collana Oscar Storia, Mondadori, Milano, 2001
  • Giovanni Ansaldo, In viaggio con Ciano, Collana il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, 2005
  • Ray Moseley, Mussolini. I giorni di Salò, Collana I Leoni, Lindau, Torino, 2006, ISBN 978-88-71-80588-7
  • Marco Innocenti, Ciano, il fascista che sfidò Hitler, Collana Testimonianze fra cronaca e storia, Mursia, Milano, 2013

In lingua inglese[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni dei Diarî[modifica | modifica wikitesto]

  • Hugh Gibson (a cura di), The Ciano Diaries 1939-1943 («I diarî di Ciano 1939-1943»), New York, 1946
  • Ugo d'Andrea (introduzione e note a cura di), Diario volume I 1939-1940, Diario volume II 1941-1943, Rizzoli, Milano, 1946-1950
  • Galeazzo Ciano, 1937-1938. Diario, Collana di memorie diari documenti.I testimoni per la storia del nostro tempo, Cappelli Editore, Bologna, 1948
  • Galeazzo Ciano, Diari 1939-1943, (Volume I 1939-1940, Volume II 1941-1943), Rizzoli, Milano, 1963-1969- note a cura di Renzo Trionfera, Rizzoli, Milano, V°ed. 1971
  • Renzo De Felice (a cura di), Diario 1937-1943. Per la prima volta l'edizione completa della più celebre testimonianza del periodo fascista, Collana Storica Rizzoli, Rizzoli, Milano, I°ed. 1980 (include gli appunti dal 23 agosto 1937 al 31 dicembre 1938, già editi a Bologna nel 1948 con il titolo 1937-1938. Diario); Collana SuperSaggi n.34, BUR, Milano, 1990-2000
  • Galeazzo Ciano, Diari 1937-1943. Con un saggio introduttivo di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, Collana Le Navi, Castelvecchi, Roma, 2014, ISBN 978-88-68-26444-4

Testi di Galeazzo Ciano editi[modifica | modifica wikitesto]

  • L'Europa verso la catastrofe. La storia d'Europa. Dal 1936 al 1942 in 184 colloqui di Mussolini, Hitler, Franco, Chamberlain, Sumner Welles, Busto Abas, Stojadinovic, Göring, Zog, François-Poncet, ecc. verbalizzati da Galeazzo Ciano. 40 documenti diplomatici inediti, Mondadori, Milano-Verona, 1948; Collana Le Navi, Castelvecchi, Roma, 2014, ISBN 978-88-68-26134-4 (in pubblicazione a dicembre)
  • L'Italia di fronte al conflitto, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano, 1939
  • Il Ministero per la Stampa e la Propaganda, Società Editrice di Novissima, Roma, 1936

Opere teatrali ispirate a Ciano[modifica | modifica wikitesto]

  • Enzo Siciliano, Morte di Galeazzo Ciano, Collezione di Teatro n.366, Einaudi, Torino, 1998

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Ministro delle Cultura popolare del Regno d'Italia Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Nuova carica 1935 - 9 maggio 1936 Alessandro Pavolini
Predecessore Ministro degli Esteri del Regno d'Italia Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Benito Mussolini (ad interim) 9 giugno 1936 - 6 febbraio 1943 Benito Mussolini (ad interim)

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